Il gattopardo

.: SINOSSI :.

Siamo in Sicilia, all’epoca del tramonto borbonico: è di scena una famiglia della più alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzano i tempi nuovi (dall’anno dell’impresa dei Mille di Garibaldi la storia si prolunga fino ai primordi del Novecento). Accentrato quasi interamente intorno a un solo personaggio, il principe Fabrizio Salina, il romanzo, lirico e critico insieme, ben poco concede all’intreccio e al romanzesco tanto cari alla narrativa dell’Ottocento. L’immagine della Sicilia che invece ci offre è un’immagine viva, animata da uno spirito alacre e modernissimo, ampiamente consapevole della problematica storica e politica contemporanea.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Dopo aver divorato I Viceré mi sono fiondata su Il gattopardo carica di aspettative sperando di ritrovare le atmosfere che avevo tanto amato nel romanzo di De Roberto.
Con mio sommo dispiacere la lettura si è rivelata un’agonia che ho deciso di interrompere a una quindicina di pagine dalla fine dell’opera. Il romanzo di Tomasi di Lampedusa tenta, a mio parere con risultati deludenti, di ricalcare il verismo di Verga e di De Roberto, ma non riesce a rendere adeguatamente le atmosfere e lo stile dei suoi predecessori e il risultato finale è un romanzo che sembra procedere a scatti come un ingranaggio non ben oleato.
Tomasi tenta di unire il vecchio e il nuovo accostando descrizioni minuziose, e incredibilmente gradevoli, a metafore e paragoni che sono un pugno nell’occhio così accostati a dialoghi e situazioni decisamente troppo antiquati per poter spartire la pagina con termini introdotti solo a partire dal XX secolo nel vocabolario.

Anche la trama mi ha lasciato piuttosto perplessa e scontenta. Sicura di leggere le peripezie di un uomo per salvaguardare il prestigio della propria famiglia e tutelarla dai tumulti e dai cambiamenti della storia, mi sono ritrovata a sorbirmi pagine e pagine di arrovellamenti e monologhi interiori (intervallati da siparietti frivoli in cui andava in scena la storia d’amore tra due personaggi): il monologo interiore di un uomo che, fiero della sua nomea di Gattopardo, guarda con sprezzo chiunque arrivando, infine, a disprezzare anche il suo stesso sangue reo di non aver ereditato la natura fiera e allo stesso tempo astuta dei gattopardi.

Il mio giudizio è 7/10. Il libro, a mio giudizio, non è ben scritto e l’utilizzo di un italiano posticcio che imita, senza successo, una lingua sì altisonante ma vera e coerente con il periodo storico ha reso la lettura difficile se non addirittura noiosa.. Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta grossolana e, chiudendo il libro, nessuno di loro resta particolarmente impresso nella memoria. Le descrizioni riescono a salvare il romanzo e, ben nascoste tra le pagine, è possibile trovare instantanee dettagliate di giardini da favola, in cui perdersi e sognare di passeggiare sul far della sera, o di ville da scoprire stanza dopo stanza con l’innocente insolenza di un bambino coinvolto in una caccia al tesoro.

*Jo

L’inventore di sogni

.: SINOSSI :.

Un bambino sogna a occhi aperti e immagina di far sparire l’intera famiglia, un po’ per noia e un po’ per dispetto, con un’immaginaria Pomata Svanilina; oppure sogna di poter togliere al gatto di casa la pelliccia, di farne uscire l’anima felina e di prenderne il posto, vivendone per qualche giorno la vita, soltanto in apparenza sonnacchiosa; oppure sogna che le bambole della sorella si animino e lo aggrediscano per scacciarlo dalla sua camera… Fin dalle prime pagine di questo libro ritroviamo il consueto campionario di immagini perturbanti che sono un po’ il “marchio di fabbrica” di McEwan. Specialmente nella prima stagione della sua narrativa l’autore britannico ci aveva abituato a profondi e terribili scandagli nel microcosmo della famiglia, e in quei mondi chiusi e violenti i bambini e gli adolescenti giocavano sia il ruolo delle vittime e sia quello dei carnefici. Ne “I’inventore di sogni” McEwan ritorna sul luogo del delitto, ma lo fa con un tono e uno spirito completamente diversi, scegliendo il registro sereno e sdrammatizzante per definizione: quello del “racconto per ragazzi”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Attirata dalle premesse del romanzo, mi sono avvicinata a L’inventore di sogni colma di aspettative che, purtroppo, sono state disattese. 
Sebbene brevissime, le fiabe sono davvero difficili da finire: sono troppo lente, spesso ripetitive. Leggendole con gli occhi e la mente di un adulto le ho trovate estremamente noiose e dunque mi chiedo: se erano noiose per me, e non per la loro prevedibilità quanto piuttosto per la loro pesantezza, come le troverà un bambino? 
I temi trattati sono giusti per il pubblico cui McEwan ha dedicato la sua raccolta: la ribellione contro il bulletto della scuola, la crescente avversione verso i genitori che accompagna la crescita, la perdita di un animale e così via. 
A mio avviso però, i sogni che fa il giovane protagonista sono troppo adulti per la sua età, così come la pesantezza dei suoi ragionamenti non è adatta ad un bambino di dieci anni. Pur essendo intriganti, i pensieri del protagonista sembrano grigi, spenti e senza i colori tipici dell’infanzia; mancano di serenità. Insomma, la sensazione è che se al posto di un bambino ci fosse stato un adulto, niente nel testo sarebbe cambiato. 

Dei personaggi non si sa nulla. Il solo ad essere approfondito è il protagonista che, per altro, il lettore si trova a conoscere solo superficialmente attraverso la sua immaginazione: al di là che ama sognare ad occhi aperti, non saprei proprio dire quali sono gli interessi di Peter né quale sia il rapporto che ha con i genitori e con la sorella. Purtroppo anche il protagonista è un personaggio di carta che non riesce a prendere vita. 

Per quanto riguarda la scrittura non c’è niente che non vada. Lo stile è fiabesco, onirico e delicato; le metafore che l’autore mette su carta sono perfette per descrivere i sogni in tutta la loro surreale assurdità. Le parole di McEwan creano immagini splendide capaci di stimolare la fantasia di ogni lettore. 
Il problema è che secondo me questo stile non è adatto né al pubblico scelto né alla storia che l’autore vuole raccontare. È proprio lo stile, per quanto meraviglioso esso sia, a creare la sensazione di leggere un libro ambientato perennemente in stanze buie, con colori scuri, tetro. A volte sembra di vedere, perché come ho detto la scrittura permette di immergersi molto nel testo e di visualizzare le immagini vividamente, le atmosfere di un film di Tim Burtun in cui però è raccontata una storia dolce e tenera di amore e speranza. 
Credo sia proprio questo scontro tra le sensazioni evocate e i temi trattati a non funzionare e a rendere la raccolta meno vincente. 

In conclusione, il voto che mi sento di dare al testo è 6,5/10. 
Non mi sento di bocciare il testo perché McEwan vuole insegnare ai bambini ad amare, sognare e sperare e questo è, ovviamente, un ottimo intento. Il mio consiglio è di avvicinarsi con la dovuta cautela a questo testo e di non sceglierlo, come invece ho fatto io sbagliando, come primo approccio a questo autore.