Musica di libertà: le canzoni della resistenza italiana

Amata dai più, copiata da cantanti e musicisti di tutto il mondo, resa celebre da voci indimenticabili o tramandata di generazione in generazione la canzone italiana è, senz’ombra di dubbio, una delle maggiori ambasciatrici della nostra cultura nel mondo.
Chiunque, italiano o meno, ha sentito e canticchiato almeno una volta la melodia di canzoni come Volare o Azzurro, ma il nostro repertorio melodico è solo l’ultimo di una lunga e complessa tradizione musicale che, attraverso i secoli e le vicissitudini, ha raccontato con poesia gli eventi che hanno lasciato un segno nella storia italiana e mondiale.
Quando guerre e pericoli dividevano le regioni e la paura era troppa per chiamare con il loro nome i mostri e i pericoli che stavano in agguato oltre all’uscio di casa, la musica ha saputo dare voce a chi non poteva parlare né cantare e, a volte in dialetto a volte usando argute metafore, ha cantato la voglia di libertà e di unità di un popolo.
I testi della resistenza partigiana compongono uno dei repertori più importanti, drammatici e allo stesso tempo suggestivi della storia della canzone italiana.
La morte, il dolore, la paura, la dittatura e il sangue si intrecciano con la vita, la speranza, l’amore, la libertà e la fratellanza dando vita a brani in cui il dramma alimenta il desiderio di un mondo franco dove la giustizia sia reale e dove non vi sia posto per la violenza e la legge del più forte.
Dai monti e dalle pianure occupate dalle truppe nazifasciste e silenziosamente battute dalle brigate partigiane, cominciarono a levarsi canti che oggi sono conosciuti tanto in Italia quanto all’estero e che tutt’ora vengono intonati ogni qual volta si avverte un pericolo o si teme per la propria libertà.

Bella Ciao!
Bella Ciao! è sicuramente il testo della resistenza più famoso e la sua melodia è tanto amata in Italia quanto all’estero. Ha commosso il video girato in un quartiere di Bamberg in cui un gruppo di cittadini intona e canta, in un italiano un po’ maldestro ma comunque evocativo, questo canto.
Composta quando il conflitto volgeva ormai al termine, Bella ciao! è indebitamente ritenuta l’inno della resistenza nonostante storici e testimoni concordino sul fatto che, a dispetto del suo successo, questa allegra marcetta non fosse la canzone più diffusa tra le brigate.
Composta e cantata soprattutto in Piemonte, Lombardia e Veneto; Bella Ciao! può vantare due varianti: quella del partigiano, più famosa, con connotati più militareschi e maggiori richiami alla lotta partigiana, e quella della mondina che attingendo dalla quotidianità delle lavoratrici delle risaie, racconta un altro aspetto, meno conosciuto ed eroico, delle guerre partigiane.
La scarsa fama di questo canto ha fatto supporre ai musicologi e agli storici che la “Versione della mondina”  sia una variante posteriore alla fine della guerra o, comunque, più recente rispetto a quella del Partigiano.

Fischia il vento
Citata da Fenoglio ne Il partigiano Johnny, Fischia il vento è una canzone che attraversa epoche e nazioni. Composta in Russia con il titolo Katjuša, il testo originale racconta la storia di una giovane di nome Katjuša e del suo periglioso viaggio per ritrovare l’amato partito per il fronte. Di ritorno dalla guerra in Russia, il partigiano Giacomo Sibilla (nome di battaglia Ivan), inizia a strimpellare per i membri della sua compagnia questa melodia e in un momento successivo il compagno d’armi Felice Cascione ne verga una stesura iniziale che, di brigata in brigata, viene poi rimaneggiata fino ad ottenere il testo finale.
L’atmosfera della canzone descrive, sia nella versione italiana che in quella originale, un paesaggio primaverile che, tuttavia, ancora risente del freddo e dei rigori dell’inverno; ma se l’ambientazione è rimasta pressoché invariata, lo stesso non si può dire del testo che, abbandonato ogni riferimento romantico, si concentra sugli aspetti più duri della vita dei partigiani e pone l’accento sul loro desiderio di libertà e di una nuova primavera per l’Italia occupata.

I ribelli della montagna
Meno famoso, ma non per questo meno importante, I ribelli della montagna è l’inno che accompagnava i partigiani III Brigata d’assalto garibaldina in Liguria e che, come la maggior parte dei testi della resistenza, fu oggetto di rivisitazioni, rimaneggiamenti e aggiunte.
La canzone descrive con un linguaggio crudo, scarno e decisamente poco poetico, la dura vita dei partigiani: uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale costretti a lasciare le loro case, a vivere nascosti e a veder morire in maniera crudele e impietosa i loro parenti, amici e compagni d’arme.
Nonostante il rigore e la drammaticità che trapelano da queste strofe, non manca un richiamo forte e deciso alla libertà e l’esternazione di un desiderio comune che auspica un avvenire all’insegna della giustizia e della fratellanza.
Cornice e spettatrice silenziosa del coraggio e dell’eroismo dei partigiani è la montagna che, nella poetica della resistenza, non rappresenta solamente il campo di battaglia ma è, all’occorrenza, un richiamo alle condizioni di vita dei dissidenti mandati al confino o metafora di una vita aspra fatta di “stenti e patimenti”.

Appare dunque evidente come la musica, spesso considerata un accessorio alle nostre giornate o un passatempo per impegnare piacevolmente qualche ora del nostro tempo, sia, e sia stata, una testimone della storia della resistenza non meno importante della letteratura, della fotografia e della cronaca.
In un periodo di guerra civile e divisione, le canzoni e le melodie della resistenza hanno diffuso il germe della speranza e alimentato la fiducia in un domani migliore avvicinando combattenti di regioni, dialetti e convinzioni politiche differenti ma uniti da un unico nobile desiderio: la libertà.
Cantate timidamente nei rifugi o intonate gagliardamente durante gli spostamenti esse hanno forgiato legami di amicizia e solidarietà capaci di sfidare e vincere una delle dittature più spietate e dure che la storia abbia mai visto.
Queste canzoni e la memoria che tramandano non sono retaggio di un solo partito o di un solo movimento politico, ma sono patrimonio di tutti gli italiani e di quanti anelano e lottano per la libertà e l’annientamento di qualsiasi forma di tirannia ed oppressione.

*Jo

La Gabriella in bicicletta. La mia Resistenza raccontata ai ragazzi

LA GABRIELLA IN BICICLETTA. LA MIA RESISTENZA RACCONTATA AI RAGAZZI

Autore: Tina Anselmi
Casa editrice: Manni Editori
Anno: 2019

.: SINOSSI :.

26 settembre 1944, Tina Anselmi ha 16 anni, siamo nel pieno dell’occupazione nazista. Quel giorno a Castelfranco Veneto, dove Tina vive, i tedeschi impiccano 43 giovani partigiani nella piazza del paese, e tra questi c’è il fratello di una sua compagna di classe. Tina ne è scioccata: viene da una famiglia antifascista e anche nell’Azione Cattolica ha appreso valori ben diversi da quelli imparati a scuola nell’ora di Dottrina fascista. Decide così di unirsi alla lotta partigiana. “Se ti prendono i tedeschi, prega che t’ammazzino perché altrimenti quello che ti faranno sarà peggio”, le dice il comandante della Brigata Battisti che va a incontrare sul Monte Grappa. Ma Tina ha il coraggio che viene da quella situazione di ingiustizia, dalla certezza di stare dalla parte della ragione: “C’era un pizzico di incoscienza, ma c’era soprattutto la convinta fiducia in quello che facevamo”, scrive. Con il nome di battaglia di Gabriella, per molti mesi percorre un centinaio di km al giorno mantenendo i collegamenti tra le formazioni partigiane, trasportando stampa clandestina, armi, messaggi. Introduzione di Laura Boldrini.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un libro tanto semplice da leggere quanto difficile da recensire. La Gabriella in Bicicletta più che un romanzo o un racconto è un libro di storia completamente dedicato alla resistenza italiana.
Grazie alla testimonianza di Tina Anselmi e con la complicità di altri autori, Manni Editori ha creato un testo pedagogico di grande efficacia soprattutto per la sua semplicità.
Date, fatti storici e privati si intrecciano in poco più di un centinaio di pagine e descrivono uno spaccato molto particolare della storia italiana: l’intento, naturalmente, è quello di dare al lettore uno strumento nuovo per conoscere più a fondo le vicende che hanno portato alla formazione della resistenza partigiana.
Particolare importanza è data alla componente femminile della resistenza: recentemente rivalutata, in questo libro è messa decisamente in primo piano e viene analizzata dettagliatamente.
Così, il lettore scopre, tramite la testimonianza diretta, quale fu il ruolo della donne tra le fila della lotta partigiana, e scopre quali furono i pericoli che le giovani staffette correvano giornalmente.
Gli stili sono molteplici, tutti estremamente chiari e di facile comprensione: questa particolarità rende il libro adatto anche ai lettori più giovani.

Francamente, dare un voto a un libro di storia è impossibile: non è possibile esprimere un giudizio sulla trama o sullo stile.
Mi sento, però, di consigliarlo a chi ha figli, tenendo presente che l’argomento trattato non è leggerissimo e necessità dell’aiuto di un adulto per essere compreso nella sua interezza.

Buona lettura!

*Volpe

Riflessioni di una lettrice resistente

Finalmente, dopo anni di “vorrei ma non posso” e “forse il prossimo anno…”, anche io varcherò l’ingresso del Salone Internazionale del Libro di Torino: un appuntamento che, per lettori, scrittori ed editori è sacro tanto quanto il pellegrinaggio alla Mecca che ogni buon mussulmano deve compiere almeno una volta nella vita.

Come lettrice e come curatrice di un blog a carattere letterario mi sto preparando a questo avvenimento con entusiasmo e un po’ di nervosismo: tante le cose da fare e da preparare, ancor di più le cose da vedere e leggere.
Ovviamente, lavoro permettendo, mi sono tenuta aggiornata sui temi che si affronteranno in questa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino e ho apprezzato non poco la presenza di autori e case editrici che presenteranno in queste giornate libri e romanzi sulla resistenza italiana e testimonianze sulla Shoah e gli orrori che tutti noi conosciamo.
Mi ha entusiasmato molto meno sapere che, tra le case editrici, ce ne sarebbe stata una dichiaratamente di stampo fascista. Fortunatamente ho appreso questa sera che detto editore è stato, infine, escluso dalla manifestazione e il suo stand è stato smontato e lasciato vuoto (potrebbe essere l’occasione per portarci una rosa bianca? chissà!).

Fortuna che, ogni tanto, qualcuno prende in mano la nostra cara, vecchia Costituzione e si ricorda che, tra le transizioni finali (trovate qui il testo), ve ne è una che vieta la ricostituzione del Partito Fascista e ogni forma di apologia tesa a denigrare o minacciare i valori della democrazia e della resistenza.
Questa memoria, tuttavia, non sembra appartenere al nostro Ministro degli Interni che, in proposito, si è espresso così:

Siamo nel 2019 alla censura dei libri in base alle idee, al rogo dei libri che non ha mai portato fortuna in passato.” ( fonte Ansa)

Caro ministro,
è vero: siamo nel 2019 ed è assurdo che ci sia ancora chi, dimentico delle centinaia di migliaia di morti causati dalle scelte del partito fascista, acclama Benito Mussolini come il più grande statista italiano.
Siamo nel 2019 ed è assurdo che, in un quartiere romano, l’arrivo di una famiglia di stranieri venga accolta con bandiere italiane alla finestra e manifestazioni che poco hanno a che vedere con i principi su cui si fonda la repubblica che tra meno di un mese festeggieremo.

Caro ministro,
non posso negare di aver fatto il suo stesso pensiero: ovvero che è sbagliato censurare le idee di qualcuno solo perché diverse dalle nostre o da quelle del pensiero comune. Tuttavia, in questo caso, non stiamo parlando di pensieri innocui: stiamo parlando di una mentalità criminale e pericolosa che, come dimostrano i fatti di questi giorni a Roma, rischia di trascinare l’Italia indietro di più di 70 anni!

Qualcuno, memore di quando davvero la censura chiudeva la bocca e legava le mani al popolo italiano, potrebbe dire che è semplicemente la legge del contrappasso e che ciò che si semina prima o poi si raccoglie.
Io non la penso così e, francamente, trovo riduttivo liquidare la questione con un semplice e sbrigativo “chi la fa la aspetti”.

Credo che questa sia un’occasione d’oro per tutti noi per fermarci e riflettere su quanto poco considerata sia la libertà di opinione ed espressione: un regalo che abbiamo ricevuto indegnamente, pagato con la vita da chi voleva consegnarci un mondo libero e di pace.
Questo dono, prezioso e fragile come ogni libertà, lo stiamo sperperando in nome di un relativismo ingiustificato che tutto concede. Le nostre coscienze sono assopite, anestetizzate da una frivolezza che si è sviluppata in seno alla libertà di poter esprimere i nostri pensieri con leggerezza, trasformando gli orrori del passato in barzellette e storielle da spalmare sul web e condividere con gli amici.

Siamo tutti, chi più e chi meno, webeti incapaci di mantenere la nostra opinione e affrontare un dialogo con il prossimo e chi non la pensa come noi.

Non sappiamo più raccogliere una provocazione e rispondere in maniera pertinente a domande essenziali come: quando e se è giusto mettere del limiti alla libertà d’espressione?
Abbiamo relegato gli insegnamenti di giornate fondamentali come il 27 Gennaio e il 25 Aprile nella soffitta della coscienza, insieme ai sentimenti di ribellione e sdegno che hanno tenuto accesa la fiamma della resistenza nelle coscienze e nei cuori dei popoli europei oppressi dal nazi-fascismo.
Abbiamo rinunciato alla speranza che è stata la meta verso cui partigiani e dissidenti di tutto il mondo tendono con il solo obbietivo di regalare ai loro discendenti un mondo giusto.

Caro ministro,
io la sfido a scrivermi, trova l’indirizzo e-mail tra i contatti del blog, per parlare di libertà e resistenza. La sfido a confrontarsi con me, ma sopratutto a spiegarmi cosa l’ha spinta a rilasciare una dichiarazione anacronista e sopratutto incoerente con il panorama sociale e culturale del nostro paese.

Buone letture,


Jo lettrice resistente

Una merce molto pregiata

UNA MERCE MOLTO PREGIATA

Autore: Jean-Claude Grumberg
Casa Editrice: Guanda
Anno: 2019

.: SINOSSI :.

Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

.: IL NOSTRO GUDIZIO :.

“C’era una volta, in un grande bosco, una povera boscaiola e un povero boscaiolo.
No no no, state tranquilli, non si tratta di Pollicino! Nient’affatto. Io, proprio come voi, detesto quella storia ridicola. Quando mai, e dove poi, si sono visti dei genitori abbandonare i loro bambini perché non potevano sfamarli? Ma andiamo…”

Questa storia, questa favola come piace definirla all’autore, inizia con brutale ironia.
Il racconto inizia proprio come una favola e il linguaggio che l’autore utilizza è quello della narrazione per bambini, i temi tuttavia si fanno via più terribili mano a mano che si scorrono le pagine del romanzo.
Amore e morte si danno il cambio, pagina dopo pagina, lasciando il lettore alle sue amarissime lacrime. Sullo sfondo della seconda guerra mondiale e dell’orrore dell’olocausto, Grumberg ci parla di sentimenti umani, di amore e di redenzione.
La guerra prende la forma di una ferrovia, la forma dell’odio razziale e dell’orrore dello sterminio; la redenzione, invece, è come un bambino possa cambiare il cuore di un uomo.
Il romanzo è diviso in due parti che si intrecciano costantemente e, alla fine, si scontrano: da un lato ci sono la povera boscaiola e la bambina; dall’altro il padre della piccola internato nel campo di concentramento di Auschwitz.
L’autore con concretezza il senso di disperazione che provano i sopravvissuti e la forza, l’unico pensiero positivo, che li spinge ugualmente a lottare e restare in vita anche quando sanno di aver perso tutto.

A questo libro, a questa favola, io posso solo dare il massimo dei voti.
Grumberg parla di cose che conosce. In appendice ha inserito la storia vera che si cela dietro queste pagine con sapore di fantasia: la sua, o per meglio dire quella di suo padre, e quella di una coppia che è salita sullo stesso treno.
Il sentimento e il dolore queste pagine passano al lettore è tanto intenso che ora, anche se ho concluso la lettura da un paio di giorni, ancora sento gli occhi inumidirsi.
Non ho mai letto una prosa così emotivamente carica e spaventosamente disperata: penso che questo sia uno di quei romanzi che vadano semplicemente letti, per non dimenticare.
Non dimenticare che alcune persone hanno reso possibile l’orrore nazionalsocialista e altre, invece, si sono opposte: hanno resistito tenendo in casa un bambino in più, nascondendo qualcuno in cantina, dando occasione a un essere umano di sopravvivere. E’ un libro che parla di amore e resistenza e penso renda giustizia a personaggi come Oslar Schindler o ai ragazzi della Rosa Bianca.
Invito tutti i nostri lettori a prendere questo libretto tra le mani e passare un’oretta del loro tempo per leggerlo, terminarlo e riflettere.

*Volpe

Giornata della Memoria

All’ingresso del crematorio di Dachau una lapide, con una scritta in tedesco, accoglie i visitatori e li invita con sprezzante durezza a fermarsi e a riflettere su come la gente morisse in quel quadrato di terra nascosto dagli alberi e dalle fabbriche.
Poco più avanti, incisa ai piedi di una statua raffigurante una delle tante vittime senza nome né volto, una seconda scritta “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”.

Oggi, come ogni anno, anche noi ci fermiamo: niente giochi, niente foto colorate o spiritose; oggi più che mai vogliamo farci carico dell’impegno che è la Memoria e insieme a voi riflettere, condividere e rileggere la storia passate e presente in modo da poter oggi e per sempre gridare a gran voce “Mai più!”.

A 74 anni dalla fine della II guerra mondiale e dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordare cosa è successo è un compito non più riservato ai pochi testimoni diretti ancora invita, ma è un dovere morale urgente e al quale non è possibile sottrarsi.

Mai più.

*Lo Staff

Riflessioni da … Monaco 1943

In occasione della prossima Giornata della Memoria, che come ogni anno si celebrerà il 27 gennaio, abbiamo pensato di condivedere alcuni pensieri nella speranza di favorire il dibattito e far circolare spunti per una riflessione più consapevole su temi delicati e sempre attuali quali il razzismo, la xenofobia, l’ingiustizia sociale e la discriminazione.
Abbiamo deciso di inaugurare questa rubrica con le parole dei ragazzi della Rosa Bianca di Monaco: un gruppo di universitari che, a cavallo tra il 1942 e il 1943, diffusero volantini in cui inneggiavano alla resistenza e al dissenso contro il regime di Hitler, un dissenso che, i ragazzi e il loro docente di filosofia, pagarono con la vita.

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Non è possibile accettare un discorso intellettuale con la filosofia nazionalsocialista,
se questa entità esistesse, si potrebbero utilizzare i mezzi della analisi e della
discussione sia per provare la sua validità sia per combatterla.
Tuttavia – in realtà – ci troviamo di fronte ad una situazione diversa. Sin dai suoi
primi inizi questo movimento contava sull’inganno e sul tradimento di ciascuno dei
suoi membri, sino al punto che già allora era internamente corrotto e poteva
sostenersi solo attraverso continue menzogne. D’altronde Hitler nella prima edizione
del suo libro (un libro scritto nel peggiore tedesco che io abbia mai letto nonostante il
fatto che sia stato elevato al livello della Bibbia in una nazione di poeti e filosofi):
“E’ incredibile quanto sia necessario ingannare un popolo per poterlo governare”.
Se all’inizio questa crescita cancerosa all’interno della nazione passò quasi sotto
silenzio fu soltanto perché esistevano ancora abbastanza forze al lavoro che operavano per il bene cosicché venne posto sotto controllo.
Quando divenne più grande e infine in un ultimo sussulto di crescita ottenne il potere, il tumore esplose infettando l’intero corpo della nazione.
La maggior parte di coloro che gli si erano opposti passarono alla clandestinità.
Gli intellettuali tedeschi si ritirarono nei loro sotterranei e come piante che lottano
nell’oscurità, lontane dalla luce e dal sole, gradualmente cominciarono a soffocare.
Ora la fine sta arrivando. Ora è nostro compito ritrovarci, diffondere l’informazione
da persona a persona, mantenere una ferma posizione, non consentirci riposo sino a
che l’ultimo uomo non sia persuaso dell’urgenza della sua lotta contro il sistema.
Quando infine un’ondata di rivolta attraverserà la terra, quando sarà “nell’aria”,
quando molti si uniranno alla causa, allora in un grande sforzo finale questo sistema
potrà essere rovesciato. Dopo tutto è preferibile morire nel terrore piuttosto di un
orrore senza fine.
Non siamo nella posizione di poter dare un giudizio definitivo sul significato dellanostra storia. Ma se questa catastrofe potrà essere usata per il bene comune lo sarà soltanto se, purificati dalla sofferenza, desidereremo vedere la luce nel mezzo delle tenebre più profonde, faremo appello alla nostra forza e, finalmente, scuoteremo il giogo che pesa sul nostro mondo.
Non vogliamo discutere qui la questione degli ebrei, né vogliamo in questo volantino
esporre una difesa o farne l’apologia. No, solo a titolo d’esempio vogliamo ricordare il fatto che dalla occupazione della Polonia 300.000 ebrei sono stati assassinati in questo paese nel modo più bestiale. Vediamo compiersi il peggior crimine contro la dignità umana, un crimine che non ha confronti nell’intera storia.
Anche gli ebrei sono esseri umani e qualsiasi posizione si possa assumere rispetto alla questione ebraica questo crimine è stato perpetrato contro il genere umano.
Qualcuno potrà dire che gli ebrei meritano il loro destino. Questa affermazione è il frutto di una mostruosa presunzione ma supponiamo pure che qualcuno la pronunci: quale posizione assumerebbe di fronte al fatto che l’intera gioventù aristocratica polacca è stata sterminata? (e voglia Dio che questo programma non sia stato completamente portato a termine).
Tutti i giovani delle nobili casate tra i quindici e i venti anni d’età sono stati trasportati nei campi di concentramento e condannati ai lavori forzati e tutte le ragazze dello stesso gruppo d’età sono state inviate in Norvegia nei bordelli delle SS!
Per quale motivo vi raccontiamo queste cose visto che ne siete ben informati e se non le conoscete ben sapete di altri gravi crimini commessi da questa orribile subumanità?
Perché tocchiamo un problema che ci coinvolge tutti profondamente e ci deve costringere a riflettere. Perché il popolo tedesco è rimasto così inerte dinanzi a crimini così orrendi, crimini così estranei alla razza umana?
Difficilmente qualcuno cerca di comprendere, è cosa accettata come un fatto e scacciato dalla mente. Il popolo tedesco ricade nel suo profondo, stupido sonno che incoraggia questi criminali fascisti dando loro la possibilità di compiere i propri crimini che ovviamente mettono in atto. E’ questo il segno che il popolo tedesco è stato brutalizzato nei suoi più intimi sentimenti umani? Che nessuna corda vibra in esso commuovendosi alla vista di simili azioni? Che è ormai affondato in una fatale assenza di coscienza dalla quale non verrà mai più risvegliato? Sembrerebbe così e sarà certamente così se i tedeschi non si risveglieranno da questo stato di letargia, se non protesteranno dovunque e ogniqualvolta potranno farlo contro questa cricca di criminali, se non parteciperanno al dolore di queste centinaia di migliaia di vittime.
E non solo dovranno partecipare a questo dolore ma dovranno manifestare molto di più: un senso di corresponsabilità nella colpa. Perché attraverso questo atteggiamento apatico hanno fornito a questi uomini malvagi l’opportunità di fare ciò che hanno fatto; hanno tollerato questo “governo” che ha assunto su di sé un’enorme carico di colpa e che ha sparso su tutti la vergogna.
Ogni uomo vuole essere escluso da questo tipo di colpa ma ciascuno continua lungo questa via nella più placida, più serena coscienza. Ma non potrà essere escluso perché è colpevole, colpevole, colpevole!
Tuttavia non è ancora troppo tardi per liberarci di questo che è il peggiore di tutti i governi e per non assumerci un carico di colpa ancora più pesante. Ora che i nostri occhi in questi ultimi anni sono stati aperti, ora che sappiamo esattamente chi è il nostro avversario, ora è finalmente giunto il tempo di scacciare questa orda bruna.
Fino allo scoppio della guerra la maggioranza del popolo tedesco era cieco, i nazisti non si mostravano nel loro vero aspetto.
Ma ora, ora che li abbiamo riconosciuti per ciò che sono ci deve essere un solo e principale compito, il più santo compito di ogni tedesco: distruggere queste belve.

«Felice quel popolo il cui governo non si fa sentire.
Il popolo il cui governo opprimente viene soffocato.
Ahimé, è sulla miseria che si costruisce la fortuna.
Ahimé, la fortuna vela solo la miseria. Come andrà a finire?
La fine non è ancora visibile. L’ordine si trasforma in disordine.
Il bene si trasforma in male. Il popolo cade nello smarrimento.
Non è così forse ogni giorno, da tempo?
Per questo l’uomo elevato è rettangolare, ma non urta, è spigoloso, ma non ferisce;
esso è diritto, ma non brusco; è limpido, ma non vuole risplendere».

(Lao-Tze)

«Chi cerca di dominare lo stato e di formarlo secondo il suo volere,
non vedo come raggiungerà il suo scopo: questo è tutto.
Lo stato è un organismo vivente: in verità non può essere costruito come si vuole!
Chi non tiene conto di ciò lo rovina. Chi vuole impadronirsene lo perde.
Perciò alcuni esseri precedono ed altri li seguono.
Alcuni hanno il respiro caldo, altri freddo. Alcuni sono forti, altri deboli.
Alcuni raggiungono la ricchezza, altri naufragano.
L’uomo nobile evita l’eccesso, evita la superbia, evita la sopraffazione».

(Lao-Tze)

Per favore fai il maggior numero di copie di questo volantino e distribuiscile.

LA ROSA BIANCA

Sullo scaffale – Libri per la resistenza

25aprile1

In onore del 25 aprile, giornata della liberazione, noi di Arcadia vi proponiamo alcune letture per dare un pensiero a chi ci ha lasciati per regalarci un futuro migliore.

Buona festa della liberazione!

“Il sentiero dei nidi di ragno”  di Italo Calvino: “Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d’un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Al tempo in cui l’ho scritto, creare una ‘letteratura della Resistenza’ era ancora un problema aperto, scrivere ‘il romanzo della Resistenza’ si poneva come un imperativo; …ogni volta che si è stati testimoni o attori d’un’epoca storica ci si sente presi da una responsabilità speciale …A me, questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora, proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l’avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d’un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo…” (Italo Calvino) 

“Il partigiano Johnny” Beppe Fenoglio: Johnny, la Resistenza e le Langhe sono i tre protagonisti a pari titolo di questo romanzo, trovato tra le carte di Fenoglio dopo la morte. Cronaca della guerra partigiana, epopea antieroica in cui l’autore proietta la propria esperienza in una visione drammatica, Il partigiano Johnny rivela un significato umano che va ben aldilà di quello storico-politico. Dalla formazione delle prime bande fino all’estate del ’44 e alla presa di Alba seguiamo l’odissea di Johnny e dei suoi compagni fra gli ozi forzati nei casali, le imboscate contro gli automezzi fascisti, le puntate per giustiziare una spia in pianura, le battaglie campali, i rapporti tra le varie formazioni ribelli.

“Una questione privata” Beppe Fenoglio: Nelle Langhe, durante la guerra partigiana, Milton (quasi una controfigura di Fenoglio stesso), è un giovane studente universitario, ex ufficiale che milita nelle formazioni autonome. Eroe solitario, durante un’azione militare rivede la villa dove aveva abitato Fulvia, una ragazza che egli aveva amato e che ancora ama. Mentre visita i luoghi del suo amore, rievocandone le vicende, viene a sapere che Fulvia si è innamorata di un suo amico, Giorgio: tormentato dalla gelosia, Milton tenta di rintracciare il rivale, scoprendo che è stato catturato dai fascisti…

“Partigiani della montagna” Giorgio Bocca: Un libro, il primo di Giorgio Bocca, scritto nel 1945, che a distanza di più di cinquant’anni ha il fascino della testimonianza diretta e di una vicenda storica esemplare. La Resistenza ha un significato storico e politico spesso sottoposto a revisioni e rivisitazioni, ma l’importanza di quel significato è da sottolineare non solo per il suo valore politico, ma anche per quello morale. I giovani delle formazioni partigiane protagonisti di questo libro non avevano idea di comunismo, erano cresciuti nell’autarchia fascista, senza aver mai vissuto esperienze politiche. Eppure ebbero il coraggio di schierarsi, di praticare una loro spontanea tensione morale, di formarsi nella lotta, riscattando agli occhi del mondo la dignità del popolo italiano.

“Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della resistenza” di Aldo Cazzullo: La Resistenza a lungo è stata considerata solo una “cosa di sinistra”: fazzoletto rosso e Bella ciao. Poi, negli ultimi anni, i partigiani sono stati presentati come carnefici sanguinari, che si accanirono su vittime innocenti, i “ragazzi di Salò”. Entrambe queste versioni sono parziali e false. La Resistenza non è il patrimonio di una fazione; è un patrimonio della nazione. Aldo Cazzullo lo dimostra raccontando la Resistenza che non si trova nei libri. Storie di case che si aprono nella notte, di feriti curati nei pagliai, di ricercati nascosti in cantina, di madri che fanno scudo con il proprio corpo ai figli. Le storie delle suore di Firenze, Giuste tra le Nazioni per aver salvato centinaia di ebrei; dei sacerdoti come don Ferrante Bagiardi, che sceglie di morire con i suoi parrocchiani dicendo “vi accompagno io davanti al Signore”; degli alpini della Val Chisone che rifiutano di arrendersi ai nazisti perché “le nostre montagne sono nostre”; dei tre carabinieri di Fiesole che si fanno uccidere per salvare gli ostaggi; dei 600 mila internati in Germania che come Giovanni Guareschi restano nei lager a patire la fame e le botte, pur di non andare a Salò a combattere altri italiani. La Resistenza fu fatta dai partigiani comunisti come Cino Moscatelli, ma anche da quelli cattolici come Paola Del Din, monarchici come Edgardo Sogno, autonomi come Beppe Fenoglio. E fu fatta dalle donne, dai fucilati di Cefalonia, dai bersaglieri che morirono combattendo al fianco degli Alleati.

“La resistenza Perfetta” di Giovanni De Luna: Sono decenni, ormai, che la Resistenza è sottoposta a uno scrutinio costante da parte di storici, ma anche di giornalisti e opinionisti. E se una volta poteva essere provocatorio fare le pulci al mito dei partigiani e parlare di guerra civile mettendo sullo stesso piano le fazioni in lotta, oggi molta di questa vulgata è diventata un sottofondo dato quasi per scontato. Il rischio è che ci dimentichiamo, e le giovani generazioni non sappiano mai, quanto di nobile, puro e davvero all’altezza del suo mito c’è stato nella lotta partigiana. Nel settantesimo anniversario della Liberazione, Giovanni De Luna ha voluto mettere di nuovo a punto un’immagine della Resistenza che si stava offuscando. Con grande efficacia, De Luna ha scelto una storia, un luogo, alcuni personaggi: un castello in Piemonte, una famiglia nobile che decide di aiutare i partigiani, la figlia più giovane, Leletta d’Isola, che annota sul suo diario quei mesi terribili ma anche meravigliosi in cui comunisti e monarchici, aristocratici e contadini, ragazzi alle prime armi e ufficiali dell’ex esercito regio lottarono, morirono, uccisero per salvare la loro patria, la loro libertà, il futuro di una nazione intera. Mesi in cui, tra il cortile della sua villa di famiglia e le montagne tutt’attorno, si formò veramente quell’unità che diede origine al mito della Resistenza.

“La resistenza spiegata a mia figlia” di Alberto Cavaglion: La Resistenza è stata la dimostrazione del meglio di cui gli italiani fossero capaci: un’assunzione di responsabilità, una volontà di riscatto che non riguarda solo la storia del fascismo e della partecipazione italiana alla Seconda guerra mondiale. Si affrontano qui alcuni problemi controversi della storia della Resistenza senza cedere alla sacralità o alla strumentalizzazione politica: si ricostruisce infatti una narrazione anti-eroica, senza aggettivi, ma ricca di colori. L’obiettivo è cercare una via d’uscita alternativa alla ricostruzione spesso rancorosa degli eventi. Non una storia di fatti sanguinosi, di efferatezze, di morti e di corpi violati, ma un tentativo di individuare le motivazioni profonde di un periodo di grandi speranze e di crescita collettiva. E di cogliere le ragioni di una storia, ma anche le ragioni della vita. Un libro per le giovani generazioni che cerca di dare risposte esaurienti a quesiti difficili e spesso trascurati.

“Gerazione ribelle: Diari e lettere dal 1943 al 1945” di Avagliano: La ricerca da cui è nato questo libro ricostruisce dal vivo una cronaca dei due anni della Resistenza italiana, scandita attraverso i diari e le lettere ai familiari alle fidanzate o agli amici dei partigiani, di militari e di deportati. Ne scaturisce un racconto di quei giorni “scritto” dagli stessi protagonisti. Un diario non viziato dal clima del dopoguerra e dalle varie interpretazioni storiografiche sul movimento di Liberazione, ma che invece trasporta anche emotivamente chi legge – come un susseguirsi di vertiginosi flashback – dall’illusione del 25 luglio 1943, con la caduta del regime fascista e dei suoi simboli, fino all’aprile del ’45.

“Io, Partigiana. La mia resistenza” di Lidia Menapace: Lidia Menapace è nata nel 1924 a Novara, vive a Bolzano. Staffetta partigiana, senatrice della Repubblica italiana, pacifista e femminista militante, in questo libro racconta la sua esperienza nella Resistenza attraverso i grandi eventi storici e gli episodi di eroismo personale e collettivo. La tessera del pane e i bombardamenti, la solidarietà tra famiglie e le fughe in bicicletta, la distribuzione dei giornali clandestini e la paura dei posti di blocco dei nazifascisti, la consegna dei messaggi in codice imparati a memoria, l’aiuto prestato a un giovane ebreo nella fuga in Svizzera, i libri sui sindacati letti di nascosto, lo studio al lume di candela durante il coprifuoco… E poi, la presa di coscienza graduale del valore politico della Resistenza, che ha posto le fondamenta teoriche e pratiche del progetto di una società solidale e partecipata il quale, se trovò un seguito forte nella Costituzione, fu poi tradito nella storia reale dell’Italia. Ma, come le scriveva in un bigliettino il generale Alexander, comandante delle forze alleate, “Lidia resisté”; e la Menapace continua ancora oggi a combattere. Una fondamentale testimonianza, storica e coinvolgente, corredata da schede di approfondimento che guidano nella lettura anche un pubblico di giovani. 

“Un fiore che non muore. La voce delle donne nella resistenza italiana.” A cura di Ilenia Rossini: Sfogliando le pagine dei libri che trasportano nel futuro la gloriosa epopea della lotta contro il nazifascismo, è soprattutto un’assenza ciò che si impone agli occhi di chi vuole conoscere le persone e i fatti della guerra partigiana. Quest’assenza, rotta soltanto da voci isolate e da testimonianze poco note, riguarda le donne: un autentico esercito che non si limitò a dare il proprio contributo alla Liberazione, ma che, al contrario, costituì la spina dorsale della lotta armata combattuta in Italia per conquistare, sul finire della Seconda guerra mondiale, l’agognata libertà e un altrettanto sospirata giustizia sociale. Non “soltanto” infermiere e staffette, le donne salirono in montagna, imbracciarono i mitra strappati ai soldati nemici e, in numerose occasioni, guidarono interi reparti alla conquista di ambiziosi obbiettivi militari. Quali che furono le ragioni che, dopo il 25 aprile del 1945, contribuirono a nascondere l’impegno e il coraggio delle donne, Ilenia Rossini colma una lacuna raccogliendo lettere, testimonianze, vicende personali e documenti in grado, finalmente, di dare un volto alla voce delle donne nella Resistenza italiana.

Poesia impossibile – La Rosa Bianca: “Uno spirito forte, un cuore tenero”

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La Rosa Bianca (=Die Weiße Rose) fu un movimento studentesco di matrice cattolica fondato da cinque studenti universitari: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf a cui si unì il docente di filosofia Kurt Huber.

Il gruppo fu attivo a Monaco di Baviera tra il 1942 e il 1943 e in un anno di attività distribuì nelle città  bavaresi ed austriache sei volantini nei quali invitava i tedeschi ad un resistenza non violenta alla dittatura hitleriana; i membri della Rosa Bianca credevano infatti che i Länder meridionali, essendo di maggioranza cattolica, fossero più ricettivi nei confronti del loro messaggio non violento.
Il sogno della Rosa Bianca era quello di assistere alla nascita di un’Europa federale fondata sui pilastri della morale cattolica, un’Europa dove non vi fosse posto per atti di ingiustizia ed intolleranza e che rifiutasse categoricamente la violenza del regime nazista.
Appellandosi a quella che definivano l’intellighenzia tedesca, la Rosa Bianca citava nei suoi volantini Lao Tzu, Aristotele, la Bibbia e Novalis e così, attraverso queste parole, diffondeva negli atenei tedeschi il suo sogno di pace.
Dopo un periodo di inattività, la Rosa Bianca distribuì, nel luglio 1942, gli ultimi due volantini e dipinse sui muri e sulla cancellata dell’università di Monaco slogan anti-nazisti. Era il chiaro segno di una più chiara e vigorosa presa di posizione contro Hitler e contro una guerra insensata che stava mandando a morte migliaia di tedeschi.
Ad ulteriore conferma di tali prese di posizione, nelle intestazioni dei volantini apparve la scritta “il movimento di resistenza in Germania”; tali provocanti parole stuzzicarono il gauleiter della Baviera , Paul Giesler, che decise, dopo aver letto i volantini del gruppo, di affrontare i “ribelli” nella loro tana.
Nelle prime settimane del febbraio 1943 il gauleiter tenne, presso l’università di Monaco, un discorso volutamente volgare e provocante nel quale esortava gli studenti a combattere anziché “perdere tempo sui libri”, e chiedeva alle studentesse di “rendersi utili […] regalando un figlio all’anno al Terzo Reich”.
In seguito all’intervento di Giesler, seguirono manifestazioni di protesta da parte degli studenti oltraggiati.
Poteva forse la Rosa Bianca rimanere muta davanti all’ennesimo scempio compiuto dai nazisti?
No, e la risposta arrivò il 18 febbraio del ’43 quando Sophie Scholl decise di affacciarsi sull’atrio dell’ateneo di Monaco per lanciare, sugli studenti sottostanti, l’ultimo volantino della Rosa Bianca.
Questa coraggiosa decisione le costò tuttavia cara in quanto un inserviente dell’università, membro zelante del partito dell’NSDAP , la riconobbe e la denunciò alla Gestapo.
Il giorno stesso i fratelli Scholl vennero arrestati insieme al loro compagno Christoph Probst.
Gli altri membri vennero subito fermati e il gruppo, assieme a tutti quelli a loro associati, venne sottoposto ad un interrogatorio da parte della Gestapo.
Fin dall’inizio gli Scholl si assunsero la piena responsabilità degli scritti sperando, invano, di scagionare i membri del gruppo ancora in libertà e di salvare la vita di molti studenti universitari che nutrivano simpatie per l’associazione; i funzionari della Gestapo che li interrogarono rimasero stupiti per il coraggio e la determinazione dei due giovani.

Il 22 febbraio 1943 i fratelli Scholl e Probst si presentarono davanti al Volksgerichtshof presieduto da Roland Freisler.
Il processo fu, come molti altri imbastiti dal giudice Freisler, un processo-farsa dalla sentenza già decisa. Durante la seduta i fratelli Scholl non cercarono in alcun modo di difendersi e rivendicarono con fermezza il loro diritto ad esprimere il loro dissenso verso un regime costruito sulla violenza, la barbara legge del più forte e l’intolleranza di motivazione religiosa.
Al termine del dibattito, durato cinque ore, gli imputati vennero ritenuti colpevoli e condannati a morte per decapitazione. Nel verbale quali motivazioni di tale sentenza venne scritto:

“Gli accusati hanno, in tempo di guerra e per mezzo di volantini, incitato al sabotaggio dello sforzo bellico e degli armamenti, e al rovesciamento dello stile di vita nazionalsocialista del nostro popolo, hanno propagandato idee disfattiste e hanno diffamato il Führer in modo assai volgare, prestando così aiuto al nemico del Reich e indebolendo la sicurezza armata della nazione. Per questi motivi essi devono essere puniti con la morte.”

Prima di morire Christoph Probst, che si era gradualmente avvicinato alla fede cattolica, chiese di vedere un sacerdote per poter ricevere il sacramento del battesimo.
Gli altri membri del gruppo, processati il 19 aprile 1943, furono ritenuti colpevoli e giustiziati nei mesi successivi.

In seguito alla caduta del regime, la Rosa Bianca divenne una rappresentazione della forma più pura di opposizione, senza interesse per il potere personale o l’autocelebrazione.
La piazza sulla quale si affaccia l’Università Ludwig-Maximilian di Monaco è stata battezzata “Geschwister-Scholl-Platz” (piazza fratelli Scholl) in onore di Hans e Sophie.

*Jo

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SUITE FRANCESE

Autore: Irene Nemirovsky
Casa editrice: Universale Economica Feltrinelli
Anno: 1941 (ed. italiana 2004)

. : SINOSSI : .

“Cosa mi combina questo paese? Osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l’onore e la vita” Suite francese è il titolo dei primi due “movimenti” di quello che avrebbe dovuto somigliare a un poema sinfonico, composto di cinque parti, di cui solo le prime due sono state completate. è il romanzo della riscoperta della Némirovsky che, dopo mezzo secolo di oblio, viene poi ripubblicata in oltre quaranta lingue. La figlia maggiore, Denise, aveva conservato il quaderno contenente il manoscritto, assieme ad altri scritti della madre, per cinquant’anni senza guardarlo, pensando che fosse un diario, troppo doloroso da leggere. Con sguardo lucido e persino distruttivo, Némirovsky tratteggia implacabile una grande civiltà in sfacelo. Il primo “movimento” difatti racconta in un grande affresco corale l’esodo di massa dei francesi che, all’arrivo delle truppe naziste, si spostano con tutto quanto, in un trasferimento di dimensioni bibliche. La seconda parte, invece, descrive i primi mesi dell’occupazione in una piccola città della campagna francese. I protagonisti sono due donne, la vedova Angellier e sua nuora, Lucile, e un ufficiale tedesco, Bruno von Frank. Tra il giovane ufficiale e la sconsolata Lucile scocca una scintilla che presto diventa amore: una vicenda emblematica dello stesso paese che finisce per accogliere i soldati tedeschi come uomini, “dimenticando” la loro natura di nemici.

. : Il nostro giudizio : .

Il romanzo di Irene Nemirovsky è, come si deduce dal titolo, non solo un componimento di trame, ma soprattutto un componimento musicale in cui ogni parte suona una sua melodia insostituibile e necessaria.
Il libro è rimasto, purtroppo, incompleto e questa mutilazione si avverte giunti alle ultime pagine che lasciano quindi un po’ di amaro in bocca e di rabbia sapendo quale triste sorte è toccata ad una mente così sensibile e poetica come quella della Nemirovsky.
L’idea originale dell’autrice era quella di comporre un romanzo di mille pagine suddiviso in cinque parti di duecento parti l’una.
L’occhio di bue del narratore si sposta in continuazione da Parigi, in cui fervono i preparativi per la fuga dai tedeschi, alle campagne francesi in cui trovano riparo i borghesi della capitale e in cui, in seguito all’avanzata nazista, si insediano anche diversi battaglioni della Wermacht.
Ogni parte è un concentrato di poesia e filosofia, riflessioni immortali sulla vita, la morte, l’onore, l’amore e, soprattutto, l’umanità fragile ed insicura davanti ad avvenimenti terribili e immensi come la guerra.
Il nostro giudizio è 10/10 e lo consigliamo a tutti coloro che vogliono immergersi in una storia che parla di guerra, resistenza e speranza.

*Jo