Radicalized. Quattro storie del futuro

.: SINOSSI :.

Cory Doctorow è uno dei grandi narratori del nostro prossimo futuro. Spietati e pieni di compassione, i quattro racconti che compongono Radicalized gettano uno sguardo implacabile sulle contraddizioni laceranti di quella stessa umanità che, nonostante tutto, potrebbe ancora salvarci.
Per esempio. Insegnare ai figli dei vicini come hackerare i loro elettrodomestici andati in blocco dopo il fallimento della casa produttrice può farti rischiare decine di anni di carcere. Oppure. L’American Eagle, il supereroe campione di verità e giustizia, si è accorto che la polizia ha l’abitudine di commettere abusi su persone innocenti, nascondere le prove e mentire al riguardo. E ancora. L’assicurazione sanitaria della moglie di Joe si rifiuta di pagarle nuove terapie. Joe comincia a passare sempre più tempo su un forum online e poco dopo iniziano gli attentati. Infine. Una fortezza nel deserto, attrezzata con cibo, armi e antibiotici. Trenta eletti che sopravvivranno al grande crollo e ne usciranno pronti a ricostruire. Perché loro sono quelli intelligenti. E niente può andare storto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Nei quattro racconti racchiusi in Radicalized, Doctorow esaspera alcuni problemi della società americana – ma per due di questi racconti potremmo dire semplicemente “società” – contemporanea portando davanti al lettore mondi diversi dal nostro ma perfettamente plausibili. A tratti, l’autore sembra volerci mettere in guardia da quello che potrebbe succedere se non agiamo ora, se non fermiamo una macchina che corre più in fretta di noi.
Mi sono sentita coinvolta dalla scrittura, semplice ed evocativa, e invogliata a continuare a leggere grazie ai temi trattati con sagacia e originalità: una pagina tirava l’altra e tutti i racconti finivano sempre troppo presto.
Per essere un po’ più completi, analizzerò brevemente i racconti uno per uno.

Il primo racconto, Pane non autorizzato, è una feroce critica al capitalismo. Nel mondo di Pane non autorizzato, più si è poveri più si è obbligati pagare per ciò che i ricchi hanno di diritto. La protagonista è Salima, una giovane immigrata. Dopo aver passato anni a lavorare come una schiava in un campo profughi in America, ha finalmente trovato un lavoro stabile e una casa tutta sua nella parte povera delle Dorchester Towers. Parte povera? Sì, un lato dell’edificio da cui si entra da una porta sul retro, in cui gli ascensori funzionano solo se gli inquilini “dall’altra parte” non ne hanno bisogno e in cui gli elettrodomestici ti obbligano a comprare prodotti autorizzati dalla ditta. Elettrodomestici che, come verrà chiarito nel racconto, neanche i produttori comprerebbero ritenendoli assolutamente degradanti.
Pane non autorizzato è il più lungo dei quattro racconti ed è sicuramente quello meglio strutturato, si ha la sensazione di avere tra le mani un romanzo breve più che un racconto lungo. L’adrenalina non manca, la trama è avvincente. Salima è un personaggio complesso che, nonostante sia dotato di un forte spirito di ribellione, è perfettamente consapevole delle conseguenze delle sue azioni. I suoi dubbi diventano facilmente quelli del lettore e il coinvolgimento è assicurato.

Minoranza Modello è un racconto incentrato sul razzismo. Sebbene ad una prima lettura il testo possa sembrare piuttosto semplice, ossia una storia in cui un supereroe alieno scopre che anche lui può diventare vittima di odio, Doctorow è stato bravo a nascondere più significati tra le pagine di Minoranza Modello. Il protagonista “Super” della storia è un personaggio che sbaglia moltissimo: Doctorow mostra come non siano sufficienti la buona volontà e il desiderio di fare del bene per essere nel giusto. Bisogna anche sapere come fare per essere di aiuto alla causa che si è presa a cuore e, soprattutto, bisogna lasciare guidare queste battaglie a chi combatte per se stesso.

Radicalizzati è il racconto più pesante e più difficile da digerire di tutta la raccolta. La moglie di Joe è malata di cancro, un cancro trattabile ma l’assicurazione sanitaria si rifiuta da pagare cure che ritiene troppo costaste e sperimentali. In pratica, l’assicurazione sanitaria di Joe la condanna a morte.
Le vicende del racconto portano Joe a trovarsi diviso tra l’amore che prova per la sua famiglia e la rabbia per quella che è, a tutti gli effetti, una vera e propria ingiustizia. Doctorow con questo racconto stuzzica la morale del lettore portandolo a chiedersi cosa farebbe lui se fosse nella stessa situazione di Joe. Bisogna avere uno stomaco di ferro per sopportare la lettura fino all’ultima sillaba. Chiaramente, qui Doctorow ha elaborato una pesante critica al sistema sanitario statunitense che, basandosi prettamente sul denaro, risulta particolarmente inefficiente.

La maschera della morte rossa, è l’ultimo racconto della raccolta e il più complicato da analizzare. In questo caso, Doctorow ci porta nella testa di un personaggio insopportabile nella sua boria e nel suo egocentrismo. Convinto che la fine del mondo arriverà presto e che il solo modo di salvarsi è chiudersi in un Bunker, Martin escogita un piano che sulla carta è assolutamente infallibile. Trenta tra le menti più brillanti di Phoenix (limitato come raggio d’indagine, non trovate?) si chiuderanno a Fort Doom pronti a ricominciare quando l’apocalisse sarà passata. La critica qui è più sottile: Doctorow invita chiunque si creda superiore agli altri a farsi un bel bagno di umiltà.

Do alla raccolta un bel 9/10, l’ho trovata una lettura stimolante anche se l’eccessivo ammontare di tecnicismi era, a tratti, fastidioso. Alcuni racconti avrebbero meritato di essere trasformati in romanzi brevi, un po’ come Doctorow ha fatto con Pane non autorizzato. Soprattutto, ho apprezzato che l’autore spinga a pensare e ragionare su temi importanti di attualità cui sia adulti sia adolescenti dovrebbero dare la giusta importanza. Per me è stata una lettura perfetta: ho alle spalle anni di studi di economia e politica con un focus abbastanza importante sull’immigrazione e la parità di genere, inoltre ho avuto modo di fare un tirocinio con una agenzia che si occupa di politiche della salute. Insomma ero proprio “sul pezzo” ed era difficile che questa raccolta non mi prendesse. Ho apprezzato il modo in cui Doctorow analizza il divario tra ricchi e poveri, il problema dell’immigrazione e le assurdità del sistema sanitario americano: ho trovato tra le sue parole assurdità a cui io stessa avevo fatto caso, solo che se le avessi scritte io non sarebbe uscito un libro così bello.
Non è un libro facile da leggere, non posso nemmeno dire che si legga “con piacere”. E’ un libro che, personalmente, ho amato ma è crudo e a tratti molto pesante: ammetto senza alcuna difficoltà che il racconto “Radicalizzati” mi ha messa a dura prova trattando un argomento che in questo momento mi colpisce da vicino. L’autore sviscera attentamente comportamenti e pensieri umani spingendo il lettore a chiedersi cosa deve fare per scampare al terribile destino che Doctorow ci riserva.
Ringrazio Oscar Vault per averci inviato la copia per la recensione.

*Volpe

Poesia impossibile: Etty Hillesum e la Sorgente dell’amore

Raramente parole come “Shoah” e “amore” vengono accostate: d’altronde come si possono conciliare due termini così in antitesi tra di loro senza scadere nel romanticismo e in un sentimentalismo del tutto inappropriato?
La vicenda umana e spirituale di Esther (Etty) Hillesum (Middelburg, 1914 – Auschwitz, 1943) è una testimonianza unica che, attraverso le pagine di un diario e alcune lettere scritte dalla stessa Etty e pubblicate postume, racconta di un’esistenza fragile e coraggiosa capace di trovare, anche tra gli orrori dei campi di concentramento, la scintilla dell’amore vero.

Etty Hillesum nacque a Middelburg nel 1914 e, durante la sua adolescenza, frequentò il ginnasio di Deventer per poi laurearsi in giurisprudenza e trovare lavoro presso il Consiglio Ebraico: un’occupazione che non era solo un posto di lavoro, ma rappresentava anche una condizione privilegiata che avrebbe potuto permetterle di salvarsi dalla deportazione.
Il trasferimento, dietro sua richiesta, al campo di smistamento di Westerbork, dove prende servizio in veste di funzionario assistendo i detenuti sotto diversi aspetti, fortifica la consapevolezza di Etty sul destino preparato non solo per lei, ma per tutto il popolo ebraico. Questa coscienza viene così vergata sulle pagine del suo diario:

«Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato»

Una presa di posizione così coraggiosa fu possibile grazie al lungo lavoro che Etty, guidata dallo psicospirologo Julius Speir (specialista con cui Etty ebbe una relazione amorosa e che, alla fine della guerra, curò le edizioni postume del diario e delle lettere), fece su se stessa e che la vide impegnata, attraverso la letteratura e la scrittura, in un viaggio interiore alla scoperta di se stessa.
Attraverso gli incontri con Spier e alla lettura di autori da lei tanto amati, come Rilke e Dostoevskij, Etty scoprì quella che lei chiama “Sorgente profonda”: Dio; una sorgente, un’impronta che Etty ricosceva tanto in sé quanto in qualunque essere umano a prescindere dalla divisa che indossa o alla “razza” a cui appartiene.
La certezza della presenza di questa sorgente profonda, nascosta nell’intimo del prossimo, portò Etty ad approcciarsi agli altri con uno spirito nuovo, considerandoli come parte di un dialogo tra sorgente e sorgente: tra Dio e Dio.

«Puoi creare quante teorie vuoi, sono persone come noi e a questo dobbiamo aggrapparci in tutte le circostanze, e dobbiamo proclamarlo contro tutto quell’odio»

«Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di Te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di Te. E cerco di disseppellirTi dal loro cuore, mio Dio»

Le pagine più significative e pregne di significato del diario raccolgono riflessioni che colpiscono e commuovono e che, coerentemente con la scelta di Etty di non accettare le possibilità di salvezza che le venivano offerte, raccontano il coraggio con cui ella abbracciò il destino suo e del popolo ebraico.

«Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”

«So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più facile e a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale»

Etty Hillesum fu deportata ad Auschwitz il 7 settembre 1943 e lì morì, secondo un rapporto della Croce Rossa, il 30 novembre 1943.

Alla luce dei suoi scritti è forte la tentazione di stigmatizzare Etty come una santa dimenticata del nostro secolo, al contrario è proprio dalle pagine da lei lasciate che emerge tutta l’umanità di un’anima fragile, a volte instabile, eppure capace di slanci coraggiosi verso il prossimo in nome di un amore capace di vincere anche l’odio più radicato.
La vicenda di Etty racconta una resistenza esistenziale: un esempio di fedeltà e dedizione al prossimo e al proprio popolo per cui, con umiltà, Etty diede la vita.
La coerenza di Etty alla legge dell’amore verso l’altro, ma ancor di più la sua coscienza di Dio che è origine stessa dell’amore, hanno lasciato nel mondo una traccia indelebile che prova, a dispetto di ogni ideologia, corrente di pensiero o politica, che l’amore vince e sempre vincerà sull’odio e sulla cattiveria.

«La barbarie nazista fa sorgere in noi un’identica barbarie che procederebbe con gli stessi metodi, se noi avessimo la possibilità di agire oggi come vorremmo. […] non possiamo coltivare in noi quell’odio perché altrimenti il mondo non uscirà di un solo passo dalla melma. […]  Per formularlo ora in modo crudo: […] se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei […] per puro interesse nei confronti dell’umanità: Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni? Quando qualcuno mi rivolge parole di odio […] non provo mai la tentazione di rispondere con l’odio, ma sprofondo improvvisamente nell’altro, […], e mi chiedo perché l’altro sia così, dimenticando me stessa».

*Volpe e Jo

Un grazie di cuore a Azzurra Urbinati e alla sua paziente, quanto puntuale, consulenza: ci hai tramandato una testimonianza che supera i confini del tempo dello spazio e scuote il cuore dalle radici.

Fonti:
https://www.doppiozero.com/ascolta/etty-hillesum-lo-scandalo-della-bonta
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2018/11/26/news/etty-hillesum-la-ragazza-che-trovo-dio-durante-la-shoah-1.34062846?refresh_ce
https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/shoah-e-nazismo/figure-esemplari-segnalate-da-gariwo/etty-hillesum-15620.html

Stelle di cannella

STELLE DI CANNELLA

Autore:  Helga Schneider
Anno:  2002
Editore:  Salani

.: SINOSSI :.

l’inverno del 1932. A Wilmersdorf, un tranquillo e benestante quartiere di una città tedesca, il periodo natalizio è annunciato dalle grida gioiose dei bambini che giocano a palle di neve. Fra le famiglie che abitano tre case, i rapporti superano quelli del buon vicinato: David, figlio del giornalista ebreo Jakoob Korsakov, e Fritz, figlio del poliziotto Rauch, sono amici per la pelle e compagni di banco alla scuola elementare; la sorellastra di David è fidanzata con il figlio del noto architetto Winterloh; persino la gatta di Fritz e il gatto di David sono amici.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Non è un libro per bambini.
La scrittura e le trame di Helga Schneider non brillano per romanticismo e per fronzoli e, forte dei temi trattati, scaraventano il lettore tra le pagine di un incubo che, purtroppo, ha interessato bambini, uomini, donne e famiglie “colpevoli” di essere ebree o di non appoggiare Hitler (come succede al protagonista de L’albero di Goethe).
In poco più di cento pagine, si viene trascinati in una quotidianità fatta di insulti, scritte in nero davanti ai cancelli che auspicano morte e guai, violenze psicologiche e umiliazioni che ritraggono fin troppo bene la cupa realtà che caratterizzava la vita degli ebrei d’Europa tra gli anni trenta e quaranta del novecento.
Pagina dopo pagina, paragrafo dopo paragrafo ci si sente spogliare delle proprie sicurezze: gli affetti, le attività più banali (come andare a scuola o a fare compere), il lavoro, il gioco, la famiglia; ogni aspetto viene colpito con autentica ferocia ricalcando il copione escogitato dal nazismo prima, e dal fascismo poi, per far sentire indesiderati e “indegni” di vivere persone che professavano una fede o che avevano idee diverse.
I personaggi sono tratteggiati senza troppo impegno e tanto i protagonisti quanto il loro seguito risulta un’accozzaglia di stereotipi e immagini che, per chi conosce la storia e le radici dell’antisemitismo in Germania, a volte risultano anacronistici.
Fritz, bambino tedesco e padroncino di una gatta bianca di nome Muschi, è il miglior amico di David, coetaneo ebreo e padroncino di un gatto nero di nome Koks; la scelta dei nomi, così comuni presso le rispettive culture a cui i due bambini appartengono, può far sorridere, ma è in realtà uno stratagemma che dà, in un certo senso, universalità alla storia. Non sono Rudy e Joachim, Werner e Isaac, Peter e Noah; sono, e possono essere, qualsiasi e nessun Fritz e David, qualsiasi e nessun bambino tedesco ed ebreo nella Germania degli anni ’30.
Un’espediente simile, anche se utilizzato per altri scopi, fu adottato da Celan nella sua poesia Fuga di morte (trad. Todesfuge) dove, per indicare tutte le donne tedesche ed ebre senza citarne nessuna in particolare, il poeta chiama in causa Margaretha e Sulamitha:

[… ] tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith.

Il messaggio della Schneider è cristallino: la storia raccontata in Stelle di cannella è quella di ogni bambino ebreo e di ogni bambino tedesco.
Una storia che è costellata di vittime tanto tedesche quanto ebree perché, se da una parte abbiamo la violenza che annichilisce e calpesta spingendo un bambino a chiedersi se la sua vita sia o meno degna di essere vissuta; dall’altra c’è la violenza sistematica e lecita di un sistema che strappa i bambini alle famiglie, li plagia e li trasforma a proprio uso e consumo senza farsi scrupoli.
Giudicare, alla luce di queste considerazioni, i protagonisti e la loro vicenda è pressoché impossibile e, se all’inizio si è portati a condannare la meschinità di Fritz e il suo fanatismo, verso i capitoli conclusivi la compassione che muove gli adulti nei confronti di questo bambino diventa la nostra.

Il voto è 5/10.
Come ho già detto in altre recensioni: un buon libro è tale se, oltre ad avere uno stile corretto e una trama convincente, riesce a comunicare bene con il pubblico a cui è indirizzato e, purtroppo, Stelle di cannella in questo fallisce.
La necessità di educare i più piccoli alla Memoria e alla consapevolezza di queste oscure pagine della nostra storia, non deve diventare il pretesto per dare sfogo alla violenza e alla cattiveria in nome della coerenza storica (se così fosse, tanto varrebbe mettergli tra le mani Sonderkommando Auschwitz di Shlomo Venezia).
Stelle di cannella tratteggia una Germania bianca e nera popolata da tedeschi senza coscienza e ebrei incapaci di reagire. La cattiveria la fa da padrone in tutte le pagine e il senso di oppressione è tale che, arrivati al climax, si è nauseati dai toni e dalle parole vergate dalla Schneider.
Alcune frasi, poi, sono del tutto inadatte ai lettori più giovani e la dovizia di certi particolari può alimentare, nelle menti più sadiche e prepotenti, curiosità che dovrebbero restare fuori dal mondo dei bambini.
Consiglio questo libro? Sì, ma a lettori maturi e non impressionabili: se volete capire cosa volesse dire essere ebrei in Europa sotto il nazismo, questo libretto fa per voi.

*Jo

Giornata della Memoria

All’ingresso del crematorio di Dachau una lapide, con una scritta in tedesco, accoglie i visitatori e li invita con sprezzante durezza a fermarsi e a riflettere su come la gente morisse in quel quadrato di terra nascosto dagli alberi e dalle fabbriche.
Poco più avanti, incisa ai piedi di una statua raffigurante una delle tante vittime senza nome né volto, una seconda scritta “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”.

Oggi, come ogni anno, anche noi ci fermiamo: niente giochi, niente foto colorate o spiritose; oggi più che mai vogliamo farci carico dell’impegno che è la Memoria e insieme a voi riflettere, condividere e rileggere la storia passate e presente in modo da poter oggi e per sempre gridare a gran voce “Mai più!”.

A 74 anni dalla fine della II guerra mondiale e dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordare cosa è successo è un compito non più riservato ai pochi testimoni diretti ancora invita, ma è un dovere morale urgente e al quale non è possibile sottrarsi.

Mai più.

*Lo Staff

Riflessioni da … Monaco 1943

In occasione della prossima Giornata della Memoria, che come ogni anno si celebrerà il 27 gennaio, abbiamo pensato di condivedere alcuni pensieri nella speranza di favorire il dibattito e far circolare spunti per una riflessione più consapevole su temi delicati e sempre attuali quali il razzismo, la xenofobia, l’ingiustizia sociale e la discriminazione.
Abbiamo deciso di inaugurare questa rubrica con le parole dei ragazzi della Rosa Bianca di Monaco: un gruppo di universitari che, a cavallo tra il 1942 e il 1943, diffusero volantini in cui inneggiavano alla resistenza e al dissenso contro il regime di Hitler, un dissenso che, i ragazzi e il loro docente di filosofia, pagarono con la vita.

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Non è possibile accettare un discorso intellettuale con la filosofia nazionalsocialista,
se questa entità esistesse, si potrebbero utilizzare i mezzi della analisi e della
discussione sia per provare la sua validità sia per combatterla.
Tuttavia – in realtà – ci troviamo di fronte ad una situazione diversa. Sin dai suoi
primi inizi questo movimento contava sull’inganno e sul tradimento di ciascuno dei
suoi membri, sino al punto che già allora era internamente corrotto e poteva
sostenersi solo attraverso continue menzogne. D’altronde Hitler nella prima edizione
del suo libro (un libro scritto nel peggiore tedesco che io abbia mai letto nonostante il
fatto che sia stato elevato al livello della Bibbia in una nazione di poeti e filosofi):
“E’ incredibile quanto sia necessario ingannare un popolo per poterlo governare”.
Se all’inizio questa crescita cancerosa all’interno della nazione passò quasi sotto
silenzio fu soltanto perché esistevano ancora abbastanza forze al lavoro che operavano per il bene cosicché venne posto sotto controllo.
Quando divenne più grande e infine in un ultimo sussulto di crescita ottenne il potere, il tumore esplose infettando l’intero corpo della nazione.
La maggior parte di coloro che gli si erano opposti passarono alla clandestinità.
Gli intellettuali tedeschi si ritirarono nei loro sotterranei e come piante che lottano
nell’oscurità, lontane dalla luce e dal sole, gradualmente cominciarono a soffocare.
Ora la fine sta arrivando. Ora è nostro compito ritrovarci, diffondere l’informazione
da persona a persona, mantenere una ferma posizione, non consentirci riposo sino a
che l’ultimo uomo non sia persuaso dell’urgenza della sua lotta contro il sistema.
Quando infine un’ondata di rivolta attraverserà la terra, quando sarà “nell’aria”,
quando molti si uniranno alla causa, allora in un grande sforzo finale questo sistema
potrà essere rovesciato. Dopo tutto è preferibile morire nel terrore piuttosto di un
orrore senza fine.
Non siamo nella posizione di poter dare un giudizio definitivo sul significato dellanostra storia. Ma se questa catastrofe potrà essere usata per il bene comune lo sarà soltanto se, purificati dalla sofferenza, desidereremo vedere la luce nel mezzo delle tenebre più profonde, faremo appello alla nostra forza e, finalmente, scuoteremo il giogo che pesa sul nostro mondo.
Non vogliamo discutere qui la questione degli ebrei, né vogliamo in questo volantino
esporre una difesa o farne l’apologia. No, solo a titolo d’esempio vogliamo ricordare il fatto che dalla occupazione della Polonia 300.000 ebrei sono stati assassinati in questo paese nel modo più bestiale. Vediamo compiersi il peggior crimine contro la dignità umana, un crimine che non ha confronti nell’intera storia.
Anche gli ebrei sono esseri umani e qualsiasi posizione si possa assumere rispetto alla questione ebraica questo crimine è stato perpetrato contro il genere umano.
Qualcuno potrà dire che gli ebrei meritano il loro destino. Questa affermazione è il frutto di una mostruosa presunzione ma supponiamo pure che qualcuno la pronunci: quale posizione assumerebbe di fronte al fatto che l’intera gioventù aristocratica polacca è stata sterminata? (e voglia Dio che questo programma non sia stato completamente portato a termine).
Tutti i giovani delle nobili casate tra i quindici e i venti anni d’età sono stati trasportati nei campi di concentramento e condannati ai lavori forzati e tutte le ragazze dello stesso gruppo d’età sono state inviate in Norvegia nei bordelli delle SS!
Per quale motivo vi raccontiamo queste cose visto che ne siete ben informati e se non le conoscete ben sapete di altri gravi crimini commessi da questa orribile subumanità?
Perché tocchiamo un problema che ci coinvolge tutti profondamente e ci deve costringere a riflettere. Perché il popolo tedesco è rimasto così inerte dinanzi a crimini così orrendi, crimini così estranei alla razza umana?
Difficilmente qualcuno cerca di comprendere, è cosa accettata come un fatto e scacciato dalla mente. Il popolo tedesco ricade nel suo profondo, stupido sonno che incoraggia questi criminali fascisti dando loro la possibilità di compiere i propri crimini che ovviamente mettono in atto. E’ questo il segno che il popolo tedesco è stato brutalizzato nei suoi più intimi sentimenti umani? Che nessuna corda vibra in esso commuovendosi alla vista di simili azioni? Che è ormai affondato in una fatale assenza di coscienza dalla quale non verrà mai più risvegliato? Sembrerebbe così e sarà certamente così se i tedeschi non si risveglieranno da questo stato di letargia, se non protesteranno dovunque e ogniqualvolta potranno farlo contro questa cricca di criminali, se non parteciperanno al dolore di queste centinaia di migliaia di vittime.
E non solo dovranno partecipare a questo dolore ma dovranno manifestare molto di più: un senso di corresponsabilità nella colpa. Perché attraverso questo atteggiamento apatico hanno fornito a questi uomini malvagi l’opportunità di fare ciò che hanno fatto; hanno tollerato questo “governo” che ha assunto su di sé un’enorme carico di colpa e che ha sparso su tutti la vergogna.
Ogni uomo vuole essere escluso da questo tipo di colpa ma ciascuno continua lungo questa via nella più placida, più serena coscienza. Ma non potrà essere escluso perché è colpevole, colpevole, colpevole!
Tuttavia non è ancora troppo tardi per liberarci di questo che è il peggiore di tutti i governi e per non assumerci un carico di colpa ancora più pesante. Ora che i nostri occhi in questi ultimi anni sono stati aperti, ora che sappiamo esattamente chi è il nostro avversario, ora è finalmente giunto il tempo di scacciare questa orda bruna.
Fino allo scoppio della guerra la maggioranza del popolo tedesco era cieco, i nazisti non si mostravano nel loro vero aspetto.
Ma ora, ora che li abbiamo riconosciuti per ciò che sono ci deve essere un solo e principale compito, il più santo compito di ogni tedesco: distruggere queste belve.

«Felice quel popolo il cui governo non si fa sentire.
Il popolo il cui governo opprimente viene soffocato.
Ahimé, è sulla miseria che si costruisce la fortuna.
Ahimé, la fortuna vela solo la miseria. Come andrà a finire?
La fine non è ancora visibile. L’ordine si trasforma in disordine.
Il bene si trasforma in male. Il popolo cade nello smarrimento.
Non è così forse ogni giorno, da tempo?
Per questo l’uomo elevato è rettangolare, ma non urta, è spigoloso, ma non ferisce;
esso è diritto, ma non brusco; è limpido, ma non vuole risplendere».

(Lao-Tze)

«Chi cerca di dominare lo stato e di formarlo secondo il suo volere,
non vedo come raggiungerà il suo scopo: questo è tutto.
Lo stato è un organismo vivente: in verità non può essere costruito come si vuole!
Chi non tiene conto di ciò lo rovina. Chi vuole impadronirsene lo perde.
Perciò alcuni esseri precedono ed altri li seguono.
Alcuni hanno il respiro caldo, altri freddo. Alcuni sono forti, altri deboli.
Alcuni raggiungono la ricchezza, altri naufragano.
L’uomo nobile evita l’eccesso, evita la superbia, evita la sopraffazione».

(Lao-Tze)

Per favore fai il maggior numero di copie di questo volantino e distribuiscile.

LA ROSA BIANCA