Fate: Winx Saga ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Nascosta in un mistico mondo parallelo, la scuola di Alfea addestra le fate nelle arti magiche da migliaia di anni. Bloom, studentessa della scuola, è una fata diversa dalle altre: la ragazza è infatti cresciuta nel mondo degli esseri umani, e, nonostante abbia un animo gentile, dentro di sé nasconde un forte potere magico in grado di distruggere entrambi i mondi. Per gestirlo, Bloom deve controllare le proprie emozioni, ma la cosa si potrebbe rivelare complicata dovendo anche fare i conti con le questioni adolescenziali.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, ha visto nascere le Winx rimarrà un po’ deluso da questa trasposizione che, di fatto, mantiene solo i nomi (e non tutti) e alcune peculiarità dei protagonisti rispetto alla serie originale.
Il risultato è apprezzabile, ma non eccellente: l’ambientazione, i personaggi, persino alcune battute e situazioni sembrano essere state copiate ed incollate da altre serie tv con il risultato che, in generale, sembra di avere davanti qualcosa di già visto e già sentito.
Le fatine glitterate, i cavalieri con la versione economica delle spade laser e le streghe amanti delle tute il lattex cedono il posto a personaggi decisamente meno sprovveduti, con vizi e virtù e privi di quell’innocenza che, ammettiamolo, era credibile per un cartone animato ma avrebbe decisamente lasciato a desiderare in una serie tv young adult.
L’episodio pilota, tra citazioni pop e battute che cercano di ammiccare al femminismo ma falliscono miseramente (Il signore delle mosche viene ribattezzato La signora delle mosche random), è intrigante e getta le basi per uno sviluppo di trama avvincente sulla falsa riga delle vicende trattate nella serie animata. Peccato che gli altri cinque episodi distruggano a colpi di accetta la credibilità di un prodotto che cerca di affrontare tematiche anche interessanti (bullismo, omofobia, bodyshaming per citarne alcuni), ma fallisce miseramente riducendosi all’ennesima brodaglia di situazioni riciclate da altri film e serie tv e personaggi che non sono intelligenti e non si applicano nemmeno.
Girata prevalentemente in Irlanda, la saga può contare su location davvero mozzafiato pregne della magia dei paesaggi irlandesi. Tuttavia, il college di Alfea è stato disegnato e realizzato in modo da sembrare un ibrido architettonico tra lo Xavier Institute, la Sword&Cross (Fallen Saga ndr) e Hogwarts: agli autori piacevano le citazioni, ma il troppo stroppia.
Ciò che manca a questa serie tv è lo spessore: i personaggi, gli elementi dell’intreccio, l’ambientazione non vengono minimamente approfonditi e, alla fine, si finisce per guardare con un po’ di rimpianto alle Winx originali con i loro costumini disegnati dallo stesso stilista di Trilli.
L’approfondimento psicologico dei protagonisti è inesistente e ogni personaggio risulta essere una caricatura di se stesso: c’è il bulletto, la dark, il bello ed ingenuo, la secchiona, quella che crede che tutto il mondo ce l’abbia con lei per motivi che solo lei sa, e così via.
Non esiste una trama né un intreccio e il viaggio dell’eroe si riduce ad un girotondo dove non mancano crisi adolescenziali e situazioni al limite non solo della credibilità ma dell’intelligenza (va bene essere giovani e ribelli, ma tutto ha un limite).

Intorno a questa serie tv si è detto e discusso molto a partire dal titolo: Fate the Winx Saga o Fate (= Destino) The Winx Saga? Ai posteri l’ardua sentenza.
La serie Netflix sulle Winx non è una serie low budget, ma di fatto la sensazione che si ha è quella: effetti speciali che lasciano un po’ a desiderare, una location che inquadra sempre le stesse quattro stanze, dialoghi che sembrano essere stati riciclati da altri film e serie tv e che, nel tentativo di modernizzare le Winx originarie, le appiattiscono.
Ovviamente, non sono mancate le polemiche e i sociali si sono accaniti accusando la produzione di whitewashing e di discriminazione verso le popolazioni latinoamericane e asiatiche che, nella serie originale, erano rispettivamente rappresentate da Flora e Musa.
Purtroppo, sì sa, la polemica è diventata lo sport nazionale di tanti e, personalmente, non ho trovato né discriminatoria né razzista la scelta di sostituire Flora con Terra che, nome mal tradotto a parte (Gea o Gaia sarebbero stati perfetti), cerca di mettere fine ad una tradizione televisiva e cinematografica in cui le ragazze “formose” erano ridotte a macchiette comiche o a pulcini indifesi in adulazione di chiunque rivolgesse loro cinque secondi di attenzione.
Un discorso analogo può essere fatto per Musa che, pur mantenendo alcune somiglianze con il personaggio originario (la passione per la musica e la perdita della madre), è stato rivoluzionato ed approfondito creando qualcosa di nuovo e, tutto sommato, gradevole.
Come compatriota delle Winx originali di Igino Straffi e della Rainbow, posso dire che mi è dispiaciuto vedere completamente cancellate quei dettagli che rendevano la serie “italiana” come, ad esempio, la città di origine della protagonista che da Gardenia (una città fittizia potenzialmente nostrana) è stata cambiata in una località californiana in modo da non perdere la presa sul pubblico internazionale. In generale la miscellanea di elementi appartenenti a tradizioni differenti, come i changelling di origine irlandese, si riduce ad un potpourri culturale dove tutto è conta ma niente è davvero importante e che, considerata la cornice gaelica in cui è ambientata la serie, suona come l’ennesima occasione brutalmente mancata.
Il voto che mi sento di dare alla serie è 5/10: alcuni elementi sono carini e attuali, ma in generale la serie sembra solo l’ennesimo teen drama come tanti altri.

*Jo

It’s The Most Colorful Time Of The Year – I simboli del Natale (parte 1)

L’atmosfera del Natale, si sa, è qualcosa di magico e, quando nelle nostre città si accendono le luminarie e nelle case cominciano a spuntare alberi di natale e presepi, tutti (anche i Grinch più recidivi) ci sentiamo scaldare un po’ il cuore da questa atmosfera magica ed intima.
A contribuire a questo clima festoso ci sono una lunga serie di simboli che, anno dopo anno, sono diventati universalmente forieri delle imminenti festività natalizie: colori, animali, oggetti e tradizioni senza le quali, ammettiamolo, natale non sarebbe Natale.

In questa prima parte ho deciso di concentrarmi sulle tonalità del natale e sul loro significato storico e psicologico.
Il colore è, infatti, il primo veicolo di un messaggio e, in questo periodo dell’anno, fiocchi rossi e verdi, stelle dorate ed argentate e decorazioni bianche e azzurre invadono tanto le vetrine dei negozi quanto le nostre abitazioni.
La scelta di questi colori non è casuale e ha radici antiche risalenti, o addirittura precedenti, all’anno 0 in cui è storicamente collocata la nascita di Gesù.

ROSSO – Forse il colore che meglio incarna il Natale e che, grazie alle scelte marketing di una nota bibita gassata, è diventato anche il colore ufficiale di Babbo Natale.
Anticamente il rosso era il colore della regalità e solo re ed imperatori potevano vestire di porpora (un pigmento naturale preziosissimo che si estrava da un mollusco). Il rosso è anche il colore della vita e della vivacità (spesso associato al fuoco), dell’amore, della forza, del coraggio e del valore (era infatti il colore del dio romano Marte).
Tutt’ora il rosso indica qualcosa di importante e degno di attenzione (basti pensare ai tappeti rossi stesi in alcuni eventi in onore di personalità di spicco); ma è anche un colore usato per segnalare un pericolo il più delle volte mortale e, infatti, liturgicamente parlando il rosso è presente in occasione del triduo pasquale e in concomitanza con la commemorazione di un martire (come Santo Stefano il 26 Dicembre). E’ anche il colore della collera e della violenza.
Apprezzato in Europa quanto in Asia e in molti altre nazioni, il rosso è un colore che, pur ricordando il sangue e il dolore, è considerato di buon auspicio.

VERDE – Spesso in coppia con il rosso, il verde è il secondo protagonista del Natale (cromaticamente parlando): alberi di natale, ghirlande, decoriazioni con foglie di pungitopo, costumi da elfo, … ; il verde invade le strade e i negozi e sembra la base perfetta per dare risalto a tutte le decorazioni.
Anche il verde gode di ottima reputazione ed è comunemente associato alla vita e alla giovinezza, alla natura e alla primavera, alla fortuna, alla felicità, al benessere e alla speranza; la chioma sempreverde delle conifere ha fatto sì che, sopratutto presso i celti, il verde fosse associato all’idea dell’immortalità. E’ un colore che, come l’azzurro o il blu, infonde sicurezza e calma e, per questo motivo, viene utilizzato anche in ambito medico nella speranza di stemperare l’ansia dei pazienti.
Il verde ha anche dei connotati negativi ed è associato al vizio capitale dell’Invidia, notoriamente, “descritta” verde come verdi sono molti rettili ritenuti, in passato, personificazione del demonio: motivo per cui questo colore è stato, a volte, associato anche all’idea del male o della cattiveria (basti pensare al sopracitato Grinch). Il verde è anche il colore della buona sorte che sorride ai giocatori d’azzardo ed è spesso associato alle finanze e al denaro.

ORO – L’oro è un metallo, e un colore, dagli innumerevoli significati: apprezzato fin dall’antichità esso è usato per indicare l’eccellenza o il più alto stato a cui poter aspirare.
L’oro è il colore di dei e re e, infatti, i Magi, giunti a Betlemme per onorare Gesù bambino, portano in dono anche dell’oro. Questo collegamento tra l’oro, la divinità e la sovranità è precedente alla nascita di Cristo e, durante il medioevo, l’oro diventa sinonimo di perfezione e la trasformazione di metalli “vili”, come ad esempio il piombo, in oro diventa l’ossessione degli alchimisti. Questa trasfigurazione, tuttavia, non è solamente chimica ma anche mentale e spirituale ed è volta a far diventare tutta la persona “oro”: qualcosa che, da vile, si sublima.
L’oro simboleggia non solo la divinità e la regalità, ma anche il sole (altro simbolo non solo messianico, ma anche religioso e politico) e il calore, la forza, l’abbondanza e, sopratutto nel mondo antico, era apprezzato per via della sua natura pura che lo rendeva adatto a ricoprire o decorare luoghi e oggetti di culto.
L’oro, tuttavia, è anche sinonimo di sfarzo e opulenza e, a volte, persino di cattivo gusto.

BIANCO – Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato un “Bianco Natale”: la neve, sebbene sempre più rara nelle nostre città, è uno degli ospiti d’onore di queste festività e, ammettiamolo, la vista di un bel paesaggio natalizio innevato farebbe sciogliere anche il più rigido e freddo dei cuori.
Il bianco è, per antonomasia, il colore della purezza, della bontà e della gentilezza ed è comunemente associato a qualcosa di benefico e di buono: l’alimentazione di un bambino comincia con l’allattamento, bianche sono le colombe (uccello foriero di pace e speranza) così come gli agnelli che, fin dalle favole di Esopo, si opponevano con il loro candore al lupo nero e cattivo.
Il bianco è anche il colore della verginità, delle spose e trasmette fiducia e speranza.
Tuttavia il bianco è anche un colore freddo che indica distacco ed isolamento e senso di smarrimento: il panico da “foglio bianco” è quello provato da tutti, almeno una volta, sui banchi di scuola. Inoltre il bianco può anche indicare noia, apatia e disinteresse per il mondo circostante.

ARGENTO – L’argento è decisamente meno diffuso dell’oro, ma non per questo è meno importante.
Se, in alchimia, l’oro è associato al sole e al principio maschile, l’argento è il colore della luna ed è solitamente vincolato al principio femminile. L’argento è anche il colore del Mercurio (altro metallo ed elemento della tavola periodico) e, forse proprio per via del suo legame con il celere messaggero degli déi, è il colore che meglio incarna l’idea della velocità e del dinamismo, non che della purezza, dell’indipendenza e della pace.
Decisamente meno nobile dell’oro (che rappresenta il piano spirituale del mondo), l’argento è considerato più “materiale” ed è spesso associato all’avidità e alla cupidigia: all’indomani della passione di Cristo, Giuda vende Gesù per 30 denari d’argento.

AZZURRO&BLU – L’azzurro e il blu, con le loro sfumature, non sono meno presenti nelle decorazioni natalizie dell’oro, del rosso o del bianco. Il blu è il colore del cielo e l’azzurro è il colore che la tradizione ha da sempre associato alla figura della Vergine Maria.
L’azzurro e il blu ci ricordano l’elemento dell’acqua, un bene prezioso e per tutte le forme di vita, e anche l’aria, senza la quale non potremmo vivere, il cielo e il paradiso.
L’azzurro è, come il verde, un colore capace di infondere pace e sicurezza e per questo è molto spesso usato per tinteggiare le sale d’attesa degli studi medici.
E’ il colore della serenità (nelle belle giornate il cielo è azzurro terso) e anche della libertà.
Il blu, invece, è il colore della notte e del mare e infonde, esattamente come l’azzurro, quiete e tranquillità perché associato a concetti rilassanti come il riposto notturno e il rumore delle onde.
Paese che vai credenza che trovi. Se il blu gode di ottima fama presso la maggior parte delle culture, lo stesso non si può dire dei paesi anglosassoni dove il blu è considerato il colore della tristezza: il Blue Monday è, infatti, considerato da tutti il giorno più triste dell’anno e nel film Pixar Inside Out il blu è il colore che caratterizza il personaggio di “Sadness”, ossia “Tristezza” nella versione italiana.

*Jo

Il cavaliere dei draghi

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IL CAVALIERE DEI DRAGHI

Autore: Cornelia Funke
Casa editrice: Mondadori
Anno: 1977

.: SINOSSI :.

Gli uomini stanno per invadere l’ultima valle abitata dai draghi d’argento. Lung, un giovane drago stanco di vivere nascosto, parte alla volta della Terra ai Confini del Cielo, la valle dove i draghi vivono felici e al sicuro dagli umani: un luogo incantato, ammesso che esista davvero. Con lui parte la sua cobolda personale, Fiore di Zolfo. Alla piccola banda si unirà Ben, ragazzino senzatetto, e più tardi un essere minuscolo: i tre affronteranno insieme un insidioso nemico. Il viaggio è lungo ma la banda non si scoraggia e affronta peripezie di ogni genere pur di raggiungere il suo obiettivo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il cavaliere dei draghi è un bellissimo romanzo fantasy per bambini e ragazzi la cui peculiarità è essere ambientato ai giorni nostri.
Come dicevo, si tratta di un romanzo per ragazzi, ciò non toglie che anche un adulto può farsi coinvolgere facilmente: lo stile è semplice ed è davvero di piacevole lettura. E’ facile affezionarsi ai personaggi che presentano uno spiccato senso dell’amicizia e un coraggio da vendere. Nonostante tutto, non è irrealistico.
Mi spiego meglio: la profezia sul cavaliere dei draghi c’è, ma è talmente lasciata in disparte che ciò che risulta è una bellissima storia d’amore e d’amicizia adatta a stimolare i più piccoli al coraggio e al sostegno reciproco.
Una menzione particolare tra i personaggi va, secondo me, a Stralidor, Colui Che Come Oro Sfavilla. Sebbene sia il cattivo della storia, l’ho trovato godibilissimo e a tratti anche divertente: naturalmente è stato esagerato per far sorridere i più piccoli ma mantiene comunque la sua vena di cattiveria.
Ho apprezzato molto lo stile semplice e diretto dell’autrice, in particolare ho trovato molto ingegnosa la stratagemma di utilizzare nomi di funghi velenosi al posto delle parolacce.

l mio voto complessivo è 8/10, per quanto sia bello ovviamente a me non ha lasciato niente di più rispetto a quando lo ho cominciato se non qualche ora piacevole.
Lo consiglio a chi ama le storie fantastiche, specialmente se ha un figlio o un nipote a cui leggere il romanzo.

*Volpe

“Nutrire il pianeta, energia per la vita.”- EXPO un anno dopo.

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Un anno fa cominciava EXPO MILANO 2015, un’esperienza che ha portato l’Italia e la città di Milano al centro del mondo. Per sei mesi infatti la metropoli lombarda è stata invasa positivamente da gente di ogni nazione che ha portato nel Bel Paese un pezzo della propria cultura.
Ad un anno di distanza ci piace ricordare questo evento che ha avuto un’eco mondiale e che ha lasciato nei visitatori e in chi vi ha lavorato un’impronta indelebile.
A raccontarci la sua esperienza abbiamo la dottoressa Federica Lafranconi che per sei mesi ha lavorato nel padiglione della Germania.

– Ci può raccontare brevemente qual era il tema del padiglione e come ha scelto di presentarsi la nazione tedesca?
Il padiglione tedesco nasce sotto il titoli di “Fields of ideas”, per unire il comuni tra il campo agricolo e la mente. Entrambe vanno coltivate con costanza e passione per poter ottenere i frutti migliori. Ma non solo, a questo si aggiunge lo slogan “Be(e) active” in cui si mischiano le api, insetto guida anche di altri padiglioni, e l’invito ai visitatori ad essere partecipi in prima persona.
Il tutto è compreso nella tematica generale dell’esposizione universale di Milano 2015 ovvero “nutrire il pianeta, energia per la vita”. I progetti presentati hanno trattato sia tematiche ambientali, che strettamente agricole (come coltivare e cosa coltivare) ed energetiche riguardanti i nuovi modi di creare energia pulita.

– Una delle critiche più sentite fatte dai visitatori è stata la quasi totale assenza di esposizioni dedicate al cibo. Come ha detto anche lei, il padiglione tedesco ha deciso di dedicare ampio spazio alle energie rinnovabili e alla questione ambientale a scapito, forse, del tema principale dell’expo: l’alimentazione. Ci può spiegare il collegamento, se esiste, tra ambiente, tutela dello stesso ed alimentazione?
Tanti visitatori si aspettavano una mostra solo sul cibo con assaggi gratis dei prodotti tipici. Il tema di Expo invece parla di alimentazione nel suo senso più ampio. Noi siamo quello che mangiamo. Agricoltura e allevamento determinano la qualità dei cibi che portiamo in tavola. Se mucche, polli e galline sono allevati con ormoni, gli stessi entreranno nelle fibre della carne che mangiamo; se le colture crescono ad acqua e pesticidi, anche noi, ultimi nella catena alimentare, assumeremo gli stessi pesticidi. Tutto è connesso in un circolo che comprende la salute dell’uomo: se manca questa, manca tutto. L’energia è intesa anche come energia vitale di crescere e vivere. Inoltre l’uomo vive in un ambiente che lo circonda e lo influenza. Se togliamo terreno alle foreste per seminare prodotti OGM per i bisogni del mercato, in termini di quantità e prezzo, rischiamo poi di subirne le conseguenze, ad esempio l’aumento fenomeni alluvionali o l’aumento delle temperature.

Sempre parlando del padiglione tedesco, ci può raccontare e spiegare quale tra i progetti presentati era secondo lei il più interessante?
Il mio preferito in assoluto è stato il Qmilk. Un’idea assolutamente straordinaria e innovativa ovvero l’utilizzo di latte scaduto sapientemente trattato che diventa un tessuto simile alla seta, ignifugo, anallergico e antibatterico. Anche il quotidiano inglese “The Guardian” ne ha parlato in una intervista alla sua creatrice. Per ora è utilizzato solo in campo medico ma le sue potenzialità sono moltissime.
Inoltre i pannelli fotovoltaici che sono sottili come fogli e si possono incollare perfino sui vetri, però il Qmilk è qualcosa di unico nel suo genere.

Davvero incredibile sì, un’idea simile a quella proposta dal padiglione italiano dove un nuovo tessuto è stato ricavato dalle bucce delle arance. Tuttavia, almeno per il momento, stiamo parlando di progetti su larga scala che richiedono finanziamenti e mezzi inaccessibili alle persone “comuni”. Il padiglione tedesco aveva tra i suoi slogan “Be(e) active!” un invito ad essere attivi e ad interagire con l’esposizione. Potrebbe spiegarci come i visitatori diventavano protagonisti e come, una volta tornati a casa, si può continuare ad essere attivi nella catena universale che è l’alimentazione?
Per i bambini c’era un percorso riservato, molto divertente, per spiegare le tematiche in modo semplice e facilmente comprensibile. Inoltre ogni angolo aveva una proposta da seguire, sulla coltivazione, ricette di cucina, per fare qualche esempio, da replicare a casa. Nello show finale si diventava “un’ape in mezzo alla corolla di un fiore” e si viveva la sua giornata tipo: a spasso per il mercato, inseguiti da una signora con un giornale per colpirci, sorpresi da un temporale. L’invito è di essere consapevoli dell’ambiente che coltivazione circonda e rispettarlo in modo che ci dia i suoi frutti migliori.

Parliamo ora dell’EXPO vera e propria, quanti padiglioni ha visitato e quali sono stati secondo lei i più belli?
Ne avrò visitati la metà circa. Il mio preferito è stato quello della Svizzera, per la profondità del concetto espresso, poi l’Inghilterra con il suo alveare.

– Ce li può raccontare brevemente?
Il tema della Svizzera era: “Ce n’è per tutti?” Il padiglione era diviso in 4 torri con caffè, acqua, sale e fettine di mela in quantità predefinita, a simboleggiare le risorse naturali presenti sulla terra che purtroppo non sono illimitate come si potrebbe sembrare. I visitatori sono invitati a prendere tutto quello che vogliono, nella quantità desiderata, ma consapevoli di toglierne al visitatore successivo. Il concetto esprime la profondità dell’essere e dell’avere: abbiamo davvero bisogno di quello che possediamo? Quanto siamo consapevoli di togliere possibilità agli altri?
Il padiglione inglese invece racconta la storia di un alveare, collegato alla struttura in acciaio che in base alla vita delle api all’interno di un vero alveare, illumina di varia intensità le lampadine presenti. Al piano terra inoltre si potevano sentire i rumori emessi dalle api in base al messaggio che vogliono trasmettere ed un giardino con le piante da cui le api traggono il polline, il tutto per ricordare ai visitatori il ruolo fondamentale e vitale delle api.

– Si può quasi dire che l’ape sia stata la mascotte non ufficiale di questa esposizione universale: un animale tanto piccolo eppure così importante non solo per l’ambiente, per cui svolge il vitale lavoro dell’impollinazione, ma anche per la nostra alimentazione garantendoci di anno in anno frutta e verdura.
Facciamo ora un piccolo bilancio. La preoccupazione più grande degli italiani, riguardo all’evento EXPO, è stata il guadagno e dal primo all’ultimo giorno non sono mancate le polemiche sui costi di questa esposizione universale.
Accantonando il discorso economico, che trova il tempo che trova per quanto importante, quanto si sente arricchita e quale pensa sia stato il lascito dell’EXPO per il nostro paese?
Personalmente mi sento arricchita grazie al lavoro che ho svolto nel padiglione: ho imparato molto da colleghi e superiori ed ho vissuto un’esperienza unica. Il lascito di Expo è la Carta di Milano, che si poteva firmare nel padiglione italiano. Spero che i firmatari si impegnino concretamente a seguire, diffondere e rispettare i concetti che la Carta di Milano rappresenta. Si parla di consumo consapevole e lo possiamo fare tramite i nostri acquisti. La volontà è tutto e noi dobbiamo volere un mondo migliore ed impegnarci per ottenerlo.

Ha accennato ai suoi colleghi, erano tutti di nazionalità tedesca?
Il personale del padiglione era molto numeroso e diviso tra italiani, tedeschi e bilingue. Tutti parlano italiano, tedesco e inglese più altre lingue straniere, dal cinese all’arabo, insomma un clima internazionale.

Una realtà lavorativa decisamente pittoresca. Ci può dire tre pregi e un difetto di questa cooperazione che, per quanto piccola, si può definire internazionale?
Il difetto l’ho riscontrato nel contatto con alcuni visitatori troppo maleducati, mente i pregi sono stati il lavoro di gruppo che abbiamo fatto, la possibilità di ognuno di “emergere” nell’attività in cui era più portato e i rapporti di amicizia che si sono creati in questi 6 mesi.

– In conclusione, può condividere con noi il ricordo più bello che ha di questa esperienza?
Il giorno dell’apertura, il primo maggio. Un’emozione indescrivibile. Per quanto ci siamo preparati e abbiamo fatto prove e simulazioni, l’apertura è stata una giornata unica.
C’era la voglia di dare il 100% perché tutto fosse perfetto e la curiosità di scoprire gli altri padiglioni.

*Jo

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LA FINE DEL MONDO STORTO

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LA FINE DEL MONDO STORTO

Autore: Mauro Corona
Casa editrice: Mondandori
Anno: 2015

. : SINOSSI : .

Un giorno il mondo si sveglia e scopre che sono finiti il petrolio, il carbone e l’energia elettrica. È pieno inverno, soffia un vento ghiacciato e i denti aguzzi del freddo mordono alle caviglie. Gli uomini si guardano l’un l’altro. E ora come faranno? La stagione gelida avanza e non ci sono termosifoni a scaldare, il cibo scarseggia, non c’è nemmeno più luce a illuminare le notti. Le città sono diventate un deserto silenzioso, senza traffico e senza gli schiamazzi e la musica dei locali. Rapidamente gli uomini capiscono che se vogliono arrivare alla fine di quell’inverno di fame e paura, devono guardare indietro, tornare alla sapienza dei nonni che ancora erano in grado di fare le cose con le mani e ascoltavano la natura per cogliere i suoi insegnamenti. Così, mentre un tempo duro e infame si abbatte sul mondo intero e i più deboli iniziano a cadere, quelli che resistono imparano ad accendere fuochi, cacciare gli animali, riconoscere le erbe che nutrono e quelle che guariscono. Resi uguali dalla difficoltà estrema, gli uomini si incammineranno verso la possibilità di un futuro più giusto e pacifico, che arriverà insieme alla tanto attesa primavera. Ma il destino del mondo è incerto, consegnato nelle mani incaute dell’uomo…

. : Il nostro giudizio : .

Prendi un pomeriggio di pioggia e fredda, una cioccolata calda e il capriccio buono di leggere un libro in un giorno.
Prendi uno scrittore cinico, selvatico e senza peli sulla lingua.
Prendi il tempo per spaventarti e riflettere, per guardare con occhi diversi la vita e il mondo storto in cui viviamo.
“La fine del mondo storto” è una visione, una profezia romanzata, un’apocalisse contemporanea in cui i draghi e le bestie sono sostituiti dalla “roba” (come la definisce lo scrittore stesso) di cui gli uomini si sono circondati allontanandosi da quel sapere antico che ha tenuto in vita le generazioni che ci hanno preceduto.
Mauro Corona immagina un mondo senza elettricità, né petrolio o gas; un mondo primitivo con uomini persi senza computer e cellulare e che, per vivere, devono tornare alla terra offesa, violata e sfruttata fino a renderla una madre ostile, ma non troppo, verso i suoi figli.
Il linguaggio è semplice, quasi da diario per certi versi, e non si risparmia in turpiloqui né in giudizi verso le categorie della società contemporanea: dal papa al barbone, dal politico al netturbino; tutti ricevono la loro dose di giudizi e critiche più o meno condivisibili.
Il mio giudizio è 8/10 e lo consiglio caldamente a tutti coloro che hanno a cuore la questione ambientale e si interessano di sociologia.

*Jo