Encanto diventerà il nuovo Frozen?

A circa due mesi dalla sua uscita al cinema e sulla piattaforma Disney+, Encanto resta sulla cresta dell’onda confermandosi come un successo e restituendo un po’ di notorietà alla Disney (non Pixar ndr) reduce, tra live action e storie con più buchi di uno scolapasta, da un periodo tutt’altro che florido.
Naufragate definitivamente le speranze di un ritorno all’animazione tradizionale, Encanto riesce ugualmente a convincere e ad appassionare conquistando grandi e piccini grazie ad un approfondimento psicologico e una trama capaci di coinvolgere tutti; cosa che, per esempio, non è riuscita con Raya e l’ultimo drago e solo parzialmente con i due capitoli di Frozen.

Volenti o nolenti, tutti conoscono (almeno a grandi linee) la trama di Encanto ma, per fugare ogni dubbio, la riproponiamo brevemente.
Mirabel Madrigal, la protagonista, è l’unica della sua famiglia a non avere un talento (=un potere magico) e per questo si considera, ed è considerata, la pecora nera della famiglia. Quando qualcosa minaccia il miracolo (la fonte dei poteri della famiglia Madrigal), Mirabel decide di indagare e di salvare il miracolo sperando, in cambio, di ottenere finalmente a sua volta il proprio talento.

A differenza della maggior parte dei film Disney (dove l’attenzione si concentra sul legame tra due massimo tre personaggi) Encanto è un arazzo dove ogni personaggio risulta necessario senza essere indispensabile: tutti i membri della famiglia Madrigal hanno una loro caratterizzazione che riesce ad emergere a prescindere dal tempo che trascorrono in scena.

A capo della famiglia Madrigal c’è Alma Abuela” (= nonna) Madrigal: una donna spigolosa come il suo profilo. Abuela non è esattamente la nonna che passa le caramelle ai nipoti all’insaputa dei genitori, al contrario è una donna con un forte senso del dovere, che preferisce le certezze alle sorprese e che riversa sul resto della sua famiglia quel che traborda delle altissime aspettative che ha, prima di tutto, verso se stessa.
Controcanto di Abuela è Mirabel: un’adolscente come tutte le altre, letteralmente dal momento che non ha poteri magici, che sprizza energia e creatività da ogni poro e che vuole dimostrare alla nonna, prima che a se stessa, che anche senza talenti anche lei è capace di fare qualcosa di bello e di buono per gli altri. Empatizzare con Mirabel è naturale per via della sua caratterizzazione umana: da “vera” adolescente; a differenza dei protagonisti a cui non solo la Disney ci ha abituato, e che abbondano per esempio nella letteratura per i giovani adulti, Mirabel non ha bisogno di affrontare pericoli e avventure, e l’unica sfida che affronta (con successo a differenza di altri personaggi adulti del lungometraggio) è quella che la porta a scoprire, comprendere ed amare ciò che si nasconde dietro alle apparenze dei suoi familiari: cominciando dalle sorelle per finire con Abuela stessa.
Trattandosi di un film Disney, introdotti questi due personaggi, dagli altri non ci si aspetta che qualche comparsata occasionale giusto per creare qualche pretesto o riempire i buchi di trama, e invece no: anche i personaggi secondari di Encanto hanno una dignità.
Accanto a Mirabel troviamo la sua famiglia: Julieta, la madre, che guarisce con il cibo e funge un po’ da “grillo parlante” per il resto della famiglia cercando di mediare, essere la voce della coscienza e l’interprete dei bisogni dei suoi familiari, il padre Augustin (unico altro “normale” insieme al cognato Felix), e le sorelle maggiori Isabela e Luisa.
Isabela è, almeno all’apparenza, la principessa Disney per eccellenza: tutta rosa e fiori (letteralmente dato che il suo vestito è rosa e il suo potere è quello di far sbocciare ogni pianta e fiore), aggraziata e bellissima; è la pupilla di Abuela che spera di poterla presto accasare con un giovane della città di Encanto per garantire alla famiglia una nuova generazione di talenti (cosa che io ho trovato un po’ cringe). Dietro la sua vita apparentemente perfetta, tuttavia, anche Isabela è infelice e si sente prigioniera tanto dei progetti della famiglia su di lei, quanto del suo stesso potere che l’ha ufficialmente consacrata come la “perfettina” di casa essendo, oltretutto, uno dei talenti più vistosi della famiglia.
Luisa, invece, è la sorella di mezzo e ha la forza di Ercole, Maciste e Sansone messi insieme. All’apparenza instancabile e invincibile, anche Luisa ha, come Mirabel scoprirà, delle debolezze che ha soffocato per non deludere le aspettative che la famiglia ha su di lei.
A chiudere il cerchio di questa prima carrellata di Madrigal ci pensa Augustin Madrigal, il padre delle tre ragazze, che, essendo a sua volta un “senzapoteri” come la figlia più piccola è sempre pronto a darle il suo sostegno e a proteggerla da chiunque provi a farle pesare la sua diversità.
Dall’altra parte troviamo Pepa Madrigal (sorella di Julieta e di Bruno) la più emotiva della famiglia al punto da riuscire ad influenzare il meteo con il suo stato d’animo. A differenza di Julieta e Bruno, Pepa replica all’intransigenza della madre con la propria emotività riuscendo, così, a scansare o almeno alleggerire il carico delle aspettative su di lei. Al suo fianco troviamo il marito Felix di nome e di fatto: Felix è un “senzapoteri”, ma non si lascia impensierire da questo impegnato com’è ad essere, in ogni situazione, l’anima della festa.
I figli di Pepa e Felix sono, in ordine, Dolores, Camillio e Antonio. Dolores è la tipica persona che non si sente, non si vede, ma sa comunque sempre tutto sulla famiglia: compito facile quando si ha il superudito come talento, tuttavia Dolores non utilizza questo suo dono per spettegolare o civettare, è anzi molto timida e riservata e condivide solo le informazioni che ritiene possano tornare utili anche al resto della famiglia (spesso non pensando alle conseguenze che queste potrebbero avere).
Camillo è forse il meno abbozzato dei membri della famiglia Madrigal: il suo potere è quello di cambiare forma e assumere le sembianze di chi ha visto almeno una volta di persona. Come il padre sembra essere sempre allegro e pronto allo scherzo e forse per questo, essendo già presente un gallo nel pollaio Madrigal, rischia di passare quasi innoservato.
Antonio è il più piccolo dei Madrigal e, come un principino Disney, ha il dono di parlare con gli animali sfruttando queste sue capacità comunicative per svelare i piani dai quali gli adulti vorrebbero tenerlo fuori. Inizialmente Antonio risente molto delle aspettative da parte del resto della famiglia, la sua cerimonia del talento (un evento a cui partecipa tutto il paese, giusto per non mettere altre pressioni, durante il quale i Madrigal ricevono il loro potere) è la prima dopo quella di Mirabel andata a rotoli e, per questo, tutti guardano a lui come ad una cartina torna sole per sapere se il miracolo è ancora “funzionante”. Antonio è tanto timido ed insicuro con le persone (ad eccezione di Mirabel), quanto spigliato con gli animali: siano essi innocue scimmiette, un feroce leopardo o un serpente.
Non si nomina Bruno! E invece sì, spendiamo due parole anche per Bruno (nome contro cui tanto la Disney quanto la Pixar sembrano accanirsi volentieri). Bruno è il “gemello di mezzo” (se così si può dire) tra Julieta e Pepa e il suo dono è prevedere il futuro. Timido ed introverso, viene spesso frainteso e bistrattato al punto da essere temuto e odiato da tutti che lo considerano un uccello del malaugurio.

Rispetto a Frozen, ultimo film Disney incentrato sulla famiglia e sui rapporti tra i vari membri, Encanto offre allo spettatore una rosa di personaggi per i quali simpatizzare e con i quali immedesimarsi; questa varietà non è un mero espediente per guadagnare pubblico, ma permette al film di trattare tematiche che raramente riescono ad essere sviluppate adeguatamente in un film per bambini.
Se già in Frozen il personaggio di Elsa aveva introdotto l’archetipo di persona insicura e prigioniera del suo ruolo (e del proprio potere), Encanto approfondisce la tematica scendendo ancor più nel dettaglio e svelando quei meccanismi che, spesso inconsapevolemente e senza cattiveria, si instaurano nelle famiglie normali. Luisa rappresenta la figlia (solitamente la maggiore) iper responsabilizzata, che va avanti come un treno senza fermarsi davanti a niente e nessuno per risultare sempre degna della fiducia dei propri cari. Isabela è la pupilla della famiglia quella che, per intenderci, ai pranzi di natale risponde “bene” alla domanda “e il fidanzatino?”, che prende voti altissimi in tutte le materie (se solo non fosse per quel 9 in educazione fisica che le rovina la media!), è brava coi bambini, fa volontariato nel gattile locale ed è stata scelta per rappresentare la scuola ai campionati regionali di nonsisabenecosa. Dietro la sua perfezione, tuttavia, si nasconde (come spesso accade per i/le “ragazz* prodigio” ) una persona costretta a sacrificare tanto per non deludere mai nessuno e che, nel fiore degli anni, comincia a sentire il peso della propria abnegazione.

La varietà e la cura dei personaggi non è l’unico elemento a rendere Encanto un capolavoro dell’animazione.
Rispetto a Raya e l’ultimo drago e i due capitoli di Frozen, graficamente parlando Encanto risulta più maturo e gradevole da guardare. Rispetto ad altri film Disney, le location sono minori e gran parte delle scene si svolgono tra le strade di Encanto o in casa Madrigal; in un primo momento questa povertà di scene può sembrare il frutto di una scelta “al risparmio”, ma (ri)guardando il film è possibile accorgersi di tanti particolari che, probabilmente, non sarebbero stati altrettanto curati avendo da gestire più scenari. Anche la cura dei personaggi è davvero impeccabile; i rami della famiglia Madrigal sono infatti caratterizzati da palette diverse: bluastro/viola per la famiglia di Julieta (con Augustin, Isabela, Luisa e Mirabel), arancione/giallo per quella di Pepa (con Felix, Dolore, Camillo e Antonio), verde per Bruno e viola/magenta per Abuela. Queste distinzioni cromatiche sono necessarie nel momento in cui si hanno tanti personaggi, per lo più imparentati tra loro, in scena, ma non è questo il solo indizio che testimonia la cura messa dalla produzione nella realizzazione dei personaggi. Ogni personaggio ha, infatti, un abbigliamento con dettagli che richiamano il suo potere: l’abito di Isabel è ricoperto di balze e di fiori, quello di Luisa ha un motivo che ricorda dei bilanceri, mentre Mirabel ha un abito con una fantasia estrosa e molto colorata; Dolores ha un decoro simile a delle onde sonore che le fregia il colletto della camiciola, Camillo un poncho con dei camaleonti e Antonio un gilet con diversi animali ricamati sopra. Anche Julieta e Pepa hanno, rispettivamente, un grembiale con diverse varietà di fiori ed erbe medicamentose ricamate sopra e un lungo vestito con un motivo a gocce di pioggia coronato da un ampio colletto che sembra un po’ una nuvola un po’ un sole splendente.

Tuttavia, ciò che davvero colpisce, e conquista, di Encanto è la colonna sonora creata da Lin-Manuel Miranda: compositore del musical Hamilton oltre che delle musiche di Oceania (tit. originale Moana), de Il ritorno di Mary Poppins e voce, in lingua originale, della scimmietta Vivo nell’omonimo lungometraggio.
La colonna sonora di Encanto è un mix di suggestioni latinoamericane che fa venire voglia di mettersi a ballare e cantare. A differenza di altri film Disney, dove solo una o due canzoni riescono a “bucare lo schermo” e ad entrare in testa allo spettatore fino a diventare un tormentone (vi ricordate Let it go? ci siamo capiti); le canzoni di Encanto sono, dalla prima all’ultima, non solo orecchiabili ma coinvolgenti per via del mix ben calibrato tra musica, ritmo e testo che, anche nelle versioni tradotte, non perde il proprio potere. Anche l’animazione ha un ruolo importantissimo: abbandonate le coreografie improbabili e impossibili da realizzare senza un oceano senziente o vagonate di ghiaccio manco fossimo alle olimpiadi invernali; il film propone, per tutte le canzoni, dei balletti facilmente replicabili che sembrano essere stati “ricalcati” da un musical per via della loro coerenza con il brano a cui sono accoppiati (una vera chicca sono le prove fatte da ballerini professionisti per aiutare i disegnatori a creare le animazioni).

Per noi il film, nonostante non sia del tutto privo di nei, ha soddisfatto le aspettative che i vari trailer avevano alimentato. Voi cosa ne pensate? Lo avete visto?

*Jo


L’odore assordante del bianco

.: SINOSSI :.

Nella stanza di un manicomio prende vita un dialogo serrato tra Van Gogh e suo fratello Theo, non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma anche un’indagine che ne rivela uno stadio sommerso. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Bisogna essere pazzi, con un’intera libreria a disposizione e un inventario di mondi diversi in cui perdersi, per scegliere liberamente di chiudersi per un’ora nel manicomio di Saint Paul dove, come fa notare il protagonista, anche Dio verrebbe rinchiuso e trattato come un imbecille.
L’odore assordante del bianco è la prima opera de Una quadrilogia di Stefano Massini e, con crudeltà e poesia, psicologia e umanità, dipinge istantanee drammatiche dell’esperienza fatta da Vincen Van Gogh nel manicomio di Saint Paul.
Un’opera complessa che si tiene in equilibrio precario tra la prosa e la lezione di psicologia. L’odore assordante del bianco è molte cose in una e, nonostante richiami il colore che è la somma di tutti e di nessuno, mostra al lettore sfumature diverse grottesche, drammatiche e anche poetiche; l’approfondimento psicologico è evidente fin dalla drammatis personae che, invece di presentare i personaggi con i loro trascorsi, li tratteggia attraverso pennellate, macchie di colore che richiamano al temperamento degli stessi.
Il testo è un climax discendente: si ha la sensazione di precipitare e sprofondare trascinati da Vincent nella sua pazzia e nelle sue manie. Che cosa è vero? Che cosa non lo è? A metà del testo ci si sente traditi tanto dall’autore quanto da se stessi e lo stomaco si attorciglia mentre i personaggi aumentano la sensazione di trambusto guaendo e sbraitando. Poi, in zona Cesarini, il cambio di rotta: improvviso ed illogico che lascia addosso al lettore una sensazione di diffidenza difficile da allontanare. Quando, infine, il buio nero cala sull’ultima battuta, è inevitabile fermarsi a riflettere su ciò che si è letto perché, alla fine, L’odore assordante del bianco non parla della pazzia di Vincent, ma sussurra anche alla nostra confortandola e facendola capire compresa in un mondo che, come grida Vincent al fratello, tende a eliminare le mele marce.

Su RaiPlay è disponibile una registrazione del 2019 ed è grazie a questo archivio multimediale che ho scoperto questo testo. La versione portata in scena da Alessandro Maggi, con Alessandro Preziosi nel ruolo di Vincent Van Gogh, presenta alcuni tagli al copione originale, ma riesce ugualmente a centrare il punto.
Prosa e spettacolo non si guardano, ma si lasciano entrare dentro l’anima e vivere in noi. Sul palcoscenico la linea tra reale e immaginato è più sfumata e le voci degli attori hanno il non sempre facile compito di tracciare il labile confine tra ciò che esiste e ciò che non si vede. Sulle pagine, invece, è il cuore a decidere e ad aggrapparsi, come fa il protagonista, alla speranza, purtroppo infondata, che ciò che si ha davanti sia vero e vivo. Il “filo spezzato” ricorda la bacchetta spezzata del mago Prospero ne La tempesta di Shakespeare: come Prospero spezza la bacchetta per avvertire lo spettatore della fine dei suoi incanti, così Vincent racconta del suo filo spezzato ammonendo chi lo ascolta “[…] se scopri – e basta una volta- che la mente ti può ingannare… Be’, allora il filo si spezza, […] quando i tuoi occhi incontrano le cose, dovranno sempre e comunque dubitare.”
Un’opera, già dal titolo, sinestetica che, tuttavia, non stuzzica solo i cinque sensi ma pizzica, senza chiedere il permesso, le corde più profonde dell’anima. Il titolo stesso della raccolta Una quadrilogia (anzi che tetralogia) si spinge oltre al semplice coinvolgimento della vista e cerca, come un quadro, di sfiorare anche gli altri sensi.
Come per una raccolta di poesie, non posso dare un voto a questo testo che ha significato per me più di quanto riesca a rendere a parole. Non è un’opera leggera e tanto la prosa quanto la rappresentazione richiedono concentrazione e voglia di mettersi in discussione. Sono pagine che fanno ridere, incazzare e piangere: dove ogni parola è scelta con la cura con cui un pittore dispone le tinte sulla tavola.
Una lettura non per tutti, ma di un’universalità disarmante.

*Devyani

Prom ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Prima di finire il liceo, Emma e Alyssa vogliono solo una cosa: andare al ballo di fine anno, e andarci insieme. Un desiderio quasi impossibile se il prom (il ballo studentesco appunto) è in una località sperduta, Edgewater dello sperduto Indiana, a andarci in coppia vuol dire dichiarare la propria omosessualità. Emma vive dalla nonna da quando i genitori l’hanno cacciata di casa dopo il suo coming out. E l’afroamericana Alyssa, che ancora non si è dichiarata, è sotto il giogo della madre che ha grandi aspettative sociali. Emma allora prende tempo, compra due biglietti per il ballo, per sé e per una ragazza misteriosa. Ma anziché aiutare Alyssa, questo scatena il caos; e tra pettegolezzi, atti di bullismo e genitori indignati, il tanto atteso prom rischia di saltare. Finché la notizia della rivolta di questa anonima ragazza dell’Indiana arriva alle orecchie di un cast di stelle di Broadway il cui ultimo musical Eleanor su Eleanor Roosewelt è durato un solo giorno massacrato da critiche negative. Le stelle sono Dee Dee Allen e Barry Glickman , cui si unisce la corista Angie. L’idea è di accorrere opportunisticamente in aiuto di Emma e tornare ad avere le luci della ribalta.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’adattamento Netflix di Prom non è sicuramente destinato a far parte del pantheon dei più celebrati musical, tuttavia le tematiche trattate riescono a colmare egregiamente le grosse lacune lasciate dalla musica e dalla sceneggiatura.
Meryl Streep e Nicole Kidman ribadiscono ancora una volta il loro talento dando nuovamente prova delle loro abilità canore. Tuttavia, per la maggior parte del film, i loro personaggi, Dee Dee e Angie, sembrano la versione senior di altri personaggi portati in vita dalle attrici in altri lungometraggi e contesti e questo, purtroppo, dà un retrogusto un po’ stantio all’interpretazione delle due artiste.
Le due protagoniste convincono a tratti: la loro caratterizzazione è essenziale e, per quanto in un primo momento riescano a creare empatia e simpatia, alla lunga risultano prive di spessore e incastrate in situazioni non sempre credibili.
L’altro grosso neo del musical è la colonna sonora. Prom non ha una canzone iconica, un motivetto che, al pari di Do You hear the people sing?, City of stars o This is me (rispettivamente da Les Miserables, Lalaland, The Greatest Showman); sia orecchiabile e facilmente memorabizzabile e canticchiabile. In generale il lungometraggio sembra un patchwork di stili e melodie forse più adatte ad una serie tv come Glee che non ad un musical.

Il voto che mi sento di dargli è 7/10.
Se il lungometraggio non pretendesse di essere un musical (buone le intenzioni ma a malapena sufficente l’adattamento) probabilmente avrebbe avuto un giudizio più alto, ma tanti piccoli e grossi difetti hanno decisamente inciso sul mio giudizio che viene salvato in zona Cesarini dalla tematica affrontata nel lungometraggio.
Di film denuncia sull’omofobia ce ne sono molti e, a fronte di una maggiore sensibilizzazione su questo tema, l’argomento viene sempre di più affrontato e declinato in modi diversi spostando l’attenzione sulle sue tante sfaccettature.
Prom cambia approccio e non segna, come tanti suoi predecessori, un confine tra “loro” e gli “altri”, tra etero e omosessuali, bianchi e neri, etc …; ma al contrario cerca di ricucire uno strappo causato ed accentuato da anni di strumentalizzazioni che hanno a tratti anche incoraggiato il conflitto tra le due “fazioni”.
Il messaggio di Prom non è drastico né si arroga il diritto di giudicare ed etichettare chi, per convinzioni religiose o personali, non riesce ad accettare e apprezzare il diverso e il nuovo. Al contrario, l’insegnamento che trapela è quello di “amare il prossimo tuo” a prescindere da tutto e di riservargli il rispetto e l’amore che merita in quanto essere umano.

*Jo