Le Origini del Potere

.: SINOSSI :.

Agosto 1471. Esausto dal lungo viaggio, un giovane frate attraversa le antiche mura che difendono la città, passa accanto alle vestigia diroccate di un passato ormai dimenticato, s’inoltra in un intrico di vicoli bui e puzzolenti. E infine sbuca in una piazza enorme, davanti alla basilica più importante della cristianità, dove si unisce al resto della popolazione. Ma lui non è una persona qualunque. Non più. È il nipote del nuovo papa, Sisto IV. È Giuliano della Rovere. E quello è il primo giorno della sua nuova vita, un giorno che segnerà il suo destino: dopo aver assistito alla solenne incoronazione dello zio, Giuliano viene coinvolto dai suoi cugini, Girolamo e Pietro Riario, in una folle girandola di festeggiamenti nelle bettole della città, per poi rischiare la morte in un agguato e ritrovarsi al sicuro tra le braccia di una fanciulla dal fascino irresistibile. È il benvenuto di Roma a quell’umile fraticello, che subito impara la lezione. Solo i più forti, i più determinati, i più smaliziati sopravvivono in quel pantano che è la curia romana. Inizia così la scalata di Giuliano, che scopre di avere dentro di sé un’ambizione bruciante, pari solo all’attrazione per Lucrezia Normanni, la donna che lo aveva salvato quel fatidico, primo giorno, e che rimarrà al suo fianco per gli anni successivi, dandogli pure una figlia. Anni passati a fronteggiare con ogni mezzo sia le oscure manovre del suo grande avversario, il cardinale Rodrigo Borgia, sia i tradimenti dei suoi stessi parenti, i Riario. Anni passati sui campi di battaglia, ad imparare l’arte della guerra, e a tramare in segreto contro i Medici di Firenze, nonostante il disastroso esito della congiura dei Pazzi. E tutto per prepararsi a un evento ineluttabile: la morte di suo zio, il papa, e l’apertura del conclave. Ecco la grande occasione di conquistare il potere assoluto. Ma Giuliano scoprirà che il destino, per il momento, ha altri piani per lui…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il fascino del rinascimento, gli intrighi e le cospirazioni che lo caratterizzarono rivivono ne Le origini del potere di Alessandra Selmi. L’autrice regala ai propri lettori un romanzo equilibrato dove descrizioni e dialoghi sono perfettamente bilanciati cosicché, leggendolo, non si corre il rischio di imbattersi in resoconti minuziosi né in interminabili scambi di battute. L’evoluzione del protagonista, Giuliano della Rovere, è un climax e, a lettura terminata, è difficile capire se si siano lette le gesta di un eroe o si sia seguito il tortuoso cammino di un antieroe.
Abile narratrice, Selmi riesce a raccontare la storia senza diventare didascalica aiutando con discrezione il lettore quando, per esempio, è costretta a descrivere il funzionamento di una macchina senza trasformare il passo in un compendio di storia rinascimentale.

Il libro merita e il mio voto non può che essere positivo: 8-9/10.
Quando si parla del Rinascimento è inevitabile pensare immediatamente alle famiglie dei Medici e dei Borgia o ad artisti come Michelangelo e Leonardo e, d’altronde, scrivere di queste figure storiche (per i quali si sono già profusi fiumi di inchiostro) è un lavoro in discesa, forse proprio per questo il romanzo di Selmi risulta ancora più godibile, oltre che originale. La storia del cardinale Giuliano della Rovere, come raccontata ne Le origini del potere non ha nulla da invidiare alle altre saghe (romanzate e televisive) sul rinascimento italiano e pagina dopo pagina il lettore viene trascinato in un dedalo di bugie, ambizioni e potere rischiando, come lo stesso Giuliano, di finire stritolato dalle spire di un intreccio che tiene con il fiato sospeso e riesce sempre a stupire.
La caratterizzazione dei personaggi è coerente con il loro temperamento e il loro andirivieni tra le pagine del romanzo crea un’alchimia di caratteri e personalità che risulta piacevole.
Nonostante queste doverose, e meritate, lodi il libro ha qualche neo che, tuttavia, non compromette la lettura. La relazione amorosa tra il cardinale della Rovere e una nobildonna romana inizialmente appassiona, per poi ridursi ad un copione sempre uguale che finisce per annoiare.
In un libro dedicato a Giuliano della Rovere è normale che le vicende che interessano i personaggi secondari non trovino largo spazio, tuttavia alcuni eventi e personaggi passano in sordina, come l’eroica resistenza di Caterina Sforza dopo la morte del marito, senza che gli venga riconosciuto nemmeno l’onore delle armi. Questa sommarietà affetta anche il resto della storia che mantiene, fino alla morte di papa Sisto, un buon ritmo per poi diventare frettoloso riassumendo, per esempio, gli eventi avvenuti sotto papa Borgia in pochi capitoli a più o meno cento pagine dalla fine del romanzo. Non sono riuscita a capire se tale cambiamento fosse presente già nel manoscritto editoriale o se si sia trattata di una scelta fatta in fase di editing, ma (parare mio personalissimo) forse sarebbe stato più funzionale dividere in due capitoli la saga usando la morte di papa Sisto come pretesto per chiudere un primo potenziale romanzo e in modo da creare ed alimentare l’aspettativa e la curiosità circa l’epilogo delle avventure del papa guerriero.

*Jo

Heartstopper ~ la saga

.: SINOSSI :.

Heartstopper 2: Nick e Charlie sono grandi amici. Nick sa che Charlie è gay, e Charlie è sicuro che Nick non lo sia. Ma l’amore percorre strade inaspettate, e Nick scoprirà parecchie cose sui suoi amici, sulla sua famiglia e su se stesso.
Heartstopper 3: Charlie non avrebbe mai pensato che Nick potesse ricambiare il suo sentimento, ma ora sono ufficialmente fidanzati, e Nick ha anche trovato il coraggio di dirlo a sua madre. Ma ora deve dirlo anche agli altri; e la vita non è sempre semplice, anche se hai accanto qualcuno che ti ama.  “Heartstopper” parla di amicizia, amore, lealtà, salute mentale. Unendo le storie private di Nick e Charlie, finisce per parlarci di qualcosa di più grande, che interessa tutti noi.
Heartstopper 4: Charlie non avrebbe mai pensato che Nick potesse ricambiare il suo sentimento, ma ora sono ufficialmente fidanzati, e Charlie si sente pronto a pronunciare le due fatidiche parole: “Ti amo”. Anche Nick prova lo stesso sentimento, ma ha qualche pensiero in più: non è ancora riuscito a dirlo a suo padre, e in più teme che Charlie soffra di disturbi alimentari. Mentre l’estate volge al termine e un nuovo anno scolastico sta per cominciare, i due ragazzi impareranno molte cose su cosa significhi amare.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

ATTENZIONE: la recensione che segue si riferisce ai volumi 2, 3 e 4 della saga di Heartstopper.
Il primo volume di Heartstopper mi aveva lasciata abbastanza indifferente e se non avessimo ricevuto gli altri tre ebook gratuitamente dalla casa editrice non avrei mai letto il resto della saga.
Il secondo volume ha semplicemente confermato le idee che avevo riguardo il primo: è una storia dolce, tenera che oltre a questo e dei disegni piacevoli da guardare ha poco altro. I protagonisti sono in due dimensioni con un carattere semplice e sviluppato quanto basta per far progredire la storia d’amore che è il vero fulcro attorno al quale la trama ruota.
I conflitti, rarissimi, si risolvono sempre nel giro di poche pagine tanto che il lettore non fa neanche in tempo a provare un po’ di tensione per come andrà avanti la storia: così come il problema è comparso svanisce e viene prontamente dimenticato.

Se i primi due volumi potevano essere considerati delle storie d’amore adolescenziali tenere e senza un grande spessore, il terzo e il quarto scivolano velocemente nel range di libri che considero più brutti che belli abbassando drasticamente la media complessiva della saga.

Il terzo è il volume che ho trovato in assoluto più problematico: innanzitutto è irrealistico. I primi due potevano essere credibili nel loro piccolo, il terzo perde completamente contatto con la realtà.
Un romanzo inclusivo che vuole trattare veramente il tema dell’omosessualità, delle problematiche relative all’omofobia e all’accettazione dell’altro non può permettersi di perpetrare a sua volta stereotipi dannosi: in questi libri gli etero sono omofobi e tutti i personaggi positivi (per non dire tutti i personaggi e basta) appartengono alla comunità LGBTQ+ o stanno con un personaggi che appartiene alla community. Questo modo di caratterizzare la community dividendo le persone in “noi” e in “gli altri” è dannoso: crea rivalità e non inclusione e mi sarei aspettata qualcosa in più da un romanzo che ha questo come obiettivo principale
In secondo luogo tutti i temi, soprattutto quello centrale ossia l’omosessualità, sono trattati con una superficialità disarmante. I problemi dei protagonisti sono di una leggerezza imbarazzante così come il modo in cui li affrontano: finalmente Nick questiona la propria sessualità e inizia ad interrogarsi su se stesso, sulla sua identità (ho apprezzato però che in questa parte del romanzo si parli delle etichette e si dica che non serve darsi un nome o essere parte di un gruppo per essere se stessi), ma i suoi problemi si risolvono in una manciata di pagine rendendo le uniche parti interessanti noiosissime. Chi, come me, ha provato questo tipo di sensazione e si è fatto questo tipo di domande sa benissimo che non sono situazioni che si risolvono così facilmente.
Sempre la leggerezza riguarda anche la mia terza critica al romanzo: in questo volume si scopre che Charlie ha disturbi alimentari ricollegabili al bullismo subito a scuola. Di questi problemi non si era mai fatto alcun accenno nei romanzi precedenti, cosa che è totalmente anti narrativa. Così come è stato introdotto in questo volume, il disturbo alimentare sembra solo un espediente per rendere la trama più romantica e dare al secondo protagonista qualcosa per cui preoccuparsi.
La trama del quarto volume è nuovamente soft, senza grandi (o gravi) colpi di scena: si parla prettamente del disturbo alimentare di Charlie e, finalmente, i personaggi crescono un po’. Da una parte il quarto volume non mi è piaciuto, sempre per la leggerezza con cui temi gravi sono affrontati, dall’altra invece ho apprezzato molto che alcune tematiche, come ad esempio il bisogno di non focalizzarsi esclusivamente sulla relazione ma di mantenere e coltivare amicizie e interessi esterni, che hanno reso il libro un po’ più maturo degli altri.

Il problema principale che ho riscontrato con questa saga è che non è stata scritta per far riflettere ma semplicemente per mettere sul mercato una storia tenera, e sicuramente lo è, che permetta di sognare e passare qualche momento di piacevole spensieratezza.
Questo è il motivo per cui non riesco a dare ad Heartstopper un voto che complessivamente superi il 5/10. Capisco sia una saga diretta principalmente a giovanissimi lettori, ma considerato il successo planetario che ha avuto (anche da miei coetanei, quindi persone che sfiorano i trent’anni) mi sarei aspettata molto di più. Un romanzo bello, che a mio avviso esplora molto bene il tema dell’omosessualità è Promettimi che ci sarai, consiglio a chi ha amato Heartstopper di dargli un’occasione!

*Volpe

La principessa testarda e il principe pezzato

.: SINOSSI :.

Una delle leggende più oscure del Regno degli Antichi racconta la storia del Principe Pezzato, mezzosangue, erede al trono Lungavista e dotato del dono dello Spirito, il cui nome ancora riecheggia nelle canzoni di menestrelli e cantastorie del Regno. Principe illegittimo per alcuni, re-in-attesa per altri, Corsiero Lungavista porta su di sé il marchio dell’amore illegittimo di sua madre, la principessa Cautela: egli è ricoperto di macchie scure su tutto il corpo, come il cavallo pezzato di suo padre, il capostalliere Equo, legato col dono dello Spirito all’animale. Quando tutto sembra perduto, Felicia, la serva di Cautela, lo prende con sé e lo alleva come un figlio. A lei, l’ultima degli ultimi, viene lasciato l’arduo compito di raccontare tutta la verità e di tramandarla ai posteri, ed è così che è giunta fino a noi. Nello stile che l’ha sempre caratterizzata, Robin Hobb ci regala una storia che rivela un segreto di famiglia in grado di pesare sulle generazioni future fino a quando l’assassino Fitz Chevalier Lungavista entra in scena.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Robin Hobb non delude mai: ho finito questo racconto in un pomeriggio, complici la lunghezza del testo e lo stile accattivante che non permetteva di fare neanche una pausa.
La principessa testarda e il principe pezzato è un racconto breve che, purtroppo, si interrompe a metà volume e questo è il vero lato negativo dell’opera. Finita la narrazione infatti sono presenti alcuni capitoli provenienti dal primo romanzo della saga dei Lungavista, L’apprendista assassino, libro quasi sicuramente già letto da chi desideri affrontare questa lettura in modo consapevole.

La scrittura di Robin Hobb tiene il lettore in sospeso per tutto il testo e la trama, che è lineare e semplice, ne giova moltissimo. I personaggi sono un altro punto a favore di questo brevissimo testo: complice una caratterizzazione a tutto tondo che enfatizza non solo lati positivi ma soprattutto quelli negativi dei protagonisti, caratteristica dello stile della Hobb che avevo apprezzato molto anche negli altri romanzi, l’arco narrativo dei personaggi, le loro emozioni, i loro difetti e pregi sono la spinta che fa progredire la narrazione.
Con questo testo, così come nelle altre sue opere, Hobb affronta soprattutto il tema della diversità che tra le pagine di questo racconto ha due forme: quella della principessa testarda, che simboleggia chi non riesce con il suo essere a soddisfare le aspettative altrui, e quella del principe pezzato, simbolo delle persone diverse non solo di aspetto fisico ma anche emotivo e spirituale.
Ciò che non mi è piaciuto è la fretta con cui il romanzo è stato portato a termine: nonostante le premesse potessero far presagire l’inizio di una nuova, brillante saga, la storia inizia e si conclude in un centinaio scarso di pagine lasciando il lettore con un po’ di amaro in bocca. A tratti ho avuto la sensazione che nelle intenzioni dell’autrice di fosse quella di scrivere una nuova saga ma che esigenze editoriali l’abbiano spinta a concludere in fretta una trama che avrebbe potuto diventare grandiosa.

Il voto finale che mi sento di dare a questo romanzo è un 8/10. Mi è piaciuto molto e sono contenta di aver divorato questo racconto che mi ha riportata a quando per la prima volta ho letto l’apprendista assassino, purtroppo i difetti citati in precedenza hanno pesato molto sul mio voto finale.
Intrighi di corte, inganni, dolore e magia si susseguono pagina dopo pagina costruendo una storia affascinante che, per chi ha letto la saga dei Lungavista, ha un sapore famigliare. Trovo che sia un testo adatto a chiunque desideri leggere un fantasy classico o a chi vuole approcciarsi a questa autrice ma ha paura di lanciarsi sui suoi romanzi più corposi.

*Volpe

A riveder le stelle

.: SINOSSI :.

Dante è il poeta che inventò l’Italia. Non ci ha dato soltanto una lingua; ci ha dato soprattutto un’idea di noi stessi e del nostro Paese: il «bel Paese» dove si dice «sì». Una terra unita dalla cultura e dalla bellezza, destinata a un ruolo universale: perché raccoglie l’eredità dell’Impero romano e del mondo classico; ed è la culla della cristianità e dell’umanesimo. L’Italia non nasce da una guerra o dalla diplomazia; nasce dai versi di Dante. Non solo. Dante è il poeta delle donne. È solo grazie alla donna – scrive – se la specie umana supera qualsiasi cosa contenuta nel cerchio della luna, vale a dire sulla Terra. La donna è il capolavoro di Dio, la meraviglia del creato; e Beatrice, la donna amata, per Dante è la meraviglia delle meraviglie. Sarà lei a condurlo alla salvezza. Ma il poeta ha parole straordinarie anche per le donne infelicemente innamorate, e per le vite spente dalla violenza degli uomini: come quella di Francesca da Rimini. Aldo Cazzullo ha scritto il romanzo della Divina Commedia. Ha ricostruito parola per parola il viaggio di Dante nell’Inferno. Gli incontri più noti, da Ulisse al conte Ugolino. E i tanti personaggi maledetti ma grandiosi che abbiamo dimenticato: la fierezza di Farinata degli Uberti, la bestialità di Vanni Fucci, la saggezza di Brunetto Latini, la malvagità di Filippo Argenti. Nello stesso tempo, Cazzullo racconta – con frequenti incursioni nella storia e nell’attualità – l’altro viaggio di Dante: quello in Italia. Nella Divina Commedia sono descritti il lago di Garda, Scilla e Cariddi, le terre perdute dell’Istria e della Dalmazia, l’Arsenale di Venezia, le acque di Mantova, la «fortunata terra di Puglia», la bellezza e gli scandali di Roma, Genova, Firenze e delle altre città toscane. Dante è severo con i compatrioti. Denuncia i politici corrotti, i Papi simoniaci, i banchieri ladri, gli usurai, e tutti coloro che antepongono l’interesse privato a quello pubblico. Ma nello stesso tempo esalta la nostra umanità e la nostra capacità di resistere e rinascere dopo le sventure, le guerre, le epidemie; sino a «riveder le stelle». Un libro sul più grande poeta nella storia dell’umanità, a settecento anni dalla sua morte, e sulla nascita della nostra identità nazionale; per essere consapevoli di chi siamo e di quanto valiamo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

A riveder le stelle è un saggio brevissimo, scorrevole e leggero. Lo si finisce in un attimo, coinvolti dalla penna di Cazzullo che, con una prosa discorsiva e semplice, riesce a non annoiare.
Questo saggio è chiaramente il primo di una trilogia saggistica sulla Commedia, sull’italiano di Dante e sull’Italia rinascimentale. Il testo si focalizza sui canti che compongono l’Inferno di Dante che però non sono analizzati esclusivamente dal punto di vista letterario: Cazzullo estrapola da ciascun canto le parole e i modi di dire che Dante ha inventato, dimostrando ancora una volta quanto il poeta sia stato fondamentale nella storia della nostra lingua; racconta le storie dei molti personaggi incontrati dal poeta tralasciandone davvero pochi; permette al suo lettore di riavvicinarsi in maniera leggera alla Commedia e di riappassionassi a uno dei testi fondamentali per la nostra lingua e il nostro paese.

Per quanto pieno di pregi, il testo non è scevro di difetti: il peggiore, e quello più difficile da ignorare, è la superficialità. Come detto in precedenza, il saggio pretende di parlare della Commedia, dell’Italiano dantesco e di storia rinascimentale: questo comporta inevitabilmente che nessuno dei tre argomenti sia trattato in maniera davvero profonda. L’autore salta da un argomento all’altro velocemente lasciando al lettore giusto i concetti più importanti, molti dei quali la maggior parte di noi li ha già studiati a scuola, per poi andare avanti e soffermarsi su un nuovo spunto.
Questa superficialità lo rende però un testo adatto ai “non addetti ai lavori”, fruibile dal grande pubblico e adatto a tutte le età. Permette al lettore di non annoiarsi mai e continuare la lettura con interesse scegliendo da solo cosa vuole eventualmente approfondire.

Tutto considerato, il saggio merita un 7.5/10. E’ un testo godibile e di grande aiuto per capire meglio la Divina Commedia.
Proprio grazie al carattere leggero e poco impegnativo del testo, lo consiglio sia agli adulti che hanno voglia di riscoprire Dante, sia ai ragazzi che si hanno incontrato il Poeta per la prima volta.

*Volpe

Il gattopardo

.: SINOSSI :.

Siamo in Sicilia, all’epoca del tramonto borbonico: è di scena una famiglia della più alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzano i tempi nuovi (dall’anno dell’impresa dei Mille di Garibaldi la storia si prolunga fino ai primordi del Novecento). Accentrato quasi interamente intorno a un solo personaggio, il principe Fabrizio Salina, il romanzo, lirico e critico insieme, ben poco concede all’intreccio e al romanzesco tanto cari alla narrativa dell’Ottocento. L’immagine della Sicilia che invece ci offre è un’immagine viva, animata da uno spirito alacre e modernissimo, ampiamente consapevole della problematica storica e politica contemporanea.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Dopo aver divorato I Viceré mi sono fiondata su Il gattopardo carica di aspettative sperando di ritrovare le atmosfere che avevo tanto amato nel romanzo di De Roberto.
Con mio sommo dispiacere la lettura si è rivelata un’agonia che ho deciso di interrompere a una quindicina di pagine dalla fine dell’opera. Il romanzo di Tomasi di Lampedusa tenta, a mio parere con risultati deludenti, di ricalcare il verismo di Verga e di De Roberto, ma non riesce a rendere adeguatamente le atmosfere e lo stile dei suoi predecessori e il risultato finale è un romanzo che sembra procedere a scatti come un ingranaggio non ben oleato.
Tomasi tenta di unire il vecchio e il nuovo accostando descrizioni minuziose, e incredibilmente gradevoli, a metafore e paragoni che sono un pugno nell’occhio così accostati a dialoghi e situazioni decisamente troppo antiquati per poter spartire la pagina con termini introdotti solo a partire dal XX secolo nel vocabolario.

Anche la trama mi ha lasciato piuttosto perplessa e scontenta. Sicura di leggere le peripezie di un uomo per salvaguardare il prestigio della propria famiglia e tutelarla dai tumulti e dai cambiamenti della storia, mi sono ritrovata a sorbirmi pagine e pagine di arrovellamenti e monologhi interiori (intervallati da siparietti frivoli in cui andava in scena la storia d’amore tra due personaggi): il monologo interiore di un uomo che, fiero della sua nomea di Gattopardo, guarda con sprezzo chiunque arrivando, infine, a disprezzare anche il suo stesso sangue reo di non aver ereditato la natura fiera e allo stesso tempo astuta dei gattopardi.

Il mio giudizio è 7/10. Il libro, a mio giudizio, non è ben scritto e l’utilizzo di un italiano posticcio che imita, senza successo, una lingua sì altisonante ma vera e coerente con il periodo storico ha reso la lettura difficile se non addirittura noiosa.. Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta grossolana e, chiudendo il libro, nessuno di loro resta particolarmente impresso nella memoria. Le descrizioni riescono a salvare il romanzo e, ben nascoste tra le pagine, è possibile trovare instantanee dettagliate di giardini da favola, in cui perdersi e sognare di passeggiare sul far della sera, o di ville da scoprire stanza dopo stanza con l’innocente insolenza di un bambino coinvolto in una caccia al tesoro.

*Jo

L’inventore di sogni

.: SINOSSI :.

Un bambino sogna a occhi aperti e immagina di far sparire l’intera famiglia, un po’ per noia e un po’ per dispetto, con un’immaginaria Pomata Svanilina; oppure sogna di poter togliere al gatto di casa la pelliccia, di farne uscire l’anima felina e di prenderne il posto, vivendone per qualche giorno la vita, soltanto in apparenza sonnacchiosa; oppure sogna che le bambole della sorella si animino e lo aggrediscano per scacciarlo dalla sua camera… Fin dalle prime pagine di questo libro ritroviamo il consueto campionario di immagini perturbanti che sono un po’ il “marchio di fabbrica” di McEwan. Specialmente nella prima stagione della sua narrativa l’autore britannico ci aveva abituato a profondi e terribili scandagli nel microcosmo della famiglia, e in quei mondi chiusi e violenti i bambini e gli adolescenti giocavano sia il ruolo delle vittime e sia quello dei carnefici. Ne “I’inventore di sogni” McEwan ritorna sul luogo del delitto, ma lo fa con un tono e uno spirito completamente diversi, scegliendo il registro sereno e sdrammatizzante per definizione: quello del “racconto per ragazzi”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Attirata dalle premesse del romanzo, mi sono avvicinata a L’inventore di sogni colma di aspettative che, purtroppo, sono state disattese. 
Sebbene brevissime, le fiabe sono davvero difficili da finire: sono troppo lente, spesso ripetitive. Leggendole con gli occhi e la mente di un adulto le ho trovate estremamente noiose e dunque mi chiedo: se erano noiose per me, e non per la loro prevedibilità quanto piuttosto per la loro pesantezza, come le troverà un bambino? 
I temi trattati sono giusti per il pubblico cui McEwan ha dedicato la sua raccolta: la ribellione contro il bulletto della scuola, la crescente avversione verso i genitori che accompagna la crescita, la perdita di un animale e così via. 
A mio avviso però, i sogni che fa il giovane protagonista sono troppo adulti per la sua età, così come la pesantezza dei suoi ragionamenti non è adatta ad un bambino di dieci anni. Pur essendo intriganti, i pensieri del protagonista sembrano grigi, spenti e senza i colori tipici dell’infanzia; mancano di serenità. Insomma, la sensazione è che se al posto di un bambino ci fosse stato un adulto, niente nel testo sarebbe cambiato. 

Dei personaggi non si sa nulla. Il solo ad essere approfondito è il protagonista che, per altro, il lettore si trova a conoscere solo superficialmente attraverso la sua immaginazione: al di là che ama sognare ad occhi aperti, non saprei proprio dire quali sono gli interessi di Peter né quale sia il rapporto che ha con i genitori e con la sorella. Purtroppo anche il protagonista è un personaggio di carta che non riesce a prendere vita. 

Per quanto riguarda la scrittura non c’è niente che non vada. Lo stile è fiabesco, onirico e delicato; le metafore che l’autore mette su carta sono perfette per descrivere i sogni in tutta la loro surreale assurdità. Le parole di McEwan creano immagini splendide capaci di stimolare la fantasia di ogni lettore. 
Il problema è che secondo me questo stile non è adatto né al pubblico scelto né alla storia che l’autore vuole raccontare. È proprio lo stile, per quanto meraviglioso esso sia, a creare la sensazione di leggere un libro ambientato perennemente in stanze buie, con colori scuri, tetro. A volte sembra di vedere, perché come ho detto la scrittura permette di immergersi molto nel testo e di visualizzare le immagini vividamente, le atmosfere di un film di Tim Burtun in cui però è raccontata una storia dolce e tenera di amore e speranza. 
Credo sia proprio questo scontro tra le sensazioni evocate e i temi trattati a non funzionare e a rendere la raccolta meno vincente. 

In conclusione, il voto che mi sento di dare al testo è 6,5/10. 
Non mi sento di bocciare il testo perché McEwan vuole insegnare ai bambini ad amare, sognare e sperare e questo è, ovviamente, un ottimo intento. Il mio consiglio è di avvicinarsi con la dovuta cautela a questo testo e di non sceglierlo, come invece ho fatto io sbagliando, come primo approccio a questo autore. 

Contro l’impegno

.: SINOSSI :.

Da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che la letteratura debba promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta. Ma la letteratura è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato: più si tenta di piegarla al proprio volere, e usarla per “veicolare un messaggio”, più lei ci sfugge e porta in superficie ciò che nemmeno l’autore sapeva di sapere. Sostiene il Bene se il Potere lo reprime, ma quando il Potere si nasconde dietro stereo-tipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli. In questo pamphlet militante e preoccupato Walter Siti analizza alcuni autori e testi contemporanei di successo per difendere la letteratura dal rischio di abdicare a ciò che la rende più preziosa: il dubbio, l’ambivalenza, la contraddizione. Non senza il sospetto che l’impegno “positivo” sia soltanto la faccia politicamente in luce di una mutazione profonda e ignota, in cui tecnologia e mercato imporranno alla letteratura nuovi parametri.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse che accompagnano Contro l’impegno di Walter Siti sono tutt’altro che scontate, provocano e spronano il lettore a riflettere sui libri che oggi, con un ritmo degno di una catena di montaggio brevettata e ben oliata, le case editrici pubblicano ad un ritmo incalzante.
In un periodo storico in cui, fin dalle scuole, ci viene insegnato a leggere le etichette dei prodotti per scegliere quelli biologici, prodotti in Europa o cruelty free; Siti analizza quelli che, utilizzando un linguaggio marketing, sono i trend della narrazione: i temi, i protagonisti, le tecniche e gli espedienti che, oggi giorno, un qualsiasi prodotto a scopo narrativo deve avere per accattivarsi il favore del pubblico e sperare di brillare in mezzo a centinaia di altre produzioni simili.
Dai romanzi al cinema, dalle serie tv alla cronaca; Siti analizza la comunicazione mettendo nero su bianco quelle riflessioni che, forse, almeno una volta ogni lettore si è trovato a fare all’ennesima trama scopiazzata da un’opera di maggior successo. La dialettica è buona e le critiche, tutt’altro che edulcorate, sono tanto taglienti quanto intelligenti: senza temere di attirare su di sé antipatie, o di essere abbandonato a metà lettura, Siti depone dal piedistallo mediatico scrittori famosi e acclamati dal pubblico e dalla critica, si scaglia, con una spregiudicatezza a tratti disorientante, contro quelli che sono i tabù del momento e, infine, affonda 3/4 della letteratura moderna facendo nascere nel lettore una domanda più che lecita: cosa leggere per non rimanere incastrati nei meccanismi e negli espedienti denunciati, non sempre a torto, da Siti?

Il voto che mi sento di dare a questo saggio lungo, o saggino come l’auotore stesso lo ha definito, è 7.
Ho trovato alcune riflessioni non solo azzeccate, ma anche illuminanti per riuscire a leggere con maggiore consapevolezza la realtà che ci circonda senza rischiare di rimanere abbagliati da eccessi ingiustificati di sentimantalismo o altri stratagemmi adottati da scrittori, sceneggiatori, giornalisti e divulgatori per accattivarsi il favore del pubblico.
D’altro canto, il testo pecca di alcune contraddizioni come, per citarne una, la questione del lettore implicito che, se nelle prime pagine viene introdotta dall’autore nelle prime pagine per spiegare l’insensata tendenza a cambiare o censurare opere che, scritte anni addietro, descrivono comportamenti razzisti/sessisti/omofobi/etc… perfettamente condivisi dai lettori dell’epoca ma non, si spera, da quelli moderni; viene poi dimenticata nel momento in cui Siti si accanisce contro certi espedienti letterari del tutto dimentico, si spera in buona fede, del pubblico al quale certi romanzi sono rivolti.
Altre rimostranze, per esempio la tendenza degli scrittori a mettersi sempre dalla parte delle vittime (extracomunitari, omosessuali perseguitati, lavoratori in cassa integrazione, etc…), mi sono parse un po’ boriose e tese solamente a ribadire, ancora una volta, la posizione anticonformista dell’autore. Certo: che alcune tematiche, come appunto il razzismo o l’omosessualità, siano trattate il più delle volte con una leggerezza disarmante o farcite (cosa ancor più grave) di stereotipi, o casi limite, giusto per aggiungere pathos a situazioni già critiche è un dato di fatto e, in vero, le osservazioni di Siti su questo punto non sono poi così sbagliate. Siti denuncia una letteratura che, scevra di qual si voglia forma di verismo, si concentra sul sensazionalismo facendo iniezioni di scene emotivamente forti quando trama e psicologia dei personaggi iniziano a cedere. Se su questo punto sono più che concorde con l’autore, la sua filippica contro “gli scrittori degli ultimi” mi sembra un po’ sterile e, forse, poco ragionata in relazione al contesto storico in cui ci troviamo. Se oggi, infatti, gli scrittori (come i registi e gli sceneggiatori) possono scegliere da che parte schierarsi e raccontare la storia di una vittima della mafia, piuttosto che le vicende di un trafficante di uomini; questa libertà era impensabile, ed è tutt’ora un miraggio in certi paesi, sotto regimi che promuovevano idee tutt’altro che pacifiche e che, per assicurarsi che nessuno potesse mai conoscere il proverbiale “altro lato del fosso” avevano istituiti ministeri appositi che applicassero la censura e si assicurassero che ogni testo, film, articolo, etc…; non propagandasse idee sovversive contrarie a quelle del partito.
Nel bene o nel male, la letteratura prodotta e distribuita negli ultimi 30 anni (o comunque dalla fine della Guerra Fredda e delle tensioni che da essa derivavano) ha potuto godere di sempre maggiori libertà e ha visto ingrandirsi sempre di più la rosa di argomenti di cui si poteva scrivere proponendo punti di vista nuovi e alternativi.
Nonostante queste riflessioni, il testo resta ugualmente valido pur non essendo alla portata di tutti. L’utilizzo di un linguaggio ricco di arcaismi (anche quando non strettamente necessari) e il continuo riferimento a testi più o meno recenti o, addirittura, passati in cavalleria in sordina e velocemente scomparsi dagli scaffali e dai cataloghi delle librerie non facilita la lettura del saggio che, alla lunga, risulta un po’ spocchioso e porta, inevitabilmente, il lettore a chiedersi se davvero, nelle sue opere, l’autore non abbia mai ricorso ad uno degli espedienti da lui criticati in queste pagine.

*Jo

La città di vapore

.: SINOSSI :.

L’ultima opera dell’autore de L’ombra del vento, l’omaggio letterario con cui Carlos Ruiz Zafón ha voluto congedarsi per sempre dai suoi lettori.

«Posso evocare i volti dei bambini del quartiere della Ribera con cui a volte giocavo o facevo a botte per strada, ma non ce n’è nessuno che desideri riscattare dal paese dell’indifferenza. Nessuno tranne quello di Blanca.» Si apre così la raccolta di racconti che lo scrittore dell’indimenticabile saga del Cimitero dei libri dimenticati ha voluto la-sciare ai suoi lettori. Un ragazzino decide di diventare scrittore quando scopre che i suoi racconti richiamano l’attenzione della ricca bambina che gli ha rubato il cuore. Un architetto fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile. Un uomo misterioso vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito. E Gaudí, navigando verso un misterioso appuntamento a New York, si diletta con luce e vapore, la materia di cui dovrebbero essere fatte le città. La città di vapore è una vera e propria estensione dell’universo narrativo della saga di Zafón amata in tutto il mondo: pagine che raccontano la costruzione della mitica biblioteca, che svelano aspetti sconosciuti di alcuni dei suoi celebri personaggi e che rievocano da vicino i paesaggi e le atmosfere così care ai lettori. Scrittori maledetti, architetti visionari, edifici fantasmagorici e una Barcellona avvolta nel mistero popolano queste pagine con una plasticità descrittiva irresistibile e la consueta maestria nei dialoghi. Per la prima volta pubblicati in Italia, i racconti della Città di vapore ci conducono in un luogo in cui, come per magia, riascoltiamo per l’ultima volta la voce inconfondibile dello scrittore che ci ha fatto sognare come nessun altro.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ultima opera dell’acclamato scrittore spagnolo, La città di Vapore ha realmente il sapore di un’opera di congedo e, per questo, la lettura risulta amara.
Lo stile è quello poetico a cui Zafón ci ha abituato fin dal principio caratterizzato da un fraseggio non particolarmente lungo e da una scelta lessicale alle volte estremamente fisica ed incisiva che, nonostante la traduzione in italiano, non perde la sua forza e, anzi, sembra uscirne rinvigorita.
Anche le ambientazioni e i personaggi hanno un non so che di già letto, ma trattandosi di una raccolta di opere inedite, o pubblicate solo su riviste, questa familiarità non è considerabile un difetto e, anzi, permette ai lettori di accomiatarsi come si deve dai personaggi conosciuti negli altri romanzi o, per chi si avvicina per la prima volta a Zafón, al contrario cominciare a prendere confidenza con un mondo popolato di puttane, spie ed assassini, librai ed architetti, inquisitori e figure che sembrano essere sgattaiolate fuori dalle pagine dell’Apocalisse di San Giovanni.

Reduce dalla delusione che mi avevano procurato Il principe della nebbia e Le luci di settembre (che avevo iniziato senza terminarlo), ho atteso un po’ prima di confrontarmi con l’ultima opera di quello che, al momento, è il mio autore preferito. Il tempismo con cui La città di vapore venne pubblicato, a pochi mesi dalla dipartita dello scrittore, mi aveva infatti reso diffidente nei confronti di quella che, a mio (pre)giudizio, era solo l’ultima trovata editoriale per cercare di sfruttare anche le ultime lacrime di inchiostro dell’autore regalando al suo nutrito pubblico un’opera a cavallo tra un “adios” e un testamento.
Come spesso accade in questi casi, avevo altissime aspettative su quest’opera e, leggendola, devo dire che sono state pienamente soddisfatte.
Il voto è un 10-/10: trattandosi di una raccolta, oltretutto pubblicata postuma, il materiale sembra più grezzo rispetto alle altre pagine scritte da Zafón. La caratterizzazione dei personaggi è praticamente assente e anche le descrizioni risultano più frettolose rispetto a quelle presenti in altri scritti ma, di nuovo, trattandosi di racconti brevi questi non sono dei veri e propri difetti e, alla fine, l’opera scorre piacevolemente costringendo il lettore ad un vero e proprio esercizio di autocontrollo per non rischiare di divorare troppo velocemente quella che, ahimé, è l’ultima opera dello scrittore spagnolo.
Forse, un maggior lavoro di editing, sarebbe riuscita a portare questo pugno di pagine allo stesso livello delle altre opere di Zafón, ma la scelta degli editori di non intervenire più del dovuto sul testo è comprensibile, e a suo modo accettabile, considerato il poco lasso di tempo intercorso tra la scomparsa dell’autore e la pubblicazione di quello che può essere considerato il suo canto del cigno.

*Jo

La torre del Corvo

.: SINOSSI :.

Per secoli, Iraden è stata protetta dal Corvo, un dio che domina il territorio dall’alto di una torre nella cittadina portuale di Vastai. La sua volontà emana attraverso il Fittavolo, che con il suo tributo di sangue ne tiene in vita il potere. Sotto lo sguardo attento del Corvo, Vastai fiorisce, arricchendosi con i dazi che riscuote dalle navi di passaggio per lo stretto del Mare Interno. Ma il Corvo si sta indebolendo. Il Fittavolo è scomparso e al suo posto ora siede un usurpatore, mentre ai confini si stanno radunando truppe straniere che hanno stretto alleanze con nuove divinità. È in questo momento di pericolo che un dio – uno dei leggendari e temutissimi Antichi – vede giungere Eolo, al seguito di Mawat, erede del vero Fittavolo. E comincia a parlare, raccontando una storia che potrebbe aiutare Eolo e Mawat a fare giustizia. Così, mentre assiste il suo signore, Eolo scopre che la Torre del Corvo nasconde un segreto. Nelle sue fondamenta è celata una vicenda oscura che attende solo di essere svelata… e di mettere in moto una catena di eventi che potrebbe distruggere Iraden per sempre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Incuriosita da una trama molto promettente e dai numerosi pareri positivi riguardo l’opera più famosa di Ann Leckie, la trilogia Ancillary, mi sono tuffata su La torre del Corvo con aspettative altissime.
Purtroppo, come spesso accade quando si sogna troppo su un romanzo prima ancora di averlo letto, sono rimasta un po’ delusa dal libro perché, pur avendo un retroscena accattivante e un worldbuilding degno di nota, a volte è noioso e non incentivava la lettura.

L’autrice ha scelto di usare uno stile di scrittura molto particolare per il suo romanzo: la seconda persona singolare. Il narratore è interno ed onnisciente e parla per tutto il tempo con un altro personaggio, Eolo, che purtroppo non può né sentirlo né rispondergli. La sensazione è quella di essere una mosca che insegue Eolo, pagina dopo pagina, e lo accompagna nelle sue (poche) avventure. Nessuno dei personaggi è descritto in modo accurato, né fisicamente né psicologicamente, sono tutti caratteri che si finisce per conoscere solo in modo superficiale e nessuno di loro ha un vero e proprio peso sulla trama.
Altra particolarità della misteriosa voce narrante è che essa appartiene ad un personaggio estremamente riflessivo: il lettore è bombardato da righe, paragrafi, pagine e a volte capitoli interi di riflessioni, domande sull’universo, considerazioni più o meno acute su ciò che funziona o meno nel mondo della Leckie. Se questo, da una parte, permette di capire meglio il sistema magico e il rapporto tra uomini e divinità, dall’altra è pesante e non sempre utile a tenere alta l’attenzione del lettore.

La trama del romanzo si muove tra passato e presente. La Leckie racconta al lettore gli antefatti che hanno portato alle vicende de La Torre del Corvo tramite numerosi flashback che spesso sono molto più interessanti della trama “attuale”. La trama che si svolge nel presente è scarna, frettolosa e non succede gran che almeno fin oltre la metà del romanzo. I flashback, invece, sono ricchi di avvenimenti e di riflessioni interessanti e sembrano essere loro i veri protagonisti della storia, quasi come se l’autrice avesse messo molto più impegno a studiare il passato del suo mondo piuttosto che a riflettere su quale futuro e quale finale volesse dare alla sua storia.
Positivo invece il mio giudizio sul worldbuilding: originale, intrigante, comprensibile e soprattutto credibile, il sistema magico è il vero punto di forza de La torre del Corvo. Sono rimasta positivamente colpita dalla capacità della Leckie di costruire mondi, per questo penso che proverò a leggere anche la trilogia di Ancillary.

Complessivamente, il mio voto è un 7.5/10. Le premesse erano buone ma non tutte le potenzialità del mondo creato dall’autrice sono state sfruttate appieno.
Il finale è estremamente frettoloso, la sensazione è che tutte le cose interessanti siano accadute nel passato.

*Volpe

L’odore assordante del bianco

.: SINOSSI :.

Nella stanza di un manicomio prende vita un dialogo serrato tra Van Gogh e suo fratello Theo, non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma anche un’indagine che ne rivela uno stadio sommerso. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Bisogna essere pazzi, con un’intera libreria a disposizione e un inventario di mondi diversi in cui perdersi, per scegliere liberamente di chiudersi per un’ora nel manicomio di Saint Paul dove, come fa notare il protagonista, anche Dio verrebbe rinchiuso e trattato come un imbecille.
L’odore assordante del bianco è la prima opera de Una quadrilogia di Stefano Massini e, con crudeltà e poesia, psicologia e umanità, dipinge istantanee drammatiche dell’esperienza fatta da Vincen Van Gogh nel manicomio di Saint Paul.
Un’opera complessa che si tiene in equilibrio precario tra la prosa e la lezione di psicologia. L’odore assordante del bianco è molte cose in una e, nonostante richiami il colore che è la somma di tutti e di nessuno, mostra al lettore sfumature diverse grottesche, drammatiche e anche poetiche; l’approfondimento psicologico è evidente fin dalla drammatis personae che, invece di presentare i personaggi con i loro trascorsi, li tratteggia attraverso pennellate, macchie di colore che richiamano al temperamento degli stessi.
Il testo è un climax discendente: si ha la sensazione di precipitare e sprofondare trascinati da Vincent nella sua pazzia e nelle sue manie. Che cosa è vero? Che cosa non lo è? A metà del testo ci si sente traditi tanto dall’autore quanto da se stessi e lo stomaco si attorciglia mentre i personaggi aumentano la sensazione di trambusto guaendo e sbraitando. Poi, in zona Cesarini, il cambio di rotta: improvviso ed illogico che lascia addosso al lettore una sensazione di diffidenza difficile da allontanare. Quando, infine, il buio nero cala sull’ultima battuta, è inevitabile fermarsi a riflettere su ciò che si è letto perché, alla fine, L’odore assordante del bianco non parla della pazzia di Vincent, ma sussurra anche alla nostra confortandola e facendola capire compresa in un mondo che, come grida Vincent al fratello, tende a eliminare le mele marce.

Su RaiPlay è disponibile una registrazione del 2019 ed è grazie a questo archivio multimediale che ho scoperto questo testo. La versione portata in scena da Alessandro Maggi, con Alessandro Preziosi nel ruolo di Vincent Van Gogh, presenta alcuni tagli al copione originale, ma riesce ugualmente a centrare il punto.
Prosa e spettacolo non si guardano, ma si lasciano entrare dentro l’anima e vivere in noi. Sul palcoscenico la linea tra reale e immaginato è più sfumata e le voci degli attori hanno il non sempre facile compito di tracciare il labile confine tra ciò che esiste e ciò che non si vede. Sulle pagine, invece, è il cuore a decidere e ad aggrapparsi, come fa il protagonista, alla speranza, purtroppo infondata, che ciò che si ha davanti sia vero e vivo. Il “filo spezzato” ricorda la bacchetta spezzata del mago Prospero ne La tempesta di Shakespeare: come Prospero spezza la bacchetta per avvertire lo spettatore della fine dei suoi incanti, così Vincent racconta del suo filo spezzato ammonendo chi lo ascolta “[…] se scopri – e basta una volta- che la mente ti può ingannare… Be’, allora il filo si spezza, […] quando i tuoi occhi incontrano le cose, dovranno sempre e comunque dubitare.”
Un’opera, già dal titolo, sinestetica che, tuttavia, non stuzzica solo i cinque sensi ma pizzica, senza chiedere il permesso, le corde più profonde dell’anima. Il titolo stesso della raccolta Una quadrilogia (anzi che tetralogia) si spinge oltre al semplice coinvolgimento della vista e cerca, come un quadro, di sfiorare anche gli altri sensi.
Come per una raccolta di poesie, non posso dare un voto a questo testo che ha significato per me più di quanto riesca a rendere a parole. Non è un’opera leggera e tanto la prosa quanto la rappresentazione richiedono concentrazione e voglia di mettersi in discussione. Sono pagine che fanno ridere, incazzare e piangere: dove ogni parola è scelta con la cura con cui un pittore dispone le tinte sulla tavola.
Una lettura non per tutti, ma di un’universalità disarmante.

*Devyani