Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio

Raccolta dei racconti brevi che partecipano alla seconda edizione del concorso “Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio”.
In questo album e sul sito web della pagina sarà possibile votare i propri racconti preferiti fino a domenica 24 settembre.
Vi ricordiamo che su Facebook è possibile votare solamente attraverso l’utilizzo del “like”, altre forme di apprezzamento non verranno calcolate nel conteggio finale dei voti.

 
 
Info&Regolamento

Link diretto alle storie in concorso:

Il canto dei Puffin

La passeggiata

Linea dritta

Magic Sahara

Radici

Rivoluzione in ritardo

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Pubblicità

~ Rivoluzione in ritardo ~

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Domenica di luglio, la stazione di Riccione, un paio di binari che permettono i collegamenti essenziali con le città vicine, è un crocevia: un crogiolo dove si rimescolano pezzi di dialoghi, storie di vacanze e fughe di un giorno verso i caldi lidi romagnoli.
Stranamente gli sguardi dei presenti non si specchiano sugli schermi luminosi degli smartphones, ma guardano in alto verso un monitor su cui, arancio su nero, compaiono i treni in arrivo e il relativo binario.
I più sbuffano, in troppi bestemmiano, mentre i più disperati e risoluti prendono d’assalto la biglietteria esigendo risposte e soluzioni per tutti i problemi creati dal ritardo dei treni: Trenitalia non è nota per la sua puntualità svizzera, ma questa volta ha davvero esagerato.
Arriva un regionale, la direzione non importa basta partire e allontanarsi da questa città che odora di mare, sudore, ansia e nostalgia per il week end ormai finito. In un istante, la banchina della stazione si trasforma nel set di un film western, dove turisti accaldati e stanchi si avventano contro le porte del treno con la stessa ferocia di un esercito di banditi all’attacco del convoglio dei pionieri, manca solo la cavalleria e un regista pronto a gridare “STOP!” prima che la situazione degeneri. Qualche controllore, con l’aiuto di due capistazione e un paio di poliziotti, cerca di mantenere l’ordine e di garantire la discesa dei viaggiatori prima che la fiumana che cerca di scappare da Riccione li intrappoli fino alla fermata successiva.
Salire sul regionale diretto a Piacenza diventa una fatica giobbica e poco ci manca perché i passeggeri si arrampichino anche sul tetto dei vagoni, adottando una tecnica che in India non sembrerebbe né folle né sbagliata.
Poco a poco, treno dopo treno, la stazione comincia a svuotarsi e sui marciapiedi ormai vuoti, dove assenti svolazzano cartacce e biglietti stracciati, restano gli ultimi viaggiatori in attesa degli Intercity e delle Frecce.
Il tempo passa, il sole non si decide a calare e la fame comincia a dare i primi timidi morsi mentre l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo: cinquanta minuti, un’ora, un’ora e dieci.
Si ride per non piangere e si comincia a parlare della destinazione come di un’amante da cui si ha smania di tornare.
Finalmente il treno arriva e, malgrado la prenotazione, è difficile trovare un posto a sedere tra i passeggeri che sono saliti nonostante il biglietto diverso e quelli che sono stati spostati dalle carrozze in cui non funziona l’aria condizionata.
Finalmente si parte e anche gli ultimi si lasciano cadere sfiniti sui sedili, cercando di ritagliarsi uno spazio tra le borse e i passeggeri più invadenti.
Una madre, andando contro il suo istinto materno, relega il figlio nel vano tra le due carrozze e fa accomodare tra le gambe il cucciolo di labrador che, a suo dire, è stressato e ha bisogno della frescura dell’aria condizionata.
Dall’altra parte del vagone due donne battibeccano per appropriarsi del posto a sedere: gesticolano furiose, sbraitano sorde l’una alle ragioni dell’altra. Alla fine una delle due si allontana impettita dall’avversaria ed esclama che, a differenza della contendente, lei è una signora che non si accapiglia per un sedile.
Il viaggio procede, alla stazione di Rimini salgono altri passeggeri e il copione si ripete più o meno uguale: chi ha un po’ di buon senso cerca posto altrove e si accomoda dove e come può, qualcun altro, agitando il proprio biglietto con la stessa veemenza e sicurezza con cui si impugna un contratto, costringe gli usurpatori a sloggiare per farlo sedere.
Il controllore attraversa spedito la carrozza, tenendo lo sguardo basso per evitare di rispondere alle domande dei passeggeri e di inciampare sulle borse abbandonate alla bene meglio tra i sedili e i tavolini ingombri. Se potesse diventerebbe invisibile, ma è solo un controllore di Trenitalia e la sua più grande preoccupazione è quella di non essere linciato dai viaggiatori innervositi dal ritardo.
La madre degenere, stringendo il suo cucciolo di labrador al petto, placca il povero controllore, che cerca inutilmente di sfuggire dalle sue grinfie e rassegnato sorbisce impotente le lamentele della donna, incassa le sue rimostranze e cerca in tutti i modi di contenere l’indignazione della signora che, cagnolino in braccio, continua a lamentarsi del caldo, della gente e di altre scomodità su cui persino il Padre Eterno avrebbe ben poco potere.
Il treno frena bruscamente e il controllore se ne approfitta per riprendere la sua precipitosa ritirata verso la testa del treno.
Frattanto un nuovo problema si fa capolino tra i sedili e, stazione dopo stazione, l’aria all’interno della carrozza si fa sempre più pesante: complice il mix letale di “eau de sudor” e aria condizionata mal funzionante.
In pochi istanti la carrozza sembra trasformarsi in una serra dentro cui svolazzano decine di farfalle di carta colorata. Le vecchiette, con l’espressione di chi ne sa una più del diavolo, sfoderano i loro ventagli e iniziano pigramente a farsi aria, mentre i più giovani ed impreparati improvvisano un ventaglio con quello che trovano: pezzi di carta, biglietti del treno o pagine di una rivista. Per alcuni minuti il rumore di carta svolazzante copre il mormorio sommesso della carrozza, ma è una tregua che dura poco; solo le vecchiette, complice il decennale allenamento della messa domenicale, continuano a sventolarsi con nonchalance e a guardarsi intorno con espressione beffarda.
La stazione di Bologna è ancora lontana e il nervosismo comincia ad essere palpabile: i sedili, così tanto agognati e duramente conquistati, cominciano ad essere stretti e i più impazienti cominciano a scalpitare irrequieti e a lamentarsi più rumorosamente.
Prima che qualcuno possa stemperare la tensione, i luoghi comuni cominciano a concatenarsi in una lunga catena di lamentele tutte volte a rimarcare i numerosi problemi di un paese che sogna in grande, ma campa di stenti.
I più esagitati, quelli confinati su quei vagoni già dalle prime ore del pomeriggio, cominciano a parlare di rivoluzione e le loro idee trovano subito l’appoggio dei vicini di posto che annuiscono compiaciuti come religiosi intenti ad ascoltare una confessione particolarmente interessante.
La situazione comincia a farsi claustrofobica anche per me e, per non essere contagiata dalle idee sovversive dei miei compagni di viaggio, decido di alzarmi e dirigermi verso il vagone bar per prendere una bottiglia d’acqua.
Lungo la strada incrocio il controllore che, per evitare l’ennesimo interrogatorio, mi sfila accanto sempre tenendo lo sguardo basso, per poi cambiare atteggiamento alla mia richiesta cortese e pacata di un sorso d’acqua. Con rinnovata cortesia e speranza nel genere umano, il controllore mi accompagna fino ad un vano tra due carrozze dove a mo’ di barricata (il primo goffo tentativo di rivoluzione?) sono stati abbandonati scatoloni pieni e vuoti.
Mi metto a rovistare tra i sacchetti e i cartoni accatastati, fino a quando, dopo l’ennesima scatola mal piegata, non trovo delle buste di carta traboccanti di generi di conforto quali acqua, biscotti, succo di frutta, fazzolettini e salviette.
La rivoluzione può ancora essere fermata.
Senza pensarci due volte afferro tutti i sacchetti che riesco e torno alla mia carrozza dove inizio a distribuirli.
Improvvisamente mi sento protagonista di un miracolo moderno: una parabola che parla di un treno in ritardo, un popolo in viaggio e dell’eletta che diede loro Oreo e succhi di frutta per affrontare l’esodo.
Il mio buon senso mi impedisce di diventare blasfema e con alcuni compagni di viaggio faccio la spola tra le scorte e il vagone per distribuire a ciascuno il suo sacchetto, condendo lo smistamento con le fantomatiche scuse di Trenitalia. Fortunatamente la fame e la stanchezza fanno sì che nessuno abbia voglia di fare domande e tutti accettano la loro busta di viveri senza questionare sul fatto che una “civile” aiuti il personale di bordo.
A Bologna il treno si svuota e io resto sola con la mia razione di Oreo e il mio libro.
Il vagone è ormai vuoto e la pace è tornata a regnare tra i sedili abbandonati.
A Rovigo i miei compagni di viaggio si contano sulle dita di una mano e, per mia fortuna, nessuno ha voglia di parlare o di lamentarsi: hanno tutti troppo sonno per reagire alla noia e alla stanchezza.
Il libro sul tavolino davanti a me resta chiuso e in silenzio osservo il tramonto sfilare al di là del finestrino, mentre questo treno corre sempre più sicuro e rapido verso oriente andando incontro alla notte.
Una freccia scagliata verso la luna: contro la culla dei sogni e delle fantasie.
Per un attimo il mio animo poetico sembra risvegliarsi e, prima che l’immagine si dissolva davanti ai miei occhi, la segno sul mio blocco per poi lasciare cadere la matita accanto alle pagine ancora intonse.
La mia razione di Oreo è ormai finita e, per non abbuffarmi, mi limito a piluccare le briciole che si sono incastrate tra le pieghe dell’incarto.
Ora che ci penso, qualche biscotto in più non mi dispiacerebbe e, riflettendoci ancora meglio, credo proprio di essermi guadagnata una razione extra di Oreo: dopotutto ho impedito lo scoppio di una rivoluzione.
Ciondolante e affamata mi trascino fino al vagone dove ho trovato i primi sacchetti ma, con mio grosso dispiacere, scopro che qualcuno ha già provveduto a fare razzia, lasciando nei sacchetti i succhi di frutta alla pera.
Delusa torno al mio scomparto, certa di trovarlo nella stessa pigra quiete in cui l’ho lasciato appena pochi secondi prima, ma mi basta aprire la porta della mia carrozza per capire che anche questa mia aspettativa è destinata ad essere delusa.
Attorno ad un sedile un capannello di viaggiatori discute animatamente e, al vedermi, uno di loro si volta verso di me.
“Tu sei mai andata a Venezia in treno?” mi chiede con la stessa urgenza con cui si chiede chi sa praticare un massaggio cardiaco.
“Sì, io ci vivo a Venezia”.
“È vero che a Mestre il treno si divide e che una parte va a Venezia mentre l’altra va a Trieste?”
La rosea visione di Venezia e del mio letto viene bruscamente offuscata dalla raccapricciante immagine di un treno che, come Centipede*, si frammenta in due incurante dei passeggeri che scappano da una carrozza all’altra.
“Questa ragazza dice che è così, che dividono il treno. Ha detto che è un sergente dell’esercito e che vive a Venezia!”
Prima di rispondere alla mia compagna di viaggio, mi fermo ad osservare la militare davanti a me riflettendo sulle conseguenze a cui andrei incontro contraddicendo un’ufficiale dell’esercito italiano e, alla fine, decido di dare fondo a tutte le mie scarse capacità di mediazione per scongiurare il pericolo senza smentire il sergente.
Sono convinta che, tra una sfilata e l’altra, il controllore ci avrebbe avvertito dell’imminente mitosi del treno, ma per essere certa decido di risolvere il problema alla radice rivolgendomi al capotreno e, siccome la mia voglia di Oreo non si è ancora esaurita, ne approfitto per chiedergli se è rimasta qualche sporta di viveri.
Ancora una volta il karma, o chi per lui, decide di premiare il mio senso civico e vengo premiata con scorte da cui nessuno ha tolto i biscotti.
Per mia sfortuna non ho la borsa con me e a malincuore sono costretta a tornarmene a mani vuote nella mia carrozza, che alla stazione di Mestre si svuota completamente lasciandomi libera di agire e fare razzia.
Arrivata a Venezia scendo dal treno con la stessa frettolosa disperazione di un naufrago che, dopo mille peripezie, riesce finalmente a raggiungere la terra ferma e guardando gli ultimi passeggeri scendere dal treno noto che il mio è un sentimento condiviso.
Mi sistemo meglio la borsa a tracolla, cercando di non far scricchiolare troppo i tubi di Oreo mentre passo accanto al controllore e lo saluto con un sorriso e un cordiale “Grazie e buona notte.”
Da qualche parte sento la mia coscienza rimproverarmi per quel furto di biscotti, ma per quella sera decido di non darle ascolto: penserò domani a spiegarle che, avendo sventato un colpo di stato, qualche pacco di biscotti è un compenso più che giusto.
Lentamente mi trascino fino all’embarcadero e abbandono sulla panchina deserta la borsa e la valigia, per poi uscire e controllare l’orario del prossimo battello.
In alto, su un monitor nero, una striscia arancione lampeggia beffarda.
“SERVIZIO SOSPESO CAUSA ACQUA ALTA”.

*Centipede è un videogioco arcade di genere sparatutto in cui il giocatore deve difendersi da un centopiedi e da altri artropodi da giardino.

Annrose Jones

 

 

 

 

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~ Il canto dei Puffin ~

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Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente voluto.
Ebbe luogo, nel lontano agosto del 2008, un viaggio che aveva lo scopo di mostrare a due giovanotti di 12 e 13 anni una parte del globo ancora interamente tra le mani di madre natura. Un idilliaco paradiso nordico in cui animali dal nome delicato ed evocativo avevano dimora da millenni.
L’isola dei Puffin.
Ora, sono certa che ce l’avesse un nome e che si trovasse in Norvegia e non mi interessa se tutte le ricerche condotte in internet a riguardo mi abbiano riportato ad un’isoletta vicino all’Islanda: faranno fede i miei vividi (più o meno) ricordi.
Ma partiamo dall’inizio.
Io, i miei genitori e mio cugino eravamo in crociera ed era giunto il fatidico giorno della visita all’isola dei Puffin.
Gli inserti pubblicitari di quella specifica gita sembravano vergati dalla mano di un poeta: i paesaggi erano descritti con parole altisonanti, probabilmente in disuso dal 1800; l’esperienza che ci accingevamo a vivere era unica ed irripetibile.
Immagino ci dovesse essere una profezia a riguardo, sicuramente, perché una così alta concentrazione di bellezze naturali non poteva non portare con sé la minaccia di non ripetersi per altri 10.000 (diecimila) anni.
Era davvero un’ottima pubblicità che lasciava al pubblico un certo grado di mistero.
Non potevamo non usufruire di quella fortunata coincidenza astrale e terrena.
Dunque, come dicevo, era giunto il giorno della partenza per la gita miracolosa che ci avrebbe portati a vedere i volatili più belli dell’universo.
Arrivati al punto di ritrovo, mentre aspettavamo l’autobus, una sola domanda aleggiava tra i presenti: cosa sono i Puffin?
All’epoca non esisteva ancora il roaming internazionale, i cellulari non avevano internet e l’unico modo per cercare una foto di un adorabile Puffin, o almeno la traduzione del suo nome, era accedere ad uno dei computer fissi presenti sulla nave, pagare e fare la ricerca in internet.
Le aspettative erano alte, la tensione palpabile.
Una vecchia signora, che chiameremo affettuosamente “Signora Joy Fun Travel”, spezzò il silenzio che si era formato nell’attesa del pullman e della guida.
Non ricordo le esatte parole, ma non potrei mai dimenticare la sensazione di smarrimento che provai nell’udire la frase:
– Qui a quanti metri siamo sul livello del mare?
Guardai la nave dalla quale eravamo appena scesi. Guardai la signora Joy Fun Travel e mi chiesi quale intelligenza superiore dovesse averla in quel momento ispirata per porre una domanda cui nessun altro mai (e chissà perché, eh?) aveva pensato.
Non trovò risposta, evidentemente nessuno di noi era abbastanza bravo a calcolare i centimetri ad occhio per dirglielo.
Fortunatamente, a spezzare l’imbarazzo creatosi dopo quella domanda troppo intelligente, fu la guida.
La guida incarnava tutto ciò che una tipica bellezza nordica non sarebbe dovuta essere: era cinese.
La salvatrice ci fece salire sull’autobus e tutti insieme partimmo. La meta? Un secondo porto dal quale avremmo preso la piccola barca rossa che solcava il mare del nord verso l’isola dei Puffin.
Durante il viaggio ottenemmo anche la risposta alla domanda “cosa sono i Puffin”.
Salendo, infatti, tutti quanti potemmo notare che seduto sulla prima fila di sedili e con la cintura di sicurezza ben allacciata, c’era un enorme peluche di una pulcinella di mare.
No, non poteva essere un Puffin, cercammo di consolarci tra di noi.
Non potevamo essere andati a vedere un’isola piena di semplicissime pulcinelle di mare.
Sull’autobus, i più bravi in inglese cercarono di convincere noialtri che i due nomi (Puffin e Pulcinella di mare) erano troppo diversi per rappresentare il medesimo uccello: quel peluche doveva solo essere il portafortuna dell’autista.
E invece no.
Non so dove avessero preso la laurea quei geniacci, ma i Puffin sono assolutamente, totalmente, inequivocabilmente delle pulcinelle di mare.
Rassegnati al nostro destino e con un certo imbarazzo, cercammo di fingerci entusiasti di quella scoperta. La nostra guida, molto cinese e poco norvegese, cercava di raccontarci, in un pessimo inglese, quali prodezze potevano compiere quei pennuti simili a pinguini ma dal nome più bizzarro ancora.
Il falso entusiasmo si trasformò in speranza nel vedere la barchetta sulla quale saremmo dovuti salire: somigliava a un piccolissimo battello di colore rosso che prometteva davvero tante avventure.
E infatti, arrivarono.
La navigazione per raggiungere l’isola dei Puffin (o meglio chiamarle Puffinelle di mare?) sarebbe durata all’incirca un’ora. Forse durò meno, ma me la ricordo abbastanza lunga e soprattutto agitata.
Il mare del nord sembrava voler a tutti i costi impedire a noi impavidi viaggiatori di raggiungere la meravigliosa isola dei Puffin. Era come se volesse tener lontano l’occhio umano da quell’incontaminato paradiso naturale; sottrarre l’isola alla mera logica economica dell’uomo occidentale che rende tutto, anche la perla più preziosa, oggetto del suo consumismo sfrenato.
Con il senno di poi, ritengo che il mare del nord desiderasse solo farci naufragare per risparmiarci una cocente delusione.
Devo sottolineare che durante il tragitto era data la possibilità ai naviganti di scendere sottocoperta e prendere un bicchierino-di-plastica di tè e qualche biscottino, ovviamente a pagamento.
E’ vero che era agosto, ma in Norvegia fa freddo comunque, quindi io e mio cugino decidemmo di godere di quella piccola dolcezza e, dopo aver costretto a pagare due turisti che volevano fare i furbetti, ci accingemmo a consumare il nostro tè.
Ora: io non soffro il mal di mare, lui, sì.
Con la stessa velocità di un battito d’ala di farfalla, il colorito di mio cugino passò da rosa intenso a verde oliva marcia e io ebbi la sensazione che anche la sua vita avrebbe avuto la medesima durata di quella dell’insetto.
A ciò si aggiunse che il tempo peggiorò. La barca si era fermata nei pressi dell’isoletta dei Puffin: uno scoglio senza vegetazione, non più largo di un paio di metri quadrati, e all’apparenza assolutamente privo di Puffin!
Le onde si inasprirono portando la barca a oscillare pericolosamente prima a destra e poi a sinistra, aggravando la nausea del mio povero cuginetto (io dovevo avere uno stomaco di ferro perché gridavo “wiii” correndo da una parte all’altra del ponte seguendo le onde) e mettendo a dura prova i nervi di tutti gli altri passeggeri.
Alle mie grida di giubilo si unirono quelle della guida che cominciò ad indicare un preciso punto dello scoglio sul quale, a suo avviso, era appena comparso un Puffin.
Immagino che tutti gli altri passeggeri fossero troppo occupati a pregare affinché la barca non si ribaltasse per poterlo notare, perché nessuno di noi lo vide.
Quello fu il solo avvistamento.
Per tutto il resto del tempo, la guida continuò a invitarci ad ascoltare il meraviglioso canto del Puffin (che poi immagino fossero le mie grida di gioia ad ogni onda).
Per quanto mi riguarda, fu davvero una gita stupenda, superiore ad ogni mia più rosea aspettativa: oltre ad avere un motivo per prendere un po’ in giro mio cugino, adesso ho un vero e proprio mistero da risolvere.
Dove diavolo sono finiti i Puffin dell’isola dei Puffin?

Rossana Omodeo Zorini

 

 

 

 

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~ La passeggiata ~

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Dietro una curva, l’asfalto bruno non ancora luccicante e tremolante per il caldo, fa da sfondo alla passeggiata mattutina, o meglio, alla prima caccia dal sorgere del sole, di due leoni scortanti di malavoglia due leonesse con le orecchie e i baffi in attesa di cogliere qualche movimento significativo nel bush immobile.
Ci avviciniamo a motore al minimo, il maschio più anziano sembra un sultano che guarda dall’alto il suo harem, ma è stanco e un momento dopo si stende sul manto d’asfalto attendendo un cenno delle femmine.
Sempre con il motore al minimo sorpassiamo i maschi e ci posizioniamo un tratto più avanti, anticipando le leonesse che procedono a passo rilassato sulla strada.
Fermiamo il motore e nel silenzio mattutino della boscaglia, interrotto solo dal richiamo degli uccelli sugli alberi, attendiamo che gli animali ci sorpassino per goderci la loro vicinanza.
Le zampe feline si appoggiano sulla strada senza un rumore, con eleganza, come se fossero dei cuscini di piume che si appoggiano su un divano, i corpi affusolati si muovono in una danza speciale, senza musica, con le criniere appena mosse dalla brezza e le code dondolanti a ritmo sincopato.
Il mio finestrino è spalancato ed io, con la mia macchina fotografica pronta a scattare, resto appiccicata al vano libero godendomi la fragranza mattutina del bush.
Eccoli che arrivano, davanti le due femmine, con le orecchie in movimento e le narici frementi, dietro il maschio più giovane con la criniera appena un pò più scura della peluria da cucciolo e , dietro di lui, il vecchio sultano con la coda pigra che scaccia le mosche svogliatamente.
La prima leonessa si ferma alla nostra altezza, di fianco al furgoncino, mi basterebbe allungare la mano per toccarla.
Immobile, gira la testa verso la discesa al bush quasi a cercare un rumore che possa interessarla, con i baffi frementi nel lieve vento del mattino.
Ora la sua testa si gira verso di noi ed io mi trovo a fissare due occhi gialli, limpidi e crudeli, che sembrano frugarmi dentro, senza che nessun ostacolo si frapponga tra noi.
Il mio sopito istinto di sopravvivenza muove inconsciamente il mio stomaco che si chiude velocemente in un pugno rabbioso.
Le iridi gialle sono finite dentro le mie e le incatenano con una strana malìa che mi impedisce di muovere anche un solo muscolo.
Lei è la cacciatrice ed io sono la preda, lei è la dominatrice e io colei che è dominata, lei è libera e io sono in gabbia, lei è l’Africa e io la spettatrice.
E’ tutto finito, con uno scatto sono tornati nella boscaglia, lontano da noi e dalla nostra curiosità.
Gli arbusti si chiudono alle loro spalle e il loro manto marrone chiaro già li mimetizza completamente al paesaggio, sono diventati invisibili a noi e alle loro future prede.
Un raggio di sole nascente spezza l’incanto dell’intreccio di ombre sui rami di un baobab, filtrando da una nube passeggera nell’alba chiara di un giallo mattino africano.

Monica Barzaghi

 

 

 

 

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~ Radici ~

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“Cosa significa per te la parola viaggiare?”

Ciò mi chiese una volta una mia amica, non seppi che risponde allora ma se me lo richiedesse ora avrei la risposta giusta.

Non avrei mai pensato di andarmene, di sradicarmi completamente per poter mettere radici in un altro posto. Chi avrebbe mai pensato che una semplice ragazza come me che vive in un paesino piccolo potesse arrivare a vivere a Londra? Me lo sto chiedendo ancora e questo viaggio è tutto da raccontare.
Avete mai comprato un biglietto aereo all’ultimo momento senza aver programmato nulla? Ecco io si e mi sembrava pazzesco allora, la cosa più emozionante che avessi mai fatto. Il viaggio era tre giorni dopo.
Poche valigie, due per l’esattezza e l’adrenalina che saliva. L’idea di scappare da un paese che produce sogni ma non un futuro, per nessuno.
Il potere che si sente di avere nell’avere in mano un passaporto e una carta d’imbarco non hanno prezzo, con solo quelle due cose si può andare ovunque. Non credevo mai a chi mi diceva “se lo vuoi veramente succederà”, per me era solamente una frase fatta per dare false speranze alle persone.
Il mio arrivo a Londra fu molto stancante, non avevo mai intrapreso un viaggio così da sola, dove dovevo semplicemente cavarmela da sola, sopportare la stanchezza e il peso delle valigie e andare avanti. Continuavo a dirmi che ce la potevo fare, mancava poco all’arrivo al mio alloggio temporaneo, resisti.
Ammetto di avere avuto voglia di tornarmene quella prima sera, tutto lo stress del viaggio aveva influito sulle mie emozioni, volevo solamente tornare a casa e abbandonare quella stupida idea.
Pensavo a come mi sentivo mentre ero ancora in volo, vedevo il magnifico Regno unito dall’alto, il verde che prevaleva al di fuori delle città era qualcosa di stupefacente, non avevo mai visto così tanto verde in vita mia.
Peccato il brutto tempo, se avessero avuto un clima migliore poteva essere più vivibile, chi non avrebbe voluto vivere li se fosse così? Clima favorevole e lavoro a volontà.
I primi giorni li spesi tutti a fare la turista, la prima cosa che visitai fu Oxford Circus e me ne pentii subito. Non avevo mai visto una strada così affollata, perché tutti si ostinavano ad andare lì mi chiedevo di continuo, non c’era spazio per passare né per vedere le vetrine dei negozi che affollavano quella via famosissima. Non acquistai nulla, non avevo molti soldi con me e non potevo permettermi il lusso di finirli tutti quanti. La seconda tappa era Camden Town, uno dei posti che attualmente amo di più, un quartiere così giovane e così vivo, lo si notava subito dalla metro, solo giovani  avevano come destinazione finale quel quartiere. La prima cosa che notai una volta fuori erano i colori, tutti gli edifici pieni di graffiti e strani disegni.
Alcuni musicisti di strada intrattenevano i turisti con i loro talenti, chi cantava e suonava, chi faceva numeri di magia e chi iniziava un discorso ben studiato per sensibilizzare le persone per qualche strana causa.
L’arte in quel posto era amata e celebrata, non si vergognavano affatto di essere diversi, colorati, dark, punk e così via. C’è sempre posto per tutti a Camden Town, basta avere qualcosa da dare in cambio.

Ero completamente sola e mi organizzavo per conto mio i vari giri da fare, senza però strafare. Notai da subito in quei primi giorni quanto il cibo inglese fosse disgustoso e insapore, non avevano per niente gusto i loro cibi, la loro frutta, qualsiasi cosa si potesse trovare nei loro supermercati, era tutto così diverso dai sapori ricchi della nostra Italia, dover ancora prima di prendere un morso i qualsiasi cosa, si restava li ad occhi chiusi ad annusare il profumo delizioso che ciò emanava.
Qui questo tutt’ora non esiste ed è ciò che mi manca ancora dopo due anni che vivo qui.
Ora posso dire di avere molta più esperienza, di sapere dove andare, dove spendere pochi soldi, dove uscire in compagnia… Eh si Londra non ti lascia mai solo, una volta che ti ambienti è difficile avere momenti per sé, la vita sociale qui è qualcosa di molto importante, gli inglesi hanno la tendenza a festeggiare per qualsiasi cosa, se uno abbandonava un lavoro si festeggiava, qualcuno divorzia? Festa.
E’ sempre festa a Londra e qui la notte non si dorme mai, viene chiamata la città che non dorme mai. La mia Londra ora, un posto che non riesco ancora ad abbandonare, ho ancora molti posti da visitare, il Regno Unito è grande e pieno di meraviglie. Imparate a guardare al di là della vostra porta di casa, fuori c’è un mondo stupendo, non potete perdervelo, dovete solo avere il coraggio di buttare fuori quel piede, uscire dalla propria zona di sicurezza. Osate e sbagliate, solo così potrete dire di aver vissuto veramente.
Viaggiare non vi farà mai invecchiare, crescerete e imparerete molto come io sto facendo ora, mi sento più adulta e più responsabile e ciò non sarebbe mai successo se me ne fossi rimasta dentro alle mie quattro mura di casa.

Kady Ait Ali

 

 

 

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~ Linea dritta ~

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Per chi ha passato tutta una vita in pianura l’orizzonte non è che una piatta linea verde, puntellata qua e là da collinette e palazzi più o meno alti. La montagna è un luogo che sin dall’infanzia pare irraggiungibile, lontano indefinite ore di macchina sul sedile posteriore, scandite da continue nausee e partite a Pokemon Rosso.
Forse per questa idea di irraggiungibilità, quella montagna che distava infiniti tornanti dalla mia casa in pianura ha sempre esercitato una strana attrazione. Il fascino di qualcosa che sai vicino ma non abbastanza da richiedere uno sforzo attivo per raggiungerlo senza una piccola spintarella.
Io e Lorenzo siamo finiti nelle Marche per caso, invitati da amici del posto. Macerata, la loro città, è una spirale di case bianche e gialle arrotolate su una collina, nella quale aria di mare e di montagna paiono fondersi assieme, facendoti raggelare e allo stesso tempo morire di caldo. Dalla finestra della loro casa si vedevano montagne gialle, più lontani, avvolti in una nebbiolina azzurra, i Sibillini.
– Esattamente perché si chiami “della Sibilla” non lo so.- raccontava Leonardo, mentre con una macchina viola ci inerpicavamo oltre Fiastra – Pare che ci abitava una sibilla, per l’appunto, una strega.-
– No, è che c’è la grotta della Sibilla, prende il nome da quello.- ricorda Ludovica, appoggiata al sedile accanto a lui.
La macchina arriva fino all’altopiano di Ragnolo, punto di inizio della nostra escursione, in un assolato e ventoso pomeriggio di fine agosto. Vicino al sentiero, in mezzo ad un prato giallo bruciato da quest’estate torrida, c’è una casetta con il tetto rosso. La fotografo, chiedendomi se Hansel e Gretel siano già passati di là.
Iniziamo a salire per il sentiero, e ad ogni passo un’ondata di freddo ci avvolge: da buona bolognese, che non può pensare ad un agosto senza quaranta gradi all’ombra, ignoro insistentemente il vento gelido che mi passa sotto il kway, mentre il sole continua imperterrito a bruciarmi gli angoli di viso non protetti dal cappellino. Più saliamo, più i piani di Ragnolo si mostrano nella loro bellezza, un mare d’erba gialla che finisce nel cielo, così uniforme e pieno da far venire voglia di farci un tuffo. E’ forse a causa di questo vortice di emozioni, forse perché quando si è tra amici si pensa a tutte le cose più stupide possibili, che decido di fare tutto ciò che i miei genitori mi hanno sempre sconsigliato di fare.
– Perché non andiamo là?- immaginatevi uno dei punti più alti, punto d’incontro tra il blu del cielo e il giallo intenso dell’erba.
– Ma non c’è il sentiero.- protesta Lorenzo, coprendosi gli occhi con la mano per vedere l’altura.
– Vabbè, ma vuoi che ci perdiamo? Mica ci sono gli alberi a fare da schermo.
Segue una buona mezz’ora di andamento in fila indiana in mezzo all’erba alta, costellata di sospiri e animata da un terrore (probabilmente insensato) di serpenti velenosi nascosti nel giallo.
– Pestate i piedi, che nel caso le vibrazioni li mandano via.-
Quando arrivo sull’altura, sudo e tremo di freddo allo stesso tempo, ma la vista lascia senza fiato.
Da un unico punto si vede una distesa verde che sono quattro province delle Marche (Ancona, Fermo, Macerata e Ascoli), e le nuvole che le sorvolano, nascondendo il sole. In lontananza, il mare.
Non vorrei scadere nel classico clichè da studentessa di materie umanistiche, ma sovvien l’eterno a guardare certe cose: sarà stata l’aria di montagna a darmi alla testa, ma era da un bel po’che non mi sentivo così tanto nel momento, presente, consapevole. Lorenzo mi dà la mano, scattiamo un paio di foto, ci sediamo, stanchi, sui sassi.
È proprio in quel momento che le mie fedeli scarpe da montagna, compagne di rarissime escursioni domenicali sin dai tempi delle medie, mi abbandonano, rompendosi irrimediabilmente. Ma d’altronde c’è da capirle: per chi ha passato tutta una vita in pianura l’orizzonte è una linea dritta, puntellata da qualche palazzo. Le Marche sono un’altra cosa.
Irene Generali

 

 

 

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~  Magic Sahara ~

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I tornanti sembrano non finire più, mentre l’autobus si arrampica sui fianchi brulli dell’Atlante. Marrakech, la città rossa, con le viuzze della kasba invase dai prodotti delle botteghe, le fiumane di turisti sprovveduti, gli incantatori di serpenti e le tatuatrici di henné sulla piazza Jamaa el Fna, invasa al tramonto dai fumi delle bancarelle di carne e verdure grigliate, è ormai alle mie spalle. Villaggetti riarsi, gialli di fango e sabbia, si affacciano di tanto in tanto sulla linea nera dell’asfalto che corre imperterrita verso il nulla. Case piatte che sembrano terminate a metà, con i pilastri che spuntano mozzi dai tetti a terrazza. Venditori di quarzi e fossili, la merce strappata alla terra in bella mostra sulle bancarelle, colonizzano ogni sporadica piazzola di sosta lungo il percorso.
La tentazione di cedere al sonno e riaprire gli occhi una volta giunto a destinazione è forte, ma devo e voglio resistere. Voglio riempirmi lo sguardo di questo panorama brullo e sconosciuto, che non ha nulla da invidiare agli scenari del Far West americano, e non mi meraviglierei troppo se vedessi spuntare all’improvviso un carica di Sioux da dietro un crinale.
Più di dieci ore, tanto dura il tragitto, e procedendo le dune vanno via via sostituendosi ai tavolati di roccia. L’oscurità incombe, e guardando fuori dal finestrino mi accorgo che il deserto ha preso vita. Incalzate dal vento, spire granulose danzano nel crepuscolo, avvolgendosi in sinuosi arabeschi e picchiettando sui vetri. Gli ultimi bagliori del tramonto affondano oltre l’orizzonte, e solo la luce dei fari rimane a rischiarare la via, che si sfalda tra le ondate rossastre.
Ormai mi è chiaro che siamo in mezzo a una tempesta di sabbia, e proprio la sera del mio arrivo! La mia solita fortuna… Aguzzo la vista per scorgere il luogo in cui mi trovo, e dall’oscurità informe vedo emergere strutture granitiche sfumate nel turbine vermiglio. Le esili polle di luce dei lampioni filtrano attraverso la nube di granelli, lasciando intuire che ci troviamo in un centro abitato.
La velocità diminuisce e poi ci fermiamo del tutto, accompagnati dal sospiro di sollievo delle sospensioni.
La voce dell’autista all’altoparlante avvisa che finalmente siamo arrivati all’ultima fermata: M’Hamid El Ghizlane, l’avamposto estremo della civiltà prima del mare di sabbia che si estende fino al capo opposto del continente, tagliandolo da est a ovest. Qui la strada finisce e inizia il deserto.
Scendo esitante, inforcando gli occhiali da sole per proteggermi dalle sferzate della sabbia, che mi feriscono le gambe nude con l’effetto di mille spilli sulla pelle, e caricatomi lo zaino sulle spalle mi guardo attorno alla ricerca della mia guida. Mi si fa incontro un uomo, con il volto intabarrato nella sua tagelmust che lascia scoperti solo gli occhi. Si presenta come Ahmed, e senza perdersi in troppi convenevoli mi fa cenno di salire su un vecchio motorino parcheggiato lì accanto. Salgo in sella, e afferratomi ad Ahmed partiamo alla volta di quella che sarà la mia casa per i prossimi dieci giorni.
Ci lasciamo le rassicuranti luci dell’abitato alle spalle, immergendoci nella notte. Due linee di sassi bianchi, lasciati da un Pollicino berbero, sono l’unico suggerimento per individuare il tracciato. Ogni sobbalzo è un tuffo al cuore, con l’enorme zaino che mi traballa sulla schiena e la consapevolezza che se dovessi cadere la mia avventura qui finirebbe prima ancora di iniziare. I mille metri che separano la cittadina dal bivacco sono una traversata interminabile nella Geenna buia e desolata, con il deserto che ci aggredisce e cerca di seppellirci sotto la sua furia.
Carcasse di cani e dromedari sono disseminati nella terra di nessuno che stiamo attraversando, ossa bianche consumate dal sole che occhieggiano tra le dune, illuminate dal fanale del motorino. Terribili memento mori ad ammonire che il deserto non perdona, e la bellezza può essere mortale.
Un lumicino solitario tremola in lontananza, un faro sperduto nella tempesta. La motoretta curva, seguendo il percorso sconnesso, e si dirige in quella direzione. Deglutisco a labbra serrate, sperando che non manchi molto.
Finalmente ci fermiamo. Tra le tenebre fluttuanti individuo un pugno di bassi edifici squadrati, tirati su con mattoni di fango e sabbia e sparpagliati a casaccio attorno a uno spiazzo centrale. La tenue striscia di luci della città in lontananza è nascosta dalla fitta cortina mulinante.
Lottando contro le raffiche che minacciano di strapparmi dal suolo seguo Ahmed all’interno di una delle costruzioni più grandi.
Ci chiudiamo la tempesta oltre la soglia. Una strana calma regna tra le quattro pareti su cui affiorano steli di paglia mescolati al fango. Una patina di polvere rossa ricopre ogni cosa, stendendo un velo opaco sotto la luce giallognola che piove dalla lampada appesa al soffitto.
Seduti per terra, attorno a un basso tavolo, stanno i miei due nuovi compagni. Anche loro hanno attraversato mezzo mondo arrivando fin quaggiù, in quest’angolo remoto di deserto, per prestare le loro braccia alla costruzione di questo bivacco, in cambio di tre pasti caldi al giorno e un tetto per la notte. Ragazzi come me, affascinati dall’esperienza di vivere e lavorare fianco a fianco in questo luogo così diverso da quelli conosciuti finora, a contatto con una cultura e uno stile di vita tutti da scoprire.
La cena è già in tavola: tajine vegetariano, da mangiare rigorosamente con le mani come da abitudini locali, accompagnato da pane arabo e tè alla menta impregnato di zucchero. Quattro chiacchiere per conoscersi e scoprire cosa ha condotto le nostre strade a incrociarsi in questo fazzoletto sabbioso di mondo, e poi finalmente a letto, per far calare il sipario su questa giornata interminabile.

Il vento, che per tutta la notte ha imperversato contro la porta di ferro, percuotendola come un ospite indesiderato che respinto tenti di buttarla giù, si è finalmente placato, e quando apro l’uscio mi trovo catapultato in un mondo nuovo. Una sanguigna distesa ondulata che prosegue fin dove inizia il cielo, di un celeste tanto intenso che sembra uscito da una tavolozza del Pontormo. La bellezza di questo contrasto è così sconvolgente che mi lascia senza fiato.
Quello che ho di fronte è il vero deserto, quello che mostra la sua faccia più cruda e spietata, riassunto nella frase che Ahmed non si stanca mai di pronunciare: “Sahara no joke”. Siamo ben lontani dal “Coca Cola Desert”, come lo chiama lui con disprezzo, che sorge duecento chilometri più a nord, nell’oasi di Merzouga: cinque chilometri quadrati di sabbia invasi dai turisti, con cessi chimici e distributori automatici. Gli stranieri arrivano in frotte con gli autobus, si fotografano sulle dune e accanto ai cammelli e poi ripartono con il loro photobook da mostrare agli amici a casa. Qui invece di turistico c’è ben poco, come emergono a ricordarmelo le ossa spolpate che ho intravisto ieri sera venendo qui.
Il primo passo sulla sabbia fresca del mattino è una sensazione inconsueta, un varcare l’uscio che separa due mondi, l’inizio di un nuovo cammino.
Ahmed è già in piedi. Ha preparato la colazione e si è recato a M’Hamid a comprare il pane appena sfornato. Il tè alla menta ribolle nella teiera, dal cui beccuccio si srotola un sottile nastro di vapore, carico di profumi e suggestioni.
Appoggiato all’archetto che conduce alla cucina mi saluta con un cenno non appena mi scorge. Un sorriso fugace disegna sul suo volto scuro un reticolo di rughe che sembrano scavate dal vento. Poi torna a fissare il deserto.
– Magic Sahara. – Dice solennemente con il suo inglese essenziale, mentre lo sguardo si perde oltre l’orizzonte di dune. In esso riecheggia quello dei suoi padri, che per generazioni hanno affrontato le durezze del Sahara. Hanno combattuto contro il sole, vento e sabbia, riuscendo a ritagliarsi un loro spazio in queste terre che nessun altro riesce a domare. Romani, arabi, spagnoli, francesi… Nessun popolo conquistatore è riuscito ad avere ragione degli orgogliosi berberi, uomini liberi che fin dall’alba dei tempi percorrono le invisibili vie del deserto. Finché un nuovo nemico non è giunto dall’altra parte del mare. Un nemico subdolo e strisciante, chiamato progresso. Quel progresso che ha eretto una diga a monte per portare l’elettricità alle televisioni in città, e così facendo ha inaridito il Draa, il maggiore fiume marocchino, qui ridotto a un anonimo greto sassoso, condannando le comunità che vi si affacciavano a una lenta morte per spopolamento. Private di acqua le oasi muoiono, i dromedari non possono dissetarsi, le palme da dattero seccano e l’agricoltura di sussistenza che da sempre ha sfamato le popolazioni berbere collassa.
La mia permanenza al bivacco durerà solo dieci giorni, e poi ripartirò all’inseguimento di quel desiderio forse insaziabile di libertà e avventura che mi ha spinto quaggiù, ma Ahmed resterà qui, in questa terra arida dove riposano le sue radici e in cui ha piantato i semi del futuro. Perché la gente del deserto è troppo fiera per arrendersi, e resistendo anche a quest’ultimo invasore continuerà ad abitare gli infiniti spazi sahariani come ha fatto per migliaia di anni, attaccata alle sue storie e tradizioni antiche quanto l’uomo stesso.

FINE

Luca Mencarelli

 

 

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Un racconto nel cassetto II EDIZIONE – Storie in viaggio

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Anche quest’anno la pagina Arcadia: lo scaffale sulla Laguna è lieta di invitarvi alla seconda edizione del concorso “Un racconto nel cassetto”: la rassegna di racconti brevi che si concluderà a settembre.
Per questa seconda edizione abbiamo pensato ad un tema per aiutare i nostri talentuosi autori nella stesura del loro testo.
Per partecipare bisognerà seguire alcune semplici regole.
 
PER PARTECIPARE
– Bisogna essere fan della pagina
– I componimenti devono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com
 
REGOLAMENTO
– Il tema del componimento è IL VIAGGIO: tutti i componimenti brevi dovranno quindi raccontare un viaggio avvenuto in un luogo REALE.
– L’autore può scegliere lo stile e la forma che preferisce nei, restando comunque fedele alle regole del racconto breve.
– Possono essere raccontate vacanze, pellegrinaggi, scampagnate o semplici passeggiate tra le strade di una città: l’importante è che il “viaggio” sia reale e non frutto di un sogno ad occhi aperti.
 
– Ogni autore può partecipare con UN SOLO scritto.
 
– I componimenti in gara devono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com
Testi inviatici con modalità differenti SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
 
– Volgarità, bestemmie, blasfemia, pornografia, contenuti che incitano l’odio, la violenza, il razzismo, la discriminazione e la pedofilia SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
 
– Gli elaborati devono rispettare la seguente formattazione:
CARATTERE: arial
GRANDEZZA: 12
INTERLINEA: 1,5
 
– I componimenti, formattati come indicato, NON devono superare le 10.000 battute spazi ESCLUSI
 
– Gli autori acconsentono, partecipando al concorso, alla pubblicazione del loro scritto sulla pagina Facebook “Arcadia, lo scaffale sulla Laguna” e sull’omonimo sito web.
 
– Il termine ultimo, INDEROGABILE, per inviare il proprio elaborato è fissato per DOMENICA 10 SETTEMBRE 2017.
 
IL VINCITORE
 
– Ogni scritto verrà pubblicato in pagina e nel sito insieme alla foto ufficiale del concorso.
 
– I PARTECIPANTI al concorso sono tenuti a leggere e recensire le storie degli altri concorrenti, esprimendo un giudizio su:
– originalità
– stile
– correttezza
degli elaborati in gara e assegnando a ciascuno elaborato un voto da 1 a 10.
Come per le precendenti edizioni i partecipanti potranno assegnare i punteggi più alti ( 10 – 9 – 8) solamente UNA VOLTA
 
– L’elaborato che avrà ottenuto più “likes” si aggiudicherà il “premio del pubblico”.
 
– Il vincitore sarà proclamato DOMENICA 17 SETTEMBRE 2017.
 
– Il premio messo in palio è un quaderno, le spese di spedizione sono A CARICO DEL VINCITORE (eventualmente ci si può accordare per una consegna a mano).
 
– Al vincitore del “premio del pubblico” e agli altri partecipanti verrà inviata una piccola sorpresa.
 
COMPRARE LIKE O BARATTARLI SU GRUPPI DI SCAMBIO E’ SEVERAMENTE VIETATO.
Lo staff di Arcadia provvederà, durante le votazioni, ad assicurarsi che le condivisioni delle foto siano regolari e, in caso contrario, il componimento in questione SARA’ ELIMINATO e SQUALIFICATO.
La nostra pagina non è una vetrina né un talent scout in cui mettersi in mostra.
Chi partecipa deve aver voglia di mettersi in gara giocare e divertirsi in compagnia.
 
Lo staff di “Arcadia, lo scaffale sulla laguna”, resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio ed augura a tutti voi buona fortuna!

Un racconto nel cassetto – I VINCITORI

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La prima edizione di “Un racconto nel cassetto” si è ufficialmente conclusa.
Il primo posto è stato conquistato dal racconto di Alessandro “Il lato nascosto“: una storia agrodolce che parla di discriminazione, dolore e amicizia. Al secondo posto si è piazzata Sher Jones con “La morte del re“: un’epica battaglia e la spietata morte che consacra l’amore di un re per la sua regina.Al terzo posto altra storia d’amore uscita dalla penna di Devyani Berardi: “L’amante veneziano” ci accompagna per le strade della Serenissima addormentata e ci invita a scoprire uno dei suoi più oscuri e macabri segreti.

Molto apprezzate sono state le storie di Ida “L’amore non si compra“, Unvialealberato Blogspot “I 1000 e 1 giorni da senile“, Annrose “La regina delle rose” e Monica “L’orma“.

Tutti i racconti resteranno a disposizione dei lettori sia sulla pagina Facebook che sul nostro sito.
Lo staff di Arcadia si congratula con il vincitore e con tutti gli scrittori che hanno partecipato con le loro storie: racconti usciti dal cassetto che ci hanno fatto commuovere, sognare e sorridere.

 

Un racconto nel cassetto – Aggiornamento 2

A poche ore dalla fine delle votazioni il nostro podio vede ancora in testa “Il lato nascosto”, seguito da “La morte del re” e “L’amante veneziano”.
Fuori dal podio si trovano con un leggerissimo distacco “La regina delle rose”, “I 1000 e 1 giorni della senilità” e “L’amore non si compra” e “L’orma”.
Vi ricordo che avete tempo fino alle 20 di questa sera per votare il vostro racconto preferito sulla nostra pagina e su questo sito, dove i punti saranno importanti in caso di spareggio.

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