Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli

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STORIE DELLA BUONANOTTE PER BAMBINE RIBELI

Autore: Elena Favilli e Francesca Cavallo
Casa editrice: mondadori
Anno: 2017

.: SINOSSI :.

Alle bambine ribelli di tutto il mondo: sognate più in grande, puntate più in alto, lottate con più energia. E, nel dubbio, ricordate: avete ragione voi. C’era una volta una bambina che amava le macchine e amava volare; c’era una volta una bambina che scoprì la metamorfosi delle farfalle… Da Serena Williams a Malala Yousafzai, da Rita Levi Montalcini a Frida Kalo, da Margherita Hack a Michelle Obama, sono 100 le donne raccontate in queste pagine e illustrate da 60 illustratrici provenienti da tutto il mondo. 100 esempi di forza e coraggio al femminile, per tutte le donne, grandi e piccole, che puntano sempre in alto. 100 donne straordinarie che hanno cambiato il mondo, 100 favole per sognare in grande!

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse per un capolavoro c’erano tutte: un argomento poco trattato, necessario ai nostri giorni, un libro pubblicato tramite crowdfunding , due autrici intraprendenti e innovative.
Peccato che il risultato non sia stato all’altezza delle premesse.
Ci sono almeno due punti sui quali ho da ridire e, purtroppo, sono fondamentali per il testo.
In primo luogo, parlerò dello stile di scrittura, poi passerò al vaglio la scelta delle storie da trattare.
“Storie della buonanotte” recita il titolo, bene partiamo da ciò che una storia della buonanotte dovrebbe essere: una favola. La favola è un archetipo letterario ben preciso che, spiegato sommariamente, presenta un lessico semplice per un contenuto complesso così che i bambini possano comprenderlo appieno. In questo libro, tuttavia, le due autrici fanno esattamente il contrario: il lessico è ancora troppo complesso per dei bambini (basti pensare a certi termini tecnici o modi di dire facilmente che possono essere fraintesi molto facilmente), mentre il contenuto è davvero banalizzato al massimo, immagino che sia dovuto al tentativo di rinchiudere una vita nell’arco di mezza pagina word.
Per quanto riguarda invece i personaggi scelti, sebbene molti avessero un effettivo senso a trovarsi in un libro che si promette come fonte di ispirazione per i giovani (o meglio solo LE giovani, altro piccolo punto a sfavore, ma questo è un parere più personale che altro), altri sono stati infilati un po’ a forza: il giudizio morale su di loro è stato sospeso e sono state presentate solo per la loro positività e non per i loro lati negativi.
L’impaginazione è fatta molto bene, i colori dei disegni sono splendidi e rendono spesso molta giustizia  a delle grandi donne, la copertina è di impatto e in fin dei conti comprendo il grandissimo successo che ha avuto.

Io non riesco a dare al libro più di un 7/10, l’idea era ottima, la realizzazione lascia qualche dubbio in più.
Se volete leggerlo ai vostri figli, fatelo ma non lasciate che lo leggano da soli: come ho detto sopra, alcune storie hanno necessità di un giudizio morale che le autrici non hanno dato, mentre altre hanno bisogno di essere spiegate. Sicuramente, alcune di queste storie ispireranno i bambini a fare grandi cose, altre lasceranno poco meno di un ricordo.
Non riesco a non aggiungere un ulteriore commento: perchè si è dovuto specificare “per bambine”? Se l’intento è mostrare al mondo che anche le donne possono fare grandi cose, perchè non spiegarlo anche ai bambini? capisco la necessità di invogliare le ragazze all’imitazione e di dar loro qualche incentivo in più, tuttavia escludere completamente la componente maschile rischia di mantenere un sottofondo sessista che non dovrebbe esserci.

*Volpe

Novità sullo scaffale – Febbraio 2018

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NARRATIVA ITALIANA

“Storie della buonanotte per bambine Ribelli Vol. 2” di Francesca Cavallo e Elena Favilli: C’erano una volta cento ragazze che hanno cambiato il mondo. Ora ce ne sono molte, molte di più! “Storie della buonanotte per bambine ribelli” è diventato un movimento globale e un simbolo di libertà. Le autrici Francesca Cavallo ed Elena Favilli tornano con cento nuove storie per ispirare le bambine – e i bambini – a sognare senza confini: Audrey Hepburn, che mangiava tulipani per sopravvivere alla fame ed è poi diventata un’inarrivabile icona di stile e una straordinaria filantropa; Bebe Vio, grintosissima campionessa di scherma malgrado una grave malattia; J.K. Rowling, che ha trasformato il fallimento in un punto di forza e ha cambiato per sempre la storia della letteratura. Poetesse, chirurghe, astronaute, giudici, acrobate, imprenditrici, vulcanologhe: cento nuove avventure, cento nuovi ritratti per ispirarci ancora e dirci che a ogni età, epoca e latitudine, vale sempre la pena di lottare per l’uguaglianza e di procedere a passo svelto verso un futuro più giusto. Età di lettura: da 8 anni.

“Il marchio ribelle” di Nicolai Lilin: Nicolai Lilin torna a Fiume Basso, il quartiere di Bender in cui è nato e cresciuto. E ci racconta la sua storia con gli occhi di un ragazzino che per la fretta di diventare grande è disposto a buttarsi negli scontri piú violenti. Ma anche a trascorrere le giornate al fiume insieme ai suoi amici, giocando a farsi trasportare dalla corrente. Kolima impara a schivare i colpi nelle risse, impara i codici della guerra fra bande, ma soprattutto impara a conoscere il mondo attraverso i tatuaggi. Nella periferia degradata dell’ex Urss tutto sta cambiando. Alcuni criminali accettano il traffico di droga, altri restano all’angolo. C’è chi viene a patti con la polizia e chi si rifiuta e si rifiuterà sempre di farlo. È in atto una guerra interna fra vecchie e giovani leve, che ha frammentato la criminalità organizzata. E in questa spaccatura si fanno strada con ferocia le nuove bande. I Ladruncoli, la sezione giovanile della casta Seme nero, i Fratellini, appassionati di sport da combattimento, i Punk, anarcoidi e spesso ubriachi o drogati, i Metallari, i piú temprati già ai tempi dell’Urss, le Teste d’Acciaio, di chiara impronta nazifascista. Ciascuna banda ha un modo differente di tatuarsi. Il tatuaggio è un collante sociale, segna l’appartenenza, ma è anche uno strumento di comunicazione, in certi casi addirittura un linguaggio. A patto di non infrangere il tabú: mai chiedere a un criminale cosa significa il disegno che ha addosso. I tatuaggi riprodotti in questo libro sono una chiave per entrare in un mondo. Perché ogni fuorilegge sulla pelle porta una firma, che è l’espressione dei suoi sogni e della sua storia, e insieme un’ammissione di paura. L’unica confessione che farà mai dei suoi peccati. Forse persino l’ultimo disperato tentativo di strappare la propria anima dalle zanne del demonio.
“Davanti agli occhi” di Roberto Emanuelli: Succede e basta. Senza sapere perché, senza sapere quando. È una frazione di secondo, come quando inizia a piovere o a nevicare. Le cose belle si presentano così, all’improvviso. Basta un attimo, uno solo, ed ecco che la vita ti travolge, anche se ormai non ci credevi più. Come Luca, che a trent’anni ha già fatto un voltafaccia a se stesso rinunciando al sogno di diventare scrittore per inseguire soldi e successo: ora le giornate gli sembrano tutte uguali, note di una melodia suonata senza passione. Chiuso nel suo ufficio da broker, sente di aver nascosto la parte più importante di sé, quella che non ha paura di ascoltare il cuore. Ma come puoi ascoltare il cuore se non gli permetti di tirar fuori la voce? Come puoi inseguire i sogni, se non sai più riconoscerli? È proprio in questi momenti, quando tutto sembra perduto, che ci capitano le cose migliori. E appena incontra Mary, Luca non ha dubbi: lei è la sua cosa migliore. Bellissima, irraggiungibile, inafferrabile come il colore dei suoi occhi, Mary richiede impegno per essere conquistata, perché è questo che fanno i veri tesori. Adesso, finalmente, Luca sa cosa vuole: vuole mettersi in gioco, vuole sbagliare, lasciare che le emozioni lo investano come un treno in corsa. Vuole innamorarsi. Vuole Mary. Perché rinnegare la propria natura non è mai una buona idea. E non è mai troppo tardi per ballare al ritmo del cuore.

“Il veleno dei ricordi” di Matteo Fontana: Chi racconta ha temporaneamente perso la memoria a causa di un forte trauma. Ricoverato in una clinica in Alaska, su di lui sono state rinvenute persistenti tracce radioattive e il dottor Mills, che lo ha in cura, si convince che l’uomo sia sopravvissuto a un disastro nucleare. Grazie ai frequenti dialoghi con lo psichiatra, in lui riaffiora il volto di una donna, sempre più insistente: non ricorda il suo nome, ma sente di averla amata. In seguito gli tornano alla mente voci e suoni di una città distrutta – che nel romanzo non ha nome, ma è facilmente identificabile con Pripyat, la più vicina al reattore di Chernobyl. Il bisogno di recuperare la propria identità e la speranza di incontrare quella donna misteriosa lo spingono a fuggire dalla clinica per tornare nei luoghi dove è intrappolata la sua memoria. Nella città apparentemente abbandonata, il protagonista incontra persone in cerca di risposte, tra case deserte piene di ricordi altrui, prati vetrificati e la Centrale che domina la città come un grande mostro dormiente. Nella zona contaminata nuovi ricordi vengono a galla, legati alla donna amata, ma anche a un carissimo amico in comune. Riemergono frammenti del tempo perduto, discussioni appassionate sui libri prediletti, le partite a scacchi, le passeggiate, il lavoro alla Centrale. Tuttavia gli oggetti sembrano restituirgli anche un passato colpevole, l’ombra di un tradimento che si allunga sino al giorno dell’incidente nucleare, ripercorso nel suo drammatico crescendo.

“uomini che restano” di Sara Rattaro: All’inizio non si accorgono nemmeno l’una dell’altra, ognuna rapita dal panorama di Genova, ognuna intenta a scrivere sul cielo limpido pensieri che dentro fanno troppo male. Fosca e Valeria si incontrano per caso nella loro città, sul tetto di un palazzo dove entrambe si sono rifugiate nel tentativo di sfuggire al senso di abbandono che a volte la vita ti consegna a sorpresa, senza chiederti se ti senti pronta. Fosca è scappata da Milano e dalla confessione scioccante con cui suo marito ha messo fine in un istante alla loro lunga storia, una verità che per anni ha taciuto a lei, a tutti, persino a se stesso. Valeria nasconde sotto un caschetto perfetto e un sorriso solare i segni di una malattia che sta affrontando senza il conforto dell’uomo che amava, perché lui non è disposto a condividere con lei anche la cattiva sorte. Quel vuoto le avvicina, ma a unirle più profondamente sarà ben presto un’amicizia vera, di quelle che ti fanno sentire a casa. Perché la stessa vita che senza preavviso ti strappa ciò a cui tieni, non esita a stupirti con tutto il buono che può nascondersi dietro una fine. Ti porta a perderti, per ritrovarti. Ti costringe a dire addio, per concederti una seconda possibilità. Ti libera da chi sa soltanto fuggire, per farti scoprire chi è disposto a tutto pur di restare al tuo fianco: affetti tenaci, nuovi amici e amici di sempre, amori che non fanno promesse a metà. Sara Rattaro racconta le nostre emozioni come se sapesse leggerci dentro. Sono nostre le paure e le speranze, le illusioni e gli smarrimenti di fronte alle mille variabili dell’amore, alle traiettorie imprevedibili dell’esistenza. Sono eroi normali quelli che vincono in questa storia, donne e uomini che hanno il coraggio di lottare nei momenti più duri, di accettarsi senza indossare maschere, di tenere aperta la porta del cuore per esporsi al destino e ricominciare.

“Storia della mia ansia” di Daria Bignardi: Un pomeriggio di tre anni fa, mentre stavo sul divano a leggere, un’idea mi ha trapassata come un raggio dall’astronave dei marziani. Vorrei raccontare così l’ispirazione di questo romanzo, ma penso fosse un’idea che avevo da tutta la vita. “Sappiamo già tutto di noi, fin da bambini, anche se facciamo finta di niente” dice Lea, la protagonista della storia.
Ho immaginato una donna che capisce di non doversi più vergognare del suo lato buio, l’ansia. Lea odia l’ansia perché sua madre ne era devastata, ma crescendo si rende conto di non poter sfuggire allo stesso destino: è preda di pensieri ossessivi su tutto quello che non va nella sua vita, che, a dire il vero, funzionerebbe abbastanza. Ha tre figli, un lavoro stimolante e Shlomo, il marito israeliano di cui è innamorata. Ma la loro relazione è conflittuale, infelice.
“Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. Credo di soffrire più di lui per quest’amore disgraziato, ma Shlomo non parla delle sue sofferenze. Shlomo non parla di sentimenti, sesso, salute. La sua freddezza mi fa male in un punto preciso del corpo.” Perché certe persone si innamorano proprio di chi le fa soffrire? E fino a che punto il corpo può sopportare l’infelicità in amore?
Nella vita di Lea improvvisamente irrompono una malattia e nuovi incontri, che lei accoglie con curiosità, quasi con allegria: nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso.

“Sentimi” di Tea Ranno: Durante una notte surreale, e nello stesso tempo fin troppo reale, una donna, una scrittrice, tornata nel paese siciliano dove è nata, nella piazza dove passeggiava bambina, ascolta decine di voci che giungono da un altrove indistinto, che si fanno strada in una nebbia strana, inquietante. Sono voci di donne morte, che vogliono, devono, raccontare le loro storie perché la scrittrice le trascini fuori dall’oblio al quale sono destinate. Sono storie quasi sempre dolorose, a volte tragiche, che hanno una caratteristica in comune: l’umanità delle protagoniste, la loro complessità emotiva e intellettuale, i loro sentimenti, le loro vite vere, insomma, tutto viene sempre e inesorabilmente annullato nella dicotomia maschile della donna «santa o buttana». Ma non solo per raccontarsi, i fantasmi di queste donne parlano all’autrice: c’è anche un’altra storia, che tutte le coinvolge, e che vogliono si sappia. La storia di Adele, figlia di Rosa, ma non del suo legittimo marito, Rosario. E la colpa più grave di Adele è quella di avere i capelli rossi, come il suo vero padre, segno inequivocabile del tradimento, della colpa, delle corna. Per questo Rosario passerà il resto della sua vita nel tentativo di uccidere la bambina, poi ragazza. E per questo le donne del paese, le stesse donne che si raccontano, faranno di tutto per salvarla. Perché levare almeno la piccola Adele dai meccanismi mentali malati di questi maschi brutali, ancestrali e irredimibili, vorrebbe dire aver salvato tutte loro.

“Un ragazzo normale” di Lorenzo Marone: Mimì, dodici anni, occhiali, parlantina da sapientone e la fissa per i fumetti, gli astronauti e Karate Kid, abita in uno stabile del Vomero, a Napoli, dove suo padre lavora come portiere. Passa le giornate sul marciapiede insieme al suo migliore amico Sasà, un piccolo scugnizzo, o nel bilocale che condivide con i genitori, la sorella adolescente e i nonni. Nel 1985, l’anno in cui tutto cambia, Mimì si sta esercitando nella trasmissione del pensiero, architetta piani per riuscire a comprarsi un costume da Spiderman e cerca il modo di attaccare bottone con Viola convincendola a portare da mangiare a Morla, la tartaruga che vive sul grande balcone all’ultimo piano. Ma, soprattutto, conosce Giancarlo, il suo supereroe. Che, al posto della Batmobile, ha una Mehari verde. Che non vola né sposta montagne, ma scrive. E che come armi ha un’agenda e una biro, con cui si batte per sconfiggere il male. Giancarlo è Giancarlo Siani, il giornalista de «Il Mattino» che cadrà vittima della camorra proprio quell’anno e davanti a quel palazzo. Nei mesi precedenti al 23 settembre, il giorno in cui il giovane giornalista verrà ucciso, e nel piccolo mondo circoscritto dello stabile del Vomero (trenta piastrelle di portineria che proteggono e soffocano al tempo stesso), Mimì diventa grande. E scopre l’importanza dell’amicizia e dei legami veri, i palpiti del primo amore, il valore salvifico delle storie e delle parole. Perché i supereroi forse non esistono, ma il ricordo delle persone speciali e le loro piccole grandi azioni restano.

NARRATIVA STRANIERA

“L’amante indecisa” di Lucas Pereyra: Lucas Pereyra ha quarant’anni, è padre da poco ed è squattrinato. Ha chiesto alla moglie i soldi per poter andare a Montevideo a ritirare un cospicuo anticipo per due libri ancora da scrivere. Non è però questa l’unica ragione del suo viaggio in Uruguay. Abbagliato dal ricordo di una giovane donna incontrata qualche mese prima, e sopraffatto dalle necessità e dalle stanchezze di un matrimonio messo alla prova dalla nascita di un figlio, Lucas sogna di usare questa partenza per fuggire e non tornare più. Lontano da Buenos Aires e immerso in una città idealizzata – «come nei sogni, a Montevideo le cose mi apparivano familiari però diverse. Erano, eppure non erano» –, sceglie di abbandonarsi alla bellezza di una donna uruguayana, Magalí Guerra, e di consumare un tradimento che assumerà esiti del tutto inattesi. L’amante indecisa è un romanzo inquietante, disincantato e dotato di un sarcasmo a tratti feroce; una storia che racconta il desiderio e le ferite dell’amore, la necessità furiosa di capire cosa vogliamo e cosa siamo disposti a perdere per averlo. Pedro Mairal riesce a coinvolgere e a convincere chi conosce i dubbi della maturità e il timore di non avere più scelta. Con questa ultima opera l’autore ha raggiunto una popolarità improvvisa e oggi è tra i nomi più apprezzati della letteratura ispanica contemporanea.

“Parlarne tra amici” di Sally Rooney: Frances è una ragazza acuta e razionale, analizza ogni istante della sua esistenza e decide qual è la posizione più adatta da assumere per sembrare a proprio agio. Anche se forse non si è mai interrogata su cosa significhi essere davvero a proprio agio con se stessa. Frequenta l’università a Dublino, e scrive poesie che la sua amica Bobbi mette in scena durante serate frequentate da un’umanità molto attenta a occupare il posto giusto. Frances ha con Bobbi, che è lesbica, un rapporto strano, fatto di ammirazione e sudditanza; Bobbi le sembra così certa del suo ruolo, quasi non lo stesse soltanto recitando. Durante uno dei loro reading incontrano Melissa, una fotografa e scrittrice molto apprezzata. E iniziano a frequentare lei e il marito Nick, un attore di una certa fama. Parlano tra di loro di qualsiasi cosa: sesso, politica, arte, religione, convinti di potersi mettere al riparo dai sentimenti che intanto dentro di loro crescono. Sono belli, intelligenti, votati al successo e anticonformisti, pensano che le piccole meschinità dei rapporti umani non li riguardino, e invece scopriranno di essere soggetti alle stesse irrazionali leggi emotive di chiunque altro. E scopriranno di potersi fare molto male.

“Isola” di Siri Ranva Hjelm Jacobsen: Dopo la morte della nonna, una giovane ragazza danese decide di tornare a Suduroy – l’isola dell’arcipelago delle Faroe da cui proviene la sua famiglia – a cercare le sue origini in una cultura che ha ereditato ma che non le appartiene e in una lingua estranea in cui «non sa neppure pronunciare il suo nome.» L’unico legame concreto con quel mondo è il rapporto con i nonni Marita e Fritz, emigrati in Danimarca negli anni ’30, la sua immaginazione e tutti gli aneddoti che fin da piccola le hanno raccontato. È stata la vita durissima dei pescatori nel mare del Nord, «il posto in cui l’uomo è meno benvenuto al mondo» a far nascere in Fritz il desiderio di un destino diverso, ed è l’urgente desiderio di felicità e la necessità di sfuggire alla durezza della vita a guidare tutta questa grande saga famigliare che si snoda tra la Danimarca e isole sperdute nell’Oceano Atlantico del Nord. Una storia che racconta quasi un secolo di storia e di vite, dall’amore segreto tra Marita e Ragnarr il Rosso, al patto tra Jegvan e Ingrún, la più ricca dell’isola, e allo sfortunato destino del figlio di Beate, passando attraverso la Seconda guerra mondiale, il protettorato inglese e la lotta per l’indipendenza. Con una lingua ispirata, densa, poetica e a tratti incantata Siri Ranva Hjelm Jacobsen ci parla di amore, di emigrazione, di quello che si perde e si acquista nel nascere in un paese straniero, della nostalgia di casa, della riscoperta delle proprie radici e delle leggende popolari che sopravvivono allo scorrere del tempo. E sullo sfondo di tutta la narrazione, una natura grandiosa e indomita che non si piega mai alla volontà umana e anzi sopravvive nel cuore della protagonista, che non vi è nata, eppure non può fare a meno di amarla.

“La libreria dove tutto è possibile” di Stephanie Butland: Nel cuore di York, nel Nord dell’Inghilterra, c’è una piccola e fornitissima libreria. È il rifugio preferito della giovane Loveday Cardew. L’unico luogo che sia mai riuscita a chiamare casa. Solo qui si sente al sicuro. Solo qui può prendersi cura dei libri proprio come i libri si prendono cura di lei. Perché è attraverso le loro pagine che la giovane libraia riesce a comunicare le emozioni e i sentimenti più profondi: la solitudine di Anna Karenina; la gioia di vivere di La fiera della vanità; le passioni travolgenti di Cime tempestose. Fino al giorno in cui comincia a ricevere misteriosi pacchi ricolmi dei libri con cui è cresciuta, e inizia a pensare che qualcuno stia cercando di mandarle un messaggio. Qualcuno che, forse, la conosce bene e che conosce anche la sua infanzia, divisa tra una madre assente e una donna che ha cercato di esserne il sostituto. Un’infanzia piena di ricordi difficili. Loveday non ha la minima idea di chi possa essere e del motivo per cui il misterioso mittente si ostini a non lasciarla in pace. Sa solo che non può più continuare a nascondersi e a fare finta di niente: se vuole costruirsi un futuro diverso, migliore, deve affrontare il passato che ha fatto di tutto per lasciarsi alle spalle. Al suo fianco, pronto ad aiutarla a raccogliere tutto il coraggio di cui ha bisogno, c’è il brillante e dolcissimo Nathan, poeta in erba, l’unico che sembra conoscere la strada per arrivare al suo cuore. A poco a poco, con i suoi versi pieni di speranza, riesce a scalfire il guscio che Loveday si è costruita intorno e a regalarle la promessa di una felicità che lei, in fondo, non vede l’ora di afferrare. La libreria dove tutto è possibile è un esordio brillante e originale che ha saputo conquistare il cuore dei librai di tutto il mondo. Nessun’altro romanzo è riuscito a dipingere in modo altrettanto emozionante e delicato la realtà quotidiana di una libreria e la passione di un libraio che, da custode della letteratura, ne fa dono a piccoli e grandi lettori. Perché la libreria è il luogo giusto per trovare la risposta a tutte le nostre domande: basta saper ascoltare e fidarsi di quello che i libri hanno da raccontarci.

 

NARRATIVA YOUNG ADULT

“Abbastanza” di Sofia Viscardi: È l’anno della maturità, a Milano, il duemiladiciotto, tutti con lo sguardo rivolto agli smartphone e il cielo grigio che però nessuno guarda mai. All’inizio di questa storia i protagonisti non sono amici. A dirla tutta nemmeno si piacciono. Come succede spesso prima dei vent’anni, però, dei perfetti sconosciuti diventano amici inseparabili e reciprocamente indispensabili con la velocità e la leggerezza di una foglia gialla che si stacca da un albero e si appoggia al suolo. E, più o meno, questo è il caso di Ange, Leo, Cate e Marco e un sacco di altra gente che si incontra nei locali di Milano. Ma detto in questo modo sembra tutto di una banalità estrema. Potrei dirvi tante altre cose, per convincervi che non è così, tipo che a un certo punto due di loro si innamorano, che poi partono, tornano, litigano e fanno pace, si divertono molto e quasi sempre, piangono, vivono, viaggiano, ascoltano musica, ballano e bevono un sacco di birre. Qualcuno addirittura studia e si prepara diligentemente all’esame. E intanto il cielo è diventato azzurro. Però, più che altro, è figo se lo leggete, che spero sia un po’ come viverlo, perché quello era il mio intento mentre lo scrivevo. Farlo vivere a chi l’avrebbe letto, dico. Il tutto è raccontato un po’ come capita, in ordine sparso, con qualche flashback e persino qualche flashforward, che è il contrario del flashback, cioè racconta prima una cosa che capita dopo, da tanti punti di vista diversi. Che poi è un po’ come quando lo vivi, l’anno della maturità, che è tutto un po’ un casino. Sofi

NARRATIVA GIALLA/THRILLER

“Nome in codice Doris Brilli” di Andrea Vitali: La notte del 6 maggio 1928, i carabinieri di Porta Ticinese a Milano fermano due persone per schiamazzi notturni e rissa. Uno è un trentacinquenne, studente universitario provvisto di tesserino da giornalista. Interrogato, snocciola una lista di conoscenze che arriva fino al direttore del «Popolo d’Italia», quel Mussolini fratello di…, per accreditare la sua versione, ovvero che è stato fatto oggetto di adescamento indesiderato. L’altra è una bella ragazza che, naturalmente, sostiene il contrario. Ma amicizie per farsi rispettare non ne ha, e soprattutto non ha con sé i documenti, per cui devono crederle sulla parola circa l’identità e la provenienza: Desolina Berilli, in arte, essendo cantante e ballerina, Doris Brilli, di Bellano. E dunque, la mattina dopo, la ragazza viene scortata al paese natio. Che se ne occupi il nuovo comandante, tale Ernesto Maccadò, giovane maresciallo di origini calabresi giunto sulle sponde del lago di Como da pochi mesi. E lui, il Maccadò, turbato per il clima infausto che ha spento l’allegria sul volto della fresca sposa Maristella, coglie al volo l’occasione per fare il suo mestiere, ignaro delle complicazioni e delle implicazioni che il caso Doris Brilli è potenzialmente in grado di scatenare.
Con Nome d’arte Doris Brilli, Andrea Vitali inaugura una serie di romanzi che hanno per protagonista uno dei personaggi più amati dal pubblico dei suoi lettori, il maresciallo Ernesto Maccadò, presente nelle storie di maggior successo come La signorina Tecla Manzi, Olive comprese, La mamma del sole, Galeotto fu il collier, Quattro sberle benedette, Le belle Cece, A cantare fu il cane, raccontando i suoi esordi alla caserma di Bellano, e il suo faticoso acclimatarsi, non solo per via del tempo meteorologico.

“Tokyo Express” di Seicho Matsumoto: In una cala rocciosa della baia di Hakata, i corpi di un uomo e di una donna vengono rinvenuti all’alba. Entrambi sono giovani e belli. Il colorito acceso delle guance rivela che hanno assunto del cianuro. Un suicidio d’amore, non ci sono dubbi. La polizia di Fukuoka sembra quasi delusa: niente indagini, niente colpevole. Ma, almeno agli occhi di Torigai Jutaro, vecchio investigatore dall’aria indolente e dagli abiti logori, e del suo giovane collega di Tokyo, Mihara Kiichi, qualcosa non torna: se i due sono arrivati con il medesimo rapido da Tokyo, perché mai lui, Sayama Ken’ichi, funzionario di un ministero al centro di un grosso scandalo per corruzione, è rimasto cinque giorni chiuso in albergo in attesa di una telefonata? E perché poi se n’è andato precipitosamente lasciando una valigia? Ma soprattutto: dov’era intanto lei, l’amante, la seducente Otoki, che di professione intratteneva i clienti in un ristorante? Bizzarro comportamento per due che hanno deciso di farla finita. Per fortuna sia Torigai che Mihara diffidano delle idee preconcette, e sono dotati di una perseveranza e di un intuito fuori del comune. Perché chi ha ordito quella gelida, impeccabile macchinazione è una mente diabolica, capace di capovolgere la realtà. Non solo: è un genio nella gestione del tempo. Con questo noir dal fascino ossessivo, tutto incentrato su orari e nomi di treni – un congegno perfetto che ruota intorno a una manciata di minuti -, Matsumoto ha firmato un’indagine impossibile, ma anche un libro allusivo, che sa con sottigliezza far parlare il Giappone. «Si era appena fatto giorno. Il mare era avvolto in una foschia lattiginosa. Shikanoshima, l’isola dei cervi, si vedeva a malapena, così come il sentiero del mare. Tirava una brezza fredda e salmastra. L’operaio, col bavero alzato e il capo chino, procedeva a passo svelto. Attraversava quella spiaggia rocciosa per arrivare prima in fabbrica, come era sua abitudine. Ma qualcosa di totalmente inatteso attirò il suo sguardo, sempre rivolto al suolo. Due corpi adagiati su una lastra di roccia scura stonavano incredibilmente con quel paesaggio a lui così familiare».

“Il ladro di bambini tristi” di Belinda Bauer: Un’ombra cupa si allunga sull’estate calda e rigogliosa dell’Exmoor: fra le ginestre e l’erica della brughiera, è un susseguirsi inspiegabile di rapimenti di bambini. Voi non li amate, accusa uno dei biglietti lasciati dal misterioso rapitore. Cosa lo spinge a compiere un gesto così crudele e immotivato? Il piccolo villaggio di Shipcott si ritrova alla mercé di un orco psicopatico, e ancora una volta Steven Lamb (ormai diciassettenne, e teneramente innamorato di Emily) finisce suo malgrado al centro di una vicenda in cui niente – e soprattutto nessuno – è quello che sembra. Steven è proprio sicuro che Jonas Holly, il poliziotto del villaggio, abbia assassinato la moglie? E Jonas, a sua volta, è riuscito a riprendersi dal trauma della morte violenta e insensata della sua adorata Lucy? Intanto, l’indagine su questi enigmatici rapimenti deve proseguire, e come se non bastasse l’attenzione dei media nazionali si fa sempre più pressante: le vittime del “Pifferaio Magico” (come l’hanno soprannominato i tabloid) devono essere liberate prima che sia troppo tardi. In un clima tesissimo, avvelenato da sospetti, risentimenti e paranoie, all’ispettore Reynolds sembra di essere in un vicolo cieco. Nessun indizio utile, nessuna richiesta di riscatto, nessun motivo apparente. Nessuna speranza. Perché è vero: le persone fanno male ai bambini. E allora, in un’atmosfera carica di suspense morbosa, la lotta contro il tempo diventa estenuante.

“Il cacciatore di orfani” di Yrsa Sigurdardottir: Un radioamatore riceve dei messaggi molto particolari che scopre essere legati a delle persone uccise. Quello che non sa è che questi omicidi sono stati ferocissimi e cruenti, regolati da rituali crudeli. La polizia brancola nel buio e non dà importanza alle segnalazioni del radioamatore finché non inizia ad affiorare un vecchio segreto, complesso e problematico, tagliente come il vento di Reykjavik.

NARRATIVA FANTASCIENTIFICA

“La casa futura del Dio vivente” di Louise Erdrich: Il mondo come lo conosciamo sta finendo. L’evoluzione ha invertito marcia e ne risentono tutti gli esseri viventi sulla Terra. La scienza non riesce a opporsi e i nuovi nati sembrano appartenere a specie umane arcaiche. Cedar, la giovane narratrice e protagonista, di origine ojibwe ma adottata alla nascita da una coppia di bianchi “liberal” e generosa, non è solo turbata e confusa come il resto degli americani intorno a lei, ma è ancora più profondamente preoccupata e inquieta perché porta il mutamento dentro di sé, nella sua pancia: infatti è incinta, al quarto mese. L’atmosfera che si respira è pesante, presa dal panico la società inizia a disgregarsi. Si parla in giro di leggi marziali, del congresso che sequestra le donne gravide. Di un registro e di ricompense per chi le consegna. Quando cambiano i nomi delle strade del suo quartiere in versetti della Bibbia, Cedar capisce che deve fuggire e nascondersi.

“Borne” di Jeff VanderMeer: Fra le macerie di una città in rovina – infestata da biotecnologie fuori controllo, percorsa da bande di razziatori, dominata dal cielo da un orso mutante di nome Mord – la cacciarifiuti Rachel si imbatte in una creatura misteriosa e decide di prenderla con sé, chiamandola Borne. All’inizio poco piú di una pianta, Borne cresce a una rapidità impressionante: è un bambino curioso e frenetico; è un anemone di mare gigante che muta forma e colore; è una persona; è un mostro; è un figlio adottivo. L’arrivo di Borne altera gli equilibri della vita di Rachel – che, arrivata nella città come migrante, si trova a dover imparare a essere madre rievocando gli anni spesi coi genitori a girare per campi profughi, fra una catastrofe ecologica e l’altra. Altera anche il suo rapporto con Wick, il creatore di bio-tec con cui convive, che non si fida del nuovo arrivato: forse perché teme che sia un mutante, o forse perché, come un padre inesperto, si sente tagliato fuori dall’amore che lo lega a Rachel. E mentre Borne cresce, tutt’intorno si intensifica la lotta per il dominio sulla città tra l’enigmatica Compagnia e le creature che le si sono ribellate – su tutti Mord, l’orso gigante le cui incursioni aeree si fanno sempre piú frequenti e sanguinarie. E con orrore di Rachel e Wick appare sempre piú chiaro che Borne – il loro bambino, la loro arma aliena – in questa guerra è destinato a giocare un ruolo decisivo.

NARRATIVA ROSA/EROTICA

“Sorprendimi!” di Sophie Kinsella: Dan e Sylvie stanno insieme da dieci anni. Matrimonio felice, due splendide gemelle, una bella casa, una vita serena. Sono talmente in sintonia che quando uno dei due inizia a parlare l’altro finisce la frase… è come se si leggessero nel pensiero. Un giorno però, dopo una visita medica di routine, scoprono di essere così in forma che la loro aspettativa di vita è di altri sessantotto anni. Ancora sessantotto anni insieme? Dan e Sylvie sono sconcertati. Non pensavano certo che “finché morte non ci separi” significasse stare insieme così a lungo! Dopo l’iniziale stupore, si instaura tra i due un certo disagio, seguito a ruota dal panico più totale. Decidono dunque di farsi delle “sorprese” per ravvivare fin da subito il loro matrimonio “infinito”, per non stufarsi mai l’uno dell’altra… Ma si sa bene che non sempre le sorprese portano al risultato sperato… e in un batter d’occhio sorgono contrattempi poco graditi e malintesi che rischiano di minare le fondamenta della loro unione. E quando cominciano a emergere alcune verità taciute, Dan e Sylvie iniziano a domandarsi se dopo tutto… si conoscono davvero così bene.

Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio

Raccolta dei racconti brevi che partecipano alla seconda edizione del concorso “Un racconto nel cassetto – Storie in viaggio”.
In questo album e sul sito web della pagina sarà possibile votare i propri racconti preferiti fino a domenica 24 settembre.
Vi ricordiamo che su Facebook è possibile votare solamente attraverso l’utilizzo del “like”, altre forme di apprezzamento non verranno calcolate nel conteggio finale dei voti.

 
 
Info&Regolamento

Link diretto alle storie in concorso:

Il canto dei Puffin

La passeggiata

Linea dritta

Magic Sahara

Radici

Rivoluzione in ritardo

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~ Rivoluzione in ritardo ~

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Domenica di luglio, la stazione di Riccione, un paio di binari che permettono i collegamenti essenziali con le città vicine, è un crocevia: un crogiolo dove si rimescolano pezzi di dialoghi, storie di vacanze e fughe di un giorno verso i caldi lidi romagnoli.
Stranamente gli sguardi dei presenti non si specchiano sugli schermi luminosi degli smartphones, ma guardano in alto verso un monitor su cui, arancio su nero, compaiono i treni in arrivo e il relativo binario.
I più sbuffano, in troppi bestemmiano, mentre i più disperati e risoluti prendono d’assalto la biglietteria esigendo risposte e soluzioni per tutti i problemi creati dal ritardo dei treni: Trenitalia non è nota per la sua puntualità svizzera, ma questa volta ha davvero esagerato.
Arriva un regionale, la direzione non importa basta partire e allontanarsi da questa città che odora di mare, sudore, ansia e nostalgia per il week end ormai finito. In un istante, la banchina della stazione si trasforma nel set di un film western, dove turisti accaldati e stanchi si avventano contro le porte del treno con la stessa ferocia di un esercito di banditi all’attacco del convoglio dei pionieri, manca solo la cavalleria e un regista pronto a gridare “STOP!” prima che la situazione degeneri. Qualche controllore, con l’aiuto di due capistazione e un paio di poliziotti, cerca di mantenere l’ordine e di garantire la discesa dei viaggiatori prima che la fiumana che cerca di scappare da Riccione li intrappoli fino alla fermata successiva.
Salire sul regionale diretto a Piacenza diventa una fatica giobbica e poco ci manca perché i passeggeri si arrampichino anche sul tetto dei vagoni, adottando una tecnica che in India non sembrerebbe né folle né sbagliata.
Poco a poco, treno dopo treno, la stazione comincia a svuotarsi e sui marciapiedi ormai vuoti, dove assenti svolazzano cartacce e biglietti stracciati, restano gli ultimi viaggiatori in attesa degli Intercity e delle Frecce.
Il tempo passa, il sole non si decide a calare e la fame comincia a dare i primi timidi morsi mentre l’altoparlante annuncia un ulteriore ritardo: cinquanta minuti, un’ora, un’ora e dieci.
Si ride per non piangere e si comincia a parlare della destinazione come di un’amante da cui si ha smania di tornare.
Finalmente il treno arriva e, malgrado la prenotazione, è difficile trovare un posto a sedere tra i passeggeri che sono saliti nonostante il biglietto diverso e quelli che sono stati spostati dalle carrozze in cui non funziona l’aria condizionata.
Finalmente si parte e anche gli ultimi si lasciano cadere sfiniti sui sedili, cercando di ritagliarsi uno spazio tra le borse e i passeggeri più invadenti.
Una madre, andando contro il suo istinto materno, relega il figlio nel vano tra le due carrozze e fa accomodare tra le gambe il cucciolo di labrador che, a suo dire, è stressato e ha bisogno della frescura dell’aria condizionata.
Dall’altra parte del vagone due donne battibeccano per appropriarsi del posto a sedere: gesticolano furiose, sbraitano sorde l’una alle ragioni dell’altra. Alla fine una delle due si allontana impettita dall’avversaria ed esclama che, a differenza della contendente, lei è una signora che non si accapiglia per un sedile.
Il viaggio procede, alla stazione di Rimini salgono altri passeggeri e il copione si ripete più o meno uguale: chi ha un po’ di buon senso cerca posto altrove e si accomoda dove e come può, qualcun altro, agitando il proprio biglietto con la stessa veemenza e sicurezza con cui si impugna un contratto, costringe gli usurpatori a sloggiare per farlo sedere.
Il controllore attraversa spedito la carrozza, tenendo lo sguardo basso per evitare di rispondere alle domande dei passeggeri e di inciampare sulle borse abbandonate alla bene meglio tra i sedili e i tavolini ingombri. Se potesse diventerebbe invisibile, ma è solo un controllore di Trenitalia e la sua più grande preoccupazione è quella di non essere linciato dai viaggiatori innervositi dal ritardo.
La madre degenere, stringendo il suo cucciolo di labrador al petto, placca il povero controllore, che cerca inutilmente di sfuggire dalle sue grinfie e rassegnato sorbisce impotente le lamentele della donna, incassa le sue rimostranze e cerca in tutti i modi di contenere l’indignazione della signora che, cagnolino in braccio, continua a lamentarsi del caldo, della gente e di altre scomodità su cui persino il Padre Eterno avrebbe ben poco potere.
Il treno frena bruscamente e il controllore se ne approfitta per riprendere la sua precipitosa ritirata verso la testa del treno.
Frattanto un nuovo problema si fa capolino tra i sedili e, stazione dopo stazione, l’aria all’interno della carrozza si fa sempre più pesante: complice il mix letale di “eau de sudor” e aria condizionata mal funzionante.
In pochi istanti la carrozza sembra trasformarsi in una serra dentro cui svolazzano decine di farfalle di carta colorata. Le vecchiette, con l’espressione di chi ne sa una più del diavolo, sfoderano i loro ventagli e iniziano pigramente a farsi aria, mentre i più giovani ed impreparati improvvisano un ventaglio con quello che trovano: pezzi di carta, biglietti del treno o pagine di una rivista. Per alcuni minuti il rumore di carta svolazzante copre il mormorio sommesso della carrozza, ma è una tregua che dura poco; solo le vecchiette, complice il decennale allenamento della messa domenicale, continuano a sventolarsi con nonchalance e a guardarsi intorno con espressione beffarda.
La stazione di Bologna è ancora lontana e il nervosismo comincia ad essere palpabile: i sedili, così tanto agognati e duramente conquistati, cominciano ad essere stretti e i più impazienti cominciano a scalpitare irrequieti e a lamentarsi più rumorosamente.
Prima che qualcuno possa stemperare la tensione, i luoghi comuni cominciano a concatenarsi in una lunga catena di lamentele tutte volte a rimarcare i numerosi problemi di un paese che sogna in grande, ma campa di stenti.
I più esagitati, quelli confinati su quei vagoni già dalle prime ore del pomeriggio, cominciano a parlare di rivoluzione e le loro idee trovano subito l’appoggio dei vicini di posto che annuiscono compiaciuti come religiosi intenti ad ascoltare una confessione particolarmente interessante.
La situazione comincia a farsi claustrofobica anche per me e, per non essere contagiata dalle idee sovversive dei miei compagni di viaggio, decido di alzarmi e dirigermi verso il vagone bar per prendere una bottiglia d’acqua.
Lungo la strada incrocio il controllore che, per evitare l’ennesimo interrogatorio, mi sfila accanto sempre tenendo lo sguardo basso, per poi cambiare atteggiamento alla mia richiesta cortese e pacata di un sorso d’acqua. Con rinnovata cortesia e speranza nel genere umano, il controllore mi accompagna fino ad un vano tra due carrozze dove a mo’ di barricata (il primo goffo tentativo di rivoluzione?) sono stati abbandonati scatoloni pieni e vuoti.
Mi metto a rovistare tra i sacchetti e i cartoni accatastati, fino a quando, dopo l’ennesima scatola mal piegata, non trovo delle buste di carta traboccanti di generi di conforto quali acqua, biscotti, succo di frutta, fazzolettini e salviette.
La rivoluzione può ancora essere fermata.
Senza pensarci due volte afferro tutti i sacchetti che riesco e torno alla mia carrozza dove inizio a distribuirli.
Improvvisamente mi sento protagonista di un miracolo moderno: una parabola che parla di un treno in ritardo, un popolo in viaggio e dell’eletta che diede loro Oreo e succhi di frutta per affrontare l’esodo.
Il mio buon senso mi impedisce di diventare blasfema e con alcuni compagni di viaggio faccio la spola tra le scorte e il vagone per distribuire a ciascuno il suo sacchetto, condendo lo smistamento con le fantomatiche scuse di Trenitalia. Fortunatamente la fame e la stanchezza fanno sì che nessuno abbia voglia di fare domande e tutti accettano la loro busta di viveri senza questionare sul fatto che una “civile” aiuti il personale di bordo.
A Bologna il treno si svuota e io resto sola con la mia razione di Oreo e il mio libro.
Il vagone è ormai vuoto e la pace è tornata a regnare tra i sedili abbandonati.
A Rovigo i miei compagni di viaggio si contano sulle dita di una mano e, per mia fortuna, nessuno ha voglia di parlare o di lamentarsi: hanno tutti troppo sonno per reagire alla noia e alla stanchezza.
Il libro sul tavolino davanti a me resta chiuso e in silenzio osservo il tramonto sfilare al di là del finestrino, mentre questo treno corre sempre più sicuro e rapido verso oriente andando incontro alla notte.
Una freccia scagliata verso la luna: contro la culla dei sogni e delle fantasie.
Per un attimo il mio animo poetico sembra risvegliarsi e, prima che l’immagine si dissolva davanti ai miei occhi, la segno sul mio blocco per poi lasciare cadere la matita accanto alle pagine ancora intonse.
La mia razione di Oreo è ormai finita e, per non abbuffarmi, mi limito a piluccare le briciole che si sono incastrate tra le pieghe dell’incarto.
Ora che ci penso, qualche biscotto in più non mi dispiacerebbe e, riflettendoci ancora meglio, credo proprio di essermi guadagnata una razione extra di Oreo: dopotutto ho impedito lo scoppio di una rivoluzione.
Ciondolante e affamata mi trascino fino al vagone dove ho trovato i primi sacchetti ma, con mio grosso dispiacere, scopro che qualcuno ha già provveduto a fare razzia, lasciando nei sacchetti i succhi di frutta alla pera.
Delusa torno al mio scomparto, certa di trovarlo nella stessa pigra quiete in cui l’ho lasciato appena pochi secondi prima, ma mi basta aprire la porta della mia carrozza per capire che anche questa mia aspettativa è destinata ad essere delusa.
Attorno ad un sedile un capannello di viaggiatori discute animatamente e, al vedermi, uno di loro si volta verso di me.
“Tu sei mai andata a Venezia in treno?” mi chiede con la stessa urgenza con cui si chiede chi sa praticare un massaggio cardiaco.
“Sì, io ci vivo a Venezia”.
“È vero che a Mestre il treno si divide e che una parte va a Venezia mentre l’altra va a Trieste?”
La rosea visione di Venezia e del mio letto viene bruscamente offuscata dalla raccapricciante immagine di un treno che, come Centipede*, si frammenta in due incurante dei passeggeri che scappano da una carrozza all’altra.
“Questa ragazza dice che è così, che dividono il treno. Ha detto che è un sergente dell’esercito e che vive a Venezia!”
Prima di rispondere alla mia compagna di viaggio, mi fermo ad osservare la militare davanti a me riflettendo sulle conseguenze a cui andrei incontro contraddicendo un’ufficiale dell’esercito italiano e, alla fine, decido di dare fondo a tutte le mie scarse capacità di mediazione per scongiurare il pericolo senza smentire il sergente.
Sono convinta che, tra una sfilata e l’altra, il controllore ci avrebbe avvertito dell’imminente mitosi del treno, ma per essere certa decido di risolvere il problema alla radice rivolgendomi al capotreno e, siccome la mia voglia di Oreo non si è ancora esaurita, ne approfitto per chiedergli se è rimasta qualche sporta di viveri.
Ancora una volta il karma, o chi per lui, decide di premiare il mio senso civico e vengo premiata con scorte da cui nessuno ha tolto i biscotti.
Per mia sfortuna non ho la borsa con me e a malincuore sono costretta a tornarmene a mani vuote nella mia carrozza, che alla stazione di Mestre si svuota completamente lasciandomi libera di agire e fare razzia.
Arrivata a Venezia scendo dal treno con la stessa frettolosa disperazione di un naufrago che, dopo mille peripezie, riesce finalmente a raggiungere la terra ferma e guardando gli ultimi passeggeri scendere dal treno noto che il mio è un sentimento condiviso.
Mi sistemo meglio la borsa a tracolla, cercando di non far scricchiolare troppo i tubi di Oreo mentre passo accanto al controllore e lo saluto con un sorriso e un cordiale “Grazie e buona notte.”
Da qualche parte sento la mia coscienza rimproverarmi per quel furto di biscotti, ma per quella sera decido di non darle ascolto: penserò domani a spiegarle che, avendo sventato un colpo di stato, qualche pacco di biscotti è un compenso più che giusto.
Lentamente mi trascino fino all’embarcadero e abbandono sulla panchina deserta la borsa e la valigia, per poi uscire e controllare l’orario del prossimo battello.
In alto, su un monitor nero, una striscia arancione lampeggia beffarda.
“SERVIZIO SOSPESO CAUSA ACQUA ALTA”.

*Centipede è un videogioco arcade di genere sparatutto in cui il giocatore deve difendersi da un centopiedi e da altri artropodi da giardino.

Annrose Jones

 

 

 

 

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~ Il canto dei Puffin ~

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Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente voluto.
Ebbe luogo, nel lontano agosto del 2008, un viaggio che aveva lo scopo di mostrare a due giovanotti di 12 e 13 anni una parte del globo ancora interamente tra le mani di madre natura. Un idilliaco paradiso nordico in cui animali dal nome delicato ed evocativo avevano dimora da millenni.
L’isola dei Puffin.
Ora, sono certa che ce l’avesse un nome e che si trovasse in Norvegia e non mi interessa se tutte le ricerche condotte in internet a riguardo mi abbiano riportato ad un’isoletta vicino all’Islanda: faranno fede i miei vividi (più o meno) ricordi.
Ma partiamo dall’inizio.
Io, i miei genitori e mio cugino eravamo in crociera ed era giunto il fatidico giorno della visita all’isola dei Puffin.
Gli inserti pubblicitari di quella specifica gita sembravano vergati dalla mano di un poeta: i paesaggi erano descritti con parole altisonanti, probabilmente in disuso dal 1800; l’esperienza che ci accingevamo a vivere era unica ed irripetibile.
Immagino ci dovesse essere una profezia a riguardo, sicuramente, perché una così alta concentrazione di bellezze naturali non poteva non portare con sé la minaccia di non ripetersi per altri 10.000 (diecimila) anni.
Era davvero un’ottima pubblicità che lasciava al pubblico un certo grado di mistero.
Non potevamo non usufruire di quella fortunata coincidenza astrale e terrena.
Dunque, come dicevo, era giunto il giorno della partenza per la gita miracolosa che ci avrebbe portati a vedere i volatili più belli dell’universo.
Arrivati al punto di ritrovo, mentre aspettavamo l’autobus, una sola domanda aleggiava tra i presenti: cosa sono i Puffin?
All’epoca non esisteva ancora il roaming internazionale, i cellulari non avevano internet e l’unico modo per cercare una foto di un adorabile Puffin, o almeno la traduzione del suo nome, era accedere ad uno dei computer fissi presenti sulla nave, pagare e fare la ricerca in internet.
Le aspettative erano alte, la tensione palpabile.
Una vecchia signora, che chiameremo affettuosamente “Signora Joy Fun Travel”, spezzò il silenzio che si era formato nell’attesa del pullman e della guida.
Non ricordo le esatte parole, ma non potrei mai dimenticare la sensazione di smarrimento che provai nell’udire la frase:
– Qui a quanti metri siamo sul livello del mare?
Guardai la nave dalla quale eravamo appena scesi. Guardai la signora Joy Fun Travel e mi chiesi quale intelligenza superiore dovesse averla in quel momento ispirata per porre una domanda cui nessun altro mai (e chissà perché, eh?) aveva pensato.
Non trovò risposta, evidentemente nessuno di noi era abbastanza bravo a calcolare i centimetri ad occhio per dirglielo.
Fortunatamente, a spezzare l’imbarazzo creatosi dopo quella domanda troppo intelligente, fu la guida.
La guida incarnava tutto ciò che una tipica bellezza nordica non sarebbe dovuta essere: era cinese.
La salvatrice ci fece salire sull’autobus e tutti insieme partimmo. La meta? Un secondo porto dal quale avremmo preso la piccola barca rossa che solcava il mare del nord verso l’isola dei Puffin.
Durante il viaggio ottenemmo anche la risposta alla domanda “cosa sono i Puffin”.
Salendo, infatti, tutti quanti potemmo notare che seduto sulla prima fila di sedili e con la cintura di sicurezza ben allacciata, c’era un enorme peluche di una pulcinella di mare.
No, non poteva essere un Puffin, cercammo di consolarci tra di noi.
Non potevamo essere andati a vedere un’isola piena di semplicissime pulcinelle di mare.
Sull’autobus, i più bravi in inglese cercarono di convincere noialtri che i due nomi (Puffin e Pulcinella di mare) erano troppo diversi per rappresentare il medesimo uccello: quel peluche doveva solo essere il portafortuna dell’autista.
E invece no.
Non so dove avessero preso la laurea quei geniacci, ma i Puffin sono assolutamente, totalmente, inequivocabilmente delle pulcinelle di mare.
Rassegnati al nostro destino e con un certo imbarazzo, cercammo di fingerci entusiasti di quella scoperta. La nostra guida, molto cinese e poco norvegese, cercava di raccontarci, in un pessimo inglese, quali prodezze potevano compiere quei pennuti simili a pinguini ma dal nome più bizzarro ancora.
Il falso entusiasmo si trasformò in speranza nel vedere la barchetta sulla quale saremmo dovuti salire: somigliava a un piccolissimo battello di colore rosso che prometteva davvero tante avventure.
E infatti, arrivarono.
La navigazione per raggiungere l’isola dei Puffin (o meglio chiamarle Puffinelle di mare?) sarebbe durata all’incirca un’ora. Forse durò meno, ma me la ricordo abbastanza lunga e soprattutto agitata.
Il mare del nord sembrava voler a tutti i costi impedire a noi impavidi viaggiatori di raggiungere la meravigliosa isola dei Puffin. Era come se volesse tener lontano l’occhio umano da quell’incontaminato paradiso naturale; sottrarre l’isola alla mera logica economica dell’uomo occidentale che rende tutto, anche la perla più preziosa, oggetto del suo consumismo sfrenato.
Con il senno di poi, ritengo che il mare del nord desiderasse solo farci naufragare per risparmiarci una cocente delusione.
Devo sottolineare che durante il tragitto era data la possibilità ai naviganti di scendere sottocoperta e prendere un bicchierino-di-plastica di tè e qualche biscottino, ovviamente a pagamento.
E’ vero che era agosto, ma in Norvegia fa freddo comunque, quindi io e mio cugino decidemmo di godere di quella piccola dolcezza e, dopo aver costretto a pagare due turisti che volevano fare i furbetti, ci accingemmo a consumare il nostro tè.
Ora: io non soffro il mal di mare, lui, sì.
Con la stessa velocità di un battito d’ala di farfalla, il colorito di mio cugino passò da rosa intenso a verde oliva marcia e io ebbi la sensazione che anche la sua vita avrebbe avuto la medesima durata di quella dell’insetto.
A ciò si aggiunse che il tempo peggiorò. La barca si era fermata nei pressi dell’isoletta dei Puffin: uno scoglio senza vegetazione, non più largo di un paio di metri quadrati, e all’apparenza assolutamente privo di Puffin!
Le onde si inasprirono portando la barca a oscillare pericolosamente prima a destra e poi a sinistra, aggravando la nausea del mio povero cuginetto (io dovevo avere uno stomaco di ferro perché gridavo “wiii” correndo da una parte all’altra del ponte seguendo le onde) e mettendo a dura prova i nervi di tutti gli altri passeggeri.
Alle mie grida di giubilo si unirono quelle della guida che cominciò ad indicare un preciso punto dello scoglio sul quale, a suo avviso, era appena comparso un Puffin.
Immagino che tutti gli altri passeggeri fossero troppo occupati a pregare affinché la barca non si ribaltasse per poterlo notare, perché nessuno di noi lo vide.
Quello fu il solo avvistamento.
Per tutto il resto del tempo, la guida continuò a invitarci ad ascoltare il meraviglioso canto del Puffin (che poi immagino fossero le mie grida di gioia ad ogni onda).
Per quanto mi riguarda, fu davvero una gita stupenda, superiore ad ogni mia più rosea aspettativa: oltre ad avere un motivo per prendere un po’ in giro mio cugino, adesso ho un vero e proprio mistero da risolvere.
Dove diavolo sono finiti i Puffin dell’isola dei Puffin?

Rossana Omodeo Zorini

 

 

 

 

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~ La passeggiata ~

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Dietro una curva, l’asfalto bruno non ancora luccicante e tremolante per il caldo, fa da sfondo alla passeggiata mattutina, o meglio, alla prima caccia dal sorgere del sole, di due leoni scortanti di malavoglia due leonesse con le orecchie e i baffi in attesa di cogliere qualche movimento significativo nel bush immobile.
Ci avviciniamo a motore al minimo, il maschio più anziano sembra un sultano che guarda dall’alto il suo harem, ma è stanco e un momento dopo si stende sul manto d’asfalto attendendo un cenno delle femmine.
Sempre con il motore al minimo sorpassiamo i maschi e ci posizioniamo un tratto più avanti, anticipando le leonesse che procedono a passo rilassato sulla strada.
Fermiamo il motore e nel silenzio mattutino della boscaglia, interrotto solo dal richiamo degli uccelli sugli alberi, attendiamo che gli animali ci sorpassino per goderci la loro vicinanza.
Le zampe feline si appoggiano sulla strada senza un rumore, con eleganza, come se fossero dei cuscini di piume che si appoggiano su un divano, i corpi affusolati si muovono in una danza speciale, senza musica, con le criniere appena mosse dalla brezza e le code dondolanti a ritmo sincopato.
Il mio finestrino è spalancato ed io, con la mia macchina fotografica pronta a scattare, resto appiccicata al vano libero godendomi la fragranza mattutina del bush.
Eccoli che arrivano, davanti le due femmine, con le orecchie in movimento e le narici frementi, dietro il maschio più giovane con la criniera appena un pò più scura della peluria da cucciolo e , dietro di lui, il vecchio sultano con la coda pigra che scaccia le mosche svogliatamente.
La prima leonessa si ferma alla nostra altezza, di fianco al furgoncino, mi basterebbe allungare la mano per toccarla.
Immobile, gira la testa verso la discesa al bush quasi a cercare un rumore che possa interessarla, con i baffi frementi nel lieve vento del mattino.
Ora la sua testa si gira verso di noi ed io mi trovo a fissare due occhi gialli, limpidi e crudeli, che sembrano frugarmi dentro, senza che nessun ostacolo si frapponga tra noi.
Il mio sopito istinto di sopravvivenza muove inconsciamente il mio stomaco che si chiude velocemente in un pugno rabbioso.
Le iridi gialle sono finite dentro le mie e le incatenano con una strana malìa che mi impedisce di muovere anche un solo muscolo.
Lei è la cacciatrice ed io sono la preda, lei è la dominatrice e io colei che è dominata, lei è libera e io sono in gabbia, lei è l’Africa e io la spettatrice.
E’ tutto finito, con uno scatto sono tornati nella boscaglia, lontano da noi e dalla nostra curiosità.
Gli arbusti si chiudono alle loro spalle e il loro manto marrone chiaro già li mimetizza completamente al paesaggio, sono diventati invisibili a noi e alle loro future prede.
Un raggio di sole nascente spezza l’incanto dell’intreccio di ombre sui rami di un baobab, filtrando da una nube passeggera nell’alba chiara di un giallo mattino africano.

Monica Barzaghi

 

 

 

 

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~ Radici ~

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“Cosa significa per te la parola viaggiare?”

Ciò mi chiese una volta una mia amica, non seppi che risponde allora ma se me lo richiedesse ora avrei la risposta giusta.

Non avrei mai pensato di andarmene, di sradicarmi completamente per poter mettere radici in un altro posto. Chi avrebbe mai pensato che una semplice ragazza come me che vive in un paesino piccolo potesse arrivare a vivere a Londra? Me lo sto chiedendo ancora e questo viaggio è tutto da raccontare.
Avete mai comprato un biglietto aereo all’ultimo momento senza aver programmato nulla? Ecco io si e mi sembrava pazzesco allora, la cosa più emozionante che avessi mai fatto. Il viaggio era tre giorni dopo.
Poche valigie, due per l’esattezza e l’adrenalina che saliva. L’idea di scappare da un paese che produce sogni ma non un futuro, per nessuno.
Il potere che si sente di avere nell’avere in mano un passaporto e una carta d’imbarco non hanno prezzo, con solo quelle due cose si può andare ovunque. Non credevo mai a chi mi diceva “se lo vuoi veramente succederà”, per me era solamente una frase fatta per dare false speranze alle persone.
Il mio arrivo a Londra fu molto stancante, non avevo mai intrapreso un viaggio così da sola, dove dovevo semplicemente cavarmela da sola, sopportare la stanchezza e il peso delle valigie e andare avanti. Continuavo a dirmi che ce la potevo fare, mancava poco all’arrivo al mio alloggio temporaneo, resisti.
Ammetto di avere avuto voglia di tornarmene quella prima sera, tutto lo stress del viaggio aveva influito sulle mie emozioni, volevo solamente tornare a casa e abbandonare quella stupida idea.
Pensavo a come mi sentivo mentre ero ancora in volo, vedevo il magnifico Regno unito dall’alto, il verde che prevaleva al di fuori delle città era qualcosa di stupefacente, non avevo mai visto così tanto verde in vita mia.
Peccato il brutto tempo, se avessero avuto un clima migliore poteva essere più vivibile, chi non avrebbe voluto vivere li se fosse così? Clima favorevole e lavoro a volontà.
I primi giorni li spesi tutti a fare la turista, la prima cosa che visitai fu Oxford Circus e me ne pentii subito. Non avevo mai visto una strada così affollata, perché tutti si ostinavano ad andare lì mi chiedevo di continuo, non c’era spazio per passare né per vedere le vetrine dei negozi che affollavano quella via famosissima. Non acquistai nulla, non avevo molti soldi con me e non potevo permettermi il lusso di finirli tutti quanti. La seconda tappa era Camden Town, uno dei posti che attualmente amo di più, un quartiere così giovane e così vivo, lo si notava subito dalla metro, solo giovani  avevano come destinazione finale quel quartiere. La prima cosa che notai una volta fuori erano i colori, tutti gli edifici pieni di graffiti e strani disegni.
Alcuni musicisti di strada intrattenevano i turisti con i loro talenti, chi cantava e suonava, chi faceva numeri di magia e chi iniziava un discorso ben studiato per sensibilizzare le persone per qualche strana causa.
L’arte in quel posto era amata e celebrata, non si vergognavano affatto di essere diversi, colorati, dark, punk e così via. C’è sempre posto per tutti a Camden Town, basta avere qualcosa da dare in cambio.

Ero completamente sola e mi organizzavo per conto mio i vari giri da fare, senza però strafare. Notai da subito in quei primi giorni quanto il cibo inglese fosse disgustoso e insapore, non avevano per niente gusto i loro cibi, la loro frutta, qualsiasi cosa si potesse trovare nei loro supermercati, era tutto così diverso dai sapori ricchi della nostra Italia, dover ancora prima di prendere un morso i qualsiasi cosa, si restava li ad occhi chiusi ad annusare il profumo delizioso che ciò emanava.
Qui questo tutt’ora non esiste ed è ciò che mi manca ancora dopo due anni che vivo qui.
Ora posso dire di avere molta più esperienza, di sapere dove andare, dove spendere pochi soldi, dove uscire in compagnia… Eh si Londra non ti lascia mai solo, una volta che ti ambienti è difficile avere momenti per sé, la vita sociale qui è qualcosa di molto importante, gli inglesi hanno la tendenza a festeggiare per qualsiasi cosa, se uno abbandonava un lavoro si festeggiava, qualcuno divorzia? Festa.
E’ sempre festa a Londra e qui la notte non si dorme mai, viene chiamata la città che non dorme mai. La mia Londra ora, un posto che non riesco ancora ad abbandonare, ho ancora molti posti da visitare, il Regno Unito è grande e pieno di meraviglie. Imparate a guardare al di là della vostra porta di casa, fuori c’è un mondo stupendo, non potete perdervelo, dovete solo avere il coraggio di buttare fuori quel piede, uscire dalla propria zona di sicurezza. Osate e sbagliate, solo così potrete dire di aver vissuto veramente.
Viaggiare non vi farà mai invecchiare, crescerete e imparerete molto come io sto facendo ora, mi sento più adulta e più responsabile e ciò non sarebbe mai successo se me ne fossi rimasta dentro alle mie quattro mura di casa.

Kady Ait Ali

 

 

 

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~ Linea dritta ~

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Per chi ha passato tutta una vita in pianura l’orizzonte non è che una piatta linea verde, puntellata qua e là da collinette e palazzi più o meno alti. La montagna è un luogo che sin dall’infanzia pare irraggiungibile, lontano indefinite ore di macchina sul sedile posteriore, scandite da continue nausee e partite a Pokemon Rosso.
Forse per questa idea di irraggiungibilità, quella montagna che distava infiniti tornanti dalla mia casa in pianura ha sempre esercitato una strana attrazione. Il fascino di qualcosa che sai vicino ma non abbastanza da richiedere uno sforzo attivo per raggiungerlo senza una piccola spintarella.
Io e Lorenzo siamo finiti nelle Marche per caso, invitati da amici del posto. Macerata, la loro città, è una spirale di case bianche e gialle arrotolate su una collina, nella quale aria di mare e di montagna paiono fondersi assieme, facendoti raggelare e allo stesso tempo morire di caldo. Dalla finestra della loro casa si vedevano montagne gialle, più lontani, avvolti in una nebbiolina azzurra, i Sibillini.
– Esattamente perché si chiami “della Sibilla” non lo so.- raccontava Leonardo, mentre con una macchina viola ci inerpicavamo oltre Fiastra – Pare che ci abitava una sibilla, per l’appunto, una strega.-
– No, è che c’è la grotta della Sibilla, prende il nome da quello.- ricorda Ludovica, appoggiata al sedile accanto a lui.
La macchina arriva fino all’altopiano di Ragnolo, punto di inizio della nostra escursione, in un assolato e ventoso pomeriggio di fine agosto. Vicino al sentiero, in mezzo ad un prato giallo bruciato da quest’estate torrida, c’è una casetta con il tetto rosso. La fotografo, chiedendomi se Hansel e Gretel siano già passati di là.
Iniziamo a salire per il sentiero, e ad ogni passo un’ondata di freddo ci avvolge: da buona bolognese, che non può pensare ad un agosto senza quaranta gradi all’ombra, ignoro insistentemente il vento gelido che mi passa sotto il kway, mentre il sole continua imperterrito a bruciarmi gli angoli di viso non protetti dal cappellino. Più saliamo, più i piani di Ragnolo si mostrano nella loro bellezza, un mare d’erba gialla che finisce nel cielo, così uniforme e pieno da far venire voglia di farci un tuffo. E’ forse a causa di questo vortice di emozioni, forse perché quando si è tra amici si pensa a tutte le cose più stupide possibili, che decido di fare tutto ciò che i miei genitori mi hanno sempre sconsigliato di fare.
– Perché non andiamo là?- immaginatevi uno dei punti più alti, punto d’incontro tra il blu del cielo e il giallo intenso dell’erba.
– Ma non c’è il sentiero.- protesta Lorenzo, coprendosi gli occhi con la mano per vedere l’altura.
– Vabbè, ma vuoi che ci perdiamo? Mica ci sono gli alberi a fare da schermo.
Segue una buona mezz’ora di andamento in fila indiana in mezzo all’erba alta, costellata di sospiri e animata da un terrore (probabilmente insensato) di serpenti velenosi nascosti nel giallo.
– Pestate i piedi, che nel caso le vibrazioni li mandano via.-
Quando arrivo sull’altura, sudo e tremo di freddo allo stesso tempo, ma la vista lascia senza fiato.
Da un unico punto si vede una distesa verde che sono quattro province delle Marche (Ancona, Fermo, Macerata e Ascoli), e le nuvole che le sorvolano, nascondendo il sole. In lontananza, il mare.
Non vorrei scadere nel classico clichè da studentessa di materie umanistiche, ma sovvien l’eterno a guardare certe cose: sarà stata l’aria di montagna a darmi alla testa, ma era da un bel po’che non mi sentivo così tanto nel momento, presente, consapevole. Lorenzo mi dà la mano, scattiamo un paio di foto, ci sediamo, stanchi, sui sassi.
È proprio in quel momento che le mie fedeli scarpe da montagna, compagne di rarissime escursioni domenicali sin dai tempi delle medie, mi abbandonano, rompendosi irrimediabilmente. Ma d’altronde c’è da capirle: per chi ha passato tutta una vita in pianura l’orizzonte è una linea dritta, puntellata da qualche palazzo. Le Marche sono un’altra cosa.
Irene Generali

 

 

 

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~  Magic Sahara ~

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I tornanti sembrano non finire più, mentre l’autobus si arrampica sui fianchi brulli dell’Atlante. Marrakech, la città rossa, con le viuzze della kasba invase dai prodotti delle botteghe, le fiumane di turisti sprovveduti, gli incantatori di serpenti e le tatuatrici di henné sulla piazza Jamaa el Fna, invasa al tramonto dai fumi delle bancarelle di carne e verdure grigliate, è ormai alle mie spalle. Villaggetti riarsi, gialli di fango e sabbia, si affacciano di tanto in tanto sulla linea nera dell’asfalto che corre imperterrita verso il nulla. Case piatte che sembrano terminate a metà, con i pilastri che spuntano mozzi dai tetti a terrazza. Venditori di quarzi e fossili, la merce strappata alla terra in bella mostra sulle bancarelle, colonizzano ogni sporadica piazzola di sosta lungo il percorso.
La tentazione di cedere al sonno e riaprire gli occhi una volta giunto a destinazione è forte, ma devo e voglio resistere. Voglio riempirmi lo sguardo di questo panorama brullo e sconosciuto, che non ha nulla da invidiare agli scenari del Far West americano, e non mi meraviglierei troppo se vedessi spuntare all’improvviso un carica di Sioux da dietro un crinale.
Più di dieci ore, tanto dura il tragitto, e procedendo le dune vanno via via sostituendosi ai tavolati di roccia. L’oscurità incombe, e guardando fuori dal finestrino mi accorgo che il deserto ha preso vita. Incalzate dal vento, spire granulose danzano nel crepuscolo, avvolgendosi in sinuosi arabeschi e picchiettando sui vetri. Gli ultimi bagliori del tramonto affondano oltre l’orizzonte, e solo la luce dei fari rimane a rischiarare la via, che si sfalda tra le ondate rossastre.
Ormai mi è chiaro che siamo in mezzo a una tempesta di sabbia, e proprio la sera del mio arrivo! La mia solita fortuna… Aguzzo la vista per scorgere il luogo in cui mi trovo, e dall’oscurità informe vedo emergere strutture granitiche sfumate nel turbine vermiglio. Le esili polle di luce dei lampioni filtrano attraverso la nube di granelli, lasciando intuire che ci troviamo in un centro abitato.
La velocità diminuisce e poi ci fermiamo del tutto, accompagnati dal sospiro di sollievo delle sospensioni.
La voce dell’autista all’altoparlante avvisa che finalmente siamo arrivati all’ultima fermata: M’Hamid El Ghizlane, l’avamposto estremo della civiltà prima del mare di sabbia che si estende fino al capo opposto del continente, tagliandolo da est a ovest. Qui la strada finisce e inizia il deserto.
Scendo esitante, inforcando gli occhiali da sole per proteggermi dalle sferzate della sabbia, che mi feriscono le gambe nude con l’effetto di mille spilli sulla pelle, e caricatomi lo zaino sulle spalle mi guardo attorno alla ricerca della mia guida. Mi si fa incontro un uomo, con il volto intabarrato nella sua tagelmust che lascia scoperti solo gli occhi. Si presenta come Ahmed, e senza perdersi in troppi convenevoli mi fa cenno di salire su un vecchio motorino parcheggiato lì accanto. Salgo in sella, e afferratomi ad Ahmed partiamo alla volta di quella che sarà la mia casa per i prossimi dieci giorni.
Ci lasciamo le rassicuranti luci dell’abitato alle spalle, immergendoci nella notte. Due linee di sassi bianchi, lasciati da un Pollicino berbero, sono l’unico suggerimento per individuare il tracciato. Ogni sobbalzo è un tuffo al cuore, con l’enorme zaino che mi traballa sulla schiena e la consapevolezza che se dovessi cadere la mia avventura qui finirebbe prima ancora di iniziare. I mille metri che separano la cittadina dal bivacco sono una traversata interminabile nella Geenna buia e desolata, con il deserto che ci aggredisce e cerca di seppellirci sotto la sua furia.
Carcasse di cani e dromedari sono disseminati nella terra di nessuno che stiamo attraversando, ossa bianche consumate dal sole che occhieggiano tra le dune, illuminate dal fanale del motorino. Terribili memento mori ad ammonire che il deserto non perdona, e la bellezza può essere mortale.
Un lumicino solitario tremola in lontananza, un faro sperduto nella tempesta. La motoretta curva, seguendo il percorso sconnesso, e si dirige in quella direzione. Deglutisco a labbra serrate, sperando che non manchi molto.
Finalmente ci fermiamo. Tra le tenebre fluttuanti individuo un pugno di bassi edifici squadrati, tirati su con mattoni di fango e sabbia e sparpagliati a casaccio attorno a uno spiazzo centrale. La tenue striscia di luci della città in lontananza è nascosta dalla fitta cortina mulinante.
Lottando contro le raffiche che minacciano di strapparmi dal suolo seguo Ahmed all’interno di una delle costruzioni più grandi.
Ci chiudiamo la tempesta oltre la soglia. Una strana calma regna tra le quattro pareti su cui affiorano steli di paglia mescolati al fango. Una patina di polvere rossa ricopre ogni cosa, stendendo un velo opaco sotto la luce giallognola che piove dalla lampada appesa al soffitto.
Seduti per terra, attorno a un basso tavolo, stanno i miei due nuovi compagni. Anche loro hanno attraversato mezzo mondo arrivando fin quaggiù, in quest’angolo remoto di deserto, per prestare le loro braccia alla costruzione di questo bivacco, in cambio di tre pasti caldi al giorno e un tetto per la notte. Ragazzi come me, affascinati dall’esperienza di vivere e lavorare fianco a fianco in questo luogo così diverso da quelli conosciuti finora, a contatto con una cultura e uno stile di vita tutti da scoprire.
La cena è già in tavola: tajine vegetariano, da mangiare rigorosamente con le mani come da abitudini locali, accompagnato da pane arabo e tè alla menta impregnato di zucchero. Quattro chiacchiere per conoscersi e scoprire cosa ha condotto le nostre strade a incrociarsi in questo fazzoletto sabbioso di mondo, e poi finalmente a letto, per far calare il sipario su questa giornata interminabile.

Il vento, che per tutta la notte ha imperversato contro la porta di ferro, percuotendola come un ospite indesiderato che respinto tenti di buttarla giù, si è finalmente placato, e quando apro l’uscio mi trovo catapultato in un mondo nuovo. Una sanguigna distesa ondulata che prosegue fin dove inizia il cielo, di un celeste tanto intenso che sembra uscito da una tavolozza del Pontormo. La bellezza di questo contrasto è così sconvolgente che mi lascia senza fiato.
Quello che ho di fronte è il vero deserto, quello che mostra la sua faccia più cruda e spietata, riassunto nella frase che Ahmed non si stanca mai di pronunciare: “Sahara no joke”. Siamo ben lontani dal “Coca Cola Desert”, come lo chiama lui con disprezzo, che sorge duecento chilometri più a nord, nell’oasi di Merzouga: cinque chilometri quadrati di sabbia invasi dai turisti, con cessi chimici e distributori automatici. Gli stranieri arrivano in frotte con gli autobus, si fotografano sulle dune e accanto ai cammelli e poi ripartono con il loro photobook da mostrare agli amici a casa. Qui invece di turistico c’è ben poco, come emergono a ricordarmelo le ossa spolpate che ho intravisto ieri sera venendo qui.
Il primo passo sulla sabbia fresca del mattino è una sensazione inconsueta, un varcare l’uscio che separa due mondi, l’inizio di un nuovo cammino.
Ahmed è già in piedi. Ha preparato la colazione e si è recato a M’Hamid a comprare il pane appena sfornato. Il tè alla menta ribolle nella teiera, dal cui beccuccio si srotola un sottile nastro di vapore, carico di profumi e suggestioni.
Appoggiato all’archetto che conduce alla cucina mi saluta con un cenno non appena mi scorge. Un sorriso fugace disegna sul suo volto scuro un reticolo di rughe che sembrano scavate dal vento. Poi torna a fissare il deserto.
– Magic Sahara. – Dice solennemente con il suo inglese essenziale, mentre lo sguardo si perde oltre l’orizzonte di dune. In esso riecheggia quello dei suoi padri, che per generazioni hanno affrontato le durezze del Sahara. Hanno combattuto contro il sole, vento e sabbia, riuscendo a ritagliarsi un loro spazio in queste terre che nessun altro riesce a domare. Romani, arabi, spagnoli, francesi… Nessun popolo conquistatore è riuscito ad avere ragione degli orgogliosi berberi, uomini liberi che fin dall’alba dei tempi percorrono le invisibili vie del deserto. Finché un nuovo nemico non è giunto dall’altra parte del mare. Un nemico subdolo e strisciante, chiamato progresso. Quel progresso che ha eretto una diga a monte per portare l’elettricità alle televisioni in città, e così facendo ha inaridito il Draa, il maggiore fiume marocchino, qui ridotto a un anonimo greto sassoso, condannando le comunità che vi si affacciavano a una lenta morte per spopolamento. Private di acqua le oasi muoiono, i dromedari non possono dissetarsi, le palme da dattero seccano e l’agricoltura di sussistenza che da sempre ha sfamato le popolazioni berbere collassa.
La mia permanenza al bivacco durerà solo dieci giorni, e poi ripartirò all’inseguimento di quel desiderio forse insaziabile di libertà e avventura che mi ha spinto quaggiù, ma Ahmed resterà qui, in questa terra arida dove riposano le sue radici e in cui ha piantato i semi del futuro. Perché la gente del deserto è troppo fiera per arrendersi, e resistendo anche a quest’ultimo invasore continuerà ad abitare gli infiniti spazi sahariani come ha fatto per migliaia di anni, attaccata alle sue storie e tradizioni antiche quanto l’uomo stesso.

FINE

Luca Mencarelli

 

 

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Un racconto nel cassetto II EDIZIONE – Storie in viaggio

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Anche quest’anno la pagina Arcadia: lo scaffale sulla Laguna è lieta di invitarvi alla seconda edizione del concorso “Un racconto nel cassetto”: la rassegna di racconti brevi che si concluderà a settembre.
Per questa seconda edizione abbiamo pensato ad un tema per aiutare i nostri talentuosi autori nella stesura del loro testo.
Per partecipare bisognerà seguire alcune semplici regole.
 
PER PARTECIPARE
– Bisogna essere fan della pagina
– I componimenti devono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com
 
REGOLAMENTO
– Il tema del componimento è IL VIAGGIO: tutti i componimenti brevi dovranno quindi raccontare un viaggio avvenuto in un luogo REALE.
– L’autore può scegliere lo stile e la forma che preferisce nei, restando comunque fedele alle regole del racconto breve.
– Possono essere raccontate vacanze, pellegrinaggi, scampagnate o semplici passeggiate tra le strade di una città: l’importante è che il “viaggio” sia reale e non frutto di un sogno ad occhi aperti.
 
– Ogni autore può partecipare con UN SOLO scritto.
 
– I componimenti in gara devono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com
Testi inviatici con modalità differenti SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
 
– Volgarità, bestemmie, blasfemia, pornografia, contenuti che incitano l’odio, la violenza, il razzismo, la discriminazione e la pedofilia SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
 
– Gli elaborati devono rispettare la seguente formattazione:
CARATTERE: arial
GRANDEZZA: 12
INTERLINEA: 1,5
 
– I componimenti, formattati come indicato, NON devono superare le 10.000 battute spazi ESCLUSI
 
– Gli autori acconsentono, partecipando al concorso, alla pubblicazione del loro scritto sulla pagina Facebook “Arcadia, lo scaffale sulla Laguna” e sull’omonimo sito web.
 
– Il termine ultimo, INDEROGABILE, per inviare il proprio elaborato è fissato per DOMENICA 10 SETTEMBRE 2017.
 
IL VINCITORE
 
– Ogni scritto verrà pubblicato in pagina e nel sito insieme alla foto ufficiale del concorso.
 
– I PARTECIPANTI al concorso sono tenuti a leggere e recensire le storie degli altri concorrenti, esprimendo un giudizio su:
– originalità
– stile
– correttezza
degli elaborati in gara e assegnando a ciascuno elaborato un voto da 1 a 10.
Come per le precendenti edizioni i partecipanti potranno assegnare i punteggi più alti ( 10 – 9 – 8) solamente UNA VOLTA
 
– L’elaborato che avrà ottenuto più “likes” si aggiudicherà il “premio del pubblico”.
 
– Il vincitore sarà proclamato DOMENICA 17 SETTEMBRE 2017.
 
– Il premio messo in palio è un quaderno, le spese di spedizione sono A CARICO DEL VINCITORE (eventualmente ci si può accordare per una consegna a mano).
 
– Al vincitore del “premio del pubblico” e agli altri partecipanti verrà inviata una piccola sorpresa.
 
COMPRARE LIKE O BARATTARLI SU GRUPPI DI SCAMBIO E’ SEVERAMENTE VIETATO.
Lo staff di Arcadia provvederà, durante le votazioni, ad assicurarsi che le condivisioni delle foto siano regolari e, in caso contrario, il componimento in questione SARA’ ELIMINATO e SQUALIFICATO.
La nostra pagina non è una vetrina né un talent scout in cui mettersi in mostra.
Chi partecipa deve aver voglia di mettersi in gara giocare e divertirsi in compagnia.
 
Lo staff di “Arcadia, lo scaffale sulla laguna”, resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio ed augura a tutti voi buona fortuna!