Contro l’impegno

.: SINOSSI :.

Da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che la letteratura debba promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta. Ma la letteratura è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato: più si tenta di piegarla al proprio volere, e usarla per “veicolare un messaggio”, più lei ci sfugge e porta in superficie ciò che nemmeno l’autore sapeva di sapere. Sostiene il Bene se il Potere lo reprime, ma quando il Potere si nasconde dietro stereo-tipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli. In questo pamphlet militante e preoccupato Walter Siti analizza alcuni autori e testi contemporanei di successo per difendere la letteratura dal rischio di abdicare a ciò che la rende più preziosa: il dubbio, l’ambivalenza, la contraddizione. Non senza il sospetto che l’impegno “positivo” sia soltanto la faccia politicamente in luce di una mutazione profonda e ignota, in cui tecnologia e mercato imporranno alla letteratura nuovi parametri.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse che accompagnano Contro l’impegno di Walter Siti sono tutt’altro che scontate, provocano e spronano il lettore a riflettere sui libri che oggi, con un ritmo degno di una catena di montaggio brevettata e ben oliata, le case editrici pubblicano ad un ritmo incalzante.
In un periodo storico in cui, fin dalle scuole, ci viene insegnato a leggere le etichette dei prodotti per scegliere quelli biologici, prodotti in Europa o cruelty free; Siti analizza quelli che, utilizzando un linguaggio marketing, sono i trend della narrazione: i temi, i protagonisti, le tecniche e gli espedienti che, oggi giorno, un qualsiasi prodotto a scopo narrativo deve avere per accattivarsi il favore del pubblico e sperare di brillare in mezzo a centinaia di altre produzioni simili.
Dai romanzi al cinema, dalle serie tv alla cronaca; Siti analizza la comunicazione mettendo nero su bianco quelle riflessioni che, forse, almeno una volta ogni lettore si è trovato a fare all’ennesima trama scopiazzata da un’opera di maggior successo. La dialettica è buona e le critiche, tutt’altro che edulcorate, sono tanto taglienti quanto intelligenti: senza temere di attirare su di sé antipatie, o di essere abbandonato a metà lettura, Siti depone dal piedistallo mediatico scrittori famosi e acclamati dal pubblico e dalla critica, si scaglia, con una spregiudicatezza a tratti disorientante, contro quelli che sono i tabù del momento e, infine, affonda 3/4 della letteratura moderna facendo nascere nel lettore una domanda più che lecita: cosa leggere per non rimanere incastrati nei meccanismi e negli espedienti denunciati, non sempre a torto, da Siti?

Il voto che mi sento di dare a questo saggio lungo, o saggino come l’auotore stesso lo ha definito, è 7.
Ho trovato alcune riflessioni non solo azzeccate, ma anche illuminanti per riuscire a leggere con maggiore consapevolezza la realtà che ci circonda senza rischiare di rimanere abbagliati da eccessi ingiustificati di sentimantalismo o altri stratagemmi adottati da scrittori, sceneggiatori, giornalisti e divulgatori per accattivarsi il favore del pubblico.
D’altro canto, il testo pecca di alcune contraddizioni come, per citarne una, la questione del lettore implicito che, se nelle prime pagine viene introdotta dall’autore nelle prime pagine per spiegare l’insensata tendenza a cambiare o censurare opere che, scritte anni addietro, descrivono comportamenti razzisti/sessisti/omofobi/etc… perfettamente condivisi dai lettori dell’epoca ma non, si spera, da quelli moderni; viene poi dimenticata nel momento in cui Siti si accanisce contro certi espedienti letterari del tutto dimentico, si spera in buona fede, del pubblico al quale certi romanzi sono rivolti.
Altre rimostranze, per esempio la tendenza degli scrittori a mettersi sempre dalla parte delle vittime (extracomunitari, omosessuali perseguitati, lavoratori in cassa integrazione, etc…), mi sono parse un po’ boriose e tese solamente a ribadire, ancora una volta, la posizione anticonformista dell’autore. Certo: che alcune tematiche, come appunto il razzismo o l’omosessualità, siano trattate il più delle volte con una leggerezza disarmante o farcite (cosa ancor più grave) di stereotipi, o casi limite, giusto per aggiungere pathos a situazioni già critiche è un dato di fatto e, in vero, le osservazioni di Siti su questo punto non sono poi così sbagliate. Siti denuncia una letteratura che, scevra di qual si voglia forma di verismo, si concentra sul sensazionalismo facendo iniezioni di scene emotivamente forti quando trama e psicologia dei personaggi iniziano a cedere. Se su questo punto sono più che concorde con l’autore, la sua filippica contro “gli scrittori degli ultimi” mi sembra un po’ sterile e, forse, poco ragionata in relazione al contesto storico in cui ci troviamo. Se oggi, infatti, gli scrittori (come i registi e gli sceneggiatori) possono scegliere da che parte schierarsi e raccontare la storia di una vittima della mafia, piuttosto che le vicende di un trafficante di uomini; questa libertà era impensabile, ed è tutt’ora un miraggio in certi paesi, sotto regimi che promuovevano idee tutt’altro che pacifiche e che, per assicurarsi che nessuno potesse mai conoscere il proverbiale “altro lato del fosso” avevano istituiti ministeri appositi che applicassero la censura e si assicurassero che ogni testo, film, articolo, etc…; non propagandasse idee sovversive contrarie a quelle del partito.
Nel bene o nel male, la letteratura prodotta e distribuita negli ultimi 30 anni (o comunque dalla fine della Guerra Fredda e delle tensioni che da essa derivavano) ha potuto godere di sempre maggiori libertà e ha visto ingrandirsi sempre di più la rosa di argomenti di cui si poteva scrivere proponendo punti di vista nuovi e alternativi.
Nonostante queste riflessioni, il testo resta ugualmente valido pur non essendo alla portata di tutti. L’utilizzo di un linguaggio ricco di arcaismi (anche quando non strettamente necessari) e il continuo riferimento a testi più o meno recenti o, addirittura, passati in cavalleria in sordina e velocemente scomparsi dagli scaffali e dai cataloghi delle librerie non facilita la lettura del saggio che, alla lunga, risulta un po’ spocchioso e porta, inevitabilmente, il lettore a chiedersi se davvero, nelle sue opere, l’autore non abbia mai ricorso ad uno degli espedienti da lui criticati in queste pagine.

*Jo

La città di vapore

.: SINOSSI :.

L’ultima opera dell’autore de L’ombra del vento, l’omaggio letterario con cui Carlos Ruiz Zafón ha voluto congedarsi per sempre dai suoi lettori.

«Posso evocare i volti dei bambini del quartiere della Ribera con cui a volte giocavo o facevo a botte per strada, ma non ce n’è nessuno che desideri riscattare dal paese dell’indifferenza. Nessuno tranne quello di Blanca.» Si apre così la raccolta di racconti che lo scrittore dell’indimenticabile saga del Cimitero dei libri dimenticati ha voluto la-sciare ai suoi lettori. Un ragazzino decide di diventare scrittore quando scopre che i suoi racconti richiamano l’attenzione della ricca bambina che gli ha rubato il cuore. Un architetto fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile. Un uomo misterioso vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito. E Gaudí, navigando verso un misterioso appuntamento a New York, si diletta con luce e vapore, la materia di cui dovrebbero essere fatte le città. La città di vapore è una vera e propria estensione dell’universo narrativo della saga di Zafón amata in tutto il mondo: pagine che raccontano la costruzione della mitica biblioteca, che svelano aspetti sconosciuti di alcuni dei suoi celebri personaggi e che rievocano da vicino i paesaggi e le atmosfere così care ai lettori. Scrittori maledetti, architetti visionari, edifici fantasmagorici e una Barcellona avvolta nel mistero popolano queste pagine con una plasticità descrittiva irresistibile e la consueta maestria nei dialoghi. Per la prima volta pubblicati in Italia, i racconti della Città di vapore ci conducono in un luogo in cui, come per magia, riascoltiamo per l’ultima volta la voce inconfondibile dello scrittore che ci ha fatto sognare come nessun altro.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ultima opera dell’acclamato scrittore spagnolo, La città di Vapore ha realmente il sapore di un’opera di congedo e, per questo, la lettura risulta amara.
Lo stile è quello poetico a cui Zafón ci ha abituato fin dal principio caratterizzato da un fraseggio non particolarmente lungo e da una scelta lessicale alle volte estremamente fisica ed incisiva che, nonostante la traduzione in italiano, non perde la sua forza e, anzi, sembra uscirne rinvigorita.
Anche le ambientazioni e i personaggi hanno un non so che di già letto, ma trattandosi di una raccolta di opere inedite, o pubblicate solo su riviste, questa familiarità non è considerabile un difetto e, anzi, permette ai lettori di accomiatarsi come si deve dai personaggi conosciuti negli altri romanzi o, per chi si avvicina per la prima volta a Zafón, al contrario cominciare a prendere confidenza con un mondo popolato di puttane, spie ed assassini, librai ed architetti, inquisitori e figure che sembrano essere sgattaiolate fuori dalle pagine dell’Apocalisse di San Giovanni.

Reduce dalla delusione che mi avevano procurato Il principe della nebbia e Le luci di settembre (che avevo iniziato senza terminarlo), ho atteso un po’ prima di confrontarmi con l’ultima opera di quello che, al momento, è il mio autore preferito. Il tempismo con cui La città di vapore venne pubblicato, a pochi mesi dalla dipartita dello scrittore, mi aveva infatti reso diffidente nei confronti di quella che, a mio (pre)giudizio, era solo l’ultima trovata editoriale per cercare di sfruttare anche le ultime lacrime di inchiostro dell’autore regalando al suo nutrito pubblico un’opera a cavallo tra un “adios” e un testamento.
Come spesso accade in questi casi, avevo altissime aspettative su quest’opera e, leggendola, devo dire che sono state pienamente soddisfatte.
Il voto è un 10-/10: trattandosi di una raccolta, oltretutto pubblicata postuma, il materiale sembra più grezzo rispetto alle altre pagine scritte da Zafón. La caratterizzazione dei personaggi è praticamente assente e anche le descrizioni risultano più frettolose rispetto a quelle presenti in altri scritti ma, di nuovo, trattandosi di racconti brevi questi non sono dei veri e propri difetti e, alla fine, l’opera scorre piacevolemente costringendo il lettore ad un vero e proprio esercizio di autocontrollo per non rischiare di divorare troppo velocemente quella che, ahimé, è l’ultima opera dello scrittore spagnolo.
Forse, un maggior lavoro di editing, sarebbe riuscita a portare questo pugno di pagine allo stesso livello delle altre opere di Zafón, ma la scelta degli editori di non intervenire più del dovuto sul testo è comprensibile, e a suo modo accettabile, considerato il poco lasso di tempo intercorso tra la scomparsa dell’autore e la pubblicazione di quello che può essere considerato il suo canto del cigno.

*Jo

“D’Ark – Il Gioco dell’alfiere”, conversazione con Cristina Silvestri e Mirela Minkova Georgieva

Sono ormai quasi due anni che D’Ark – il gioco dell’alfiere ha trovato posto tra i romanzi della piccola editoria italiana.
La casa editrice Planet Book ha scelto di portare al pubblico un romanzo scritto a quattro mani i cui temi principali sono la giustizia, la corruzione e, naturalmente, la speranza.
Scoprire chicche dell’editoria è compito di noi blogger e come resistere a un romanzo che affianca alla fantasia temi terribilmente attuali?

Per questo motivo, Volpe ha scelto di intervistare Cristina Silvestri e Mirela Minkova Georgieva, autrici di D’Ark – Il gioco dell’alfiere, che hanno gentilemente risposto alle nostre domande.

1. Per prima cosa, vorrei ringraziarvi per il tempo che avete deciso di dedicarci con questa intervista. Mi chiedevo, innanzitutto, se questa fosse la vostra prima esperienza come scrittrici o se potete vantare nel vostro curriculum altri titoli.
CristinaVorremmo essere noi a ringraziarvi per questa opportunità. Rispondo alla prima domanda dicendovi che questo è il primo titolo, in realtà, che posso vantare nel mio curriculum. Ho sempre scritto in maniera sporadica, più per me che per il pubblico, ma avevo sempre tante idee che mi frullavano nella testa e così ho approfittato della nuova amicizia con Mirela per produrre qualcosa di vero e
tangibile.
MirelaGrazie a voi per l’interesse mostrato. Per me è stato il primo libro, ma non la prima esperienza con la scrittura. Prima di incontrare Cristina, scrivevo storie brevi e qualche poesia, anche se non ho mai provato a pubblicare nulla.

2. Qual è il vostro rapporto con la scrittura? E’ sempre stata con voi, come passione e ora come lavoro, oppure è nata con il tempo?
Cristina – La scrittura è sempre stata più una passione che un vero e proprio lavoro, anche quando è diventata tale. È nata piano piano, intrufolandosi tra le pagine di un tema scolastico per poi venir coltivata con ulteriore passione, e oggi posso dire che finchè scrivo le cose sembrano essere al loro posto.
Mirela – Io ho sempre amato leggere, e con il tempo, più leggevo, più volevo scrivere qualcosa di mio. Poi ho cominciato a scrivere sporadicamente, per passione ma anche per aiutarmi a superare alcuni periodi bui, con un discreto successo tra l’altro.

3. Come per ogni buono scrittore, immagino che la lettura sia stata una tappa
fondamentale anche per voi: quali sono i libri che avete letto più volentieri? Vi va di dirci qualche titolo?

Cristina – Assolutamente. La lettura credo sia il porto madre, se così vogliamo dire, dove tutti gli scrittori prima o poi approdano, volenti o nolenti. Quando ero più piccola ho cominciato con tantissimi fumetti e favole, per poi appassionarmi volentieri ai libri per i “bimbi più grandi” leggendo titoli del tipo Le Cronache di Narnia e Harry Potter. Poi la mia passione si è sviluppata grazie a Walden di Thoreau, L’ombra del vento di Zafon, Espiazione di McEwan, Pomodori verdi fritti di Flagg, Nelle Terre Estreme di Krakauer, I pilastri della terra di Follett, Dorian Gray di Wilde, Grandi Speranze di Dickens, Il conte di Montecristo di Dumas, Il Principe di Machiavelli, L’isola del tesoro di Stevenson, Peter Pan e tantissimi altri titoli.
Mirela – Io ho cominciato a leggere molto presto e i libri mi hanno sempre accompagnata, a volte per ore e ore. Mi piacciono diversi tipi di letteratura. Adoro le classiche favole, quelle di Hans Christian Andersen e dei fratelli Grimm. Harry Potter è stata la serie di libri che ho letto talmente tante volte che so quasi a memoria adesso. Il fantasma dell’opera è uno dei miei libri preferiti alla pari di Dracula di Bram Stoker. Mi piacciono molto anche storie distopiche come il grande classico 1984 di Orwell ma anche titoli più recenti come The hunger games. In realtá la lista potrebbe andare avanti per pagine e pagine perciò mi fermo qui per adesso.

Mirela Minkova Georgieva

4. Essendo un romanzo scritto a quattro mani, come vi siete organizzate per la stesura del racconto?
Cristina&Mirela – Ci siamo organizzate scrivendo e decidendo prima in maniera generale la trama e poi ci siamo divise i capitoli. Di solito ci sentiamo su Skype perché non viviamo mai nello stesso posto. All’inizio è stato più confusionario perché nessuna delle due aveva mai effettivamente scritto un libro quindi non sapevamo da dove iniziare, avevamo solo in mente “cosa” scrivere ma non il “come” e quindi abbiamo faticato un po’ prima di trovare il ritmo, ma poi ci siamo riuscite.

4. Ora che abbiamo parlato di voi in quanto autrici, mi piacerebbe dedicarmi soprattutto al romanzo: qual è stata la vostra fonte di ispirazione?
Cristina – La realtà nelle sue infinite sfaccettature e un pizzico di fantasia fumettistica. Questa storia nasce non solo dalle esperienze personali, ma da tutto quello che ci circonda, il lato buono e cattivo della vita, ciò che amiamo, ciò che odiamo, ciò che riteniamo giusto far conoscere alle persone e sul quale speriamo possano riflettere. Il nostro non è soltanto un romanzo di intrattenimento, abbiamo trattato temi anche abbastanza profondi, e vorremmo che i lettori siano i primi a rendersi conto di quanto la realtà che ci circonda sia piena di contraddizioni e meraviglie allo stesso tempo.
Mirela – In primis era il mondo fumettistico ma con l’evoluzione della storia, i temi e gli ideali personali sono diventati un fattore cruciale nella nostra storia. Il nostro intento non è solo creare una storia coinvolgente ma far si che il lettore si soffermi a pensare alla realtà che ci circonda e a cosa possiamo fare nel nostro piccolo per essere degli ‘’eroi quotidiani’’ Non serve un mantello o una maschera, serve solo coraggio e persistenza. In tutto ciò, come ha detto Cristina, il mondo è comunque pieno di meraviglie, perciò parte dell’essere degli eroi è non soccombere ai pensieri negativi e al pessimismo.

5. Leggendo la sinossi e poi l’incipit, si intuisce che il romanzo è ambientato a Rocha. Ho fatto qualche, ricerca per cercare di capire se questa città fosse frutto della vostra immaginazione, e ho trovato che esiste una Rocha in Uruguaia. Si parla proprio di questa città? Se sì, come mai avete scelto questa ambientazione? Se no, cosa vi ha spinto a inventare questa cittadina?
Cristina – Si impara sempre qualcosa di nuovo. No, non eravamo assolutamente a conoscenza di questa cittadina, e dopo aver letto questa domanda ed essere andata alla ricerca del posto, devo dire che mi è venuta voglia di farmi un viaggetto. In realtà l’abbiamo totalmente inventata, avevamo in mente di crearne una che ricordasse un po’ qualche metropoli, anche Italiana, non troppo lontana dalla verità e neanche troppo vicina. Alcuni l’hanno persino paragonata alla Gotham di Batman, che non è esattamente come l’abbiamo vista noi, ma alla fine è il lettore a volare con la fantasia.
Mirela – Ecco, questo si che è interessante. Non avevamo idea che esistesse una città con questo nome nella realtà. Il nostro intento era creare un’ambientazione che rappresentasse ogni città nel mondo, quasi una metafora. Il nome Rocha è nato un po’ per l’assonanza con Roma (dopotutto era in Italia che abbiamo ideato la storia) e un po’ per l’assonanza con roccaforte. Ammetto, non era nostra intenzione che ricordasse alcune cittá del mondo fumettistico, ma credo che, in un certo senso, fosse inevitabile.

Cristina Silvestri

6. Il romanzo è chiaramente un noir, un thriller, e dalle vostre biografie posso intuire come mai abbiate scelto proprio genere: entrambe siete laureate in Scienze per l’Investigazione e la Sicurezza. Quanto vi sono state utili le vostre conoscenze per scrivere questo romanzo?
Cristina – Direi abbastanza. Ovviamente molto di ciò che c’è scritto è pura e assoluta fantasia, e molti che fanno questo mestiere o conoscono un po’ questo mondo se ne sono accorti, però volevamo comunque che fosse almeno lontanamente credibile, quindi abbiamo fatto alcune ricerche, scritto modus operandi che vengono descritti in alcuni manuali, e abbiamo attinto un po’ anche dalle nostre conoscenze universitarie. Possiamo dire che è un ottimo mix tra fantasia e realtá.
Mirela – Concordo con Cristina, volevamo che fosse verosimile per quanto possibile, considerando il genere letterario che abbiamo scelto e la storia in sé. Abbiamo fatto diverse ricerche, abbiamo discusso dove piazzare il confine tra fantasia e realtá, ed eccoci qui.

7. Parliamo ora dei personaggi: chi, tra i vostri personaggi, è quello che preferite e
perché.

Cristina – Questa è davvero un’ottima domanda, soprattutto considerano che ci sono diversi personaggi in ballo in questo romanzo. Amo la magior parte dei nostri personaggi ma personalmente devo dire che uno dei miei personaggi preferiti è Alex, ancora non del tutto approfondito, perciò posso dare poco spazio alla spiegazione (altrimenti rischierei di fare qualche spoiler), diciamo che in fin dei conti è un uomo buono, disposto a fare ciò che è giusto e a battersi quando è necessario.
Mirela – È davvero difficile non affezionarsi ai personaggi, soprattutto dopo aver speso ore a parlare del loro carattere e dello sviluppo che possono avere nella storia. Credo però che il mio preferito sia Michele, con i suoi pregi e i suoi difetti, perché sotto alcuni punti di vista io e lui ci somigliamo un bel po’, anche se quando abbiamo creato il personaggio, non era nostra intenzione che la sua storyline seguisse il percorso che poi ha seguito.

8. Un’ultima domanda prima dei saluti finali: so che avete iniziato la vostra avventura editoriale con il self publishing per poi passare a tutti gli effetti a una casa editrice. Potete raccontarmi brevemente entrambe le esperienze? Come vi siete trovate con il self publishing e poi come è cambiata la vostra esperienza con una casa editrice alle spalle?
Cristina – Si abbiamo cominciato pubblicando con StreetLib, cercavamo un modo sicuro e veloce per pubblicare il nostro libro per la prima volta. Non avevamo mai fatto niente del genere, e nel frattempo cercavamo qualche piccola casa editrice disposta a pubblicarci. Poi dopo aver mandato per un paio di anni il nostro romanzo in giro, senza ricevere risposta, ricevendo risposte negative, oppure dopo proposte non esattamente favorevoli, se così vogliamo dire, una ci ha risposto in maniera positiva, dicendosi interessata e che voleva pubblicare il nostro romanzo. Abbiamo fatto un paio di conti, letto le varie recensioni, e ci siamo buttate in questa avventura. Dobbiamo dire che fino adesso ci siamo trovate bene con entrambe le esperienze. Non è durata tantissimo la collaborazione con il selfpublish, non perché non ci piacesse, ma perché volevamo di più, semplicemente, e la Planet Book ci ha permesso di fare questo passo.
Mirela – Credo che entrambe le esperienze siano state positive, almeno per noi. Il self publishing ci ha permesso di cominciare da qualche parte, di far in modo che i lettori cominciassero a notarci. Era un primo passo che ci ha dato la confidenza nel cominciare a cercare una casa editrice. Ci è voluto del tempo, ma alla fine la Planet Book ci ha fatto un’offerta che apprezziamo davvero e da allora ci siamo trovate bene con la casa editrice.

9. Penso che la nostra intervista possa considerarsi conclusa, ancora una volta grazie per il vostro tempo! Fate un saluto finale ai nostri lettori!
Cristina – Ancora grazie a voi, un saluto a tutti coloro che hanno letto il nostro romanzo, che ancora devono leggerlo e chi ci segue con passione!
Mirela – Grazie a voi per questa opportunità e grazie alle persone ed ai lettori che ci hanno sostenuto e continuano a sostenerci! Grazie!

Per ringraziare le autrici del tempo dedicatoci e per incuriosire un po’ voi lettori, lascio di seguito il retrocopertina del romanzo e un piccolo assaggio dell’incipit!
Tra qualche giorno, pubblicherò anche la mia recensione approfondita!
Buona lettura!

Trama: Noir metropolitano ambientato a Rocha, una città afflitta dalla piaga del crimine e dalla corruzione, che ricorda la Gotham City di Batman. E anche a Rocha, come nella celeberrima città fumettistica, il male assume il volto di un uomo, Guignol, capolavoro di malvagità e killer seriale, cui si oppone il paladino del bene e della giustizia, D’Ark, figura avvolta dalla bruma del sogno. In questo contesto si muovono gli altri due personaggi chiave del romanzo: Giorgia Mestri, profiler, e suo fratello Michele, giornalista.

Incipit: Combattere e vivere nel modo più onesto possibile è solo utopia: una semplice frase ripetuta più e più volte nei libri e nei saggi, e spesso urlata da uomini disperati. È considerata un’impresa difficile per individui comuni, immaginiamoci per un abitante di Rocha, ma da un diamante grezzo si può comunque ricavarne un bellissimo gioiello. Nessuno presterebbe attenzione a un semplice ciottolo se non sapesse comprenderne le potenzialità. In pochi nella città di Rocha avevano avuto la fortuna di cogliere l’opportunità di potersi rifugiare in un mondo onesto e pieno di speranza e saperne apprezzare le sottili sfaccettature.
Rocha non era mai stata una città libera e incorruttibile ma riusciva sempre, in qualche modo, a sollevarsi più in alto possibile, pur di dimostrare che non tutti coloro che regnavano in quella terra dimenticata, sfregiavano e massacravano tutto ciò che c’era di buono, ma godevano di quel privilegio che era stato concesso loro per proteggerla e per curarne le ferite in caso di guerra. Pur essendo dilaniata dal caos ciclico, si erano eretti anche uomini buoni, donne coraggiose e bambini affamati di giustizia, e Giò era una di questi.

*Volpe