Un racconto nel cassetto – I VINCITORI

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La prima edizione di “Un racconto nel cassetto” si è ufficialmente conclusa.
Il primo posto è stato conquistato dal racconto di Alessandro “Il lato nascosto“: una storia agrodolce che parla di discriminazione, dolore e amicizia. Al secondo posto si è piazzata Sher Jones con “La morte del re“: un’epica battaglia e la spietata morte che consacra l’amore di un re per la sua regina.Al terzo posto altra storia d’amore uscita dalla penna di Devyani Berardi: “L’amante veneziano” ci accompagna per le strade della Serenissima addormentata e ci invita a scoprire uno dei suoi più oscuri e macabri segreti.

Molto apprezzate sono state le storie di Ida “L’amore non si compra“, Unvialealberato Blogspot “I 1000 e 1 giorni da senile“, Annrose “La regina delle rose” e Monica “L’orma“.

Tutti i racconti resteranno a disposizione dei lettori sia sulla pagina Facebook che sul nostro sito.
Lo staff di Arcadia si congratula con il vincitore e con tutti gli scrittori che hanno partecipato con le loro storie: racconti usciti dal cassetto che ci hanno fatto commuovere, sognare e sorridere.

 

La regina delle rose

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La prima volta che ho sentito questa storia mi è stata raccontata da una rosa che si ergeva solitaria al centro di un giardino dimenticato ormai da secoli.
Era una signora non meno dignitosa e viva di quelle che pigre vegetano tra i banchi delle chiese o sulle panchine dei giardinetti. Un viso petaloso, screziato da qualche macchiolina di ruggine e increspato dalle prime rughe che l’inverno ormai prossimo già disegnava su quella pianta giunta alla fine della sua ultima fioritura.
«Non è rimasto più nessuno.», sospirò mentre il vento le sosteneva il capo pesante per i molti petali e i pistilli ormai sterili. «Nessuno.», ribadì guardando triste la villa che muta si ergeva alle sue spalle avvolta in uno scialle di edera tra cui ancora si intravedeva qualche tenace rametto di glicine.
«E fra poco nemmeno io, nemmeno io.», sospirò continuando quel triste monologo.
Una raffica di vento scosse l’erba del prato incolto facendo fremere l’ultima rosa e gettando scompiglio tra le foglie già sparse tra le aiuole silenti e il cortile addormentato.
«Ma non è stato sempre così.», disse mentre una brezza più gentile la cullava facendole spostare lo sguardo stanco da un angolo all’altro del suo antico reame ormai caduto in mano alle erbacce e ai parassiti aggressivi.
Un gatto passò indisturbato, aprendosi un passaggio tra due cespugli di calicanto su cui già si intravedevano i primi bozzi pronti a diventare gemme e poi fiori. Frustò i rami più bassi con la lunga coda e si mise a scavare tra le foglie umide che coprivano le radici dei due arbusti dando la caccia ad una lumaca.
«E da buon capitano io resto e attendo che l’inverno venga a prendere anche me.», la sua voce era ora ridotta a una nenia che intonava timida seguendo una melodia che il vento le suggeriva o che semplicemente era tornata alla sua secolare memoria
«Non è stato sempre così, no, non è stato sempre così.», ripeté triste mentre un petalo si staccava e scivolando verso il basso si perdeva tra le erbacce come una lacrima che lenta, lasciata l’umida iride, sparisce tra i capelli che incorniciano un volto.
«Questo era un giardino di rose superbe, iris capricciosi, gerbere allegre e timidi gigli.», mormorò ciondolando pigra il capo. «Ed io, io non ero solo una rosa qualunque. Avevo un nome, avevo una corte e l’alloro, il castagno e persino le pratoline parlavano di me come Diletta: la signora di tutte le rose. »
Aspettammo insieme l’inverno e mentre i nuvoloni premevano contro il cielo per cacciare la lunga estate, lei iniziò a raccontarmi del suo reame, delle rose superbe, degli iris capricciosi, delle gerbere allegre e dei timidi gigli.

«Hai mai immerso le dita nel terreno? Hai mai spinto così a fondo da veder la mano sparire tra quelle fauci di terra e temere di essere a tua volta risucchiato come un naufrago in balia di un gorgo? Se queste sensazioni ti sono sconosciute, difficilmente capirai cosa provai la prima volta che affondai le mie radici contorte in quella piccola aiuola preparata per me e le mie sorelle.
Freddo, come quando provi che la temperatura dell’acqua sia giusta e un brivido ti avverte che devi aspettare ancora un po’. Poi il brivido si tramutò in scarica: un’energia nuova che scosse i miei rami e mi fece vibrare fino alle punte delle gemme. Sperimentai quello che i pollini chiamano con nostalgia “l’abbraccio della madre terra”. Erano davvero dita di madre quelle che mi sfioravano lì dove nessuno mi aveva mai visto? Io non ho mai conosciuto la terra, ma solo il terreno che divenne presto mio amante e mi trascinò in un amore sacro e profano in cui ci alimentavamo a vicenda proprio come ad un banchetto nuziale che si rinnovava ad ogni estate.
Io ero la sposa, io ero la regina, io ero la signora delle rose e ogni primavera intorno a me sbocciava un carnevale di boccioli colorati e profumati.
Ivan il rosso era mio fratello e spesso dovevo rimproverarlo mentre corteggiava Aurora, la screziata gialla e rosa, aprendo per lei i suoi boccioli più belli e baciando con i suoi robusti petali quelli timidi ed arrossati di lei. Ida era rosa, bella e superba quanto me: una figlioccia che poteva benissimo essere polline del mio polline. E poi c’era lei, Anna, gialla come un botton d’oro e vivace più di un girasole.
Ci scambiavamo baci di petali e carezze di foglie, litigavamo scoprendo le spine come cani che snudano le zanne, ci stringevamo come pulcini per difenderci dal freddo e dai parassiti.
La nostra era la corte delle rose: un salotto in cui alcuni ceppi di legno facevano da seggiole e tavolino e in cui la nostra dama di carne veniva a passare del tempo leggendoci storie o scrivendone per nostro diletto.
Che cos’era il mondo? Io non l’ho mai conosciuto e tutto ciò che so, lo so grazie alle rondini e alle farfalle che venivano a raccontarmi dei loro viaggi. La nostra dama di carne era la nostra più fidata consigliera, la mia più tenera amica e la mia intrepida amazzone. Con lei ho sognato, da lei mi sono lasciata tagliare sapendo che ogni ferita mi avrebbe resa più bella e forte. E poi lei morì. Fu di cancro, così mi dissero le zanzare. Noi fiori moriamo visibilmente, ci accartocciamo e periamo sotto gli occhi di tutti, mentre voi uomini morite prima dentro e poi fuori, lentamente come un albero che piano a piano si secca. Lei morì esattamente come un salice o una quercia e noi rimanemmo sole e senza storie a tenerci compagnie. E cos’è una regina senza una corte? Cosa sono delle rose superbe senza qualcuno che si prenda cura di loro e le ami? Nulla, solo rose, solo petali e spine.
Amata avevo avuto un cuore che poteva assomigliare ad un cuore di carne. Sola e abbandonata, costretta a difendermi da sola per sopravvivere agli inverni feroci, lasciai che il mio cuore diventasse di legno.
Non ero più Diletta, non c’erano più Ivan e Aurora, la bella Ida e Anna. Eravamo solo rose.»
La rosa ciondolò triste il capo e una seconda lacrima si staccò dai petali sempre più fragili. Soffriva alla maniera dei fiori: in silenzio e piegati su se stessi come a difendere quel poco di vita che ancora gli scorre dentro.
«La nostra dama di carne era una creatura caparbia e quando si parlava di fiori sapeva essere dannatamente capricciosa e non nego che la cosa mi piacesse.», riprese dopo una breve pausa in cui rincorse un pensiero o un ricordo che non potevo conoscere. «Gli iris entrarono nel mio regno un po’ per capriccio e come figli capricciosi si comportarono per tutti gli anni che la natura gli donò. Non ho mai visto un loro bocciolo, nemmeno un tentativo da parte loro di regalare alla nostra dama un petalo o anche solo un fiore scompaginato. Lei si prendeva cura di loro, li spostava dove avrebbero preso tutto il sole che gli serviva per crescere e diventare belli e robusti e loro restavano nel loro letargo, impassibili e arroganti, buttando fuori qualche spettinata foglia verde troppo esile per trasformarsi in gambo.
Erano la vergogna del mio regno.
Le calle lo sapevano e così le ortensie, persino le violette e le pratoline non osavano disobbedire ad una legge che non impartivo io, ma veniva direttamente dalle labbra del Creato.
Un fiore non può e non deve sbocciare fuori dal proprio tempo, la vanità di chi osa splendere quando il mondo è in mano all’inverno è sempre punita con il freddo e la morte. Ma gli iris non disobbedivano a questa legge: loro dormivano che fosse novembre o giugno e la loro bellezza restava seppellita tra le pieghe dei grassi bulbi. Il sole di dicembre non era poi così diverso da quello che li cullava nelle torride giornate di luglio. Le piogge di ottobre erano dissetanti quanto quelle di agosto. I venti primaverili erano poi così diversi da quelli autunnali?
Una stagione poteva durare un anno. Come bandiere le foglie si issavano ogni primavera e per tutto il corso dell’estate restavano tese come le orecchie di una lepre, ascoltando le storie che altri vivevano intorno a loro e sognando corone di petali e colori che non avrebbero mai avuto.
Sapete perché per ogni fiore c’è una sola corolla e così tante foglie? I petali sono i nostri occhi, il nostro cuore in cui accogliamo la vita che il polline ci soffia dentro. Le foglie sono le nostre orecchie e così come voi umani avete un solo cuore e due orecchie, così è per noi. Le foglie ci raccontano il mondo dell’invisibile, captano lo zampettare dei parassiti, intirizziscono per il freddo o sono le prime a seccarsi per il caldo.
Gli iris capricciosi vivevano a metà e a metà sono morti. Occhi estranei li esaminarono a lungo prima di decidere di tagliare quelle esili foglie e strappare i bulbi ingrassati. Vennero tenuti in mano un po’, esaminati e infine gettati per fare spazio a dei gladioli che ripagarono subito il loro debito di vita regalando al mio regno la più bella fioritura che si fosse mai vista. Calici gialli, rossi e bianchi ornarono a festa il giardino, lunghi steli pesanti per i boccioli venivano periodicamente strappati per fare spazio ad altri fiori ancora più belli.
Ogni fiore lo sa e obbedisce a questa legge che non viene da me, ma che esce dalle labbra stesse del Creato: un fiore non può e non deve sbocciare fuori dal suo tempo.»
Il sole non era ancora tramontato e i suoi raggi non riuscivano a scaldare né a consolare quella regina che, sul suo letto di morte ed erbacce, mi dettava le sue memorie con la stessa disperazione di un moribondo che non vuole andarsene senza aver lasciato un segno del suo passaggio.
Diletta guardava triste i cespugli anneriti dal freddo di dicembre e bruciati dal sole di agosto, tremando per il freddo sempre più rigido.
Mi strinsi nel mio cappotto, feci fare un altro giro di sciarpa intorno al mio collo e calzai meglio i guanti di lana. I miei occhi si posarono sulla pianta che, nella penombra del pomeriggio, sembrava ancora più gracile e provata di quanto non fosse in realtà e solo per un attimo ebbi la tentazione di avvolgere la mia sciarpa intorno alle foglie ingiallite e le spine ormai innocue.
La regina delle rose guardava ora la sua corte di rovi e boccioli raggrinziti e, inudibili e impercettibili, esalava i suoi ultimi respiri che subito venivano rapiti dal freddo vento novembrino.
Attese, attesi, attendemmo.
Secondi, minuti, forse ore a scrutare il buio che calava intorno a noi e copriva la villa e il giardino, a cercare tra quelle ombre quella del mietitore supremo.
Per un attimo mi prese la paura e mi accorsi di tremare all’idea di quell’incontro ravvicinato con la morte, quell’appuntamento a cui non ero stata formalmente invitata ma a cui avrei assistito. Ebbi paura, mi vergognai, ebbi nuovamente paura.
Diletta non parlava più, sospirava e di tanto in tanto un altro petalo si staccava e raggiungeva gli altri tra le radici.
Erano ancora colorati, sembravano coriandoli sparpagliati in giro da un bambino particolarmente dispettoso ed esuberante. Ebbi la forte tentazione di toccarli e di raccoglierne uno, mi fermò il pensiero di scoprirli freddi, incolori ed inodori; di riconoscerli membra amputate di un cadavere senza tomba né fiori, andatosene da questo mondo senza canti né preghiere.
Guardai Diletta che, sempre più accartocciata su se stessa, sembrava chiusa sotto una campana di vetro in cui né il gelo né la morte avrebbero potuto toccarla.
«Coltivo una rosa bianca. », dissi iniziando a recitare una poesia ascoltata anni prima e di cui avevo ricopiato qualche verso qua e là, in un bizzarro tentativo di rimetterne insieme le rime e i pezzi. «Questo cuore con cui vivo
Cardi né ortiche coltivo
Coltivo una rosa bianca.»[1]
Il vento si placò per un istante e, fattosi più gentile, si appoggiò come una mano sotto il capo chino di Diletta, permettendole di alzare lo sguardo sul suo regno e su di me: l’ultima cortigiana e l’ultima dama di carne della regina delle rose.
Non parlò, non ne aveva la forza, sorrise ignorando i petali che copiosi si staccavano svestendola inesorabilmente. Sussultò, scossa per l’ultima volta dalla carezza del terreno e della madre terra, e in quel tremito si spogliò di tutti i suoi canidi petali, lasciando andare quel poco di vita, grande come un granello di polline, che aveva conservato per potermi raccontare la sua storia.
Così rimasi, incredula davanti al cespuglio senza vita della regina delle rose.

Ogni fiore lo sa e obbedisce a questa legge che esce dalle labbra stesse del Creato: c’è un tempo per la vita e un tempo per la morte e nessuno può né deve sbocciare fuori dal suo tempo.

[1] Cfr la poesia ” Cultivo Una Rosa Blanca” del poeta cubano José Martí

Annrose Jones

 

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La morte del re

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La battaglia era persa.
Il colore scarlatto del sangue dei defunti aveva coperto il bel pavimento di pregiato marmo bianco e nero. A tratti, il lago carminio si interrompeva per lasciare posto al corpo rivoltato dell’uno o dell’altro soldato che ormai non avevano più vista per guardarsi intorno o olfatto per sentire il pungente odore che aveva colmato l’aria della stanza.
Guardandosi intorno, il re si rese conto che quella era stata probabilmente la battaglia più devastante che mai avesse deciso di intraprendere: ormai, al suo fianco c’erano solamente un giovane cavaliere venuto da lontano, uno di quei giovani che  cercano una gloria senza fine, e un vecchio arciere la cui mira, un tempo perfetta, si era minata a tal punto che egli poteva tirare soltanto dritto.
Il vecchio re avrebbe voluto dire ad entrambi che avevano assolto il loro compito, che non  sarebbero stati giudicati se avessero deciso di fuggire, che infondo non voleva obbligarli a lasciare che le loro vite si spegnessero per lui che tanto ormai da perdere non aveva più nulla. Tuttavia, sapeva che loro non l’avrebbero mai fatto, l’uno per la sete di fama e per l’età che ancora gli faceva sperare in una vittoria, una come quella delle favole, e l’altro per dovere ed onore. Che onta sarebbe stata, per quel vecchio arciere, fuggire come un vile davanti alla morte?
Gli stettero entrambi accanto fino alla fine e il giovane cavaliere, con un abilissimo inganno, riuscì anche ad uccidere uno degli ultimi soldati nemici, uno dei pochi non ancora impegnato in uno scontro frontale con un altro abile fante, entrambi ignari che il cuore della battaglia era altrove, dove i due Re si sarebbero scontrati, faccia a faccia, petto a petto, spada a spada.
Quando pensarono di essere abbastanza vicini, quando la speranza riaccese persino nel cuore del vecchio re dalla barba bianca la forza per combattere ancora, i tre si trovarono davanti la regina e due arcieri. Del re nessuna traccia.
La regina…
Con dolore, l’uomo distolse lo sguardo dalla donna dai lunghissimi capelli neri legati in una coda, i lunghissimi fili che ricordavano la seta più morbida e luminosa svolazzavano disordinati nel freddo vento che entrava dalle finestre rotte della sala del trono.
I suoi capelli erano così diversi da quelli dorati della sua amata, pensò il re, che erano così belli, così morbidi… quanto avrebbe voluto accarezzarli un’ultima volta, con dolcezza, come avrebbe voluto impedirle di andare con lui.
Sarebbe stata ancora viva, si disse il re, mentre gli occhi cercavano la figura di lei avvolta in quella armatura bianca che non aveva potuto proteggerla dalla punta di una lancia quando si era avvicinata troppo al codardo re , ancora nascosto dietro l’ultima fila dei suoi soldati.
Avrebbe pianto, quell’uomo, se la sua amata regina fosse morta? Lui che guardava da lontano il campo come se nulla lo toccasse davvero? Avrebbe mai cercato la vendetta al vedere il corpo esanime della giovane regina dai capelli neri?
La realtà lo risvegliò da quei pensieri bruscamente. Si insinuò tra quelle effimere immagini, quasi dolci, con un grido che spezzò spezzato l’aria riempiendola di un dolore forte, intenso e acuto quanto la voce del giovane: il cavaliere era caduto, disarcionato dal proprio cavallo che, ferito, gli era ricaduto sulle gambe schiacciandogliele sotto il suo enorme peso.
Non c’era sangue, non sarebbe morto per quello, ma non avrebbe più potuto cavalcare o combattere. Quando uno degli arcieri, accanto alla regina nera, colpì il giovane in mezzo al petto, sembrò quasi un atto di benevolenza.
Un’altra freccia, più inaspettata, andò a colpire il vecchio arciere che cercava, quasi disperatamente, di proteggere il proprio re. A quella prima, ne seguirono altre tre prima che il vecchio cadesse a terra, supino, il sangue che lentamente si faceva largo sulla stoffa bianca dei suoi abiti.
Il Re alzò gli occhi in quelli castani della giovane donna, la spada ancora stretta in pugno, l’arco di uno degli arcieri puntato al petto.
In un momento di rapida follia, il re prese a camminare, ma non procedette verso di loro, non corse, in un ultimo gesto di eroismo, a cercare di uccidere la donna e i suoi uomini.
Si diresse verso un altro punto di quell’assurdo e sanguinoso campo di battaglia.
Doveva andare da qualcuno di molto più importante.
Con gli occhi lucidi, si fece largo tra i cadaveri, uno degli arcieri lo colpì: la freccia gli trapassò l’armatura all’altezza della spalla e l’uomo sentì la vista appannarsi mentre un forte dolore al braccio destro gli fece quasi perdere la presa sull’elsa spada. Tuttavia non si fermò.
Finalmente le arrivò accanto, si lasciò cadere in ginocchio mentre le mani si avvolgevano attorno al corpo senza vita della sua amata, la strinse forte al petto, ignorando completamente il forte dolore al braccio. Con le lacrime agli occhi, quasi non si accorse della spada che calava togliendogli la vita, le sue iridi pallide per l’età per sempre unite a quelle brillanti della sua amata moglie.

*

– Scacco matto! – Il ragazzino pareva estremamente soddisfatto mentre i suoi occhietti verdi e vispi guardavano i propri pezzi tenere sotto scacco il mio re.
Sorrisi anche io mentre osservavo il mio unico pezzo che, nonostante tutte le insidie, ero riuscito a portato esattamente sulla casella in cui la regina era morta.
Aveva davvero vinto lui o aveva vinto l’amore?

Sher Jones

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Great (Wo)men #2: Nefertiti

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Ecco il secondo articolo dedidaco ai grandi uomini e donne della storia in collaborazione con il canale YouTube La Storica! Quest’oggi, come si può evincere dal titolo, si parlerà di Nefertiti, regina della XVIII dinastia egiziana.

Per prima cosa parleremo della rappresentazione più famosa che abbiamo della bellissima regina egizia: il busto di Nefertiti.
Il nome della regina significa “La bella è arrivata” e il Busto di Nefertiti, conservato al Neues Museum di Berlino, riesce a rappresentare perfettamente la bellezza pura ed enigmatica della regina. Con i suoi fini decori e dettagli precisissimi, ci dà una chiara idea  di come la regina potesse apparire ai suoi sudditi e agli illustri ospiti della sua corte.
La prima particolarità che possiamo notare di questa scultura, è che si tratta di un pezzo a sé stante: non vi sono tracce di punti di giunzione che possano farci pensare fosse in realtà destinato a una statua a figura intera, come invece accedeva per la maggior parte dei volti dei regnanti costruiti a parte e destinati ad essere successivamente uniti al resto del corpo.
Il secondo dettaglio piuttosto importante è l’occhio bianco di Nefertiti: lo scultore, infatti, ha lasciato l’occhio sinistro della regina vuoto.
Vi sono due interpretazioni decisamente contrastanti a riguardo: la prima è che la statua sia semplicemente incompiuta e che quindi il suo autore non abbia avuto il tempo di incastonare il secondo occhio; la seconda è che lo scultore, come vendetta per un torto subito dalla regina, lo abba appositamente lasciato bianco e vuoto, quasi spento, in netto contrasto con l’occhio vigile del dio Horus, il dio Falco.

Nefertiti fu una donna molto forte e riuscì a influenzare, non solo con la sua bellezza ma anche con la sue mente brillante, la cultura del suo tempo.
Insieme a suo marito Akhenaton, tentò di riformare la religione egizia incentrandola sul culto del dio Aton, il dio sole, considerato l’unica divinità ad avere diritto ad essere onorata e rendendo, così, la religione egizia un prototipo delle religioni di tipo monoteista.
La sua devozione verso il dio era così alta che ella cambiò addirittura il proprio nome da “Nertiti” a “Neferneruaton-Nefertiti”, che significa letteralmente “belle sono le bellezze di Aton, la bella è arrivata”.

Uno dei due misteri più grandi che circondano la figura di Nefertiti è che ella scomparve completamente da tutti gli scritti dopo 12 anni di regno.
Alcuni sostengono ciò accadde perchè ella morì; altri, invece, sostengono che fu perchè venne elevata al rango di co-regnante, cominciò a vestirsi da uomo e, in seguitò, guidò l’Egitto sotto il falso nome di “Faraone Smenkhkare” dopo la morte di Akhenaton.
130112814-e52cee34-217d-416b-930f-1937822fb8c2.jpgIl secodo mistero si collega un po’ a quello della sua scomparsa: la tomba della regna Nefertiti non fu mai ritrovata.
Nel 2015, tuttavia, mentre alcuni archeologi ispezionavano la tomba di Tutankhamon, notarono alcune tracce su uno dei muri indicanti una porta segreta che conduceva a due nuove stanze mai esplorate. Gli archeologi non ci misero molto a supporre che si trattasse proprio delle stanze in cui è  sepolta la bella Nefertiti.

Nonostante tutte queste teorie e leggende che circondano la bella regina, la sola cosa di cui siamo certi e che non abbiamo timore di affermare e ribadire, è che probabilmente Nefertiti fu una delle più potenti ed influenti donne ad aver mai regnato su un territorio vasto come l’Egitto.

*Volpe

Quando la Disney reinventò Shakespeare

Ad oggi uno degli autori le cui opere hanno avuto più trasposizioni è sicuramente William Shakespeare: il bardo inglese morto quattrocento anni fa. Ma se la voce di questo poeta e scrittore è ormai muta da quattro secoli, lo stesso non i può dire delle sue parole che sono sempre fonte di ispirazione per scrittori, sceneggiatori e poeti che non mancano di rendere onore a questo grande poeta inglese. Tuttavia le tematiche trattate dal Bardo non sono sempre adatte ad un pubblico giovane, così c’è chi ha pensato bene di realizzare degli adattamenti di quelle che sono le opere shakespeariane più famose. Da Macbeth ad Otello, passando per Amleto e Romeo e Giulietta, la lista sarebbe lunga e elencarli uno per uno sarebbe impossibile. Inoltre c’è da dire che non tutti questi adattamenti rendano effettiva giustizia alle opere di Shakespeare e, anzi, possano risultare devianti soprattutto se indirizzate ad un pubblico analfabeta per quanto riguarda la storia della letteratura inglese.

Il più famoso adattamento delle opere di Shakespeare è sicuramente quello fatto dalla Disney e che racconta la storia di un giovane leone, Simba, impegnato nella lotta per riprendersi il trono che lo zio, Scar, gli ha strappato dopo aver ucciso il vecchio re. Vi ricorda qualcosa?

Per anni si è perpetrata l’idea che la storia de “Il Re Leone” fosse un rifacimento del dramma “Amleto”, ma in realtà, se si osserva meglio la trama di entrambi i lungometraggi, si possono trovare riferimenti anche a Macbeth e persino a Romeo e Giulietta. Ma andiamo con ordine.

L’analogia più lampante tra la storia di Simba e Amleto è sicuramente il conflitto con lo zio usurpatore e fratricida che con l’inganno riesce a sposare la madre di Amleto.hamlet_scar Anche la Disney aveva previsto un risvolto simile nella trama de “Il Re Leone” in cui Scar tentava di fare della giovane leonessa Nala la sua consorte, tuttavia queste scene vennero tagliate perché ritenute inadatte al giovane pubblico a cui il film era diretto. Nala infatti non solo è la migliore amica del protagonista, ma è più giovane di Scar di diversi anni! L’eliminazione di questa scena, che è comunque disponibile su You Tube, è stata quindi dettata dalla necessità di non urtare eccessivamente la sensibilità del pubblico.

Amleto non è tuttavia l’unica opera a cui la Disney si è ispirata per la trama del suo capolavoro d’animazione. Guardando l’evoluzione del personaggio di Scar ci si accorge infatti di una sua somiglianza con Macbeth. L’idea originale di Scar non è infatti quella di uccidere il fratello, ma solamente Simba in quanto successore del re. La sua idea cambia nel momento in cui, dopo lo scontro tra re Mufasa e le iene, le sue tre scagnozze gli suggeriscono di uccidere il fratello maggiore insieme al suo erede, in modo da diventare il re incontrastato. Esattamente come in “Macbeth” l’idea del regicidio viene suggerita al futuro assassino che si lascia immediatamente convincere da questa promessa di potere e gloria. Inoltre la fame di potere di Scar non si estingue con la morte del personaggio, ma continua nel sequel “Il Re Leone 2, il regno di Simba”, dove la consorte di Scar, Zira, continua a suggerire sogni di vendetta e potere al figlio avuto con l’ormai defunto re. Da ultimo, ma non meno importante, vi è l’elemento della pazzia che accomuna i personaggi di Scar, alias Macbeth, e Zira, Lady Macbeth. Giunti ormai all’epilogo della storia è evidente come entrambi siano letteralmente drogati di potere e non riescano più a distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è arrivando persino a minacciare di morte i loro parenti pur di realizzare le loro visioni di vendetta e potere. Disney-Smolder-Fails_ScarOvviamente da un’amante del romanticismo quale la Disney non ci si poteva aspettare una tragedia in pieno stile shakespeariano e se il primo capitolo di questa mini saga si conclude con l’incoronazione di Simba re e il ritorno della pace nella savana, il seguito torna ad attingere all’eredità di Shakespeare portando sullo schermo una versione felina di “Romeo e Giulietta”.

Sono passati alcuni anni dalla morte di Scar e tutti i suoi sostenitori sono stati esiliati. Kiara, Giulietta, è la figlia di Simba e passa le sue giornate a giocare e ad esplorare il regno del padre finché, un giorno, non incontra Kovu, Romeo, il figlio di Scar e di Zira. b6c9da09e7122b4d838a4e0d3186db33.jpgOvviamente l’amicizia tra i due leoncini viene immediatamente ostacolata dai genitori e mentre Kiara cresce divenendo la degna principessa della savana, Kovu viene cresciuto con il solo scopo di assassinare Simba e la sua famiglia. Zira, la nostra Lady Macbeth leonina, non ha infatti accantonato le sue pretese sul trono di Simba e la morte del compagno l’ha solamente resa più caparbia riversando sul figlio le sue stesse ambizioni. Kovu viene quindi mandato in missione per uccidere il re, ma sul suo cammino incontra Kiara che, in linea con la vena romantica della Disney, riesce a fargli cambiare idea e a farlo innamorare. Un incidente mette nei guai il giovane leone che viene esiliato dalla savana ed allontanato sia dalla sua famiglia che da Kiara. Sarà la minaccia di una nuova guerra a far tornare indietro Kovu che salverà non solo la sua Giulietta, ma anche Simba e tutti coloro che aveva inizialmente giurato di uccidere.

Ovviamente in questo piccolo trafiletto si è solamente grattata la superficie di quello che è l’immenso mondo degli adattamenti delle opere di Shakespeare e, in particolare, della loro influenza sul cinema d’animazione disneyano.

*Jo