Il ventaglio

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Tra tutte le figlie di Verona la contessina Paolina del Brolo era la più bella e la più volubile: un suo sorriso faceva vergognare i fiori alle finestre, un suo battito di ciglia faceva arrossire la luna che svelta correva a nascondersi dietro le montagne o tra le nuvole, un suo sguardo fugace bastava a ispirare amore a chi incrociava con lei gli occhi.
Così tanta bellezza era, tuttavia, l’unica virtù di questa fanciulla che, ben conscia del suo potenziale, si pavoneggiava e gioiva nel vedere nobili e plebei sospirare invaghiti della sua grazia.
Leone, un giovane che lavorava per un nobile veronese, era solo uno dei tanti spasimanti che la contessina poteva vantare ma, essendo poco più di un garzone, il ragazzo si teneva ben lontano da lei e mestamente lavorava nutrendo il sogno proibito di un titolo nobiliare e un matrimonio con la bella Paolina.
Anno dopo anno, infrangendo il veto che gli impediva di parlarle, Leone si recava dalla giovane e con poesie e parole dolci cercava di conquistare il cuore della ragazza, promettendole ogni cosa per coronare quel sogno d’amore e felicità.
Tuttavia, la frivola contessina respingeva ogni sua dichiarazione e sbattendo le ciglia nere e sventolandosi con il ventaglio di pizzo bianco accampava scuse fantasiose o avanzava richieste che andavano ben oltre le possibilità del garzone innamorato.
Ma Leone, determinato e caparbio, non si perdeva d’animo e lavorava di buona lena per soddisfare gli assurdi desideri della sua amata contessina.
Passarono gli anni e mentre il giovane si spezzava la schiena sotto il peso del lavoro, la bella contessina sembrava non risentire dello scorrere del tempo e ogni primavera la ritrovava più florida e aggraziata della primavera precedente.
Il signore di Verona era solito organizzare all’indomani dell’equinozio di primavera un ballo aperto a tutta la cittadinanza: un’occasione per ballare, cantare e scambiare baci e parole sotto le stelle ancora troppo lontane e fredde per impicciarsi degli uomini e delle loro questioni.
Come al solito la contessina era il fiore più bello di quella ghirlanda umana che danzava e festeggiava la fine dell’inverno.
Le virtuose matrone si facevano il segno della croce al vederla ballare in maniera così ardita e rispondere senza alcun pudore ad ogni cavaliere che la invitava a ballare, le altre dame, invidiose, parlottavano tra di loro nascoste dietro i loro ventagli colorati e li abbassavano solo per regalare agli astanti sorrisi velenosi e moine di circostanze.
Paolina danzava e le sue dita si intrecciavano ancora ed ancora con quelle di cavalieri sempre diversi, incrociando con loro sguardi carichi di malizia e di sentimenti non detti.

Leone, rintanato all’ombra di una casa, guardava impaziente l’oggetto del suo amore passare tra le mani di così tanti giovani e scalpitante di gelosia ringhiava al vedere la sua contessina scambiare occhiate e parole d’intesa con giovani che meritavano nemmeno di vedere la sua ombra.
Tra il drappello di spasimanti che ovunque seguiva la contessina, si fece largo un giovane dai capelli scuri e la pelle abbronzata dal caldo sole del sud: sembrava un contadino, pensò Leone al vederlo avvicinarsi alla sua contessina, ma aveva maniere da principe e modi che indubbiamente facevano vibrare il cuore di Paolina come mani nessuno aveva fatto.
La contessina rideva, scherzava, si lasciava stringere e giocava con quello straniero abbandonandosi, forse per la prima volta, al calore di un sentimento autentico.
Leone era furioso.
Come osava quella sciocca giocare in quel modo con uno sconosciuto? Con quale diritto quel giovane dalla pelle ambrata cercava di sedurre la sua bella contessina? La sua pelle scura non era poi tanto diversa da quella di quel principe meridionale, i loro capelli corvini sembravano notte accanto a quelli dorati di Paolina e i loro occhi scuri erano gli argini che accoglievano lo sguardo cristallino della giovane.
Leone e il principe. Il principe e Leone.
Due giovani uguali in tutto, che solo la sorte aveva reso diversi ricoprendo uno di benedizioni e l’altro di miseria.
La bellezza di Paolina sfiorì davanti agli occhi del giovane: come una rosa che una folata di vento spoglia dei petali che strenuamente erano rimasti attaccati al gambo e ai pistilli.
Che se ne fa la bellezza senza un cuore da istruire? A cosa serve la grazia se non si ha con chi spartirla? Perché sorridere quando la gentilezza non cura, ma fa soffrire il cuore che si strugge d’amore?
Sciocco Leone: sognatore innamorato e disilluso che per anni aveva covato quella dolce speranza aspettando paziente che Paolina gli si concedesse.
Anni di corteggiamento, di speranze, sentimenti e sogni infranti senza alcuna pietà: frammenti di odio e rimorso che come dardi fendevano l’aria e squarciavano quel cuore già sanguinante e ferito.
Leone ringhiava, bestemmiava e borbottava mentre claudicante si trascinava per le strade di Verona.
L’eco della musica era ormai sparito, pensieri neri di gelosia e morte gli rimbombavano nelle orecchie con il ronzio di uno sciame d’api.
Propositi di morte e rancore rivolti all’unico amore del giovane: l’unica persona tanto amata da trasformare l’amore in odio e il bene in male.

La contessina dormiva serena tra i suoi cuscini che profumavano di sapone e lavanda.
I capelli sciolti sembravano una corona solare: ciocche dorate che si muovevano appena ogni volta che la giovane si muoveva rincorrendo principi o ballando in saloni che potevano esistere solo nei suoi più bei sogni.
Leone si arrampicò svelto fino al suo balcone, nelle tasche un bocciolo di rosa e un coltello: due segni d’amore per consacrare quel macabro rito.
Con cautela aprì la finestra e scostò la tenda leggera, scivolando come un incubo nella stanza della contessina.
– Paolina, mio amore, svegliati.-, sussurrò il giovane accostandosi alla ragazza e accarezzandole delicato le belle guance rosee e calde.
Ma Paolina non voleva saperne e anche nel sonno si ostinava a respingere Leone e lo allontanava, agitando la manina, con la stessa stizza con cui si allontanano le mosche.
Era troppo.
Leone la afferrò con decisione e la scrollò fino a svegliarla, mettendole una mano sulla bocca per impedirle di urlare e allertare la casa.
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.- Cominciò a recitare il giovane come fosse una nenia. – Un ultimo gesto d’amore, un’ultima dichiarazione, un’ultima parola d’amore prima che la notte tramonti e porti con sé una vita dannata. Paolina, mi ami tu? –
La rosa rossa, stropicciata e rovinata dalla vicinanza con il coltello, era ora tra Leone e Paolina, che terrorizzata lo guardava senza sapere cosa dire o fare.
– No.- Sussurrò spaventata la giovane.
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.- Ripeté testardo il giovane, sperando vivamente che la ragazza scegliesse la salvezza al coltello.- Davvero non ti interessa salvare un’anima resa nera dall’amore?-
– Leone, tu mi spaventi.- Gemette la contessina cercando di sfuggire dalle grinfie del garzone. – Per favore, vattene! Vattene o chiamo mio padre!-
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.-
I petali della rosa caddero a terra uno ad uno come schegge di vetro, mentre Leone prendeva il coltello e con un balzo si gettava sulla ragazza bloccandola sul letto.
– Allora sei dannata.- Paolina gemette, pianse, pregò, ma quelle lacrime una volta così efficaci sul cuore del giovane, ora erano vane e impietosa la lama di Leone calò sfregiando il viso della contessina.
Un macabro sorriso, rosso e sbilenco, si apriva sul volto smunto della ragazza: una crepa sanguinolenta che disegnava una macabra falce di luna che da un orecchio all’altro solcava il viso di Paolina.
– Vana bellezza! Vana bellezza!- Ammonì il giovane lasciando il coltello accanto alla sua amata e gettandole addosso il ventaglio dietro a cui si era nascosta tante volte per sfuggire alle sue dichiarazioni d’amore.
– Ora non sei più bella né dolce né cara, Paolina. Ma una rosa resta una rosa anche quando l’inverno arriva e ne strappa i petali e ne rattrappisce lo stelo.-
Il giovane si chinò di nuovo e con delicatezza baciò la ferita aperta sul volto della sua amata: lì dove ancora si poteva intuire il sottile disegno di due labbra ora violacee.
– Che tu sia maledetto, Leone.- Sussurrò tra le lacrime la giovane, cercando di sfruttare quel poco di fiato e di voce che le rimanevano.
– Non troverai pace né qui né all’inferno fino a quando io non avrò trovato chi apprezzerà di nuovo la mia bellezza.- Piangendo la giovane si alzò e barcollante uscì dalla stanza portando con sé il suo prezioso ventaglio e il coltello che Leone aveva usato per deturpare il suo bel viso.
Ferita e sconsolata, la contessina corse tra le strade ancora addormentate di Verona e alla fine del suo fuggire si ritrovò alla porta del principe straniero con cui aveva ballato quella sera stessa.
– Ho bisogno di parlare con il principe, è urgente.- Dichiarò all’inserviente mentre nervosa nascondeva dietro al ventaglio la sua ferita ancora fresca.
Sapendo di avere un’ospite così gradita, il principe non esitò a far salire la giovane nelle sue stanze e al vederla sulla soglia della sua camera, vestita in modo così umile e con solo il ventaglio a darle una parvenza di nobiltà, il principe sorrise bonario, invitando la contessina a sedersi accanto a lui sul letto.
– Contessina.- La salutò facendole un delicato baciamano.- Non credo sia conveniente una vostra visita a quest’ora della notte! Che cosa succede e come vi posso aiutare?-
– Principe.- Gemette Paolina senza scoprire il suo volto. – Principe, ditemi, voi mi trovate bella?-
Il giovane sorrise e la guardò con dolcezza, trovando deliziosa l’ingenuità della ragazza. – Vi trovo bella.- Confermò affabile.
Paolina sorrise e, nel colmo dell’entusiasmo, richiuse il ventaglio svelando al principe il suo sorriso macabro e sanguinante.
– Anche così, mi trovate bella?- Gli domandò con la stessa semplice speranza con cui aveva posto la prima domanda.
– Contessina… .- Inorridito il giovane sobbalzò cercando di allontanarsi da quel mostro sfregiato. – Contessina, che vi è successo? Quale orrore il vostro viso!-
Paolina, al sentire quelle parole, scattò in piedi e con gli occhi ridotti ad una fessura saltò addosso al principe, bloccandolo sotto di sé e brandendo con decisione la lama assassina ancora sporca del suo sangue.
– Vana bellezza! Vana bellezza!- Latrò delusa mentre il coltello calava e apriva la gola del principe, lasciandolo morto sulle lenzuola screziate e calde di sangue fresco. – Ma una rosa resta una rosa anche quando l’inverno arriva e ne strappa i petali e ne rattrappisce lo stelo.- Aggiunse ritrovando la sua dolcezza e baciando le labbra fredde e violacee del giovane.
– E io cercherò, cercherò fino a quando non avrò trovato chi apprezzerà di nuovo la mia bellezza.-

Ancora oggi Paolina percorre le strade di Verona: di giorno spia da dietro le colonne o all’ombra degli alberi gli amanti, li segue e sparisce tra le ombra della città prima che il tramonto la sorprenda per le vie.
Quando poi la notte cala e la luna sua complice si alza per illuminarle il cammino, la contessina ripercorre quelle stesse strade per cui ha rincorso giovani ed innamorati fino a quando, sotto un porticato o all’angolo di una piazza, non vede un giovane andarle incontro.
Il suo ventaglio comincia a sfarfallare, mentre i suoi occhi, resi neri dalla morte e dalla disperazione, si addolciscono.
I suoi capelli chiari sembrano ritrovare le sfumature dorate della gioventù, mentre il volto scheletrico ritrova vigore e salute: un incantesimo o l’ennesimo scherzo di una maledizione?
Come è immaginabile una simile trasfigurazione non può passare inosservata e allora il malcapitato si ferma e i suoi occhi incrociano quelli della contessina.
– Mi trovi bella?- Gli domanda la ragazza mentre si esibisce in una strana piroetta e cerca di trascinare la sua vittima lontano dalle luci della strada.
– Sì.- risponde senza esitazione lo sfortunato, rapito da quello sguardo languido e allo stesso tempo spietato.
La contessina, felice, richiude allora il ventaglio e la luna fa capolino illuminando con un suo raggio il tetro sorriso sul volto della giovane.
– Anche così mi trovi bella?- Domanda nuovamente la giovane, mentre tra le sue mani si materializza il coltello di Leone.
Terrorizzato la vittima trasale e invano cerca di sfuggire al coltello che minaccia la sua vita. Non esiste una risposta corretta, per la contessina, ma questo nessuno lo sa.
Se nei vostri occhi la contessina Paolina leggerà la paura e lo sgomento, allora lei vi taglierà la gola, ripetendo il monito che per primo le fece Leone e firmando quella lezione con un bacio di morte.
Se, invece, apprezzerete la sua cicatrice, allora ella prenderà il coltello e con la punta inciderà anche nella vostra carne un sorriso di sangue per rendervi belli quanto lei.
Morire o vivere? Qualunque cosa scegliate, al cospetto della contessina Paolina del Brolo, vi consiglio di non mentire.

Annrose Jones

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Shakespeare my Love

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L’eco di William Shakespeare sembra, anche a distanza di 400 anni dalla morte, non avere fine. I suoi sonetti sono studiati al liceo, le sue opere teatrali sono tra le più riprodotte e quelle con il maggior numero di adattamenti, il suo stile e i neologismi che ha inventato per la lingua inglese sono continuo oggetto di studio così come i suoi personaggi che affascinano per la loro psicologia e la loro costruzione. Luoghi come Verona o Roma rimbombano dei monologhi e dei discorsi altisonanti come quello di Marco Aurelio sulle spoglie di Giulio Cesare. Per non parlare delle frasi attribuite al Bardo che, in modo più o meno consono, vengono citate e rimbalzano di bocca in bocca, di schermo in schermo. Forse non è un caso che il 23 Aprile, data della morte di Shakespeare, l’UNESCO abbia indetto la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, anche nota come Giornata del libro e delle rose. Tale onore non poteva che spettare a lui: a questo scrittore che non riusciva a firmare due volte nello stesso modo i suoi scritti. Eppure la storia della letteratura è costellata di nomi che ci hanno regalato opere persino più notevoli di quelle lasciateci in eredità dal Bardo. Basti pensare alle tragedie greche, ai grandi poemi di Omero e di Virgilio o a quelli più recenti di Ariosto e Tasso. Si pensi alla Divina Commedia firmata da quello universalmente noto come il Sommo Poeta. O ancora guardiamo agli autori dell’ottocento la cui influenza è ancora molto forte nella nostra cultura e nel nostro immaginario. Victor Hugo, Baudlaire, Jane Austen, Louisa May Alcott,  i russi Tolstoj, Dostoevskij e via così fino ad arrivare ad autori contemporanei come Coelho, Rowling e King. Eppure, malgrado la fama che avvolge questi grandi della letteratura, nessuno sembra in grado di competere con Shakespeare e con la sua produzione poetica e teatrale. Perché? Le trame che Shakespeare ha portato sul palcoscenico non si possono propriamente definire un mero frutto della sua penna e del suo calamaio. Molte sono infatti le opere ispirati a fatti della storia romana, a leggende o a fatti della cronaca del tempo. La sfortunata storia d’amore di Romeo e Giulietta è solo l’ultima di una serie di sfortunati amanti inaugurata da Piramo e Tisbe e consolidata da personaggi come Abelardo ed Eloisa o Tristano ed Isotta. Tuttavia ciò non sembra inibire la fama di queste opere che di anno in anno consolidano la loro fama e godono di nuovi adattamenti e rappresentazioni sia nei grandi teatri, dove vengono portate in scena sulle note di Verdi, così come nei più modesti laboratori scolastici. Altrettanto entusiasmante è la vita dello scrittore che è stata portata sui grandi schermi dal film “Shakespeare in Love” del 1998 in cui viene raccontata la genesi del dramma degli amanti veronesi. Questa cornice, per quanto dettagliata, non ci consente ancora di capire quale sia il segreto di Shakespeare.

Analizzando le opere del Bardo ci troviamo davanti ad un vero e proprio esercito di personaggi, alcuni dei quali hanno addirittura ispirato all’epoca quelle che noi oggi chiameremmo fan fiction. Uomini, donne, maghi, streghe e spiriti che formano un caleidoscopio di volti, maschere, voci, emozioni e storie. Ogni scrittore, si sa, scrive del suo tempo e il tempo di William è sicuramente uno dei più agitati della storia. La scoperta dell’America è ancora fresca ed ora le potenze del Vecchio Mondo avanzano le loro pretese sulle terre aldilà dell’Atlantico. Il Rinascimento italiano è al suo climax, guerre scoppiano qua e là per l’Europa ridisegnando i confini dei regni e le città passano da una bandiera all’altra nel giro di pochi giorni. L’inquisizione comincia a far sentire la sua voce e cerca di mettere a tacere quella dell’eretico Lutero, a Venezia si comincia a dire “Sotto i dieci la tortura, sotto i tre la sepoltura.” per indicare cosa spettasse a chi finiva davanti a i tre giudici dell’inquisizione. Shakespeare nasce in un periodo storico in cui le fonte di ispirazioni non mancano di certo e in cui basta un naufragio al centro dell’oceano per immaginare un’isola sperduta governata da un mago buono e abitata da spiriti e selvaggi.

La vera fortuna di Shakespeare non è tuttavia il ricco contesto storico da cui attingere sempre nuove idee, quanto la sua capacità di creare personaggi reali pur disponendo solamente delle poche pagine di un copione teatrale. Gli uomini e le donne di William Shakespeare palpitano. Basta un gesto, una parola, una lacrima per stracciare la maschera dei re e delle regine e portare a nudo la loro vera essenza e scoprire che dietro quel volto di gesso e cuoio ve ne è uno di carne, anima, nervi tesi e sguardi attenti mentre la giostra del teatro intorno a lui ruota. La scena può cambiare, una corte può diventare un palazzo del governo e un’isola la cattedra di un professore ormai troppo stanco per continuare; ma i personaggi, no, gli uomini e le donne di Shakespeare continuano a parlare con voci che non parrebbero stonate se tra un salamelecco ed una riverenza parlassero anche di cellulari o social network.

Potere, odio, invidia, gelosia, amore, gioco, morte, vita, sfortuna, guerra, amicizia, tradimento.

Per Shakespeare non sono situazioni, nemmeno episodi, sono volti, sono storie in cui ognuna di queste parole può essere scritta con la lettera maiuscola con la stessa dignità che si dà ad un nome proprio.

No, Shakespeare non è un Prospero stanco che rassegnato spezza la propria bacchetta come chi non ha più trucchi né magie da mostrare al proprio pubblico o ai propri ammiratori. Non è nemmeno un Marco Antonio che si perde a piangere sulle spoglie di una vita spezzata, o al suo tramonto, e cerca di riscattarla. Shakespeare è un uomo d’onore e come uomo d’onore continua il suo monologo. La candela per lui è ancora accesa, anche ora che il vecchio Globe è andato distrutto. Per lui la fiamma non si consuma come è scritto nel sonetto 18:

“…Finché uomini respireranno o occhi potranno vedere. Queste parole vivranno, e daranno vita a te”

Ed è davvero così: uomini continuano a leggere le sue parole e a renderle vive! Il segreto di Shakespeare racchiuso in un piccolo verso in coda ad un sonetto come tanti altri. Il Potente, l’Odioso, l’Invidioso, il Geloso, l’Amante, il Giocoso, il Morto, il Vivo, lo Sfortunato, il Guerriero, l’Amico e il Traditore continuano a leggere le loro storie e a raccontarle nella speranza di rispondere alle proprie domande e trovare un senso alla vita: quella trama che nessun teatro e nessun poeta riuscirà mai a spiegare fino in fondo.

*Jo