Il tredicesimo dono

IL TREDICESIMO DONO

Autore:  Joanne Huist Smith
Anno:  2018
Editore:  Garzanti

.: SINOSSI :.

«Mamma, abbiamo perso l’autobus.» È la mattina di un freddo e grigio 13 dicembre, e Joanne viene svegliata improvvisamente dai suoi tre figli in tremendo ritardo per la scuola. Ancora non sanno che quel giorno la loro vita sta per cambiare per sempre. Mentre di corsa escono di casa, qualcosa li blocca d’un tratto sulla porta: all’ingresso, con un grande fiocco, una splendida stella di Natale. Chi può averla portata lì? Il bigliettino che l’accompagna è firmato, misteriosamente, «I vostri cari amici». Mancano tredici giorni a Natale, e Joanne distrattamente passa oltre: è ancora recente la morte di Rick, suo marito, e vorrebbe solo che queste feste passassero il prima possibile. Troppi i ricordi, troppo il dolore. Ma giorno dopo giorno altri regali continuano ad arrivare puntualmente, e mai nessun indizio su chi possa essere il benefattore. La diffidenza di Joanne diventa prima curiosità, poi stupore nel vedere i suoi figli riprendere a ridere, a giocare, a divertirsi insieme. Sembra quasi che stiano tornando a essere una vera famiglia. E il mattino di Natale, mentre li guarda finalmente felici scartare i loro regali sotto l’albero addobbato, Joanne scopre il più prezioso e magico dei doni. Quello di cui non vorrà mai più fare a meno, e il cui segreto ha scelto di condividere con i suoi lettori in questo libro suggestivo, profondo ed emozionante. Il tredicesimo dono riesce così ad aprirci gli occhi sulla gioia che ci circonda sempre, anche nei momenti più impensabili. Sulle sorprese inaspettate che la vita sa regalarci. E sulla felicità improvvisa che tutti possiamo donare a chi ci sta accanto, non smettendo mai di credere nella forza e nella generosità dei nostri cuori.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

È stato un anno duro per la mia famiglia e, leggendo queste pagine, gli occhi si sono velati più di una volta ricordando quei giorni di spola tra casa e il reparto di rianimazione, ma ancor più commovente, e rinnovato motivo di gratitudine, è stato ripensare con affetto alle tante persone che, a modo loro, ci sono state accanto aiutandoci ora un pasto caldo già pronto, ora una lavatrice o una scorta di biancheria pulita e stirata.
Tratto da una storia vera, Il tredicesimo dono regala tredici capitoli dal sapore agrodolce dove l’amarezza per una perdita viene lentamente lenita dall’amore e dalla compassione.
Una stella di natale è l’innesco per una catena di solidarietà che, in pochi giorni, coinvolge e contagia personaggi che, altrimenti, difficilmente riuscirebbero a trovare spazio tra le pagine di un romanzo natalizio senza sembrare inopportuni o meri espedienti per tenere vivo il buonismo che, specialmente nelle feste, permea canzoni, spot pubblicitari, film, e chi più ne ha più ne metta.

Recensire una storia vera è un compito ingrato: come si può esprimere un giudizio sulla vita di qualcuno? Valutare lo stile con cui ha messo su carta le proprie emozioni e il proprio dolore e fermarsi a soppesare ogni pagina alla ricerca di qualcosa fuori posto o che, semplicemente, non ci aggrada?
Non si può.
Ma se questa consapevolezza non bastasse, sappiate che il romanzo di Joanne Huist Smith non ha nulla da farsi perdonare.
In nome di un romanticismo ingiustificato, che premia il carico emotivo di una storia a scapito dello stile e della qualità, gli scaffali hanno accolto libri resi zuccherosi da storie d’amore ricalcate da commedie già viste, sedicenti volumi pseudopsicologici in cui vengono somministrate lezioni per affrontare lutti, malattie e sfide estranee agli autori che di esse scrivono.
Il tredicesimo dono è un cuore che palpita e, se in un primo momento si è tentati di credere che si tratti di una favola originale e ben scritta, basta aspettare qualche capitolo perchè si insinui il sospetto che si tratti di una storia vera e, arrivati alla conclusione e ai ringraziamenti, quell’ipotesi si concretizza strappando un’ultima ammirata lacrima al lettore.
Il mio, ipotetico, voto non può essere che 9,5/10: una storia che ricorderò tanto per le emozioni quanto per gli insegnamenti e gli ispiranti esempi che propone che rendono questa lettura consigliata a chiunque voglia cimentarsi con una storia vera di sofferenza ma, sopratutto, di rinascita e condivisione.

*Jo

Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

25 novembre non è e non deve essere solamente la giornata che commemora tutte le vittime della violenza di genere, ma deve essere un’occasione per riflettere su noi stessi, sulla società e sulle abitudini che la caratterizzano; deve diventare un momento che è prima di tutto un punto di osservazione e riflessione, perché solo osservando e capendo è possibile prevenire. 

Oggi, vorrei consigliarvi alcune letture che credo possano essere un buono spunto per una riflessione sull’Italia e sul mondo di oggi; i libri sono, anche in questo caso, un potente mezzo di sensibilizzazione riguardo la violenza sulle donne: un tema ancora molto discusso e che ogni anno scatena reazioni contrastanti e non sempre civili e consone ad una società tesa all’inclusione e all’eliminazione di ogni discriminazione di genere.

Il secondo sesso, Simone De Beauvoir: Con “Il secondo sesso”, Simone de Beauvoir affranca la donna dallo status di minore che la obbliga a essere l’Altro dall’uomo, senza avere a sua volta il diritto né l’opportunità di costruirsi come Altra. Con veemenza da polemista di razza, Simone de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna – sposa, madre, prostituta, vecchia – e i relativi attributi – narcisista, innamorata, mistica. Approda, nella parte conclusiva, dal taglio propositivo, alla femme indépendante, che non si accontenta di aver ricevuto una tessera elettorale e qualche libertà di costume, ma che attraverso il lavoro, l’indipendenza economica e la possibilità di autorealizzazione che ne deriva – sino alla liberazione del suo peculiare “genio artistico”, zittito dalla Storia – riuscirà a chiudere l’eterno ciclo del vassallaggio e della subalternità al sesso maschile. L’avvenire, allora, sarà aperto. Con una determinazione prima sconosciuta e un linguaggio nuovo, che tesse il filo dell’argomentazione attraverso un’originale mescolanza di mito e letteratura, psicoanalisi e filosofia, antropologia e storia, Simone de Beauvoir sfida i cultori del gentil sesso criticando le leggi repressive in materia di contraccezione e aborto, il matrimonio borghese, l’alienazione sessuale, economica e politica. Provoca il pubblico conservatore, cerca il riconoscimento personale, rivendica la solidarietà collettiva. Prefazione di Julia Kristeva. Postfazione di Liliana Rampello.

Sii bella e stai zitta, Michela Marzano: “Questo libro è un atto di resistenza. Di fronte alle offese e alle umiliazioni che subiscono oggi le donne in Italia, in quanto filosofa, ho sentito il dovere di abbandonare la torre d’avorio in cui si trincerano spesso gli intellettuali per spiegare le dinamiche di oppressione che imprigionano la donna italiana. Lo scopo è semplice: si tratta di dare a tutte coloro che lo desiderano gli strumenti critici necessari per rifiutare la sudditanza al potere maschile. Perché le donne continuano a cedere alla tentazione dei sensi di colpa e, per paura di essere considerate ‘madri indegne’, abbandonano ogni aspirazione professionale? Perché tante donne vengono giudicate ‘fallite’ o ‘incomplete’ quando non hanno figli? Perché molte adolescenti pensano che l’unico modo per avere successo nella vita sia ‘essere belle e tacere’? Perché il corpo della donna continua a essere mercificato? Perché stiamo assistendo al ritorno di un’ideologia retrograda che vorrebbe spostare l’orologio indietro e rimettere in discussione le conquiste femminili degli anni Sessanta e Settanta? La filosofia è un’arma efficace e potente, l’unico strumento capace di aiutare le donne a riappropriarsi della propria vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o zittirle.” (Michela Marzano)

Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi: Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, mentre le strade e i campus di Teheran erano teatro di violenze barbare, Azar Nafisi ha dovuto cimentarsi nell’impresa di spiegare a ragazzi e ragazze, esposti in misura crescente alla catechesi islamica, una delle più temibili incarnazioni del Satana occidentale: la letteratura. È stata così costretta ad aggirare qualsiasi idea ricevuta e a inventarsi un intero sistema di accostamenti e immagini che suonassero efficaci per gli studenti e, al tempo stesso, innocui per i loro occhiuti sorveglianti. Il risultato è un libro che, oltre a essere un atto d’amore per la letteratura, è anche una beffa giocata a chiunque tenti di proibirla.

L’ho uccisa io. Psicologia della violenza maschile e analisi del femminicidio, Luciano di Gregorio: Non passa settimana senza che le cronache non raccontino atti di violenza commessi da uomini verso le proprie mogli, amanti, compagne, perfino figlie. Di recente è stato introdotto il termine femminicidio per indicare crimini fisici e morali come forma di esercizio di potere e di annientamento della donna in quanto donna, che si manifestano in modo particolare quando essa esercita liberamente una sua volontà. E il Parlamento italiano ha dovuto approvare una legge. Ma chi è l’uomo che commette questi delitti, che maltratta, violenta, uccide? Luciano Di Gregorio, partendo da un’analisi approfondita dei crimini e utilizzando concetti freudiani come la pulsione di crudeltà e quelli di oggetto d’uso che derivano dalla moderna psicoanalisi, esplora la complessa psicologia infantile del bambino che, da adulto, diventa violento. Attingendo alle teorie dell’attaccamento e ai concetti di attaccamento ansioso e insicuro in relazione alle personalità violente degli uomini che hanno sperimentato questa esperienza nell’infanzia, utilizzando il concetto di Sé grandioso infantile della personalità narcisistica, traccia alcuni profili psicologici del maschio di oggi e individua molti dei fattori scatenanti che ne determinano le esplosioni violente nelle relazioni intime amorose. Uomini comuni, con vite regolari, anche colti e benestanti, soggetti differenti per storie sociali e personali che, nel rapporto di coppia, hanno saputo anche mostrarsi amanti affettuosi, padri esemplari, compagni di vita spesso gratificanti. Anche loro possono essere attori di un dramma che da tempo scuote le coscienze di una società che ci ostiniamo a chiamare moderna. Anche loro possono un giorno dire: “L’ho uccisa io”.

Il male che si deve raccontare per cancellare la violenza domestica, Simonetta Agnello Hornby: Con un programma semplice ed efficace, che ha coinvolto le donne potenzialmente esposte a violenza e le aziende in cui lavorano, la Global Foundation for the Elimination of Domestic Violence (Edv) creata da Patricia Scotland ha contribuito a contenere sensibilmente il fenomeno della violenza domestica in Inghilterra. Questo piccolo libro ha lo specifico obiettivo di creare una Edv italiana per applicarne il metodo nel nostro paese. Simonetta Agnello Hornby ha scritto racconti che, attraverso vicende affioranti dalla sua memoria e ancor più attraverso casi affrontati in veste di avvocato, danno una vividissima e articolata rappresentazione del segreto che a volte si nasconde dentro le pareti domestiche. Con la sapienza narrativa che le è propria, evoca l’esibizione del teatro della violenza in Sicilia, i silenzi comprati da un marito abusante, il dolore dei figli abusati, la complicità fra vittima e carnefice. Marina Calloni, docente alla Bicocca, traduce la consapevolezza secondo la quale viviamo in città in cui “si uccidono le donne” in una visione sintetica e in una stringente serie di dati. Il male che si deve raccontare è insieme un atto di denuncia e uno strumento a disposizione delle associazioni che, anche in Italia, lottano da tempo contro questa violenza, offrendo aiuto, mezzi e protezione alle vittime. I proventi di questo libro contribuiscono alla creazione della sezione italiana di Edv. 

Persepolis, Marjane Satrapi: La storia della ragazzina Marjane a Teheran dai sei ai quattordici anni. Sono gli anni della caduta del regime dello Scià Reza Pahlavi, del trionfo della Rivoluzione Islamica e della guerra contro l’Iraq. I suoi genitori, di larghe vedute, pur di garantirle un’adeguata istruzione e maturazione, non esiteranno a mandarla a Vienna, dove lei si scontrerà con l’incomprensione altrui proprio come nella sua città natale. È un ritratto indimenticabile delle contraddizioni di un paese e di come, attraverso l’ironia e le lacrime si possa vivere l’adolescenza confrontandosi con le assurdità, i compromessi, la solitudine e i distacchi.

I libri, come ho già detto, sono complici umili e allo stesso tempo fondamentali quando si tratta di affrontare tematiche difficili e delicate come la violenza di genere. Tuttavia, questa volta soltanto, non voglio fermarmi alle pagine che ho sfogliato e da cui sono stata ispirata.
Questa volta, come donna e come lettrice, voglio condividere con voi alcuni dati che, unitamente ai consigli di lettura che ho riportato, spero possano darvi un’idea della situazione sulla violenza sulle donne.

Un recente studio ha mostrato che, in Italia e nel 2019, subiscono violenza 88 donne al giorno: vale a dire almeno una ogni 15 minuti.
Le origini di questa violenza sono carie che affondano le radici nell’ignoranza, nei pregiudizi e, per quanto assurdo possa sembrare, anche nella lingua di tutti i giorni che, sì è la più bella del mondo, ma fin troppo spesso perpetra l’idea di una donna oggetto, della donna “malafemmina” affibbiandole termini che letti al maschile suonano innocui, innocenti, quasi puerili, ma che declinati al femminile assumono toni denigratori nei confronti delle donne o, ancora, richiamano velatamente al sesso (basti pensare, per esempio, a termini come “cagna” che hanno perso il loro significato originale, ossia un cane femmina, per diventare insulti veri e propri), o che non prevede termini femminili per professioni d’alto livello, soprattutto politiche (vedasi la battaglia che si è dovuta fare per ottenere il termine “sindaca” e “ministra” che, se suonano male, è solo perché non ci abbiamo ancora fatto l’abitudine). 
Pregiudizi e ignoranza vanno spesso a braccetto: è l’ignoranza, infatti, che crea il pregiudizio. E questi stereotipi, che spesso si manifestano in modo sottile e comico, sono tanto dannosi quanto la violenza vera e propria, perché sono il terreno fertile del pensiero e del comportamento violento. 
Gli stereotipi creano e alimentano l’idea che ci sia una differenza tra uomo e donna, e questa mentalità viene, a volte, supportata anche da decisioni politiche (per esempio la recente scelta di non abbassare l’IVA degli assorbenti dal 22% al 10%, mantenendoli nella categoria dei beni di lusso; oppure il gap salariale tra uomini e donne che, ad oggi, è ancora al 10%), e che è alla base del pensiero subdolo e meschino secondo la quale la donna è un oggetto di cui si può e si deve disporre a proprio piacimento.

Parlare di violenza sulle donne e di violenza di genere non è solo importante, è necessario e vitale.
Se questo fosse un mondo perfetto, basterebbe un libro per risolvere il problema e per riportare la speranza e il sorriso a quelle donne che in silenzio hanno subito o subiscono violenze verbali e fisiche in casa quanto sul posto di lavoro.
Comportamenti meschini, denigratori e, a volte, violenti non vanno mai presi alla leggera, perché possono essere l’anticamera di qualcosa di peggiore che non lascia scampo.

Solo parlando, forse, si potrà vincere una volta per tutte questa bestia che è la violenza sulle donne e la violenza di genere, ma quando le parole non bastano, o nessuno sembra preoccuparsi di prendere troppo seriamente certi appelli, è importante sapere che in tutta Italia, e in tutto il mondo, vi sono centri d’accoglienza e strutture che offrono riparo, ascolto e sostegno a quanti sono vittima di violenza.

Capita a volte che ti penso sempre

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CAPITA A VOLTE CHE TI PENSO SEMPRE

Autore: Gio Evan
Casa editrice: Fabbri editori
Anno di pubblicazione: 2017

.: SINOSSI :.

Dopo aver viaggiato in tutta Europa e in Sud America solo con la sua bicicletta, aver vissuto con gli sciamani e affrontato una profonda ricerca spirituale, è tornato in Italia per dedicarsi completamente alla vita di artista. Da anni incanta il pubblico in spettacoli di quella che lui stesso chiama “filosofia comica”, veri e propri happening in grado di avvicinare alla poesia piccole folle. È scrittore, performer e cantautore. Il suo stile non permette classificazioni: onirico, surreale, giocoso, ironico, è sempre un inno all’amore e alla vita. Questo è il suo quarto libro dopo La bella maniera, Teorema di un salto e Passa a sorprendermi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Per la prima volta nella mia vita di recensore mi trovo davanti ad una difficoltà che non riesco in nessun modo a superare.
Mi trovo davanti a un libro di poesie dalla copertina azzurra, zeppo di piccole frasi significative, pieno di sentimenti belli che tutti noi proviamo ma solo pochi sono in grado di esprimere in modo così sentito.
Mi pare davvero di trovarmi davanti a un’anima e mi chiedo: chi sono io per valutare in modo obiettivo un’anima?
Certo, potrei fare un commento smontando punto per punto lo stile e appuntare che mancano gli endecasillabi o uno schema rimico e ritmico classico, ma a cosa porterebbe un’analisi simile se non a far capire a tutti che di poesia non ci capisco niente?
Preferisco lasciarmi trascinare dalle emozioni, in questo caso, e recensire la raccolta dicendovi punto per punto come mi ha fatto sentire.
Per una volta, non mi sento in colpa all’idea di aver sottolineato alcune frasi, di aver messo segni accanto alle poesie che mi sono piaciute di più (che sono in realtà la maggioranza) e di aver qua e là rubato una frase o due ed essermela segnata nel cuore da riutilizzare in caso di necessità. Se l’ho fatto, l’ho fatto per amore. L’ho fatto perché in quelle parole scritte con una semplicità disarmante ho visto me stessa e certi punti mi hanno portato ad un tale livello di commozione da farmi scoppiare in lacrime. Lacrime di gioia, intendiamoci, al limite lacrime di verità.
Le poesie hanno fatto pensare e mi hanno regalato momenti di serenità in una fase della mia vita in cui a volte mi sento persa. Ho odiato aver finito così presto la raccolta perché una volta terminate le parole mi è rimasto un lieve senso di vuoto e di vertigine: erano parole che mi avevano fatto stare troppo bene perché fossero già finite.

Lo stile, a mio avviso, è molto bello. Semplice per certi versi, ma di una creatività disarmante che lascia il lettore con un sorriso tenero in volto. Nasconde poco: l’autore ha deciso di voler essere sincero fino in fondo e mette ogni cosa di sé tra le pagine, lascia poco all’immaginazione o a quelle interpretazioni astruse di oggi giorno. Ciò che vuole comunicare è scritto nero su bianco e le sole cose in più che si possono ricavare sono emozioni e sentimenti.

Non posso dare un voto ad un’anima. La sola cosa che posso dire e che vale più di mille numeri è che le poesie di Gio Evan mi hanno fatto nascere dentro la voglia di scrivere.
Prima di lasciarvi del tutto, vi propongo la frase citata in retro copertina del libro: avrei voluto scegliere un’intera poesia, la mia preferita, ma non sono riuscita a scegliere.

Amo la persona
insicura di sé
perché non sa ancora niente
della meraviglia
che sta per combinare.

Buona lettura!

*Volpe

Le ho mai raccontato del vento del nord

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LE HO MAI RACCONTATO DEL VENTO DEL NORD

Autore: Daniel Glattauer
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2010

.:SINOSSI:.

Un’email all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, Le ho mai raccontato del vento del Nord descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?

 

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Quello di Glattauer è un esperimento lodevole e interessante: nell’era del web, della comunicazione via chat e delle e- mail ( che ancora resistono per comunicare in occasioni formali o professionali) che caratteristiche deve avare un romanzo epistolare? E’ possibile, come nei romanzi ottocenteschi, costruire una trama su un carteggio virtuale?
Il romanzo di Glattauer è un successo e conferisce nuova forza e potere alla pratica della scrittura, che si impone in maniera decisiva sulla tecnologia.
Da un punto di vista meramente linguistico, quindi, il romanzo merita di essere letto e analizzato. Alcuni scambi di e-mail tra i due protagonisti rasentano la chat, ma i testi più corposi sono davvero validi.
Altro merito dell’autore è la capacità di muoversi con scioltezza tra tre tipi di scrittura diversi, che corrispondo ad altrettanti personaggi (solo i messaggi concisi disorientano leggermente per mancanza di firma e poca caratterizzazione).
Le note dolenti iniziano nel momento in cui si analizza la trama per il suo valore narrativo: una serie di messaggi l’uno più assurdo dell’altro che, pagina dopo pagina, sottolineano a più riprese l’handicap comunicativo causato dai mass media e dall’utilizzo massiccio e incontrollato della tecnologia.
I due protagonisti sono affetti da sindrome di Peter Pan virtuale: piuttosto che affrontare i loro problemi e chi gli sta intorno, preferiscono confidarsi con uno sconosciuto che siede dall’altra parte di un monitor in una casa qualsiasi di una qualsiasi città tedesca.
La situazione inizia con un siparietto comico, divertente e piacevole, e degenera camuffando da storia d’amore un tradimento.

Il nostro voto è 6/10.
Come ho già detto, il romanzo è un pregevole esempio di romanzo epistolare nell’era di internet e altrettanto apprezzabile e la capacità di Glattauer di interpretare, attraverso la sola scrittura, tre personaggi diversi.
Altro merito dell’autore è quello di aver messo bene in luce l’insidia che si nasconde dietro lo schermo: una profondità che esiste sullo schermo, ma che è intangibile quando esce dal virtuale.
La trama, invece, è molto leggera e tratteggia una lettura piacevole: una parentesi di svago tra gli impegni di tutti i giorni o un ottimo compagno per un monotono viaggio sul regionale delle 19:00.

*Jo

 

Per chi suona la campana? Il lutto nei romanzi: identikit del personaggio feticcio.

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Nella stesura di una trama capita di trovarsi di fronte a quella che, per uno scrittore, è LA DOMANDA per eccellenza: come, quando e perché uccidere un personaggio?
La morte è un’esperienza traumatica nella vita di una persona, un evento che ci scuote nel profondo e ci costringe a misurarci con la fragilità della vita e con le questioni filosofiche, morali e religiose che, da quando si ha memoria, hanno interrogato l’uomo sul fragile binomio vita/morte.
Ovviamente anche la letteratura si confronta con questa delicata tematica e ogni autore, a modo suo, elabora nelle proprie opere il tema del lutto e della morte togliendo di mezzo in modo più o meno tragico un proprio personaggio, che puntualmente si rivela essere il nostro preferito.
Ma a quali regole si deve attenere uno scrittore per far sì che la morte dei propri personaggi avvenga esattamente al momento appropriato e susciti le giuste emozioni? Ovviamente le scuole di pensiero in questo senso sono tante e alcune anche in contraddizione tra loro.
In questa prima parte ci concentreremo sul personaggio feticcio: lo/a sfortunato/a che viene irrimediabilmente sacrificato sull’altare della letteratura e fa piangere i lettori fino a lasciarli senza lacrime.

Per me la morte di un personaggio deve essere qualcosa che brucia il cuore, non solo un mero step della storia[…]. La morte di una persona nel testo deve trasmettere emozione, far piangere, spaventare.
George R.R. Martin

La morte di un personaggio, maggiore o minore che sia, ha un impatto sull’intera storia e, anche se in minima parte, influenza gli eventi reindirizzandone il corso e tingendo di nuove sfumature la trama e i personaggi rimasti in vita.Un bravo scrittore ha a cuore le emozioni dei suoi personaggi e quelle del lettore perché sa che i sentimenti non sono giocattoli. Malgrado ciò, soprattutto nelle saghe contemporanee si 14408929_301217046908984_541498957_nevidenzia una tendenza a fare stragi di personaggi e per interi capitoli il lettore è costretto a sorbirsi agonie, morti e incidenti fatali che, puntualmente, colpiscono i beniamini, i suoi beniamini, causando la metamorfosi del romanzo da libro a proiettile scagliato contro la parete per la rabbia e la tristezza.

Severus Piton, il sinistro professore di “Harry Potter”, e Rue, la giovane tributo in “Hunger Games” sono solo due dei tanti personaggi immolati sull’altare della letteratura al solo fine di far sciogliere di lacrime i lettori. Queste reazioni sono più che comprensibili e ben note agli scrittori più sadici che, dopo averci presentato un personaggio, averlo sviluppato pienamente facendoci entrare in confidenza con lui come fosse il nostro migliore amico, decidono di eliminarlo dalla storia e ci lasciano con un palmo di naso.
Questa tecnica più che collaudata è usata da scrittori di grande calibro come J.K. Rowling, che soprattutto nell’ultimo capitolo della sua saga ha compiuto una vera e propria carneficina, G.R.R Martin, diventato un serial killer letterario, Suzanne Collins e molti altri apprezzati autori che si avvalgono di questi personaggi feticci per adescare lettori particolarmente sensibili e giocare con la loro emotività.
Un personaggio feticcio è una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro, ma al momento della sua tragica scomparsa la sua scarsa importanza viene smascherata immediatamente da alcuni indizi. Alla sua dipartita, che si presume sia stata tanto straziante per il lettore quanto per i personaggi, la storia non cambia né si riscontrano particolari cambiamenti nei comportamenti dei sopravvissuti. Questo sisma emotivo scuote il lettore, di cui vengono stuzzicatala personalità, ma non ha alcuna conseguenza significativa per la storia.
Davanti a questo lutto, la cui emozione dura giusto il tempo di un capitolo, il lettore si domanda giustamente dove sia il sentimento e l’umanità dei personaggi rimasti in vita che, nel giro di poche pagine, sembrano dimenticarsi completamente del loro compagno d’avventure scomparso o che, cosa ancora più odiosa, ne rispolverano la memoria solo quando vedono minacciati i propri interessi e devono nuovamente convincere i propri alleati a seguirli in qualche assurda impresa.

In questo articolo abbiamo analizzato le caratteristiche del personaggio feticcio, tracciando un identikit utile agli scrittori e ai lettori stanchi di vedere il loro beniamino puntualmente ammazzato.

*Jo

L’amore non si compra

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Lo sguardo dell’uomo era fuoco nero in cui ribolliva un addolorato disprezzo.
– Così siete venuta a vendermi la vostra preziosa virtù! – L’ira tremava sulle labbra sottili e la voce fredda sibilava controllata, ogni parola un colpo di frusta. – Davvero credevate che fossi disposto a comprarla? – Sul volto pallido dell’uomo, incorniciato da lunghi capelli neri, la delusione irrigidiva lineamenti già di per sé inflessibili e la ruga che gli solcava la fronte, proprio sopra il naso, profondamente incisa nella pelle, sembrava ora un doloroso taglio, inferto dalle parole oltraggiose della donna. – Quale idea avete del mio onore, per pensare che avrei accettato la vostra offerta?
Lei, bella e giovane, lunghi boccoli dorati che sfuggivano dalla raffinata ma frettolosa acconciatura, osservava l’uomo austeramente vestito di nero, la lunga fila di bottoni che chiudeva la redingote fino al collo, avvolto dalla sciarpa, pure nera, lasciando intravedere solo una sottile striscia del candido tessuto della camicia. Il contrasto, tra la frusciante seta d’intenso turchese dell’abito della Signorina de Witt e la rigorosa tenuta del tenebroso Conte di Damonchester, non poteva essere più stridente, così come, incompatibile, pareva essere l’amara durezza del volto maturo di lui, rispetto alla fresca dolcezza del giovane viso di lei, soffuso dal rossore della vergogna.
– Voi non capite, Signore, ma non avevo alcun’altra scelta!
Nuove fiamme arsero furiose negli occhi neri del Conte, che stinse i pugni dietro la schiena, fino a farsi sbiancare le nocche, il viso sempre impassibile.
– Potevate sempre offrirvi al Duca di Waltmann, o al Marchese di Lestray!
– E’ quello che farò ora! – esclamò con stizzita disperazione la giovane donna, voltandosi.
Il Conte le fu alle spalle e l’afferrò con impeto per le braccia, ringhiandole nell’orecchio:
– Perché avete scelto di venire da me, per primo? – chiese, ponendo l’accento sulle ultime parole.
La Signorina de Witt si girò lentamente, lo sguardo basso. Solo allora il gentiluomo si rese conto che la stava quasi abbracciando: lasciò la presa e si ritrasse di scatto.
– Forse avete ritenuto che io fossi la “preda” più arrendevole? Che avrei più facilmente e generosamente ceduto, per godere dei vostri anelati favori?
La giovane lo fissò dritto negli occhi, ma lui continuò impassibile, con cattiva ed insistente ironia:
– Troppo impegnato a bearsi di se stesso, forse, il bel Marchese, per cadere ai vostri piedi ad un veloce cenno? Volubile e troppo bramato, il giovane Duca, per aver tempo da dedicare a voi?
Il Conte fece una pausa e si allontanò, lo sguardo nero sempre più infuocato. Poi continuò, un’intima amarezza nella voce, ora roca e profonda, quasi compiaciuto di irridere se stesso:
– Meglio provare prima con il tenebroso e maturo Conte di Damonchester, dalla misteriosa e stupefacente ricchezza. E’ solo questo che io ho più di loro, vero? – la incalzò, mentre un tagliente sorriso si adagiava dolorosamente sulle labbra sottili. – Io, che sono molto più vecchio e più brutto di loro, ma anche innegabilmente più ricco: ecco l’unico motivo per il quale avete scelto me!
La Signorina de Witt non rispose alle maligne insinuazioni: era ammaliata dallo sguardo del Conte, completamente persa in quelle fiamme nere che rivelavano alla sua ingenua giovinezza un mondo sconosciuto; desiderava solo bruciare in quel fuoco appena scoperto, senza pensare più a nulla.
– O, a dispetto del mio severo e solitario contegno, o forse proprio per quello, – insistette ancora il Conte, in quel suo perverso desiderio di tormentarsi, – avete pensato che avreste potuto ottenere molto, da me, offrendomi ben poco in cambio, sicura che mi sarei accontentato delle vostre calde e dolci labbra, senza pretendere anche il vostro morbido e seducente corpo?
Aveva pronunciato le ultime parole con un’ardente intensità, a stento controllata, mentre con lo sguardo avvolgeva intimamente il corpo della donna che sussurrò, con voce appena udibile:
– Forse, volevo solo scoprire… quale inferno arde dietro le fiamme che avvampano tumultuose nei vostri occhi, – un lieve sospiro l’interruppe, – ogni volta che mi guardate, – ancora un istante di silenzio, mentre sprofondava irrimediabilmente in quelle iridi nere, – come state facendo ora!
– Attenta Eleanor! Statemi lontana: potreste bruciarvi! – sussurrò con voce soffocata, ma non lo avrebbe permesso: non lei che dopo anni aveva saputo far vibrare ancora d’amore il suo cuore!
– Vi prego, Conte: ho assolutamente bisogno di denaro! – implorò ancora la Signorina de Witt.
– Non voglio il vostro corpo: ancora non l’avete capito? – sibilò l’uomo, con impassibile durezza.
Poi guardò quel visetto da bimba disperata e le lacrime che traboccavano dalle ciglia tremanti: sapeva quale era l’impellente motivo che l’aveva resa disposta a tutto e non aveva alcun diritto di trattarla in quel modo indegno. Quanto la desiderava! E da quanto tempo! Eppure, aveva sempre pensato che per lui, l’ambiguo Conte di Damonchester, sospettato d’ogni nefandezza, quello splendido gioiello, pieno di luce preziosa, sarebbe sempre stato del tutto inaccessibile. Invece, ora, avrebbe semplicemente dovuto allungare la mano e lei sarebbe stata sua. Scrollò la testa, allontanando quel pensiero irrispettoso: no, non così. Mai! Cercò di sorriderle ed addolcì la voce:
– Non voglio il vostro corpo, Eleanor, – ripeté, – per quanto possa intensamente desiderarlo, – sussurrò piano, con infinita passione – se non posso avere anche il vostro cuore!
Lo stupore si diffuse sul volto della giovane che restò senza fiato, gli occhi spalancati e la bocca dischiusa, mentre il Conte si rendeva conto d’averle appena rivelato il proprio amore:
– Dimenticatevi di me e dei miei sentimenti. – continuò rapido il Conte, le parole di nuovo seccamente sputate dalle labbra. – Di quanto denaro avete bisogno?
– Ve lo renderò, Signore: ve lo giuro! – affermò Eleanor, le lacrime a velarle le iridi azzurre.
Con voce turbata specificò l’importo e l’uso che ne avrebbe fatto al fine di liberare il padre, la cui esecuzione era stata fissata per l’indomani. Il Conte sospirò: che piccola, adorabile ingenua era Eleanor! Quanto desiderava stringerla delicatamente tra le braccia e rassicurarla! Quanto desiderava sfiorare quelle piccole labbra che disperatamente lo imploravano: piano, dolcemente, con infinito amore! Si riscosse dai suoi impossibili sogni: ormai doveva dirle tutto.
– Siete una sciocca ingenua, Eleanor: ormai è troppo tardi per cercare di salvare vostro padre e con quella somma, ad ogni modo, non avreste ottenuto nulla. – affermò duramente, – Siete stata ingannata e, questa notte, sareste stata anche derubata!
– No! – esclamò la giovane fra le lacrime, disperata. – Mio padre!
Il Conte avvicinò la mano al volto di Eleanor e con delicata dolcezza le asciugò le lacrime:
– Non temete, vostro padre è già in salvo, – sussurrò piano, – anche se è costato molto di più!
Eleanor non riusciva a credere alle parole che il Conte aveva appena pronunciato, mentre le tergeva il viso con quel tenero e rispettoso gesto.
– Non voglio nulla in cambio e, se non vi foste recata qui da me stamattina, non avreste neppure mai saputo a chi vostro padre deve la sua salvezza. – spiegò con sbrigativa decisione. – Ho posto l’assoluto silenzio sul mio nome come unica condizione per la sua libertà!
– Voi… voi l’avete fatto per me! – esclamò con voce soffocata.
– Già, sembra proprio che anche l’arido Conte di Damonchester abbia un cuore! – sibilò duramente, mentre un sorriso amaro arcuava le sue labbra: nessuno lo avrebbe mai creduto!
Ma lui un cuore l’aveva, e gridava il suo amore attraverso le fiamme che gli ardevano negli occhi, fissi su Eleanor, a trafiggerla con intensa passione, trattenuta solo a pena d’estenuanti sforzi.
Lei lo guardava, quasi senza respirare, irresistibilmente attratta da quell’uomo che, di sua spontanea iniziativa ed a sua totale insaputa, aveva salvato suo padre, correndo indubbi pericoli per la propria reputazione, già fortemente compromessa in quel pericoloso tempo di fronde. L’aveva fatto solo per lei. Perché l’amava. Ma, da gentiluomo qual era, non aveva minimamente approfittato della situazione e, anzi, si era sentito profondamente offeso da quella sua indecente proposta, che solo la disperata situazione in cui si trovava l’aveva indotta ad effettuare. Proprio lei, che neppure sapeva il reale significato di quelle parole, eppure gli aveva offerto il suo corpo, lei che dell’amore non conosceva nulla, neppure il sapore di un bacio delicato o lo sfiorare lieve di una carezza sul viso. A lui, solo a lui. Poco prima gli aveva mentito: non si sarebbe mai offerta a nessun altro uomo, solo a quel tenebroso ardore che ormai l’attraeva in modo sempre più travolgente, cui non sapeva più a lungo resistere. Solo all’uomo che l’amava con quella passione così a fatica dominata e che, senza mai essersene resa conto fino a quel momento, anche lei amava, con l’ingenuo impeto della sua giovinezza.
– Perdonatemi! – mormorò, prostrandosi in ginocchio davanti a lui.
Lo sentì tremare lievemente, mentre si chinava su di lei e, con delicati gesti, la faceva rialzare sussurrando con intensità, il volto pallido e appassionato vicino al suo:
– Non vi voglio in ginocchio davanti a me, Eleanor, per nessun motivo, mai!
Ancora una volta si ritrovò immersa nel fuoco nero degli occhi del Conte e, sempre più irresistibilmente, desiderò lasciarsi bruciare dalla sconosciuta passione di quelle fiamme impetuose. Senza neppure rendersi conto di quello che stava facendo, Eleanor si sollevò un poco sulla punta dei piedi e gli sfiorò appena la bocca con un delicato bacio.
Ardenti sospiri di desiderio erano sulle sue labbra roventi, ma Roger rimase rigidamente immobile, senza ricambiare quel bacio che bramava più d’ogni altra cosa. Infine, con immenso sforzo, si allontanò dal paradiso, per tornare a bruciare nel suo solitario inferno di disilluso desiderio. Eleanor vide il Conte, molto più alto di lei, quasi vacillare per un fugace istante, poi socchiudere appena gli occhi, mentre si portava la mano sulle labbra, incredibilmente turbato da quel suo spontaneo e timido gesto d’amore. Quasi senza respirare, rimase silenzioso a fissarla. A desiderarla. A cercare di riprendere il controllo di sé. Riuscì a parlare solo dopo un silenzio che ad entrambi parve infinito e durante il quale i loro sguardi erano sempre rimasti incatenati:
– Non mi dovete nulla, Eleanor, e non mettetevi strane idee per la testa. – rispose infine, di nuovo con voce secca e decisa. – Io e vostro padre stiamo dalla stessa parte. – S’interruppe cercando di ricostruire la sua maschera d’indifferenza, già pentito d’aver lasciato trasparire le proprie intense emozioni, più che mai deciso a mentirle ancora. Era così giovane e bella! Non doveva legarla a sé ed al suo oscuro ed incerto destino. Non poteva comprarne l’amore con la salvezza del padre.
– L’ho fatto per la causa, – sibilò, – non per voi!
Eleanor sorrise: era certa che quell’evidente menzogna fosse la più bella dichiarazione d’amore mai sfuggita a quelle labbra sottili, sempre così crudelmente tirate in cupe espressioni.
– So bene che l’amore non si compra… – si lasciò sfuggire ancora il Conte, in un sussurro delicato, pieno di dolente rimpianto, lo sguardo nero perso in ricordi lontani.
Tra le tante voci che giravano sull’impassibile e misterioso Conte di Damonchester, sulla vera origine della sua stupefacente ricchezza e sulla sua alquanto dubbia reputazione, ve n’era una che raccontava anche di un amore infelice, tanti anni prima, quando era ancora un uomo capace di sorridere. Una voce che aveva avuto ben poco credito nella raffinata e sdegnosa società che accusava il Conte d’essere uomo senza scrupoli e senza cuore. Ma Eleanor adesso era sicura che quella fosse l’unica diceria su di lui che corrispondesse a verità. Roger era un uomo che sapeva amare intensamente, con vibrante passione, e che sapeva ancora sorridere, proprio con quel tenero sorriso imbarazzato con il quale la stava deliziando in quel momento. Un uomo che sapeva bene come conquistare l’amore di una donna e che glielo aveva appena dimostrato. Lo vide di nuovo irrigidirsi ed ancora una volta la maschera calò sul suo volto pallido:
– Dovete andarvene, ora. – le ordinò.
Lo guardò, senza riuscire a capire il motivo di quel nuovo ed inatteso cambiamento.
– Siete rimasta troppo a lungo a casa mia, più tempo di quanto si confaccia alla reputazione di una giovane e bella signorina come voi.
Non avrebbe voluto, ma le stava di nuovo sorridendo: non riusciva proprio ad impedirselo. Eleanor sembrava aver vinto ogni sua resistenza e lui aveva infranto il giuramento che aveva fatto a se stesso tanti anni prima. Si era di nuovo perdutamente innamorato. Ma, forse, questa volta anche per lui brillava la luce della speranza, e non era stata la sua acquisita ricchezza ad accenderla.
Non questa volta. Eleanor gli stava sorridendo e non gli era mai sembrata tanto bella.
– Quando si saprà della fuga di mio padre, mi sarà rimasta ben poca reputazione da difendere. – sospirò rassegnata. – Le ricchezze della nostra famiglia saranno definitivamente requisite e nessuno oserà più pronunciare il nome dei de Witt in quei raffinati salotti!
– Non appena vostro padre sarà al sicuro e tutto sarà pronto per la fuga definitiva, sarà mia sollecita cura scortarvi personalmente da lui.
Il Conte s’interruppe: il suo viso si rabbuiò ed il sorriso gli scomparve dalle labbra. Si era reso conto, in quello stesso istante, che la sua fragile speranza era già morta, forse ancora prima di nascere: Eleanor sarebbe partita per le Americhe con suo padre e lui non l’avrebbe mai più rivista. L’avrebbe perduta, ancora prima di aver potuto accarezzare il pensiero di averla. La donna sembrò intuire i suoi angosciati pensieri e gli sorrise ancora:
– Credete che seguirò mio padre, abbandonando la lotta? – Nel silenzio, solo l’impalpabile frullio d’ali della speranza. – Credete che io possa lasciarvi, Roger, ora che ho capito d’amarvi?
Le fiamme esplosero, improvvise e incontrollate, nei profondi occhi neri del Conte, ed il sorriso gli illuminò il volto pallido. Un sorriso felice. Un sorriso d’amore che la giovane donna ricambiò:
– Come sono stata sciocca a non capire quanto eravate importante per me, Roger! – sussurrò volandogli tra le braccia, affondando il viso nel suo petto, cercando ben oltre che protezione.
– Nessuno oserà mancare di rispetto… a mia moglie! – sussurrò Roger abbandonandosi al dolce suono delle sue stesse parole. Chiuse gli occhi e la strinse a sé, con rispettoso amore e le sue labbra con tremante delicatezza le sfiorarono appena la fronte. Un sogno, forse era solo un sogno. Il profumo di Eleanor, improvviso, riempì il suo respiro ed acuì il suo già pressante desiderio. Un sogno non ha profumo. Ma il profumo di Eleanor era inconfondibile. La strinse forte chinandosi sulle labbra della donna che amava da tanto tempo, a coglierne infine l’inebriante sapore.

Ida59

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Attenti a quei due! Gary e Mary Sue: identikit di due (non) personaggi.

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Il primo, grande scoglio di uno scrittore che si appresta a iniziare la sua storia è la scelta dei personaggi e la loro caratterizzazione.
Più giovani si è più si tenderà a riversare nei protagonisti una propria versione che, a seconda dell’ambientazione, può vestire i panni del cavaliere piuttosto che dell’infermiera in trincea. Fortunatamente, questa tendenza edonistica sparisce con gli anni e i nostri alter ego vengono sostituiti da personaggi con una caratterizzazione migliore e più coerente con la loro storia. O almeno così dovrebbe essere.
Vi è mai capitato di avere tra le mani una storia in cui la protagonista femminile sembra Gabriella Montez del film “High School Musical” e il protagonista maschile un Troy Bolton di bassa categoria? Se la risposta è sì vi siete imbattuti nella temuta coppia Gary Stue e Mary Sue: conosciamo meglio questi due famigerati personaggi.

Per prima cosa, bisogna dire che le Mary Sue superano di gran lunga i Gary Stue. Questo personaggio, inizialmente concepito come una parodia dell’eroina perfetta, la somma di tutti i cliché letterari, spopola tra le ragazzine e, soprattutto per quanto riguarda le fanfiction, è divenuta ormai la protagonista per eccellenza di un genere in cui giovani teenager hanno storie amorose con personaggi famosi del cinema, della televisione o della musica o, casi più rari ma comunque presenti, con i protagonisti di opere già famose (siano esse romanzi, anime, manga, fumetti o film).
Quali sono le caratteristiche della Mary Sue (e della sua variante maschile Gary Stue)?
Come abbiamo già detto, il più delle volte non sono dei veri e propri personaggi, ma hanno più l’aspetto di un avatar letterario le cui caratteristiche sono estremizzate e in cui si concentrano i sogni, le paure, i desideri e le frustrazioni del suo creatore.
Visibilmente il personaggio Mary Sue (Gary Stue) risponde ad una descrizione precisa: è bello, sexy ed ha un fascino a cui non si può resistere che manda in deliquio uomini e donne di qualsiasi età.
Sono, in parole spicce, semplicemente perfetti.11261503_457965111028511_1257645561_n
Solitamente, se si tratta di una Mary Sue, verrà descritta come “magra, quasi anoressica” (il modello pin-up non piace più, si sa, ma che scheletro fosse sinonimo di bello mi è nuovo), fisico perfetto (anche se è magra avrà curve da far invidia a Belen Rodríguez), capelli bellissimi, fluenti, biondi, mori o tinti di un qualche colore psichedelico. Come a bilanciare la storia, il ragazzo sarà descritto come “atletico e muscoloso”, bello e impossibile, con gli occhi neri e quella bocca da baciare… .
Nella storia di cui è protagonista, questa tipologia di personaggio rappresenta il centro di gravità permanente: due personaggi parlano di qualcosa? Sicuramente parleranno di Mary Sue o di Gary Stue (a seconda di chi sia il fortunato prescelto di turno).
Una farfalla sbatte le ali in Giappone? Sicuramente questo evento verrà percepito dal protagonista Sue/Stue e avrà per lui conseguenze nefaste.
Uno dei personaggi è malato di cancro e ha urgente bisogno di un trapianto di midollo? Sicuramente Sue/Stue risulteranno compatibili e salveranno la situazione anche se non hanno legami con il malato, fumano o hanno dei tatuaggi.
La lista potrebbe continuare all’infinito, ma questi pochi esempi bastano per rendere evidente il fatto che qualunque cosa accada o qualunque sfida i personaggi si trovino ad affrontare, il personaggio Sue/Stue sarà lì pronto a risolvere la situazione sfoderando conoscenze e poteri di cui non era a conoscenza fino ad un attimo prima e di cui, puntualmente, si scorderà o a cui non si accennerà più una volta conclusa l’azione.
Ovviamente anche i personaggi Mary Sue/Gary Stue hanno le loro tipologie, ma in genere smascherarli è abbastanza facile.
Innanzitutto il background del personaggio è sempre tragico, costellato da lutti, malattie, traumi e violenze di vario genere; un passato oscuro e drammatico che il protagonista nasconde agli occhi del mondo, ma che verrà prontamente svelato dal vero amore della sua vita.
Proprio i suoi trascorsi travagliati plasmano il personaggio Sue/Stue trasformandolo in un angelo bello e misterioso, sensibile, altruista nel cui sguardo si può sempre leggere una nota di tristezza e un dolore di cui non si può parlare. Solitamente, come se questo personaggio non calamitasse su di sé abbastanza drammi, il sostentamento della famiglia grava tutto, o quasi, sulle sue spalle e quindi, già giovanissimo, studia e lavora (un lavoro prestigioso, vuoi mica mettere un angioletto a pulire i cessi sulla A14?).
Diversamente, i torti subiti potrebbero portare alla nascita di un personaggio ribelle simile ai protagonisti degli Young Adults: un guerriero (o guerriera) in erba che, senza alcun pretesto, ingaggia la sua crociata personale contro il sistema e, puntualmente, ne esce vittorioso e sentimentalmente sistemato (con qualche lutto sulla coscienza giusto per rendere la cosa più tragica e il suo già travagliato passato ancora più cupo).
Il modello trasgressivo è quello più quotato e presente soprattutto nelle fanfiction che spopolano su siti come EFP: si tratta di personaggi asociali, apatici, cinici, a cui spetta sempre l’ultima parola su tutto. Perfetti anche se la loro vita è un fiasco completo. Che stiano discutendo con un professore di Harvard, con un sacerdote, con il postino o con un amico, loro avranno sempre ragione e riusciranno a far cambiare idea al loro interlocutore.
L’ultimo modello è simile a quello angelico di cui si è già scritto: un personaggio che ne ha passate di cotte di crude, ma che riesce comunque a sorridere e a tirare su di morale gli altri e, alla fine, trasformerà il bel tenebroso che ha accanto in un ottimista.
Sentimentalmente le cose non cambiano gran che per il nostro protagonista idealizzato: considerato il suo sex appeal, il personaggio Mary Sue/Gary Stue fa cadere ai suoi piedi chiunque si imbatta in lui causando lo sfasciamento di intere famiglie o la distruzione di amicizie decennali. Dal punto di vista amoroso questi personaggi sono delle autentiche sanguisughe.
Pensate che Elena, femme fatale per eccellenza del mondo classico, l’abbia combinata grossa abbandonando suo marito e scatenando una guerra decennale? Bene, i personaggi Sue/Stue si nutrono come un afide dei conflitti che la loro presenza causa all’interno di nuclei familiari o gruppi di amici. Se poi dalla trama emerge il famoso triangolo, allora il nostro personaggio gongola ancora di più e la trama che si profila e più o meno quella di “Twilight“: un personaggio piuttosto insulso che gioca con i sentimenti di due o più contendenti pronti a tutto per avere il suo amore.

Come evitare i personaggi Mary Sue e Gary Stue?
Il vero ed unico limite di questi personaggi è la loro inconsistenza: sono personaggi che non palpitano, non trasudano quel realismo che permette al pubblico di affezionarsi e di parteggiare per un personaggio piuttosto che per un altro.
Nella stesura di un racconto è più che naturale prendere spunto dalla realtà che ci circonda e dalle persone che incontriamo quotidianamente per strada, sul luogo di lavoro o tra le aule; tuttavia l’ispirazione non deve diventare alienazione: il pretesto per creare una realtà alternativa in cui il nostro alter ego è il centro di gravità non solo della propria cerchia di conoscenze, ma del mondo intero.
Un personaggio, che sia il protagonista o un secondario, appassiona quando è vero, quando i suoi pregi creano dei chiaroscuri con i suoi difetti.
Per testare il grado di Sue/Stue del vostro personaggio, vi consiglio questo test che vi aiuterà a calibrare meglio il vostro personaggio.
AVVERTENZA! Il test è un po’ approssimativo quindi vi invitiamo a prendere con le pinze il responso: se il vostro personaggio è un soldato è scontato che sappia combattere e maneggiare armi (abilità che solitamente contraddistinguono i personaggi Sue/Stue anche quando sono degli adolescenti appena usciti dalle scuole medie), quindi se il punteggio finale dovesse risultare troppo alto, vi invitiamo a togliere qualche punto dalla somma finale.

*Jo

Tancredi e Maria

20160422_190541Il 25 aprile è una giornata di grande festa per il popolo veneziano e per il Veneto. infatti non solo si ricorda la liberazione e la fine della dittatura nazifascista sul suolo italiano, ma si festeggia anche il patrono di Venezia, San Marco, ed una festa che potrebbe essere considerata una versione primaverile di San Valentino. Se in questo giorno vi capita di passeggiare per le calli che da Rialto portano a Piazza San Marco non solo potrete vedere un tripudio di bandiere con il leone alato, ma verrete sicuramente incuriositi dalle rose rosse che troverete in giro per la città o intrecciate tra le dita degli innamorati.

Quella del Bocolo (= bocciolo di rosa) è una tradizione le cui origini affondano nella tragedia.

Maria, figlia del Doge Orso I Partecipazio (il 14° secondo la tradizione), era follemente innamorata di Tancredi: un giovane di umili origini che ricambiava i sentimenti della giovane figlia del Doge. Il signore di Venezia non approvava tuttavia la relazione tra la sua nobile erede e Tancredi e per dimostrare il proprio valore il giovane innamorato decise di partire per la Spagna per provare nella lotta contro i Mori il proprio valore al Doge e a tutta la Serenissima. Tancredi si distinse nella battaglia e la sua fama si diffuse a macchia d’olio così come il suo prestigio, ma il fato decise di essere tiranno e il giovane rimase ferito  mortalmente nel corso di una battaglia. Cadendo il suo corpo finì tra i rovi di un roseto da cui lui colse, ormai privo di forze, un bocciolo di rosa rossa che si era sporcato con il suo sangue pregando l’amico Orlando di portarlo alla sua amata Maria come ultimo ed eterno dono d’amore per lei. Orlando fece come gli era stato chiesto e consegnò alla figlia del Doge il prezioso dono di morte e d’amore che Tancredi gli aveva affidato. Il 25 aprile Maria venne trovata morta nel proprio letto con stretto al petto il fiore che il suo amato le aveva mandato. Da allora, il 25 aprile la tradizione vuole che lo stesso omaggio venga ripetuto dagli innamorati perché ognuno possa esprimere liberamente i propri sentimenti per la persona amata.

*Jo

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Il linguaggio del ventaglio

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Quest’opera di Klimt introduce il tema di questo nuovo articolo dedicato al linguaggio. Dopo aver parlato del linguaggio dei fiori, è arrivato il momento di parlare del linguaggio del ventaglio: una lingua meno nota di quella dei fiori, ma altrettanto usata soprattutto nel ‘700 e nell’800 quando, come abbiamo già detto, i tête-à-tête tra uomini e gentil sesso erano assai rari e bisognava utilizzare messaggi in codice per far sapere al proprio spasimante la propria disponibilità ad un incontro. Un linguaggio silenzioso conosciuto, come quello dei fiori, sia dalle donne che dagli uomini.

Il ventaglio, soprattutto tra ‘700 e ‘800, aveva una funzione completamente diversa da quella che ci immaginiamo noi oggi ed era un accessorio usato tanto in estate, quando alla scomodità dei corsetti si aggiungeva il caldo, quanto in inverno dove centinaia di persone erano chiuse anche per diverse ore nella stessa stanza in cui il ricircolo d’aria era pressoché assente e respirare poteva diventare una vera e propria impresa. Lo sfarfallio dei regency-ball1ventagli era quindi uno spettacolo usuale, soprattutto nelle grandi corti, e non stupisce quindi che questi piccoli oggetti di stoffa e merletti siano diventati i discreti messaggeri di questi messaggi in codice. Inoltre il ventaglio era un’ottima maschera dietro la quale ci si poteva prontamente nascondere per celare agli altri il proprio viso e il proprio sguardo e non rendere così pubblici i propri sentimenti. Il ventaglio è sensualità, mistero, ma anche timidezza e riservatezza.

” Marietta, graziosa, fine, elegante, decolté, con le sue forti spalle muscolose, con un neo sul collo, si voltò subito verso Niehliudof ed indicandogli col ventaglio un posto dietro a lei, l’accolse con uno sguardo riconoscente e, come gli parve, pieno di sottintesi.”

(Anna Karenina, Lev Tolstoj)

E’ difficile fare un elenco di quelli che erano i messaggi più usati e non è altrettanto facile capire a quale movimento corrispondesse un determinato messaggio. Tuttavia, confrontando diverse interpretazioni, credo di essere riuscita a stilare una lista abbastanza attendibile di quelle che erano le comunicazioni più usate.

  • Ventaglio appoggiato vicino al cuore: Hai il mio amore/ Voglio parlarti
  • Ventaglio chiuso tocca l’occhio destro:  Quando posso vederti?
  • Il numero di stecche del ventaglio aperto indicava solitamente un orario
  • Movimenti minacciosi a ventaglio chiuso: Non essere imprudente!
  • Ventaglio mezzo aperto appoggiato alle labbra:  Ti concedo di baciarmi
  • Coprirsi l’orecchio sinistro con il ventaglio aperto: Non tradire il nostro segreto
  • Nascondere gli occhi con un ventaglio aperto:  Ti amo
  • Chiudere lentamente un ventaglio spalancato: Ti sposerò, te lo prometto
  • Far scivolare il ventaglio sugli occhi: Scusami
  • Ventaglio tenuto aperto a mani unite: Perdonami
  • Toccare con un dito la punta del ventaglio: Vorrei parlare con te
  • Appoggiare il ventaglio sulla guancia destra: Sì
  • Appoggiare il ventaglio sulla guancia sinistra: No
  • Aprire a chiudere più volte il ventaglio : Sei crudele
  • Lasciar cadere il ventaglio: Ti considero un amico/ Saremo amici
  • Sventolarsi lentamente: Sono sposata
  • Sventolarsi velocemente: Sono fidanzata
  • Appoggiare alle labbra il manico del ventaglio: Baciami
  • Aprire completamente il ventaglio: Aspettami
  • Mettere il ventaglio dietro la testa: Non ti scordare di me
  • Mettere il ventaglio dietro la testa con le dita tese: Arrivederci
  • Ventaglio nella mano destra davanti al viso: Vieni con me
  • Ventaglio nella mano sinistra davanti al viso: Desidero fare la tua conoscenza
  • Ventaglio tenuto sopra all’orecchio sinistro: Non voglio vederti più
  • Far scivolare il ventaglio sulla fronte: Sei cambiato/ Non sei più lo stesso
  • Rigirare il ventaglio nella mano sinistra: Ci guardano
  • Rigirare il ventaglio nella mano destra: Il mio cuore appartiene ad un altro/ Amo un altro
  • Portare il ventaglio aperto nella mano destra: Sei troppo irruente/ Sei troppo disponibile
  • Portare il ventaglio aperto nella mano sinistra: Vieni a parlare con me
  • Far scivolare il ventaglio attraverso la mano: Ti odio!
  • Fra scivolare il ventaglio lungo la guancia: Ti amo!
  • Presentare il ventaglio chiuso: Ho il tuo amore? / Mi ami?
*Jo
Fernand Toussaint (Belgian artist, 1873-1955) Elegant Woman Seated.jpg

Il linguaggio dei fiori

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Mi piace iniziare questo articolo con i fiori di quello che credo sia il mio artista preferito insieme a Vincent Van Gogh: Alphonse Mucha; un esponente dell’art nouveau reso celebre non solo dalle sue locandine e le sue stampe, ma anche dalla cura che metteva nel ritrarre gli elementi più semplici della natura come appunto i fiori.

Il linguaggio dei fiori, detto anche florigrafia, è un’arte di origini ottocentesche che si può riassumere con”Dillo con un fiore“. Sbocciato in un periodo storico in cui i contatti tra uomini e gentil sesso erano quanto mai sporadici e limitati, il linguaggio dei fiori prevedeva un autentico vocabolario di fiori e colori che permetteva alle giovani di lasciare ai propri spasimanti dei messaggi eludendo la sorveglianza dei loro chaperon.

Quello del linguaggio dei fiori è stato recentemente riportato in auge dal best seller di Vanessa Diffenbaugh “Il linguaggio segreto dei fiori“, che racconta la storia di una giovane che per esprimersi affida le proprie emozioni ai fiori, a cui qualche anno più tardi è seguito il piccolo vocabolario di Victoria (la protagonista del romanzo) sempre edito da Garzanti.

Ciò che davvero affascina di questo linguaggio tutto floreale è la varietà di sentimenti, emozioni e pensieri che si possono esprimere selezionando attentamente le piante più disparate. Altro fatto interessante è che, diversamente da quanto si possa pensare, questo linguaggio non è affatto andato perduto, ma nel corso degli anni si è arricchito fino a presentarsi con piccole varianti, delle sorte di dialetti che hanno incluso in questo vasto vocabolario anche le varietà meno note e locali sconosciute alle aristocratiche inglesi del periodo vittoriano.

Chi parlava il linguaggio dei fiori? Come è facile intuire quello dei fiori era un linguaggio usato prevalentemente dalle donne, ma per essere davvero efficace doveva essere conosciuto anche dagli uomini che altrimenti non avrebbero saputo decifrare i profumati messaggi che le loro amanti gli lasciavano.9687727492_9d1e6a865f_b Non vi erano particolari occasioni in cui era o meno consentito utilizzare il linguaggio dei fiori: addobbi, monili, boccioli lasciati sul luogo dell’appuntamento; ogni occasione era buona per lasciare i propri messaggi e sfoggiare anche la corretta padronanza di una lingua elitaria e certamente incomprensibile per un operaio. Una famosa scena, in cui il linguaggio dei fiori viene utilizzato, è l’incontro tra Odette e il signor Swann (il protagonista di “Un amore di Swann” di Proust).

Cito:

“Lei aveva in mano un mazzo di cattleya, e Swann vide che sotto la sciarpa di trina aveva nei capelli fiori di quella stessa orchidea puntati a quell’aigrette di piume di cigno. Sotto la mantiglia la vestiva una cascata di velluto nero che, preso su di sbieco, scopriva in un largo triangolo il fondo d’una gonna di seta bianca e lasciava vedere un davantino, pure di seta bianca, all’apertura del busto scollato ove erano infilate altre cattleya”

(“Un amore di Swann” Marcel Proust)

Quello descritto da Proust è l’abito della seduzione e ciò non ci viene suggerito solamente dalla foggia non convenzionale del vestito, ma anche dalla presenza delle orchidee che simboleggiano femminilità e seduzione. Dopo tutto Odette è una femme fatal e da lei non ci si poteva aspettare un fiore diverso dalla bellissima e sensuale orchidea.

La raccolta di poesie “Papavero e Memoria” di Celan è un altro esempio in cui il linguaggio dei fiori viene utilizzato per sottolineare il dovere a ricordare la tragedia della Shoah e le sue vittime. Il papavero è infatti il fiore collegato alla memoria e al ricordo di coloro che ci hanno lasciato. Ha commosso e stupito il campo di papaveri rossi di ceramica (888.246 in tutto, uno per ogni caduto nel corso delle due guerre mondiali) che il governo inglese fece installare intorno alla torre di Londra in occasione del centenario dall’inizio della prima guerra mondiale.

Come ho già detto, il linguaggio dei fiori è una lingua tutt’altro che morta e, soprattutto ora che la comunicazione sta andando incontro a nuovi sviluppi e a nuovi canali e format, è importante tenere in vita questa elegante arte. Sono molte le interpretazioni che vengono date sui fiori e, per ovvi motivi, non posso dilungarmi troppo né dirvi il significato di ogni singolo fiore. Mi limiterò quindi ad elencare quelli più famosi e particolari e, chissà, magari quest’anno potreste organizzare il vostro giardino o terrazzo utilizzando piante “parlanti”.

  • Acacia: amore segreto
  • Aglio selvatico: prosperità
  • Agrifoglio: lungimiranza
  • Albero di Giuda: tradimento
  • Alloro: gloria e successo
  • Aloe vera: dolore
  • Ananas: sei perfetto
  • Anemone: desolazione
  • Angelica: ispirazione
  • Arancio (fiore di): generosità, purezza e bellezza
  • Azalea: passione fragile ed effimera
  • Basilico: odio
  • Begonia: cautela
  • Belladonna: eleganza e fierezza, ma anche (pericolo di) morte.
  • Biancospino: speranza
  • Bocca di leone: presunzione
  • Botton d’oro: ingratitudine
  • Bucaneve: speranza
  • Cactus: amore appassionato
  • Calendula: mi dispiace, dolore
  • Calla: modestia
  • Camelia: il mio destino ti appartiene
  • Camomilla: forza nelle difficoltà
  • Campanella: civetteria
  • Cardo: odio
  • Castagno: rendimi giustizia
  • Cavolfiore: profitto
  • Ciclamino: timida speranza
  • Ciliegio (fiore di): caducità
  • Cipresso: lutto
  • Dafne: non ti vorrei diversa da come sei
  • Dalia: dignità
  • Edera: amore fedele, fedeltà
  • Erica: solitudine
  • Felce: sincerità
  • Finocchio: forza
  • Fiordaliso: beatitudine
  • Fiore di loto: purezza
  • Fragola: perfezione
  • Fucsia: amore umile
  • Garofano comune bianco: dolce ed incantevole
  • Garofano comune giallo: sdegno
  • Garofano comune rosa: non ti dimenticherò
  • Garofano comune rosso: il mio cuore è spezzato
  • Garofano comune striato: non posso essere con te
  • Gelsomino comune: amabilità
  • Genziana: valore intrinseco
  • Geranio chiaro: stupidità
  • Geranio edera: ingegnosità
  • Gerbera: allegria
  • Giacinto bianco: bellezza
  • Giacinto blu: costanza
  • Giacinto viola: perdonami
  • Giglio: regalità
  • Ginestra: umiltà
  • Girasole: false ricchezze
  • Giunchiglia: desiderio
  • Gladiolo: tu mi trafiggi il cuore
  • Glicine: benvenuto
  • Ibisco: bellezza delicata
  • Iris: messaggio
  • Lampone: rimorso
  • Larice: audacia
  • Lattuga: cuore freddo
  • Lavanda: diffidenza
  • Lillà: prime emozioni amorose
  • Limone (fiore di): entusiasmo, discrezione
  • Lupino: immaginazione
  • Maggiorana: rossori
  • Magnolia: dignità
  • Mandorlo (fiore di): indiscrezione
  • Margherita: innocenza
  • Melo (fiore di): tentazione, preferenza.
  • Melograno (fiore di): stupidità
  • Mimosa: sensibilità
  • Mirtillo: cura per le sofferenze del cuore
  • Mirto: amore
  • Mora: invidia
  • Mughetto: ritorno della felicità
  • Muschio: amore materno
  • Narciso: nuovi inizi
  • Nasturzio: amore impetuoso
  • Ninfea: cuore puro
  • Nocciolo: riconciliazione
  • Non ti scordar di me/ Occhi di Maria (o della Madonna): non dimenticarmi
  • Oleandro: attento
  • Orchidea: raffinata bellezza, femminilità, seduzione
  • Origano: gioia
  • Ortensia: distacco
  • Ortica: crudeltà
  • Papavero: ricordo, memoria, prodigalità
  • Passiflora/ fiore della passione: fede
  • Patata: benevolenza
  • Peonia: rabbia
  • Pero (fiore di): affetto, benessere
  • Pervinca: teneri ricordi
  • Pesco (fiore di): il tuo fascino non ha eguali, sono tuo prigioniero
  • Petunia: la tua presenza mi consola
  • Prezzemolo: festosità
  • Primula comune: infanzia
  • Primula maggiore: fiducia
  • Rabarbaro: consiglio
  • Ranuncolo: il tuo fascino è radioso
  • Ribes: il tuo cipiglio mi distruggerà
  • Rododendro: stai attento
  • Rosa arancione: seduzione
  • Rosa bianca: purezza, solitudine
  • Rosa gialla: gelosia, tradimento
  • Rosa pesca: modestia
  • Rosa rosa: grazia
  • Rosa rossa: amore, coraggio, ammirazione
  • Rosa rosso scuro: bellezza inconsapevole
  • Rosa viola: incanto
  • Rosmarino: ricordo
  • Salvia: buona salute, lunga vita
  • Sambuco: compassione
  • Stella alpina: nobile coraggio
  • Stella di Betlemme: purezza
  • Stella di natale: sii allegro
  • Susino: mantieni le promesse
  • Tiglio: amore coniugale
  • Timo: attività
  • Trifoglio bianco: pensami
  • Tulipano: dichiarazione d’amore
  • Ulivo: pace
  • Verbena: prega per me
  • Viola: valore modesto
  • Viola del pensiero: pensami
  • Vischio: supero tutti gli ostacoli
  • Vite: abbondanza
  • Zafferano: attento a non esagerare
  • Zinna: la tua assenza mi addolora.

Ovviamente questi sono alcuni dei fiori che si possono usare per mandare dei messaggi e, per motivi di spazio, mi sono limitata ad inserire i più famosi o quelli più amati, ma la lista è molto più lunga e spulciando in internet troverete sicuramente vocabolari più minuziosi.

*Jo

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Parole, fiori,ventagli e HTML – L’evoluzione del linguaggio dalla sua nascita ad oggi