La collina dei conigli

.: SINOSSI :.

Il saggio Moscardo, l’ingegnoso Mirtillo, il prode Argento e tanti altri sono gli eroi di questo fantastico romanzo epico. Un drappello di piccoli coraggiosi conigli, alla ricerca di un avvenire più sicuro, migra attraverso le ridenti colline del Berkshire e affronta mille nemici in un indimenticabile cammino verso il più prezioso dei beni: la libertà. Con La collina dei conigli la letteratura contemporanea ha ricreato la sua Iliade e la sua Odissea: i piccoli e coraggiosi protagonisti vivono avventure ed emozioni, nella quiete di splendidi pascoli, e raccontano leggende sul Popolo dei Conigli, i suoi dèi e i suoi eroi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Anche voi siete stati, come la sottoscritta, traumatizzati dal film d’animazione La collina dei conigli? Se la risposta è sì, significa che siete rimasti vittima di quello stereotipo per cui se ci sono degli animaletti parlanti il film è chiaramente, certamente e indiscutibilmente adatto ai bambini.
Quando, anni fa, venne a mancare Richard Adams e milioni di lettori riempirono i social con foto di questo libro e ringraziamenti all’autore, io pensai ad una sindrome di Stoccolma collettiva che portava i miei coetanei ad osannare colui che ci aveva procurato un trauma psicologico pari alla morte di Mufasa e di Artax.
L’interesse per il romanzo si è acceso dopo aver visto l’omonima serie tv su Netflix e, fin dalle prime pagine, il romanzo mi ha catturata e rapita verso un mondo a “misura di coniglio”.
Richard Adams è riuscito a creare, al pari di Tolkien ma con meno clamore, un mondo epico dove ogni specie animale ha una propria lingua (anche se il romanzo si concentra unicamente sulla lingua lapina parlata dai conigli), dove esistono déi e miti non meno epici o didascalici di quelli tramandatici dalle varie tradizioni sparse in tutto il mondo.
La caratterizzazione dei personaggi e la loro evoluzione è tutt’altro che aleatoria: dalla prima all’ultima pagina non si incontra un solo personaggio che risulti stereotipato; la stessa concatenazione di eventi non sembra studiata in funzione della trama, quanto ragionata per far evolvere al meglio le personalità dei singoli conigli evidenziando pregi e difetti, punti deboli e punti di forza di ognuno senza mai esacerbarli.

Il libro, sembrerà scontato, mi è davvero piaciuto e non posso che dargli 10/10.
Le descrizioni della campagna inglese sono delle perle e l’attenzione che Adams dedica nel descrivere, puntigliosamente, le specie vegetali ed animali che caratterizzano l’ambiente è davvero encomiabile. Il linguaggio è poetico e arcaico e ben si sposa con un testo che, pur parlando di conigli (non esattamente l’emblema dell’eroismo), trasuda epicità e drammaticità da ogni pagina regalando al lettore una parafrasi del mondo, della storia e di alcuni atteggiamenti tipicamente umani.
La collina dei conigli è un romanzo che, chiunque voglia fare lo scrittore, deve leggere almeno una volta e tenere sempre a portata di mano accanto allo scrittoio: a differenza di molti romanzi contemporanei, dove i personaggi tendono ad adagiarsi su stereotipi mancando così di profondità, Adams cesella minuziosamente i suoi protagonisti senza lasciare nulla al caso. Attraverso questo lavoro meticoloso, riesce a dare ai suoi conigli umanità aiutando il lettore ad empatizzare con tutti loro e capirli fino in fondo a prescindere dal loro schieramento all’interno del romanzo.

*Jo

Il re, il cuoco e il buffone

.: SINOSSI :.

Non si sa se Tyll Ulenspiegel sia realmente esistito, ma dal Medioevo questa specie di Peter Pan tedesco, questo giullare che getta scompiglio, buffone di corte che si prende gioco dei potenti, è entrato nella tradizione popolare tedesca e, almeno in parte, europea. Daniel Kehlmann racconta il suo Tyll. Un bambino mingherlino nato nel piccolo villaggio di Ampleben, nel Nord della Germania, nel Diciassettesimo secolo, poco prima dello scoppio della Guerra dei trent’anni, che scappa dopo che suo padre viene bruciato con l’accusa di stregoneria. L’apprendista acrobata che, presa la via della strada, diventa il funambolo che balla in bilico sulla fune, incanta e irride gli astanti. Il giullare irriverente voluto da tutti, che finisce alla corte del Re d’Inverno, re che è durato il tempo di una sola stagione. E i tempi sono assai duri, imperversano il freddo, la fame e la guerra. L’Europa si è lasciata andare al sonno della ragione. Sulla strada impervia, Tyll, accompagnato dall’amica sorella Nele, tra boschi stregati, pentacoli e quadrati magici, incontra molte celebrità della sua epoca, come il dottor Fleming che scriveva poesie in tedesco, lingua ancora non formata, Athanasius Kircher, gesuita alla ricerca di un drago con il cui sangue vuole creare una medicina contro la peste, la regina di Boemia, Wallenstein e il re di Svezia Gustav Albert Wasa, circondato dai suoi rudi soldati sul campo di battaglia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Trovare le parole adatte per discutere di questo romanzo è davvero difficile. Il re, il cuoco e il buffone non è solo la storia di Tyll Ulenspiegel, celebre personaggio folcloristico già protagonista di molti programmi televisivi per bambini e ragazzi, è un compendio di storia europea, di filosofia, di religione, di magia e medicina.
Ogni pagina trasuda conoscenza e ogni personaggio porta qualcosa di nuovo e immensamente personale, profondo e complesso al lettore. Dire che esiste un solo protagonista sarebbe sbagliato, ma di certo Tyll Ulenspiegel è sempre presente: lui lega le storie e le vite le une alle altre e, nonostante la sua fama di buffone, ha qualcosa da insegnare a ciascuno di noi.

Non è un libro semplice da leggere: l’autore, Daniel Kehlmann, descrive l’Europa durante la guerra dei trent’anni sia nei suoi particolari più buffi, come ad esempio la folle ricerca dell’ultimo invisibile drago della Baviera o il magico quadro che solo gli stupidi vedono vuoto, sia in quelli più cruenti. In particolare, sono rimasta molto colpita dall’abilità dell’autore di descrivere le battaglie campali tipiche dell’epoca. Lungi dal riportare i fatti in modo eroico, Kehlmann mostra al lettore come doveva essere davvero la vita negli accampamenti e, peggio ancora, tra le fila dei soldati. Io ho avuto la fortuna di studiare questo periodo storico abbastanza di recente anche nei suoi dettagli militari e sono rimasta stupida dall’accuratezza con cui l’autore si è informato prima di mettere la sua storia su carta.
La precisione storica di Kehlmann non si limita tuttavia alla sola storia militare: il suo romanzo è ricco di nozioni religiose e, soprattutto magiche e folcloristiche. Il lettore is trova proiettato in un mondo completamente alieno in cui superstizione, scienza e magia si fondono costruendo così non solo la cultura ma anche la stessa realtà dei protagonisti. Seguendo il pensiero dell’epoca, Kehlmann descrive pratiche come i quadrati magici, la dragologia e l’alchimia rendendo bene l’idea di quanto, per le persone dell’epoca, la magia fosse assolutamente reale.

In questo quadro, che può apparire estremamente pesante, si inserisce la presenza dissonante di Tyll Ulenspiegel che, appunto, accompagna il lettore per tutta la storia. La sua funzione è, nel romanzo, quella del buffone di corte: permette di esplorare le assurdità di un’epoca piuttosto buia e sottolinea, esattamente i buffoni erano soliti fare con i sovrani, con spiccata ironia le incoerenze dei diversi personaggi.
Il romanzo è raccontato da un narratore onnisciente in terza persona e, proprio grazie a questo, il lettore può viaggiare da un punto di vista all’altro: anche in questo caso, la tecnica non è usata solo per poter mostrare di più al lettore, viene anche sfruttata per evidenziale le incongruenze che animano i diversi personaggi. Così, in un capitolo abbiamo la regina che si crede molto più intelligente del suo povero marito e riporta di lui l’immagine di un inetto che ha bisogno del suo amore per sopravvivere e in quello successivo rileggiamo le stesse vicende ma dagli occhi del re che vede nella sua mogliettina una fragile donna che ha tanto bisogno del suo amore per sopravvivere. Sono proprio l’assurdità e la disarmonia a rendere il romanzo uno specchio non solo della società del tempo ma anche di oggi.

Non possono che dare a questo romanzo un 10/10 perché, per me, ha tutto quello che un buon libro dovrebbe avere. Non solo la scrittura è splendida e riesce a coinvolgere il lettore anche nei momenti in cui la trama si fa più noiosa (l’autore è riuscito a mantenere alta la mia concentrazione scrivendo delle elucubrazioni di un mugnaio che cerca di capire quando, filosoficamente parlando, un insieme di chicchi di grado diventa effettivamente un mucchio di chicchi di grano), ma si tratta anche di un libro che, pur trasmettendo una quantità indefinibile di sapere, invita il lettore a non prendere mai la vita troppo sul serio.
Consiglio vivamente la lettura di questo romanzo a chi ama la storia ma anche e soprattutto a chi è sempre alla ricerca di un libro in grado di insegnare qualcosa: non resterete delusi perché ogni pagina è una nuova, emozionante, lezione.

*Volpe

Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

Le Origini del Potere

.: SINOSSI :.

Agosto 1471. Esausto dal lungo viaggio, un giovane frate attraversa le antiche mura che difendono la città, passa accanto alle vestigia diroccate di un passato ormai dimenticato, s’inoltra in un intrico di vicoli bui e puzzolenti. E infine sbuca in una piazza enorme, davanti alla basilica più importante della cristianità, dove si unisce al resto della popolazione. Ma lui non è una persona qualunque. Non più. È il nipote del nuovo papa, Sisto IV. È Giuliano della Rovere. E quello è il primo giorno della sua nuova vita, un giorno che segnerà il suo destino: dopo aver assistito alla solenne incoronazione dello zio, Giuliano viene coinvolto dai suoi cugini, Girolamo e Pietro Riario, in una folle girandola di festeggiamenti nelle bettole della città, per poi rischiare la morte in un agguato e ritrovarsi al sicuro tra le braccia di una fanciulla dal fascino irresistibile. È il benvenuto di Roma a quell’umile fraticello, che subito impara la lezione. Solo i più forti, i più determinati, i più smaliziati sopravvivono in quel pantano che è la curia romana. Inizia così la scalata di Giuliano, che scopre di avere dentro di sé un’ambizione bruciante, pari solo all’attrazione per Lucrezia Normanni, la donna che lo aveva salvato quel fatidico, primo giorno, e che rimarrà al suo fianco per gli anni successivi, dandogli pure una figlia. Anni passati a fronteggiare con ogni mezzo sia le oscure manovre del suo grande avversario, il cardinale Rodrigo Borgia, sia i tradimenti dei suoi stessi parenti, i Riario. Anni passati sui campi di battaglia, ad imparare l’arte della guerra, e a tramare in segreto contro i Medici di Firenze, nonostante il disastroso esito della congiura dei Pazzi. E tutto per prepararsi a un evento ineluttabile: la morte di suo zio, il papa, e l’apertura del conclave. Ecco la grande occasione di conquistare il potere assoluto. Ma Giuliano scoprirà che il destino, per il momento, ha altri piani per lui…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il fascino del rinascimento, gli intrighi e le cospirazioni che lo caratterizzarono rivivono ne Le origini del potere di Alessandra Selmi. L’autrice regala ai propri lettori un romanzo equilibrato dove descrizioni e dialoghi sono perfettamente bilanciati cosicché, leggendolo, non si corre il rischio di imbattersi in resoconti minuziosi né in interminabili scambi di battute. L’evoluzione del protagonista, Giuliano della Rovere, è un climax e, a lettura terminata, è difficile capire se si siano lette le gesta di un eroe o si sia seguito il tortuoso cammino di un antieroe.
Abile narratrice, Selmi riesce a raccontare la storia senza diventare didascalica aiutando con discrezione il lettore quando, per esempio, è costretta a descrivere il funzionamento di una macchina senza trasformare il passo in un compendio di storia rinascimentale.

Il libro merita e il mio voto non può che essere positivo: 8-9/10.
Quando si parla del Rinascimento è inevitabile pensare immediatamente alle famiglie dei Medici e dei Borgia o ad artisti come Michelangelo e Leonardo e, d’altronde, scrivere di queste figure storiche (per i quali si sono già profusi fiumi di inchiostro) è un lavoro in discesa, forse proprio per questo il romanzo di Selmi risulta ancora più godibile, oltre che originale. La storia del cardinale Giuliano della Rovere, come raccontata ne Le origini del potere non ha nulla da invidiare alle altre saghe (romanzate e televisive) sul rinascimento italiano e pagina dopo pagina il lettore viene trascinato in un dedalo di bugie, ambizioni e potere rischiando, come lo stesso Giuliano, di finire stritolato dalle spire di un intreccio che tiene con il fiato sospeso e riesce sempre a stupire.
La caratterizzazione dei personaggi è coerente con il loro temperamento e il loro andirivieni tra le pagine del romanzo crea un’alchimia di caratteri e personalità che risulta piacevole.
Nonostante queste doverose, e meritate, lodi il libro ha qualche neo che, tuttavia, non compromette la lettura. La relazione amorosa tra il cardinale della Rovere e una nobildonna romana inizialmente appassiona, per poi ridursi ad un copione sempre uguale che finisce per annoiare.
In un libro dedicato a Giuliano della Rovere è normale che le vicende che interessano i personaggi secondari non trovino largo spazio, tuttavia alcuni eventi e personaggi passano in sordina, come l’eroica resistenza di Caterina Sforza dopo la morte del marito, senza che gli venga riconosciuto nemmeno l’onore delle armi. Questa sommarietà affetta anche il resto della storia che mantiene, fino alla morte di papa Sisto, un buon ritmo per poi diventare frettoloso riassumendo, per esempio, gli eventi avvenuti sotto papa Borgia in pochi capitoli a più o meno cento pagine dalla fine del romanzo. Non sono riuscita a capire se tale cambiamento fosse presente già nel manoscritto editoriale o se si sia trattata di una scelta fatta in fase di editing, ma (parare mio personalissimo) forse sarebbe stato più funzionale dividere in due capitoli la saga usando la morte di papa Sisto come pretesto per chiudere un primo potenziale romanzo e in modo da creare ed alimentare l’aspettativa e la curiosità circa l’epilogo delle avventure del papa guerriero.

*Jo

Occhi azzurri

.: SINOSSI :.

Tenochtitlán, 30 giugno 1520. È l’ultima notte degli spagnoli nella capitale dell’impero azteco, ed è passata alla storia come la «Noche Triste». Dopo la «strage del Templo Mayor», l’odio dei tlaxcaltechi verso i conquistadores trabocca come una marea, e si mischia alla pioggia che batte furiosa sulla città, travolgendo gli uomini di Hernán Cortés in disordinata e sanguinosa ritirata. Tanto disperato è il tentativo di salvare la pelle che molti lasciano indietro l’oro dei saccheggi, per correre più leggeri verso la salvezza. Non lui, il soldato dagli occhi azzurri, che non vuole rinunciare, a nessun costo, alla promessa che quel tesoro racchiude, la promessa che lo ha portato fin lì. È il prezzo del suo coraggio, gli ha sacrificato tutto, persino la sua paura. “Occhi azzurri” è una miniatura perfetta in cui una notte di ferro e sangue racchiude il senso di due universi che collidono: nel fragore della battaglia, nel terrore che tutto avvolge nella sua cappa scura di morte, sentiamo il soffio leggero di desiderio, speranza, amore, a rammentarci come le pagine più terribili della Storia riescano spesso a essere – senza cadere in contraddizione – anche «indimenticabili e magnifiche».

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le pochissime pagine che compongono questo libricino sono cariche di oscurità, crudeltà, sangue. Con lessico tagliente e una prosa priva di fronzoli, l’autore racconta la tragica “notte triste” del 1520 quando gli inca hanno colpito i conquistadores spagnoli in fuga uccidendone e sacrificandone la maggior parte.
Il protagonista di questa storia è un soldato dagli occhi azzurri che, con i suoi compagni, cerca di scappare portando con sé il poco oro che è riuscito a nascondere. Altra protagonista silenziosa e quasi invisibile è la donna inca, concubina del soldato, che ora infesta i suoi ricordi e i suoi sogni.
Il rapporto tra i due, emblema di quello che doveva essere al tempo il rapporto di forza e violenza tra conquistatori e indigeni, è poco più che accennato: non si riesce a capirne la natura né si riesce a decidere se quella che l’autore ha descritto sia una storia d’amore o una storia di violenza e questo, secondo me, è fondamentalmente sbagliato.
In un susseguirsi di brutalità e crudeltà il racconto si chiude dopo a mala pena una trentina di pagine lasciando il lettore preda dell’appendice che, a dirla tutta, è la parte più interessante dell’intero romanzo.
Onestamente la storia mi ha lasciata abbastanza indifferente. Non si tratta di un racconto ben scritto, è molto confuso e alla fine il lettore si trova a pensare che chiunque avrebbe potuto scriverlo: l’autore non ha una vera e propria cifra stilistica né sembra interessato a mandare un messaggio specifico.
Come ho già detto, la parte più interessante è invece l’appendice storica, tipica dei romanzi della Solferino edizioni, che spiega al lettore in modo semplice ed incisivo quali erano le condizioni in Spagna della maggior parte dei conquistadores, cosa ha spinto comuni cittadini ad arruolarsi e come la conquista del nuovo mondo è stata gestita tra violenza, distruzione e orrore. Quelli che l’autore descrive sono poco più che dei ragazzotti di campagna speranzosi di costruirsi, grazie alla conquista del nuovo mondo, una di vita migliore.
In pratica, l’autore si tiene lontano da veri e propri giudizi morali decidendo di non stare né dalla parte dei nativi americani, di cui sottolinea la brutalità e le pratiche schiavistiche messe in atto contro alcune minoranze, né da quella dei conquistadores, che si trasformano in sempliciotti creduloni e violenti. Purtroppo ho trovato questo svincolarsi da giudizi troppo fazioso e poco chiaro: avrei voluto capire meglio il pensiero dell’autore rispetto alla vicenda.

La cosa che questo questo romanzo mi ha lasciato è la voglia di leggere altro su questo argomento per capire meglio una storia che, per quanto ci sia stata raccontata, non ci appartiene del tutto. Per me, il libro vale un 7/10. Troppe poche pagine, una storia raccontata frettolosamente e uno stile non caratterizzante non rendono “occhi azzurri” un romanzo memorabile. Vi consiglio di leggerlo come primo approccio all’argomento, soprattutto in virtù della splendida appendice.

*Volpe

Lettere a Theo

.: SINOSSI :.

Delle 820 lettere scritte da Van Gogh nell’arco della sua breve esistenza ben 651 sono indirizzate al fratello Theo: il primo a comprenderne il talento e a incoraggiarne la vocazione, e il solo che non gli negò mai l’indispensabile sostegno morale e finanziario. Pochi artisti hanno rivelato così tanto di sé stessi nei propri scritti. Lettera dopo lettera, il toccante scambio epistolare fra Vincent e l’amato Theo, non solo fratello, ma amico e confidente, delinea la parabola di un genio inquieto e originalissimo e getta luce sulla sua vita e sulla sua personalità: i rovelli della fede, la strenua ricerca di un amore corrisposto, l’ansia di veder riconosciuto il proprio lavoro, il timore e la conferma della follia. Nella loro immediatezza e profondità emotiva, le “Lettere a Theo” (1872-1890) compongono un ricchissimo diario, un eccezionale documento umano e artistico, e un’avvincente autobiografia che si è conquistata a pieno titolo il rango di classico moderno della letteratura.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti sanno, almeno per sentito dire, chi sia Vincent van Gogh e tutti, anche i meno esperti, sanno elencare almeno una delle sue opere. Ma quanti conoscono Vincent van Gogh? Una persona. Una persona soltanto ha avuto il privilegio, l’onere e l’onore di conoscere Vincent e di amarlo come solo un fratello minore può amare un fratello maggiore.
Le Lettere a Theo non sono il testamento di un artista folle e tra le sue pagine si trova tutto, tranne ciò che ci viene detto a scuola o all’università su questo artista; le lettere che Vincent scrive a suo fratello Theo sono la parabola di un uomo e, a tratti, sono talmente umane, quasi veniali, da chiedersi se davvero sia stato il grande Vincent van Gogh a vergarle e non piuttosto una mano più semplice al servizio di un’anima talmente umana da essere nostra pari. Nelle Lettere a Theo c’è tutto e non serve essere olandesi, o uomini di fine ottocento né avere sangue van Gogh nelle vene per capire ciò di cui Vincent parla con il fratello.
Vincent e Theo (anche se il libro è, purtroppo, composto solo dalla corrispondenza da parte del maggiore dei due fratelli) dialogano di tutto: delle passioni che li animano, dei paesaggi che vedono e delle esperienze fatte; parlano di Dio e degli uomini; dell’amore e della disperata ricerca di qualcuno che sappia guardare oltre le apparenze e amare ciò che per la società è, invece, riprovevole se non addirittura detestabile.
Si scopre, tra queste pagine, un uomo colto e curioso, un pittore che è anche lettore e non manca a suggerire al fratello nuovi titoli o a stimolare una riflessione sul nuovo testo di questo o quell’autore.

Sembrerà scontato, ma non posso dare un voto a questo libro né lo posso giudicare come farei con un romanzo autobiografico o una raccolta di poesie (di cui, pur non potendo esprimermi sulla poetica, potrei comunque commentare lo stile). Lettere a Theo è un testo disarmante che demolisce pagina dopo pagina le convinzioni che il lettore ha su Vincent van Gogh per sostituirle con un autoritratto di carta ed inchiostro. La scrittura di Vincent è evocativa e riesce a rendere perfettamente tanto le tonalità dei paesaggi che descrive a Theo, quanto le sfumature della sua anima e i chiaro scuri di una vita tutt’altro che facile, ma mai rassegnata.
Alla fine della lettura monsieur Vincent van Gogh diventa solo Vincent; le sue lettere sembrano un reperto riemerso dal fondo di un qualche cassetto e sembra di leggere le lettere e i pensieri di un amico di penna ormai irrimediabilmente perduto e, purtroppo per il lettore, questa nostalgia, questo mal di Vincent, non può essere curato in alcun modo.

*Jo

Le braci

.: SINOSSI :.

Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. Tutto converge verso un “duello senza spade” ma ben più crudele. Tra loro, nell’ombra il fantasma di una donna.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho scoperto questo libro per caso e fin dalle prime pagine sono stata catturata da una scrittura elegante, molto simile a quella che avevo amato in autori come Hesse o la Nemirovsky.
Le braci descrive un duello verbale e, come in un duello, tra le pagine vengono affrontati temi diversi cercando irrimediabilmente di trovare una soluzione soddisfacente a problemi che, purtroppo, per l’ostinazione dei protagonisti sono destinati a rimanere irrisolti, sospesi tra possibilità ed eventualità che i due (ex) amici sfiorano senza tuttavia riuscire mai a fare quel passo che trasformi l’idea in azione.
Passato e presente si intrecciano creando un mosaico dove i ricordi si mescolano ad antefatti necessari per comprendere le riflessioni che si concentrano nella seconda metà del romanzo.
In meno di duecento pagine, Sandor Marai riesce a descrivere con puntualità la vicenda umana di due uomini legati da un sentimento profondo che supera l’amicizia, ma non riesce a diventare fratellanza.

Un romanzo breve, o un racconto lungo, che non va approcciato con leggerezza. Nonostante si tratti di una manciata di pagine, Le braci non è un libro da leggere in un sol giorno e, come i tizzoni caldi hanno bisogno di raffreddarsi lentamente nel camino prima di essere maneggiati, così il romanzo necessita di tempo per essere letto, capito ed apprezzato a fondo. Uno scritto figlio della mentalità del suo tempo e che, per non essere tacciato di razzismo, discriminazione o non inclusione, va giudicato in relazione al contesto storico in cui lo scrittore lo ha vergato.
Le braci di Sandor Marai è uno di quei libri da 10/10; affatto scontato riesce, nonostante sia stato scritto quasi ottanta anni fa, comunque a provocare una riflessione anche nel lettore contemporaneo. Lo stile, come già scritto, è raffinato senza essere prolisso o pesante e il periodo breve scandisce bene il tempo del romanzo che, diversamente, risulterebbe altisonante se non addirittura bolso.
Consiglio questo romanzo a chi è alla ricerca di una lettura non troppo impegnativa in termini di lunghezza, ma non vuole rinunciare ad una storia provocante e dal finale tutt’altro che scontato.

*Jo

Aristotele e l’anello di bronzo

.: SINOSSI :.

Blepiro, reduce di guerra e menomato in battaglia, è accusato dal cugino Kremes di simulare l’infermità per ottenere una pensione di invalidità. Blepiro è un bronzista, e nella sua bottega accoglie “una banda di gente indecente”, “una manica di ex schiavi e puttane”, e questa compagnia sregolata si attira l’ostilità dei benpensanti e soprattutto le critiche accese di un politico in carriera. Ma c’è un che di esagerato nell’accanimento e il primo tentativo di uccidere Blepiro – una colata di metallo fuso che per fortuna lo ferisce soltanto orrendamente – sembra, ad Aristotele e al suo assistente Stefanos, più il culmine di un complotto mal riuscito che la conseguenza di una campagna d’odio.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Aristotele e l’anello di bronzo: un vero e proprio romanzo da ombrellone!
Il libro è brevissimo, si tratta di poco più di un centinaio di pagine, e la trama dopo la prima metà è lineare: il lettore non si deve aspettare grandi colpi di scena, ma resta piacevolmente intrattenuto per qualche ora.
Si tratta di un romanzo giallo a fondo storico in cui il famoso filosofo Aristotele è chiamato a risolvere una controversia che si trasforma improvvisamente in un vero e proprio crimine. Sebbene sia carente dal punto di vista della trama, il romanzo è interessante per i numerosi cenni storico-culturali che l’autrice inserisce qua e là: usando la scusa del romanzo giallo, insomma, l’autrice introduce il lettore a diverse usanze della Grecia classica e, in particolare, di Atene.
Un altro punto di forza del libro sono le spiegazioni di filosofia: tra un dialogo e una breve descrizione, l’autrice riporta al lettore stralci della filosofia aristotelica. Trovo molto funzionale l’uso di questa tecnica, quindi di mascherare una lezione di storia o filosofia con una trama a sfondo investigativo, perché rende fruibile argomenti altrimenti difficili anche al grande pubblico.
Di contro, la scrittura non è un gran che. Le descrizioni sono pressoché inesistenti e i dialoghi a volte sono molto “falsi”; in più, ogni tanto il narratore sembra rivolgersi direttamente al lettore con commenti esplicativi su determinati termini greci o fattori socio-culturali. Per quanto io capisca il bisogno dell’autrice di spiegare questo genere di cose al lettore, penso ci siano tecniche meno banali e più efficaci per farlo.
Un altro grosso problema del romanzo è il narratore, Stefanos. Purtroppo si tratta di un personaggio molto stupido con cui è difficile empatizzare: spesso non capisce le cose più banali e porge domande sciocche che, alla lunga, stancano. Mi rendo conto che avere come narratore Aristotele avrebbe significato togliere un po’ del mistero al romanzo, d’altra parte credo che il personaggio di Stefanos andasse studiato meglio e potesse essere, alla fine, meno macchiettistico.

Non si tratta di un romanzo che tiene incollati alle sue pagine, a dire il vero ho scoperto il “cattivo” già dopo i primi capitoli, d’altra parte non è nemmeno un libro brutto: Aristotele e l’anello di bronzo è nella media, un romanzo estivo, leggero e poco impegnativo che permette di passare qualche piacevole ora di lettura in compagnia di Aristotele.
Il voto che mi sento di dargli è 7.5/10. Un buon libro per passare il tempo che non vi incanterà ma non vi farà neanche sentire come se aveste perso del tempo!

Il labirinto del fauno

.: SINOSSI :.

Spagna, 1944. Ofelia è soltanto una bambina quando con la madre prossima al parto si trasferisce in un vecchio mulino tra le montagne dove il patrigno, lo spietato capitán Vidal, è di stanza per annientare i ribelli che si oppongono al regime franchista. Presto le sue amate fiabe e l’antica foresta incantata attorno alla casa divengono l’unico conforto, una via di fuga dal terrore e dal dolore che avvelenano la sua vita. Finché un giorno, guidata da una Fata, si addentra in un labirinto nelle cui profondità un misterioso Fauno la attende da tempo per sottoporla a tre prove di coraggio. Solo superandole, potrà fare ritorno nel Regno Sotterraneo, lei, la principessa perduta, fuggita perché sognava il mondo degli umani, e condannata a vagare sulla terra senza memoria. Sembra il finale di una fiaba. Ma quando la magia si rivelerà non meno oscura e terrificante della realtà, Ofelia dovrà scegliere cosa è disposta a sacrificare per salvare se stessa.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il libro scaturito dalla penna di Cornelia Funke, basato sull’omonimo film di Del Toro, è un vero gioiellino letterario.
Pur ricalcando fedelmente la trama del film e riportandone la maggior parte dei dialoghi, il libro non è una scarna sceneggiatura ma un bellissimo romanzo curato nei minimi dettagli. I personaggi sono ben caratterizzati, cosa che permette al lettore di immedesimarsi meglio nella storia e capirne tutte le dinamiche: persino il capitano Vidal ha una caratterizzazione molto forte e precisa che lo rende un personaggio incredibile nella sua follia e negatività.

Alla storia di Del Toro, Cornelia Funke aggiunge la propria fantasia: il romanzo è diviso in parti, ognuna delle quali è introdotta da una fiaba che riporta, trasportandoli nel mondo incantato creato dall’immaginazione di Ophelia, gli antefatti che hanno dato vita alla narrazione. Tra queste pagine il lettore trova uno sguardo più concreto al mondo sotterraneo e ai suoi abitanti, così come nuove allegorie che legano indissolubilmente il mondo incantato a quello reale.
Infatti, sebbene Il labirinto del Fauno finga di essere un romanzo fantasy, la storia che racconta è quella della Spagna di Franco e dei suoi orrori.
Il labirinto del fauno è il racconto di una fuga. Non riuscendo a sopportare il male che la circonda e nel tentativo di trovare una giustificazione al dolore che prova, Ophelia costruisce un mondo incantato in cui possa finalmente avere un po’ della felicità che sente di aver perso. All’interno della narrazione, le creature che Ophelia incontra e le prove che deve portare a termine sono probabilmente vere, ma, proprio a causa delle molte analogie tra i due mondi (di cui vi parleremo in un apposito articolo), il lettore conserva un certo dubbio.
Alla fine, si è portati a sperare che tutto quello vissuto dalla bambina nel mondo magico sia vero. Esattamente come Ophelia, il lettore desidera trovare il lieto fine di questa vicenda in un altro luogo, meno devastato dal male, forse meno ingiusto.

Esiste una sola parola per descrivere la scrittura della Funke: musicale. Gli aggettivi sono accostati ai nomi con attenzione e dovizia tanto che anche nelle descrizioni più cruente la prosa è dolce, fiorita e incantevole.
Il voto complessivo che mi sento di dare al romanzo è 8/10, questo perché, come per altri romanzi, la strategia di marketing che lo vede adatto ad un pubblico di bambini è totalmente sbagliata.
L’impaginazione, così come la dimensione del testo e le splendide illustrazioni sono una tentazione per i giovani lettori che, magari, avendo letto altro di Cornelia Funke e non avendo visto il film di Del Toro pensano di trovarsi tra le mani un romanzo adatto alla loro età. Solo che non è così: al di là delle numerose scene ricche di particolari macabri e freddissime nella loro crudeltà, che penso un ragazzo possa tranquillamente leggere anche a undici o dodici anni, è il contesto storico complesso e molto ingarbugliato a richiedere il sostegno di un adulto durante la lettura. D’altra parte, il fatto che abbia due livelli di lettura, uno più fantasioso e leggero e l’altro più storico e pesante, è un dettaglio che rende il romanzo adatto sia ad un pubblico giovane sia ad uno più adulto.
Consiglio di usare questo romanzo per una buona sessione di lettura in famiglia, potrebbero nascerne riflessioni interessanti!
Presto pubblicheremo un secondo articolo dedicato a Il labirinto del Fauno dove analizzeremo alcuni particolari del film e del romanzo: tra questi ci saranno paragrafi dedicati alle chiavi e al loro significato, all’Uomo Pallido e all’importanza del tempo che riempie ogni singola pagina del romanzo.

*Volpe

Io, Caterina

.: SINOSSI :.

“Se scrivessi la mia biografia, stupirei il mondo”, ha detto Caterina Sforza. Figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, Caterina ha dato prova del suo carattere già a dieci anni, quando si è proposta per diventare la moglie di Girolamo Riario, in sostituzione della cugina undicenne, giudicata troppo giovane per consumare il matrimonio. Dotata di una cultura vastissima, si è distinta in discipline considerate appannaggio esclusivo degli uomini, come l’alchimia, la chimica e le arti belliche. Dopo la morte del marito, ha governato da sola Imola e Forlì, guidando persino l’esercito in battaglia. Durante l’assedio della rocca di Ravaldino, non si è lasciata mettere con le spalle al muro da chi le aveva intimato di arrendersi, minacciandola di ucciderle i figli; al contrario, Caterina ha risposto sollevando la gonna e urlando: “Fatelo, tanto qui ho lo stampo!” Nella sua breve vita, Caterina ha fatto di tutto, tranne scrivere una biografia. Seicento anni dopo, è una sua discendente, Francesca Riario Sforza, a celebrare la straordinarietà della sua antenata in un romanzo che ci restituisce l’immagine di una donna in anticipo sui tempi, che non si è rassegnata al ruolo di moglie e madre, ma ha lottato per farsi strada in un mondo dominato dagli uomini. Una donna forte, indipendente e incredibilmente moderna.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Quello di Francesca Riario Sforza è un libro molto difficile da giudicare: se da una parte abbiamo una storia vera e dettagliata che accompagna il lettore a scoprire le vicende che hanno visto Caterina Sforza come protagonista, dall’altra abbiamo un testo di qualità discutibile in cui i difetti forse superano i pregi.
Nonostante la copertina riporti la dicitura “romanzo”, il libro somiglia più ad una raccolta di documenti riguardanti Caterina Sforza trascritti per essere fruibili dal grande pubblico. Come per ogni libro-cronaca, la lettura è pesante e purtroppo questo ha avuto un’influenza negativa sullo stile: pur di inserire i numerosissimi dettagli della vita della famosa contessa di Imola e Forlì, l’autrice ha perso completamente di vista la narrazione, tanto che il romanzo quasi non ha una trama. I dialoghi sono pochi e, quando ci sono, risultano un po’ improbabili; le descrizioni sono didascaliche e poco curate. Alcuni passaggi degni di interesse sono trattati dall’autrice in pochissime pagine, mentre altre curiosità, di cui però esisteva evidentemente più materiale, sono trattate con una dovizia quasi eccessiva.

Bisogna amare moltissimo il personaggio storico, e io vi assicuro che stimo molto quello che Caterina Sforza è stata al suo tempo, per arrivare volentieri alla fine del romanzo che, altrimenti, risulta pesante.
Purtroppo, lo stile infastidisce e non permette di apprezzare completamente una storia che potrebbe essere molto affascinante e, raccontata nel modo giusto, coinvolgerebbe il lettore dalla prima all’ultima riga. Forse per paura di recare offesa alla propria antenata, Francesca Riario Sforza si è astenuta dal rivisitare un po’ i documenti in suo possesso e renderli più adatti ad un romanzo.
Un pregio dell’autrice, invece, è quello di rendere umani e tangibili, in un certo senso di nuovo vivi, i personaggi storici che si muovono tra le sue pagine. Alla fine del libro sembra di aver avuto a che fare davvero con Caterina Sforza e tutti coloro che, per un motivo o per un altro, hanno condiviso la vita con lei.

Sulla trama non c’è molto da dire: trattandosi della vita di Caterina Sforza, gli episodi riportati sono realmente accaduti e riportati con molta precisione. Il problema è che manca un filo conduttore, dunque la storia è lasciata un po’ a se stessa e questo è un vero peccato soprattutto perché, come molti autori di romanzi storici hanno mostrato con la loro penna, scrivere storie vere in modo accattivante è possibile.
Nel complesso, credo il libro meriti un 7/10. Tenendo conto che non si tratta di un romanzo quanto di una cronaca con alcuni paragrafi romanzati, un lettore interessato a conoscere con precisione la vita di Caterina Sforza troverà in questo libro proprio quello che cerca.
Personalmente, l’ho trovato molto interessante, anche se avrei preferito uno stile più semplice e meno storiografico che, forse, mi avrebbe coinvolta di più. Conoscevo già, in parte, la vita di Caterina Sforza e ho trovato tra le pagine di Francesca Riario Sforza alcune curiosità che hanno gettato nuova luce sulla figura della contessa di Forlì.

*Volpe