Cenerentola

.: SINOSSI :.

Lilian è stata bandita dal suo mondo, si è macchiata di una colpa enorme di cui porta il peso da secoli. Ma cosa può aver desiderato la fata più conosciuta della storia, la Fata Madrina di Cenerentola? La stessa Cenerentola il cui destino è già stato deciso dalle Anziane? Solo un’azione compiuta in nome dell’Amore romperà l’incantesimo che la tiene legata alla Terra. E Lilian lotterà, sospesa tra due mondi, per espiare la sua colpa. Ma le fate esistono realmente? La fiaba oscura di Cenerentola che nessuno vi ha mai raccontato.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Che si tratti della versione dei fratelli Grimm o di quella di Walt Disney, tutti conoscono la favola di Cenerentola. La sua iconica scarpetta e il delizioso abito turchese sono ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo di tutti i bambini e le bambine che sognano storie da fiaba.
Approcciandosi al retelling Cenerentola di Carolyn Turgeon, però, il lettore non deve farsi trarre in inganno: la storia che si appresta a leggere è molto più bizzarra.

Cenerentola è, a dire il vero, molto più di un semplice retelling dell’omonima fiaba: è un romanzo che colpisce dritto al cuore e costringe il lettore a interrogarsi anche su se stesso e sulla propria realtà. Protagonista di questa fiaba è Lilian, la fata madrina, esiliata sulla terra dopo che ha fallito nel suo compito: portare Cenerentola al ballo. Quella che però si nasconde sotto la superficie è una storia complicata fatta di invidia, odio e ossessione che allontana un po’ il romanzo dal retelling e, soprattutto dopo aver letto il finale, lo rende un romanzo adatto a chi ama storie introspettive con qualche tinta fosca.
Il finale è, forse, la parte migliore del romanzo: il libro di per sé è carino sebbene non sia una lettura che tiene incollati alle pagine, ma con un finale simile, che mi verrebbe da definire semplicemente sorprendente, diventa favoloso. Rileggere il romanzo alla luce del finale è stata una bellissima esperienza che, sinceramente, consiglio a tutti coloro che vogliono approcciarsi alla lettura di Cenerentola.

Lo stile di scrittura è piuttosto semplice: le descrizioni, sebbene non eccessivamente elaborate, permettono al lettore di viaggiare con la fantasia e immaginare i luoghi, soprattutto quelli più incantati come il regno delle fate, di cui Turgeon scrive. I dialoghi sono, forse, il punto forte della scrittura: presentano una struttura buona, che non annoia e non sembra artificiosa.
Il narratore è Lilian, che si presenta come fata diventata umana e invecchiata nel mondo dei mortali, ed è proprio lei a raccontare al lettore la sua storia: la narrazione si svolge in due luoghi e momenti differenti, una parte è ambientata nel regno delle fate e in quello di Cenerentola, mentre l’altra è ambientata nella New York di oggi. Il lettore è accompagnato da una serie di indizi e stranezze per tutto il romanzo: mano a mano che la trama si infittisce e i nodi vengono sciolti la conclusione si può intuire, anche se mai davvero immaginare fino a quando l’autrice non la esplicita.

Credo che il romanzo, per struttura e soprattutto innovazione, mediti una votazione molto positiva: 9/10. Ho apprezzato in particolare modo, oltre che il finale, la caratterizzazione delle fate e la descrizione del mondo fatato. Sebbene Turgeon non scenda nei dettagli, le sue fate somigliano molto a quelle del folklore: sono dispettose, irriverenti e simpaticissime. Una chicca per chi è stufo delle solite tenere fatine!
Vorrei sottolineare una cosa: a discapito di quanto si possa pensare leggendo il titolo del romanzo, non si tratta di un libro che parla d’amore. Questo non vuol dire che l’amore non abbia un posto all’interno della narrazione, tuttavia non si tratta di un posto di primaria importanza: il sentimento che colora maggiormente le pagine di questo romanzo è quello dell’invidia. A chi consiglio, quindi, questo libro? Più che a chi desidera leggere un retelling di Cenerentola, lo consiglio a chi ama le storie introspettive in cui realtà e fantasia si mescolano completamente.

Ringrazio la casa editrice per la copia gratuita e vi ricordo che il libro esce il 21 settembre!

*Volpe

Ghoul accovacciato numero otto

.: SINOSSI :.

Una storia che si muove agile e apparentemente leggera tra la commedia nera e dramma distopico. Tra Disneyworld e l’inferno, la comunità sotterranea narrata in “Ghoul accovacciato numero otto” vive in perenne stato di tensione, con le ferree regole che ne permettono la sopravvivenza ad arginare la sensazione di imminente catastrofe che accompagna l’esistenza dei suoi abitanti. In questo contesto Brian, stretto tra obblighi aziendali, rispetto della legge e un amore complicato, inizia a porsi qualche domanda di troppo. La scrittura delicata e incisiva di George Saunders esplora le contraddizioni del nostro presente, tra spinte autoritarie, non-sense sociali, e ineluttabili pulsioni umane in un racconto che porterà il lettore ad affacciarsi sul lato più oscuro del nostro complicato presente.

.: IL NOSTR GIUDIZIO :.

Ghoul accovacciato numero otto è un romanzo breve o, per meglio dire, un racconto lungo. Saunders, che abbiamo già conosciuto tramite la lettura di Volpe 8 (che ha poi con il numero 8 questo autore?), fa, in meno di cento pagine, una sapiente ed ironica critica alla società capitalista: il libro si legge in un soffio e, anche se lo stile è leggero, il lettore rimane affascinato da una storia che ha la stessa atmosfera di 1984 di Orwell.

Il racconto inizia con una sommaria descrizione del mondo: una specie di bunker che fa da casa-prigione per degli abitanti il cui lavoro allenarsi a recitare scene sempre uguali in attesa del giorno in cui verranno “dei visitatori da sopra”. Ghoul accovacciato numero otto è, a tutti gli effetti, una distopia che sembra basarsi a tratti sulle opere già citate di Orwell sia sul “mito della caverna” di Platone: il risultato è sorprendentemente interessante e tiene il lettore incollato alle pagine, soprattutto verso la fine.

Lo stile è molto schietto e genuino: la voce del narratore, si tratta di un romanzo in prima persona, è quella di una persona semplice, non particolarmente forbita e la scrittura riflette molto bene questa caratteristica. Le parole scelte sono le più semplici possibile e la costruzione della frase non ha, di per sé, niente di speciale: la semplicità però paga perché permette di comprendere meglio il carattere e l’ingenuità di un personaggio nato e cresciuto in mondo che lo vuole sia ingenuo che stupido. I personaggi, sebbene il libro sia molto breve, riescono ad esprimersi e presentano tutti delle particolarità che li rendono unici l’uno dall’altro: importante all’interno della trama sono i concetti generali di moralità ed etica che vengono più volte messi in discussione.

Il libro mi è effettivamente piaciuto molto: si tratta di un racconto che si legge in un soffio, diciamo forse mezza giornata di lettura e senza neanche troppo impegno, che però lascia effettivamente qualcosa. In particolare, è utile a riflettere sulla società in cui si vive: credo che uno dei pregi più grandi di questo libro sia che il lettore ha la possibilità di interpretare la storia a seconda delle proprie convinzioni e idee. Quel che è certo è che parla di libertà e del prezzo che questa può avere.
Il voto finale che sento di dare a questa storia è 8.5/10. Mi è piaciuto moltissimo ma avrei preferito più pagine, un approfondimento maggiore e, soprattutto, un narratore in terza persona.

*Volpe

La piccola conformista

.: SINOSSI :.

La piccola conformista è un romanzo quasi completamente affidato alla voce di un personaggio. Basta sfogliare qualche pagina, leggere le prime righe, ed eccola lì l’eroina della storia, Esther Dahan. Comica, senza freni inibitori, tagliente, forse indimenticabile. Esther è una bambina intimamente conservatrice, si autodefinisce «di destra» e si è trovata a crescere in una famiglia di sinistra negli anni Settanta a Marsiglia. Da irriducibile reazionaria sogna l’ordine, il rispetto delle regole, i «vestitini blu» delle brave ragazze cattoliche, desidera una vita inquadrata dalla normalità. In casa sua, a parte lei, tutti sono eccentrici, girano nudi, si lanciano piatti quando litigano, rifuggono regole e comportamenti conformisti, perbenisti, benpensanti. La madre, atea, anticapitalista e sessantottina, lavora come segretaria al municipio. Il padre è un ebreo francese nato in Algeria, ed esorcizza l’ansia di un prossimo olocausto stilando liste maniacali di compiti da svolgere. Si aggiungono poi un fratello minore iperattivo e i nonni paterni, che vivono nel ricordo nostalgico del glorioso passato nell’Algeria francese e trascorrono le giornate giocando alla roulette con i ceci, che serviranno poi a cucinare il cuscus domenicale. L’esistenza di Esther subisce una svolta quando i genitori, imprigionati nelle loro contraddizioni, decidono inspiegabilmente di mandarla in pasto al nemico, ossia in una scuola cattolica nel quartiere più borghese di tutta Marsiglia. Esther trova forse il suo paradiso personale, osserva e riflette sullo stile di vita dei genitori, dei nonni, delle compagne così diverse da lei, fin quando un segreto custodito a lungo metterà tutto in discussione. La comicità può raccontare anche gli aspetti più oscuri degli individui, l’ironia e la lucidità possono sondare il mistero della felicità e del dolore. In questo romanzo il desiderio di voler essere come tutti gli altri fa esplodere ogni logica parentale e ogni lessico familiare, e la quotidiana follia e normalità di una famiglia diventano lo strumento di un’appassionata ricerca di vita e di verità, con un sorriso a rischiarare il buio.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho scelto questo libro così, di istinto, dopo averne letto le prime pagine in libreria. La scrittura era promettente, la trama sembrava voler accompagnare il lettore verso una satira sociale contemporanea che, sinceramente, avevo davvero voglia di leggere. In più era brevissimo: proprio perfetto per un viaggio in treno, insomma!

Ebbene, le prime pagine mi avevano preparato a tutto (e con di tutto intendo dire non solo la rivoluzione casalinga di una bambina, ma anche un vero e proprio omicidio) ma non a quello che poi il libro è diventato: una storia tristissima, fatta di violenza, rabbia, gelosie e ossessioni. Da questo punto di vista, l’autrice ha fatto un lavoro ottimo: come un ragno, ha attirato l’ignaro lettore nella sua tela stimolando la sua fantasia con una ironia promettente; poi, lentamente, ha inserito in un quadro ironico, e a tratti geniale, il dramma che vuole davvero raccontare. L’ossessione, la malattia e la morte sono i pilastri di una narrazione che si fa sempre più cupa. Verso la fine il libro mi ha quasi fatta arrabbiare: non perché si tratti di un romanzo brutto ma perché l’incapacità dei personaggi di risolvere le situazioni in cui sono incastrati è talmente umana da risultare quasi frustrante.
Mano a mano che la trama prosegue, il lettore si rende conto delle numerose stranezze che caratterizzano i genitori della protagonista. All’apparenza sessantottini doc con un animo rivoluzionario e fuori dal comune, nascondono un lato oscuro che si fa via via più opprimente fino a soffocare la trama stessa. Il lettore, accompagnato dalla voce narrante di Esther ancora bambina, ripercorre un dramma famigliare in cui non può intervenire ma che farebbe di tutto per evitare.

La scrittura è piacevole e scorrevole: il romanzo è raccontato dal punto di vista di una bambina e il lessico è adeguato alla giovane, geniale e molto prevenuta protagonista. Devo ammettere che è stato difficilissimo empatizzare con i personaggi e solo la madre di Esther a un certo punto mi ha suscitato abbastanza pena da farmi essere triste per lei e la situazione in cui era incastrata.
Insomma, è davvero un libro che si legge facilmente e, nonostante la trama che si fa via via più pesante, di grande compagnia. Mi sento di dare a questo libro un 8/10: mi è piaciuto, eppure non riesco ad annoverarlo né tra quei libri che mi hanno lasciato qualcosa di importante né tra quelli che mi hanno coinvolta fino in fondo.
Consiglio comunque la lettura: permette di avere una visione piuttosto chiara della Francia degli anni post-sessantotto!

*Volpe

Piccolo nome, grande sangue

.: SINOSSI :.

Chiusi in una casa circondata da un bosco inospitale, due bambini si dicono addio. Sono finiti tra quelle mura perché entrambi sognano gli animali: il protagonista spera di scorgere i loro occhi obliqui dalla finestra e di essere privo di nome; il fratello Leo modella le loro forme nel buio. Ma i due non sanno che perdere la propria umanità è una questione di cuore, di sangue.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La favola scritta da Riccardo Meozzi racconta di come l’uomo può perdere e allo stesso tempo ritrovare la propria identità. Con una prosa asciutta, costituita da un’ottima aggettivazione e un sapiente uso delle metafore, trascina il lettore, pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine, orrore e libertà. Meozzi racconta quella che definirei “una storia senza tempo” in cui chiunque riuscirà, almeno un pochino, a rivedersi.
Ambientata in un periodo non meglio definito che sa di contemporaneità solo per la presenza di oggetti come un’automobile, una televisione o dei videogiochi, Piccolo nome, grande sangue fa riflettere in pochissime pagine su temi come la diversità, la mancanza di accettazione e, infine, l’autodeterminazione.

Per raccontare il dramma del suo protagonista senza nome, Meozzi usa uno schema freudiano. Il protagonista, un bambino che si rifiuta di essere chiamato per nome, vive intrappolato in una lotta costante tra il suo es e il suo super io: non riuscendo ad adattarsi alla vita che gli altri hanno deciso per lui ma non potendo accontentare i propri istinti e desideri, finisce per essere schiacciato da entrambi.
Solo nella foresta e con l’aiuto di una vecchia che, pagina dopo pagina, sembra sempre più simile a lui riuscirà a trovare un senso alla sua esistenza.

Nonostante la storia appartenga al genere weird e sia costellata da elementi di fantasia e del folklore italiano, non è, dunque, poi così lontana dalla realtà. Chi può dire con assoluta tranquillità di non essersi mai sentito a disagio tra le convenzioni in cui è costretto a vivere? Chi non ha mai desiderato, cercato e ottenuto di essere finalmente se stesso? Certo nessuno, immagino, desidera quello che il piccolo protagonista vuole e nessuno otterrà la propria libertà nello stesso, strano modo ma questo non significa che non si possa empatizzare con la straneazioni che lui prova a vivere nel nostro mondo.
A mio avviso, il libro merita di essere letto e sento di poterlo giudicare in maniera estremamente positiva. I temi trattati, così come l’attenzione che l’autore ha messo nella creazione del conflitto identitario del protagonistami spingono ad assegnare a questo racconto un 8.5/10. A completare il quadro ci sono le bellissime illustrazioni di Giulia Pex che vengono in soccorso del lettore aiutandolo a vedere la realtà di Meozzi tramite gli occhi stessi dell’autore.

*Volpe

La primula rossa

.: SINOSSI :.

1792, Parigi è sconvolta dal regime del Terrore imposto dai giacobini. La ghigliottina reclama ogni giorno il suo pegno di sangue, decine di teste aristocratiche. L’ultima speranza per la nobiltà francese sta nel misterioso eroe che organizza la spericolata evasione e il successivo espatrio dei condannati a morte armato solo della propria inventiva e utilizzando i più impensabili travestimenti: la Primula rossa, così chiamata perché ogni volta la sua prossima impresa è annunciata da un biglietto di sfida firmato con uno scarlatto simbolo floreale… La Primula rossa è uno dei più fortunati romanzi di tutti i tempi. L’autrice, Emma Orczy, ha saputo trasporre genialmente le convenzioni del feuilleton e del romanzo di cappa e spada nella sensibilità del Ventesimo secolo, l’era della velocità, dell’elettricità e del cinematografo, creando una storia incalzante che non tralascia alcuna delle convenzioni del romanzo popolare del secolo precedente proponendole però con i ritmi del nascente cinematografo, e inventando il primo supereroe mascherato della storia, archetipo di un colossale filone dell’immaginario moderno (senza dimenticare la vera protagonista, Marguerite, uno dei primi esempi nella letteratura popolare di donna non sottomessa, libera e ardita). Non a caso da La Primula rossa sono germinate innumerevoli trasposizioni per il grande e piccolo schermo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.
Se avete amato I tre moschettieri e i romanzi cappa e spada sono la vostra passione, La Primula rossa non vi deluderà.
Rifacendosi ai romanzi d’avventura, Orczy tesse la trama di una storia avvincente che non annoia mai il lettore.
La descrizione del Terrore francese, gli intrighi e le trappole da cui la Primula Rossa deve guardarsi tengono con il fiato sospeso e le pagine scorrono velocemente grazie ad un ritmo ben cadenzato che avvince senza mandare eccessivamente in titillazione.

Era da tempo che questo romanzo attirava la mia attenzione e, finalmente, sono riuscita a dedicarmici con la giusta disposizione d’animo. Descrizioni poetiche, personaggi ben tratteggiati e una storia ricca di colpi di scena mi hanno rapita verso un mondo fatto di balli, audaci contrabbandieri e spie senza scrupoli da cui mi sono separata a malincuore. Nonostante sia un romanzo di inizio ‘900 il linguaggio non abbonda di arcaismi e la lettura risulta gradevole e scorrevole. Stilisticamente il libro mi è piaciuto e merita 9-/10. Il mio giudizio sarebbe stato ottimo se, in dirittura d’arrivo, l’autrice non avesse fatto due scivoloni che mi hanno lasciato un po’ perplessa. Dopo aver decantato per oltre trecento pagine le abilità della Primula rossa, la soluzione scelta da Orczy per arrivare alla resa dei conti con l’acerrimo nemico del protagonista mi è sembrata un po’ campata per aria per non dire improvvisata: quasi che, trovandosi ormai prossima alla conclusione, l’autrice abbia tirato via le ultime pagine certa, ormai, di aver guadagnato l’attenzione e il favore del lettore. L’altra cosa che ha un po’ rovinato la lettura, rischiando di trascinare la storia da romanzo cappa e spada a romanzetto rosa di bassa lega, è stato il tormento che da metà libro affligge la coprotagonista (una donna dimostratasi per metà del romanzo tutt’altro che svenevole e, anzi, alquanto intraprendente considerato il periodo in cui il romanzo viene scritto e l’ambientazione dello stesso): in seguito ad una serie di intrighi, la giovane si trova davanti un dubbio amletico e, letteralmente per almeno due paragrafi per ogni capitolo che separa il lettore dalla conclusione, il travaglio morale e psicologico della madame viene ripetuto ancora, ed ancora fino a dare noia.

*Jo

Il libro nero della fame

.: SINOSSI :.

Vagabondi, vecchie maliarde che invocano rogne e fatture, adoratori di una strana cavità nella roccia, comunità di pescatori, di cavatori, di pastori, una famiglia in fuga da una pestilenza, eremiti, reietti.
Gli otto racconti che compongono Il libro nero della fame sono visioni di un sud Italia oscuro e primordiale, dove l’ombra del delirio e del decadimento pervade un susseguirsi di boschi, villaggi isolati, caverne sacre, montagne abitate da presenze ancestrali, gole e torrenti fangosi.
Con una scrittura biblica e scarnificata, Gerardo Spirito ritrae un’umanità alla deriva, assetata di fede, piegata al freddo, alla pioggia, alla ferocia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con questa raccolta, Gerardo Spirito accompagna i lettori in un Sud Italia misterioso caratterizzato da panorami oscuri, situazioni raccapriccianti e personaggi immersi in un continuo torpore. Tutti ambientati in villaggi senza nome, in boschi pullulati da cani randagi o alle pendici di una tetra montagna, i racconti condividono moltissimi punti in comune: sebbene non fosse nell’intenzione dell’autore, questo escamotage fa sì che le diverse storie sembrino svolgersi nello stesso momento, quasi fossero in realtà parallele.

La scrittura, a prima vista molto semplice, è caratterizzata da un sapiente uso della figura retorica: il bello di questi racconti è che il lettore riesce a sentire gli odori, i sapori e, soprattutto, i rumori che l’autore descrive. Lo scricchiolare delle foglie, il rumore di un osso che si spezza o il pigolare stanco di un vecchio volatile sono solo alcuni dei suoni che animano le pagine di Gerardo Spirito: oltre a dare colore al testo e a rendere la lettura piacevole, la capacità descrittiva dell’autore rende la raccolta una vera chicca per tutti quei lettori che, come me, si affidano molto all’udito.
Le descrizioni sono utili anche per cogliere gli elementi che, come anticipavo, i racconti condividono. Nonostante a volte i collegamenti siano ben visibili, nella maggioranza dei casi sono brevissimi accenni che si nascondono tra una descrizione e l’altra.
Altro punto fondamentale della scrittura di Spirito è quella di riuscire come pochi altri, il solo esempio che mi viene in mente è Cose che succedono la notte di Cameron, a rendere il tuo libro “scritto in bianco e nero”. Quando ci si immerge nella lettura, le immagini che il romanzo trasmette sono quelle di una foresta buia e personaggi opachi, a volte verrebbe persino da dire stanchi, che si muovono in una nebbia fitta che avvolge ogni singolo centimetro del mondo dell’autore.

Complessivamente, i racconti mi sono piaciuti tutti anche se, naturalmente, ho i miei preferiti. La mia preferenza va a racconti come Fame, Madre, Fuliggine e Pietra che mi hanno colpita a tal punto da lasciarmi addosso una leggera inquietudine ben oltre la conclusione della lettura. Si tratta di racconti che, a mio avviso, parlano molto alla mente e, soprattutto, allo stomaco del lettore.
I racconti di Spirito sono tetre rappresentazioni dell’anima umana: i suoi personaggi, che non sono caratterizzati né come buoni né come cattivi, seguono, o almeno di provano, la moralità del loro tempo cercando di dare un senso alla loro esistenza e, talvolta, al mondo in cui vivono. Spirito utilizza di frequente degli archetipi per portare avanti la narrazione: ad esempio, i bambini delle sue storie rappresentano sia l’innocenza sia l’innovazione e, infatti, spesso sono i piccoli protagonisti a portare alla luce misteri che sarebbero dovuti restare nascosti per sempre; allo stesso modo, gli anziani rappresentano non solo la saggezza ma anche le consuetudini e, spesso, la magia.
Non è un libro in cui la magia è palpabile o palese: al contrario, è nascosta sotto la superficie del mondo e i protagonisti la riescono solo a sfiorare.

Nel complesso, il voto che do a questa raccolta è un 9.5/10. Non ho trovato grandi difetti e sicuramente è entrato a far parte dei miei libri preferiti.
E’ una lettura allo stesso tempo semplice e complessa: le pagine scorrono molto bene, ma a volte si sente il bisogno di fermarsi per assaporare la scrittura oppure per riprendersi da quello che si è appena letto.
Lo consiglio a chi cerca libri fuori dal comune o che desidera leggere storie che hanno una base folkloristica tutta italiana!

*Volpe

Fracture

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Rya, giovane che ha visto la propria vita manovrata dalla ferma mano dell’ambizione famigliare, viene trovata ferita e insanguinata sulla riva del fiume da Nemi, capo di un Villaggio di ribelli in lotta contro l’impero. Condotta a Mejixana, è qui costretta a fare i conti con una nuova realtà, diversa da quella cui era abituata. La gente del Villaggio sembra accoglierla con benevolenza, ma Rya, candida e bugiarda, innocente e furba, nasconde un segreto che potrebbe mettere tutti in grave pericolo; compreso Nemi che, a ragione, non si fida di lei. Tra loro c’è una lotta in corso di mezze verità e menzogne celate, e niente è davvero come sembra. Quando insieme intraprendono un viaggio che cambierà per sempre le esistenze di molti – e mentre l’ombra di Niken, vecchia conoscenza di Mejixana e misterioso criminale ricercato, incombe su di loro – la frattura tra presente e passato confonde non solo i sentimenti della giovane, ma persino i giochi politici che la vedono invischiata tra le loro maglie.

.: SINOSSI :.

Barbara Bolzan con Fracture ha cercato di portare nelle librerie un romanzo fantasy Young Adult che, pur rientrando a pieno nel genere, si discostasse da fastidiosi cliché e stereotipi: a lettura conclusa sono contenta di poter dire che ci è riuscita piuttosto bene. Questo romanzo è il primo libro della “Rya Series” composto da altri tre volumi: svolge bene il suo ruolo di introduzione perché, grazie anche al fatto che la maggioranza dell’azione si svolge nei capitoli finali, il lettore ha tempo di famigliarizzare con il mondo creato da Bolzan e con i nomi di personaggi e luoghi.

Una intricata vicenda politica, di cui in questo primo capitolo riusciamo solo a intuire la portata, fa da sfondo a una trama molto più semplice in cui il lettore segue le vicende di Rya che si trova catapultata in un mondo completamente diverso da quello cui è sempre stata abituata. Il narratore, sebbene sia in prima persona, è un po’ particolare: il romanzo è raccontato dal punto di vista di una Rya del futuro, visibilmente più matura rispetto a quella che si muove tra le pagine di questo primo volume. Quasi come se fosse a processo, la narratrice espone le vicende di cui è stata protagonista senza mancare di dare giudizi, spesso con una punta di biasimo, riguardo sia le proprie azioni sia quelle dei suoi compagni di viaggio. Sebbene questo sia solo il primo capitolo, quindi, il lettore ha immediatamente la sensazione di trovarsi in un romanzo che fa parte di qualcosa di molto più grande: le parole di questa Rya adulta, cambiata, lasciano sempre intendere che il meglio (o, forse, il peggio) deve ancora venire.
Oltre a dare sapore e mistero alla narrazione, questa tecnica mostra come Bolzan abbia programmato nei minimi dettagli la trama di tutta la sua saga ben prima di iniziare a scrivere.
Fracture ha, quindi, un forte focus sullo sviluppo della protagonista destinata a cambiare e trasformarsi da principessa viziata a vera e propria regina. La sua trasformazione è lenta e, sospetto, sarà piena tanto di dolore quanto di riscatto.

I personaggi di Fracture sono, fortunatamente, molto diversi da quelli che normalmente si ritrovano nei romanzi young adult. In primo luogo la protagonista: sebbene fisicamente sia carina, e lei stessa lo ammetta tranquillamente, rientra in quella che mi verrebbe da definire “media” e gli altri personaggi riconoscono e sottolineano questa sua apparenza normale, senza niente di troppo speciale. Poi, da sottolineare, è anche il suo carattere (per non dire caratteraccio): Rya è vanitosa, snob, ingenua e viziata. A cambiarla sono le esperienze che vive e le persone che incontra; il cambiamento comunque è lento e faticoso e, in questo primo volume, giustamente abbozzato.
I protagonisti maschili sono, per una volta, rozzi, sporchi e, soprattutto quelli che vivono all’aria aperta e in uno stato di indigenza, emanano cattivo odore. Nessuno di loro è eccessivamente bello o attraente: sono interessanti per quello che hanno da raccontare e anche loro promettono di svilupparsi mano a mano che la narrazione proseguirà nei prossimi volumi.

La scrittura di Bolzan è molto buona anche se, ogni tanto, viene toccata da ripetizioni e alcune frasi fatte che in generale sarebbe meglio evitare. Quello che ho apprezzato maggiormente è la cura che l’autrice mette nelle sue descrizioni di luoghi, persone, sentimenti e, specialmente, botaniche: non ho mai letto un romanzo in cui fossero citate con così tanta precisione varietà di piante e fiori così diverse. Si vede che c’è tanta ricerca dietro la sua scrittura.

In generale, mi sento di dare al romanzo un ottimo voto: 8.5/10. La scrittura, ancora un po’ ingenua, può essere migliorata. Il lavoro di programmazione, la gestione dei personaggi e la promessa di avere tra le mani un libro che può solo diventare ancora più interessante mi spingono a consigliare la lettura a tutti coloro che cercano un fantasy nostrano capace di coinvolgere senza cadere in cliché o aver bisogno di scene piccanti per essere coinvolgente.
Tema che, pur non essendo esplicito, è presentissimo nella narrazione è quello della violenza sulle donne: la saga di Rya promette di diventare, nei prossimi romanzi, una potente denuncia sociale contro la violenza domestica.

*Volpe

Armilla meccanica – Il cielo

.: SINOSSI :.

I Meka incarnavano un’idea, quasi un’ideologia in verità, quella del gigantismo meccanico dell’umanità alla conquista delle stelle. Troppo grande l’universo per affrontarlo con le sole piccole membra fornite all’uomo dalla natura”. 

Su una remota miniera extrasolare Geuse, un vecchio mek-operaio, giorno dopo giorno vede i frutti del suo duro lavoro sfumare a causa di una crisi economica senza precedenti, che coinvolge tutte le colonie della Via Lattea. Come molti altri medita di prendere ciò che gli spetta e di cambiare vita. Ma non è così facile.

Ad anni luce da lì la Metrobubble, la capitale finanziaria della galassia, è stravolta dallo slittamento temporale tra sistemi planetari, dai disordini e dalle rivoluzioni. Ora a regnare è un feroce dittatore che si fa chiamare Meklord. I nativi del pianeta, i queer, gli fanno guerra per quanto possono, mentre attendono l’aiuto della Terra o di chiunque avrà il coraggio di sfidare per loro le maree del tempo e le armate meccaniche del tiranno.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Questo romanzo, primo capitolo della saga Armilla Meccanica, trasporta il lettore in un futuro lontano: la via lattea è alle prese con una crisi economico-finanziaria interstellare devastante chiamata comunemente Chaincrack che ha portato le diverse civiltà ad espandersi nel tentativo di risolvere i problemi collegati a questa crisi.
L’autore usa questo escamotage per descrivere un mondo crudo e soprattutto crudele: ci racconta della colonizzazione interstellare e dei mali seguiti alla crisi; delle rivolte dei mek-operai e dei queer dedicando a ciascun avvenimento il giusto spazio affinché il lettore abbia l’opportunità di comprendere bene le dinamiche che animano questo mondo così complicato.

La scrittura di Carta non è tra le più semplici. Il suo romanzo è zeppo di tecnicismi che rendono la lettura zoppicante: un lettore comune e senza l’adeguata preparazione, come del resto sono io, faticherà a raccapezzarsi e a dare un senso alle numerose parole ultra precise che l’autore usa per descrivere il suo mondo e le creature che lo popolano. Personalmente mi sono trovata spesso a tornare indietro nella lettura nel tentativo di capire esattamente ciò di cui si stava parlando e non sempre ci sono riuscita.
Per altri lettori questo però potrebbe essere un pregio: chi è più preparato si troverà sicuramente maggiormente coinvolto da una lettura che evidentemente parla la sua stessa lingua.

La trama intessuta da Carta è interessante anche se, a lettura conclusa, la sensazione che mi ha lasciato è che questo romanzo fosse quasi un lungo prologo. Credo l’intenzione dell’autore fosse rimandare l’azione, che in effetti è molto poca e quasi esclusivamente negli ultimi capitoli, e permettere al lettore di abituarsi al mondo da lui creato, che appunto come abbiamo detto è ricco di avvenimenti e di novità, e ai suoi personaggi che sono la parte migliore del libro.
I personaggi sono molto belli, ben descritti, caratterizzati in maniera molto precisa e riconoscibile: sui personaggi l’autore ha fatto un lavoro egregio e sono loro, in questo primo capitolo, a tenere il lettore incollato alle pagine.

Per concludere, il voto che personalmente mi sento di dare al romanzo è 7.5/10. Non è un brutto romanzo, anzi la trama è interessante e ai personaggi, che sono davvero piacevoli, è facile affezionarsi. Il mio problema principale è stata la difficoltà di interpretazione di alcuni termini che hanno reso la lettura davvero difficile.
Ciò che ho apprezzato maggiormente è stato il fatto che l’autore, con questo primo romanzo, traccia i confini di un conflitto destinato a durare animato da differenze di classe e, soprattutto, di ideali. Una lotta tra chi ancora vive nel passato e chi, invece, ha la mente e il corpo proiettati in un futuro inimmaginabile.

*Volpe

La collina dei conigli

.: SINOSSI :.

Il saggio Moscardo, l’ingegnoso Mirtillo, il prode Argento e tanti altri sono gli eroi di questo fantastico romanzo epico. Un drappello di piccoli coraggiosi conigli, alla ricerca di un avvenire più sicuro, migra attraverso le ridenti colline del Berkshire e affronta mille nemici in un indimenticabile cammino verso il più prezioso dei beni: la libertà. Con La collina dei conigli la letteratura contemporanea ha ricreato la sua Iliade e la sua Odissea: i piccoli e coraggiosi protagonisti vivono avventure ed emozioni, nella quiete di splendidi pascoli, e raccontano leggende sul Popolo dei Conigli, i suoi dèi e i suoi eroi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Anche voi siete stati, come la sottoscritta, traumatizzati dal film d’animazione La collina dei conigli? Se la risposta è sì, significa che siete rimasti vittima di quello stereotipo per cui se ci sono degli animaletti parlanti il film è chiaramente, certamente e indiscutibilmente adatto ai bambini.
Quando, anni fa, venne a mancare Richard Adams e milioni di lettori riempirono i social con foto di questo libro e ringraziamenti all’autore, io pensai ad una sindrome di Stoccolma collettiva che portava i miei coetanei ad osannare colui che ci aveva procurato un trauma psicologico pari alla morte di Mufasa e di Artax.
L’interesse per il romanzo si è acceso dopo aver visto l’omonima serie tv su Netflix e, fin dalle prime pagine, il romanzo mi ha catturata e rapita verso un mondo a “misura di coniglio”.
Richard Adams è riuscito a creare, al pari di Tolkien ma con meno clamore, un mondo epico dove ogni specie animale ha una propria lingua (anche se il romanzo si concentra unicamente sulla lingua lapina parlata dai conigli), dove esistono déi e miti non meno epici o didascalici di quelli tramandatici dalle varie tradizioni sparse in tutto il mondo.
La caratterizzazione dei personaggi e la loro evoluzione è tutt’altro che aleatoria: dalla prima all’ultima pagina non si incontra un solo personaggio che risulti stereotipato; la stessa concatenazione di eventi non sembra studiata in funzione della trama, quanto ragionata per far evolvere al meglio le personalità dei singoli conigli evidenziando pregi e difetti, punti deboli e punti di forza di ognuno senza mai esacerbarli.

Il libro, sembrerà scontato, mi è davvero piaciuto e non posso che dargli 10/10.
Le descrizioni della campagna inglese sono delle perle e l’attenzione che Adams dedica nel descrivere, puntigliosamente, le specie vegetali ed animali che caratterizzano l’ambiente è davvero encomiabile. Il linguaggio è poetico e arcaico e ben si sposa con un testo che, pur parlando di conigli (non esattamente l’emblema dell’eroismo), trasuda epicità e drammaticità da ogni pagina regalando al lettore una parafrasi del mondo, della storia e di alcuni atteggiamenti tipicamente umani.
La collina dei conigli è un romanzo che, chiunque voglia fare lo scrittore, deve leggere almeno una volta e tenere sempre a portata di mano accanto allo scrittoio: a differenza di molti romanzi contemporanei, dove i personaggi tendono ad adagiarsi su stereotipi mancando così di profondità, Adams cesella minuziosamente i suoi protagonisti senza lasciare nulla al caso. Attraverso questo lavoro meticoloso, riesce a dare ai suoi conigli umanità aiutando il lettore ad empatizzare con tutti loro e capirli fino in fondo a prescindere dal loro schieramento all’interno del romanzo.

*Jo

La donna con l’abito nero

.: SINOSSI :.

“Chi abita negli altri appartamenti del condominio 7/A?”. Questa è la domanda che si pone Matteo Gori, arrivato come ultimo inquilino. Dopo aver avuto la risposta, il suo mondo non sarà più lo stesso. Trascinato nella spirale dell’orrore, combatterà contro forze ben oltre le sue capacità e la sua immaginazione. Perché il Male esiste e ti artiglia l’anima. Matteo, armato con il coraggio che solo l’amore di un padre può infondere, lotterà per la sua famiglia contro un mostro che da millenni calpesta la stessa terra degli uomini.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il breve romanzo di Alberica Simeone è un concentrato di inquietudine e adrenalina caratterizzato da una scrittura piacevole che scorre liscia, senza intoppi.
Il prologo, che cattura il lettore grazie ad una minuziosa descrizione dell’orrido pasto della bestiale e demoniaca antagonista, fa capire immediatamente al lettore ciò con cui avrà a che fare per tutto il romanzo. Le immagini che l’autrice crea grazie alla sua bella scrittura sono sì crude e terribili, ma la penna di Simeone fa in modo che non superino mai la barriera dell’intollerabile: per quanto terrificanti siano, quindi, nessuno sarà mai tentato di interrompere la lettura (anche se ammetto di aver fatto qualche incubo).

Il romanzo è, come si può facilmente intuire dalla trama ma anche dalla copertina, un horror che io definirei “classico”. Il protagonista, Matteo Gori, si ritrova catapultato in una realtà fatta di segreti e inganni in cui una creatura mostruosa tiene sotto scacco molte vite. Interessante il fatto che il lettore abbia modo di intuire immediatamente cosa, e soprattutto chi, sia l’antagonista sebbene i dettagli della sua natura vengano disseminati lungo tutto il romanzo in un crescendo di orrore.
In un certo senso, quello di Simeone è un romanzo corale: è vero che il protagonista è Gori, ma tutti i personaggi che, per un motivo o per l’altro, sono entrati in contatto con la creatura hanno uno spazio dedicato alla loro triste e terribile vicenda. Questo vuol dire che l’autrice, in circa duecento pagine, è riuscita a mettere insieme un romanzo complesso e, soprattutto, interessante.
Ho apprezzato molto anche che la storia si concentrasse sul rapporto padre e figlio che, a mio avviso, ha dato un’aria di freschezza ad una trama che altrimenti sarebbe potuta apparire comune.

Credo che il lavoro di Simeone meriti tranquillamente un 8/10. Non è un’opera scevra di difetti, ma sono comunque sottigliezze. Ad esempio io avrei apprezzato ancora di più se il romanzo fosse stato molto più lungo: l’autrice è molto brava a giocare con i sentimenti umani ed è capace di creare una persistente sensazione di angoscia. Entrambe le cose avrebbero giovato, secondo me, di un centinaio (o forse anche duecento) di pagine in più in cui si sarebbero potuti approfondire meglio i personaggi secondari e rendere ancora più asfissiante il clima di ansia che costringeva il lettore a restare incollato alle pagine.
Alcune scelte, soprattutto relative alla lore del mostro, sono eccessivamente complicate: l’autrice dà al lettore molte spiegazioni alcune delle quali, per quanto affascinanti e intriganti, non del tutto necessarie. Simeone ha sicuramente fatto una ricerca molto accurata prima di scegliere la creatura che infesta le pagine del suo romanzo, ma le spiegazioni a volte sono tropo dettagliate e tolgono un po’ di magia e mistero.
Un altro punto a favore, invece, è la qualità della grafica: il romanzo è introdotto da una serie di pagine in cui splendide illustrazioni di teschi e rose aiutano il lettore ad entrare nel giusto mood per iniziare la lettura.
Come ho detto, si tratta comunque di problematiche minori che dipendono in larga parte dal mio gusto personale. Ho apprezzato molto La Donna con l’abito nero che consiglio agli amanti dell’horror ma anche, e forse soprattutto, a chi vuole avvicinarsi a questo genere. Siate pronti a un libro crudo e sanguinoso che non vi risparmierà nessun dettaglio!

*Volpe