La primula rossa

.: SINOSSI :.

1792, Parigi è sconvolta dal regime del Terrore imposto dai giacobini. La ghigliottina reclama ogni giorno il suo pegno di sangue, decine di teste aristocratiche. L’ultima speranza per la nobiltà francese sta nel misterioso eroe che organizza la spericolata evasione e il successivo espatrio dei condannati a morte armato solo della propria inventiva e utilizzando i più impensabili travestimenti: la Primula rossa, così chiamata perché ogni volta la sua prossima impresa è annunciata da un biglietto di sfida firmato con uno scarlatto simbolo floreale… La Primula rossa è uno dei più fortunati romanzi di tutti i tempi. L’autrice, Emma Orczy, ha saputo trasporre genialmente le convenzioni del feuilleton e del romanzo di cappa e spada nella sensibilità del Ventesimo secolo, l’era della velocità, dell’elettricità e del cinematografo, creando una storia incalzante che non tralascia alcuna delle convenzioni del romanzo popolare del secolo precedente proponendole però con i ritmi del nascente cinematografo, e inventando il primo supereroe mascherato della storia, archetipo di un colossale filone dell’immaginario moderno (senza dimenticare la vera protagonista, Marguerite, uno dei primi esempi nella letteratura popolare di donna non sottomessa, libera e ardita). Non a caso da La Primula rossa sono germinate innumerevoli trasposizioni per il grande e piccolo schermo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.
Se avete amato I tre moschettieri e i romanzi cappa e spada sono la vostra passione, La Primula rossa non vi deluderà.
Rifacendosi ai romanzi d’avventura, Orczy tesse la trama di una storia avvincente che non annoia mai il lettore.
La descrizione del Terrore francese, gli intrighi e le trappole da cui la Primula Rossa deve guardarsi tengono con il fiato sospeso e le pagine scorrono velocemente grazie ad un ritmo ben cadenzato che avvince senza mandare eccessivamente in titillazione.

Era da tempo che questo romanzo attirava la mia attenzione e, finalmente, sono riuscita a dedicarmici con la giusta disposizione d’animo. Descrizioni poetiche, personaggi ben tratteggiati e una storia ricca di colpi di scena mi hanno rapita verso un mondo fatto di balli, audaci contrabbandieri e spie senza scrupoli da cui mi sono separata a malincuore. Nonostante sia un romanzo di inizio ‘900 il linguaggio non abbonda di arcaismi e la lettura risulta gradevole e scorrevole. Stilisticamente il libro mi è piaciuto e merita 9-/10. Il mio giudizio sarebbe stato ottimo se, in dirittura d’arrivo, l’autrice non avesse fatto due scivoloni che mi hanno lasciato un po’ perplessa. Dopo aver decantato per oltre trecento pagine le abilità della Primula rossa, la soluzione scelta da Orczy per arrivare alla resa dei conti con l’acerrimo nemico del protagonista mi è sembrata un po’ campata per aria per non dire improvvisata: quasi che, trovandosi ormai prossima alla conclusione, l’autrice abbia tirato via le ultime pagine certa, ormai, di aver guadagnato l’attenzione e il favore del lettore. L’altra cosa che ha un po’ rovinato la lettura, rischiando di trascinare la storia da romanzo cappa e spada a romanzetto rosa di bassa lega, è stato il tormento che da metà libro affligge la coprotagonista (una donna dimostratasi per metà del romanzo tutt’altro che svenevole e, anzi, alquanto intraprendente considerato il periodo in cui il romanzo viene scritto e l’ambientazione dello stesso): in seguito ad una serie di intrighi, la giovane si trova davanti un dubbio amletico e, letteralmente per almeno due paragrafi per ogni capitolo che separa il lettore dalla conclusione, il travaglio morale e psicologico della madame viene ripetuto ancora, ed ancora fino a dare noia.

*Jo

I Viceré

.: SINOSSI :.

I Viceré è il romanzo più celebre di Federico De Roberto, ambientato sullo sfondo delle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Memore della brutta esperienza di lettura maturata durante il liceo con I Malavoglia, mi sono accostata a I Viceré con la cautela con cui si approccia una materia nuova ed affascinante ma non del tutto innocua.
Superata la difficoltà iniziale per un italiano sì comprensibile ma ricco di arcaismi che suonano strani se non addirittura buffi ad orecchie e occhi poco avvezzi, il libro mi ha assorbita trascinandomi senza chiedere il permesso di un mondo lontano animato da situazioni e personaggi che colpiscono per la loro modernità o, semplicemente, per quella capacità (che è rivelatrice del vero talento dell’autore) di riempire le pagine non di comparse, ma di archetipi e situazioni che risultano familiari tanto ai lettori dell’epoca quanto a quelli contemporanei.

Chi sono, dunque, questi Viceré? I Viceré siamo noi: mia madre, il mio migliore amico e la mia collega, l’anima gentile che legge queste righe, sono io ed è qualsiasi uomo.
Questa famiglia, gretta e a tratti meschina, sempre in vena di zuffe e baruffe e che sembra campare di liti e dispetti tra parenti non è tanto diversa da molte altre famiglie che, magari per questioni meno prestigiose, trovano sempre un pretesto per creare scompiglio o una ragione per impicciarsi degli affari altrui.
I Viceré siamo noi che, al cambiare di un’epoca, cambiamo casacca ed opinioni salvo poi manifestare, in privato, la fedeltà più cieca a idee considerate dai più superate se non addirittura spregevoli.
I Viceré è una versione, romanzata ed “umana”, de L’origine delle specie di Darwin. Se l’opera darwiniana descrive, in sunto, come nel corso dei secoli la capacità di evolversi e mutare abbia garantito la sopravvivenza di determinate specie a scapito di altre, I Viceré racconta le acrobazie compiute da una famiglia per riuscire, nel corso dei secoli a mantenere invariato il proprio prestigio.

In poco più di 600 pagine, De Roberto trascina il lettore in un carosello di nomi e situazioni in cui, in un primo momento, è quasi impossibile orientarsi (io sono riuscita a comprendere il complicato ricamo di nomi, titoli, epiteti e soprannomi grazie a questo albero genealogico trovato su Wikipedia). Dalla prima all’ultima pagina il testo assomiglia, più che a un romanzo in senso stretto, ad un lungo monologo: una carrellata di istantanee che raccontano le vicende dei diversi personaggi riuscendo, nonostante la moltitudine di vicende e la complessità dell’intreccio, a dare ad ognuno di essi il proprio spazio sicché, quand’anche alcuni sembrino sparire per qualche capitolo, al loro ritorno il lettore non ha dimenticato i loro trascorsi.
Fedele a questa forma da “monologo lungo”, De Roberto non si perde in lunghe descrizioni, a meno che non siano necessarie, e lascia al lettore la libertà di immaginare lo sfarzo dei palazzi e delle stanze in cui si muovono i membri della famiglia Uzeda e il loro famigli.
I personaggi, invece, si possono dividere in due gruppi: coloro che mutano al mutare dei tempi e coloro che, al contrario, restano aggrappati alle loro convinzioni incapaci, o risoluti, a non lasciarsi abbindolare da nuove ed incerte prospettive.
La caratterizzazione dei singoli personaggi prescinde dunque da questa divisione: Consalvo, protagonista dell’ultima parte del romanzo, come lo zio Gaspare, protagonista della seconda parte, sono personaggi camaleontici che riescono a sfruttare i loro privilegi per riuscire ad accattivarsi il favore delle folle al fine di raggiungere il più velocemente possibile i propri obiettivi.
Il tratto distintivo degli altri personaggi è, al contrario, un’ostinazione quasi ammirevole che, tuttavia, il più delle volte sfocia in piccole manie che sembrano suggerire al lettore quanto insano e, alla lunga controproducente, sia l’attaccamento eccessivo a determinate opinioni, valori, etc… .
Una menzione va fatta per Teresina (sorella minore di Consalvo): questo personaggio viene introdotto fin dai primi capitoli e descritto come un’anima docile che sembra vivere e muoversi in punta di piedi per non dare fastidio al prossimo. Questo personaggio, mi ha molto colpito per la sua caratterizzazione che sfiora la non-caratterizzazione. Teresina non ha volontà propria e, le rare volte in cui sembra voler esprimere un proprio desiderio, tace ed accetta con uno stoicismo (quasi invidiabile) le conseguenze delle sue non scelte e delle decisioni che altri prendono sulla sua vita.
In un momento in cui la letteratura propone, come personaggi femminili forti donne, amazzoni pronte ad impugnare le armi e a costruire barricate per proteggere i propri diritti e i propri sogni; De Roberto presenta un personaggio femminile talmente “debole”, quasi insignificante, da risaltare tra gli altri per la propria capacità di conservare, anche in situazioni tutt’altro che facili come il matrimonio combinato e la rinuncia al proprio vero amore, una dignità ed una fermezza che iscrivono a pieni voti Teresina nella lista dei personaggi femminili forti.
Si badi bene che questa iscrizione non vuole essere una critica ad altri personaggi della letteratura (contemporanea e non) né vuole esprimere un giudizio su quelle donne che si battono con le unghie e con i denti per veder riconosciuti i propri diritti. Tuttavia, considerato il periodo storico in cui il libro è stato scritto e presi in considerazione l’atmosfera che permea il romanzo e la caratterizzazione degli altri personaggi femminili (per lo più descritte come arpie disposte a tutto pur di mettere le mani su più potere, più denaro e più prestigio), è stato per me impossibile non soffermarmi un attimo di più a riflettere su questo personaggio.

Il mio voto è 10+/10. Ho amato, letteralmente, tutto di questo romanzo la cui lettura mi ha rapito come non succedeva da tempo al punto che le 600 pagine mi sono sembrate molte di meno e sono scivolate tra le mie dita fin troppo velocemente.
Sicuramente, rispetto ad altri classici, I Viceré può incutere un certo timore e per la lingua e per la lunghezza: il mio consiglio, per chi si volesse cimentare con questa lettura, è di porsi degli obbiettivi giornalieri di lettura in modo che, dividendo il romanzo in tappe (30, 50 o 100 pagine al giorno p.e.), il numero complessivo delle pagine sembri meno spaventoso e si possa comunque fare l’abitudine ad un italiano arcaico senza rischiare di sedersi a tavola con i propri familiari dando del “voi” e dell'”eccellenza” ai propri genitori.

*Jo

P.S. Da ultimo, ma non meno importante, questa lettura mi ha ulteriormente convinta sulla necessità nelle scuole di tarare le letture proposte sulle effettive capacità degli studenti. Sono stati molti i libri che, costretta a leggere durante gli anni delle medie e del liceo, mi hanno portato a rigettare determinati generi ed autori (I Malavoglia sopracitati sono solo un esempio). Fermo restando l’importanza che autori come Verga, Svevo e Pirandello (per citarne alcuni italiani) hanno per nella storia della letteratura italiana, sono sempre più convinta che l’approccio ai loro testi debba essere fatto con una cautela ed una pazienza che spesso manca rispolverando, perché no, quell’esercizio ormai abbandonato (soprattutto alle superiori) della lettura in classe.