Follettiana

.: SINOSSI :.

«Nell’immaginario popolare folletti, elfi e altre minuscole creature fatate hanno sempre avuto un posto speciale. Caratterizzano e incarnano la nostra voglia di meraviglioso, offrono un viatico per la libertà e la fantasia che solo il sogno, le fiabe, i miti, possono donare incondizionatamente, senza bisogno di mediazione che non sia quella offerta dalla nostra capacità di affabulazione. E se anche oggi il progresso, la tecnica e l’industrializzazione hanno affievolito e forse del tutto offuscato il nostro contatto con la natura, la capacità innata e il bisogno dell’uomo di vedere oltre le apparenze c’è ancora, ed è sempre forte. E proprio in questo il magico regno degli esseri fatati ci viene incontro, entrando nelle nostre menti in modo quasi naturale, atavico verrebbe da dire. […] Con questa antologia di racconti classici, scelti tra quelli meno noti e inediti, riportiamo i folletti in una dimensione adulta, restituendo loro la patina di mistero che hanno perso strada facendo; sono storie per lo più inquietanti, che attingono dalla tradizione orale del folklore o che rimandano alla matrice soprannaturale che ne circondava la figura nei tempi passati. E per questo sono storie capaci di far provare un brivido anche nella magia. Troviamo quindi folletti oscuri e folletti bizzarri, pericolosi o semplicemente dispettosi, tra brownie, goblin e monacelli. Tornano “in vita” in 14 racconti che attingono al ricco patrimonio di tutto il mondo, soprattutto britannico, e svelano anche nella narrativa l’intricato rapporto tra la produzione culturale, i miti, e le credenze di ogni popolo e paese. Al centro, comunque, c’è sempre la follettiana di creature multiformi, buffe o repellenti, elfi delle tenebre o elfi della luce, capricciosi o benevoli, fuori dal tempo e dallo spazio, ma capaci ogni volta di farci penetrare con loro in una dimensione altra, lì dove il sogno e la fantasia dominano incontrastati. Entriamo quindi nel regno incantato dei folletti, avventuriamoci in quei luoghi ignoti lontani dal caos e dalla folla, dove poter percorrere sentieri lungo i quali si avvertono le misteriose presenze, dove aleggia un’atmosfera che i più sensibili possono cogliere e riconoscere come un segnale o un avvertimento della presenza nascosta di questi spiritelli, veri e propri genius loci di un mondo che sta sparendo e che soltanto l’immaginazione può tenere in vita.» (dalla prefazione di Pietro Guarriello) La raccolta comprende racconti di Grierson, Bowker, Crofton Croker, Esenwein e Stockard, Blackwood, Hogg, Molesworth, Saki, Lang, Ozaki, Im Bang e Yi Ryuk, Rouse, Roggero, Serao.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

I racconti presenti in Follettiana danno una visione d’insieme più ampia sul Piccolo Popolo rispetto a molti altri testi sull’argomento. Questo perché il curatore del volume ha scelto di inserire non solo testi dalla tradizione celtica, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma anche dalla tradizione nipponica e coreana. Dal mio punto di vista, questa scelta è vincente: chi come me ha già letto libri come fiabe irlandesi e Fiabe e leggende d’Irlanda può trovare tra le pagine di Follettiana un nuovo e stimolante mondo da esplorare. Insomma, come era già successo con Grimorio, un’altra raccolta edita abeditore a tema stregoneria, la raccolta è riuscita sia a soddisfare il mio bisogno di trovare racconti che appartenessero alla mia comfort zone, sia ad incuriosirmi riguardo tradizioni, storie e leggende che non conoscevo.
La prefazione, abilmente scritta da Pietro Guarriello, è un piccolo saggio riguardo le origini religiose, pagane e non di queste creature che inevitabilmente stimolano la fantasia di grandi e piccini. E’ la giusta guida, assieme ai paragrafi introduttivi che precedono ogni racconto, per orientarsi nella lettura di questo volume.

Lo stile della prefazione è chiaro e lineare anche se a volte tende a scivolare nel didascalico finendo con il provocare qualche sbadiglio, io per prima ammetto di aver dovuto rileggere una pagina perché alla prima lettura mi ero distratta. Le informazioni divulgate sono comunque stimolanti e, se il lettore è sufficientemente interessato all’argomento, bastano per tenerlo incollato alle pagine.
Per quanto riguarda lo stile di ciascun racconto, posso solo dire che non mi sento in grado di giudicare un autore da uno scritto di poche pagine. Alcuni testi, come il brownie di Valferne o la leggenda di knockgrafton, mi hanno non solo coinvolta ma anche piacevolmente divertita; altri, per citarne un paio Il pony delle streghe o il santo e il folletto di pietra, mi hanno lasciata piuttosto indifferente.

Nessuno dei racconti è mal scritto o meno interessante degli altri, ciascuno parla semplicemente in modo diverso ad ogni lettore. Il mio consiglio è di non saltare le introduzioni perché aiutano a capire meglio il contesto in cui i racconti sono stati scritti così come le leggende che ammantano le figure rappresentate.
La raccolta merita un 8/10. E’ un’ottimo testo introduttivo da cui prendere spunto per avventurarsi nel magico mondo del piccolo popolo e delle sue leggende!

*Volpe

Stelle di cannella (Zimtsterne) – Ricetta

Le stelle di cannella, o Zimtsterne, sono dolcetti tipici della Germania e dell’Austria e anche di alcune regioni settentrionali del nostro paese e, insieme ai Lebkuchen, vengono tradizionalmente preparati in occasione delle festività natalizie.
Stelle di cannella è, inoltre, il titolo di uno dei romanzi più famosi di Helga Schneider e nel romanzo il protagonista, David, ne è ghiotto.

Ma come si preparano questi dolcetti? Spulciando su internet si trovano numerose ricette, questa è quella che ci ha convinto maggiormente.

Ingredienti per 20 biscotti ca

  • 250 gr di mandorle
  • 4 cucchiai di farina 00
  • 250 gr di zucchero
  • 3 cucchiaini di cannella in polvere
  • 1 bustina di vanillina
  • 3 albumi
  • la buccia grattugiata di una arancia
  • 4 cucchiaini di succo d’arancia
  • 125 gr di zucchero a velo

Procedimento

Tritare le mandorle finemente e unirle alla farina, allo zucchero, alla cannella in polvere e alla vanillina. Aggiungere gli albumi e la scorza d’arancia facendo amalgamare bene gli ingredienti.
Ottenuto un impasto omogeneo, creare un panetto e lasciare a riposare in frigorifero per almeno un’ora avvolto nella pellicola trasparente.
Terminato il tempo di riposo, stendere l’impasto con un mattarello facendo una sfoglia alta circa mezzo centimetro e ritagliare le stelline usando delle formine (siccome io odio buttare via le cose, potete utilizzare anche altre formine e stendere l’impasto più volte così da non sprecare lo scarto delle stelline).
Preparare una teglia con un foglio di carta da forno e infornare le stelline a 180° per 10 min ca (forno ventilato) o a 190° per lo stesso tempo (forno statico); dovranno essere dorate all’esterno e morbide dentro (aiutatevi con la prova dello stecchino).

La glassa tende a solidificare abbastanza velocemente, per cui vi consiglio di prepararla solo a stelline sfornate.
Per prepararla versare in una ciotola il succo d’arancia e aggiungere lo zucchero a velo un poco alla volta fino ad ottenere un composto liscio ed omogeneo (in alternativa si può utilizzare la ghiaccia reale classica).
Con un cucchiaino, prendere un po’ di glassa alla volta, metterla al centro della stella e distribuirla aiutandosi con uno stuzzicadenti (se non siete dei pasticcioni come la sottoscritta, potete anche prendere i biscotti e immergerli nella glassa per un lato, lasciandoli poi ad asciugare sulla carta da forno).

Le Zimtsterne sono pronte! Potete conservarle a temperatura ambiente per 30 giorni meglio se in un contenitore.

Guten Appetit und Fröhliche Weihnachten!

*Devyani

It’s The Most Colorful Time Of The Year – I simboli del Natale (parte 1)

L’atmosfera del Natale, si sa, è qualcosa di magico e, quando nelle nostre città si accendono le luminarie e nelle case cominciano a spuntare alberi di natale e presepi, tutti (anche i Grinch più recidivi) ci sentiamo scaldare un po’ il cuore da questa atmosfera magica ed intima.
A contribuire a questo clima festoso ci sono una lunga serie di simboli che, anno dopo anno, sono diventati universalmente forieri delle imminenti festività natalizie: colori, animali, oggetti e tradizioni senza le quali, ammettiamolo, natale non sarebbe Natale.

In questa prima parte ho deciso di concentrarmi sulle tonalità del natale e sul loro significato storico e psicologico.
Il colore è, infatti, il primo veicolo di un messaggio e, in questo periodo dell’anno, fiocchi rossi e verdi, stelle dorate ed argentate e decorazioni bianche e azzurre invadono tanto le vetrine dei negozi quanto le nostre abitazioni.
La scelta di questi colori non è casuale e ha radici antiche risalenti, o addirittura precedenti, all’anno 0 in cui è storicamente collocata la nascita di Gesù.

ROSSO – Forse il colore che meglio incarna il Natale e che, grazie alle scelte marketing di una nota bibita gassata, è diventato anche il colore ufficiale di Babbo Natale.
Anticamente il rosso era il colore della regalità e solo re ed imperatori potevano vestire di porpora (un pigmento naturale preziosissimo che si estrava da un mollusco). Il rosso è anche il colore della vita e della vivacità (spesso associato al fuoco), dell’amore, della forza, del coraggio e del valore (era infatti il colore del dio romano Marte).
Tutt’ora il rosso indica qualcosa di importante e degno di attenzione (basti pensare ai tappeti rossi stesi in alcuni eventi in onore di personalità di spicco); ma è anche un colore usato per segnalare un pericolo il più delle volte mortale e, infatti, liturgicamente parlando il rosso è presente in occasione del triduo pasquale e in concomitanza con la commemorazione di un martire (come Santo Stefano il 26 Dicembre). E’ anche il colore della collera e della violenza.
Apprezzato in Europa quanto in Asia e in molti altre nazioni, il rosso è un colore che, pur ricordando il sangue e il dolore, è considerato di buon auspicio.

VERDE – Spesso in coppia con il rosso, il verde è il secondo protagonista del Natale (cromaticamente parlando): alberi di natale, ghirlande, decoriazioni con foglie di pungitopo, costumi da elfo, … ; il verde invade le strade e i negozi e sembra la base perfetta per dare risalto a tutte le decorazioni.
Anche il verde gode di ottima reputazione ed è comunemente associato alla vita e alla giovinezza, alla natura e alla primavera, alla fortuna, alla felicità, al benessere e alla speranza; la chioma sempreverde delle conifere ha fatto sì che, sopratutto presso i celti, il verde fosse associato all’idea dell’immortalità. E’ un colore che, come l’azzurro o il blu, infonde sicurezza e calma e, per questo motivo, viene utilizzato anche in ambito medico nella speranza di stemperare l’ansia dei pazienti.
Il verde ha anche dei connotati negativi ed è associato al vizio capitale dell’Invidia, notoriamente, “descritta” verde come verdi sono molti rettili ritenuti, in passato, personificazione del demonio: motivo per cui questo colore è stato, a volte, associato anche all’idea del male o della cattiveria (basti pensare al sopracitato Grinch). Il verde è anche il colore della buona sorte che sorride ai giocatori d’azzardo ed è spesso associato alle finanze e al denaro.

ORO – L’oro è un metallo, e un colore, dagli innumerevoli significati: apprezzato fin dall’antichità esso è usato per indicare l’eccellenza o il più alto stato a cui poter aspirare.
L’oro è il colore di dei e re e, infatti, i Magi, giunti a Betlemme per onorare Gesù bambino, portano in dono anche dell’oro. Questo collegamento tra l’oro, la divinità e la sovranità è precedente alla nascita di Cristo e, durante il medioevo, l’oro diventa sinonimo di perfezione e la trasformazione di metalli “vili”, come ad esempio il piombo, in oro diventa l’ossessione degli alchimisti. Questa trasfigurazione, tuttavia, non è solamente chimica ma anche mentale e spirituale ed è volta a far diventare tutta la persona “oro”: qualcosa che, da vile, si sublima.
L’oro simboleggia non solo la divinità e la regalità, ma anche il sole (altro simbolo non solo messianico, ma anche religioso e politico) e il calore, la forza, l’abbondanza e, sopratutto nel mondo antico, era apprezzato per via della sua natura pura che lo rendeva adatto a ricoprire o decorare luoghi e oggetti di culto.
L’oro, tuttavia, è anche sinonimo di sfarzo e opulenza e, a volte, persino di cattivo gusto.

BIANCO – Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato un “Bianco Natale”: la neve, sebbene sempre più rara nelle nostre città, è uno degli ospiti d’onore di queste festività e, ammettiamolo, la vista di un bel paesaggio natalizio innevato farebbe sciogliere anche il più rigido e freddo dei cuori.
Il bianco è, per antonomasia, il colore della purezza, della bontà e della gentilezza ed è comunemente associato a qualcosa di benefico e di buono: l’alimentazione di un bambino comincia con l’allattamento, bianche sono le colombe (uccello foriero di pace e speranza) così come gli agnelli che, fin dalle favole di Esopo, si opponevano con il loro candore al lupo nero e cattivo.
Il bianco è anche il colore della verginità, delle spose e trasmette fiducia e speranza.
Tuttavia il bianco è anche un colore freddo che indica distacco ed isolamento e senso di smarrimento: il panico da “foglio bianco” è quello provato da tutti, almeno una volta, sui banchi di scuola. Inoltre il bianco può anche indicare noia, apatia e disinteresse per il mondo circostante.

ARGENTO – L’argento è decisamente meno diffuso dell’oro, ma non per questo è meno importante.
Se, in alchimia, l’oro è associato al sole e al principio maschile, l’argento è il colore della luna ed è solitamente vincolato al principio femminile. L’argento è anche il colore del Mercurio (altro metallo ed elemento della tavola periodico) e, forse proprio per via del suo legame con il celere messaggero degli déi, è il colore che meglio incarna l’idea della velocità e del dinamismo, non che della purezza, dell’indipendenza e della pace.
Decisamente meno nobile dell’oro (che rappresenta il piano spirituale del mondo), l’argento è considerato più “materiale” ed è spesso associato all’avidità e alla cupidigia: all’indomani della passione di Cristo, Giuda vende Gesù per 30 denari d’argento.

AZZURRO&BLU – L’azzurro e il blu, con le loro sfumature, non sono meno presenti nelle decorazioni natalizie dell’oro, del rosso o del bianco. Il blu è il colore del cielo e l’azzurro è il colore che la tradizione ha da sempre associato alla figura della Vergine Maria.
L’azzurro e il blu ci ricordano l’elemento dell’acqua, un bene prezioso e per tutte le forme di vita, e anche l’aria, senza la quale non potremmo vivere, il cielo e il paradiso.
L’azzurro è, come il verde, un colore capace di infondere pace e sicurezza e per questo è molto spesso usato per tinteggiare le sale d’attesa degli studi medici.
E’ il colore della serenità (nelle belle giornate il cielo è azzurro terso) e anche della libertà.
Il blu, invece, è il colore della notte e del mare e infonde, esattamente come l’azzurro, quiete e tranquillità perché associato a concetti rilassanti come il riposto notturno e il rumore delle onde.
Paese che vai credenza che trovi. Se il blu gode di ottima fama presso la maggior parte delle culture, lo stesso non si può dire dei paesi anglosassoni dove il blu è considerato il colore della tristezza: il Blue Monday è, infatti, considerato da tutti il giorno più triste dell’anno e nel film Pixar Inside Out il blu è il colore che caratterizza il personaggio di “Sadness”, ossia “Tristezza” nella versione italiana.

*Jo

La festa della Salute

maschera-medico-peste

Nell’età moderna pochi eventi influenzarono la produzione artistica e letteraria come la peste: il flagello che ripetutamente si abbatté sul continente europeo mietendo vittime senza alcuna distinzione tra ricchi e poveri, giovani ed anziani, uomini e donne.
Tuttavia la pestilenza che ha maggiormente colpito ed influenzato la cultura seicentesca fu quella che, nel 1630, colpì il Bel Paese e le maggiori città europee: è l’epidemia che si prenderà la vita di Don Rodrigo nel romanzo “I promessi sposi“, che strapperà alla sua città il pittore Tiziano e costringerà le gondole veneziane a rivestirsi della livrea nera che tutt’ora conservano.

La storia di Venezia si intreccia spesso con quella della peste che, nella Serenissima così come in Europa, ha mietuto un gran numero di vittime riducendo drasticamente la popolazione. Non a caso furono i veneziano che, per prevenire il più possibile il contagio, introdussero la pratica della quarantena: un periodo di quaranta giorni che prevedeva l’isolamento delle navi in arrivo al fine di contenere eventuali focolai.
Tuttavia, la contumacia non era sempre una misura di sicurezza sufficiente e quando la pestilenza tornava a fare vittime tra le isole della laguna, i veneziani ricorrevano al cielo per ottenere la protezione che le precauzioni degli uomini non erano riusciti a garantire.
Vengono così erette la chiesa del Redentore, come voto per la fine della pestilenza che nel 1557 colpì la città uccidendo circa un terzo della popolazione, e la chiesa della Salute, o Santa Maria della Salute, in seguito alla drammatica epidemia del 1630.

Se vi trovate a Venezia tra il 18 e il 22 novembre potrebbe capitarvi, camminando tra le calli del sestiere di San Marco, di imbattervi in un ponte di legno di dimensioni modeste che, in maniera impertinente, si getta da un lato all’altro del Canal Grande imitando gli altri due ponti, Accademia e Rialto, che collegano le due sponde del canale: una passerella che, sostenuta da una serie di zattere, collega il Sestiere di San Marco a quello di Dorsoduro permettendo ai veneziani di raggiungere in poco tempo la Chiesa della Salute: il tempio votivo che il senato veneziano, con il beneplacito del Doge, eresse nel 1631 in seguito alla fine della pestilenza che, tra le sue vittime, privò la città del pittore Tiziano.151356j49_1188703554545151_1348157290_n
Da allora, dieci giorni dopo la festa di San Martino, i veneziani si recano in pellegrinaggio tutti gli anni alla chiesa della Salute e davanti all’icona sostano in preghiera accedendo una candela.
Un appuntamento imperdibile che fa sì che questa chiesa, solitamente ignorata e poco frequentata durante il resto dell’anno, si trasformi in una vera attrazione non solo per i veneziani che accorrono a rinnovare la propria affezione alla Madonna, ma anche per i turisti e i curiosi che, attirati dal trambusto e dalle bancarelle, vengono letteralmente traghettati dai fedeli verso le porte del santuario.

15151068_11887035j87878481_1779786173_n

Ad accogliere il visitatore, appena varcato una delle tre porte dell’ingresso, c’è l’altare maggiore al centro del quale è custodita l’icona cretese, oggetto della devozione dei veneziani, a cui fanno da cornice un gruppo di statue tra cui si distinguono, sulla sommità, Venezia impersonata da una donna inginocchiata, la Vergine Maria al centro intenta a scacciare la Peste che, incalzata da un angioletto, si allontana da Venezia e dalla popolazione.
La festa della Salute è, insieme a quella del Redentore che si festeggia a luglio, una delle tradizioni più radicate e famose di Venezia: un impegno e un gesto di venerazione e affetto che annualmente i veneziani rinnovano contagiando con la loro devozione anche i curiosi.

Ma non finisce qui! Come ogni festa popolare che si rispetti, anche la ricorrenza della festa della Salute ha le sue usanze più goderecce tra cui si annovera la “castradina“: un piatto tradizionale, che si consuma alla vigilia della festa, a base di cosciotto di montone, affumicato e stagionato, a cui si abbina una zuppa con foglie di verza, cipolle e vino. Se i vostri gusti sono meno ricercati, o semplicemente volete mangiare qualcosa di più leggero o veloce da consumare, le bancarelle che circondano la chiesa e fanno da cornice alle calli e ai campi sicuramente riusciranno a soddisfare le vostre esigenze con una vasta offerta di dolciumi (dalle frittelle allo zucchero filato senza dimenticare mele e frutta candita) e altri spuntini che renderanno la vostra passeggiata decisamente più gustosa.

*Jo

La festa di San Martino

martinove4

Narra la leggenda, che in una fredda notte di novembre Martino cavalcasse avvolto nel suo pesante mantello per difendersi dal vento pungente e dalla pioggia, quand’ecco che gli si avvicinò un mendicante che gli chiese una piccola elemosina. Commosso da quel gesto, il futuro santo, non avendo con sé né denaro né cibo, smontò da cavallo e con la spada tagliò a metà il suo lungo mantello, regalandone una parte al povero infreddolito.
Riprendendo la via, Martino si accorse con suo grande stupore che il freddo si era fatto meno feroce e che anche il vento aveva cessato di soffiare, sostituito da un clima più mite, quasi estivo.
Quella notte, in sogno, Gesù apparve a Martino rivelandosi come il mendicante a cui aveva regalato il mantello e lo ringraziò per quel gesto di compassione.

Se l’11 novembre vi capita di passeggiare per Venezia potreste imbattervi nei Cavalieri di San Martino: bambini armati di pentole e coperchi che fanno un gran baccano per le strade attirando l’attenzione di viandanti e commercianti e la curiosità dei turisti. Questi coraggiosi cavalieri, con tanto di mantello rosso e corona in testa, vanno di porta in porta recitando una filastrocca chiedendo la carità e promettendo, in cambio di una dolce ricompensa, di allontanare il demonio.
Una tradizione italiana che, seppur con qualche difficoltà dovuta alla concorrenza di feste più commerciali, resiste tra le nuove generazioni di veneziani e ha negli anni contagiato anche i comuni veneti sulla terra ferma.
Ci sono molte e diverse versioni della filastrocca che questi drappelli urlanti intonano, per comodità noi ne riportiamo solo una a cui ne seguono altre due che i bambini recitano se hanno o meno ricevuto in dono qualcosa.

Oh che odori de pignata!
Se magnè bon pro ve fazza,
Se ne de del bon vin
cantaremo S.Martin!

S.Martin n’à manda qua
Perché ne fe la carità
Anca lu, co’l ghe n’aveva
Carità ghe ne faceva.

Fe atenzzion che semo tanti
E fame gavemo tuti quanti
Stè atenti a no darne poco
Perché se no stemo qua un toco!

Oh che odore di cucina!/ Se mangiate buon pro vi faccia,/ se ci date del buon vino/ canteremo San Marino!

San Martino ci manda qua/ perché ci facciate la carità,/ anche lui, con quel che aveva,/ la carità faceva.

Fate attenzione che siamo tanti/ e abbiamo fame tutti quanti/ state attenti a non darcene poco,/ perché se no stiamo qua un bel po’!

Una volta ottenuta la loro ricompensa, i bambini ringraziano recitando un’altra filastrocca:

E con questo la ringraziemo
Del bon animo e del bon cuor
Un altro ano ritornaremo
Se ghe piase al bon Signor
E col nostro sachetin
Viva, viva S.Martin!

E con questo la ringraziamo/del buon animo e del buon cuore/ un altro anno ritorneremo,/ se gli piace al buon Signor/ e con il nostro sacchettino/ viva, viva San Martino!

Se invece i bambini vengono liquidati a mani vuoti, allora il saluto che rivolgono è meno cordiale:

Tanti ciodi gh’è in sta porta
Tanti diavoli che ve porta
Tanti ciodi gh’è in sto muro
Tanti bruschi ve vegna sul culo.

Tanti chiodi ha questa porta/ tanti siano i diavoli che vi portano/ tanti chiodi ci sono in questo muro/ tanti siano i foruncoli che vi vengano nel culo./

Ma San Martino non è una festa solo per bambini, infatti, se vi guardate intorno, san-martino1nelle vetrine dei panifici e delle pasticcerie potrete notare un dolce, le cui dimensioni variano da forno a forno così come le decorazioni, a forma di cavaliere ricoperto di dolcetti e altre ghiottonerie.
E’ il dolce di San Martino: una tradizione culinaria veneziana che ogni anno viene rinnovata e invade, letteralmente, le vetrine dei negozi con i suoi colori sgargianti.
Se volete provare a fare il dolce di San Martino, qui trovate la ricetta e le indicazioni per creare il vostro cavaliere di pasta frolla.

Con questo non mi resta che salutarvi e augurare a tutti voi, veneziani e non, buon San Martino!

Viva, viva S.Martin!

*Jo

HALLOWEEN- Le origini

640x480_2544_trick_or_treating_2d_cartoon_picture_image_digital_art

La notte del 31 ottobre, in ogni città del mondo accadono cose singolari: piccoli fantasmini svolazzano per le strade inseguiti da simpatici vampirelli e tenere streghette, più raramente è possibile avvistare anche qualche coraggioso lupo mannaro che annusa l’aria notturna (e magari nebbiosa, per creare atmosfera) in cerca di caramelle.
Halloween è ormai diventata una delle feste preferite dai bambini che, in tutto il mondo, si travestono e vanno alla ricerca di dolcetti di ogni tipo, minacciando terribili scherzi se non vengono accontentati.

Ma conosciamo insieme le origini di questa festa che nulla ha a che fare con le nostre abitudini e tradizioni.
Halloween ha le sue origini nella cultura celtica, più precisamente nella festa di Samhain ed era una specie di capodanno dato che l’anno celtico sembra cominciasse proprio il 31 ottobre, con il modificarsi del calendario è cambiata anche la tradizione associata a questa festa.
Da dove deriva, dunque, il nome odierno Halloween? Si tratta di una variante scozzese di “All Hallows’ Eve”, ossia “Vigilia di Ognissanti”.
La famosa tradizione di intagliare zucche deriva da quella più antica di intagliare rape: queste verdure, scolpite con facce spaventose e truci, messe fuori dalla porta servivano per spaventare i demoni e i fantasmi ed impedire loro di far del male a chi abitava la casa. Nel Nord America, tuttavia, le rape furono sostituite dalle più comuni zucche, le quali erano anche molto più semplici da intagliare. def-zucca-halloween
Ancora oggi, questa tradizione resta, specialmente nei paesi anglosassoni, assieme a quella di addobbare la casa con spaventapasseri e bucce di grano duro, tutti materiali usati per scacciare gli spiriti che, tradizione vuole, si risvegliano verso la mezzanotte.
Potrà sembrare assurdo, ma persino la tradizione di “Dolcetto o Scherzetto” ha origini molto più antiche di quanto uno possa immaginare. Nel medioevo, i mendicanti andavano durante Ognissanti a bussare porta per porta chiedendo cibo e promettendo, in cambio, preghiere per i defunti di chi fosse stato tanto gentile da sfamarli.

Oggigiorno, Halloween è diventata una delle feste più comuni e commerciali, ma è interessante vedere come le tradizioni associate a questa festa siano cambiate pur conservando, nascostamente, la loro origine.

*volpe