Giornata della Memoria

All’ingresso del crematorio di Dachau una lapide, con una scritta in tedesco, accoglie i visitatori e li invita con sprezzante durezza a fermarsi e a riflettere su come la gente morisse in quel quadrato di terra nascosto dagli alberi e dalle fabbriche.
Poco più avanti, incisa ai piedi di una statua raffigurante una delle tante vittime senza nome né volto, una seconda scritta “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”.

Oggi, come ogni anno, anche noi ci fermiamo: niente giochi, niente foto colorate o spiritose; oggi più che mai vogliamo farci carico dell’impegno che è la Memoria e insieme a voi riflettere, condividere e rileggere la storia passate e presente in modo da poter oggi e per sempre gridare a gran voce “Mai più!”.

A 74 anni dalla fine della II guerra mondiale e dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordare cosa è successo è un compito non più riservato ai pochi testimoni diretti ancora invita, ma è un dovere morale urgente e al quale non è possibile sottrarsi.

Mai più.

*Lo Staff

Sullo Scaffale di Arcadia – Gennaio 2019

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Cominciamo l’anno con il botto! In questo articolo, vi presenteremo le novità letterarie che usciranno nel mese di gennaio 2019! Speriamo di invogliarvi tante, ottime letture!

NARRATIVA ITALIANA

“Rien ne va plus”, Antonio Manzini: Rien ne va plus prende il via poche ore dopo gli eventi che concludono il precedente romanzo, Fate il vostro gioco; le indagini sull’omicidio di Romano Favre, il pensionato del casinò di Saint-Vincent dove lavorava da «ispettore di gioco», ucciso con due coltellate, si sono concluse con l’arresto del colpevole, ma il movente è rimasto oscuro. Schiavone non può accontentarsi di una verità a metà. Mentre si mobilita insieme alla sua squadra di poliziotti, ben altra coltellata lo pugnala: Enzo Baiocchi, l’assassino di Adele, la vecchia amica di Rocco uccisa mentre dormiva in casa sua, ha chiesto di parlare col giudice Baldi rivelando un segreto che riguarda proprio Schiavone, una pagina inconfessabile del suo recente passato che potrebbe sconvolgergli per sempre la vita. Turbato, incerto su come muoversi, Rocco si ritrova a indagare su una rapina: è scomparso un furgone portavalori che doveva consegnare alla banca di Aosta l’incasso del casinò. Ma ad Aosta non è mai arrivato, se ne sono perse le tracce dopo una curva e sembrerebbe svanito nel nulla, se non fosse che l’autista viene ritrovato semiassiderato in Valsavarenche.

“Il censimento dei radical chic”, Giacomo Papi:In un’Italia ribaltata – eppure estremamente familiare -, le complicazioni del pensiero e della parola sono diventate segno di corruzione e malafede, un trucco delle élite per ingannare il popolo, il quale, in mancanza di qualcosa in cui sperare, si dà a scoppi di rabbia e applausi liberatori, insulti via web e bastonate, in un’ininterrotta caccia alle streghe: i clandestini per cominciare, poi i rom, quindi i raccomandati e gli omosessuali. Adesso tocca agli intellettuali. Il primo a cadere, linciato sul pianerottolo di casa, è il professor Prospero, colpevole di aver citato Spinoza in un talk show, peraltro subito rimbrottato dal conduttore: «Questo è uno show per famiglie, e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore». Cogliendo l’occasione dell’omicidio dell’accademico, il ministro degli Interni istituisce il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic per censire coloro che «si ostinano a credersi più intelligenti degli altri». La scusa è proteggerli, ma molti non ci cascano e, per non essere schedati, si affrettano a svuotare le librerie e far sparire dagli armadi i prediletti maglioni di cachemire…

“Le cause innocenti, Matteo Cerami: Antonio Capace appartiene alla razza di quelli a cui tutto sembra dovuto: e` giovane, benestante, vive nel centro di Roma grazie alla rendita del padre scrittore, si atteggia a intellettuale e non ha mai pubblicato un libro. Eppure un giorno decide di scrivere una dettagliata lettera al suo consulente finanziario per disfarsi dei suoi beni: conti in banca, buoni del tesoro, azioni. Liquida ogni proprietà e svuota il posacenere. Sono le ultime volontà di un suicida? Le parole di un fuggitivo? O e` semplicemente un grande inganno? In un racconto sempre in bilico tra confessione e requisitoria, tra resa e atto d’accusa, la tragedia di Antonio Capace dà voce alla solitudine di una generazione senz’altro orizzonte se non il presente, ferita dall’impossibilita` di trovare un ruolo in un mondo pieno di contraddizioni in cui tutto è relativo e niente può entusiasmare, in cui nulla e` vero, autentico, umano se non, paradossalmente, un attentato terroristico. Attraverso le storie famigliari di genitori colpevolmente perfetti e i ricordi di amori traditi e di amicizie perdute, Le cause innocenti incarna una pastorale italiana e piccoloborghese in grado di scavare tra le macerie di un’epoca sbagliata, la più inutile della nostra storia, e ci costringe a fare i conti con noi stessi e con quel senso di inadeguatezza che, come un’ulcera, sembra non lasciare via di scampo all’esistenza.

NARRATIVA STRANIERA

“L’assassinio del commendatore. Libro secondo: metafore che si trasformano”, Haruki MurakamiNella casa in mezzo al bosco che fu l’abitazione e l’atelier di Amada Masahiko, il grande artista autore del misterioso quadro L’assassinio del Commendatore , vive ormai da qualche mese il giovane pittore protagonista di questa storia. La dimora è sperduta, ma non del tutto isolata: nel primo volume, Idee che affiorano , avevamo conosciuto Menshiki, un vicino ricchissimo e sfuggente mosso da motivazioni solo a lui note. O la piccola Akikawa Marie, studentessa del corso di disegno tenuto dal protagonista, che per una volta sembra abbassare le difese e stringere un legame profondo col suo professore. Per non parlare del Commendatore stesso… Con Metafore che si trasformano si conclude l’ Assassinio del Commendatore . Come un mago al culmine del suo potere incantatorio, Murakami Haruki dà vita a un intero universo (a piú di uno, a dire il vero…) popolato di personaggi, storie e enigmi che hanno la potenza indimenticabile dei sogni piú vividi. Ma non è solo il gusto per il racconto a muoverlo: una volta giunto al termine di questo viaggio visionario, il lettore si scopre trasformato come i personaggi di cui ha letto le avventure, esposto, quasi senza averne avuto consapevolezza, al cuore pulsante della grande letteratura. L’assassinio del Commendatore , a quel punto, inizia a svelare i suoi mille volti: una riflessione, molto realistica (e attuale), sulle ferite della storia, sulla colpa e la responsabilità. Una terapia per sopravvivere ai traumi. Una guida pratica per orientarsi nel mondo delle metafore. Ma anche un racconto fantastico sui mostri che ci divorano dall’interno, sulle paure che ci sbranano nella notte dell’anima; e su come, quei mostri, possiamo vincerli: prendendoci cura di chi arriverà dopo di noi. La campanella sconosciuta non risuona piú nel cuore della notte, ma non per questo sono diminuiti i misteri intorno alla casa nel bosco che fu di Amada Masahiko, autore dell’enigmatico quadro al centro di questa storia. Tutte le domande, gli eventi inspiegabili, le apparizioni che hanno animato il primo volume dell’ Assassinio del Commendatore trovano qui la piú imprevedibile delle soluzioni. Ed è solo quando il lettore arriva a questo punto che il capolavoro di Murakami Haruki inizia a svelare il suo cuore piú autentico: un racconto indimenticabile sui mostri che ci divorano dall’interno, sulle paure che ci sbranano nella notte dell’anima; e su come, quei mostri, possiamo vincerli: prendendoci cura di chi arriverà dopo di noi.

“Morto che cammina”, Irvine welsh: Mark Renton ha fatto bingo: i deejay della sua agenzia fanno ballare i ragazzi sulle due sponde dell’oceano e un bel po’ di soldi entrano in cassa, ma non riesce a sentirsi davvero appagato di una vita passata fra sale d’attesa e stanze d’albergo. Seduto a bordo di un volo che lo riporta a casa, butta giù un tranquillante dopo l’altro per smaltire i postumi della serata precedente, quando all’improvviso incrocia un paio di occhi impossibili da dimenticare: quelli di Frank Begbie. L’ex psicopatico di Leith ora è un artista famoso e sembra non nutrire più alcun proposito di vendetta per quella brutta storia della truffa sulla vendita dell’eroina. Sono passati tanti anni, ma Renton non si fida, vorrebbe saldare il suo debito e teme che Begbie stia tramando qualcosa… Nel frattempo alle orecchie di Sick Boy e Spud, occupati in nuovi «progetti», giunge voce che i vecchi amici bazzicano di nuovo Edimburgo: prospettiva stuzzicante riunire i soci come ai bei tempi. Ma quando i due si avvicinano all’oscuro mondo del traffico di organi, le cose prendono rapidamente una brutta piega per tutto il gruppo. In balia ognuno delle proprie dipendenze, costretti alla resa dei conti con un passato che non può più aspettare, Renton, Begbie, Sick Boy e Spud saranno travolti da un fiume in piena di assurdi imprevisti. Uno di loro rischia di non vedere l’ultima pagina del romanzo: chi è il morto che cammina?

“Serotonina”, Michel Houellebecq: Quattro anni dopo ‘Sottomissione’, in cui il protagonista finiva per convertirsi all’islam per sopravvivere, stavolta nel mirino di Houellebecq finiscono la globalizzazione, il libero scambio, gli stranieri che “invadono” la Francia. La storia del protagonista di ‘Serotonina’ attraversa una Francia che calpesta le sue tradizioni, banalizza le sue città, distrugge le sue campagne sull’orlo della rivolta. Questo romanzo sulle devastazioni di un mondo senza gentilezza, senza solidarietà, sui cambiamenti diventati incontrollabili, è anche un romanzo sul rimorso e il rimpianto.

“Il libro di Talbott”, Chuck Palahniuk: Il passaparola scatta solo tra persone fidate. “Il Giorno dell’Aggiustamento sta arrivando.” La gente fa circolare un misterioso libro nero-blu, una sorta di pamphlet profetico, memorizzandone le direttive rivoluzionarie. Messaggi radiofonici e televisivi, cartelloni pubblicitari e il web ripetono ossessivamente gli slogan di Talbott Reynolds: si avvicina il giorno della resa dei conti per la classe dirigente e le élite culturali. Una fantomatica Lista su internet – I Meno Amati d’America – identifica i bersagli. Il popolo non sarà più sacrificato alla nazione, il surplus di giovani maschi non verrà mandato al macello nell’ennesima guerra in Medio Oriente, ma a cadere saranno le teste di politici e giornalisti, professori e notabili – anzi, per la precisione, le loro orecchie. Sinistre. Con la Dichiarazione di Interdipendenza, gli ex Stati Uniti vengono ridefiniti secondo criteri razziali, e la popolazione ridistribuita in base al colore della pelle e alle preferenze sessuali. Il simile con il simile, nei tre nuovi stati-nazione di Caucasia, Blacktopia e Gaysia. Non che tutto fili liscio in questa America post apocalittica, intendiamoci…

“La ragazza della luna”, Lucinda Riley: Sono trascorsi ormai sei mesi dalla morte di Pa’ Salt, e Tiggy, la quinta delle sorelle D’Aplièse, accetta un lavoro nella riserva naturale di Kinnaird. In questo luogo selvaggio e completamente isolato nelle Highlands scozzesi, si dovrà occupare di una razza felina a rischio di estinzione per conto di Charlie, l’affascinante proprietario della tenuta. Qui Tiggy incontra Cal, il guardacaccia e coinquilino, che presto diventerà un caro amico; Zara, la figlia adolescente e un po’ ribelle di Charlie e Zed Eszu, corteggiatore insistente nonché ex fidanzato di una delle sorelle. Ma soprattutto incontra Chilly, un vecchio gitano che sembra conoscere molti dettagli del suo passato e di quello di sua nonna: la famosa ballerina di flamenco Lucía Amaya Albaycín. Davvero una strana coincidenza, ma Tiggy ha sempre avuto un intuito particolare, una connessione profonda con la natura. Questo incontro non è casuale, è parte del suo destino e, quando sarà pronta, non dovrà fare altro che seguire le indicazioni di Pa’ Salt e bussare a una porticina azzurra nel Cortijo del Aire, a Granada. Dai paesaggi incontaminati della Scozia allo splendore assolato della Spagna, “La ragazza della luna” è il nuovo magico episodio della saga delle Sette Sorelle.

“La guerra dei Courtney”, Wilbur Smith: Separati dalla guerra, a migliaia di miglia di distanza l’uno dall’altra, Saffron Courtney e Gerhard von Meerbach lottano per sopravvivere al conflitto che sta dilaniando l’Europa. Gerhard, ostile al regime nazista, è deciso a rimanere fedele ai propri ideali nonostante tutto e combatte per la madrepatria nella speranza di poterla liberare, un giorno, da Hitler. Ma quando la sua unità si ritrova coinvolta nell’inferno della battaglia di Stalingrado, si rende conto che le possibilità di uscirne vivo si affievoliscono di giorno in giorno. Saffron, che nel frattempo è stata reclutata dal SOE, l’Esecutivo Operazioni Speciali, e inviata nel Belgio occupato per scoprire in che modo i nazisti sono riusciti a infiltrarsi nella rete dell’organizzazione, deve trovare il modo di sfuggire ai nemici che le danno la caccia. Costretti ad affrontare forze malvagie e orrori indicibili, i due innamorati sono chiamati a prendere la decisione più difficile: sacrificare se stessi, o cercare di sopravvivere a ogni costo nella speranza che il destino, un giorno, permetta loro di ritrovarsi.

“Missione Odessa”, Clive Cussler: Dirk Pitt, il direttore della NUMA, la società che si occupa del recupero di relitti dai fondali, è sul Mar Nero. Sta cercando di localizzare i resti di un’antica nave ottomana, quando è chiamato a rispondere a un messaggio di soccorso – «Siamo sotto attacco!» – da un vicino mercantile. Ma quando lui e il suo collega, Al Giordino, arrivano sul posto, non trovano nessuno: solo cadaveri e odore di zolfo. Mentre i due esplorano la nave, un’esplosione da poppa la fa rapidamente affondare, rischiando di trascinarli sul fondo. Più i due si addentrano nelle ricerche sulla barca della morte, più sprofondano in uno straordinario vortice di scoperte. E di segreti. Un tentativo disperato, nel 1917, di salvare il benessere e la potenza dell’Impero dei Romanov. Un bombardiere della guerra fredda scomparso con un carico letale. Un brillante sviluppatore di droni impegnato in una missione sconosciuta. Trafficanti odierni di tecnologie nucleari, ribelli ucraini disposti a tutto, una splendida agente dell’Europol: tutto contribuirà a rendere questa missione la più pericolosa della carriera di Dirk Pitt.

GIALLI/THRILLER

“La pista di ghiaccio”, Roberto Bolano: Molti anni prima che lo facessero gli sceneggiatori dei grandi serial americani, Roberto Bolaño aveva usato nel suo romanzo d’esordio quella che potremmo chiamare la tecnica delle «confessioni incrociate». In questo perfetto congegno narrativo – dove con una trama decisamente noir, che gira attorno al ritrovamento di un cadavere, si intersecano diverse storie d’amore – tre sono infatti le voci che si alternano: quella di un messicano in esilio, attratto dalla cupa e sfuggente Caridad, che vive da clandestina in un campeggio della Costa Brava e va in giro con un coltello nascosto sotto la maglietta; quella del gestore del campeggio, affascinato dalla bellissima Nuria, campionessa nazionale di pattinaggio; e quella di un funzionario socialista, un ciccione pateticamente innamorato della capricciosa pattinatrice, per la quale, stornando fondi pubblici, fa costruire una pista di ghiaccio dentro una grande villa fatiscente di proprietà del Comune. Seminando sapientemente indizi preziosi e tracce fuorvianti, Bolaño riesce a creare la rarefatta atmosfera di suspense di un buon thriller – anche se sa perfettamente che la legge non finisce sempre per trionfare, che non tutti gli assassini vengono arrestati e non tutti gli innamorati vivranno felici e contenti – e conduce la narrazione di questo «giallo notturno e cubista » con la consueta, ipnotica visionarietà.

Le ho mai raccontato del vento del nord

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LE HO MAI RACCONTATO DEL VENTO DEL NORD

Autore: Daniel Glattauer
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2010

.:SINOSSI:.

Un’email all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, Le ho mai raccontato del vento del Nord descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?

 

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Quello di Glattauer è un esperimento lodevole e interessante: nell’era del web, della comunicazione via chat e delle e- mail ( che ancora resistono per comunicare in occasioni formali o professionali) che caratteristiche deve avare un romanzo epistolare? E’ possibile, come nei romanzi ottocenteschi, costruire una trama su un carteggio virtuale?
Il romanzo di Glattauer è un successo e conferisce nuova forza e potere alla pratica della scrittura, che si impone in maniera decisiva sulla tecnologia.
Da un punto di vista meramente linguistico, quindi, il romanzo merita di essere letto e analizzato. Alcuni scambi di e-mail tra i due protagonisti rasentano la chat, ma i testi più corposi sono davvero validi.
Altro merito dell’autore è la capacità di muoversi con scioltezza tra tre tipi di scrittura diversi, che corrispondo ad altrettanti personaggi (solo i messaggi concisi disorientano leggermente per mancanza di firma e poca caratterizzazione).
Le note dolenti iniziano nel momento in cui si analizza la trama per il suo valore narrativo: una serie di messaggi l’uno più assurdo dell’altro che, pagina dopo pagina, sottolineano a più riprese l’handicap comunicativo causato dai mass media e dall’utilizzo massiccio e incontrollato della tecnologia.
I due protagonisti sono affetti da sindrome di Peter Pan virtuale: piuttosto che affrontare i loro problemi e chi gli sta intorno, preferiscono confidarsi con uno sconosciuto che siede dall’altra parte di un monitor in una casa qualsiasi di una qualsiasi città tedesca.
La situazione inizia con un siparietto comico, divertente e piacevole, e degenera camuffando da storia d’amore un tradimento.

Il nostro voto è 6/10.
Come ho già detto, il romanzo è un pregevole esempio di romanzo epistolare nell’era di internet e altrettanto apprezzabile e la capacità di Glattauer di interpretare, attraverso la sola scrittura, tre personaggi diversi.
Altro merito dell’autore è quello di aver messo bene in luce l’insidia che si nasconde dietro lo schermo: una profondità che esiste sullo schermo, ma che è intangibile quando esce dal virtuale.
La trama, invece, è molto leggera e tratteggia una lettura piacevole: una parentesi di svago tra gli impegni di tutti i giorni o un ottimo compagno per un monotono viaggio sul regionale delle 19:00.

*Jo

 

Biblioterapia: quando un libro ti cambia la vita

abbraccio-libro.jpgQuando ogni cosa sembra andare male, il lettore è abituato a ritirarsi dietro le pagine del suo libro. Qui, si perde tra le righe, le trame e i personaggi ricercando un conforto completo per superare il brutto momento e trovare la forza di andare avanti.
Alle volte, si cerca di dare questo conforto momentaneo anche ai non lettori, spesso appellandoli con la tipica, burbera frase: “Fai male a non leggere, un libro ti cambia la vita!”

Bene, lettori, che voi ci crediate o no, c’è chi di questa frase ha fatto il proprio lavoro portando i libri dal campo della letteratura a quello della psicologia.
Si tratta di coloro che praticano la “book therapy”, la biblioterapia, ossia risolvono i problemi psicologici, dalla più semplice rottura con il fidanzato a problemi un po’ più pesanti, attraverso i libri.
La disciplina della biblioterapia nasce in Inghilterra addirittura agli inizi del ‘900 ma raggiunge l’Italia quasi 100 anni dopo nel 1998.
Nonostante questo “ritardo”, anche noi possiamo godere dei benefici di questa disciplina che si adagia tra la letteratura e la scienza.
I biblioterapisti effettuano terapie di gruppo o più classici colloqui faccia a faccia, entrambi sono svolti con il preciso intento di indirizzare il paziente verso una lettura in cui egli si possa ritrovare e che possa aiutarlo a passare oltre un periodo che pare insormontabile.
I vantaggi di questa terapia sono innumerevoli, il terapista infatti darà come compito a casa al paziente, la lettura di un libro che gli insegni quegli atteggiamenti cognitivo-comportamentali di cui è privo o che ha bisogno di rinforzare concentrandosi sulle aree dell’autostima, dell’autoefficacia, delle capacità di adattamento e molto altro ancora.
Sono interessanti anche gli aiuti che la biblioterapia da ai famigliari dei pazienti: vi sono alcuni disturbi complicati da capire o che paiono ovvi e vengono presi sotto gamba da chi non li vive. Leggere un romanzo in cui l’autore è stato in grado di esprimente una sensazione o una situazione non convenzionale può aiutare un famigliare a capire cosa passa per la mente del paziente ed essere in tutto e per tutto un aiuto e uno stimolo alla sua completa guarigione.

Del resto, si sa, non c’è modo migliore per sentirsi tranquilli che parlare con qualcuno che ha vissuto le nostre stesse esperienze, che ci capisce e che può darci una mano. E se questa persona vivesse in un libro?

Per ulteriori approfondimenti, vi lascio questo utilissimo link sulla Biblioterapia.

*Volpe

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz

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Scrivere dell’Olocausto è un compito difficile: chi vuole parlare della vita nei campi di concentramento, della soluzione finale o dei milioni di vittime della follia nazista deve necessariamente rendersi conto di avventurarsi su un terreno minato. Per riferirsi al genocidio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale si utilizzano due espressioni i cui significati presentano però diverse sfumature. Il vocabolo Olocausto risale al greco antico olokaustos (trad. arso tutto intero) e designa un sacrificio religioso in cui l’oggetto sacrificale viene completamente bruciato; Shoah deriva invece dall’ebraico Hashoah (trad. catastrofe o distruzione), forse più adeguato ad indicare lo sterminio del popolo ebraico. Alcuni ritengono infatti che la parola Olocausto possa suonare in questo contesto inappropriata, in quanto si trova offensivo paragonare l’uccisione di milioni di ebrei a un’ offerta a Dio. La tendenza più diffusa è tuttavia quella di utilizzare i due termini in maniera interscambiabile e così sarà fatto anche in questa trattazione.

Come accennato, affrontare il tema dell’Olocausto è complicato: da esso dipendono limitazioni estetiche e soprattutto morali ben precise, la cui trasgressione è da giustificare nel contesto del racconto, nella volontà ultima dello scrittore o nella natura stessa del testo.

Per quanto riguarda la forma, si sottolinea la problematicità di alcuni artifici retorici come l’ironia, aventi per base e scopo il comico e il riso: parlare della Shoah significa misurarsi con la tragedia più grande della storia dell’umanità, un giudizio basato su considerazioni riguardanti non solo il numero delle vittime, ma anche il carattere della strage (una pianificazione organizzata e sistematica per eliminare chi minacciava la purezza della razza ariana); di conseguenza l’utilizzo di tali figure retoriche è molto ridotto. Sono anche evidenti restrizioni lessicali: termini come “felicità”, “bello” o “ottimismo” sono generalmente evitati, considerando il dolore e la sofferenza generati. La finzione narrativa stessa è inoltre uno strumento da usare con cautela, in quanto può suscitare dibattiti più o meno aspri: esemplare è il caso di Frantumi: Un’infanzia 1939-1948,  finto romanzo autobiografico di Binjamin Wilkomirski che descrive la sua (presunta) esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz. Lo scrittore fu smascherato nel 1998 dal giornalista Daniel Ganzfried con un articolo pubblicato sul settimanale Die Weltwoche: il giornalista provò che Frantumi era semplicemente un collage di esperienze di vari sopravvissuti sapientemente cuciti insieme da Wilkomirski (pseudonimo di Bruno Dösseker), che quindi non aveva effettivamente vissuto l’esperienza della Shoah. Ganzfried scrive: “Binjamin Wilkomirski  alias Bruno Dösseker kennt Auschwitz und Madjanek nur als Tourist[1]”. Lo scalpore negli ambienti letterari europei fu grande e le discussioni vertevano principalmente su due questioni: essendo l’Olocausto una ferita ancora aperta, come si era osato spacciare per vere delle vicende inventate? E in secondo luogo come ci si è potuto arrogare il diritto di mettere in dubbio testimonianze sulla Shoah? Queste domande si legano chiaramente alla questione della commemorazione delle vittime: tra vent’anni non si avrà più l’occasione di ascoltare le testimonianze dirette di chi in quei campi ha vissuto, non ci saranno più i sopravvissuti, e allora come si potrà rendere giustizia alla loro memoria? Mantenere accesa la fiamma del ricordo è possibile attraverso i media (interviste televisive a chi ha tatuate le sofferenze e i dolori della vita nei lager; conferenze e dibattiti tra vecchia e nuova generazione; promozione di eventi commemorativi; filmati che documentino quanto accadeva in quei luoghi di morte); attraverso la creazione di luoghi della memoria (non distruggendo i lager in cui si è consumata la tragedia, ma ergendoli a monito per l’umanità di non commettere più simili atrocità; costruendo monumenti in ricordo delle vittime come il Mahnmal für die ermordeten Juden Europas a Berlino); ma soprattutto attraverso la scrittura, in quanto raccontare significa ricordare, dare alle storie una dimensione di realtà: se non venissero tramandate, sarebbe come se non fossero mai accadute. Su questo principio si muove l’urgenza di alcuni scrittori di svelare al mondo il dramma della Shoah: Primo Levi ad esempio, incalzato da tale necessità, si dedicò febbrilmente alla stesura di numerosi romanzi concernenti la sua esperienza ad Auschwitz; egli era consapevole che per prevenire il ripetersi di simili genocidi ci si doveva impegnare a ricordare, raccontare e far conoscere la verità al mondo. Come scrive nel romanzo Se questo è un uomo (1947), “il bisogno di raccontare agli ‘altri’, di fare gli ‘altri’ partecipi aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno, in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore”[2]. Ma fino a che punto ci si può spingere? È accettabile scrivere dell’Olocausto sulla base del semplice sentito dire, senza avere avuto esperienza diretta, e venderla come verità? Un riflesso della realtà basta a colmare l’esigenza di sapere e di ricordare? Non sempre, non per tutti.

Per quanto riguarda la questione morale, ogni testo sull’Olocausto suscita profonde diatribe, alcune delle quali già menzionate precedentemente. Di particolare interesse è il dilemma se sia giusto o meno produrre cultura dopo la Shoah, in quanto la ferocia nazista sembrava avere spazzato via ogni fede nell’umanità. Th.W. Adorno sostiene che “nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch, und das frisst auch die Erkenntnis an, die ausspricht, warum es unmoeglich war, heute Gedichte zu schreiben[3]. Secondo il filosofo tedesco Auschwitz è inconfutabilmente la prova del fallimento della cultura: nonostante la Germania fosse la patria della filosofia, delle scienze illuministiche, dell’arte, fu anche culla del nazismo e del conseguente genocidio. Di conseguenza “tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura”[4]. La dichiarazione di Adorno provocò reazioni infuocate: in molti (tra cui Hans Magnus Enzensberger, Nelly Sachs, Paul Celan, Heinrich Böll) hanno messo in risalto quanto sia invece importante la poesia come monito per le nuove generazioni. Una tale asserzione non può che essere confutata: senza le opere dei sopravvissuti non saremmo a conoscenza dei dettagli riguardanti la vita nei campi, le procedure di sterminio e le relazioni che si creavano trai deportati. Impedire la stesura e la creazione di una nuova cultura della memoria, sarebbe stato come voltare le spalle ai milioni di morti ingiustamente, dare un ulteriore schiaffo alla loro dignità, infangarne il ricordo e rendersi complici dei crimini nazisti. Non è possibile relegare una simile tragedia nel passato, bisogna fare i conti con essa ogni giorno, anche nel presente. In altre occasioni Adorno ha trattato questo cruciale argomento della scrittura del dopoguerra, sostenendo che “il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz […] non ci si può neppure immaginare un’arte serena”[5]. Queste parole sono un’integrazione a quanto affermato dal filosofo tedesco precedentemente circa la possibilità della poesia dopo Auschwitz: egli voleva risvegliare le coscienze assopite dei suoi concittadini e invitarli a rielaborare il dramma della Shoah attraverso la scrittura e fondare  nuove e più convincenti forme estetiche. La parola è uno strumento di testimonianza fondamentale, in quanto permette alla memoria di essere tramandata alle nuove generazioni.
In molti hanno intrapreso questo cammino del ricordo, sviluppando il tema dell’Olocausto attraverso vari generi letterari quali romanzo e racconto autobiografico o storico, dramma teatrale e poesia.

In questa giornata dedicata alla memoria, vogliamo proporre un modo diverso per commemorare e ricordare. Una via che, attraverso la parola e la rima, ci racconta il dramma della Shoah attraverso la poesia di chi ha vissuto sulla propria pelle l’orrore della follia nazista.
Nelly Sachs e Paul Celan saranno le nostre guide e i loro testi ci costringeranno a confrontarci con questa pagina nera della storia europea, a riflettere sulle Shoah contemporanee e, infine, ci chiederà di rispondere ad una domanda: può la poesia curare le ferite degli uomini?

*Jo

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[1]Trad: “Binjamin Wilkomirski alias Bruno Dösseker conosce Auschwitz e Madjanek solo come turista.”

[2] cfr. P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1947, pagg. 7-8.

[3]Trad: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è una barbarie, e intacca anche la conoscenza che riguarda il perché oggi è impossibile fare poesia”.

[4] cfr. Th. W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino, 1975, pagg. 330-331.

[5] crf. Th. W. Adorno, Note per la letteratura 1961-1968, trad it. di E. de Angelis, A. Frioli. Einaudi, Torino 1979, p.277.

Brividi tra le righe – I vincitori

La prima edizione di “Brividi tra le righe” si è ufficialmente conclusa. Un’edizione turbolenta che, purtroppo, ha visto anche alcuni scrittori ritirarsi ormai prossimi al traguardo.
Atmosfere cupe, incubi che diventano realtà, leggende e racconti in cui il grottesco e il macabro si mescolano hanno caratterizzato le opere in gara che, a modo loro, si sono tutte distinte per lo stile, l’originalità e la correttezza del testo.
Il primo posto è stato conquistato dal racconto di Sher Jones “L’uomo nero”: la storia dietro allo spauracchio dell’uomo nero, un penny dreadful che non vi consigliamo di leggere prima di andare a dormire.
Al secondo posto “Ti voglio bene” di Carlo Omodeo Zorini: una storia grottesca che sarebbe stata sicuramente apprezzata dagli ideatori dei penny dreadful e dai loro scanzonati lettori.
Al terzo posto troviamo Ida Daneri e “Urla nella notte”: i pensieri e i tormenti di un’anima maledetta e innamorata, disperata e assassina che alla notte e alla terra affida il suo dolore e ciò che resta della sua ultima vittima.
Le storie “Sai che hai degli occhi bellissimi?” e “La casa torre” sono state squalificate per mancata votazione da parte degli autori.
Mentre le storie di Devyani Berardi, “La gondola”, e Annrose Jones, “Il ventaglio”, sono state ritirate su richiesta delle autrici.
Tutti i componimenti restano, tuttavia, a disposizione dei lettori su questo sito e sulla pagina Facebook: Arcadia, lo scaffale sulla Laguna.
Lo staff di Arcadia si congratula con il vincitore e con tutti gli scrittori che hanno partecipato con le loro storie!

*Lo staff

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IL CONTRARIO DI UNO

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IL CONTRARIO DI UNO

Autore: Erri De Luca
Casa Editrice: Feltrinelli Editore
Anno di Pubblicazione: 2003

.:SINOSSI:.
18 racconti e un poemetto in versi. Una partitura a segmenti narrativi per raccontare come “il due è contrario di uno”. “Questa notizia che – dice De Luca – contrasta con l’aritmetica è l’esperienza di questi racconti. Da un cordone di madre ai due nodi in vita di una cordata in montagna si svolge l’avventura di un solitario che si imbatte nella forma del due. È una rivelazione non sacra, e neppure profana.” Una donna entrata in una fredda stanza a portare l’inatteso calore della contemporaneità dei corpi, un padre pittore fedele alla sua pittura, al suo “pollice arlecchino”, una suora in paziente attesa accanto alle membra debilitate del suo assistito, una fanciulla borghese in camicia bianca e gonna blu davanti al ciclostile “della rivoluzione”. Tante emergenze umane, tante forme in cui si dichiara contraddetta la solitudine, la remissività, la morte. Fra la memoria di una generazione che per la prima volta “a diciott’anni non veniva presa per la collottola e sbattuta in guerra contro un’altra gioventù chiamata nemica” e i molti episodi che hanno ribadito la ricerca esistenziale e politica di una felicità condivisa si desta l’immagine-chiave del libro, un uomo e una donna in cordata che escono dalla nube addensata intorno al pilastro di roccia che stanno scalando: “Siamo quasi fuori, anche se non si vede la cima. Siamo due; non il doppio ma il contrario di uno e della sua solitudine sufficiente. La corda s’ammucchia sopra i piedi, lei si avvicina e io le guardo il nodo stretto in vita. Non per controllare se è a posto, ma per affetto verso un’alleanza di corda. ‘Che stai guardando?’ dice la sua voce. ‘Guardavo il tuo nodo.’ Se lo controlla: ‘È a posto, no? Si può sapere che pensi?’ ‘Al numero due,’ rispondo”.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Che dire? Lo stile di questo autore è sempre poetico, lirico ed evocativo. Ci presenta situazioni di vita quotidiana rielaborandola con il suo unico linguaggio che non è mai né troppo né troppo poco. Chi ha vissuto gli anni delle rivolte studentesche e dei lavoratori o chi pratica la scalata in montagna, non potrà non riconoscersi nei due protagonisti che l’autore ci presenta. Tuttavia, nuove gli saranno le descrizioni: l’autore è perfettamente in grado di rendere grandiose anche le cose più semplici come una gonna blu cielo o una nuvola che sulle montagne accompagna un vecchio scalatore.
I due protagonisti sono chiaramente persone che hanno vissuto divisi, sono due persone diverse ma che hanno trovato entrambi trovato la completezza nel numero 2.
Il primo, un ex rivoluzionario del ’68 che ci racconta passo passo tutta la sua vita, l’ha trovata con la febbre malarica in Africa, dove si era recato come missionario per soccorrere e ha ricevuto, invece, l’aiuto di una suora; il secondo, invece, è un appassionato della scalata che trova il contrario di uno nei nodi che accompagnano la scalata sua e della sua giovane amica.
E’ un bel libro, pieno di significato che passa dal quotidiano al particolare da una riga all’altra, tuttavia ho trovato lo stile un po’ complicato in certi punti e la poesia, almeno nella mia testa, si è confusa non permettendomi di capire proprio tutto.
Gli darei un buon 8/10, mi è piaciuto ma non penso che mi metterei volentieri a rileggerlo come invece mi era capitato con “Il Peso della farfalla”, sempre dello stesso autore.

*Volpe

I EDIZIONE DEL CONCORSO “Brividi tra le righe”

Manca un mese ad Halloween e “Arcadia: lo scaffale sulla Laguna”, in collaborazione con Elsa&Rotchen Gems e Elsa&Rotchen Creations, ha indetto per questa stagione spettrale un concorso interamente dedicato ai Penny Dreadful: storie dell’orrore da un penny.

PER PARTECIPARE
– Bisogna essere fan della pagina e delle due pagine affiliate per l’evento.
– I componimenti possono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com.

REGOLAMENTO
– I componimenti sono a tema horror.
– Ogni autore può partecipare con UN SOLO scritto.
– I componimenti in gara devono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com, indicando nell’oggetto “Un brivido tra le righe”.
Testi inviatici con modalità differenti SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
– Volgarità, bestemmie, blasfemia, pornografia, contenuti che incitano l’odio, la violenza, il razzismo, la discriminazione e la pedofilia SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
Qualora un componimento dovesse trattare tematiche delicate, vi invitiamo a segnalare nell’email il rating ROSSO.
– Gli elaborati devono rispettare la seguente formattazione:
CARATTERE: arial
GRANDEZZA: 12
INTERLINEA: 1,5
– I componimenti, formattati come indicato, NON devono superare le 8 cartelle ( pagine).
– Gli autori acconsentono , partecipando al concorso, alla pubblicazione del loro scritto sulla pagina Facebook “Arcadia, lo scaffale sulla Laguna” e sull’omonimo sito web.
– Il termine ultimo, INDEROGABILE, per inviare il proprio elaborato è fissato per DOMENICA 6 NOVEMBRE 2016.

IL VINCITORE
– Ogni scritto verrà pubblicato in pagina e nel sito insieme alla foto ufficiale del concorso.
– I componimenti in gara potranno essere votati SOLAMENTE dai partecipanti, che dovranno esprimere un giudizio sullo stile e l’originalità del testo.
I non partecipanti alla gara potranno ugualmente votare il loro elaborato preferito mettendo un “like”, il racconto che, alla fine della settimana, avrà ottenuto più “like” verrà decorato con il “Premio del pubblico”.
– Il vincitore sarà proclamato DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016.
– Il premio verrà rivelato durante la settimana delle votazioni, le spese di spedizione sono A CARICO DEL VINCITORE (eventualmente ci si può accordare per una consegna a mano).

COMPRARE LIKE O BARATTARLI SU GRUPPI DI SCAMBIO E’ SEVERAMENTE VIETATO.
Lo staff di Arcadia provvederà, durante le votazioni, ad assicurarsi che le condivisioni delle foto siano regolari e, in caso contrario, il componimento in questione SARA’ ELIMINATO e SQUALIFICATO.
La nostra pagina non è una vetrina né un talent scout in cui mettersi in mostra.
Chi partecipa deve aver voglia di mettersi in gara, giocare e divertirsi in compagnia.

Lo staff di “Arcadia, lo scaffale sulla laguna”, resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio ed augura a tutti voi buona fortuna!

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Per chi suona la campana? Il lutto nei romanzi: identikit del personaggio feticcio.

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Nella stesura di una trama capita di trovarsi di fronte a quella che, per uno scrittore, è LA DOMANDA per eccellenza: come, quando e perché uccidere un personaggio?
La morte è un’esperienza traumatica nella vita di una persona, un evento che ci scuote nel profondo e ci costringe a misurarci con la fragilità della vita e con le questioni filosofiche, morali e religiose che, da quando si ha memoria, hanno interrogato l’uomo sul fragile binomio vita/morte.
Ovviamente anche la letteratura si confronta con questa delicata tematica e ogni autore, a modo suo, elabora nelle proprie opere il tema del lutto e della morte togliendo di mezzo in modo più o meno tragico un proprio personaggio, che puntualmente si rivela essere il nostro preferito.
Ma a quali regole si deve attenere uno scrittore per far sì che la morte dei propri personaggi avvenga esattamente al momento appropriato e susciti le giuste emozioni? Ovviamente le scuole di pensiero in questo senso sono tante e alcune anche in contraddizione tra loro.
In questa prima parte ci concentreremo sul personaggio feticcio: lo/a sfortunato/a che viene irrimediabilmente sacrificato sull’altare della letteratura e fa piangere i lettori fino a lasciarli senza lacrime.

Per me la morte di un personaggio deve essere qualcosa che brucia il cuore, non solo un mero step della storia[…]. La morte di una persona nel testo deve trasmettere emozione, far piangere, spaventare.
George R.R. Martin

La morte di un personaggio, maggiore o minore che sia, ha un impatto sull’intera storia e, anche se in minima parte, influenza gli eventi reindirizzandone il corso e tingendo di nuove sfumature la trama e i personaggi rimasti in vita.Un bravo scrittore ha a cuore le emozioni dei suoi personaggi e quelle del lettore perché sa che i sentimenti non sono giocattoli. Malgrado ciò, soprattutto nelle saghe contemporanee si 14408929_301217046908984_541498957_nevidenzia una tendenza a fare stragi di personaggi e per interi capitoli il lettore è costretto a sorbirsi agonie, morti e incidenti fatali che, puntualmente, colpiscono i beniamini, i suoi beniamini, causando la metamorfosi del romanzo da libro a proiettile scagliato contro la parete per la rabbia e la tristezza.

Severus Piton, il sinistro professore di “Harry Potter”, e Rue, la giovane tributo in “Hunger Games” sono solo due dei tanti personaggi immolati sull’altare della letteratura al solo fine di far sciogliere di lacrime i lettori. Queste reazioni sono più che comprensibili e ben note agli scrittori più sadici che, dopo averci presentato un personaggio, averlo sviluppato pienamente facendoci entrare in confidenza con lui come fosse il nostro migliore amico, decidono di eliminarlo dalla storia e ci lasciano con un palmo di naso.
Questa tecnica più che collaudata è usata da scrittori di grande calibro come J.K. Rowling, che soprattutto nell’ultimo capitolo della sua saga ha compiuto una vera e propria carneficina, G.R.R Martin, diventato un serial killer letterario, Suzanne Collins e molti altri apprezzati autori che si avvalgono di questi personaggi feticci per adescare lettori particolarmente sensibili e giocare con la loro emotività.
Un personaggio feticcio è una bomba pronta ad esplodere da un momento all’altro, ma al momento della sua tragica scomparsa la sua scarsa importanza viene smascherata immediatamente da alcuni indizi. Alla sua dipartita, che si presume sia stata tanto straziante per il lettore quanto per i personaggi, la storia non cambia né si riscontrano particolari cambiamenti nei comportamenti dei sopravvissuti. Questo sisma emotivo scuote il lettore, di cui vengono stuzzicatala personalità, ma non ha alcuna conseguenza significativa per la storia.
Davanti a questo lutto, la cui emozione dura giusto il tempo di un capitolo, il lettore si domanda giustamente dove sia il sentimento e l’umanità dei personaggi rimasti in vita che, nel giro di poche pagine, sembrano dimenticarsi completamente del loro compagno d’avventure scomparso o che, cosa ancora più odiosa, ne rispolverano la memoria solo quando vedono minacciati i propri interessi e devono nuovamente convincere i propri alleati a seguirli in qualche assurda impresa.

In questo articolo abbiamo analizzato le caratteristiche del personaggio feticcio, tracciando un identikit utile agli scrittori e ai lettori stanchi di vedere il loro beniamino puntualmente ammazzato.

*Jo

Writing Tips #1: Il discorso diretto

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In questa nuova rubrica, desideriamo spiegarvi, in modo giocoso, come utilizzare alcune importanti e difficili regole della grammatica italiana, soprattutto dal punto di vista editoriale.

Ho deciso di cominciare dal discorso diretto, non tanto perché sia di per sé difficile (chiunque è in grado di usarlo, visto che siamo soliti parlare tra di noi), quanto per le regole della punteggiatura e degli spazi che lo accompagnano. Questi sono infatti la croce (solo croce, niente delizia!) di molti scrittori e dei loro editori che al centesimo inserimento di uno spazio mancato cominciano ad avere tic nervosi e istinti omicidi.

Per cominciare, parliamo dei simboli grafici generalmente utilizzati per la stesura di un dialogo, essi sono tre:
1. Le virgolette basse, quelle difficili da trovare e che inserirò con dei banali maggiore  ripetuto due volte e minore ripetuto due volte, anche se è totalmente scorretto. Un peccato che siano in teoria le più corrette e utilizzate (<<…>>);
2. Le virgolette alte (“…”);
3. I trattini (-…-).

Cominciamo dalle più insidiose, complicate, introvabili ed esageratamente regolate, nonché teoricamente più corrette, virgolette basse o “Caporali” (geniale usare le virgolette alte per scrivere il nome delle virgolette basse, no? Altra struttura grammaticale, però.)
Non è necessario inserire uno spazio tra le virgolette di apertura, la maiuscola e la fine della frase e le virgolette di chiusura.

ES. <<Ciao, come stai?>>

Non è necessario che il punto fermo (“.” questo signorino qui), e solo il punto fermo, sia all’interno delle virgolette, si può trovare anche al di fuori, l’importante è che sia una scelta uniforme per tutto il racconto.
Per quanto riguarda le virgole e i punti  virgola, essi si possono trovare sia all’interno sia all’esterno del discorso diretto, dipende sostanzialmente da dove sono più sintatticamente corretti: se la virgola interrompe il discorso diretto, allora andra all’interno, se invece si tratta di una virgola che interrompe la parte di narrazione che comprende anche il dialogo, andrà fuori.
ES.
Virgola dentro: << Signore, >> disse il sergente, << ci stanno attaccando.>>  (Il discorso diretto completo e corretto è quindi “Signore, ci stanno attaccando”. La virgola serve)
Virgola fuori: << Il caporale >>, disse il sergente << è completamente pazzo.>> (Il discorso diretto completo e corretto è quindi “Il caporale è completamente pazzo”. La virgola non serve)

Quando il discorso diretto è concluso, i caporali vanno sempre chiusi, anche se si va a capo. L’unico caso in cui vanno lasciate aperte, e vanno anche ripetute, è se si tratta dello stesso personaggio che continua a parlarci.

ES.
<<Avremmo dovuto dirci tante cose.
<< Ma non ne abbiamo avuto alcuna possibilità.>>
NON
<< Avremmo dovuto dirci tante cose. >>
<< Ma non ne abbiamo avuto alcuna possibilità.>>

Passiamo velocemente alle virgolette alte, da qui ve lo prometto, è tutto in discesa.
Mi dispiace informarvi che più avanti dovrete scordarvi di metà delle regole imparate per il precedente segno grafico.
Non serve neanche qui lo spazio tra la virgoletta di apertura e la maiuscola e quella di chiusura e il segno di punteggiatura. Naturalmente, è necessario inserire un due punti (:) prima dell’apertura del discorso diretto.

ES: Marco mi guardò e disse: “Ciao, come stai?”

Per quanto riguarda i trattini, le cose cambiano ancora un po’.
per cominciare, qui va inserito uno spazio tra il trattino di apertura e quello di chiusura.

ES.
– Ciao, Come stai? –

Se all’enunciato segue una descrizione, il trattino di chiusura va inserito, altrimenti si può (Anzi, si deve) fare a meno di inserirlo.
ES.
1.
– Ciao, come stai? – Chiese svogliato il giovane che sembrava pià interessato alle proprie scarpe rispetto che alla sua giovane amica.
2.
– Ciao, come stai?
– Bene, grazie!

E con questo abbiamo terminato le regole un po’ ostiche del discorso diretto. Ho deciso appositamente di non trattare il confronto tra discorso diretto e discorso indiretto poiché avrebbe richiesto troppo tempo e, alla fine, non è una lezione di scuola ma delle istruzioni su come in editoria va sistemata la punteggiatura del dialogo.

*Volpe