“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo

Dante al cinema ~ Streaming and Pajamas

Il Dantedì si avvicina e, per tale occasione, abbiamo pensato di suggervi due film che, per tematiche ed ambientazioni, si rifanno all’immaginario dantesto e alla sua opera più famosa: la Divina Commedia.

INFERNO (2016)

.: Trama :.
Il professor Robert Langdon si sveglia in un ospedale di Firenze con una ferita d’arma da fuoco alle testa e nessun ricordo di quanto accaduto, se non allucinazioni orribili che parlano di un pericolo incombente e che sembrano provenire direttamente dall’Inferno così come narrato da Dante Alighieri.

.: Il nostro giudizio :.
Tratto dal romanzo di Dan Brown Inferno (2013), il film si riassume in una rocambolesca corsa da Firenze a Costantinopoli con una tappa intermedia a Venezia (lo stesso percorso di Ezio Auditore nella trilogia di Assassin’s Creed: coincidenze? Io non credo) per cercare di impedire lo scoppio di una pestilenza che decimerebbe l’umanità.
Con una pandemia in corso Inferno non è esattamente il film adatto per passare una serata in tranquillità, ma anche senza il Coronavirus in circolazione il lungometraggio di Ron Howard risulta essere una cozzaglia di elementi che niente hanno a che spartire né con la Divina Commedia né con Dante, la storia e la cultura italiana, né tantomeno con i principi base della demografia.
Come per i capitoli precedenti Il codice Da Vinci e Angeli e Demoni, Brown (produttore esecutivo del film) gioca a fare il professore di storia farcendo il romanzo e di informazioni infondate o che fanno sorridere per la loro ingenuità.
Per noi il film risica la sufficienza 5-6/10: Firenze, Venezia e Istanbul offrono una cornice mozzafiato e la colonna sonora di Hans Zimmer è meravigliosa; ma non bastano a salvare una pellicola che sembra uno spin off, o un lontano parente, de National Treasure ( Il mistero dei templari in italiano ndr).

AL DI LÀ DEI SOGNI

.: Trama :.
L’amore che unisce Chris e sua moglie, la pittrice Annie è infinito: nulla, neanche l’aldilà può separarli. Chris muore in un incidente e raggiunge un paradiso che la sua fantasia ha ambientato in uno dei meravigliosi dipinti di Annie. Non potendo immaginare di vivere senza sua moglie, per raggiungerla si avventura in un fantasmagorico e coloratissimo viaggio guidato da un angelo molto particolare.

.: Il nostro giudizio :.
What Dreams May Come ( Al di là dei sogni in italiano ndr) è un inno e mescola con grazia e crudeltà elementi tra di loro agli antipodi ricordando che non ci può essere vita senza morte, né dolore senza speranza o coraggio senza amore
Il film, del 1998, è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore statuintense Richard Matheson e fin dai primi minuti colpisce per il forte impatto visivo e per l’utilizzo dei colori che concorrono sapientemente, ma allo stesso tempo discretamente, alla narrazione divenendo a loro volta protagonisti.
Tutti i temi del film, infatti, sono uniti da questo filo rosso che corre, come una pennellata, con continui riferimenti all’arte: sia quella impressionista che ispira alcune location o i quadri dipinti da Annie ( la “moglie” di Robin Williams).
La trama del film e le ambientazioni rievocano con forza le suggestioni e le tematiche presenti nella Divina Commedia: come Dante, il protagonista compie un viaggio “a ritroso” nell’aldilà scendendo dal Paradiso all’Inferno dove l’ispirazione dantesca si fa più evidente.
Il film è tutt’altro che leggero e, se non approcciato con la giusta disposizione d’animo, può risultare impegnativo se non addirittura indigesto, per noi merita un 8.5/10.

*Jo

Il libro della vita e della morte

IL LIBRO DELLA VITA E DELLA MORTE

Autore:  Deborah Harkness
Anno:  2011
Editore:  Piemme

.: SINOSSI :.

Quando Diana Bishop, una giovane storica studiosa di alchimia, scopre nella Bodleyan Library di Oxford un antico manoscritto che vi era rimasto celato per secoli, non si rende conto di aver compiuto un gesto decisivo per la sua vita. Discendente da una stirpe di streghe, Diana aveva sempre cercato di vivere una vita normale, da cui la magia era rigorosamente bandita. Ma ora sente che il potere del manoscritto è più forte di ogni sua decisione e, nonostante tutti i suoi tentativi, non riesce a metterlo da parte. Diana però non è la sola ad avvertirne con prepotenza l’attrazione. Perché le streghe non sono le uniche creature ultraterrene che vivono a fianco degli umani: ci sono anche demoni, fantasiosi e distruttivi, e vampiri, eternamente giovani; e tutti sono interessati alla scoperta di Diana. Uno in particolare si distingue dagli altri, Matthew Clairmont, un vampiro, professore di genetica appassionato di Darwin. Il cui interesse per il manoscritto viene presto superato da quello per la giovane strega. Insieme intraprendono il viaggio per sviscerare i segreti celati nell’antico libro. Ma l’amore che nasce tra loro, un amore proibito da leggi radicate nel tempo, minaccia di alterare il fragile equilibrio esistente tra le creature e gli umani, scatenando un conflitto che può avere conseguenze fatali.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto cavalcando l’onda generata dai vampiri della Meyer, la Trilogia delle Anime offre ai lettori un fantasy contemporaneo in cui storia, romanticismo ed elementi fantastici si fondono in un intreccio convincente che soddisfa tanto gli amanti di streghe e vampiri quanto gli appassionati di storia e di filologia.
L’ambientazione, dopo tanta letteratura ambientata oltreoceano, è Europea e Oxford fa da cornice a una trama matura e tutto sommato avvincente che ha, come unica nota negativa, la scelta dei due protagonisti.
La storia è narrata in prima persona dal personaggio femminile Diana Bishop, che fin dalle prime pagine, riesce a risultare antipatico e contraddittorio.
Piccola enfant prodige, la strega viene  presentata come l’erede di una delle dinastie magiche più antiche e potenti del nuovo mondo e sfoggia un curriculum filologico e linguistico da far invidia a J.R.R. Tolkien; nonostante faccia parte di una delle schiatte più illustri della comunità magica, la  giovane precisa e ribadisce a più riprese il suo rifiuto per la magia, salvo poi utilizzarla a poche pagine dall’inizio del romanzo per una motivo piuttosto sciocco.
Altro tratto caratteristico e, alla lunga noioso, è la sua capacità di possedere e saper utilizzare ogni tipo di potere magico immaginabile: dal controllo degli elementi, alle visioni mistiche per finire con la capacità di piegare il tempo e lo spazio per passeggiate tra il passato, il presente e il futuro.
Basta quindi terminare il primo capitolo per capire di avere davanti una Mary Sue ritagliata seguendo perfettamente i contorni della sagoma che, nonostante la sua ribadita intelligenza, riesce a sorprendere con commenti e scelte non solo insensati, ma piuttosto inutili e volti soltanto a creare situazioni completamente prive di pathos e appositamente studiare per alimentare la storia d’amore tra Diana e il misterioso Matthew Clairmont.
Matthew Clairmont è la controparte maschile della storia ed è la prova scritta che “Dio li fa e poi li accoppia”. Con un comportamento sempre in bilico tra l’amante premuroso e lo stalker: Matthew è un vampiro centenario che nella sua lunga esistenza ha avuto modo di coltivare svariati interessi divenendo un’eccellenza nei campi in cui si è specializzato; un tratto in comune con la protagonista ma che, nel suo caso, è giustificato dal tanto tempo che il vampiro ha potuto dedicare allo studio e alla pratica. .
La caratterizzazione di Matthew è risultata, a mio parere, più convincente e mi ha permesso di empatizzare con questo personaggio la cui caratterizzazione, che ripropone un Edward Cullen più maturo e immune a crisi adolescenziali di qualsiasi tipo, è stata giustificata in maniera convincente dalla somiglianza del personaggio con i lupi e con la maggior parte dei predatori.
Gli altri personaggi sono, ad eccezione dei familiari stretti dei protagonisti, poco più che comparse che sfilando accanto a Diana e Matthew emergono come funghi da un capitolo all’altro senza alcuna spiegazione, fornendo informazioni e spunti interessanti, per poi sparire lasciando il lettore con un palmo di naso a domandarsi l’utilità di continuare ad introdurre nuovi personaggi ad una cinquantina di pagine dalla fine del romanzo.
Tralasciando la mediocrità dei personaggi e la loro inconsistenza, il romanzo propone una trama interessante che si sviluppa a metà tra un giallo e un fantasy storico.
la descrizione del misterioso Libro della Vita e della Morte, noto anche come Ashmole 782, è una gioia per gli occhi di chi, per studio o per passione, ha avuto il privilegio di poter lavorare con manoscritti e libri antichi e lo stesso vale per la descrizione della biblioteca Bodleiana di Oxford.
La descrizione delle creature che popolano l’universo della Harkness non eccelle di originalità, ma dopo tanta letteratura fantastica gli spunti per razze nuove ed originali cominciano a scarseggiare e, senza farne una colpa agli scrittori, tutto ricorda qualcosa di già letto o visto.
Lo stile con cui è vergato il romanzo è reso apprezzabile grazie a una buona aggettivazione; mentre poco convincente è la scelta del narratore in prima persona, ma tutto sommato la lettura è piacevole e, accantonata l’antipatia per la protagonista, le pagine scorrono ad una velocità impressionante. Molto interessante è la descrizione degli odori su cui la Harkness insiste molto: dopo aver creato un collegamento tra i lupi e i vampiri, l’autrice consolida questo legame accentuando i sensi “da predatore” dei suoi vampiri e facendo sì che anche le altre creature attingano alle stesse percezioni per individuare alleati o nemici o per allenare il proprio intuito.

Il voto che mi sento di dare al romanzo è 8/10: il capitolo conclusivo del romanzo è una sorta di corridoio letterario che suggerisce al lettore che, per arrivare a capo del mistero, dovrà leggere anche L’ombra della notte per sapere qualcosa di più; tuttavia, l’idea di avere a che fare per altre settecento pagine con Diana Bishop e la sua tendenza alla tuttologia mi ha fatto desistere dal cercare il secondo volume.
Consiglio il romanzo a chi è alla ricerca di una storia fantasy con protagonisti più “stagionati” e tematiche un po’ più mature e complesse di quelle proposte dagli Young Adult. La storia d’amore, travagliata e coraggiosa, di Diana e Matthew accontenterà i lettori più romantici, mentre i continui riferimenti alla storia faranno felici coloro che, pur amando le tematiche fantastiche, non vogliono distaccarsi troppo dalla realtà che li circonda.

*Jo