Le Origini del Potere

.: SINOSSI :.

Agosto 1471. Esausto dal lungo viaggio, un giovane frate attraversa le antiche mura che difendono la città, passa accanto alle vestigia diroccate di un passato ormai dimenticato, s’inoltra in un intrico di vicoli bui e puzzolenti. E infine sbuca in una piazza enorme, davanti alla basilica più importante della cristianità, dove si unisce al resto della popolazione. Ma lui non è una persona qualunque. Non più. È il nipote del nuovo papa, Sisto IV. È Giuliano della Rovere. E quello è il primo giorno della sua nuova vita, un giorno che segnerà il suo destino: dopo aver assistito alla solenne incoronazione dello zio, Giuliano viene coinvolto dai suoi cugini, Girolamo e Pietro Riario, in una folle girandola di festeggiamenti nelle bettole della città, per poi rischiare la morte in un agguato e ritrovarsi al sicuro tra le braccia di una fanciulla dal fascino irresistibile. È il benvenuto di Roma a quell’umile fraticello, che subito impara la lezione. Solo i più forti, i più determinati, i più smaliziati sopravvivono in quel pantano che è la curia romana. Inizia così la scalata di Giuliano, che scopre di avere dentro di sé un’ambizione bruciante, pari solo all’attrazione per Lucrezia Normanni, la donna che lo aveva salvato quel fatidico, primo giorno, e che rimarrà al suo fianco per gli anni successivi, dandogli pure una figlia. Anni passati a fronteggiare con ogni mezzo sia le oscure manovre del suo grande avversario, il cardinale Rodrigo Borgia, sia i tradimenti dei suoi stessi parenti, i Riario. Anni passati sui campi di battaglia, ad imparare l’arte della guerra, e a tramare in segreto contro i Medici di Firenze, nonostante il disastroso esito della congiura dei Pazzi. E tutto per prepararsi a un evento ineluttabile: la morte di suo zio, il papa, e l’apertura del conclave. Ecco la grande occasione di conquistare il potere assoluto. Ma Giuliano scoprirà che il destino, per il momento, ha altri piani per lui…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il fascino del rinascimento, gli intrighi e le cospirazioni che lo caratterizzarono rivivono ne Le origini del potere di Alessandra Selmi. L’autrice regala ai propri lettori un romanzo equilibrato dove descrizioni e dialoghi sono perfettamente bilanciati cosicché, leggendolo, non si corre il rischio di imbattersi in resoconti minuziosi né in interminabili scambi di battute. L’evoluzione del protagonista, Giuliano della Rovere, è un climax e, a lettura terminata, è difficile capire se si siano lette le gesta di un eroe o si sia seguito il tortuoso cammino di un antieroe.
Abile narratrice, Selmi riesce a raccontare la storia senza diventare didascalica aiutando con discrezione il lettore quando, per esempio, è costretta a descrivere il funzionamento di una macchina senza trasformare il passo in un compendio di storia rinascimentale.

Il libro merita e il mio voto non può che essere positivo: 8-9/10.
Quando si parla del Rinascimento è inevitabile pensare immediatamente alle famiglie dei Medici e dei Borgia o ad artisti come Michelangelo e Leonardo e, d’altronde, scrivere di queste figure storiche (per i quali si sono già profusi fiumi di inchiostro) è un lavoro in discesa, forse proprio per questo il romanzo di Selmi risulta ancora più godibile, oltre che originale. La storia del cardinale Giuliano della Rovere, come raccontata ne Le origini del potere non ha nulla da invidiare alle altre saghe (romanzate e televisive) sul rinascimento italiano e pagina dopo pagina il lettore viene trascinato in un dedalo di bugie, ambizioni e potere rischiando, come lo stesso Giuliano, di finire stritolato dalle spire di un intreccio che tiene con il fiato sospeso e riesce sempre a stupire.
La caratterizzazione dei personaggi è coerente con il loro temperamento e il loro andirivieni tra le pagine del romanzo crea un’alchimia di caratteri e personalità che risulta piacevole.
Nonostante queste doverose, e meritate, lodi il libro ha qualche neo che, tuttavia, non compromette la lettura. La relazione amorosa tra il cardinale della Rovere e una nobildonna romana inizialmente appassiona, per poi ridursi ad un copione sempre uguale che finisce per annoiare.
In un libro dedicato a Giuliano della Rovere è normale che le vicende che interessano i personaggi secondari non trovino largo spazio, tuttavia alcuni eventi e personaggi passano in sordina, come l’eroica resistenza di Caterina Sforza dopo la morte del marito, senza che gli venga riconosciuto nemmeno l’onore delle armi. Questa sommarietà affetta anche il resto della storia che mantiene, fino alla morte di papa Sisto, un buon ritmo per poi diventare frettoloso riassumendo, per esempio, gli eventi avvenuti sotto papa Borgia in pochi capitoli a più o meno cento pagine dalla fine del romanzo. Non sono riuscita a capire se tale cambiamento fosse presente già nel manoscritto editoriale o se si sia trattata di una scelta fatta in fase di editing, ma (parare mio personalissimo) forse sarebbe stato più funzionale dividere in due capitoli la saga usando la morte di papa Sisto come pretesto per chiudere un primo potenziale romanzo e in modo da creare ed alimentare l’aspettativa e la curiosità circa l’epilogo delle avventure del papa guerriero.

*Jo

A riveder le stelle

.: SINOSSI :.

Dante è il poeta che inventò l’Italia. Non ci ha dato soltanto una lingua; ci ha dato soprattutto un’idea di noi stessi e del nostro Paese: il «bel Paese» dove si dice «sì». Una terra unita dalla cultura e dalla bellezza, destinata a un ruolo universale: perché raccoglie l’eredità dell’Impero romano e del mondo classico; ed è la culla della cristianità e dell’umanesimo. L’Italia non nasce da una guerra o dalla diplomazia; nasce dai versi di Dante. Non solo. Dante è il poeta delle donne. È solo grazie alla donna – scrive – se la specie umana supera qualsiasi cosa contenuta nel cerchio della luna, vale a dire sulla Terra. La donna è il capolavoro di Dio, la meraviglia del creato; e Beatrice, la donna amata, per Dante è la meraviglia delle meraviglie. Sarà lei a condurlo alla salvezza. Ma il poeta ha parole straordinarie anche per le donne infelicemente innamorate, e per le vite spente dalla violenza degli uomini: come quella di Francesca da Rimini. Aldo Cazzullo ha scritto il romanzo della Divina Commedia. Ha ricostruito parola per parola il viaggio di Dante nell’Inferno. Gli incontri più noti, da Ulisse al conte Ugolino. E i tanti personaggi maledetti ma grandiosi che abbiamo dimenticato: la fierezza di Farinata degli Uberti, la bestialità di Vanni Fucci, la saggezza di Brunetto Latini, la malvagità di Filippo Argenti. Nello stesso tempo, Cazzullo racconta – con frequenti incursioni nella storia e nell’attualità – l’altro viaggio di Dante: quello in Italia. Nella Divina Commedia sono descritti il lago di Garda, Scilla e Cariddi, le terre perdute dell’Istria e della Dalmazia, l’Arsenale di Venezia, le acque di Mantova, la «fortunata terra di Puglia», la bellezza e gli scandali di Roma, Genova, Firenze e delle altre città toscane. Dante è severo con i compatrioti. Denuncia i politici corrotti, i Papi simoniaci, i banchieri ladri, gli usurai, e tutti coloro che antepongono l’interesse privato a quello pubblico. Ma nello stesso tempo esalta la nostra umanità e la nostra capacità di resistere e rinascere dopo le sventure, le guerre, le epidemie; sino a «riveder le stelle». Un libro sul più grande poeta nella storia dell’umanità, a settecento anni dalla sua morte, e sulla nascita della nostra identità nazionale; per essere consapevoli di chi siamo e di quanto valiamo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

A riveder le stelle è un saggio brevissimo, scorrevole e leggero. Lo si finisce in un attimo, coinvolti dalla penna di Cazzullo che, con una prosa discorsiva e semplice, riesce a non annoiare.
Questo saggio è chiaramente il primo di una trilogia saggistica sulla Commedia, sull’italiano di Dante e sull’Italia rinascimentale. Il testo si focalizza sui canti che compongono l’Inferno di Dante che però non sono analizzati esclusivamente dal punto di vista letterario: Cazzullo estrapola da ciascun canto le parole e i modi di dire che Dante ha inventato, dimostrando ancora una volta quanto il poeta sia stato fondamentale nella storia della nostra lingua; racconta le storie dei molti personaggi incontrati dal poeta tralasciandone davvero pochi; permette al suo lettore di riavvicinarsi in maniera leggera alla Commedia e di riappassionassi a uno dei testi fondamentali per la nostra lingua e il nostro paese.

Per quanto pieno di pregi, il testo non è scevro di difetti: il peggiore, e quello più difficile da ignorare, è la superficialità. Come detto in precedenza, il saggio pretende di parlare della Commedia, dell’Italiano dantesco e di storia rinascimentale: questo comporta inevitabilmente che nessuno dei tre argomenti sia trattato in maniera davvero profonda. L’autore salta da un argomento all’altro velocemente lasciando al lettore giusto i concetti più importanti, molti dei quali la maggior parte di noi li ha già studiati a scuola, per poi andare avanti e soffermarsi su un nuovo spunto.
Questa superficialità lo rende però un testo adatto ai “non addetti ai lavori”, fruibile dal grande pubblico e adatto a tutte le età. Permette al lettore di non annoiarsi mai e continuare la lettura con interesse scegliendo da solo cosa vuole eventualmente approfondire.

Tutto considerato, il saggio merita un 7.5/10. E’ un testo godibile e di grande aiuto per capire meglio la Divina Commedia.
Proprio grazie al carattere leggero e poco impegnativo del testo, lo consiglio sia agli adulti che hanno voglia di riscoprire Dante, sia ai ragazzi che si hanno incontrato il Poeta per la prima volta.

*Volpe

L’odore assordante del bianco

.: SINOSSI :.

Nella stanza di un manicomio prende vita un dialogo serrato tra Van Gogh e suo fratello Theo, non soltanto un oggettivo grandangolo sulla vicenda umana dell’artista, ma anche un’indagine che ne rivela uno stadio sommerso. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Bisogna essere pazzi, con un’intera libreria a disposizione e un inventario di mondi diversi in cui perdersi, per scegliere liberamente di chiudersi per un’ora nel manicomio di Saint Paul dove, come fa notare il protagonista, anche Dio verrebbe rinchiuso e trattato come un imbecille.
L’odore assordante del bianco è la prima opera de Una quadrilogia di Stefano Massini e, con crudeltà e poesia, psicologia e umanità, dipinge istantanee drammatiche dell’esperienza fatta da Vincen Van Gogh nel manicomio di Saint Paul.
Un’opera complessa che si tiene in equilibrio precario tra la prosa e la lezione di psicologia. L’odore assordante del bianco è molte cose in una e, nonostante richiami il colore che è la somma di tutti e di nessuno, mostra al lettore sfumature diverse grottesche, drammatiche e anche poetiche; l’approfondimento psicologico è evidente fin dalla drammatis personae che, invece di presentare i personaggi con i loro trascorsi, li tratteggia attraverso pennellate, macchie di colore che richiamano al temperamento degli stessi.
Il testo è un climax discendente: si ha la sensazione di precipitare e sprofondare trascinati da Vincent nella sua pazzia e nelle sue manie. Che cosa è vero? Che cosa non lo è? A metà del testo ci si sente traditi tanto dall’autore quanto da se stessi e lo stomaco si attorciglia mentre i personaggi aumentano la sensazione di trambusto guaendo e sbraitando. Poi, in zona Cesarini, il cambio di rotta: improvviso ed illogico che lascia addosso al lettore una sensazione di diffidenza difficile da allontanare. Quando, infine, il buio nero cala sull’ultima battuta, è inevitabile fermarsi a riflettere su ciò che si è letto perché, alla fine, L’odore assordante del bianco non parla della pazzia di Vincent, ma sussurra anche alla nostra confortandola e facendola capire compresa in un mondo che, come grida Vincent al fratello, tende a eliminare le mele marce.

Su RaiPlay è disponibile una registrazione del 2019 ed è grazie a questo archivio multimediale che ho scoperto questo testo. La versione portata in scena da Alessandro Maggi, con Alessandro Preziosi nel ruolo di Vincent Van Gogh, presenta alcuni tagli al copione originale, ma riesce ugualmente a centrare il punto.
Prosa e spettacolo non si guardano, ma si lasciano entrare dentro l’anima e vivere in noi. Sul palcoscenico la linea tra reale e immaginato è più sfumata e le voci degli attori hanno il non sempre facile compito di tracciare il labile confine tra ciò che esiste e ciò che non si vede. Sulle pagine, invece, è il cuore a decidere e ad aggrapparsi, come fa il protagonista, alla speranza, purtroppo infondata, che ciò che si ha davanti sia vero e vivo. Il “filo spezzato” ricorda la bacchetta spezzata del mago Prospero ne La tempesta di Shakespeare: come Prospero spezza la bacchetta per avvertire lo spettatore della fine dei suoi incanti, così Vincent racconta del suo filo spezzato ammonendo chi lo ascolta “[…] se scopri – e basta una volta- che la mente ti può ingannare… Be’, allora il filo si spezza, […] quando i tuoi occhi incontrano le cose, dovranno sempre e comunque dubitare.”
Un’opera, già dal titolo, sinestetica che, tuttavia, non stuzzica solo i cinque sensi ma pizzica, senza chiedere il permesso, le corde più profonde dell’anima. Il titolo stesso della raccolta Una quadrilogia (anzi che tetralogia) si spinge oltre al semplice coinvolgimento della vista e cerca, come un quadro, di sfiorare anche gli altri sensi.
Come per una raccolta di poesie, non posso dare un voto a questo testo che ha significato per me più di quanto riesca a rendere a parole. Non è un’opera leggera e tanto la prosa quanto la rappresentazione richiedono concentrazione e voglia di mettersi in discussione. Sono pagine che fanno ridere, incazzare e piangere: dove ogni parola è scelta con la cura con cui un pittore dispone le tinte sulla tavola.
Una lettura non per tutti, ma di un’universalità disarmante.

*Devyani

Piranesi

.: SINOSSI :.

Piranesi vive nella Casa. Forse da sempre. Giorno dopo giorno ne esplora gli infiniti saloni, mentre nei suoi diari tiene traccia di tutte le meraviglie e i misteri che questo mondo labirintico custodisce. I corridoi abbandonati conducono in un vestibolo dopo l’altro, dove sono esposte migliaia di bellissime statue di marmo. Imponenti scalinate in rovina portano invece ai piani dove è troppo rischioso addentrarsi: fitte coltri di nubi nascondono allo sguardo il livello superiore, mentre delle maree imprevedibili che risalgono da chissà quali abissi sommergono i saloni inferiori.
Ogni martedì e venerdì Piranesi si incontra con l’Altro per raccontargli le sue ultime scoperte. Quest’uomo enigmatico è l’unica persona con cui parla, perché i pochi che sono stati nella Casa prima di lui sono ora soltanto scheletri che si confondono tra il marmo. 
Improvvisamente appaiono dei messaggi misteriosi: qualcuno è arrivato nella Casa e sta cercando di mettersi in contatto proprio con Piranesi. Di chi si tratta? Lo studioso spera in un nuovo amico, mentre per l’Altro è solo una terribile minaccia. Piranesi legge e rilegge i suoi diari ma i ricordi non combaciano, il tempo sembra scorrere per conto proprio e l’Altro gli confonde solo le idee con le sue risposte sfuggenti. Piranesi adora la Casa, è la sua divinità protettrice e l’unica realtà di cui ha memoria. È disposto a tutto per proteggerla, ma il mondo che credeva di conoscere nasconde ancoratroppi segreti e sta diventando, suo malgrado, pericoloso. 
Susanna Clarke, autrice fantasy fra le più acclamate, torna in maniera trionfale con un nuovo, inebriante romanzo ambientato in un mondo da sogno intriso di bellezza e poesia. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Piranesi è un romanzo che mi ha stupita. In poche pagine l’autrice è riuscita a racchiudere una storia intrigante, appassionante e ricca di mistero in grado di tenere il lettore “giusto” (perché Piranesi non è per tutti) incollato al libro dalla prima all’ultima pagina. Inizialmente, il romanzo si presenta come un fantasy un po’ fuori dalle righe, ma nel giro di pochi capitoli il lettore si renderà conto che si tratta di un giallo dai toni onirici ed esoterici. Uno dei pregi principali del romanzo è la narrazione in prima persona che, per una volta, non mi dà fastidio: il romanzo è il diario di Piranesi, ossia il protagonista, ed è attraverso i suoi occhi che il lettore scopre non solo il particolare universo in cui il libro è ambientato ma anche i personaggi e l’immensa, inquietante solitudine della Casa.
La Casa, un particolare edificio infinito in cui i piani superiori sono abitati dalle nuvole e quelli inferiori completamente sommersi dagli oceani, è l’intero Universo: la descrizione degli ambienti riesce ad essere allo stesso tempo vaga, quasi ripetitiva tanto da creare un senso di smarrimento, e molto dettagliata perché Piranesi sembra conoscere a memoria ogni singolo angolo della Casa. Le descrizioni degli ambienti, e soprattutto delle numerose statue a decorazione delle pareti, sono talmente vivide che chiudendo gli occhi riesco ancora a immaginarle davanti a me; allo stesso modo, la descrizione dell’albatros in volo, colma di un profondo significato simbolico, è una delle scene più belle che io abbia mai letto.
Piranesi è un personaggio molto ingenuo: pur avendo più di trent’anni, conserva la tenerezza dei bambini ed è attraverso questa che esplora il mondo circostante. Piranesi interpreta ogni situazione tramite la lente della purezza: non riesce a concepire il male e il suo egoismo è limitato dall’amore che sente di provare per tutto il creato. Un’altra importante caratteristica di questo singolare personaggio è la solitudine: le riflessioni di Piranesi sono colme di quel bisogno d’affetto tipico di chi si sente solo eppure non vuole disturbare le poche persone che lo circondano.

Il romanzo finisce in un istante: non si fa in tempo a cominciarlo che ci si trova già alla fine, da una parte perché la scrittura è molto scorrevole, dall’altra perché la trama è estremamente interessante.
I personaggi principali – ossia Piranesi, l’Altro e la Sedicesima Persona – sono ben sviluppati nonostante siano tutti visti e interpretati dallo sguardo di Piranesi. Ciò che li rende personaggi completi è che hanno tutti sentimenti molto concreti, un obiettivo chiaro e restano fedeli alla loro caratterizzazione in qualsiasi circostanza. Ogni azione è messa in atto per raggiungere un determinato scopo ed è proprio l’intrecciarsi di questi obiettivi che compone una trama complessa che, una volta svelata, si dimostra comunque lineare.

Il romanzo merita un 9/10. Il libro di per sé è davvero ottimo: è uno di quei libri in cui non ci può essere una pagina in più perché sarebbe di troppo, né può essercene una in meno perché sarebbe troppo poco. Il finale, da alcuni criticato come affrettato, è secondo me giusto: se fosse stato più approfondito e lungo sarebbe risultato noioso.
Si tratta di un romanzo prettamente introspettivo in cui il lettore è spinto a riflettere su se stesso, sul mondo che lo circonda e su quante volte si è sentito perso, incompreso. Piranesi è il riflesso di tutte le persone che si sono sentite, per un motivo o per un altro, estraniate dal mondo.
Un altro livello di lettura è quello filosofico: la conformazione del mondo in cui vivono i personaggi di Piranesi, così come il principale obiettivo dell’Altro, possono essere letti come una reinterpretazione del mondo delle idee di Platone con tutto quello che ne consegue. Le statue stesse, unite al significato simbolico che Piranesi attribuisce loro, sono la rappresentazione visiva di concetti astratti, di idee e pensieri in potenza pronti a prendere concretezza.
Inevitabile è anche il richiamo tra il nome del protagonista e Giovanni Battista Piranesi: le incisioni dell’architetto richiamano molto le descrizioni della Casa-Universo che troviamo tra le pagine della Clarke. In un certo senso, è come se l’intero romanzo fosse nato dall’osservazione di queste incisioni.
Per questo consiglio Piranesi non a chi cerca un romanzo fantasy e tantomeno uno young adult (devo ancora capire la scelta di pubblicarlo nella collana YA della Fazi Editore…), ma a chi desidera leggere un romanzo introspettivo dai profondi toni mistici e surreali.

*Volpe

Cose che succedono la notte

.: SINOSSI :.

Questo libro è fatto di buio e di neve. Di un treno nella notte, e di una coppia senza nome che scende in una stazione deserta del Grande Nord. Di un immenso, lussuoso albergo nel cuore di una foresta. Delle sue stanze chiuse, dei suoi infiniti corridoi, dell’isola di luce del suo bar. Dei suoi ambigui ospiti – una vecchia cantante che tutto ha visto, e un losco uomo d’affari con un suo crudele disegno. E ancora, di un sinistro orfanotrofio, e di un enigmatico guaritore. Non tutti gli scrittori avrebbero saputo trasformare questa materia in un avvincente, misterioso romanzo. Ma Peter Cameron, questo nel tempo lo abbiamo imparato, è uno scrittore a parte.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Cose che succedono la notte è un romanzo difficile da giudicare perché è anche difficile da leggere e da capire.
E’ un sogno ad occhi aperti. Il lettore è catapultato nell’opaca, davvero non trovo un aggettivo migliore, vita di un uomo e di una donna che rimangono volutamente anonimi e si muovono in una ambientazione lasciata completamente all’immaginazione. Non si tratta di pigrizia ma di un efficace espediente che contribuisce al complessivo senso di estraniamento.
E’ davvero un libro “fatto di buio e di neve” come promette la quarta di copertina: tutte le scene sono caratterizzate da una tetra malinconia. In un certo senso sembra di essere spettatori di un film muto in bianco e nero dove tutto prende vita solo quando uno dei protagonisti mette piede della stanza.
Il treno che accompagna i due protagonisti fino alla remota località dove hanno prenotato un albergo sembra trasportarli dalla nostra realtà ad una completamente diversa, un po’ come l’auto che in Midnight in Paris porta il protagonista negli anni venti. Solo che, in questo caso, nessuno dei due trova dall’altra parte un sogno: ad aspettarli c’è la tetra realtà di quello che entrambi hanno ignorato per troppi anni. Allo stesso modo, quando il treno esce dalla bolla di irrealtà in cui li ha catapultati, anche la narrazione riprende colore e vigore, come se qualcuno avesse colorato la pellicola.
Come dicevo all’inizio della recensione, è difficile spiegare bene tutto quello che questo romanzo mi ha lasciato perché credo sia uno di quei rari libri che regalano a ciascun lettore un’esperienza diversa.
Come lettrice mi sono sentita profondamente a disagio: avevo la sensazione di stringere tra le dita l’anima di due persone e di spiarle nei loro momenti più intimi e vulnerabili. E’ un romanzo che mi ha fatto profondamente arrabbiare, non perché fosse brutto o perché non sia riuscito, al contrario: mi sono adirata perché era la perfetta rappresentazione di un fallimento.
Le vite dell’uomo e della donna suonano come una lunga bugia e la loro reciproca ritrosia nell’affrontare i problemi dà loro il colpo di grazia. E’ irritante come entrambi i personaggi siano profondamente egoisti e nascondano dietro questo individualismo tutte le proprie colpe.
La fine della lettura lascia sensazioni contrastanti: se da una parte ci si rende conto che quello è il solo finale davvero plausibile, dall’altra mi sono sentita insoddisfatta come se qualcosa mancasse. Però, credo che il profondo senso di mancanza che si sente a fine lettura sia esattamente quello che Cameron voleva trasmettere. Dunque, complimenti, non era semplice.
Lo stile è semplicissimo, scarno e crudo. Cameron ha scelto di togliere le virgolette ai dialoghi rendendo la narrazione ancora più straniante. I personaggi sono pochi e, pur essendo a mala pena abbozzati, hanno una loro strana profondità che attira il lettore. Le pagine volano e improvvisamente ci si trova alla fine del libro anche se lo si è appena iniziato. Non è un romanzo in cui si ha un buono e un cattivo, perché sensazioni positive e negative sono efficacemente mescolate per dare al lettore qualcosa che sia profondamente vero e infinitamente malinconico.

Il voto che mi sento di dare è 8/10, con un po’ di onestà devo ammettere di non essere certa di averlo capito appieno. Come ho già detto, si tratta di un libro con molteplici livelli di lettura che lascia ad ogni lettore qualche cosa di diverso.
Non è stata una brutta lettura, ma è stata malinconica e a tratti quasi deprimente. Il libro racconta esattamente quello che il titolo promette: parla di tutte quelle cose che succedono la notte. Lo consiglio a chi ha voglia di tuffarsi in un romanzo intimista e scuro, a chi non ha paura di soffrire ritrovando se stesso nell’abile penna di Cameron.

*Volpe

La bastarda degli Sforza

.: SINOSSI :.

1463. In una Milano splendida e in subbuglio dopo l’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza, tiranno crudele e spietato ma anche amante delle arti e della musica, nasce Caterina, figlia illegittima di Galeazzo, la quale fin da bambina dimostra qualità non comuni e uno spirito ribelle: impossibile imbrigliarla nell’educazione che sarebbe appropriata per una femmina, ama la caccia, la spada, la lotta.
Una sola regola sua nonna Bianca Maria riesce a inculcarle nell’animo: la necessità, per una nobildonna, di pagare il privilegio della sua nascita accettando il proprio destino, qualunque esso sia, per il bene del casato cui appartiene, anche a costo di tradire la propria natura. Per questo, quando è costretta a nozze forzate per salvare il ducato da una pericolosa guerra scatenata dal papa Sisto IV, Caterina subisce il matrimonio e, con esso, gli orrori perpetrati dal marito, che si rivela tanto violento quanto pavido e imbelle.
Quando però, dopo la morte improvvisa di Sisto IV, loro protettore, si troverà coinvolta in una serie di feroci scontri tra gruppi di potere e opposte fazioni, il suo palazzo assalito e distrutto, la vita sua e dei figli in gravissimo pericolo, ritroverà lo spirito battagliero e il coraggio indomabile di un tempo e combatterà come e meglio di un uomo, lasciando un segno così indelebile nella vita di chi la ama e di chi la odia da guadagnarsi l’appellativo di Tygre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La scrittura di Carla Maria Russo non delude mai: poetica ed avvincente, senza scadere nel pomposo o perdersi dietro mille orpelli, riesce a descrivere con una prosa elegante tanto la grazia quanto la brutalità dell’essere umano regalando affreschi che commuovono, provocano o generano ribrezzo a seconda delle immagini immortalate sulla pagina.
Il romanzo è da intendere come una composizione di cori battenti: un primo narratore è esterno e a lui è affidato il compito di descrivere ora la corte di Milano, ora i palazzi romani o i giochi di potere architettati nelle residenze delle nobili famiglie fiorentine o romagnole; il secondo è un solista che, calandosi nelle vesti di Caterina Sforza, racconta gli eventi dal punto di vista della protagonista arricchendo, o almeno provandoci, la narrazione. Ogni capitolo è quindi diviso in due parti: una scelta che non solo spezza il ritmo, ma rende davvero difficile cogliere tutte le sfumature dei personaggi ad eccezion fatta per Caterina Sforza.
Quando, ormai 10 anni fa, lessi Hunger Games, apprezzai la scelta del narratore in prima persona e trovai l’espediente vincente per permettere al lettore di immedesimarsi nei panni di Katniss (il mio punto di vista cambiò leggendo gli altri due capitoli della trilogia). Come ho già detto, l’alternarsi di narratore interno ed esterno non giova al ritmo della storia: il risultato è un testo zavorrato dove un tentato approfondimento psicologico della protagonista si riduce ad un incensare, decantare, enfatizzare ed esagerare i tratti di Caterina Sforza fino a rendere il personaggio antipatico annientando così ogni possibilità di empatizzare con lei.
I personaggi “buoni” con Caterina, o che hanno la fortuna di rientrare tra le sue grazie, sono descritti come uomini e donne senza macchia e senza paura: perfetti sotto ogni punto di vista.
I personaggi, al contrario, che ostili alla “bastarda degli Sforza” sono invece puntualemente descritti come scialbi, fisicamente non appetibili (perché è risaputo che per essere intelligenti si debba essere belli come il sole) e privi di pregi o qualità.
L’ultima volta che ho accettato una divisione così netta, che non rende oltretutto pienamente giustizia a personaggi storici come Galeazzo Maria Sforza, Papa Sisto o Francesco Pazzi, è stata durante la lettura di Harry Potter al liceo e ho trovato questa caratterizzazione superficiale e fine a se stessa.
I tratti caratteriali di Caterina vengono ripetuti e ribaditi ad ogni pié sospinto.
La sua bravura con le armi viene decantata in ogni capitolo.
La sua astuzia e il suo estro vengono lodati ogni tre pagina e se, per sbaglio, l’attenzione sembra spostarsi per qualche riga su un altro personaggio, una comparsa appare strategicamente per riportare l’attenzione sulla protagonista (a questo link trovate contenuti multimediali che rendono meglio l’idea).

Il voto che mi sento di dare è 7/10: dopo la lettura de Il cavaliere del giglio avevo aspettative altissime su questo romanzo; aspettative che, purtroppo sono state deluse facendomi arrancare fino all’ultima pagina.
Appellandomi a quello che Pennac indica come secondo diritto del lettore, ho saltato a piedi pari intere parti del romanzo concentrandomi sulle pagine scritte in terza persona che permettevano comunque di capire l’avanzamento di trama senza doversi subire l’ennesima elogia su Caterina Sforza ridotta, in queste pagine, più ad una protagonista di Young Adult che non alla Tygre di Romagna.
La scrittura è impeccabile (l’unico appunto è sulle parti in dialetto forlivese dove l’autrice ha usato un po’ di fantasia nel trascrivere parole e modi di dire della zona) e riesce a salvare in zona cesarini il romanzo.
La mia curiosità su Caterina Sforza non è affatto soddisfatta e, nonostante questa lettura sia stata più un buco nell’acqua che non un piacevole passatempo, resto impaziente di scoprire qualcosa di più su questo personaggio storico.

*Jo

Un ragazzo normale

UN RAGAZZO NORMALE

Autore: Lorenzo Marone
Casa editrice: Feltrinelli
Anno: 2019

.: SINOSSI :.

Mimì, dodici anni, occhiali, parlantina da sapientone e la fissa per i fumetti, gli astronauti e Karate Kid, abita in uno stabile del Vomero, a Napoli, dove suo padre lavora come portiere. Passa le giornate sul marciapiede insieme al suo migliore amico Sasà, un piccolo scugnizzo, o nel bilocale che condivide con i genitori, la sorella adolescente e i nonni. Nel 1985, l’anno in cui tutto cambia, Mimì si sta esercitando nella trasmissione del pensiero, architetta piani per riuscire a comprarsi un costume da Spiderman e cerca il modo di attaccare bottone con Viola convincendola a portare da mangiare a Morla, la tartaruga che vive sul grande balcone all’ultimo piano. Ma, soprattutto, conosce Giancarlo, il suo supereroe. Che, al posto della Batmobile, ha una Mehari verde. Che non vola né sposta montagne, ma scrive. E che come armi ha un’agenda e una biro, con cui si batte per sconfiggere il male. Giancarlo è Giancarlo Siani, il giornalista de «Il Mattino» che cadrà vittima della camorra proprio quell’anno e davanti a quel palazzo. Nei mesi precedenti al 23 settembre, il giorno in cui il giovane giornalista verrà ucciso, e nel piccolo mondo circoscritto dello stabile del Vomero (trenta piastrelle di portineria che proteggono e soffocano al tempo stesso), Mimì diventa grande. E scopre l’importanza dell’amicizia e dei legami veri, i palpiti del primo amore, il valore salvifico delle storie e delle parole. Perché i supereroi forse non esistono, ma il ricordo delle persone speciali e le loro piccole grandi azioni restano.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un ragazzo normale, di Lorenzo Marone, è stata la nostra lettura di gruppo per il mese di settembre: un libro difficile che aiuta il lettore a riflettere su se stesso e sulle proprie azioni.
Il libro è davvero complicato: i temi trattati sono tanti e tutti di un certo spessore. Si potrebbe dire che il testo ha tre livelli di lettura, uno più profondo dell’altro: il primo livello, il più “banale”, è quello del passaggio dall’infanzia all’adolescenza e segue in modo perfettamente lineare la trama del romanzo; quello intermedio porta agli occhi del lettore uno spaccato della società di Napoli durante gli anni ottanta e analizza, in particolare, la vita dei cittadini più poveri; il terzo, invece, è quello che riguarda Giancarlo e la sua lotta contro la Camorra.
Questo terzo livello in particolare, sebbene sia quello su cui la sinossi del romanzo spinge maggiormente, è appena accennato: si intuisce ma non viene mai raccontato per davvero, nonostante alla fine sia il motore vero e proprio della storia di Mimì.
Lo stile dell’autore è impeccabile: Marone scrive davvero molto bene e, a tratti, sembra davvero di camminare per le strade di Napoli accanto a lui che ce le descrive con tutta la sua passione.
I suoi personaggi sono scritti e raccontati talmente bene da sembrare vivi: hanno tutti un carattere diverso e sono tutti unici e incredibilmente realistici. Il più tenero, quello su cui si vede che l’autore ha riversato tutto il proprio amore, è proprio il piccolo protagonista Mimì: con la sua stravaganza e originalità è il protagonista perfetto per un romanzo che vuole raccontare come, a volte, essere se stessi è il solo modo per essere degli autentici eroi.
Per tutto il romanzo, Mimì cerca un supereroe. Quel supereroe si rivelerà essere poi Giancarlo Siani, che dimostrerà al suo giovane amico come basti essere amanti del vero e del giusto per conquistarsi il nome di eroe.

Il romanzo mi è piaciuto, ma mi ha lasciato un certo senso di incompletezza: a leggere la sinossi mi sarei aspettata una storia incentrata su Giancarlo Siani e invece, proprio come dice anche il bellissimo incipit, è un libro CON Giancarlo Siani: lui sembra un ospite nella storia di qualcun altro. Il poco spazio dato alla sua vicenda lo ha reso quasi una comparsa, fatta eccezione per gli ultimi capitoli del libro o quei rari momenti di riflessione che vengono innescati dalle sue parole.
In conclusione, il mio voto per questo romanzo è 8/10. Consiglio il romanzo a coloro cui piacciono le storie vere e appassionanti, lo consiglio a chi ama la vita e a chi vuole scoprire come diventare un eroe.

*Volpe

Mio fratello rincorre i dinosauri

MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI

Autore: Giacomo Mazzariol
Anno: 2016
Casa editrice: Einaudi editore

.: SINOSSI :.

Ci sono voluti dodici anni perché Giacomo imparasse a vedere davvero suo fratello, a entrare nel suo mondo. E a lasciare che gli cambiasse la vita. Hai cinque anni, due sorelle e desidereresti tanto un fratellino per fare con lui giochi da maschio. Una sera i tuoi genitori ti annunciano che lo avrai, questo fratello, e che sarà speciale. Tu sei felicissimo: speciale, per te, vuol dire «supereroe». Gli scegli pure il nome: Giovanni. Poi lui nasce, e a poco a poco capisci che sí, è diverso dagli altri, ma i superpoteri non li ha. Alla fine scopri la parola Down, e il tuo entusiasmo si trasforma in rifiuto, addirittura in vergogna. Dovrai attraversare l’adolescenza per accorgerti che la tua idea iniziale non era cosí sbagliata. Lasciarti travolgere dalla vitalità di Giovanni per concludere che forse, un supereroe, lui lo è davvero. E che in ogni caso è il tuo migliore amico. Con Mio fratello rincorre i dinosauri Giacomo Mazzariol ha scritto un romanzo di formazione in cui non ha avuto bisogno di inventare nulla. Un libro che stupisce, commuove, diverte e fa riflettere.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Forse non ve l’ho mai raccontato, ma quando leggo i libri per recensirli, prendo qualche appunto su un quaderno piuttosto malandato: mi serve perché così mi ricordo cosa ho letto e, soprattutto, riesco a riportare qui sul blog le sensazioni così come lo ho provate durante la lettura.
Perché ve lo racconto? Perché anche se Mio fratello rincorre i dinosauri ha meno di duecento pagine, ma è il libro che ha occupato più spazio sul mio quaderno.
Questo romanzo è un concentrato di emozioni, sensazioni e, sorprendentemente, di verità.
Giacomo Mazzariol racconta la propria vita, ci permette di entrare nei suoi pensieri, nel suo intimo e si mostra a noi con tutta la verità di cui è capace: non è un eroe, il nostro protagonista, tutt’altro.
Mi ha colpito molto il fatto che l’autore abbia mostrato se stesso anche nei propri lati negativi, che sono lati del tutto normali: porta tra le pagine del suo romanzo il terribile sentimento di vergogna. Vergogna per che cosa? Da un lato per avere un fratellino down; dall’altro per non essere in grado di amarlo come dovrebbe.
L’autore riesce a mostrare perfettamente la dicotomia di un sentimento: Giacomo ama Giovanni, lo ama tantissimo, ma ha paura che gli altri non siano in grado di accettarlo e, di riflesso, che non siano in grado di accettare lui. Quello che forse non arriva a capire il Giacomo 14enne, con il quale condividiamo la maggior parte delle pagine, è che il primo ed unico a non aver accettato la disabilità del fratellino è proprio lui.
Questo romanzo è un vero e proprio viaggio la cui meta è una solidissima presa di coscienza: l’amore può superare qualsiasi muro, anche quelli che ci costruiamo da soli.

Temo di non avere spazio per scrivere tutto quello che desidero, temo di dovermi limitare e vi assicuro che è un grandissimo dispiacere.
Lo stile di Giacomo Mazzariol è spettacolare: semplice, lineare eppure estremamente evocativo. Riesce a piegare le parole al proprio volere, è un vero e proprio maestro dello Show don’t tell che porta il lettore a fantasticare non solo sui luoghi, ma anche sulle persone e infine sui sentimenti stessi.
Sarò sincera: ho pensato ci fosse dietro un Ghostwriter, per quanto è scritto bene. Tuttavia, nei ringraziamenti Giacomo spende molto tempo a parlare di una persona che lo ha aiutato, pagina per pagina, a scrivere il romanzo nel modo migliore possibile. Scelgo di fidarmi e credere che sia tutto frutto del suo amore e di un ottimo editing.
Il libro è condito da una dolcezza pura e vera, dalla tenerezza che solo un fratello può usare per parlare di un ragazzino che definisce Speciale.
Questa parola viene usata spesso per descrivere le persone con una disabilità più o meno grave, e se prima non riuscivo a capirne il motivo, a fine lettura credo di comprenderlo.
A questo libro mi sento sinceramente di dare un 10/10, del resto è anche difficile “giudicare” le esperienze di vita di qualcun altro.

Bonus? Bonus. Da questo libro ho imparato che spesso le persone sono incomprese, non stupide. Ho riscoperto la tenerezza della semplicità e la genialità della dolcezza.

*Volpe

La Gabriella in bicicletta. La mia Resistenza raccontata ai ragazzi

LA GABRIELLA IN BICICLETTA. LA MIA RESISTENZA RACCONTATA AI RAGAZZI

Autore: Tina Anselmi
Casa editrice: Manni Editori
Anno: 2019

.: SINOSSI :.

26 settembre 1944, Tina Anselmi ha 16 anni, siamo nel pieno dell’occupazione nazista. Quel giorno a Castelfranco Veneto, dove Tina vive, i tedeschi impiccano 43 giovani partigiani nella piazza del paese, e tra questi c’è il fratello di una sua compagna di classe. Tina ne è scioccata: viene da una famiglia antifascista e anche nell’Azione Cattolica ha appreso valori ben diversi da quelli imparati a scuola nell’ora di Dottrina fascista. Decide così di unirsi alla lotta partigiana. “Se ti prendono i tedeschi, prega che t’ammazzino perché altrimenti quello che ti faranno sarà peggio”, le dice il comandante della Brigata Battisti che va a incontrare sul Monte Grappa. Ma Tina ha il coraggio che viene da quella situazione di ingiustizia, dalla certezza di stare dalla parte della ragione: “C’era un pizzico di incoscienza, ma c’era soprattutto la convinta fiducia in quello che facevamo”, scrive. Con il nome di battaglia di Gabriella, per molti mesi percorre un centinaio di km al giorno mantenendo i collegamenti tra le formazioni partigiane, trasportando stampa clandestina, armi, messaggi. Introduzione di Laura Boldrini.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un libro tanto semplice da leggere quanto difficile da recensire. La Gabriella in Bicicletta più che un romanzo o un racconto è un libro di storia completamente dedicato alla resistenza italiana.
Grazie alla testimonianza di Tina Anselmi e con la complicità di altri autori, Manni Editori ha creato un testo pedagogico di grande efficacia soprattutto per la sua semplicità.
Date, fatti storici e privati si intrecciano in poco più di un centinaio di pagine e descrivono uno spaccato molto particolare della storia italiana: l’intento, naturalmente, è quello di dare al lettore uno strumento nuovo per conoscere più a fondo le vicende che hanno portato alla formazione della resistenza partigiana.
Particolare importanza è data alla componente femminile della resistenza: recentemente rivalutata, in questo libro è messa decisamente in primo piano e viene analizzata dettagliatamente.
Così, il lettore scopre, tramite la testimonianza diretta, quale fu il ruolo della donne tra le fila della lotta partigiana, e scopre quali furono i pericoli che le giovani staffette correvano giornalmente.
Gli stili sono molteplici, tutti estremamente chiari e di facile comprensione: questa particolarità rende il libro adatto anche ai lettori più giovani.

Francamente, dare un voto a un libro di storia è impossibile: non è possibile esprimere un giudizio sulla trama o sullo stile.
Mi sento, però, di consigliarlo a chi ha figli, tenendo presente che l’argomento trattato non è leggerissimo e necessità dell’aiuto di un adulto per essere compreso nella sua interezza.

Buona lettura!

*Volpe

La casa delle foglie rosse

LA CASA DELLE FOGLIE ROSSE

Autore: Paullina Simons
Casa editrice: Harper&Collins
Anno: 2017

.: SINOSSI :.

Conni, Albert e Jim sono inseparabili fin dal primo anno di università: vivono, studiano e giocano a basket insieme, legati da un’amicizia totalizzante che ruota intorno all’anima del loro gruppo, la bellissima Kristina Kim, ma che negli ultimi tempi inizia a dare segni di cedimento. Quando il corpo di Kristina viene trovato nudo e semisepolto dalla neve nei boschi che circondano il college, tocca a Spencer O’Malley far luce sulle circostanze poco chiare di una morte che lo turba profondamente, forse per via dell’istintiva affinità che ha provato nei confronti della vittima nel momento stesso in cui l’ha conosciuta, pochi giorni prima. Com’è possibile che nessuno di quegli amici così stretti abbia denunciato la sua scomparsa? O’Malley è sicuro che la chiave di tutto sia lì, nei rapporti intricati e per certi versi inquietanti tra i quattro ragazzi, e le sue domande insistenti portano alla luce una rete di segreti, gelosie, reticenze e mezze verità che vanno ricomposti pezzo per pezzo, come un puzzle misterioso e complesso in cui ogni rivelazione è più scioccante della precedente.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un buon libro per riempire le giornate estive, magari sotto l’ombrellone: La casa delle foglie rosse non è un romanzo particolarmente impegnativo e si legge con discreta facilità e velocità.
La trama non è, però, delle migliori: è costellata da punti interrogativi che non sempre trovano risposte coerenti e credibili e vi sono molti elementi che rendono il romanzo più adatto ad essere classificato come rosa che come giallo. E’ vero, le indagini occupano la maggior parte del libro, ma l’elemento romantico accompagna il lettore con insistenza e, a volte, con una punta di assurdità.
La Simons pecca sul realismo per quanto riguarda i sentimenti umani e a volte si appoggia a stereotipi infelici: ad esempio, ho trovato disturbante la sua concezione degli orfani come persone senza cuore e senza morale.
La sua protagonista femminile sfiora pericolosamente il confine tra un buon personaggio e la Mary Sue: risulta perfetta, ovviamente bellissima e con una vita naturalmente difficile durante la quale ha dovuto imparare a cavarsela da sola. Come da copione, tutti, o quasi, i personaggi maschili sono innamorati di lei.
Il romanzo migliora nella seconda parte, durante la quale si svolgono concretamente le indagini: la suspense aumenta e il lettore trova coinvolgimento negli intrighi e nei sotterfugi che portano alla conclusione del romanzo.
Lo stile della Simons non è male, ma non ha neanche nulla di eccezionale: la prosa è semplice e le descrizioni, a parte casi rari, praticamente inesistenti.

Per me, questo romanzo merita una votazione di 6,5/10.
La pecca maggiore del romanzo, a mio avviso, è il continuo riferimento romantico: sembra che, secondo l’autrice, anche di fronte alla morte non esistano altri sentimenti se non l’amore o l’attrazione erotica.
Sicuramente, esistono romanzi gialli di qualità superiore, tuttavia se volete leggere un romanzo romantico con punte di poliziesco, questo è il romanzo che fa per voi!

*Volpe