Poesia impossibile: Etty Hillesum e la Sorgente dell’amore

Raramente parole come “Shoah” e “amore” vengono accostate: d’altronde come si possono conciliare due termini così in antitesi tra di loro senza scadere nel romanticismo e in un sentimentalismo del tutto inappropriato?
La vicenda umana e spirituale di Esther (Etty) Hillesum (Middelburg, 1914 – Auschwitz, 1943) è una testimonianza unica che, attraverso le pagine di un diario e alcune lettere scritte dalla stessa Etty e pubblicate postume, racconta di un’esistenza fragile e coraggiosa capace di trovare, anche tra gli orrori dei campi di concentramento, la scintilla dell’amore vero.

Etty Hillesum nacque a Middelburg nel 1914 e, durante la sua adolescenza, frequentò il ginnasio di Deventer per poi laurearsi in giurisprudenza e trovare lavoro presso il Consiglio Ebraico: un’occupazione che non era solo un posto di lavoro, ma rappresentava anche una condizione privilegiata che avrebbe potuto permetterle di salvarsi dalla deportazione.
Il trasferimento, dietro sua richiesta, al campo di smistamento di Westerbork, dove prende servizio in veste di funzionario assistendo i detenuti sotto diversi aspetti, fortifica la consapevolezza di Etty sul destino preparato non solo per lei, ma per tutto il popolo ebraico. Questa coscienza viene così vergata sulle pagine del suo diario:

«Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato»

Una presa di posizione così coraggiosa fu possibile grazie al lungo lavoro che Etty, guidata dallo psicospirologo Julius Speir (specialista con cui Etty ebbe una relazione amorosa e che, alla fine della guerra, curò le edizioni postume del diario e delle lettere), fece su se stessa e che la vide impegnata, attraverso la letteratura e la scrittura, in un viaggio interiore alla scoperta di se stessa.
Attraverso gli incontri con Spier e alla lettura di autori da lei tanto amati, come Rilke e Dostoevskij, Etty scoprì quella che lei chiama “Sorgente profonda”: Dio; una sorgente, un’impronta che Etty ricosceva tanto in sé quanto in qualunque essere umano a prescindere dalla divisa che indossa o alla “razza” a cui appartiene.
La certezza della presenza di questa sorgente profonda, nascosta nell’intimo del prossimo, portò Etty ad approcciarsi agli altri con uno spirito nuovo, considerandoli come parte di un dialogo tra sorgente e sorgente: tra Dio e Dio.

«Puoi creare quante teorie vuoi, sono persone come noi e a questo dobbiamo aggrapparci in tutte le circostanze, e dobbiamo proclamarlo contro tutto quell’odio»

«Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di Te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di Te. E cerco di disseppellirTi dal loro cuore, mio Dio»

Le pagine più significative e pregne di significato del diario raccolgono riflessioni che colpiscono e commuovono e che, coerentemente con la scelta di Etty di non accettare le possibilità di salvezza che le venivano offerte, raccontano il coraggio con cui ella abbracciò il destino suo e del popolo ebraico.

«Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”

«So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più facile e a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale»

Etty Hillesum fu deportata ad Auschwitz il 7 settembre 1943 e lì morì, secondo un rapporto della Croce Rossa, il 30 novembre 1943.

Alla luce dei suoi scritti è forte la tentazione di stigmatizzare Etty come una santa dimenticata del nostro secolo, al contrario è proprio dalle pagine da lei lasciate che emerge tutta l’umanità di un’anima fragile, a volte instabile, eppure capace di slanci coraggiosi verso il prossimo in nome di un amore capace di vincere anche l’odio più radicato.
La vicenda di Etty racconta una resistenza esistenziale: un esempio di fedeltà e dedizione al prossimo e al proprio popolo per cui, con umiltà, Etty diede la vita.
La coerenza di Etty alla legge dell’amore verso l’altro, ma ancor di più la sua coscienza di Dio che è origine stessa dell’amore, hanno lasciato nel mondo una traccia indelebile che prova, a dispetto di ogni ideologia, corrente di pensiero o politica, che l’amore vince e sempre vincerà sull’odio e sulla cattiveria.

«La barbarie nazista fa sorgere in noi un’identica barbarie che procederebbe con gli stessi metodi, se noi avessimo la possibilità di agire oggi come vorremmo. […] non possiamo coltivare in noi quell’odio perché altrimenti il mondo non uscirà di un solo passo dalla melma. […]  Per formularlo ora in modo crudo: […] se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei […] per puro interesse nei confronti dell’umanità: Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni? Quando qualcuno mi rivolge parole di odio […] non provo mai la tentazione di rispondere con l’odio, ma sprofondo improvvisamente nell’altro, […], e mi chiedo perché l’altro sia così, dimenticando me stessa».

*Volpe e Jo

Un grazie di cuore a Azzurra Urbinati e alla sua paziente, quanto puntuale, consulenza: ci hai tramandato una testimonianza che supera i confini del tempo dello spazio e scuote il cuore dalle radici.

Fonti:
https://www.doppiozero.com/ascolta/etty-hillesum-lo-scandalo-della-bonta
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2018/11/26/news/etty-hillesum-la-ragazza-che-trovo-dio-durante-la-shoah-1.34062846?refresh_ce
https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/shoah-e-nazismo/figure-esemplari-segnalate-da-gariwo/etty-hillesum-15620.html

La festa della Salute

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Nell’età moderna pochi eventi influenzarono la produzione artistica e letteraria come la peste: il flagello che ripetutamente si abbatté sul continente europeo mietendo vittime senza alcuna distinzione tra ricchi e poveri, giovani ed anziani, uomini e donne.
Tuttavia la pestilenza che ha maggiormente colpito ed influenzato la cultura seicentesca fu quella che, nel 1630, colpì il Bel Paese e le maggiori città europee: è l’epidemia che si prenderà la vita di Don Rodrigo nel romanzo “I promessi sposi“, che strapperà alla sua città il pittore Tiziano e costringerà le gondole veneziane a rivestirsi della livrea nera che tutt’ora conservano.

La storia di Venezia si intreccia spesso con quella della peste che, nella Serenissima così come in Europa, ha mietuto un gran numero di vittime riducendo drasticamente la popolazione. Non a caso furono i veneziano che, per prevenire il più possibile il contagio, introdussero la pratica della quarantena: un periodo di quaranta giorni che prevedeva l’isolamento delle navi in arrivo al fine di contenere eventuali focolai.
Tuttavia, la contumacia non era sempre una misura di sicurezza sufficiente e quando la pestilenza tornava a fare vittime tra le isole della laguna, i veneziani ricorrevano al cielo per ottenere la protezione che le precauzioni degli uomini non erano riusciti a garantire.
Vengono così erette la chiesa del Redentore, come voto per la fine della pestilenza che nel 1557 colpì la città uccidendo circa un terzo della popolazione, e la chiesa della Salute, o Santa Maria della Salute, in seguito alla drammatica epidemia del 1630.

Se vi trovate a Venezia tra il 18 e il 22 novembre potrebbe capitarvi, camminando tra le calli del sestiere di San Marco, di imbattervi in un ponte di legno di dimensioni modeste che, in maniera impertinente, si getta da un lato all’altro del Canal Grande imitando gli altri due ponti, Accademia e Rialto, che collegano le due sponde del canale: una passerella che, sostenuta da una serie di zattere, collega il Sestiere di San Marco a quello di Dorsoduro permettendo ai veneziani di raggiungere in poco tempo la Chiesa della Salute: il tempio votivo che il senato veneziano, con il beneplacito del Doge, eresse nel 1631 in seguito alla fine della pestilenza che, tra le sue vittime, privò la città del pittore Tiziano.151356j49_1188703554545151_1348157290_n
Da allora, dieci giorni dopo la festa di San Martino, i veneziani si recano in pellegrinaggio tutti gli anni alla chiesa della Salute e davanti all’icona sostano in preghiera accedendo una candela.
Un appuntamento imperdibile che fa sì che questa chiesa, solitamente ignorata e poco frequentata durante il resto dell’anno, si trasformi in una vera attrazione non solo per i veneziani che accorrono a rinnovare la propria affezione alla Madonna, ma anche per i turisti e i curiosi che, attirati dal trambusto e dalle bancarelle, vengono letteralmente traghettati dai fedeli verso le porte del santuario.

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Ad accogliere il visitatore, appena varcato una delle tre porte dell’ingresso, c’è l’altare maggiore al centro del quale è custodita l’icona cretese, oggetto della devozione dei veneziani, a cui fanno da cornice un gruppo di statue tra cui si distinguono, sulla sommità, Venezia impersonata da una donna inginocchiata, la Vergine Maria al centro intenta a scacciare la Peste che, incalzata da un angioletto, si allontana da Venezia e dalla popolazione.
La festa della Salute è, insieme a quella del Redentore che si festeggia a luglio, una delle tradizioni più radicate e famose di Venezia: un impegno e un gesto di venerazione e affetto che annualmente i veneziani rinnovano contagiando con la loro devozione anche i curiosi.

Ma non finisce qui! Come ogni festa popolare che si rispetti, anche la ricorrenza della festa della Salute ha le sue usanze più goderecce tra cui si annovera la “castradina“: un piatto tradizionale, che si consuma alla vigilia della festa, a base di cosciotto di montone, affumicato e stagionato, a cui si abbina una zuppa con foglie di verza, cipolle e vino. Se i vostri gusti sono meno ricercati, o semplicemente volete mangiare qualcosa di più leggero o veloce da consumare, le bancarelle che circondano la chiesa e fanno da cornice alle calli e ai campi sicuramente riusciranno a soddisfare le vostre esigenze con una vasta offerta di dolciumi (dalle frittelle allo zucchero filato senza dimenticare mele e frutta candita) e altri spuntini che renderanno la vostra passeggiata decisamente più gustosa.

*Jo