L’amante veneziano

racconto8
L’AMANTE VENEZIANO
Sono nato a Venezia il venti aprile del 1912 e di nuovo il cinque settembre del 1944, una piccola parentesi di morte ha segnato i miei giorni: un apostrofo di lutto, un battesimo funebre che, come un rito, mi ha consacrato quale nuova creatura immortale.
Mi chiamo Romeo Giovanni Coin e sono il custode di Venezia.
Sono nato Romeo, ma in più di cento anni di vita ho portato molti nomi e altrettante maschere.
Ho conoscenze, negli uffici comunali, che possono redigere per me un certificato di morte mentre con l’altra mano già stampano un nuovo certificato di nascita: quel pezzo di carta che mi regala una nuova esistenza e tiene a bada i curiosi fino a quando non vengono ingoiati dallo quello stesso ingordo sepolcro che mi ha rigettato.
Ma parliamo di lei, la mia amata Venezia.
Questa città è adatta ad una creatura immortale come me: entrambi siamo incastonati nel tempo e nella storia senza alcuna possibilità di sottrarci alle maree che salgono, dai tumulti e dal mare da cui poi usciamo, sempre e comunque, asciutti e sicuramente più puliti.
Esiste al mondo città migliore di questa per trascorrere il proprio esilio su questa terra? Venezia non è cambiata, non cambia e non cambierà.
I nomi delle calli possono essere riscritti, le piazze assegnate a personaggi più illustri di chi li ha preceduti, i monumenti possono essere deteriorati e sostituiti; ma Venezia, questo delfino un po’ gobbo che gioca dirimpetto all’Adriatico, lei non muterà: nei secoli fedele come una sposa.
Adoro perdermi tra i suoi ponti e i vicoli, quando è notte e i turisti sono troppo impegnati a sognare per tediare la mia città e il mio riposo con i loro schiamazzi e la loro ingombrante presenza. Io mi muovo in lei come un amante che ripercorre per l’ennesima volta i tratti che compongono il corpo della sua donna proibita. La osservo, respiro il suo odore di fiori, alghe morenti e acqua che da qualche parte ristagna in attesa di una nuova marea. Se sono di buon umore canto per lei e la corteggio con le poesie che conosco e che ho imparato ad amare nei lunghi pomeriggio trascorsi  a leggere, quando il sangue appena succhiato è ancora troppo caldo ed inebriante per concedermi un riposo tranquillo.
Altre volte, quando non piove e la città si sgombra velocemente dei turisti assetati di sole e primavera, mi rintano nei musei o nelle chiese che sbucano ovunque come fiori di campo: esempi mirabili di gotico e romano.
Passerei la vita, e lo farò, davanti ai dipinti che raffigurano la resurrezione di Cristo, due risorti che si fissano: uno asceso alla gloria eterna, l’altro imprigionato come Prometeo alla piattezza di una vita che sembra mortale ma non lo è.
Ecco un’altra cosa che mi fa amare questa città: è una riserva di caccia eccellente per chi, come il sottoscritto, può vivere solo grazie alle ombre.
Io aspetto che la notte cali sulle cupole del duomo e il portico che abbraccia piazza San Marco, attendo paziente, seduto ai tavolini esterni del Caffè Florian, e mi lascio cullare dalle melodie moderne che solo le corde di un pianoforte riescono a rendere apprezzabili, mentre sorseggio una tazzina di costosissimo caffè. Suppongo sia buono, visto il prezzo, ma la verità è che trovo molto più piacevole sentire il calore della porcellana scottarmi le dita e le mani e farmi, solo per un istante, dimenticare il freddo mantello che sempre mi avvolge.
Aspetto fino a quando uno zingaro ritardatario non mi passa barcollando davanti e, farfugliando parole incomprensibili, non attraversa tutta la piazza prendendo la strada che conduce all’Accademia. Mi alzo e come un amante lo pedino fino a raggiungerlo.
Lo abbraccio da dietro, un gesto intimo che mi permette di poggiare il mio cuore nero e morto contro il suo rosso e palpitante, muovendomi sui passi di una danza che solo io conosco lo porto lontano dalle luci della calle e lì affondo i miei canini mentre lui si abbandona tra le mie braccia come un innamorato tra quelle calde e seducenti dell’amore.
Cosa ne faccio poi del corpo? Ormai vi posso svelare uno dei più macabri misteri della Serenissima che poggia le sue fondamenta su una foresta di alberi di pietra, dune sabbiose e cadaveri.
Un tappeto di cupole, finestre dai lineamenti orientali e chiese sotto cui si nascondono anni di assassini consumati tra i campi e i sottoporteghi.
Esaltato dalla linfa appena succhiata, come un’ape ubriaca di polline, torno verso Piazza San Marco ormai deserta e, senza che nessuno mi veda, spicco un volo fino a trovarmi sulla punta del campanile, ben oltre il limite imposto ai mortali e ai turisti che si arrampicano fin quassù pagando un biglietto e prendendo un ascensore.
Comodamente mi siedo sul braccio alzato dell’angelo che silenzioso sorveglia la laguna e, restando aggrappato alla sua veste dorata, abbraccio Venezia con lo sguardo.
Sperimento, in queste silenziose contemplazioni, ciò che poeti, credenti e scienziati chiamano “infinito”.
Guardando le stelle mi riconosco cadetto della vita ed orfano della morte, persino loro, le stelle, un giorno mi lasceranno e come un fuoco d’artificio brilleranno un’ultima volta per poi perdersi per sempre.
Luce sprecata inghiottita dal nulla che riempie l’universo.
Resto lassù e, d’un tratto, non sono più solo in questa bizzarra veglia di cui nessuno sa.
Io, piccola vita che si consumerà nell’immortalità, loro, sentinelle silenziose che spariranno in un battito di ciglia o poco più.
E il sole comincia a levarsi oltre la linea di terra ed acqua che chiude questo quadrato di isole che chiamano laguna.
Resto ancora, ancora un istante per sentire quelle dita calde toccare la mia pelle come un secolo prima, quando un raggio di sole era una piacevole distrazione e non un errore fatale.
Lo guardo rivestire Venezia di colori nuovi, colori che io non posso più vedere, e prima che la gelosia mi accechi e mi renda pazzo mi precipito giù dal mio trespolo dorato, sparendo tra le calli ancora vestite di ombre e sogni.
Buongiorno Venezia, il tuo amante tornerà di nuovo.

Devyani Berardi

 

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