La variante di Luneburg

.: SINOSSI :.

Un colpo di pistola chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. È un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L’esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera è un’altra: è una mossa di scacchi. Dietro quel gesto si spalanca un inferno che ha la forma di una scacchiera. Risalendo indietro, mossa per mossa, troveremo due maestri del gioco, opposti in tutto e animati da un odio inesauribile che attraversano gli anni e i cataclismi politici pensando soprattutto ad affilare le proprie armi per sopraffarsi. Che uno dei due sia l’ebreo e l’altro sia stato un ufficiale nazista è solo uno dei vari corollari del teorema.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo breve, lungo poco più di un centinaio di pagine. Un altro dei tanti romanzi consigliatomi al liceo e che, infastidita dall’obbligo della lettura, ho snobbato. Lentamente, sto riprendendo in mano una ad una queste piccole perle: finalmente mi sento in grado di apprezzarle a dovere. 
Ho sempre amato gli scacchi pur non essendo mai stata una grande giocatrice a causa della mia poca pazienza. Di recente, invece, mi sono riscoperta in grado di aspettare e riflettere tra una mossa e l’altra e la passione si è riaccesa tanto da spingermi a riprendere in mano questo libro. 
La scrittura di Maurensig non è affatto semplice. Lunghe descrizioni scacchistiche dove si consumano interminabili attese tra una mossa e l’altra; interi paragrafi dedicati esclusivamente alla presentazione di una scacchiera o di una mossa degli scacchi che resterà sempre un po’ vaga nella mente del lettore non aiutano i più giovani a superare la prima metà del romanzo. Eppure, bisogna avere la forza di andare oltre alle difficoltà iniziali perché ciò che si nasconde dietro quello che sembra solo un delitto difficile da risolvere è importante non solo per il narratore ma soprattutto per il lettore. 
Gli scacchi sono, in un certo senso, una scusa. Una metafora ben congegnata tra il gioco vero e proprio e una partita spirituale che si consuma tra due dei tre personaggi che animano il libro. A loro volta, i protagonisti di questo testo non sono che rappresentazioni, proprio come simboli sono le pedine degli scacchi: da un lato abbiamo un ebreo, dall’altra un ex ufficiale delle SS. I loro nomi non hanno importanza, sono l’effige delle atrocità che si sono consumate durante la seconda guerra mondiale.
Ciò che si nasconde dietro la patina di mistero che permea le prime righe del romanzo è il racconto dell’olocausto. Con stile didascalico e quasi scolastico, Maurensig scrive perché tutto venga ricordato. 

Le parole che ho letto in questo romanzo, le atrocità che l’autore racconta con freddezza e semplicità, sono le stesse che ho sentite durante la visita al campo di Dachau qualche anno fa. Questo mi porta a dire che l’autore ha voluto scrivere un libro che si ricordi non per la storia, ma che aiuti a ricordare la storia.

Pur essendo degli espedienti per raccontare e ricordare, i personaggi non sono piatti né tantomeno inutili: Tabori e Frish sono descritti come anime agli antipodi e si contrappongono tra loro come nemici naturali destinati a scontrarsi solo per il fatto di essere nati; Mayer il terzo personaggio nonché allievo di Tabori nell’arte degli scacchi, è il filo che li unisce. A loro volta, gli scacchi sono il vero motore di tutta la vicenda. Mossa dopo mossa, la trama del romanzo è ricostruita a ritroso: si parte dall’omicidio e poi si torna indietro fino a scovarne le più ataviche motivazioni. 
Non è un romanzo semplice da leggere. Sebbene lo stile non sia complesso, ricordo il motivo per cui l’avevo abbandonato senza riuscire a superare la metà: la scrittura è pesante e la presenza degli scacchi totalizzante. 
Un altro argomento, meno ovvio, è quello della passione: il terzo protagonista, Mayer, è animato da una vera e propria ossessione per gli scacchi. Attraverso di lui l’autore esplora il coinvolgimento emotivo di un hobby che diventa quasi tirannico nella vita di un uomo; descrive la frenesia, l’ebrezza, l’ansia e l’irritazione portando sulla carta personaggi tanto umani da essere incredibile che non siano stati davvero su questa terra. 

Il voto complessivo che mi sento di dare al romanzo, anche e soprattutto per la sua valenza storica, è 9/10. Come testo andrebbe riscoperto e i ragazzi andrebbero aiutati a lasciarsi alle spalle le difficoltà dei primi capitoli in modo da poter accogliere l’intensità della storia raccontata.

*Volpe

Coraggio!

.: SINOSSI :.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto nel 2016 Coraggio! nasce dal proposito di pungolare una società pietrificata dallo spettro del terrorismo che, in quegli anni, aveva colpito a più riprese in Europa e nel resto del mondo.
Per certi versi, Coraggio! è una finestra su un passato recente e cerca, con argomenti più o meno convincenti, di mettere in guardia il lettore da quello che l’autore chiama “il marketing della paura”: quella combo un po’ insita nell’uomo un po’ caldeggiata dalla società che alimenta l’insicurezza e il pessimismo verso il prossimo e verso il futuro.

Con il pretesto di risolvere una “questione privata”, Romagnoli accompagna il lettore attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio e lo porta a fare conoscenza con grandi personaggi del passato, ma anche persone semplici il cui nome non comparirà mai su alcun notiziario o sui cui trascorsi nessuno realizzerà un film o uno sceneggiato. Partendo dal presupposto che non esiste un’epoca delle incertezze e che ogni periodo storico ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, Romagnoli declina il coraggio presentando esempi eroici, ma anche testimonianze che, apparentemente, non hanno nulla di valoroso o straordinario. L’ideale solitamente prerogativa di martiri e guerrieri, leader e profeti viene trasfigurato e restituito al lettore non come una meta irraggiungibile, ma come un qualcosa di umano e declinabile tanto nella quotidianità quanto nei momenti decisivi della vita.

Il mio voto è 7.5/10: Coraggio! è una lettura piacevole capace di commuovere e stimolare una riflessione, ma perennemente in bilico tra il saggio e l’ennesimo frasario con citazioni motivazionali più o meno incisive. Lo stile è scorrevole e non brilla di originalità: fosse stato un romanzo questa sarebbe stata una grossa penalità, ma non avendo questa ambizione non la posso considerare una pecca imperdonabile. L’approccio di Romagnoli, pur non brillando eccessivamente di originalità, è interessante e provoca il lettore chiedendogli di prendere una posizione sulle piccole e grandi questioni della vita. L’idea, condivisibile e tutt’altro che campata per aria, di Romagnoli è che il coraggio sia solo in rari casi una qualità innata e che, al pari di qualsiasi altra inclinazione, debba essere allenata quotidianamente.
Quella caldeggiata da Romagnoli non è un’esistenza all’insegna della resilienza, ma uno sprone a non lasciar passare nemmeno un istante della propria vita in balia degli eventi: a nuotare, anche controcorrente, invece che lasciarsi trasportare dalle onde in uno stoico e precario galleggiare a tempo indeterminato.
Una lettura attuale che riesce, nonostante sia stata scritta per tempi e situazioni differenti, comunque a comunicare a dovere il proprio messaggio e a smuovere il lettore.

*Jo

Letture per non dimenticare – 27 gennaio 2021

Lo strano 2021, figlio di un altrettanto insolito 2020, ci vede ancora chiusi, per senso civico e dovere morale, dentro le mura domestiche; ma non siamo solo noi ad essere stati costretti a cambiare le nostre abitudini: anche lezioni, lavoro e celebrazioni si sono dovute arrangiare per essere svolte in tutta sicurezza.
La Giornata della Memoria 2021 è stata spostata quasi interamente online e, se da una parte questo toglie la magia del contatto umano, dall’altra ci permetterà di partecipare a più di una iniziativa e ascoltare numerose voci che ancora hanno la forza di raccontare.
La memoria non si ferma, non si può fermare: ricordare diventa sempre di più un dovere chi rimane. Ora che i testimoni oculari dell’orrore della Shoah si stanno lentamente spegnendo per la vecchiaia, le loro storie e la loro voce sono ancora più importanti.

Nell’ultimo periodo, molti sono i testimoni che hanno messo le loro storie sulla carta. In questa importante occasione, noi di Arcadia abbiamo ritenuto importante proporvi alcuni titoli.
Leggete, conoscete, ricordate.

Ora che eravamo libere, di Henriette Roosenburg: Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è Ora che eravamo libere, l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria.

La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, di Lia Tagliacozzo: Lia Tagliacozzo è ebrea, figlia di due sopravvissuti alla Shoah. Quando nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali, i suoi genitori erano bambini: durante le persecuzioni il padre si salvò per caso da una retata e restò nascosto in un convento per tutti i mesi dell’occupazione, la madre si rifugiò in un casolare di campagna e poi, dopo la fuga attraverso le Alpi, in un campo di internamento in Svizzera. Ma di tutto questo a casa di Lia si è sempre parlato poco. E lei, da sempre, ha tentato di ricostruire la storia della sua famiglia cucendo insieme le poche informazioni, riempendo i buchi della memoria, indagando tra le omissioni e le rimozioni. Ha scritto tanto, negli anni, trasformando in romanzo le vicende degli ebrei italiani, e ora ha deciso di raccontare la propria storia.

La sola colpa di essere nati, di Liliana Segre e Gherardo Colombo: Liliana Segre ha compiuto da poco otto anni quando, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, le viene impedito di tornare in classe: alunni e insegnanti di «razza ebraica» sono espulsi dalle scuole statali, e di lì a poco gli ebrei vengono licenziati dalle amministrazioni pubbliche e dalle banche, non possono sposare «ariani», possedere aziende, scrivere sui giornali e subiscono molte altre odiose limitazioni. È l’inizio della più terribile delle tragedie che culminerà nei campi di sterminio e nelle camere a gas. In questo dialogo, Liliana Segre e Gherardo Colombo ripercorrono quei drammatici momenti personali e collettivi, si interrogano sulla profonda differenza che intercorre tra giustizia e legalità e sottolineano la necessità di non voltare mai lo sguardo davanti alle ingiustizie, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Il mio nome è Selma. La coraggiosa testimonianza di una combattente della resistenza ebraica, di Selma Van de Perre: Quando nel maggio del 1940 l’esercito del Terzo Reich invase i Paesi Bassi, la vita di Selma – spensierata studentessa ebrea diciottenne – cambiò per sempre. All’occupazione nazista, infatti, fece immediatamente seguito la persecuzione crudele e sistematica della popolazione ebraica. Allontanati dai luoghi di lavoro, spogliati di ogni diritto e proprietà, braccati dalla Gestapo, dalla polizia collaborazionista e dai tanti delatori, migliaia di ebrei olandesi furono deportati nei campi di sterminio, pagando, fra tutte le comunità dell’Europa occidentale, forse il prezzo più alto della Shoah. Molti, tuttavia, riuscirono a sfuggire alla cattura scegliendo la clandestinità e combattendo nelle file della resistenza. Selma fu una di loro. Per due anni, sotto il nome di «Marga» rischiò il tutto per tutto. Viaggiò come staffetta attraverso l’Olanda, il Belgio e la Francia per raccogliere informazioni, portare ordini, falsificare documenti di identità e tessere annonarie, dare rifugio ai giovani ricercati dai tedeschi. Contribuì alla fuga di centinaia di ebrei verso l’Europa meridionale e la Palestina. Fino a quando, nell’estate del 1944, venne arrestata e deportata, come prigioniera politica, a Ravensbrück, nel principale lager femminile della Germania nazista. A differenza dei genitori e della sorella che, come successivamente scoprì, morirono nei campi di sterminio, Selma riuscì a sopravvivere fino al giorno della liberazione sotto falsa identità. Soltanto a guerra terminata osò pronunciare per la prima volta dopo anni il suo vero nome. Selma. Ora, a novantanove anni, Selma van de Perre ripercorre una delle pagine meno note della storia della Seconda guerra mondiale, quella cioè che vide moltissimi ebrei partecipare attivamente alla lotta contro il nazismo, smentendo ancora una volta il luogo comune, così caro agli antisemiti e ai negazionisti di ieri e di oggi, delle vittime mansuete che si lasciarono condurre docilmente alle camere a gas. Entrando nella resistenza e scegliendo di sopravvivere a ogni costo, Selma, insieme a tanti altri, aveva sfidato la barbarie con la sola arma di cui disponeva, il coraggio. Per poter pronunciare di nuovo il proprio nome. Per dimostrare che all’orrore è possibile opporsi.

Tana libera tutti. Sami Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz, di Walter Veltroni: Sami Modiano ha solo otto anni quando viene espulso dalla scuola. Abita a Rodi, all’epoca territorio italiano, dove frequenta la scuola elementare, che adora. Il maestro non gli dà motivazioni, gli dice solo di tornare a casa dal padre che gli spiegherà tutto. Da quel giorno Sami smette di essere un bambino e diventa un ebreo. Con il padre e le sorelle vive con difficoltà le restrizioni delle leggi razziali, arrivate sull’isola senza avvisaglie, fino al rastrellamento dell’intera comunità ebraica avvenuto con l’inganno il 23 luglio del 1944. Sami e la sua famiglia vengono caricati su una nave mercantile e da Atene su un treno. Un mese di viaggio in condizioni disumane verso il campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. In pochissimo tempo perde ciò che ha di più caro al mondo: il padre e la sorella Lucia, con cui era riuscito a restare in contatto scambiando bocconi di pane della propria razione quotidiana. Per due volte viene selezionato dai medici del campo e si salva miracolosamente, come pure sopravvive alla marcia finale e alla fuga dei nazisti dal campo con i prigionieri perché creduto morto. Nella casa in cui trova rifugio e viene raccolto dai sovietici il 27 gennaio 1945 conosce Primo Levi e Piero Terracina. Di tutta la comunità ebraica di Rodi, è stato tra le sole venticinque persone riuscite a salvarsi. Nel 2005 ha trovato la forza di tornare ad Auschwitz, accompagnato da una classe di ragazzi e dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni ed è diventato testimone della Shoah. La sua storia arriva al grande pubblico nel 2018 grazie al docufilm Tutto davanti a questi occhi girato proprio da Veltroni.

Il bambino che non poteva andare a scuola, di Ugo Foà: Quando vengono promulgate le leggi razziali, nel 1938, Ugo ha 10 anni, sta per iscriversi alle scuole medie. Ma all’inizio di settembre, prima che ricominci l’anno scolastico, sua madre gli comunica che, in quanto ebreo, non potrà tornare tra i banchi di scuola. Ugo e i suoi quattro fratelli, e tutti gli ebrei in Italia, non potranno fare sport, lavorare negli uffici pubblici, avere una radio in casa, farsi aiutare da una tata “di razza ariana”, e via via molti provvedimenti che mirano a estrometterli dalla vita sociale, economica e politica del Paese. Il padre di Ugo lavora in Eritrea, manda il denaro per il sostentamento della famiglia rimasta a Napoli; e lì Ugo vivrà i bombardamenti, la fame, gli stenti della guerra, e poi con le Quattro giornate di Napoli, finalmente, l’arrivo degli Alleati e la Liberazione. Per quarant’anni Ugo non ha raccontato questa storia. Poi ha capito che aveva il dovere di testimoniare, soprattutto davanti ai giovani. Adesso gira instancabile le scuole di tutta Italia e racconta la sua vicenda: è la vita di un bambino durante la guerra, un bambino che non può andare a scuola, che quando dà gli esami da privatista deve sedere all’ultimo banco. È il racconto festoso della Liberazione, e quello tragico dei parenti e degli amici deportati. È la storia di un uomo che deciderà di andare ad Auschwitz soltanto nel 2005 e lì, davanti al binario che conduceva ai forni crematori, non potrà fare a meno di inginocchiarsi e dire una preghiera. Il libro, pensato per un pubblico di ragazzi, è corredato da agili schede sui momenti salienti del fascismo e della Seconda guerra mondiale, sulla persecuzione razziale in Italia e Germania, su episodi e personaggi citati nel racconto di Foà. Età di lettura: da 10 anni.

Una merce molto pregiata, di Jean-Claude Grumberg: Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

Diario, di Anne Frank: Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno del 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all’immagine della scuola, dei compagni e di amori più o meno ideali, si sostituisce la storia della lunga clandestinità. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell’esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del “Diario” subì tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Il testo, restituito alla sua integrità originale, ci consegna un’immagine nuova: quella di una ragazza vera, ironica, passionale, irriverente, animata da un’allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.

*Volpe&Jo

Fonte: Pixabay alessandra1barbieri

La guerra dei Papaveri

LA GUERRA DEI PAPAVERI

Autore: R.F. Kuang
Casa editrice: Mondadori
Anno: 2020

.: SINOSSI :.

Orfana, cresciuta in una remota provincia, la giovane Rin ha superato senza battere ciglio il difficile esame per entrare nella più selettiva accademia militare dell’Impero. Per lei significa essere finalmente libera dalla condizione di schiavitù in cui è cresciuta. Ma la aspetta un difficile cammino: dovrà superare le ostilità e i pregiudizi. Ci riuscirà risvegliando il potere dell’antico sciamanesimo, aiutata dai papaveri oppiacei, fino a scoprire di avere un dono potente. Deve solo imparare a usarlo per il giusto scopo…

Rin ha passato a pieni voti il kējǔ, il difficile esame con cui in tutto l’Impero vengono selezionati i giovani più talentuosi che accadranno a studiare all’Accademia. Ed è stata una sorpresa per tutti: per i censori, increduli che un’orfana di guerra della provincia di  potesse superarlo senza imbrogliare; per i genitori affidatari di Rin, che pensavano di poterla finalmente dare in sposa e finanziare così la loro impresa criminale; e per la stessa Rin, finalmente libera da una vita di schiavitù e disperazione. Il fatto che sia entrata alla Sinegard – la scuola militare più esclusiva del Nikan – è stato ancora più sorprendente. Ma le sorprese non sono sempre buone. Perché essere una contadina del Sud dalla pelle scura non è una cosa facile alla Sinegard. Presa subito di mira dai compagni, tutti provenienti dalle famiglie più in vista del Paese, Rin scopre di avere un dono letale: l’antica e semileggendaria arte sciamanica. Man mano che indaga le proprie facoltà, grazie a un insegnante apparentemente folle e all’uso dei papaveri da oppio, Rin si rende conto che le divinità credute defunte da tempo sono invece più vive che mai, e che imparare a dominare il suo potere può significare molto più che non sopravvivere a scuola: è forse l’unico modo per salvare la sua gente, minacciata dalla Federazione di Mugen, che la sta spingendo verso il baratro di una Terza guerra dei papaveri. Il prezzo da pagare, però, potrebbe essere davvero troppo alto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ed eccoci qua a recensione in via definitiva La guerra dei papaveri libro approdato nelle librerie di tutta Italia proprio oggi. Per prima cosa, ringraziamo la casa editrice Mondadori per averci offerto una copia gratuita in anteprima chiedendoci in cambio solo “una recensione che più vera non si può”.
La guerra dei Papaveri è un libro che, a mio giudizio, ha tanti punti di forza ma anche tanti punti deboli: cercherò di sviscerarli tutti al meglio in modo che i futuri lettori abbiano un’idea chiara del libro che stanno per leggere.

Sebbene il romanzo non rientri, a mio avviso, pienamente nella categoria Young Adult, ha molti punti in comune con questo genere. In primo luogo, la protagonista, Rin, è molto giovane e il lettore assiste nelle prime pagine del romanzo alla sua scalata da povera orfana di guerra destinata ad un matrimonio combinato ad essere ammessa alla più prestigiosa accademia del paese. Quello che ho apprezzato di questa prima conquista di Rin, è stato che la protagonista si sia oggettivamente impegnata, per altro mostrando un po’ a noi lettori occidentali l’esagerazione della cultura asiatica per lo studio, per passare l’esame di ammissione: l’opportunità non le è caduta tra le mani come un meritato dono divino.
Un altro punto che fa scivolare il romanzo verso lo Young Adult sono le origini della protagonista che la rendono in qualche modo speciale rispetto agli altri personaggi.
Ciò che distanzia il romanzo dalla categoria Young Adult è invece la massiccia presenza di personaggi adulti con un ruolo importante (personaggi che, per esempio, in Hunger Games; Divergent, Trono di Ghiaccio o Una corte di Rose e Spine hanno solo ruoli marginali o forzatamente malvagi); la mancanza di un triangolo amoroso (per fortuna!) e il fatto che la protagonista non sia del tutto infallibile: Rin sbaglia, come facciamo tutti, e questo la rende un po’ più simpatica al lettore.

Il romanzo è diviso in tre parti, le prime due le ho trovate interessanti e coinvolgenti, mentre la terza secondo me è stata un flop totale: con la descrizione eccessivamente sbrigativa di una guerra, l’autrice riempie il lettore di dettagli macabri. Sebbene io abbia sopportato piuttosto bene le scene di violenza, che invece hanno infastidito altri lettori e che probabilmente rendono il romanzo adatto ad un pubblico leggermente più navigato rispetto che degli adolescenti, ho trovato assolutamente esagerato e ingiustificabile il finale che l’autrice ha scelto per Rin.

Uno dei punti di forza più grandi di questo romanzo è il world building: Kuang crea un mondo che ricalca la realtà asiatica e porta i suoi lettori alla scoperta delle tradizioni, delle leggende e degli eroi della sua cultura. Il romanzo può essere letto come una allegoria storica: non sarà difficile per il lettore leggerne dei riferimenti alla prima e alla seconda guerra mondiale. Interessante è stata anche l’intenzione dell’autrice di trattare il tema del razzismo: ragazza dalla pelle scura, Rin è costantemente vittima di pregiudizi e razzismo da parte sia dei compagni di accademia, sia da uno dei professori.

Alcuni dei personaggi, per esempio Jiang, Chagan o Altan, mi sono piaciuti davvero molto soprattutto perché l’autrice li ha caratterizzati molto bene sia nei loro lati positivi sia soprattutto in quelli negativi. Rin, invece, soffre del complesso del protagonista: avendo la maggior attenzione del lettore, a volte sembra essere forzata a fare cose esagerate per mostrare di essere l’assoluto centro della storia.

In conclusione, non posso dire né di aver adorato il romanzo, né di averlo odiato. Il mio voto è un 7.5/10.
Per quanto mi riguarda, il mondo creato da Kuang vale la lettura del romanzo: consiglio dunque il libro agli amanti della storia asiatica o a chi, come me, è curioso riguardo alla spiritualità e allo sciamanesimo.
La scrittura dell’autrice è molto buona, mi hanno colpita in particolar modo le descrizioni che, a tratti oniriche, trascinano il lettore verso un mondo nuovo, diverso e particolare.
Per me, il romanzo era troppo lungo. So che può sembrare un commento strano da fare, ma credo siano successe troppe cose e troppo in fretta: forse diminuire la quantità degli avvenimenti in favore di un maggior approfondimento dei numerosi personaggi e del contesto, avrebbe giovato al libro.

*Volpe

Ragazzo Italiano

RAGAZZO ITALIANO
Autore: Gian Arturo Ferrari
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno: 2020

.: SINOSSI :.

La vita di Ninni, figlio del dopoguerra, attraversa le durezze da prima rivoluzione industriale della provincia lombarda, il tramonto della civiltà rurale emiliana, l’esplosione di vita della Milano riformista. E insieme Ninni impara a conoscere le insidie degli affetti, la sofferenza, persino il dolore che si cela anche nei legami più prossimi. Da ragazzino, grazie alla nonna, scopre di poter fare leva sull’immenso continente di esperienze e di emozioni che i libri gli spalancano di fronte agli occhi. Divenuto consapevole di sé e della sua faticosa autonomia, il ragazzo si scava, all’insegna della curiosità e della volontà di sapere, quello che sarà il proprio posto nel mondo. Nella storia di “Ragazzo italiano” si riflette la storia dell’intero Paese, l’asprezza, la povertà, l’ansia di futuro, la vicenda di una generazione figlia della guerra ma determinata a proiettare progetti e sogni oltre quella tragedia. Un’Italia dove la scuola è la molla di promozione sociale, e l’avvenire è affollato di attese e promesse. Un’Italia ancora viva nella memoria profonda del Paese, nelle peripezie familiari di tanti italiani.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo che può essere definita “un’autobiografia fantasiosa”, quello di Ferrari. L’autore racconta la particolareggiata vita di un bambino – poi ragazzino e infine ragazzo pronto ad affacciarsi all’età adulta – durante il secondo dopoguerra: con attenzione analizza tutti i cambiamenti culturali e sociali che inevitabilmente impattano anche sulla vita di Ninni, che riacquisterà il proprio vero nome con l’arrivo della maturità, e della sua famiglia.
Con uno stile semplice ma non privo di delicatissime descrizioni, Ferrari accompagna il lettore in un tempo non molto remoto, ma comunque molto diverso da quello in cui viviamo oggi: sicuramente i lettori più navigati rivedranno tra le pagine dell’autore la propria infanzia; mentre quelli più giovani, come me, avranno l’occasione di scoprire, grazie alla buona compagnia di Ninni, un mondo molto diverso.

Penso che il pregio più grande di questo romanzo sia proprio quello della chiarezza: tutto è raccontato, spiegato, in modo così vivido da essere reale. E’ evidente che l’autore abbia trasportato sulla carta il proprio vissuto, i propri ricordi e le proprie conoscenze così da rendere le proprie pagine tremendamente vive.
Il libro è diviso in tre parti, il bambino, il ragazzino e per ultimo “il ragazzo”; per caso, o forse volutamente, ciascuna parte non indaga solo i cambiamenti che avvengono nella mente e nel cuore di una persona, ma anche quelli che coinvolgono la società: la società rurale, campagnola e famigliare delle prime pagine lascia spazio ad una realtà aperta e cittadina che nelle ultime pagine diventa addirittura internazionale. Si parla di progresso, di innovazione, di cambiamenti e di paure: penso sia un libro in cui ci si possa facilmente riconoscere.
Particolarmente interessante ho trovato la dettagliata descrizione della scuola elementare, delle medie e poi del ginnasio e del liceo: le diverse personalità dei professori e quanto queste abbiano influito sulla vita del protagonista mi ha dato modo di riflettere sull’importanza di queste figure nella società contemporanea.

A mio avviso, il romanzo merita un voto piuttosto alto: 9.5/10. E’ un romanzo allo stesso tempo semplice e complesso, penso possa essere una buona lettura sia per gli adulti sia per ragazzi più giovani, se sono interessati ai temi trattati e non si fanno spaventare da lunghe descrizioni e pochi dialoghi.
E’ un libro che spinge alla riflessione, quindi non adatto a chi vuole una letture semplice e di puro svago o intrattenimento.
Mi sono approcciata alla lettura di questo libro grazie al gruppo di lettura #LeStregheDelloStrega, che ringrazio tantissimo perché forse da sola non avrei neanche provato!

*Volpe

Il principe della nebbia

IL PRINCIPE DELLA NEBBIA

Autore:  Carlos Ruiz Zafón
Anno:  1993
Editore:  Mondadori

.: SINOSSI :.

1943: il vento della guerra soffia impetuoso sull’Europa quando il padre di Max Carver decide di lasciare la città e trasferire la famiglia in una casa sulla costa spagnola. Il luogo sembra protetto e tranquillo ma, appena arrivati, cominciano a succedere strani fenomeni: Max scopre un giardino disseminato di statue orribili, la sorella Alicia inizia a fare sogni inquietanti, compare una scatola piena di vecchi film che sembrano aprire una finestra sul passato, mentre l’orologio della stazione va all’indietro. E ci sono le voci, sempre più sinistre, che riguardano i precedenti proprietari della villa, e i racconti che accompagnano la misteriosa scomparsa del loro unico figlio.
Mentre un incidente colpisce la sua famiglia, Max si trova sommerso da presagi allarmanti ed è costretto, suo malgrado, a improvvisarsi detective. Assieme ad Alicia e al nuovo amico Roland, nipote dell’anziano custode del faro, inizia a indagare sull’oscuro naufragio di una nave che giace sui fondali della baia custodendo molti segreti, e sugli eventi, sempre più drammatici, che investono la casa sulla spiaggia. Insieme i tre ragazzi scoprono la terrificante storia del Principe della Nebbia, un’ombra luciferina che emerge nel cuore della notte per scomparire con le prime nebbie dell’alba… Una storia che affonda le radici nel passato e che continua a lasciare una scia di sangue, dolore e sofferenza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Raramente Zafón regala al suo pubblico una gioia e, leggendo le sue pagine, sembra proprio che lo scrittore provi un sadico piacere nel tenere sulle spine i suoi lettori fino all’ultima sillaba dei suoi scritti.
Il principe della nebbia non fa eccezione e, in poco più di 150 pagine, riesce a catturare e a trascinare chi legge tra le spire di una storia oscura come un incubo.
Mentre l’Europa è con il fiato sospeso per via dell’inasprirsi dei conflitti successivi allo scoppio della seconda guerra mondiale, Max e la sua famiglia decino di lasciare la città per ritirarsi in un borgo che sorge a ridosso dell’oceano: una soluzione idilliaca che sembra inaugurare un bel romanzo sull’estate e sulle avventure che si posso collezionare in tre mesi di vacanze e dolce far niente.
L’incontro con Roland, adolescente e Cicerone improvvisato del luogo, il relitto di una nave affondato giusto a qualche pedalata da lì e una casa che sembra una rigatteria; avvalorano la sensazione di avere tra le mani una versione iberica del celebre romanzo di Astrid Lindgren Vacanze all’Isola dei Gabbiani. Non bisogna attendere più di qualche pagina perché i primi misteri comincino a far capolino, coinvolgendo il lettore in un’indagine che infrange la barriera del tempo e procede in sospeso tra passato, presente e futuro, tra realtà e mistificazione, sogni e incubi.
Nuovi personaggi rimpiazzano, a volte con espedienti che risultano non del tutto convincenti, i vecchi e, arrivati a metà del romanzo, il ritmo sembra aumentare conducendo in maniera quasi impercettibile al climax.
La sensazione, decisamente coerente con l’ambientazione e le atmosfere del romanzo, è quella di trovarsi davanti ad una tempesta tanto imminente quanto inevitabile che, prima di aver trovato un riparo, si abbatte sul lettore senza lasciargli scampo.
Lo stile di Zafón è, in queste pagine, ad uno stato embrionale ma si fa comunque apprezzare. Le descrizioni sono essenziali e lasciano margine alla fantasia del lettore, senza tuttavia permettergli di evadere in interpretazioni troppo personali.
La trama scorre piacevolmente e presenta solo qualche piccola omissione che, nell’insieme, passa pressoché inosservata e su cui, a lettura terminata, ognuno può trarre le sue conclusioni.
I personaggi non sono particolarmente sviluppati e ricalcano timidamente i prototipi dei film horror contemporanei: genitori che, in buona fede, trascinano gli affetti in un luogo non proprio adatto alla famiglia del Mulino Bianco, figli adolescenti (o quasi) che non perdono l’occasione per battibeccare e pungolarsi a vicenda, un nuovo amico con un passato tragico e nebuloso e un vecchio solitario che, prigioniero dei ricordi e dei sensi di colpa, vive arroccato in un faro.
La giovane età dei protagonisti, tutti compresi tra i 13 e i 18 anni, enfatizza l’incredibilità della vicenda e, a tratti, risulta quasi fuori luogo considerate le sfide che i tre personaggi principali affrontano soprattutto nei capitoli conclusivi del romanzo.
Forse, con personaggi anche di poco più grandi l’effetto sarebbe stato migliore, ma anche così la trama riesce comunque a coinvolgere e a regalare minuti da brivido (se, come la sottoscritta, non avete particolarmente in simpatia i pagliacci evitate di leggere questo romanzo prima di andare a dormire n.d.r).

Il voto è 8,5/10: il romanzo è, evidentemente, pensato per un pubblico più giovane rispetto a quello abituale di Zafón che, tra queste pagine, sembra far parlare più lo sceneggiatore dello scrittore con il risultato che, alcune pagine, sembrano una bella descrizione di qualcosa di visto al cinema o in qualche corto metraggio.

Le belle Cece

LE BELLE CECE

Autore: Andrea Vitali
Casa editrice: Garzanti
Anno: 2015

.: SINOSSI :.

Maggio 1936. Con la fine della guerra d’Etiopia nasce l’impero fascista. E Fulvio Semola, segretario bellanese del Partito, non ha intenzione di lasciarsi scappare l’occasione per celebrare degnamente l’evento. Astuto come una faina, ha avuto un’idea da fare invidia alle sezioni del lago intero, riva di qui e riva di là, e anche oltre: un concerto di campane che coinvolge tutti i campanili di chiese e chiesette del comune, dalla prepositurale alla cappelletta del cimitero fino all’ultima frazione su per la montagna. Un colpo da maestro per rendere sacra la vittoria militare. Ma l’euforia bellica e l’orgoglio imperiale si stemperano presto in questioni ben più urgenti per le sorti del suo mandato politico. In casa del potente e temutissimo ispettore di produzione del cotonificio locale, Eudilio Malversati, si sta consumando una tragedia. Dopo un’aggressione notturna ai danni dell’ispettore medesimo, spariscono in modo del tutto incomprensibile alcune paia di mutande della signora. Uno è già stato rinvenuto nella tasca della giacca del Malversati. Domanda: chi ce l’ha messo? E perché? Il problema vero, però, non è questo, bensì che fine abbiano fatto le altre. Dove potrebbero saltar fuori mettendo in ridicolo i Malversati, marito e moglie? Non essendo il caso di coinvolgere i carabinieri, per non mettere in giro voci incontrollabili, il Semola viene incaricato di risolvere l’enigma. Ma alla svelta e senza lasciare tracce, o le campane, questa volta, le suonerà il Malversati, con le sue mani, e saranno rintocchi poco allegri per la carriera del Semola.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Sullo sfondo dell’Italia fascista, personaggi dai toni comici si scambiano la scena per dare vita ad un romanzo giallo dal sapore fresco, divertente e anche un po’ irriverente.
Vitali scrive con uno stile molto particolare che lascia poco spazio all’introspezione o alla descrizione, ma per il suo fine non è un male: certo, bisogna fare l’abitudine ai suoi dialoghi non sempre espliciti e al cinismo latente dei suoi personaggi, ma se si riesce a passare oltre si potrà godere di una lettura particolare e fresca.
La trama è un po’ lenta.
E’ un giallo, per quanto possa essere comico, ma le vere e proprie indagini si svolgono solo dopo la metà del romanzo, cosa che potrebbe infastidire alcuni lettori.
Particolarmente interessante, invece, è la descrizione che Vitali dà sia della Bellano fascista, sia del periodo storico in sé. Il lettore quasi non si accorge di essere alle porte della seconda guerra mondiale: fascisti e antifascisti latenti conducono una guerra sotterranea, fatta di tranelli, trabocchetti e piccolissime vittorie personali che consistono, nell’opera di Vitali, in un “lei” al posto del canonico “voi” fascista o nel vedere l’avversario entrare in questo o quell’altro bar.
Vitali, insomma, riduce tutto al quotidiano, al semplice e ad una normalità che quasi stona con quello che viene insegnato durante l’ora di storia.

Per me, questo romanzo merita un 7.5/10. Non è riuscito a coinvolgermi con la sua trama, sebbene io abbia apprezzato tantissimo la caratterizzazione dei personaggi.
Ho trovato il libro troppo lento ed intricato e ha un po’ deluso le mie aspettative.
Sicuramente, gli amanti del genere comico troveranno pane per i loro denti: le risate, sia sotto i baffi sia aperte e sonore, sono assicurate!

*Volpe

Una merce molto pregiata

UNA MERCE MOLTO PREGIATA

Autore: Jean-Claude Grumberg
Casa Editrice: Guanda
Anno: 2019

.: SINOSSI :.

Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

.: IL NOSTRO GUDIZIO :.

“C’era una volta, in un grande bosco, una povera boscaiola e un povero boscaiolo.
No no no, state tranquilli, non si tratta di Pollicino! Nient’affatto. Io, proprio come voi, detesto quella storia ridicola. Quando mai, e dove poi, si sono visti dei genitori abbandonare i loro bambini perché non potevano sfamarli? Ma andiamo…”

Questa storia, questa favola come piace definirla all’autore, inizia con brutale ironia.
Il racconto inizia proprio come una favola e il linguaggio che l’autore utilizza è quello della narrazione per bambini, i temi tuttavia si fanno via più terribili mano a mano che si scorrono le pagine del romanzo.
Amore e morte si danno il cambio, pagina dopo pagina, lasciando il lettore alle sue amarissime lacrime. Sullo sfondo della seconda guerra mondiale e dell’orrore dell’olocausto, Grumberg ci parla di sentimenti umani, di amore e di redenzione.
La guerra prende la forma di una ferrovia, la forma dell’odio razziale e dell’orrore dello sterminio; la redenzione, invece, è come un bambino possa cambiare il cuore di un uomo.
Il romanzo è diviso in due parti che si intrecciano costantemente e, alla fine, si scontrano: da un lato ci sono la povera boscaiola e la bambina; dall’altro il padre della piccola internato nel campo di concentramento di Auschwitz.
L’autore con concretezza il senso di disperazione che provano i sopravvissuti e la forza, l’unico pensiero positivo, che li spinge ugualmente a lottare e restare in vita anche quando sanno di aver perso tutto.

A questo libro, a questa favola, io posso solo dare il massimo dei voti.
Grumberg parla di cose che conosce. In appendice ha inserito la storia vera che si cela dietro queste pagine con sapore di fantasia: la sua, o per meglio dire quella di suo padre, e quella di una coppia che è salita sullo stesso treno.
Il sentimento e il dolore queste pagine passano al lettore è tanto intenso che ora, anche se ho concluso la lettura da un paio di giorni, ancora sento gli occhi inumidirsi.
Non ho mai letto una prosa così emotivamente carica e spaventosamente disperata: penso che questo sia uno di quei romanzi che vadano semplicemente letti, per non dimenticare.
Non dimenticare che alcune persone hanno reso possibile l’orrore nazionalsocialista e altre, invece, si sono opposte: hanno resistito tenendo in casa un bambino in più, nascondendo qualcuno in cantina, dando occasione a un essere umano di sopravvivere. E’ un libro che parla di amore e resistenza e penso renda giustizia a personaggi come Oslar Schindler o ai ragazzi della Rosa Bianca.
Invito tutti i nostri lettori a prendere questo libretto tra le mani e passare un’oretta del loro tempo per leggerlo, terminarlo e riflettere.

*Volpe

La svastica sul sole

LA SVASTICA SUL SOLE

Autore: Philip K. Dick
Anno:  2014
Editore:  Fanucci Editore, 2014

.: SINOSSI :.

Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l’intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo difficile tanto da leggere quanto da recensire. Una storia di fantapolitica che ci presenta uno scenario interessante su cui molti, almeno una volta nella vita, si sono soffermati a riflettere: cosa sarebbe successo se l’asse Roma Tokio Berlino avesse vinto la guerra?
Il risultato è, ovviamente, uno scenario distopico costellato da interi continenti distrutti insieme alle loro popolazioni, nuove e ardite forme di colonialismo, la lotta a qualsiasi forma di dissenso e, ovviamente, il perseguimento testardo della “questione ebraica”.
Il romanzo è ambientato sulla costa occidentale degli Stati Uniti d’America che, in seguito alla loro sconfitta, sono stati divisi tra i nazisti e i giapponesi che, nello specifico, controllano la parte occidentale del continente nordamericano.
I personaggi che affollano questo palcoscenico sono tanti, ognuno con una sua trama che si lega a quella degli altri in un ordito interessante ma reso un po’ complicato da nomi giapponesi che, di primo acchito, sembrano tutti uguali tra di loro.
Lo stile va di pari passo con l’intreccio e segue a volte i pensieri dei personaggi a volte quelli del narratore proponendo continui cambi fra la prima persona singolare e la terza, tra narratore interno ed esterno, tra passato e presente: un espediente interessante ma che risulta, a tratti, un po’ caotico così come i cambi di scena repentini che avvengono da un paragrafo all’altro senza un dovuto stacco.
Da germanista non ho apprezzato alcune traduzioni dal tedesco all’italiano e, ad essere sincera, ho trovato un po’ azzardata e poco pertinente la traduzione del titolo dell’opera The Man in the High Castle resa in italiano conLa svastica sul sole .
Trattandosi di un romanzo che si propone come un’ipotetica conseguenza della vittoria dei nazifascisti nella seconda guerra mondiale, avrei gradito qualche riferimento in più ai fatti che hanno costellato la storia mondiale tra il 1939 e il 1945 o, almeno, qualche spiegazione sul perché certi personaggi avessero subito una sorte diversa da quella che la storia ci ha tramandato.
Interessante anche se un po’ labile la correlazione tra l’Operazione Dente di Leone e l’Operazione Valchiria (colpo di stato avvenuto in Germania nel luglio del 1944): anche in questo caso un richiamo all’evento storico e un’eventuale spiegazione di questa fantomatica Operazione Dente di Leone, non avrebbe guastato.

Il mio giudizio è 7/10.
Un bel romanzo, interessante e stimolante per gli amanti della fantapolitica e della distopia, ma forse non uno dei migliori di Philip K. Dick.
I personaggi, molti e diversi tra di loro, sono caratterizzati velocemente e anche un po’ grossolanamente il che li rende, a tratti, semplicemente odiosi come nel caso della protagonista femminile.
I continui riferimenti alla cultura cinese e giapponese potevano essere spiegati con qualche nota in più in modo da rendere maggiormente partecipe anche chi non è particolarmente ferrato sull’argomento.
La conclusione del romanzo lascia aperti parecchi interrogativi e sviluppi e lascia presagire che ci debba essere almeno un secondo capitolo volto a dare soluzione ad alcune delle questioni presentate nelle ultime pagine del libro.
Parallelismo interessante, ma questa è una mia personalissima interpretazione, è il fatto che mentre il lettore legge un romanzo in cui i nazifascisti hanno vinto la guerra, i protagonisti leggano un romanzo in cui l’Asse ha perso la guerra: quasi un gioco degli specchi o di finestre in cui il mondo del lettore e quello dei protagonisti si affacciano vicendevolmente sondando due finali alternativi di un’unica storia.
A chi consiglio questo romanzo? Sicuramente agli amanti di Philip K. Dick, a chi adora la fantapolitica e i romanzi distopici costellati da intrighi e giochi di potere.
Consiglio il romanzo anche e soprattutto a chi si è limitato a guardare la serie tv, The Man in the High Castle , prodotta di recente che, nonostante mantenga gran parte dei nomi non che il titolo originale dell’opera di Philip K. Dick, è solo molto lontanamente ispirata a qualche elemento presente nel romanzo.

* Jo

Oggi siamo vivi

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OGGI SIAMO VIVI

Autore: Emmanuelle Pirotte
Anno: 2017
Casa Editrice: Nord Editore

.: SINOSSI :.

Dicembre 1944. I tedeschi stanno arrivando. Il prete di Stoumont, nelle Ardenne, ha un’unica preoccupazione: mettere in salvo Renée, un’orfana ebrea nascosta nella canonica. E, d’un tratto, il miracolo: una jeep con a bordo due soldati americani si ferma davanti alla chiesa e lui, di slancio, affida a loro la piccola.
Tuttavia quei due soldati hanno solo le divise americane. In realtà si chiamano Hans e Mathias e sono spie naziste.
Arrivati in una radura, Hans prende la pistola e spinge la bambina in avanti, in mezzo alla neve. Renée sa che sta per morire, eppure non ha paura. Il suo sguardo va oltre Hans e si appunta su Mathias.
È uno sguardo profondo, coraggioso. Lo sguardo di chi ha visto tutto e non teme più nulla. Mathias alza la pistola. E spara. Però è Hans a morire nella neve, con un lampo d’incredulità negli occhi.
Davanti a Mathias e Renée c’è solo la guerra, una guerra in cui ormai è impossibile per loro distinguere amici e nemici. E i due cammineranno insieme dentro quella guerra, verso una salvezza che sembra di giorno in giorno più inafferrabile. Incontreranno persone generose e feroci, amorevoli e crudeli. Ma, soprattutto, scopriranno che il loro legame – il legame tra un soldato del Reich e una bambina ebrea – è l’unica cosa che può dar loro la speranza di rimanere vivi…

Ci sono momenti nella vita in cui siamo costretti a confrontarci con l’inevitabile. Momenti in cui tutto sembra ormai deciso. Eppure il romanzo di Emmanuelle Pirotte ci ricorda che non è mai troppo tardi per cambiare il nostro destino. Anche nell’ora più buia, basta un’unica, coraggiosa scelta per varcare il confine che separa la vita dalla morte, il bene dal male, l’aguzzino dall’eroe. Basta uno sguardo per sciogliere la neve che portiamo nel cuore. Basta un istante per ritrovare la pace.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Può esistere un lieto fine quando una bambina ebrea incontra un soldato nazista? Può la guerra regalare un piccolo miracolo o almeno un bagliore di speranza in mezzo alle atrocità e alla morte?
Emmanuelle Pirotte crede di sì e, con una scrittura semplice e allo stesso tempo incisiva, ci racconta quella che potrebbe sembrare una favola di natale dove l’umanità, l’amore e la speranza riescono a vincere sul male, la paura e la cattiveria del mondo.
Renée è una bambina di origine ebraica e fin dalle prime pagine si distingue per la sua prontezza di spirito e per il suo carattere fiero e sfrontato.
Mathias è l’ariano per eccellenza: perfetto sotto ogni punto di vista e tormentato dai fantasmi del passato e dalla sua coscienza.
Entrambi i personaggi sembrano due animali selvatici “costretti” ad allesarsi per sopravvivere.
Un romanzo piacevole che, nonostante le brutte avventure che i due protagonisti affrontano, regala al lettore un lieto fine e gli permette di tirare un sospiro di sollievo dopo trecento pagine in apnea.

Il libro di Emmanuelle Pirotte riesce a descrivere con eleganza e rispetto l’orribile capitolo della seconda guerra mondiale e, sulla falsa riga della Nemirovsky, si allontana dai campi di battaglia o dai campi di concentramento per descriverci realtà rurali dove ai pericoli della guerra si sommano quelli della cattiveria e della codardia degli uomini.
Il voto che mi sento di dare a questo romanzo è 7,5/10: una lettura adatta agli studenti delle scuole superiori, un po’ meno a quelli delle scuole medie per via di alcune scene di sesso abbastanza esplicite; una storia che è sopratutto una favola e che riesce a trattare con ottimismo un tema di cui è sempre difficile scrivere e parlare.
Dal punto di vista stilistico il romanzo non ha grosse pecche e la scrittura semplice sostiene il ritmo della storia che, nonostante il palcoscenico limitato ad una fattoria e al boschetto circostante, riesce ad essere incalzante a non annoiare.
Il carattere della piccola protagonista è un po’ esagarato considerata la sua età e a tratti risulta davvero antipatico.
Ho trovato poco credibili alcune parti come, per esempio, le reazioni di alcuni soldati davanti al tradimento di uno dei loro commilitoni e l’arroganza, a volte davvero esagerata, della piccola protagonista.

*Jo