Tenebre e Ossa ~ Streaming and Pajamas

.: SINOSSI :.

In un mondo spaccato in due da un’imponente barriera di eterna oscurità, dove mostruose creature banchettano sulla carne umana, una giovane soldato scopre un potere che potrebbe finalmente unire il suo paese. Ma mentre si sforza per affinare il suo potere, forze pericolose complottano contro di lei. Criminali, ladri, assassini e santi sono in guerra ora e ci vorrà molto più che la magia per sopravvivere.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Netflix è riuscita in un compito a dir poco impossibile : produrre una serie tv basata su una saga che ho amato e farmela piacere.
Basato sia sull’omonimo romanzo di Leigh Bardugo, Tenebre e Ossa è una serie tv fantasy per giovani adulti ma, grazie alle atmosfere dark, alla poliedricità della trama, è adatta a tutte le età. Prima di scrivere questa recensione, infatti, ho convinto due spettatori particolari, che non hanno mai letto i romanzi, a guardare la serie e darmi i loro pareri. Chi? I mie genitori, entrambi sessantenni, che si sono detti soddisfatti e interessati alla trama, tanto che quando hanno scoperto che era stata girata una sola stagione ci sono rimasti un po’ male.

La trama della serie tv ricalca quasi del tutto gli avvenimenti del primo romanzo della saga ma, forse consapevoli che questo avrebbe aggiunto un po’ di pepe alla narrazione, i produttori hanno scelto di raccontare alcuni antefatti della duologia Sei di Corvi. Accanto ad Alina, Mal e l’Oscuro (che ci viene presentato subito con il nome proprio così da spoilerare ai lettori che non hanno ancora finito l’ultimo romanzo una scena abbastanza centrale), infatti, si muovono anche Kaz, Inej, Jesper, Nina e Matthias. In pratica, nonostante io fossi scettica riguardo questa scelta, i produttori hanno ricostruito il passato dei protagonisti di Sei di Corvi e li hanno inseriti all’interno del filo narrativo di Tenebre e Ossa senza sconvolgere la trama principale.
Vi dirò di più: li hanno inseriti talmente bene che, quando ho spiegato ai miei genitori che i Corvi non compaiono nella prima trilogia, sono rimasti del tutto basiti. Ora, non ci resta che scoprire come questi personaggi verranno gestiti nelle stagioni successive, sperando che i produttori siano altrettanto lungimiranti e ugualmente geniali.

La rappresentazione del mondo è molto buona, anche se alcuni particolari, più complessi da rendere espliciti con il solo ausilio di una videocamera, non sono stati esplicitati completamente. Ad esempio, non è stata chiarita a dovere la differenza tra la Magia e la Piccola Scienza dei Grisha, elemento chiave all’interno della trilogia.
In generale, però, Ravka è ben strutturata e lo spettatore riesce a cogliere i riferimenti geografici e ha più o meno chiare le rivalità politiche dei diversi stati che compongono il grishaverse. Una chicca in questa rappresentazione è Ketterdam, il luogo principale delle vicende dei Corvi: complici forse le descrizioni dettagliate della Bardugo, la Ketterdam che è stata portata sul piccolo schermo è esattamente quella che i lettori hanno immaginato leggendo Sei di Corvi.

Mi è piaciuto lo spazio che è stato dato ai personaggi, così come il loro sviluppo.
Jessie Mei Li, l’attrice che ha interpretato Alina, è assolutamente perfetta per la parte: sebbene inizialmente io fossi restia ad accettare scelta, in contrasto rispetto alle descrizioni che ne aveva fatto la Bardugo nei suoi romanzi, il background creato dai produttori regge e, a tratti, l’ho trovato addirittura più credibile rispetto a quello scritto dalla stessa Bardugo. In più, Jessie Mei Li è un’ottima attrice: espressiva sia nel volto sia nel corpo, riesce a dare vita al personaggio di Alina magnificamente.
Soprattutto, riesce a non sfigurare accanto a Ben Barnes che, fatta eccezione di Zoë Wanamaker, è sicuramente l’attore più conosciuto, e più bravo, tra quelli chiamati a dar vita al Grishaverse.
Nei panni dell’Oscuro, Ben Barnes è semplicemente perfetto. Riesce a mostrare la complessità di un personaggio che nei romanzi, scritti in prima persona dall’unica voce di Alina, è solo accennato superficialmente nel suo mistero. La scelta di girare alcune scene dedicate esclusivamente al suo passato è vincente e se sono diventata una sua fan è solo perché nella serie tv sono riusciti a dargli uno spessore che nei libri un po’ manca.
Archie Renaux, Mal nella serie, porta sullo schermo un Mal un po’ diverso da quello che mi sono sempre immaginata. Più giocherellone, forse più umano, anche Mal prende vita slegandosi dalla descrizione che ne fa Alina nei romanzi.
I tre Corvi (Kaz, Inej e Jesper) sono tre ottimi personaggi, i preferiti di entrambi i miei genitori: i tre sono praticamente insperabili e funzionano soprattutto per questo. La trasposizione in serie tv ha messo in luce il forte legame che unisce i primi tre membri della banda e gli attori sono stati molto bravi a mettere in scena questo rapporto. Sono sicura che tutti e tre gli attori siano riusciti a convincere il pubblico con la loro brillante interpretazione.

A mio giudizio, la serie merita un bel 8/10. Non è perfetta: come ho già detto, alcune cose riguardanti soprattutto il finale di stagione le ho dovute spiegare ai miei genitori che purtroppo non avevano i mezzi per capire completamente l’accaduto. In generale, però, la serie riesce ad essere sia fedele al romanzo sia innovativa nei cambiamenti che gli autori hanno fatto. Sicuramente, la scelta di inserire i Corvi così presto nella narrazione ha creato movimento e ha dato una marcia in più ad una trama che altrimenti avrebbe rischiato di essere troppo statica per una serie.
Le atmosfere inquietanti, i continui giochi di luce che richiamano inevitabilmente il contrasto tra luce ed ombra, così come la bravura degli interpreti rendono Tenebre e Ossa un’ottima serie da guardare da soli, con gli amici o con la famiglia.

*Volpe

Fate: Winx Saga ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Nascosta in un mistico mondo parallelo, la scuola di Alfea addestra le fate nelle arti magiche da migliaia di anni. Bloom, studentessa della scuola, è una fata diversa dalle altre: la ragazza è infatti cresciuta nel mondo degli esseri umani, e, nonostante abbia un animo gentile, dentro di sé nasconde un forte potere magico in grado di distruggere entrambi i mondi. Per gestirlo, Bloom deve controllare le proprie emozioni, ma la cosa si potrebbe rivelare complicata dovendo anche fare i conti con le questioni adolescenziali.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, ha visto nascere le Winx rimarrà un po’ deluso da questa trasposizione che, di fatto, mantiene solo i nomi (e non tutti) e alcune peculiarità dei protagonisti rispetto alla serie originale.
Il risultato è apprezzabile, ma non eccellente: l’ambientazione, i personaggi, persino alcune battute e situazioni sembrano essere state copiate ed incollate da altre serie tv con il risultato che, in generale, sembra di avere davanti qualcosa di già visto e già sentito.
Le fatine glitterate, i cavalieri con la versione economica delle spade laser e le streghe amanti delle tute il lattex cedono il posto a personaggi decisamente meno sprovveduti, con vizi e virtù e privi di quell’innocenza che, ammettiamolo, era credibile per un cartone animato ma avrebbe decisamente lasciato a desiderare in una serie tv young adult.
L’episodio pilota, tra citazioni pop e battute che cercano di ammiccare al femminismo ma falliscono miseramente (Il signore delle mosche viene ribattezzato La signora delle mosche random), è intrigante e getta le basi per uno sviluppo di trama avvincente sulla falsa riga delle vicende trattate nella serie animata. Peccato che gli altri cinque episodi distruggano a colpi di accetta la credibilità di un prodotto che cerca di affrontare tematiche anche interessanti (bullismo, omofobia, bodyshaming per citarne alcuni), ma fallisce miseramente riducendosi all’ennesima brodaglia di situazioni riciclate da altri film e serie tv e personaggi che non sono intelligenti e non si applicano nemmeno.
Girata prevalentemente in Irlanda, la saga può contare su location davvero mozzafiato pregne della magia dei paesaggi irlandesi. Tuttavia, il college di Alfea è stato disegnato e realizzato in modo da sembrare un ibrido architettonico tra lo Xavier Institute, la Sword&Cross (Fallen Saga ndr) e Hogwarts: agli autori piacevano le citazioni, ma il troppo stroppia.
Ciò che manca a questa serie tv è lo spessore: i personaggi, gli elementi dell’intreccio, l’ambientazione non vengono minimamente approfonditi e, alla fine, si finisce per guardare con un po’ di rimpianto alle Winx originali con i loro costumini disegnati dallo stesso stilista di Trilli.
L’approfondimento psicologico dei protagonisti è inesistente e ogni personaggio risulta essere una caricatura di se stesso: c’è il bulletto, la dark, il bello ed ingenuo, la secchiona, quella che crede che tutto il mondo ce l’abbia con lei per motivi che solo lei sa, e così via.
Non esiste una trama né un intreccio e il viaggio dell’eroe si riduce ad un girotondo dove non mancano crisi adolescenziali e situazioni al limite non solo della credibilità ma dell’intelligenza (va bene essere giovani e ribelli, ma tutto ha un limite).

Intorno a questa serie tv si è detto e discusso molto a partire dal titolo: Fate the Winx Saga o Fate (= Destino) The Winx Saga? Ai posteri l’ardua sentenza.
La serie Netflix sulle Winx non è una serie low budget, ma di fatto la sensazione che si ha è quella: effetti speciali che lasciano un po’ a desiderare, una location che inquadra sempre le stesse quattro stanze, dialoghi che sembrano essere stati riciclati da altri film e serie tv e che, nel tentativo di modernizzare le Winx originarie, le appiattiscono.
Ovviamente, non sono mancate le polemiche e i sociali si sono accaniti accusando la produzione di whitewashing e di discriminazione verso le popolazioni latinoamericane e asiatiche che, nella serie originale, erano rispettivamente rappresentate da Flora e Musa.
Purtroppo, sì sa, la polemica è diventata lo sport nazionale di tanti e, personalmente, non ho trovato né discriminatoria né razzista la scelta di sostituire Flora con Terra che, nome mal tradotto a parte (Gea o Gaia sarebbero stati perfetti), cerca di mettere fine ad una tradizione televisiva e cinematografica in cui le ragazze “formose” erano ridotte a macchiette comiche o a pulcini indifesi in adulazione di chiunque rivolgesse loro cinque secondi di attenzione.
Un discorso analogo può essere fatto per Musa che, pur mantenendo alcune somiglianze con il personaggio originario (la passione per la musica e la perdita della madre), è stato rivoluzionato ed approfondito creando qualcosa di nuovo e, tutto sommato, gradevole.
Come compatriota delle Winx originali di Igino Straffi e della Rainbow, posso dire che mi è dispiaciuto vedere completamente cancellate quei dettagli che rendevano la serie “italiana” come, ad esempio, la città di origine della protagonista che da Gardenia (una città fittizia potenzialmente nostrana) è stata cambiata in una località californiana in modo da non perdere la presa sul pubblico internazionale. In generale la miscellanea di elementi appartenenti a tradizioni differenti, come i changelling di origine irlandese, si riduce ad un potpourri culturale dove tutto è conta ma niente è davvero importante e che, considerata la cornice gaelica in cui è ambientata la serie, suona come l’ennesima occasione brutalmente mancata.
Il voto che mi sento di dare alla serie è 5/10: alcuni elementi sono carini e attuali, ma in generale la serie sembra solo l’ennesimo teen drama come tanti altri.

*Jo

Bridgerton

.: TRAMA :.

La serie, ambientata in una utopica Età della reggenza inglese, narra le vicende della famiglia Bridgerton: la madre Violet, Lady Bridgerton; i suoi quattro figli Anthony, Benedict, Colin e Gregory e le sue quattro figlie Daphne, Eloise, Francesca e Hyacinthe. Altra famiglia protagonista sono i Featherington, composti da: la madre Portia, Lady Featherington; suo marito, il barone; le tre figlie Philippa, Prudence e Penelope. Siamo nell’alta società londinese nella stagione in cui le giovani donne cercano marito e le madri sono in fermento, intente a trovare una buona sistemazione per le proprie figlie. Protagonista della prima stagione è Daphne Bridgerton che, al debutto nell’alta società, incontrerà il duca di Hastings, Simon, scapolo ambìto e amico di suo fratello Anthony. Per eludere politiche matrimoniali svantaggiose per entrambi, fingeranno di instaurare un legame.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Bridgerton la serie del momento, tanto amata quanto criticata.
Tra le più viste da sempre, secondo Netflix, Bridgerton ha saputo incantare il pubblico con i suoi colori e la sua freschezza; ma la sua presunta mancanza di realismo ha irritato molti spettatori.

Bridgerton è una serie statunitense, la prima stagione è basata sul romanzo Il Duca e io, di Julia Quinn ormai praticamente introvabile: dopo aver divorato la serie tv, uno stormo di fan è corso ad acquistare ogni singola copia esistente. Un bel colpo per Julia Quinn: dopo vent’anni di attesa si vede riconosciuto un discreto successo.
Il romanzo, e quindi il telefilm, è un harmony: ruotando attorno alla ricerca, da parte delle giovani protagoniste, di un marito, la trama non è altro che il racconto di una travagliata storia d’amore. Il pregio di questo racconto è la presenza di Lady Whistledown, una misteriosa dama pronta a rivelare al mondo, con ironia e uno spiccato senso dell’umorismo, gli scheletri nell’armadio delle nobili famiglie londinesi.

Se vi aspettate una serie televisiva sullo stile dei romanzi di Jane Austen, rimarrete inevitabilmente delusi: i romanzi sono stati scritti nel 2000 e, figli del nuovo millennio, raccontano in modo a dir poco spregiudicato la vita matrimoniale. Come è naturale, certe cose capitano oggi come capitavano allora, ma le acrobatiche avventure tra le lenzuola descritte in Bridgerton fanno sorridere lo spettatore per la loro assurdità. Del resto, come ho già sottolineato, si tratta di un Romance Storico: scene eccessivamente avventurose ed esplicite sono quasi un obbligo in questo tipo di letteratura.
Pur non arrogandomi il diritto di definire quanto accurata o meno sia la serie televisiva rispetto al periodo storico in cui è ambientata, sono sicura gli autori si siano presi non poche libertà nella rappresentazione dell’età della Reggenza: tra i “dettagli” più anacronistici spiccano l’elevatissimo numero di nobili di colore (impossibile, non solo improbabile, in un periodo in cui erano ancora presenti sia il colonialismo sia la segregazione razziale); i tacchi a spillo (ma la chiameremo “scelta editoriale”); la colonna sonora che, talvolta, si prende moderne libertà e trasforma un ballo in una festa dal sapore quasi liceale; la boxe, praticata dal bel Duca di Hastings, che fa somigliare il protagonista maschile più a Christian Grey che a Mr. Darcy.

Tutto questo, dunque, è un problema?
Sì, e no.
Sì, perché in nome del politically correct un periodo storico è stato preso e ribaltato fino ad essere svuotato della sua oggettiva realtà.
No, perché comunque non è una serie televisiva da prendere sul serio. Guardata con la giusta superficialità, è una serie che permette di passare qualche ora tranquilla a godersi una storia piacevole e spensierata. Lanciarsi in spietate critiche riguardo alla presunta mancanza di accuratezza storica è abbastanza inutile: penso che rendere la serie tv il più simile possibile all’epoca storica in cui è ambientata fosse proprio l’ultimo dei pensieri dei suoi creatori. Bridgerton è una serie che non viene guardata né per la trama e tantomeno per l’ambientazione storica: viene guardata perché è una storia d’amore con la giusta tensione che, tutto sommato, funziona.
Parlo per cognizione di causa. Ascoltando i pareri di chi ha davvero amato Bridgerton, ci si rende conto che la maggior parte di essi ruotano tutti attorno ad un unico argomento: il duca di Hastings. Il resto della trama sembra scomparire di fronte alla sua presenza che ha letteralmente conquistato le (ed i) fans. Regé-Jean Page, il giovane attore che interpreta il duca, è ancora molto acerbo e non è dotato né di particolare bravura né di chissà quale espressività. E’ anche vero che è stato rinchiuso nello stereotipo del belloccio dannato e misterioso, ruolo che non dà molte possibilità di mostrare il proprio talento. Però è riuscito comunque, con il suo fisico e la sua aria misteriosa, a conquistarsi le simpatie del pubblico diventando quasi un sex symbol; pare che la scena in cui lecca un cucchiaino, di cui mi ero totalmente dimenticata ma che una conoscente mi ha ricordato con molto ardore (e prove fotografiche), sia stata molto provocante per alcuni spettatori.
Phoebe Dynevor, la giovane Daphne, promette piuttosto bene: riesce a coinvolgere lo spettatore con le sue emozioni, per esempio le urla di quando scoppia a piangere in teatro ancora mi echeggiano in testa.
I personaggi che ho amato, e che ho trovato ben interpretai dagli attori, sono stati: Penelope Featherington ed Eloise e Colin Bridgerton. I loro personaggi, nonché le loro sottotrame, sono quelle che ho trovato più interessanti e meglio studiate.

Il mio voto complessivo è un 7.5/10. Mentirei se non ammettessi di averla guardata con gusto, ma non penso che sia una di quelle serie tv che resteranno nella mia memoria per l’eternità. Divertente, leggera e piena di simpatica ironia, è uno show da guardare proprio come passatempo e soprattutto da non prendere sul serio! Non è una serie televisiva storica: è quasi reinterpretazione in chiave fantasy. E’ ambientata in un’epoca che somiglia alla reggenza ma non è la reggenza: qui, esiste una completa parità tra bianchi e neri; qui, una ragazza può permettersi di negare un “sì” a pretendenti non rifiutabili; qui, gli scandali svaniscono con la stessa facilità con cui sono venuti a crearsi; gli abiti sono reinterpretati in chiave moderna
Ciò che mi è piaciuto davvero molto dello show sono le ambientazioni: sarei rimasta ore ad osservare i dettagli dei palazzi, delle sale e dei negozi in cui si svolge la vicenda. Un’altra chicca è la totale mancanza di gusto, sia nei modi di fare sia nel vestire e nell’atteggiarsi, della famiglia Featherington: impossibile non sciogliersi in una risata!

*Volpe

Carnival Row ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

La serie è ambientata in un mondo fantasy vittoriano abitato anche da creature mitologiche costrette a fuggire dai loro regni di origine, in seguito all’invasione subita dagli uomini. Per loro, alle quali è proibito vivere, amare e volare in libertà, è impossibile convivere con tali esseri. Ma anche nell’oscurità la speranza sopravvive: un detective umano, Rycroft Philostrate, e una fata, Vignette Stonemoss, intrecciano una relazione pericolosa in una società sempre meno tollerante. Vignette, inoltre, cova un segreto che potrebbe mettere in pericolo il mondo di Philostrate proprio mentre lui lavora al caso più importante della sua carriera: una serie di orribili omicidi che sta mettono a repentaglio la pace a Row.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse che accompagnano Carnival Row sono buone e l’ambientazione fantasy vittoriano serve a dovere una narrazione che, pur non tradendo la sua natura “fantastica” vuole far riflettere su tematiche tanto attuali quanto delicate come l’immigrazione, il divario (molto accentuato in alcuni paesi) tra ricchi e poveri, l’emarginazione sociale, il razzismo e i pregiudizi che da esso si originano.
I buoni propositi della serie tv, vengono tuttavia traditi da una trama piena di buchi (compagnie di rivoltosi capaci di creare scompiglio per due episodi per poi essere completamente dimenticate, congiure architettate con lungimiranza degna del miglior indovino, …) che vuole in maniera fin troppo evidente cavalcare l’onda creata da Game of Thrones, ma risulta solamente uno strano e poco riuscito mix tra i romanzi di Martin e una nuova declinazione di Romeo e Giulietta (alata).
Ad accrescere la senzazione di guardare una versione vittoriana de Il Trono di Spade concorre la scelta del cast che, arricchita da volti già visti nella sopracitata serie tv della HBO, ripropone gli stessi prototipi di personaggi già visti in Game of Thrones: donne astute, prive di scrupoli, pronte a tutto pur di ottenere ciò che vogliono per se stesse o per la loro progenie; donne guerriere che, meramente ai fini di creare una coppietta un po’ scontata, si lasciano intortare e incastrare nei peggiori inganni per poter poi essere salvate dal Jon Snow di turno; prostitute sveglie, ambiziose e, allo stesso tempo, di buon cuore; uomini che diventano marionettare del gentil sesso ricordando agli spettatori una “balbettante bambocciona banda di babbuini”.
Un altro problema di questa serie televisiva è l’evidente tentativo dei produttori di renderla interessante mescolando elementi di culture non solo diverse ma anche incompatibili. L’ambientazione, come già detto, ricorda l’Inghilterra di fine ottocento e questo ha dato lo spunto per tirare fuori elementi Lovecraftiani che ricordano molto i miti di Chtulu, senza però che questi abbiano un vero senso logico all’interno della narrazione. Come se non bastasse, la terra delle fate è chiamata Tirnanoc, nome che ricorda il più famoso Tir na Nog, ossia l’altromondo della mitologia irlandese.
Insomma, noi non abbiamo affatto apprezzato questo tentativo di mescolare elementi tanto dissimili, spesso usati anche a sproposito come nel caso del richiamo al Tir na Nog, tra loro.
La trama principale, che vede per protagonisti uno Jon Snow detective e una Winx guerriera, perde di attrattiva nel giro di pochi episodi, mentre filoni secondari, come quello di cui è protagonista Imogen Spunrose, si sviluppano bene e appassionano anche più della trama principale.

Trucco ed effetti speciali lasciano sbalorditi e ben collaborano a creare l’ambientazione fantasy della storia.
La fotografia e l’utilizzo della luce è nella norma e, così come la colonna sonora, non collabora minimamente allo sviluppo della narrazione né alla caratterizzazione dei personaggi.

Una seconda occasione si dà a tutti e speriamo che nella seconda stagione non vengano reiterati gli errori che abbiamo riscontrato nella prima serie. Il voto che gli diamo è di incoraggiamento: 6,5/10.

Game of Thrones Booktag

L’inverno sta arrivando…
Non è vero e con questo sole la stagione fredda sembra più lontana che mai!
Non si può dire lo stesso dell’ultima stagione di Game of Thrones che, dopo anni di attesa, finalmente ci svelerà il nome di chi regnerà sui Sette Regni.
Nel frattempo, per ingannare l’attesa, abbiamo pensato di proporvi questa booktag (completamente spoiler free) in cui ci siamo divertite ad abbinare alle casate più famose e…coriacee di Westeros dei libri presi dal nostro scaffale. Volete scoprire quali?

1. #STARK– Il libro (o la saga) con il maggior numero di morti
VOLPE: La spada del destino di Andrzej Sapkowski; ora non ricordo esattamente quanti, ma penso che tra tutti i romanzi che ho letto questo sia uno di quelli con il maggior numero di morti. In seconda posizione c’è sicuramente I doni della Morte
JO:
I miserabili di Victor Hugo.

2. #LANNISTER– Un libro in cui si raccontano le vicende di una famiglia
VOLPE: Cuore di Pietra di Sebastiano Vassalli; un romanzo complicato, crudo e allo stesso tempo con una certa dose di romanticismo.
JO:
Suite Francese di Irène Némirovsky; il romanzo è incentrato sulle vicende che interessano più nuclei familiari.

3. #BARATHEON– Un libro che racconta una lotta per il potere
VOLPE: Il mezzo re di Joe Abercrombie
JO:
Il trono di spade di G.R.R. Martin.

4. #BOLTON– Un libro particolarmente violento
VOLPE: Lo sterminatore di Andy McNab
JO:
Hunger Games – La trilogia di Suzanne Collins. In genere non amo le storie con eccessi di violenza, ma questo mi sembra un buon candidato per i miei standard.

5. #TARGARYEN– Un libro in cui si parla o vengono citati i draghi
VOLPE: Come addestrare un drago di Cressida Cowell
JO:
Eragon di Christopher Paolini

6. #ARRYN– Il personaggio più antipatico
VOLPE: Ah, penso proprio alla detective Kim Stone di Urla nel silenzio…
JO:
Harry Potter dell’ononima saga di J.K. Rowling, ma anche la protagonista de Il cavaliere d’inverno di Paullina Simons non scherza.

7. #MARTELL– Un libro che racconta una ribellione o una lotta per l’indipendenza e la libertà
VOLPE: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury
JO: La dichiarazione di Gemma Malley

8. #GREYJOY– Un libro in cui si parla del mare
VOLPE: Salvezza di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso
JO:
L’ultimo cacciatore di libri di Matthew Pearl

9. #TYRELL – Un libro che ha per protagonisti una coppia di fratelli o sorelle
VOLPE: Va bene Piccole Donne di Louisa May Alcott?
JO: La trilogia della città di K di Ágota Kristóf

10. #GUARDIANI DELLA NOTTE– Un libro il cui adattamento cinematografico non ti è piaciuto
VOLPE: Harry Potter e il calice di fuoco, di J.K. Rowling, il film non mi è piaciuto per niente!
JO: Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien: romanzo bellissimo, adattamento che non è un adattamento.

La svastica sul sole

LA SVASTICA SUL SOLE

Autore: Philip K. Dick
Anno:  2014
Editore:  Fanucci Editore, 2014

.: SINOSSI :.

Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l’intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo difficile tanto da leggere quanto da recensire. Una storia di fantapolitica che ci presenta uno scenario interessante su cui molti, almeno una volta nella vita, si sono soffermati a riflettere: cosa sarebbe successo se l’asse Roma Tokio Berlino avesse vinto la guerra?
Il risultato è, ovviamente, uno scenario distopico costellato da interi continenti distrutti insieme alle loro popolazioni, nuove e ardite forme di colonialismo, la lotta a qualsiasi forma di dissenso e, ovviamente, il perseguimento testardo della “questione ebraica”.
Il romanzo è ambientato sulla costa occidentale degli Stati Uniti d’America che, in seguito alla loro sconfitta, sono stati divisi tra i nazisti e i giapponesi che, nello specifico, controllano la parte occidentale del continente nordamericano.
I personaggi che affollano questo palcoscenico sono tanti, ognuno con una sua trama che si lega a quella degli altri in un ordito interessante ma reso un po’ complicato da nomi giapponesi che, di primo acchito, sembrano tutti uguali tra di loro.
Lo stile va di pari passo con l’intreccio e segue a volte i pensieri dei personaggi a volte quelli del narratore proponendo continui cambi fra la prima persona singolare e la terza, tra narratore interno ed esterno, tra passato e presente: un espediente interessante ma che risulta, a tratti, un po’ caotico così come i cambi di scena repentini che avvengono da un paragrafo all’altro senza un dovuto stacco.
Da germanista non ho apprezzato alcune traduzioni dal tedesco all’italiano e, ad essere sincera, ho trovato un po’ azzardata e poco pertinente la traduzione del titolo dell’opera The Man in the High Castle resa in italiano conLa svastica sul sole .
Trattandosi di un romanzo che si propone come un’ipotetica conseguenza della vittoria dei nazifascisti nella seconda guerra mondiale, avrei gradito qualche riferimento in più ai fatti che hanno costellato la storia mondiale tra il 1939 e il 1945 o, almeno, qualche spiegazione sul perché certi personaggi avessero subito una sorte diversa da quella che la storia ci ha tramandato.
Interessante anche se un po’ labile la correlazione tra l’Operazione Dente di Leone e l’Operazione Valchiria (colpo di stato avvenuto in Germania nel luglio del 1944): anche in questo caso un richiamo all’evento storico e un’eventuale spiegazione di questa fantomatica Operazione Dente di Leone, non avrebbe guastato.

Il mio giudizio è 7/10.
Un bel romanzo, interessante e stimolante per gli amanti della fantapolitica e della distopia, ma forse non uno dei migliori di Philip K. Dick.
I personaggi, molti e diversi tra di loro, sono caratterizzati velocemente e anche un po’ grossolanamente il che li rende, a tratti, semplicemente odiosi come nel caso della protagonista femminile.
I continui riferimenti alla cultura cinese e giapponese potevano essere spiegati con qualche nota in più in modo da rendere maggiormente partecipe anche chi non è particolarmente ferrato sull’argomento.
La conclusione del romanzo lascia aperti parecchi interrogativi e sviluppi e lascia presagire che ci debba essere almeno un secondo capitolo volto a dare soluzione ad alcune delle questioni presentate nelle ultime pagine del libro.
Parallelismo interessante, ma questa è una mia personalissima interpretazione, è il fatto che mentre il lettore legge un romanzo in cui i nazifascisti hanno vinto la guerra, i protagonisti leggano un romanzo in cui l’Asse ha perso la guerra: quasi un gioco degli specchi o di finestre in cui il mondo del lettore e quello dei protagonisti si affacciano vicendevolmente sondando due finali alternativi di un’unica storia.
A chi consiglio questo romanzo? Sicuramente agli amanti di Philip K. Dick, a chi adora la fantapolitica e i romanzi distopici costellati da intrighi e giochi di potere.
Consiglio il romanzo anche e soprattutto a chi si è limitato a guardare la serie tv, The Man in the High Castle , prodotta di recente che, nonostante mantenga gran parte dei nomi non che il titolo originale dell’opera di Philip K. Dick, è solo molto lontanamente ispirata a qualche elemento presente nel romanzo.

* Jo