Cyrano ~ Streaming and Pajamas

.: SINOSSI :.

La storia della vita di Cyrano de Bergerac, romanziere e drammaturgo francese del XVII secolo. L’uomo era convinto che il suo aspetto non lo avrebbe aiutato a conquistare la bella Roxanne, innamorata di qualcun altro.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Dopo capolavori, osannati sia dalla critica sia dagli spettatori, come Orgoglio e Pregiudizio, Anna Karenina, Espiazione e L’Ora più buia, Joe Wright torna al cinema con una nuovo adattamento destinato, a mio parere, alla stessa fama dei precedenti.
Cyrano è, appunto, l’adattamento cinematografico dell’omonima opera teatrale di Edmond Rostand, sebbene il regista si sia preso la libertà di apportare alcune piccole modifiche che hanno reso la pellicola più adatta ai nostri tempi.
Il cambiamento più grande si ha proprio sul protagonista: il Cyrano di Wright, infatti, non ha il nasone, ma è affetto da nanismo. La scelta è, complice l’ottima interpretazione di Peter Dinklage (Tyrion Lannister ne Il trono di spade), assolutamente vincente perché costringe lo spettatore a riflettere sui concetti di bellezza e dignità dando un nuovo sapore all’opera di Rostand.

Altro cambiamento di cui bisogna assolutamente parlare è la decisione di rendere il testo teatrale di Rostand un film musicale. Molti lungometraggi di Wright risentono del suo amore per la musica e per il teatro, tanto che spesso i personaggi sembrano muoversi e danzare a ritmo di una colonna sonora nascosta allo spettatore.
In questo caso, la musica è davvero presente e talvolta conquista la scena imponendo ai personaggi di abbandonare la dimensione del reale per entrare in una spettacolare e onirica coreografia. Gli attori, ottimi cantanti, e le comparse, meravigliosi ballerini, non fanno minimamente pesare il cambiamento che risulta naturale. Unica pecca è che non c’è una canzone che sia davvero memorabile e che resti in testa allo spettatore.

Come dicevo, gli attori hanno fatto un ottimo lavoro e hanno interpretato magistralmente i personaggi a loro affidati. Personalmente amo molto l’opera Cyrano (forse perché il mio nome, Rossana, viene proprio da qui? Chi lo sa) e ne ho viste molte interpretazioni. Tra tutti, il Cyrano di Dinklage è tra i miei preferiti in assoluto: ha reso benissimo quanto la supponenza del personaggio non sia altro che una maschera alle sue moltissime insicurezze. Allo stesso modo, Haley Bennett interpreta una splendida Rossana dando nuova vita e nuovo spessore ai desideri d’amore di una ragazza che, sicura di ciò che vuole (come viene evidenziato bene dalla canzone “I need more“), non si accontenta mai di quello che la vita le dà ma combatte per quello che vuole.
La trama non si discodta minimamente da quella dell’opera teatrale ma la bravura di Harrison (Cristiano) e Dinklage dona nuovo spessore e profondità al rapporto che lega i due personaggi. Qui non sono solo entrambi innamorati della stessa donna: si vede proprio che sono amici e questo rende ancora più tragica la vicenda.

Girato in Sicilia, il film mostra paesaggi stupendi in cui lo spettatore può perdersi e sognare. Allo stesso modo, i costumi, il trucco e le acconciature mi sono sembrate abbastanza fedeli al tempo che vogliono raccontare.
Come avrete capito, a me il film è piaciuto moltissimo: lo consiglio a chi è curioso di conoscere l’opera Cyrano ma ha paura ad approcciarsi alla sua versione teatrale o allo scritto.

*Volpe

L’odore assordante del bianco

.: SINOSSI :.

Nella stanza di un manicomio prende vita un dialogo serrato tra Van Gogh e suo fratello Theo, non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma anche un’indagine che ne rivela uno stadio sommerso. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Bisogna essere pazzi, con un’intera libreria a disposizione e un inventario di mondi diversi in cui perdersi, per scegliere liberamente di chiudersi per un’ora nel manicomio di Saint Paul dove, come fa notare il protagonista, anche Dio verrebbe rinchiuso e trattato come un imbecille.
L’odore assordante del bianco è la prima opera de Una quadrilogia di Stefano Massini e, con crudeltà e poesia, psicologia e umanità, dipinge istantanee drammatiche dell’esperienza fatta da Vincen Van Gogh nel manicomio di Saint Paul.
Un’opera complessa che si tiene in equilibrio precario tra la prosa e la lezione di psicologia. L’odore assordante del bianco è molte cose in una e, nonostante richiami il colore che è la somma di tutti e di nessuno, mostra al lettore sfumature diverse grottesche, drammatiche e anche poetiche; l’approfondimento psicologico è evidente fin dalla drammatis personae che, invece di presentare i personaggi con i loro trascorsi, li tratteggia attraverso pennellate, macchie di colore che richiamano al temperamento degli stessi.
Il testo è un climax discendente: si ha la sensazione di precipitare e sprofondare trascinati da Vincent nella sua pazzia e nelle sue manie. Che cosa è vero? Che cosa non lo è? A metà del testo ci si sente traditi tanto dall’autore quanto da se stessi e lo stomaco si attorciglia mentre i personaggi aumentano la sensazione di trambusto guaendo e sbraitando. Poi, in zona Cesarini, il cambio di rotta: improvviso ed illogico che lascia addosso al lettore una sensazione di diffidenza difficile da allontanare. Quando, infine, il buio nero cala sull’ultima battuta, è inevitabile fermarsi a riflettere su ciò che si è letto perché, alla fine, L’odore assordante del bianco non parla della pazzia di Vincent, ma sussurra anche alla nostra confortandola e facendola capire compresa in un mondo che, come grida Vincent al fratello, tende a eliminare le mele marce.

Su RaiPlay è disponibile una registrazione del 2019 ed è grazie a questo archivio multimediale che ho scoperto questo testo. La versione portata in scena da Alessandro Maggi, con Alessandro Preziosi nel ruolo di Vincent Van Gogh, presenta alcuni tagli al copione originale, ma riesce ugualmente a centrare il punto.
Prosa e spettacolo non si guardano, ma si lasciano entrare dentro l’anima e vivere in noi. Sul palcoscenico la linea tra reale e immaginato è più sfumata e le voci degli attori hanno il non sempre facile compito di tracciare il labile confine tra ciò che esiste e ciò che non si vede. Sulle pagine, invece, è il cuore a decidere e ad aggrapparsi, come fa il protagonista, alla speranza, purtroppo infondata, che ciò che si ha davanti sia vero e vivo. Il “filo spezzato” ricorda la bacchetta spezzata del mago Prospero ne La tempesta di Shakespeare: come Prospero spezza la bacchetta per avvertire lo spettatore della fine dei suoi incanti, così Vincent racconta del suo filo spezzato ammonendo chi lo ascolta “[…] se scopri – e basta una volta- che la mente ti può ingannare… Be’, allora il filo si spezza, […] quando i tuoi occhi incontrano le cose, dovranno sempre e comunque dubitare.”
Un’opera, già dal titolo, sinestetica che, tuttavia, non stuzzica solo i cinque sensi ma pizzica, senza chiedere il permesso, le corde più profonde dell’anima. Il titolo stesso della raccolta Una quadrilogia (anzi che tetralogia) si spinge oltre al semplice coinvolgimento della vista e cerca, come un quadro, di sfiorare anche gli altri sensi.
Come per una raccolta di poesie, non posso dare un voto a questo testo che ha significato per me più di quanto riesca a rendere a parole. Non è un’opera leggera e tanto la prosa quanto la rappresentazione richiedono concentrazione e voglia di mettersi in discussione. Sono pagine che fanno ridere, incazzare e piangere: dove ogni parola è scelta con la cura con cui un pittore dispone le tinte sulla tavola.
Una lettura non per tutti, ma di un’universalità disarmante.

*Devyani

L’ Italia Chiamò: uniti contro il Coronavirus

L’Italia non si ferma.
Nonostante le lezioni sospese, i musei chiusi e le iniziative posticipate a data da destinarsi, l’Italia non si ferma.
Si continua a lavorare, chi da casa e chi, come il personale del servizio sanitario nazionale, i medici e tutti gli operatori e i volontari, da quella che è a ragion veduta stata battezzata la “trincea”: le corsie degli ospedali e dei prontosoccorsi, gli ambulatori e tutte le strutture che stanno servendo con passione e impegno il nostro paese in queste difficili settimane.
Non ci si può muovere, ma ciò non ci impedisce di sostenerci l’un l’altro con iniziative che possono essere sia di ampio respiro sia più private e personali.
Una di queste è L’Italia Chiamò il più grande evento in streaming di tutti i tempi che sarà in onda venerdì 13 marzo dalle sei a mezzanotte e raccoglierà le voci di un’Italia che resiste, vive e spera oltre il Coronavirus.
A questa iniziativa parteciperanno in tantissimi: personalità del mondo dello spettacolo, della cultura e dell’informazione che si susseghiranno e spalleggeranno per portare a termine una maratona che, sicuramente, passerà alla storia e che nessuno dimenticherà.

Anche noi di Arcadia ci siamo uniti a questa iniziativa e su YouTube trovate il nostro contributo a questa fantastica catena culturale e di solidarietà: la poesia Giorno di pioggia, di Henry Wadsworth Longfellow letta, per l’occasione, dalla nostra Volpe.
Questo piccolo gesto è il nostro abbraccio a voi lettori e il nostro rinnovato augurio affinché tutto si concluda presto e nel migliore dei modi.

Oltre a proporre un lungo streaming per tenere compagnia a chi come noi #restaacasa, gli organizzatori hanno deciso di creare una raccolta fondi per sostenere lo sforzo del sistema sanitario nazionale.
Le indicazioni per un’eventuale donazione, che consigliamo caldamente, le potete trovare sul sito web www.litaliachiamo2020.it .

Ovunque voi siate, non siete soli.
Non abbiate paura, ce la faremo!

*Lo Staff

GIULIO CESARE

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GIULIO CESARE

Autore: William Shakespeare
Editore: Feltrinelli

.:SINOSSI:.

Uno “stanco” Cesare, un Bruto “intellettuale”, Cassio, Antonio e poi Ottaviano sono tutti coinvolti nella moderna riflessione sulla condizione umana, in un dramma che anticipa l’Amleto e preannuncia la massima stagione dell’arte shakespeariana. Tutto passa e tutto cambia; i miti sorgono e decadono per essere sostituiti da altri che a loro volta crolleranno; la realtà è inafferrabile e sfuggente, osservabile da mille interpretazioni.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

L’opera è chiaramente un’allegoria della società Elisabettiana nel quale è stato scritto: la regina Elisabetta, non avendo nominato un erede, creò una situazione di guerra civile simile a quella che si instaurò a Roma dopo gli avvenimenti delle idi di marzo.
Non è un errore, pertanto, considerare l’opera come uno specchio della società contemporanea all’autore.
Non esiste nell’opera, un vero protagonista.
Cesare, forse, è l’unico che compare costantemente nelle bocche degli altri presenti. La vicenda gli gira intorno, quindi, anche quando è ormai morto sotto i colpi dei congiurati.
Possiamo, in ogni caso, identificare tre personaggi tipo di cui parlerò brevemente.
Cominciamo da Cassio: Cassio è colui che convince Bruto a unirsi alla causa per salvare la repubblica romana dal diventare una monarchia. Cassio è il primo vero cospiratore e muove la propria mano per vendetta contro Cesare, ma sa che senza Bruto non avrà alcuna possibilità di succedere.
Bruto, al contrario di Cassio, rappresenta l’amore e l’ideale: le parole che gli riempiono più spesso mente e bocca sono “onore”, “amore”, e “libertà”. Bruto non uccide Cesare perché lo odia, ma, per citare le parole dello stesso personaggio: “non ho ucciso Cesare perché lo amavo meno, l’ho ucciso perché amavo Roma di più”.
Ciò che Bruto ha nel cuore è solo la volontà di salvare Roma dal pericolo di una monarchia, dal pericolo che ogni Romano sia reso schiavo da Giulio Cesare Imperatore.
La sua mano cala piena di paure, piena di rimorsi e piena di tristezza, al contrario di quella di tutti gli altri congiurati.
Marc’Antonio è l’ultimo dei personaggi di cui mi preme parlare, specialmente perché per lui Shakespeare si è premurato di utilizzare uno stile molto particolare: mentre gli altri parlano in prosa, Antonio parla in versi.
Marc’Antonio rappresenta il passato, in un certo senso, e in un altro senso rappresenta il futuro: egli non voleva la morte di Cesare ma ne trarrà grandissimo giovamento.
E’ un oratore fenomenale e il modo in cui riesce a convincere la folla di eliminare i cospiratori fingendo di desiderare l’opposto, mostra l’utilizzo magistrale delle figure retoriche di cui Shakespeare era capace.

Questa è la mia opera Shakespeariana preferita, pertanto per me vale 9/10. Non do 10 per il fatto che si tratta di un’opera teatrale e, sullo scritto, rende meno che su un palcoscenico.
E’ un’opera di stampo politico, tenetelo presente nel caso decideste di leggerla.

*Volpe

HARRY POTTER E LA MALEDIZIONE DELL’EREDE (Prima e Seconda parte.)

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HARRY POTTER E LA MALEDIZIONE DELL’EREDE (Prima e Seconda parte.)
Autore: Jack Thorne e J. K. Rowling
Editore: Salani
Anno di pubblicazione: 2016

.:SINOSSI:.

Sono passati 19 anni dalla vittoria su Voldemort e Harry ha messo su famiglia: la moglie Ginny e i figli James Sirius, Albus Severus e Lily Luna. Fare il padre però non è tanto facile e anche per il Prescelto i problemi non mancano, soprattutto col secondogenito Albus, il quale soffre molto il peso del cognome che porta e pensa di non essere all’altezza del famoso padre. La vita a Hogwarts di Albus è infatti molto diversa da quella che era stata per Harry, dal momento che il giovane mago fatica nelle lezioni e non lega molto coi coetanei. Unica eccezione, ironia della sorte, è Scorpius Malfoy, figlio di Draco, storico rivale di Harry, su cui girano strane voci riguardo la misteriosa nascita. Con lui Albus stringe un legame molto profondo che si rafforzerà nel corso della vicenda.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Dunque, gente: carte in tavola. Di cosa parla la vostra fan fiction su Harry Potter? Non mentite.
So che ne avete una – sia essa custodita in un file remoto sul vostro computer, su un sito internet che non visitate più da un decennio o nei recessi della vostra mente. Poi arriva Lui, Jack Thorne. Peccato che la sua non sia più una semplice e “banale” fanfiction da lettore accanito. È la canonica ed ottava avventura di Harry Potter, scritta in forma di copione teatrale per lo spettacolo “Harry Potter and the Cursed Child“, che da noi è diventato “Harry Potter e la maledizione dell’erede“. Ho letto questo libro in una mattinata qualunque, attendendo le analisi del sangue, in un reparto sperduto dell’ospedale. E che dire? Quando mio padre me lo ha portato, la mia compagna di stanza ha fatto gli occhi a cuoricino e le infermiere me lo volevano rubare. Io sono un tipo che giudica molto un libro dalla copertina, e vedere questo nido con le ali, non mi faceva tutta questa gran voglia di aprirlo e tuffarmi nel mare di parole. In più, con mio sommo rammarico, ho scoperto che era più somigliante ad un copione che ad un libro vero e proprio: spoglio di descrizioni, emozioni e dettagli; suddiviso in due parti, e quattro atti. Nell’ultimo romanzo della serie “Harry Potter e i doni della morte” eravamo alla stazione di King’s Cross, binario 9 e ¾, dove abbiamo salutato insieme ad Harry Potter, ormai marito e padre, Albus Severus, il secondo dei tre figli che Harry ha avuto dalla moglie Ginny e nelle ultime pagine abbiamo scoperto anche che Harry lavora come cacciatore di maghi oscuri per il Ministero, che è ancora celebrato per aver sconfitto Voldemort e che «La cicatrice non gli faceva male da diciannove anni. Andava tutto bene». Come se questo lasciasse presagire qualche accadimento futuro… Accadimento che viene raccontato in questo libro, a parer mio in maniera un po’ troppo frettolosa e confusa; come se si volesse tirare avanti una saga oramai conclusa. E le minestrine riscaldate, si sa… fanno un po’ schifo a tutti. Forse è proprio questo il problema della Maledizione dell’erede: si tratta di una storia estremamente derivativa che cerca di infilare dentro se stessa quanti più personaggi e situazioni che hanno fatto grande la saga di Harry Potter. Mi ha dato l’impressione che la Rowling sia rimasta incatenata a Harry, come Di Caprio a Titanic: non si scolla di dosso questo personaggio, non riesce ad uscire dal suo bozzolo. A livello personale non posso negare di aver provato orrore e sgomento quando è uscito fuori l’unico oggetto-barra-stratagemma-narrativo che avrebbe dovuto rimanere sepolto e per sempre obliato: le giratempo de “Il prigioniero di Azkaban”. Vorrei poter dire che la nuova storia ha contribuito a far luce sul peggior oggetto magico mai creato dalla Rowling, e magari farmi accettare la sua esistenza, ma non è così. Ancora odio le giratempo. Il libro è un susseguirsi di vicende ASSURDE, salti temporali che manco Cecchi Paone ne “La macchina del tempo” si è mai sognato di fare. Ma poi scusate, tutte le Giratempo non vennero distrutte? In questo romanzo spuntano come funghi nei boschi. Se ne rompe una? Ecco che ne appare un’altra di cui Tizio nemmeno conosceva l’esistenza. Il finale poi, vabbè. Mi ha fatto chiudere il libro e lasciata allibita. Più che commedia teatrale, mi pare un siparietto comico. La storia non è di certo ai livelli di quelle precedenti, sembra che siano stati presi degli eventi dagli altri romanzi di Harry Potter e messi qui, un po’ lì, un po’ di là. I più nostalgici forse apprezzeranno questa cosa, io no, anche perché non compro un romanzo che è la brutta copia di quelli precedenti. La storia in sé, non è malvagia, ma non è nemmeno eclatante. Lo reputerei mediocre, 4/10 assolutamente. La Rowling poteva attingere da ben altre cose: ha così tanti elementi nei precedenti libri che sarebbe stato più innovativo scrivere curiosità o antri nascosti di Hogwarts, oppure la vita amorosa della McGranitt, che sarebbe comunque risultata più clamorosa e interessante.

*Fritz.

Shakespeare my Love

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L’eco di William Shakespeare sembra, anche a distanza di 400 anni dalla morte, non avere fine. I suoi sonetti sono studiati al liceo, le sue opere teatrali sono tra le più riprodotte e quelle con il maggior numero di adattamenti, il suo stile e i neologismi che ha inventato per la lingua inglese sono continuo oggetto di studio così come i suoi personaggi che affascinano per la loro psicologia e la loro costruzione. Luoghi come Verona o Roma rimbombano dei monologhi e dei discorsi altisonanti come quello di Marco Aurelio sulle spoglie di Giulio Cesare. Per non parlare delle frasi attribuite al Bardo che, in modo più o meno consono, vengono citate e rimbalzano di bocca in bocca, di schermo in schermo. Forse non è un caso che il 23 Aprile, data della morte di Shakespeare, l’UNESCO abbia indetto la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, anche nota come Giornata del libro e delle rose. Tale onore non poteva che spettare a lui: a questo scrittore che non riusciva a firmare due volte nello stesso modo i suoi scritti. Eppure la storia della letteratura è costellata di nomi che ci hanno regalato opere persino più notevoli di quelle lasciateci in eredità dal Bardo. Basti pensare alle tragedie greche, ai grandi poemi di Omero e di Virgilio o a quelli più recenti di Ariosto e Tasso. Si pensi alla Divina Commedia firmata da quello universalmente noto come il Sommo Poeta. O ancora guardiamo agli autori dell’ottocento la cui influenza è ancora molto forte nella nostra cultura e nel nostro immaginario. Victor Hugo, Baudlaire, Jane Austen, Louisa May Alcott,  i russi Tolstoj, Dostoevskij e via così fino ad arrivare ad autori contemporanei come Coelho, Rowling e King. Eppure, malgrado la fama che avvolge questi grandi della letteratura, nessuno sembra in grado di competere con Shakespeare e con la sua produzione poetica e teatrale. Perché? Le trame che Shakespeare ha portato sul palcoscenico non si possono propriamente definire un mero frutto della sua penna e del suo calamaio. Molte sono infatti le opere ispirati a fatti della storia romana, a leggende o a fatti della cronaca del tempo. La sfortunata storia d’amore di Romeo e Giulietta è solo l’ultima di una serie di sfortunati amanti inaugurata da Piramo e Tisbe e consolidata da personaggi come Abelardo ed Eloisa o Tristano ed Isotta. Tuttavia ciò non sembra inibire la fama di queste opere che di anno in anno consolidano la loro fama e godono di nuovi adattamenti e rappresentazioni sia nei grandi teatri, dove vengono portate in scena sulle note di Verdi, così come nei più modesti laboratori scolastici. Altrettanto entusiasmante è la vita dello scrittore che è stata portata sui grandi schermi dal film “Shakespeare in Love” del 1998 in cui viene raccontata la genesi del dramma degli amanti veronesi. Questa cornice, per quanto dettagliata, non ci consente ancora di capire quale sia il segreto di Shakespeare.

Analizzando le opere del Bardo ci troviamo davanti ad un vero e proprio esercito di personaggi, alcuni dei quali hanno addirittura ispirato all’epoca quelle che noi oggi chiameremmo fan fiction. Uomini, donne, maghi, streghe e spiriti che formano un caleidoscopio di volti, maschere, voci, emozioni e storie. Ogni scrittore, si sa, scrive del suo tempo e il tempo di William è sicuramente uno dei più agitati della storia. La scoperta dell’America è ancora fresca ed ora le potenze del Vecchio Mondo avanzano le loro pretese sulle terre aldilà dell’Atlantico. Il Rinascimento italiano è al suo climax, guerre scoppiano qua e là per l’Europa ridisegnando i confini dei regni e le città passano da una bandiera all’altra nel giro di pochi giorni. L’inquisizione comincia a far sentire la sua voce e cerca di mettere a tacere quella dell’eretico Lutero, a Venezia si comincia a dire “Sotto i dieci la tortura, sotto i tre la sepoltura.” per indicare cosa spettasse a chi finiva davanti a i tre giudici dell’inquisizione. Shakespeare nasce in un periodo storico in cui le fonte di ispirazioni non mancano di certo e in cui basta un naufragio al centro dell’oceano per immaginare un’isola sperduta governata da un mago buono e abitata da spiriti e selvaggi.

La vera fortuna di Shakespeare non è tuttavia il ricco contesto storico da cui attingere sempre nuove idee, quanto la sua capacità di creare personaggi reali pur disponendo solamente delle poche pagine di un copione teatrale. Gli uomini e le donne di William Shakespeare palpitano. Basta un gesto, una parola, una lacrima per stracciare la maschera dei re e delle regine e portare a nudo la loro vera essenza e scoprire che dietro quel volto di gesso e cuoio ve ne è uno di carne, anima, nervi tesi e sguardi attenti mentre la giostra del teatro intorno a lui ruota. La scena può cambiare, una corte può diventare un palazzo del governo e un’isola la cattedra di un professore ormai troppo stanco per continuare; ma i personaggi, no, gli uomini e le donne di Shakespeare continuano a parlare con voci che non parrebbero stonate se tra un salamelecco ed una riverenza parlassero anche di cellulari o social network.

Potere, odio, invidia, gelosia, amore, gioco, morte, vita, sfortuna, guerra, amicizia, tradimento.

Per Shakespeare non sono situazioni, nemmeno episodi, sono volti, sono storie in cui ognuna di queste parole può essere scritta con la lettera maiuscola con la stessa dignità che si dà ad un nome proprio.

No, Shakespeare non è un Prospero stanco che rassegnato spezza la propria bacchetta come chi non ha più trucchi né magie da mostrare al proprio pubblico o ai propri ammiratori. Non è nemmeno un Marco Antonio che si perde a piangere sulle spoglie di una vita spezzata, o al suo tramonto, e cerca di riscattarla. Shakespeare è un uomo d’onore e come uomo d’onore continua il suo monologo. La candela per lui è ancora accesa, anche ora che il vecchio Globe è andato distrutto. Per lui la fiamma non si consuma come è scritto nel sonetto 18:

“…Finché uomini respireranno o occhi potranno vedere. Queste parole vivranno, e daranno vita a te”

Ed è davvero così: uomini continuano a leggere le sue parole e a renderle vive! Il segreto di Shakespeare racchiuso in un piccolo verso in coda ad un sonetto come tanti altri. Il Potente, l’Odioso, l’Invidioso, il Geloso, l’Amante, il Giocoso, il Morto, il Vivo, lo Sfortunato, il Guerriero, l’Amico e il Traditore continuano a leggere le loro storie e a raccontarle nella speranza di rispondere alle proprie domande e trovare un senso alla vita: quella trama che nessun teatro e nessun poeta riuscirà mai a spiegare fino in fondo.

*Jo