La variante di Luneburg

.: SINOSSI :.

Un colpo di pistola chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. È un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L’esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera è un’altra: è una mossa di scacchi. Dietro quel gesto si spalanca un inferno che ha la forma di una scacchiera. Risalendo indietro, mossa per mossa, troveremo due maestri del gioco, opposti in tutto e animati da un odio inesauribile che attraversano gli anni e i cataclismi politici pensando soprattutto ad affilare le proprie armi per sopraffarsi. Che uno dei due sia l’ebreo e l’altro sia stato un ufficiale nazista è solo uno dei vari corollari del teorema.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo breve, lungo poco più di un centinaio di pagine. Un altro dei tanti romanzi consigliatomi al liceo e che, infastidita dall’obbligo della lettura, ho snobbato. Lentamente, sto riprendendo in mano una ad una queste piccole perle: finalmente mi sento in grado di apprezzarle a dovere. 
Ho sempre amato gli scacchi pur non essendo mai stata una grande giocatrice a causa della mia poca pazienza. Di recente, invece, mi sono riscoperta in grado di aspettare e riflettere tra una mossa e l’altra e la passione si è riaccesa tanto da spingermi a riprendere in mano questo libro. 
La scrittura di Maurensig non è affatto semplice. Lunghe descrizioni scacchistiche dove si consumano interminabili attese tra una mossa e l’altra; interi paragrafi dedicati esclusivamente alla presentazione di una scacchiera o di una mossa degli scacchi che resterà sempre un po’ vaga nella mente del lettore non aiutano i più giovani a superare la prima metà del romanzo. Eppure, bisogna avere la forza di andare oltre alle difficoltà iniziali perché ciò che si nasconde dietro quello che sembra solo un delitto difficile da risolvere è importante non solo per il narratore ma soprattutto per il lettore. 
Gli scacchi sono, in un certo senso, una scusa. Una metafora ben congegnata tra il gioco vero e proprio e una partita spirituale che si consuma tra due dei tre personaggi che animano il libro. A loro volta, i protagonisti di questo testo non sono che rappresentazioni, proprio come simboli sono le pedine degli scacchi: da un lato abbiamo un ebreo, dall’altra un ex ufficiale delle SS. I loro nomi non hanno importanza, sono l’effige delle atrocità che si sono consumate durante la seconda guerra mondiale.
Ciò che si nasconde dietro la patina di mistero che permea le prime righe del romanzo è il racconto dell’olocausto. Con stile didascalico e quasi scolastico, Maurensig scrive perché tutto venga ricordato. 

Le parole che ho letto in questo romanzo, le atrocità che l’autore racconta con freddezza e semplicità, sono le stesse che ho sentite durante la visita al campo di Dachau qualche anno fa. Questo mi porta a dire che l’autore ha voluto scrivere un libro che si ricordi non per la storia, ma che aiuti a ricordare la storia.

Pur essendo degli espedienti per raccontare e ricordare, i personaggi non sono piatti né tantomeno inutili: Tabori e Frish sono descritti come anime agli antipodi e si contrappongono tra loro come nemici naturali destinati a scontrarsi solo per il fatto di essere nati; Mayer il terzo personaggio nonché allievo di Tabori nell’arte degli scacchi, è il filo che li unisce. A loro volta, gli scacchi sono il vero motore di tutta la vicenda. Mossa dopo mossa, la trama del romanzo è ricostruita a ritroso: si parte dall’omicidio e poi si torna indietro fino a scovarne le più ataviche motivazioni. 
Non è un romanzo semplice da leggere. Sebbene lo stile non sia complesso, ricordo il motivo per cui l’avevo abbandonato senza riuscire a superare la metà: la scrittura è pesante e la presenza degli scacchi totalizzante. 
Un altro argomento, meno ovvio, è quello della passione: il terzo protagonista, Mayer, è animato da una vera e propria ossessione per gli scacchi. Attraverso di lui l’autore esplora il coinvolgimento emotivo di un hobby che diventa quasi tirannico nella vita di un uomo; descrive la frenesia, l’ebrezza, l’ansia e l’irritazione portando sulla carta personaggi tanto umani da essere incredibile che non siano stati davvero su questa terra. 

Il voto complessivo che mi sento di dare al romanzo, anche e soprattutto per la sua valenza storica, è 9/10. Come testo andrebbe riscoperto e i ragazzi andrebbero aiutati a lasciarsi alle spalle le difficoltà dei primi capitoli in modo da poter accogliere l’intensità della storia raccontata.

*Volpe

Pubblicità

Contro l’impegno

.: SINOSSI :.

Da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che la letteratura debba promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta. Ma la letteratura è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato: più si tenta di piegarla al proprio volere, e usarla per “veicolare un messaggio”, più lei ci sfugge e porta in superficie ciò che nemmeno l’autore sapeva di sapere. Sostiene il Bene se il Potere lo reprime, ma quando il Potere si nasconde dietro stereo-tipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli. In questo pamphlet militante e preoccupato Walter Siti analizza alcuni autori e testi contemporanei di successo per difendere la letteratura dal rischio di abdicare a ciò che la rende più preziosa: il dubbio, l’ambivalenza, la contraddizione. Non senza il sospetto che l’impegno “positivo” sia soltanto la faccia politicamente in luce di una mutazione profonda e ignota, in cui tecnologia e mercato imporranno alla letteratura nuovi parametri.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse che accompagnano Contro l’impegno di Walter Siti sono tutt’altro che scontate, provocano e spronano il lettore a riflettere sui libri che oggi, con un ritmo degno di una catena di montaggio brevettata e ben oliata, le case editrici pubblicano ad un ritmo incalzante.
In un periodo storico in cui, fin dalle scuole, ci viene insegnato a leggere le etichette dei prodotti per scegliere quelli biologici, prodotti in Europa o cruelty free; Siti analizza quelli che, utilizzando un linguaggio marketing, sono i trend della narrazione: i temi, i protagonisti, le tecniche e gli espedienti che, oggi giorno, un qualsiasi prodotto a scopo narrativo deve avere per accattivarsi il favore del pubblico e sperare di brillare in mezzo a centinaia di altre produzioni simili.
Dai romanzi al cinema, dalle serie tv alla cronaca; Siti analizza la comunicazione mettendo nero su bianco quelle riflessioni che, forse, almeno una volta ogni lettore si è trovato a fare all’ennesima trama scopiazzata da un’opera di maggior successo. La dialettica è buona e le critiche, tutt’altro che edulcorate, sono tanto taglienti quanto intelligenti: senza temere di attirare su di sé antipatie, o di essere abbandonato a metà lettura, Siti depone dal piedistallo mediatico scrittori famosi e acclamati dal pubblico e dalla critica, si scaglia, con una spregiudicatezza a tratti disorientante, contro quelli che sono i tabù del momento e, infine, affonda 3/4 della letteratura moderna facendo nascere nel lettore una domanda più che lecita: cosa leggere per non rimanere incastrati nei meccanismi e negli espedienti denunciati, non sempre a torto, da Siti?

Il voto che mi sento di dare a questo saggio lungo, o saggino come l’auotore stesso lo ha definito, è 7.
Ho trovato alcune riflessioni non solo azzeccate, ma anche illuminanti per riuscire a leggere con maggiore consapevolezza la realtà che ci circonda senza rischiare di rimanere abbagliati da eccessi ingiustificati di sentimantalismo o altri stratagemmi adottati da scrittori, sceneggiatori, giornalisti e divulgatori per accattivarsi il favore del pubblico.
D’altro canto, il testo pecca di alcune contraddizioni come, per citarne una, la questione del lettore implicito che, se nelle prime pagine viene introdotta dall’autore nelle prime pagine per spiegare l’insensata tendenza a cambiare o censurare opere che, scritte anni addietro, descrivono comportamenti razzisti/sessisti/omofobi/etc… perfettamente condivisi dai lettori dell’epoca ma non, si spera, da quelli moderni; viene poi dimenticata nel momento in cui Siti si accanisce contro certi espedienti letterari del tutto dimentico, si spera in buona fede, del pubblico al quale certi romanzi sono rivolti.
Altre rimostranze, per esempio la tendenza degli scrittori a mettersi sempre dalla parte delle vittime (extracomunitari, omosessuali perseguitati, lavoratori in cassa integrazione, etc…), mi sono parse un po’ boriose e tese solamente a ribadire, ancora una volta, la posizione anticonformista dell’autore. Certo: che alcune tematiche, come appunto il razzismo o l’omosessualità, siano trattate il più delle volte con una leggerezza disarmante o farcite (cosa ancor più grave) di stereotipi, o casi limite, giusto per aggiungere pathos a situazioni già critiche è un dato di fatto e, in vero, le osservazioni di Siti su questo punto non sono poi così sbagliate. Siti denuncia una letteratura che, scevra di qual si voglia forma di verismo, si concentra sul sensazionalismo facendo iniezioni di scene emotivamente forti quando trama e psicologia dei personaggi iniziano a cedere. Se su questo punto sono più che concorde con l’autore, la sua filippica contro “gli scrittori degli ultimi” mi sembra un po’ sterile e, forse, poco ragionata in relazione al contesto storico in cui ci troviamo. Se oggi, infatti, gli scrittori (come i registi e gli sceneggiatori) possono scegliere da che parte schierarsi e raccontare la storia di una vittima della mafia, piuttosto che le vicende di un trafficante di uomini; questa libertà era impensabile, ed è tutt’ora un miraggio in certi paesi, sotto regimi che promuovevano idee tutt’altro che pacifiche e che, per assicurarsi che nessuno potesse mai conoscere il proverbiale “altro lato del fosso” avevano istituiti ministeri appositi che applicassero la censura e si assicurassero che ogni testo, film, articolo, etc…; non propagandasse idee sovversive contrarie a quelle del partito.
Nel bene o nel male, la letteratura prodotta e distribuita negli ultimi 30 anni (o comunque dalla fine della Guerra Fredda e delle tensioni che da essa derivavano) ha potuto godere di sempre maggiori libertà e ha visto ingrandirsi sempre di più la rosa di argomenti di cui si poteva scrivere proponendo punti di vista nuovi e alternativi.
Nonostante queste riflessioni, il testo resta ugualmente valido pur non essendo alla portata di tutti. L’utilizzo di un linguaggio ricco di arcaismi (anche quando non strettamente necessari) e il continuo riferimento a testi più o meno recenti o, addirittura, passati in cavalleria in sordina e velocemente scomparsi dagli scaffali e dai cataloghi delle librerie non facilita la lettura del saggio che, alla lunga, risulta un po’ spocchioso e porta, inevitabilmente, il lettore a chiedersi se davvero, nelle sue opere, l’autore non abbia mai ricorso ad uno degli espedienti da lui criticati in queste pagine.

*Jo

La città di vapore

.: SINOSSI :.

L’ultima opera dell’autore de L’ombra del vento, l’omaggio letterario con cui Carlos Ruiz Zafón ha voluto congedarsi per sempre dai suoi lettori.

«Posso evocare i volti dei bambini del quartiere della Ribera con cui a volte giocavo o facevo a botte per strada, ma non ce n’è nessuno che desideri riscattare dal paese dell’indifferenza. Nessuno tranne quello di Blanca.» Si apre così la raccolta di racconti che lo scrittore dell’indimenticabile saga del Cimitero dei libri dimenticati ha voluto la-sciare ai suoi lettori. Un ragazzino decide di diventare scrittore quando scopre che i suoi racconti richiamano l’attenzione della ricca bambina che gli ha rubato il cuore. Un architetto fugge da Costantinopoli con gli schizzi di un progetto per una biblioteca inespugnabile. Un uomo misterioso vuole convincere Cervantes a scrivere il libro che non è mai esistito. E Gaudí, navigando verso un misterioso appuntamento a New York, si diletta con luce e vapore, la materia di cui dovrebbero essere fatte le città. La città di vapore è una vera e propria estensione dell’universo narrativo della saga di Zafón amata in tutto il mondo: pagine che raccontano la costruzione della mitica biblioteca, che svelano aspetti sconosciuti di alcuni dei suoi celebri personaggi e che rievocano da vicino i paesaggi e le atmosfere così care ai lettori. Scrittori maledetti, architetti visionari, edifici fantasmagorici e una Barcellona avvolta nel mistero popolano queste pagine con una plasticità descrittiva irresistibile e la consueta maestria nei dialoghi. Per la prima volta pubblicati in Italia, i racconti della Città di vapore ci conducono in un luogo in cui, come per magia, riascoltiamo per l’ultima volta la voce inconfondibile dello scrittore che ci ha fatto sognare come nessun altro.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ultima opera dell’acclamato scrittore spagnolo, La città di Vapore ha realmente il sapore di un’opera di congedo e, per questo, la lettura risulta amara.
Lo stile è quello poetico a cui Zafón ci ha abituato fin dal principio caratterizzato da un fraseggio non particolarmente lungo e da una scelta lessicale alle volte estremamente fisica ed incisiva che, nonostante la traduzione in italiano, non perde la sua forza e, anzi, sembra uscirne rinvigorita.
Anche le ambientazioni e i personaggi hanno un non so che di già letto, ma trattandosi di una raccolta di opere inedite, o pubblicate solo su riviste, questa familiarità non è considerabile un difetto e, anzi, permette ai lettori di accomiatarsi come si deve dai personaggi conosciuti negli altri romanzi o, per chi si avvicina per la prima volta a Zafón, al contrario cominciare a prendere confidenza con un mondo popolato di puttane, spie ed assassini, librai ed architetti, inquisitori e figure che sembrano essere sgattaiolate fuori dalle pagine dell’Apocalisse di San Giovanni.

Reduce dalla delusione che mi avevano procurato Il principe della nebbia e Le luci di settembre (che avevo iniziato senza terminarlo), ho atteso un po’ prima di confrontarmi con l’ultima opera di quello che, al momento, è il mio autore preferito. Il tempismo con cui La città di vapore venne pubblicato, a pochi mesi dalla dipartita dello scrittore, mi aveva infatti reso diffidente nei confronti di quella che, a mio (pre)giudizio, era solo l’ultima trovata editoriale per cercare di sfruttare anche le ultime lacrime di inchiostro dell’autore regalando al suo nutrito pubblico un’opera a cavallo tra un “adios” e un testamento.
Come spesso accade in questi casi, avevo altissime aspettative su quest’opera e, leggendola, devo dire che sono state pienamente soddisfatte.
Il voto è un 10-/10: trattandosi di una raccolta, oltretutto pubblicata postuma, il materiale sembra più grezzo rispetto alle altre pagine scritte da Zafón. La caratterizzazione dei personaggi è praticamente assente e anche le descrizioni risultano più frettolose rispetto a quelle presenti in altri scritti ma, di nuovo, trattandosi di racconti brevi questi non sono dei veri e propri difetti e, alla fine, l’opera scorre piacevolemente costringendo il lettore ad un vero e proprio esercizio di autocontrollo per non rischiare di divorare troppo velocemente quella che, ahimé, è l’ultima opera dello scrittore spagnolo.
Forse, un maggior lavoro di editing, sarebbe riuscita a portare questo pugno di pagine allo stesso livello delle altre opere di Zafón, ma la scelta degli editori di non intervenire più del dovuto sul testo è comprensibile, e a suo modo accettabile, considerato il poco lasso di tempo intercorso tra la scomparsa dell’autore e la pubblicazione di quello che può essere considerato il suo canto del cigno.

*Jo

Occhi azzurri

.: SINOSSI :.

Tenochtitlán, 30 giugno 1520. È l’ultima notte degli spagnoli nella capitale dell’impero azteco, ed è passata alla storia come la «Noche Triste». Dopo la «strage del Templo Mayor», l’odio dei tlaxcaltechi verso i conquistadores trabocca come una marea, e si mischia alla pioggia che batte furiosa sulla città, travolgendo gli uomini di Hernán Cortés in disordinata e sanguinosa ritirata. Tanto disperato è il tentativo di salvare la pelle che molti lasciano indietro l’oro dei saccheggi, per correre più leggeri verso la salvezza. Non lui, il soldato dagli occhi azzurri, che non vuole rinunciare, a nessun costo, alla promessa che quel tesoro racchiude, la promessa che lo ha portato fin lì. È il prezzo del suo coraggio, gli ha sacrificato tutto, persino la sua paura. “Occhi azzurri” è una miniatura perfetta in cui una notte di ferro e sangue racchiude il senso di due universi che collidono: nel fragore della battaglia, nel terrore che tutto avvolge nella sua cappa scura di morte, sentiamo il soffio leggero di desiderio, speranza, amore, a rammentarci come le pagine più terribili della Storia riescano spesso a essere – senza cadere in contraddizione – anche «indimenticabili e magnifiche».

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le pochissime pagine che compongono questo libricino sono cariche di oscurità, crudeltà, sangue. Con lessico tagliente e una prosa priva di fronzoli, l’autore racconta la tragica “notte triste” del 1520 quando gli inca hanno colpito i conquistadores spagnoli in fuga uccidendone e sacrificandone la maggior parte.
Il protagonista di questa storia è un soldato dagli occhi azzurri che, con i suoi compagni, cerca di scappare portando con sé il poco oro che è riuscito a nascondere. Altra protagonista silenziosa e quasi invisibile è la donna inca, concubina del soldato, che ora infesta i suoi ricordi e i suoi sogni.
Il rapporto tra i due, emblema di quello che doveva essere al tempo il rapporto di forza e violenza tra conquistatori e indigeni, è poco più che accennato: non si riesce a capirne la natura né si riesce a decidere se quella che l’autore ha descritto sia una storia d’amore o una storia di violenza e questo, secondo me, è fondamentalmente sbagliato.
In un susseguirsi di brutalità e crudeltà il racconto si chiude dopo a mala pena una trentina di pagine lasciando il lettore preda dell’appendice che, a dirla tutta, è la parte più interessante dell’intero romanzo.
Onestamente la storia mi ha lasciata abbastanza indifferente. Non si tratta di un racconto ben scritto, è molto confuso e alla fine il lettore si trova a pensare che chiunque avrebbe potuto scriverlo: l’autore non ha una vera e propria cifra stilistica né sembra interessato a mandare un messaggio specifico.
Come ho già detto, la parte più interessante è invece l’appendice storica, tipica dei romanzi della Solferino edizioni, che spiega al lettore in modo semplice ed incisivo quali erano le condizioni in Spagna della maggior parte dei conquistadores, cosa ha spinto comuni cittadini ad arruolarsi e come la conquista del nuovo mondo è stata gestita tra violenza, distruzione e orrore. Quelli che l’autore descrive sono poco più che dei ragazzotti di campagna speranzosi di costruirsi, grazie alla conquista del nuovo mondo, una di vita migliore.
In pratica, l’autore si tiene lontano da veri e propri giudizi morali decidendo di non stare né dalla parte dei nativi americani, di cui sottolinea la brutalità e le pratiche schiavistiche messe in atto contro alcune minoranze, né da quella dei conquistadores, che si trasformano in sempliciotti creduloni e violenti. Purtroppo ho trovato questo svincolarsi da giudizi troppo fazioso e poco chiaro: avrei voluto capire meglio il pensiero dell’autore rispetto alla vicenda.

La cosa che questo questo romanzo mi ha lasciato è la voglia di leggere altro su questo argomento per capire meglio una storia che, per quanto ci sia stata raccontata, non ci appartiene del tutto. Per me, il libro vale un 7/10. Troppe poche pagine, una storia raccontata frettolosamente e uno stile non caratterizzante non rendono “occhi azzurri” un romanzo memorabile. Vi consiglio di leggerlo come primo approccio all’argomento, soprattutto in virtù della splendida appendice.

*Volpe

La torre del Corvo

.: SINOSSI :.

Per secoli, Iraden è stata protetta dal Corvo, un dio che domina il territorio dall’alto di una torre nella cittadina portuale di Vastai. La sua volontà emana attraverso il Fittavolo, che con il suo tributo di sangue ne tiene in vita il potere. Sotto lo sguardo attento del Corvo, Vastai fiorisce, arricchendosi con i dazi che riscuote dalle navi di passaggio per lo stretto del Mare Interno. Ma il Corvo si sta indebolendo. Il Fittavolo è scomparso e al suo posto ora siede un usurpatore, mentre ai confini si stanno radunando truppe straniere che hanno stretto alleanze con nuove divinità. È in questo momento di pericolo che un dio – uno dei leggendari e temutissimi Antichi – vede giungere Eolo, al seguito di Mawat, erede del vero Fittavolo. E comincia a parlare, raccontando una storia che potrebbe aiutare Eolo e Mawat a fare giustizia. Così, mentre assiste il suo signore, Eolo scopre che la Torre del Corvo nasconde un segreto. Nelle sue fondamenta è celata una vicenda oscura che attende solo di essere svelata… e di mettere in moto una catena di eventi che potrebbe distruggere Iraden per sempre.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Incuriosita da una trama molto promettente e dai numerosi pareri positivi riguardo l’opera più famosa di Ann Leckie, la trilogia Ancillary, mi sono tuffata su La torre del Corvo con aspettative altissime.
Purtroppo, come spesso accade quando si sogna troppo su un romanzo prima ancora di averlo letto, sono rimasta un po’ delusa dal libro perché, pur avendo un retroscena accattivante e un worldbuilding degno di nota, a volte è noioso e non incentivava la lettura.

L’autrice ha scelto di usare uno stile di scrittura molto particolare per il suo romanzo: la seconda persona singolare. Il narratore è interno ed onnisciente e parla per tutto il tempo con un altro personaggio, Eolo, che purtroppo non può né sentirlo né rispondergli. La sensazione è quella di essere una mosca che insegue Eolo, pagina dopo pagina, e lo accompagna nelle sue (poche) avventure. Nessuno dei personaggi è descritto in modo accurato, né fisicamente né psicologicamente, sono tutti caratteri che si finisce per conoscere solo in modo superficiale e nessuno di loro ha un vero e proprio peso sulla trama.
Altra particolarità della misteriosa voce narrante è che essa appartiene ad un personaggio estremamente riflessivo: il lettore è bombardato da righe, paragrafi, pagine e a volte capitoli interi di riflessioni, domande sull’universo, considerazioni più o meno acute su ciò che funziona o meno nel mondo della Leckie. Se questo, da una parte, permette di capire meglio il sistema magico e il rapporto tra uomini e divinità, dall’altra è pesante e non sempre utile a tenere alta l’attenzione del lettore.

La trama del romanzo si muove tra passato e presente. La Leckie racconta al lettore gli antefatti che hanno portato alle vicende de La Torre del Corvo tramite numerosi flashback che spesso sono molto più interessanti della trama “attuale”. La trama che si svolge nel presente è scarna, frettolosa e non succede gran che almeno fin oltre la metà del romanzo. I flashback, invece, sono ricchi di avvenimenti e di riflessioni interessanti e sembrano essere loro i veri protagonisti della storia, quasi come se l’autrice avesse messo molto più impegno a studiare il passato del suo mondo piuttosto che a riflettere su quale futuro e quale finale volesse dare alla sua storia.
Positivo invece il mio giudizio sul worldbuilding: originale, intrigante, comprensibile e soprattutto credibile, il sistema magico è il vero punto di forza de La torre del Corvo. Sono rimasta positivamente colpita dalla capacità della Leckie di costruire mondi, per questo penso che proverò a leggere anche la trilogia di Ancillary.

Complessivamente, il mio voto è un 7.5/10. Le premesse erano buone ma non tutte le potenzialità del mondo creato dall’autrice sono state sfruttate appieno.
Il finale è estremamente frettoloso, la sensazione è che tutte le cose interessanti siano accadute nel passato.

*Volpe

Coraggio!

.: SINOSSI :.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto nel 2016 Coraggio! nasce dal proposito di pungolare una società pietrificata dallo spettro del terrorismo che, in quegli anni, aveva colpito a più riprese in Europa e nel resto del mondo.
Per certi versi, Coraggio! è una finestra su un passato recente e cerca, con argomenti più o meno convincenti, di mettere in guardia il lettore da quello che l’autore chiama “il marketing della paura”: quella combo un po’ insita nell’uomo un po’ caldeggiata dalla società che alimenta l’insicurezza e il pessimismo verso il prossimo e verso il futuro.

Con il pretesto di risolvere una “questione privata”, Romagnoli accompagna il lettore attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio e lo porta a fare conoscenza con grandi personaggi del passato, ma anche persone semplici il cui nome non comparirà mai su alcun notiziario o sui cui trascorsi nessuno realizzerà un film o uno sceneggiato. Partendo dal presupposto che non esiste un’epoca delle incertezze e che ogni periodo storico ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, Romagnoli declina il coraggio presentando esempi eroici, ma anche testimonianze che, apparentemente, non hanno nulla di valoroso o straordinario. L’ideale solitamente prerogativa di martiri e guerrieri, leader e profeti viene trasfigurato e restituito al lettore non come una meta irraggiungibile, ma come un qualcosa di umano e declinabile tanto nella quotidianità quanto nei momenti decisivi della vita.

Il mio voto è 7.5/10: Coraggio! è una lettura piacevole capace di commuovere e stimolare una riflessione, ma perennemente in bilico tra il saggio e l’ennesimo frasario con citazioni motivazionali più o meno incisive. Lo stile è scorrevole e non brilla di originalità: fosse stato un romanzo questa sarebbe stata una grossa penalità, ma non avendo questa ambizione non la posso considerare una pecca imperdonabile. L’approccio di Romagnoli, pur non brillando eccessivamente di originalità, è interessante e provoca il lettore chiedendogli di prendere una posizione sulle piccole e grandi questioni della vita. L’idea, condivisibile e tutt’altro che campata per aria, di Romagnoli è che il coraggio sia solo in rari casi una qualità innata e che, al pari di qualsiasi altra inclinazione, debba essere allenata quotidianamente.
Quella caldeggiata da Romagnoli non è un’esistenza all’insegna della resilienza, ma uno sprone a non lasciar passare nemmeno un istante della propria vita in balia degli eventi: a nuotare, anche controcorrente, invece che lasciarsi trasportare dalle onde in uno stoico e precario galleggiare a tempo indeterminato.
Una lettura attuale che riesce, nonostante sia stata scritta per tempi e situazioni differenti, comunque a comunicare a dovere il proprio messaggio e a smuovere il lettore.

*Jo

La sovrana lettrice

.: SINOSSI :.

A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d’Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole arrischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. E in effetti è successo qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per un puro accidente, la sovrana ha scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali ripercussioni sul suo entourage, sui sudditi, sui servizi di sicurezza e soprattutto sui lettori lo scoprirà solo chi arriverà all’ultima pagina, anzi all’ultima riga. Perché oltre alle irrefrenabili risate questa storia ci regala un sopraffino colpo di scena – uno di quei lampi di genio che ci fanno capire come mai Alan Bennett sia considerato un grande maestro del comico e del teatro contemporaneo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La Sovrana Lettrice di Alan Bennett è un romanzo che si legge tutto d’un fiato.
In un primo momento il lettore, anche a causa dello stile scevro di fronzoli e minimalista con cui Bennett ha scritto il suo romanzo, crede di trovarsi di fronte ad un saggio o, almeno, di leggere un racconto che abbia un fondo di verità. La storia che Bennett racconta è invece di finzione e i personaggi sono solo mezzi con cui l’autore cerca di raggiungere il suo fine: parlare di quello che un lettore sente quando scopre di amare la lettura.

In questo caso, sebbene lo sia sulla carta, la regina Elisabetta non è la vera protagonista del romanzo: protagonisti sono i sentimenti e le sensazioni che accomunano i novelli lettori. E’ una storia che a me ha parlato molto: se mi paragono ad altri lettori, mi rendo conto di aver iniziato ad amare i libri tardivamente, non che prima non ne comprendessi il valore o non li desiderassi, solo che non sentivo la lettura come qualcosa di mio.
Proprio come la regina Elisabetta ne La sovrana lettrice, anche io sono stata aiutata da un accanito bibliofilo nella mia scoperta; anche io ho subito il fascino della lettura e sono stata vittima del bisogno di divorare, pagina dopo pagina, più libri possibili come a voler colmare il vuoto che anni di lettura saltuaria avevano formato.
Questo è, a mio avviso, il pregio de La sovrana Lettrice: l’autore riesce a mettere su carta, con parole semplici e un fraseggio lineare, l’avidità con cui un lettore afferra la lettura dopo tanti anni di digiuno.
Se si toglie questo significato profondo che può colpire le persone che hanno provato quelle stesse sensazioni, la storia è banale e lo stile niente più che un esercizio di retorica con cui Bennett dimostra di poter scrivere un romanzo con i tipici toni del saggio.

I personaggi, tranne la regina, sono relativamente piatti: si dividono tra affamati lettori e detrattori della lettura. Nessun personaggio ha un arco narrativo ben definito e sono tutte comparse che gravitano attorno alla regina e alla sua nuova passione per i romanzi.
Buono invece lo humor britannico che attraversa tutto il romanzo: il libro non fa sbellicare dalle risate, ma strappa più di un sorriso a chi ha la pazienza e la voglia di intravedere una battuta là dove il discorso sembra estremamente serio. Anche la caratterizzazione della regina, tra il rispettoso e il satirico, è ben riuscita: il caratterino tutto pepe della sovrana è credibile e aiuta, assieme ai finti estratti dai diari di Sua Maestà, a creare la sensazione di trovarsi nel mezzo della lettura di un saggio.
In generale, il romanzo si merita un 7.5/10. E’ una lettura interessante e soprattutto estiva, adatta ad un periodo in cui si è stanchi e si vuole avere tra le mani un libro che faccia sì riflettere senza però impegnare troppo la testa.

*Volpe

Sortilegi

.: SINOSSI :.

Mentre infuria la peste del Seicento, una bambina cresce in totale solitudine nel cuore di un bosco e a sedici anni è così bella e selvatica da sembrare una strega e far divampare il fuoco della superstizione. Un uomo si innamora delle orme lasciate sulla sabbia da piedi leggeri e una donna delusa scaglia una terribile maledizione. Il profumo di biscotti impalpabili come il vento fa imbizzarrire i cavalli argentini nelle notti di luna. Bianca Pitzorno attinge alla realtà storica per scrivere tre racconti che sono percorsi dal filo di un sortilegio. Ci porta lontano nel tempo e nello spazio, ci restituisce il sapore di parole e pratiche remote – l’italiano secentesco, le procedure di affidamento di un orfano nella Sardegna aragonese, una ricetta segreta – e come nelle fiabe antiche osa dirci la verità: l’incantesimo più potente e meraviglioso, nel bene e nel male, è quello prodotto dalla mente umana. I personaggi di Bianca Pitzorno sono da sempre creature che rifiutano di adeguarsi al proprio tempo, che rivendicano il diritto a non essere rinchiuse nella gabbia di una categoria, di un comportamento “adeguato”, e che sono pronte a vivere fino in fondo le conseguenze della propria unicità. Così le protagoniste e i protagonisti di queste pagine ci fanno sognare e ci parlano di noi, delle nostre paure, delle nostre meschinità, del potere misterioso e fantastico delle parole, che possono uccidere o salvare.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Di magia parlano i tre racconti racchiusi tra le pagine di Sortilegi e altrettanto magica è la scrittura di Bianca Pitzorno. Con maestria, quando l’autrice cambia storia modifica anche il proprio stile. Se il primo racconto accoglie il lettore con una scrittura aulica, composta da una prosa antica e ricca di arcaicismi, il secondo testo culla con parole più semplici e una narrazione gentile e accogliente che ben si presta a fare da “porta d’ingresso” al terzo racconto molto più onirico eppure estremamente attuale.
Il primo racconto parla di come le persone cerchino un colpevole ogni volta che hanno paura, la storia si adatta molto bene anche al periodo storico che stiamo vivendo; il secondo di come la gentilezza e il voler bene agli altri siano molto più forti del male; il terzo invece ricorderà a ciascun lettore le sue origini trasportandolo in un viaggio cullato dal delicato vento descritto dalla Pitzorno.
Tutti e tre i racconti, sebbene ambientati nel passato, parlano del presente.
Il tema centrale dei racconti è la stregoneria e ogni racconto ne analizza un aspetto differente così da presentare al lettore una magia dapprima storica, con una analisi direi ben fatta del tema del capro espiatorio, poi quotidiana e alla fine quasi metaforica.

In generale, la raccolta merita un 8/10. Il racconto che ho amato di più è stato il secondo: da una parte parlava di ricamo, che io pratico quotidianamente e adoro, dall’altra trattava di gentilezza un tema che dovrebbe diventare “più di moda”, per i miei gusti.
Consiglio il libro a tutti? Quasi. Credo che si debba approcciare questo testo (in particolare il primo racconto) con il reale desiderio di approfondire l’argomento trattato, ma che in generale possa essere una raccolta fruibile da tutti gli amanti dei romanzi e racconti storici.
Se invece cercate qualcosa di scoppiettante o fantasy, allora non è il testo che fa per voi.

*Volpe

Sei di Corvi

.: SINOSSI :.

A Ketterdam, vivace centro di scambi commerciali internazionali, non c’è niente che non possa essere comprato e nessuno lo sa meglio di Kaz Brekker, cresciuto nei vicoli bui e dannati del Barile, la zona più malfamata della città, un ricettacolo di sporcizia, vizi e violenza. Kaz, detto anche Manisporche, è un ladro spietato, bugiardo e senza un grammo di coscienza che si muove con disinvoltura tra bische clandestine, traffici illeciti e bordelli, con indosso gli immancabili guanti di pelle nera e un bastone decorato con una testa di corvo. Uno che, nonostante la giovane età, tutti hanno imparato a temere e rispettare. Un giorno Brekker viene avvicinato da uno dei più ricchi e potenti mercanti della città e gli viene offerta una ricompensa esorbitante a patto che riesca a liberare lo scienziato Bo Yul-Bayur dalla leggendaria Corte di Ghiaccio, una fortezza considerata da tutti inespugnabile. Una missione impossibile che Kaz non è in grado di affrontare da solo. Assoldati i cinque compagni di avventura – un detenuto con sete di vendetta, un tiratore scelto col vizio del gioco, uno scappato di casa con un passato da privilegiato, una spia che tutti chiamano lo “Spettro”, una ragazza dotata di poteri magici -, ladri e delinquenti con capacità fuori dal comune e così disperati da non tirarsi indietro nemmeno davanti alla possibilità concreta di non fare più ritorno a casa, Kaz è pronto a tentare l’ambizioso quanto azzardato colpo. Per riuscirci, però, lui e i suoi compagni dovranno imparare a lavorare in squadra e a fidarsi l’uno dell’altro, perché il loro potenziale può sì condurli a compiere grandi cose, ma anche provocare grossi danni…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Non vi è dubbio: la scrittura di Leigh Bardugo in Sei di Corvi è un vero e proprio gioiello. Se tra le pagine di Tenebre e Ossa abbiamo incontrato una scrittrice acerba e con moltissime potenzialità, qui vediamo sbocciare i fiori di un lavoro sicuramente duro e intenso.
Lo stile è ciò che ho preferito del romanzo: le parole sono tutte al posto giusto e creano un ambiente credibile dove personaggi realistici si muovono perfettamente a loro agio. Le descrizioni portano luoghi e persone davanti agli occhi del lettore e gli escamotage letterari con cui l’autrice racconta il passato dei suoi protagonisti sono invidiabili.

In generale, preferisco questo tipo di trama rispetto a quella della trilogia: pieno di azione e ricco di sotterfugi e colpi di scena, Sei di Corvi è un romanzo che non annoia e tiene il lettore incollato dalla prima all’ultima pagina. Ambientato nello stesso universo di Tenebre e Ossa, le vicende che compongono Sei di Corvi avvengono temporalmente dopo la trilogia. Sebbene anche da questo romanzo si riesca a capire bene il mondo in cui i personaggi si muovono, è inevitabile che il lettore si faccia qualche piccolo spoiler involontario: per questo consiglierei generalmente di leggere prima la trilogia e approcciarsi dopo alla lettura di questa dilogia.

I sei protagonisti sono descritti abbastanza bene, con l’eccezione di Wylan che immagino avrà una parte un po’ più concreta nel secondo romanzo, ed è impossibile non affezionarsi a ciascuno di loro. Pur essendo molto diversi, si muovono in perfetta armonia e la scelta di dare a ciascuno un tratto distintivo è vincente. In questo romanzo, la Bardugo indugia volentieri sulla caratterizzazione dei suoi personaggi che si finisce per conoscere nel profondo: il passato di ciascun Corvo viene lentamente sviscerato dando al lettore tutti gli indizi necessari a ricostruirne la personalità complessa. Sebbene, come forse tutti quasi, io abbia amato i personaggi di Kaz e Inej, il mio personaggio preferito è sicuramente Matthias: si tratta di un personaggio molto complicato la cui profondità sta nel bisogno di trovare se stesso in un mondo che non fa altro che etichettarlo; i suoi cambiamenti non sono campati per aria e anzi sono il frutto di un lungo lavoro personale che rende Matthias un personaggio molto adulto.
Ecco che quindi arriviamo al problema più grande del romanzo: l’età dei protagonisti. Credo fermamente che la Bardugo abbia scritto Sei di Corvi avendo in mente dei personaggi di circa trent’anni e che, per poter vendere, sia stata obbligata a renderli minorenni. I personaggi hanno una profondità che non si addice a degli adolescenti; un vissuto troppo complesso per essere stato portato avanti in diciassette anni di vita scarsi; sono sostanzialmente troppo adulti.
Trovo che questo sia un vero peccato, perché presentare un romanzo di questo calibro con personaggi anagraficamente più grandi sarebbe stata una bellissima sorpresa per chi, come me, è stanco dei soliti romanzi in cui protagonisti semi adolescenziali risolvono rocambolescamente situazioni impossibili.

In generale, la trama è credibile e ben studiata, nonostante i capitoli precedenti al finale mi siano sembrati un po’ esagerati. Fastidioso è il modo in cui l’autrice, pur usando un narratore interno, ha scelto di tenere il lettore all’oscuro di certe parti del grande piano dei corvi: purtroppo, non sempre questo escamotage è giustificato o credibile.
Sei protagonisti non sono facili da gestire: il fatto che la Bardugo ci riesca dovrebbe già dare un’idea riguardo la sua abilità di scrittrice.
Il romanzo si merita un 8/10. La trama ricca di adrenalina e i personaggi di qualità superiore alla media rendono il romanzo uno splendido libro per ragazzi e non. Chi cerca l’avventura troverà tra le pagine di Sei di Corvi una storia indimenticabile da cui prendere spunto per sognare ad occhi aperti: alla fine del libro, Ketterdam è un luogo riconoscibile, i Corvi diventano veri e propri amici che il lettore desidera conoscere più nel profondo.

*Volpe

Io, Caterina

.: SINOSSI :.

“Se scrivessi la mia biografia, stupirei il mondo”, ha detto Caterina Sforza. Figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza, Caterina ha dato prova del suo carattere già a dieci anni, quando si è proposta per diventare la moglie di Girolamo Riario, in sostituzione della cugina undicenne, giudicata troppo giovane per consumare il matrimonio. Dotata di una cultura vastissima, si è distinta in discipline considerate appannaggio esclusivo degli uomini, come l’alchimia, la chimica e le arti belliche. Dopo la morte del marito, ha governato da sola Imola e Forlì, guidando persino l’esercito in battaglia. Durante l’assedio della rocca di Ravaldino, non si è lasciata mettere con le spalle al muro da chi le aveva intimato di arrendersi, minacciandola di ucciderle i figli; al contrario, Caterina ha risposto sollevando la gonna e urlando: “Fatelo, tanto qui ho lo stampo!” Nella sua breve vita, Caterina ha fatto di tutto, tranne scrivere una biografia. Seicento anni dopo, è una sua discendente, Francesca Riario Sforza, a celebrare la straordinarietà della sua antenata in un romanzo che ci restituisce l’immagine di una donna in anticipo sui tempi, che non si è rassegnata al ruolo di moglie e madre, ma ha lottato per farsi strada in un mondo dominato dagli uomini. Una donna forte, indipendente e incredibilmente moderna.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Quello di Francesca Riario Sforza è un libro molto difficile da giudicare: se da una parte abbiamo una storia vera e dettagliata che accompagna il lettore a scoprire le vicende che hanno visto Caterina Sforza come protagonista, dall’altra abbiamo un testo di qualità discutibile in cui i difetti forse superano i pregi.
Nonostante la copertina riporti la dicitura “romanzo”, il libro somiglia più ad una raccolta di documenti riguardanti Caterina Sforza trascritti per essere fruibili dal grande pubblico. Come per ogni libro-cronaca, la lettura è pesante e purtroppo questo ha avuto un’influenza negativa sullo stile: pur di inserire i numerosissimi dettagli della vita della famosa contessa di Imola e Forlì, l’autrice ha perso completamente di vista la narrazione, tanto che il romanzo quasi non ha una trama. I dialoghi sono pochi e, quando ci sono, risultano un po’ improbabili; le descrizioni sono didascaliche e poco curate. Alcuni passaggi degni di interesse sono trattati dall’autrice in pochissime pagine, mentre altre curiosità, di cui però esisteva evidentemente più materiale, sono trattate con una dovizia quasi eccessiva.

Bisogna amare moltissimo il personaggio storico, e io vi assicuro che stimo molto quello che Caterina Sforza è stata al suo tempo, per arrivare volentieri alla fine del romanzo che, altrimenti, risulta pesante.
Purtroppo, lo stile infastidisce e non permette di apprezzare completamente una storia che potrebbe essere molto affascinante e, raccontata nel modo giusto, coinvolgerebbe il lettore dalla prima all’ultima riga. Forse per paura di recare offesa alla propria antenata, Francesca Riario Sforza si è astenuta dal rivisitare un po’ i documenti in suo possesso e renderli più adatti ad un romanzo.
Un pregio dell’autrice, invece, è quello di rendere umani e tangibili, in un certo senso di nuovo vivi, i personaggi storici che si muovono tra le sue pagine. Alla fine del libro sembra di aver avuto a che fare davvero con Caterina Sforza e tutti coloro che, per un motivo o per un altro, hanno condiviso la vita con lei.

Sulla trama non c’è molto da dire: trattandosi della vita di Caterina Sforza, gli episodi riportati sono realmente accaduti e riportati con molta precisione. Il problema è che manca un filo conduttore, dunque la storia è lasciata un po’ a se stessa e questo è un vero peccato soprattutto perché, come molti autori di romanzi storici hanno mostrato con la loro penna, scrivere storie vere in modo accattivante è possibile.
Nel complesso, credo il libro meriti un 7/10. Tenendo conto che non si tratta di un romanzo quanto di una cronaca con alcuni paragrafi romanzati, un lettore interessato a conoscere con precisione la vita di Caterina Sforza troverà in questo libro proprio quello che cerca.
Personalmente, l’ho trovato molto interessante, anche se avrei preferito uno stile più semplice e meno storiografico che, forse, mi avrebbe coinvolta di più. Conoscevo già, in parte, la vita di Caterina Sforza e ho trovato tra le pagine di Francesca Riario Sforza alcune curiosità che hanno gettato nuova luce sulla figura della contessa di Forlì.

*Volpe