Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

Dante al cinema ~ Streaming and Pajamas

Il Dantedì si avvicina e, per tale occasione, abbiamo pensato di suggervi due film che, per tematiche ed ambientazioni, si rifanno all’immaginario dantesto e alla sua opera più famosa: la Divina Commedia.

INFERNO (2016)

.: Trama :.
Il professor Robert Langdon si sveglia in un ospedale di Firenze con una ferita d’arma da fuoco alle testa e nessun ricordo di quanto accaduto, se non allucinazioni orribili che parlano di un pericolo incombente e che sembrano provenire direttamente dall’Inferno così come narrato da Dante Alighieri.

.: Il nostro giudizio :.
Tratto dal romanzo di Dan Brown Inferno (2013), il film si riassume in una rocambolesca corsa da Firenze a Costantinopoli con una tappa intermedia a Venezia (lo stesso percorso di Ezio Auditore nella trilogia di Assassin’s Creed: coincidenze? Io non credo) per cercare di impedire lo scoppio di una pestilenza che decimerebbe l’umanità.
Con una pandemia in corso Inferno non è esattamente il film adatto per passare una serata in tranquillità, ma anche senza il Coronavirus in circolazione il lungometraggio di Ron Howard risulta essere una cozzaglia di elementi che niente hanno a che spartire né con la Divina Commedia né con Dante, la storia e la cultura italiana, né tantomeno con i principi base della demografia.
Come per i capitoli precedenti Il codice Da Vinci e Angeli e Demoni, Brown (produttore esecutivo del film) gioca a fare il professore di storia farcendo il romanzo e di informazioni infondate o che fanno sorridere per la loro ingenuità.
Per noi il film risica la sufficienza 5-6/10: Firenze, Venezia e Istanbul offrono una cornice mozzafiato e la colonna sonora di Hans Zimmer è meravigliosa; ma non bastano a salvare una pellicola che sembra uno spin off, o un lontano parente, de National Treasure ( Il mistero dei templari in italiano ndr).

AL DI LÀ DEI SOGNI

.: Trama :.
L’amore che unisce Chris e sua moglie, la pittrice Annie è infinito: nulla, neanche l’aldilà può separarli. Chris muore in un incidente e raggiunge un paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un angelo molto particolare.

.: Il nostro giudizio :.
What Dreams May Come ( Al di là dei sogni in italiano ndr) è un inno e mescola con grazia e crudeltà elementi tra di loro agli antipodi ricordando che non ci può essere vita senza morte, né dolore senza speranza o coraggio senza amore
Il film, del 1998, è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statuintense Richard Matheson e fin dai primi minuti colpisce per il forte impatto visivo e per l’utilizzo dei colori che concorrono sapientemente, ma allo stesso tempo discretamente, alla narrazione divenendo a loro volta protagonisti.
Tutti i temi del film, infatti, sono uniti da questo filo rosso che corre, come una pennellata, con continui riferimenti all’arte: sia quella impressionista che ispira alcune location o i quadri dipinti da Annie ( la “moglie” di Robin Williams).
La trama del film e le ambientazioni rievocano con forza le suggestioni e le tematiche presenti nella Divina Commedia: come Dante, il protagonista compie un viaggio “a ritroso” nell’aldilà scendendo dal Paradiso all’Inferno dove l’ispirazione dantesca si fa più evidente.
Il film è tutt’altro che leggero e, se non approcciato con la giusta disposizione d’animo, può risultare impegnativo se non addirittura indigesto, per noi merita un 8.5/10.

*Jo

VODKA&INFERNO, La morte fidanzata

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VODKA&INFERNO, LA MORTE FIDANZATA

Autore: Penelope Delle colonne
Casa Editrice: Milena Edizioni
Anno di pubblicazione: 2016

.:SINOSSI:.
Questa è una storia che va raccontata a bassa voce, sull’epidermide del mondo. Una strana, sanguinosa famiglia. Venezia di echi dissonanti, poi la Russia di forti abbracci. Un alchemico mistero, della vodka che da incolore e innocua diventa rosso-sangue, un maniero che ha occhi per vedere, danze di balalaike, fischi cosacchi. Qualcosa di macabro, gotico, grottesco, tenero e perverso che sappia di morte, di dolore e orrore, ma anche di dolce, amaro amore. E infine una sola, piccola, insignificante domanda: può un vivo innamorarsi di un morto?

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

La scrittura di questa autrice esordiente è accurata, musicale e ha un sapore antico accentuato dalla ripetizione (a tratti esasperata) di locuzioni o aggettivi.
I personaggi vengono introdotti con la loro cornice di epiteti che, malgrado i nomi russi, si imprimono bene nelle mente del lettore aiutandolo a non perdersi. Ogni personaggio è ben caratterizzato e ha personalità ben strutturata, il che rende davvero difficile trovare un vero protagonista del romanzo, un eventuale antagonista e una parte per cui tifare.
Le descrizioni scorrono in modo piacevole e trasudano magia e mistero in giusta misura divenendo a tratti una poesia gotica.
Malgrado questi doverosi apprezzamenti ci sono stati diversi elementi che hanno influito negativamente sul mio giudizio finale.
Primo fra tutti la presenza di numerosi refusi: errori di battitura, frasi lasciate incomplete e segni di cancellature lasciate tra le pagine dopo la fase di editing e correzione.
In due o tre capitoli emergono influenze dialettali o più adatte ad una produzione orale che non scritta ma, considerando lo stile virtuoso e particolare dell’autrice, è una pecca che si può perdonare e accettare come “licenza poetica”.
Di licenza poetica non si può invece parlare nel momento in cui, presumo in buona fede, si usano in maniera impropria le parole o si fa parlare in un pessimo inglese un personaggio di origini americane (fosse stato un russo lo avrei trovato divertente, ma trattandosi di una giovane americana è stato davvero fastidioso).
La trama ricorda vagamente le vicende narrate in “Via col vento”: un giovane nobile decaduto che, armato di astuzia e intraprendenza, si ingegna per riportare in auge la propria casata, il tutto condito da danze cosacche, descritte in maniera coinvolgente, raggiri amorosi e segreti di sangue e vodka, pardon, Vodka&Inferno.
Arrivata a metà del libro ho visto alcuni personaggi impazzire mo’ di maionese e ci sono state alcune parti che ho saltato a piedi pari, trovandole poco rispettose, e che, purtroppo, cadevano negli stereotipi in cui sguazzano volentieri gli scrittori radical chic.
La tematica omosessuale, che è l’ombra dietro ogni parola, viene trattata con poesia e raffinatezza, per poi scadere in alcune pagine in una pornografia ingiustificata più degna di un harmony che non di un romanzo.
Veniamo ora all’altra tematica del romanzo: i vampiri. Ho letto molto poco su queste creature, che ho sempre trovato odiose, e la mia cultura si basa unicamente sui romanzi della Rice di cui ammiro la scrittura.
In questo libro gli insegnamenti dell’autrice statunitense sono lampanti: il Principe Mickalov è solo una versione esagerata del più celebre Principe Lestat.
Personalmente, avrei apprezzato molto di più il romanzo senza questa tematica grazie alla quale, in maniera astuta, l’autrice si è infilata negli scaffali degli Young Adult e dei fantasy: laddove sguazzano la maggior parte dei giovani lettori sempre pronti a sborsare quando gli viene propinata una nuova saga.
La decadenza dei Mickalov, la lotta per il riscatto della famiglia, gli intrighi, le morti misteriose e gli amori proibiti e sofferti erano sufficienti per fare di questa storia una bella storia che, per mantenere l’elemento fantastico, poteva comunque attingere dai segreti alchemici che trapelano tra le pagine del romanzo.

Che dire? Il mio voto è appena sopra la sufficienza 6/10.
Sorvolando sul fastidio che mi hanno fatto i refusi di cui ho parlato prima, ho trovato la storia a tratti esasperante, esagerata e piena di pensieri incastrati a forza tra un periodo e l’altro o luoghi comuni reiterati o già letti e sentiti in altri romanzi.
A chi lo consiglio?
Il libro ha, come ho già detto, tematiche forti e delicate: l’omosessualità, l’esoterismo, la corruzione della chiesa ortodossa, per citarne alcuni e di conseguenza non è un romanzo per tutti.
Fan di “Shadowhunters”, “Twilight”, “Fallen”: questo NON è il libro per voi; il bel tenebroso non è un principe azzurro pronto a salvare la bella di turno né un incompreso pronto a convertirsi davanti al vero amore.
Al contrario, gli amanti di Isabella Santacroce lo potranno sicuramente apprezzare, se non altro per i protagonisti che, come quelli della scrittrice riccionese, sono gli esclusi e gli scartati dal resto del mondo. Così come i lettori affezionati ai vampiri della Rice che saranno ben lieti di leggere, dopo tanta bibliografia straniera, un po’ di letteratura gotica nostrana.

*Jo

La festa della Salute

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Nell’età moderna pochi eventi influenzarono la produzione artistica e letteraria come la peste: il flagello che ripetutamente si abbatté sul continente europeo mietendo vittime senza alcuna distinzione tra ricchi e poveri, giovani ed anziani, uomini e donne.
Tuttavia la pestilenza che ha maggiormente colpito ed influenzato la cultura seicentesca fu quella che, nel 1630, colpì il Bel Paese e le maggiori città europee: è l’epidemia che si prenderà la vita di Don Rodrigo nel romanzo “I promessi sposi“, che strapperà alla sua città il pittore Tiziano e costringerà le gondole veneziane a rivestirsi della livrea nera che tutt’ora conservano.

La storia di Venezia si intreccia spesso con quella della peste che, nella Serenissima così come in Europa, ha mietuto un gran numero di vittime riducendo drasticamente la popolazione. Non a caso furono i veneziano che, per prevenire il più possibile il contagio, introdussero la pratica della quarantena: un periodo di quaranta giorni che prevedeva l’isolamento delle navi in arrivo al fine di contenere eventuali focolai.
Tuttavia, la contumacia non era sempre una misura di sicurezza sufficiente e quando la pestilenza tornava a fare vittime tra le isole della laguna, i veneziani ricorrevano al cielo per ottenere la protezione che le precauzioni degli uomini non erano riusciti a garantire.
Vengono così erette la chiesa del Redentore, come voto per la fine della pestilenza che nel 1557 colpì la città uccidendo circa un terzo della popolazione, e la chiesa della Salute, o Santa Maria della Salute, in seguito alla drammatica epidemia del 1630.

Se vi trovate a Venezia tra il 18 e il 22 novembre potrebbe capitarvi, camminando tra le calli del sestiere di San Marco, di imbattervi in un ponte di legno di dimensioni modeste che, in maniera impertinente, si getta da un lato all’altro del Canal Grande imitando gli altri due ponti, Accademia e Rialto, che collegano le due sponde del canale: una passerella che, sostenuta da una serie di zattere, collega il Sestiere di San Marco a quello di Dorsoduro permettendo ai veneziani di raggiungere in poco tempo la Chiesa della Salute: il tempio votivo che il senato veneziano, con il beneplacito del Doge, eresse nel 1631 in seguito alla fine della pestilenza che, tra le sue vittime, privò la città del pittore Tiziano.151356j49_1188703554545151_1348157290_n
Da allora, dieci giorni dopo la festa di San Martino, i veneziani si recano in pellegrinaggio tutti gli anni alla chiesa della Salute e davanti all’icona sostano in preghiera accedendo una candela.
Un appuntamento imperdibile che fa sì che questa chiesa, solitamente ignorata e poco frequentata durante il resto dell’anno, si trasformi in una vera attrazione non solo per i veneziani che accorrono a rinnovare la propria affezione alla Madonna, ma anche per i turisti e i curiosi che, attirati dal trambusto e dalle bancarelle, vengono letteralmente traghettati dai fedeli verso le porte del santuario.

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Ad accogliere il visitatore, appena varcato una delle tre porte dell’ingresso, c’è l’altare maggiore al centro del quale è custodita l’icona cretese, oggetto della devozione dei veneziani, a cui fanno da cornice un gruppo di statue tra cui si distinguono, sulla sommità, Venezia impersonata da una donna inginocchiata, la Vergine Maria al centro intenta a scacciare la Peste che, incalzata da un angioletto, si allontana da Venezia e dalla popolazione.
La festa della Salute è, insieme a quella del Redentore che si festeggia a luglio, una delle tradizioni più radicate e famose di Venezia: un impegno e un gesto di venerazione e affetto che annualmente i veneziani rinnovano contagiando con la loro devozione anche i curiosi.

Ma non finisce qui! Come ogni festa popolare che si rispetti, anche la ricorrenza della festa della Salute ha le sue usanze più goderecce tra cui si annovera la “castradina“: un piatto tradizionale, che si consuma alla vigilia della festa, a base di cosciotto di montone, affumicato e stagionato, a cui si abbina una zuppa con foglie di verza, cipolle e vino. Se i vostri gusti sono meno ricercati, o semplicemente volete mangiare qualcosa di più leggero o veloce da consumare, le bancarelle che circondano la chiesa e fanno da cornice alle calli e ai campi sicuramente riusciranno a soddisfare le vostre esigenze con una vasta offerta di dolciumi (dalle frittelle allo zucchero filato senza dimenticare mele e frutta candita) e altri spuntini che renderanno la vostra passeggiata decisamente più gustosa.

*Jo

La festa di San Martino

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Narra la leggenda, che in una fredda notte di novembre Martino cavalcasse avvolto nel suo pesante mantello per difendersi dal vento pungente e dalla pioggia, quand’ecco che gli si avvicinò un mendicante che gli chiese una piccola elemosina. Commosso da quel gesto, il futuro santo, non avendo con sé né denaro né cibo, smontò da cavallo e con la spada tagliò a metà il suo lungo mantello, regalandone una parte al povero infreddolito.
Riprendendo la via, Martino si accorse con suo grande stupore che il freddo si era fatto meno feroce e che anche il vento aveva cessato di soffiare, sostituito da un clima più mite, quasi estivo.
Quella notte, in sogno, Gesù apparve a Martino rivelandosi come il mendicante a cui aveva regalato il mantello e lo ringraziò per quel gesto di compassione.

Se l’11 novembre vi capita di passeggiare per Venezia potreste imbattervi nei Cavalieri di San Martino: bambini armati di pentole e coperchi che fanno un gran baccano per le strade attirando l’attenzione di viandanti e commercianti e la curiosità dei turisti. Questi coraggiosi cavalieri, con tanto di mantello rosso e corona in testa, vanno di porta in porta recitando una filastrocca chiedendo la carità e promettendo, in cambio di una dolce ricompensa, di allontanare il demonio.
Una tradizione italiana che, seppur con qualche difficoltà dovuta alla concorrenza di feste più commerciali, resiste tra le nuove generazioni di veneziani e ha negli anni contagiato anche i comuni veneti sulla terra ferma.
Ci sono molte e diverse versioni della filastrocca che questi drappelli urlanti intonano, per comodità noi ne riportiamo solo una a cui ne seguono altre due che i bambini recitano se hanno o meno ricevuto in dono qualcosa.

Oh che odori de pignata!
Se magnè bon pro ve fazza,
Se ne de del bon vin
cantaremo S.Martin!

S.Martin n’à manda qua
Perché ne fe la carità
Anca lu, co’l ghe n’aveva
Carità ghe ne faceva.

Fe atenzzion che semo tanti
E fame gavemo tuti quanti
Stè atenti a no darne poco
Perché se no stemo qua un toco!

Oh che odore di cucina!/ Se mangiate buon pro vi faccia,/ se ci date del buon vino/ canteremo San Marino!

San Martino ci manda qua/ perché ci facciate la carità,/ anche lui, con quel che aveva,/ la carità faceva.

Fate attenzione che siamo tanti/ e abbiamo fame tutti quanti/ state attenti a non darcene poco,/ perché se no stiamo qua un bel po’!

Una volta ottenuta la loro ricompensa, i bambini ringraziano recitando un’altra filastrocca:

E con questo la ringraziemo
Del bon animo e del bon cuor
Un altro ano ritornaremo
Se ghe piase al bon Signor
E col nostro sachetin
Viva, viva S.Martin!

E con questo la ringraziamo/del buon animo e del buon cuore/ un altro anno ritorneremo,/ se gli piace al buon Signor/ e con il nostro sacchettino/ viva, viva San Martino!

Se invece i bambini vengono liquidati a mani vuoti, allora il saluto che rivolgono è meno cordiale:

Tanti ciodi gh’è in sta porta
Tanti diavoli che ve porta
Tanti ciodi gh’è in sto muro
Tanti bruschi ve vegna sul culo.

Tanti chiodi ha questa porta/ tanti siano i diavoli che vi portano/ tanti chiodi ci sono in questo muro/ tanti siano i foruncoli che vi vengano nel culo./

Ma San Martino non è una festa solo per bambini, infatti, se vi guardate intorno, san-martino1nelle vetrine dei panifici e delle pasticcerie potrete notare un dolce, le cui dimensioni variano da forno a forno così come le decorazioni, a forma di cavaliere ricoperto di dolcetti e altre ghiottonerie.
E’ il dolce di San Martino: una tradizione culinaria veneziana che ogni anno viene rinnovata e invade, letteralmente, le vetrine dei negozi con i suoi colori sgargianti.
Se volete provare a fare il dolce di San Martino, qui trovate la ricetta e le indicazioni per creare il vostro cavaliere di pasta frolla.

Con questo non mi resta che salutarvi e augurare a tutti voi, veneziani e non, buon San Martino!

Viva, viva S.Martin!

*Jo

La gondola

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Venezia ha un cuore di nebbia e misteri, di storie e segreti che di canale in canale e di calle in calle si diffondono tra le fondamenta e i campi.
La risacca sussurra e le nere acque della Laguna raccontano le storie che da un’isola all’altra hanno ascoltato.
Venezia, che degli amanti è alcova e tomba, nelle notti di fine novembre si veste di nebbia e di pianto e alle anime prave che la sera si attardano a passeggiare sulle fondamenta, racconta una leggenda di morte e d’amore.
Camminando sulle fondamenta di Riva degli schiavoni o trovandosi a rimirare la Laguna da Punta della Salute, può capitare di scorgere nelle fredde e pallide notti novembrine, tra i flutti neri e i lembi di nebbia, una gondola bianca ornata con rose e fiori bianchi ormai secchi, che lenta scivola tra i canali assopiti scortata da quattro lumini accesi.
Avvicinarsi a questa gondola così inusuale è proibito e il suo gondoliere invisibile e taciturno non conduce mai la sua imbarcazione verso un approdo.
Lui rema, rema in silenzio e quando il suo dolore si fa troppo forte, allora intona una triste nenia che i più scambiano per il rumore della risacca o per il fischio del vento tra le calli e i canali deserti.
Ascoltando questa melodia, apparentemente sconclusionata e anche un po’ stonata, si possono iniziare a percepire lentamente nomi e anni e lentamente le note si trasformano in parole che raccontano la triste storia di Nereo Tegan e Francesca Venturin.

Nel 1628 un giovane gondoliere al servizio di una famiglia benestante, si innamorò perdutamente della figlia di un nobile, tale Giovanni Venturin, e malgrado gli impedimenti sociali e le continue minacce del signore, iniziò un appassionato corteggiamento a cui anche la ragazza finì per cedere.
Quel sentimento corrisposto con pudore e timidezza, non era sufficiente per coronare il sogno d’amore degli amanti, alla cui felicità Venturini si opponeva fermamente, negando ai due giovani la sua paterna benedizione e il suo consenso alle nozze.
Esasperati dalla testarda resistenza del genitore, Nereo e Francesca decisero di scappare da Venezia e di andare a cercare la propria fortuna lontano dalla Serenissima.
Una serva, che aveva ascoltato di nascosto i loro propositi, corse a riferire il tutto al suo padrone che, nel colo del furore, strappò la figlia dai suoi propositi di fuga e la segregò nel monastero di Santa Croce sull’isola della Giudecca dove, ne era certo, le monache avrebbero saputo insegnare alla ragazza ribelle i sacri valori della morale, della virtù e dell’obbedienza.
Tuttavia, restava da risolvere il problema del gondoliere innamorato che non si sarebbe di certo lasciato fermare dalle sacre mura del monastero.
Venturini ordinò quindi a due sgherri di uccidere il gondoliere e di nascondere il corpo tra i canali della città: sicuro che i topi e le onde si sarebbero disfatti per lui dei resti del cadavere.
Con un trucco i sicari attirarono Nereo in una calle e lì lo affogarono, affidandone poi le spoglie ai flutti neri e omertosi che ingoiavano tutto senza fare domande.
Il lungo silenzio che seguì a quella notte di morte raffreddò il cuore di Francesca che, infine, si rassegnò a quella vita di preghiera e rinuncia decidendo persino di diventare, per la gioia del padre, monaca e prendere i voti.
I mesi passarono e la città fu avvolta per l’ennesima volta dal nero manto della peste. Uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri, santi e peccatori morivano come mosche e come foglie avvizzite venivano raccolti e bruciati per contenere l’epidemia.
La peste, dio della morte e flagello dei vivi, alla fine trascinò con sé anche Venturini e la dolce Francesca, ma mentre il primo fu presto dimenticato, della seconda si continuò a parlare a lungo e con timoroso rispetto.
Dalla sua cella, ormai vuota e fredda, nella notte si sentivano provenire pianti e preghiere e nessuna messa o giaculatoria riusciva a calmare i lamenti di quello spirito in pena.
Poi, la notte del 21 novembre 1630, i pianti tacquero e il silenzio tornò ad avvolgere la Giudecca.
Quell’anima innamorata e triste si era arresa e infine era ascesa a quella gloria eterna che le spettava di diritto.
In quella stessa notte, a due anni dal vigliacco omicidio del gondoliere innamorato, una gondola bianca come la luna e splendente come una perla, iniziava silenziosa a solcare le acque della Laguna, diffondendo nell’aria il delicato odore di rose e fiori d’arancio.
Da allora Nereo naviga solitario e triste tra le isole e i canali di Venezia, scortato da quattro lumini, che segnalano la sua presenza e avvertono gli altri barcaioli, i gondolieri e i vaporetti.
Trai banchi di nebbia pallida e le onde nere e dense, Nereo naviga e di tanto in tanto canta nella speranza di richiamare a sé la sua amata che nemmeno la morte ha riportato tra le sue braccia.

Devyani Berardi

Ti è piaciuto questo racconto?
Faccelo sapere votandolo sul nostro sito o andando sulla nostra pagina Facebook. Nell’album “Brividi tra le righe” trovi questo e tutti i racconti brevi che partecipano al concorso.

Un racconto nel cassetto – I VINCITORI

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La prima edizione di “Un racconto nel cassetto” si è ufficialmente conclusa.
Il primo posto è stato conquistato dal racconto di Alessandro “Il lato nascosto“: una storia agrodolce che parla di discriminazione, dolore e amicizia. Al secondo posto si è piazzata Sher Jones con “La morte del re“: un’epica battaglia e la spietata morte che consacra l’amore di un re per la sua regina.Al terzo posto altra storia d’amore uscita dalla penna di Devyani Berardi: “L’amante veneziano” ci accompagna per le strade della Serenissima addormentata e ci invita a scoprire uno dei suoi più oscuri e macabri segreti.

Molto apprezzate sono state le storie di Ida “L’amore non si compra“, Unvialealberato Blogspot “I 1000 e 1 giorni da senile“, Annrose “La regina delle rose” e Monica “L’orma“.

Tutti i racconti resteranno a disposizione dei lettori sia sulla pagina Facebook che sul nostro sito.
Lo staff di Arcadia si congratula con il vincitore e con tutti gli scrittori che hanno partecipato con le loro storie: racconti usciti dal cassetto che ci hanno fatto commuovere, sognare e sorridere.

 

L’amante veneziano

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L’AMANTE VENEZIANO
Sono nato a Venezia il venti aprile del 1912 e di nuovo il cinque settembre del 1944, una piccola parentesi di morte ha segnato i miei giorni: un apostrofo di lutto, un battesimo funebre che, come un rito, mi ha consacrato quale nuova creatura immortale.
Mi chiamo Romeo Giovanni Coin e sono il custode di Venezia.
Sono nato Romeo, ma in più di cento anni di vita ho portato molti nomi e altrettante maschere.
Ho conoscenze, negli uffici comunali, che possono redigere per me un certificato di morte mentre con l’altra mano già stampano un nuovo certificato di nascita: quel pezzo di carta che mi regala una nuova esistenza e tiene a bada i curiosi fino a quando non vengono ingoiati dallo quello stesso ingordo sepolcro che mi ha rigettato.
Ma parliamo di lei, la mia amata Venezia.
Questa città è adatta ad una creatura immortale come me: entrambi siamo incastonati nel tempo e nella storia senza alcuna possibilità di sottrarci alle maree che salgono, dai tumulti e dal mare da cui poi usciamo, sempre e comunque, asciutti e sicuramente più puliti.
Esiste al mondo città migliore di questa per trascorrere il proprio esilio su questa terra? Venezia non è cambiata, non cambia e non cambierà.
I nomi delle calli possono essere riscritti, le piazze assegnate a personaggi più illustri di chi li ha preceduti, i monumenti possono essere deteriorati e sostituiti; ma Venezia, questo delfino un po’ gobbo che gioca dirimpetto all’Adriatico, lei non muterà: nei secoli fedele come una sposa.
Adoro perdermi tra i suoi ponti e i vicoli, quando è notte e i turisti sono troppo impegnati a sognare per tediare la mia città e il mio riposo con i loro schiamazzi e la loro ingombrante presenza. Io mi muovo in lei come un amante che ripercorre per l’ennesima volta i tratti che compongono il corpo della sua donna proibita. La osservo, respiro il suo odore di fiori, alghe morenti e acqua che da qualche parte ristagna in attesa di una nuova marea. Se sono di buon umore canto per lei e la corteggio con le poesie che conosco e che ho imparato ad amare nei lunghi pomeriggio trascorsi  a leggere, quando il sangue appena succhiato è ancora troppo caldo ed inebriante per concedermi un riposo tranquillo.
Altre volte, quando non piove e la città si sgombra velocemente dei turisti assetati di sole e primavera, mi rintano nei musei o nelle chiese che sbucano ovunque come fiori di campo: esempi mirabili di gotico e romano.
Passerei la vita, e lo farò, davanti ai dipinti che raffigurano la resurrezione di Cristo, due risorti che si fissano: uno asceso alla gloria eterna, l’altro imprigionato come Prometeo alla piattezza di una vita che sembra mortale ma non lo è.
Ecco un’altra cosa che mi fa amare questa città: è una riserva di caccia eccellente per chi, come il sottoscritto, può vivere solo grazie alle ombre.
Io aspetto che la notte cali sulle cupole del duomo e il portico che abbraccia piazza San Marco, attendo paziente, seduto ai tavolini esterni del Caffè Florian, e mi lascio cullare dalle melodie moderne che solo le corde di un pianoforte riescono a rendere apprezzabili, mentre sorseggio una tazzina di costosissimo caffè. Suppongo sia buono, visto il prezzo, ma la verità è che trovo molto più piacevole sentire il calore della porcellana scottarmi le dita e le mani e farmi, solo per un istante, dimenticare il freddo mantello che sempre mi avvolge.
Aspetto fino a quando uno zingaro ritardatario non mi passa barcollando davanti e, farfugliando parole incomprensibili, non attraversa tutta la piazza prendendo la strada che conduce all’Accademia. Mi alzo e come un amante lo pedino fino a raggiungerlo.
Lo abbraccio da dietro, un gesto intimo che mi permette di poggiare il mio cuore nero e morto contro il suo rosso e palpitante, muovendomi sui passi di una danza che solo io conosco lo porto lontano dalle luci della calle e lì affondo i miei canini mentre lui si abbandona tra le mie braccia come un innamorato tra quelle calde e seducenti dell’amore.
Cosa ne faccio poi del corpo? Ormai vi posso svelare uno dei più macabri misteri della Serenissima che poggia le sue fondamenta su una foresta di alberi di pietra, dune sabbiose e cadaveri.
Un tappeto di cupole, finestre dai lineamenti orientali e chiese sotto cui si nascondono anni di assassini consumati tra i campi e i sottoporteghi.
Esaltato dalla linfa appena succhiata, come un’ape ubriaca di polline, torno verso Piazza San Marco ormai deserta e, senza che nessuno mi veda, spicco un volo fino a trovarmi sulla punta del campanile, ben oltre il limite imposto ai mortali e ai turisti che si arrampicano fin quassù pagando un biglietto e prendendo un ascensore.
Comodamente mi siedo sul braccio alzato dell’angelo che silenzioso sorveglia la laguna e, restando aggrappato alla sua veste dorata, abbraccio Venezia con lo sguardo.
Sperimento, in queste silenziose contemplazioni, ciò che poeti, credenti e scienziati chiamano “infinito”.
Guardando le stelle mi riconosco cadetto della vita ed orfano della morte, persino loro, le stelle, un giorno mi lasceranno e come un fuoco d’artificio brilleranno un’ultima volta per poi perdersi per sempre.
Luce sprecata inghiottita dal nulla che riempie l’universo.
Resto lassù e, d’un tratto, non sono più solo in questa bizzarra veglia di cui nessuno sa.
Io, piccola vita che si consumerà nell’immortalità, loro, sentinelle silenziose che spariranno in un battito di ciglia o poco più.
E il sole comincia a levarsi oltre la linea di terra ed acqua che chiude questo quadrato di isole che chiamano laguna.
Resto ancora, ancora un istante per sentire quelle dita calde toccare la mia pelle come un secolo prima, quando un raggio di sole era una piacevole distrazione e non un errore fatale.
Lo guardo rivestire Venezia di colori nuovi, colori che io non posso più vedere, e prima che la gelosia mi accechi e mi renda pazzo mi precipito giù dal mio trespolo dorato, sparendo tra le calli ancora vestite di ombre e sogni.
Buongiorno Venezia, il tuo amante tornerà di nuovo.

Devyani Berardi

 

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L’ISOLA DEI MORTI

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L’ISOLA DEI MORTI
Autore: Valerio Massimo Manfredi

Casa editrice: Mondadori

Anno: 2002.: SINOSSI : .

Questa storia prende avvio e ispirazione dal rinvenimento e dallo scavo di due relitti medievali affondati presso l’isola, oggi sommersa in laguna, di San Marco in Boccalama, usata come luogo di sepoltura, se non di discarica, dei morti della peste del 1348. L’autore raccoglie gli elementi documentali di base di questa importante impresa archeologica ma rimescola completamente le carte per far partire un’avventura che subito decolla verso la dimensione dell’intrigo, del mistero e della caccia affannosa a un tesoro scomparso. Non si tratta di monete d’oro e d’argento né di un bottino di guerra dei marinai della Serenissima. Si tratta di un tesoro che nessuna somma di denaro potrebbe mai pagare, un patrimonio dell’anima, l’eredità di una mente superiore.

. : Il nostro giudizio : .

Purtroppo, devo ammettere che questo brevissimo romanzo di Manfredi non mi ha entusiasmato quanto avrei sperato.

Lo stile di Manfredi, solitamente molto chiaro ed estremamente coinvolgente che spinge alla curiosità e all’immedesimazione del lettore, in questo caso è lasciato in sottofondo e a tratti sparisce quasi del tutto regalandoci una bellissima trama scritta in modo troppo frettoloso.

Ci sono alcune situazioni che sembrano infilate in modo quasi casuale all’interno della trama e ci si aspetta che abbiano uno sviluppo che, però, non arriva mai cosa che confonde non poco le idee al lettore.
La geografia di Venezia, tuttavia, è spiegata molto bene e si nota che Manfredi ha una certa dimestichezza con l’archeologia rendendo estremamente realistiche le situazioni ad essa correlata.

Mi sento di dare a questo romanzo un 7/10 perchè, nonostante tutte le sue piccole pecche, arrivata alla fine sono andata a cercare se vi fosse un seguito (forse per ottenere un minimo di soddisfazione personale), pertanto non posso dire che non mi sia piaciuto.
Di certo non rientrerà nella lista dei libri da rileggere o in quella dei miei libri preferiti.

*Volpe

Tancredi e Maria

20160422_190541Il 25 aprile è una giornata di grande festa per il popolo veneziano e per il Veneto. infatti non solo si ricorda la liberazione e la fine della dittatura nazifascista sul suolo italiano, ma si festeggia anche il patrono di Venezia, San Marco, ed una festa che potrebbe essere considerata una versione primaverile di San Valentino. Se in questo giorno vi capita di passeggiare per le calli che da Rialto portano a Piazza San Marco non solo potrete vedere un tripudio di bandiere con il leone alato, ma verrete sicuramente incuriositi dalle rose rosse che troverete in giro per la città o intrecciate tra le dita degli innamorati.

Quella del Bocolo (= bocciolo di rosa) è una tradizione le cui origini affondano nella tragedia.

Maria, figlia del Doge Orso I Partecipazio (il 14° secondo la tradizione), era follemente innamorata di Tancredi: un giovane di umili origini che ricambiava i sentimenti della giovane figlia del Doge. Il signore di Venezia non approvava tuttavia la relazione tra la sua nobile erede e Tancredi e per dimostrare il proprio valore il giovane innamorato decise di partire per la Spagna per provare nella lotta contro i Mori il proprio valore al Doge e a tutta la Serenissima. Tancredi si distinse nella battaglia e la sua fama si diffuse a macchia d’olio così come il suo prestigio, ma il fato decise di essere tiranno e il giovane rimase ferito  mortalmente nel corso di una battaglia. Cadendo il suo corpo finì tra i rovi di un roseto da cui lui colse, ormai privo di forze, un bocciolo di rosa rossa che si era sporcato con il suo sangue pregando l’amico Orlando di portarlo alla sua amata Maria come ultimo ed eterno dono d’amore per lei. Orlando fece come gli era stato chiesto e consegnò alla figlia del Doge il prezioso dono di morte e d’amore che Tancredi gli aveva affidato. Il 25 aprile Maria venne trovata morta nel proprio letto con stretto al petto il fiore che il suo amato le aveva mandato. Da allora, il 25 aprile la tradizione vuole che lo stesso omaggio venga ripetuto dagli innamorati perché ognuno possa esprimere liberamente i propri sentimenti per la persona amata.

*Jo

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