Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

Coraggio!

.: SINOSSI :.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto nel 2016 Coraggio! nasce dal proposito di pungolare una società pietrificata dallo spettro del terrorismo che, in quegli anni, aveva colpito a più riprese in Europa e nel resto del mondo.
Per certi versi, Coraggio! è una finestra su un passato recente e cerca, con argomenti più o meno convincenti, di mettere in guardia il lettore da quello che l’autore chiama “il marketing della paura”: quella combo un po’ insita nell’uomo un po’ caldeggiata dalla società che alimenta l’insicurezza e il pessimismo verso il prossimo e verso il futuro.

Con il pretesto di risolvere una “questione privata”, Romagnoli accompagna il lettore attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio e lo porta a fare conoscenza con grandi personaggi del passato, ma anche persone semplici il cui nome non comparirà mai su alcun notiziario o sui cui trascorsi nessuno realizzerà un film o uno sceneggiato. Partendo dal presupposto che non esiste un’epoca delle incertezze e che ogni periodo storico ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, Romagnoli declina il coraggio presentando esempi eroici, ma anche testimonianze che, apparentemente, non hanno nulla di valoroso o straordinario. L’ideale solitamente prerogativa di martiri e guerrieri, leader e profeti viene trasfigurato e restituito al lettore non come una meta irraggiungibile, ma come un qualcosa di umano e declinabile tanto nella quotidianità quanto nei momenti decisivi della vita.

Il mio voto è 7.5/10: Coraggio! è una lettura piacevole capace di commuovere e stimolare una riflessione, ma perennemente in bilico tra il saggio e l’ennesimo frasario con citazioni motivazionali più o meno incisive. Lo stile è scorrevole e non brilla di originalità: fosse stato un romanzo questa sarebbe stata una grossa penalità, ma non avendo questa ambizione non la posso considerare una pecca imperdonabile. L’approccio di Romagnoli, pur non brillando eccessivamente di originalità, è interessante e provoca il lettore chiedendogli di prendere una posizione sulle piccole e grandi questioni della vita. L’idea, condivisibile e tutt’altro che campata per aria, di Romagnoli è che il coraggio sia solo in rari casi una qualità innata e che, al pari di qualsiasi altra inclinazione, debba essere allenata quotidianamente.
Quella caldeggiata da Romagnoli non è un’esistenza all’insegna della resilienza, ma uno sprone a non lasciar passare nemmeno un istante della propria vita in balia degli eventi: a nuotare, anche controcorrente, invece che lasciarsi trasportare dalle onde in uno stoico e precario galleggiare a tempo indeterminato.
Una lettura attuale che riesce, nonostante sia stata scritta per tempi e situazioni differenti, comunque a comunicare a dovere il proprio messaggio e a smuovere il lettore.

*Jo

Quattro conversazioni sull’Europa

Autore: Philippe Daverio
Anno: 2019
Casa editrice: Rizzoli

.: SINOSSI :.

Europeo per nascita e per vocazione, cresciuto al crocevia tra Italia, Francia e Germania, Philippe Daverio ci accompagna in alcune riflessioni sul passato del vecchio continente e sulla sua eredità intellettuale. Si inserisce così nel dibattito politico attuale con la sua autorevole voce di storico dell’arte e antropologo culturale. Il presupposto è che l’Europa è la nostra casa comune, una condivisa visione del mondo, con uno stesso linguaggio artistico, musicale, architettonico e addirittura gastronomico. Partendo dal pensiero di alcuni grandi maestri dell’Ottocento e Novecento, tra cui Victor Hugo e Sir Winston Churchill, Altiero Spinelli e Paul Valéry, che hanno immaginato un’Europa unita, il discorso si sposta poi su alcuni periodi storici, come il Rinascimento carolingio o le corti del Settecento, per approfondire le differenze e le contaminazioni fra i vari Paesi. Alla fine si può quindi addirittura affermare, provocatoriamente, che “il senso dell’Europa sta anche nei sensi: guardiamo, ascoltiamo, sentiamo, annusiamo, mangiamo in modo diverso dagli altri popoli e in questo stanno le nostre radici comuni”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un libro con il sapore di saggio che ci regala uno spaccato interessante sulla storia del nostro continente. Daverio non si limita a raccontarci guerre o fatti politici che hanno in qualche modo creato l’Europa: l’autore ricerca le radici socio-culturali del continente europeo e le ritrova nell’arte, nella musica, nell’architettura così come nel cibo e nel vino.
Quattro conversazioni sull’Europa racchiude di fatto quattro conferenze tenute dallo stesso Daverio, in ciascuna viene analizzato un diverso aspetto socioculturale europeo. Lo scopo? Giungere alla conclusione che noi siamo europei, non perché sia scritto sui nostri documenti, ma perché sono le nostre radici comuni a provarlo.

Ecco quindi che Daverio, esponendo la sua tesi ben argomentata, accompagna il lettore in quattro diversi viaggi alla scoperta dell’Europa e delle sue tradizioni che, in un modo o nell’altro, sono diventate comuni.
Lo stile è semplice e la scelta dei termini è ben curata. Si alternano momenti di simpatia a momenti di assoluta serietà e ogni pagina è condita di pura meraviglia: si vede che Daverio parla di una cosa che ama e trasmette questa sua passione anche al lettore.
La sola cosa sulla quale posso esprimere un parere leggermente negativo, sono le frecciatine che Daverio lancia qua e là tra le sue pagine. Tuttavia comprendo che, essendo queste inizialmente conferenze, una battuta qui e là è necessaria per mantenere alto il livello di attenzione generale.

A prescindere dal credo politico e dalle convinzioni in merito a Europa sì/Europa no, il libro di Daverio è un ottimo spunto di riflessione, che si presa sicuramente anche al confronto purché esso resti aperto e civile. Il pregio dell’autore è che non cerca di imporre il proprio punto di vista: lui informa il lettore e gli porta curiosità e fatti che, magari, non sono tanto conosciuti.
Faccio fatica a dare un giudizio numerico a questo libro: del resto si tratta dell’opinione di una persona che, personalmente, condivido.

*Volpe

La svastica sul sole

LA SVASTICA SUL SOLE

Autore: Philip K. Dick
Anno:  2014
Editore:  Fanucci Editore, 2014

.: SINOSSI :.

Le forze dell’Asse hanno vinto la seconda guerra mondiale e l’America è divisa in due parti, l’una asservita al Reich, l’altra ai Giapponesi. Sul resto del mondo incombe una realtà da incubo: il credo della superiorità razziale ariana è dilagato a tal punto da togliere ogni volontà o possibilità di riscatto. L’Africa è ridotta a un deserto, vittima di una soluzione radicale di sterminio, mentre in Europa l’Italia ha preso le briciole e i Nazisti dalle loro rampe di lancio si preparano a inviare razzi su Marte e bombe atomiche sul Giappone. Sulla costa occidentale degli Stati Uniti i Giapponesi sono ossessionati dagli oggetti del folklore e della cultura americana, mentre gli sconfitti sono protagonisti di piccoli e grandi eventi. E l’intera situazione è orchestrata da due libri: il millenario I Ching, l’oracolo della saggezza cinese, e il best-seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich, un testo secondo il quale l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo difficile tanto da leggere quanto da recensire. Una storia di fantapolitica che ci presenta uno scenario interessante su cui molti, almeno una volta nella vita, si sono soffermati a riflettere: cosa sarebbe successo se l’asse Roma Tokio Berlino avesse vinto la guerra?
Il risultato è, ovviamente, uno scenario distopico costellato da interi continenti distrutti insieme alle loro popolazioni, nuove e ardite forme di colonialismo, la lotta a qualsiasi forma di dissenso e, ovviamente, il perseguimento testardo della “questione ebraica”.
Il romanzo è ambientato sulla costa occidentale degli Stati Uniti d’America che, in seguito alla loro sconfitta, sono stati divisi tra i nazisti e i giapponesi che, nello specifico, controllano la parte occidentale del continente nordamericano.
I personaggi che affollano questo palcoscenico sono tanti, ognuno con una sua trama che si lega a quella degli altri in un ordito interessante ma reso un po’ complicato da nomi giapponesi che, di primo acchito, sembrano tutti uguali tra di loro.
Lo stile va di pari passo con l’intreccio e segue a volte i pensieri dei personaggi a volte quelli del narratore proponendo continui cambi fra la prima persona singolare e la terza, tra narratore interno ed esterno, tra passato e presente: un espediente interessante ma che risulta, a tratti, un po’ caotico così come i cambi di scena repentini che avvengono da un paragrafo all’altro senza un dovuto stacco.
Da germanista non ho apprezzato alcune traduzioni dal tedesco all’italiano e, ad essere sincera, ho trovato un po’ azzardata e poco pertinente la traduzione del titolo dell’opera The Man in the High Castle resa in italiano conLa svastica sul sole .
Trattandosi di un romanzo che si propone come un’ipotetica conseguenza della vittoria dei nazifascisti nella seconda guerra mondiale, avrei gradito qualche riferimento in più ai fatti che hanno costellato la storia mondiale tra il 1939 e il 1945 o, almeno, qualche spiegazione sul perché certi personaggi avessero subito una sorte diversa da quella che la storia ci ha tramandato.
Interessante anche se un po’ labile la correlazione tra l’Operazione Dente di Leone e l’Operazione Valchiria (colpo di stato avvenuto in Germania nel luglio del 1944): anche in questo caso un richiamo all’evento storico e un’eventuale spiegazione di questa fantomatica Operazione Dente di Leone, non avrebbe guastato.

Il mio giudizio è 7/10.
Un bel romanzo, interessante e stimolante per gli amanti della fantapolitica e della distopia, ma forse non uno dei migliori di Philip K. Dick.
I personaggi, molti e diversi tra di loro, sono caratterizzati velocemente e anche un po’ grossolanamente il che li rende, a tratti, semplicemente odiosi come nel caso della protagonista femminile.
I continui riferimenti alla cultura cinese e giapponese potevano essere spiegati con qualche nota in più in modo da rendere maggiormente partecipe anche chi non è particolarmente ferrato sull’argomento.
La conclusione del romanzo lascia aperti parecchi interrogativi e sviluppi e lascia presagire che ci debba essere almeno un secondo capitolo volto a dare soluzione ad alcune delle questioni presentate nelle ultime pagine del libro.
Parallelismo interessante, ma questa è una mia personalissima interpretazione, è il fatto che mentre il lettore legge un romanzo in cui i nazifascisti hanno vinto la guerra, i protagonisti leggano un romanzo in cui l’Asse ha perso la guerra: quasi un gioco degli specchi o di finestre in cui il mondo del lettore e quello dei protagonisti si affacciano vicendevolmente sondando due finali alternativi di un’unica storia.
A chi consiglio questo romanzo? Sicuramente agli amanti di Philip K. Dick, a chi adora la fantapolitica e i romanzi distopici costellati da intrighi e giochi di potere.
Consiglio il romanzo anche e soprattutto a chi si è limitato a guardare la serie tv, The Man in the High Castle , prodotta di recente che, nonostante mantenga gran parte dei nomi non che il titolo originale dell’opera di Philip K. Dick, è solo molto lontanamente ispirata a qualche elemento presente nel romanzo.

* Jo

Great (Wo)men #7: ALCEO

Un po’ in ritardo, e per questo mi scuso infinitamente, a eccovi la nuova puntata di Grat (Wo)men, in collaborazione con  La Storica.

Questa volta tratteremo per voi di un famosissimo poeta dell’antichità greca che con le sue poesie politiche, erotiche e conviviali ha decisamente segnato la storia: Alceo.

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Fin da giovane, questo poeta fu coinvolto nella politica di Mitilene. Fu esiliato addiritutta due volte: la prima dal tiranno Mirsilio dopo che quest’ultimo aveva scoperto che Alceo, i suoi fratelli ed altri cittadini avevano ordino una congiura per ucciderlo; la seconda da Pittaco, amico e compagno durante numerose battaglie che aveva finito per diventare molto simile al tiranno che aveva contribuito a spodestare.
Alla morte di Mirsilio leggiamo una delle più celebri poesie politiche di Alceo in cui il poeta invita tutti a festeggiare ubriacandosi:

«Era ora! Bisogna prendere la sbornia. Si beva a viva forza: è morto Mìrsilo».

Se ci sembra violento nei confronti di un uomo che ha sempre odiato, non potrà stupirci il fatto che lo diventi ancora di più nel momento in cui si sente tradito dall’ex compagno d’armi trasformatosi a sua volta in un tiranno: le parole che Alceo serba per Pittaco sono aspre, violente, derisorie e sarcastiche. Ne sottolinea le deformazioni fisiche e soprattutto non perde mai l’occasione per accentuare il fatto che l’uomo ha tradito la promessa che i due si erano fatti molti anni prima: quella di uccidere i tiranni o essere uccidi da loro.
Come si può capire, Alceo era un uomo molto focoso e dedito alla patria, la sua produzione e infatti per la maggior parte di questo tipo, tuttavia sono stati rinvnuti frammenti di poesie più leggere  e di diversi Inni.

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In Età Alessandrina, i grammatici Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia sistemarono in raccolte queste liriche e i pochi versi non riconducibili ad opere maggiori, ottenendo dieci libri divisi per argomento.
In questa raccolta vi erano poesie politiche, di cui abbiamo parlato sopra; diveri Inni a divinità; i Peana che erano liriche dedicate ad Apollo; I Canti Conviviali che raccontano delle feste, del vino e dell’attività di un particolare circolo aristocratico chiamato Eterìa; e quelle erotiche in cui sono contenute poesie dedicate sia a fanciulle sia a fanciulli.

E’ interessante soffermarsi sul linguaggo utilizzato da Alceo: non si tratta affatto di un linguaggio poetico, è un dialetto che era sicuramente molto più simile alla lingua parlata del tempo rispetto che alla lingua letteraria e artistica. Si ritrovano anche parole “brutte”, insomma parolacce, ed è quasi sempre del tutto assente il linguaggio omerico.

*Volpe

“Nutrire il pianeta, energia per la vita.”- EXPO un anno dopo.

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Un anno fa cominciava EXPO MILANO 2015, un’esperienza che ha portato l’Italia e la città di Milano al centro del mondo. Per sei mesi infatti la metropoli lombarda è stata invasa positivamente da gente di ogni nazione che ha portato nel Bel Paese un pezzo della propria cultura.
Ad un anno di distanza ci piace ricordare questo evento che ha avuto un’eco mondiale e che ha lasciato nei visitatori e in chi vi ha lavorato un’impronta indelebile.
A raccontarci la sua esperienza abbiamo la dottoressa Federica Lafranconi che per sei mesi ha lavorato nel padiglione della Germania.

– Ci può raccontare brevemente qual era il tema del padiglione e come ha scelto di presentarsi la nazione tedesca?
Il padiglione tedesco nasce sotto il titoli di “Fields of ideas”, per unire il comuni tra il campo agricolo e la mente. Entrambe vanno coltivate con costanza e passione per poter ottenere i frutti migliori. Ma non solo, a questo si aggiunge lo slogan “Be(e) active” in cui si mischiano le api, insetto guida anche di altri padiglioni, e l’invito ai visitatori ad essere partecipi in prima persona.
Il tutto è compreso nella tematica generale dell’esposizione universale di Milano 2015 ovvero “nutrire il pianeta, energia per la vita”. I progetti presentati hanno trattato sia tematiche ambientali, che strettamente agricole (come coltivare e cosa coltivare) ed energetiche riguardanti i nuovi modi di creare energia pulita.

– Una delle critiche più sentite fatte dai visitatori è stata la quasi totale assenza di esposizioni dedicate al cibo. Come ha detto anche lei, il padiglione tedesco ha deciso di dedicare ampio spazio alle energie rinnovabili e alla questione ambientale a scapito, forse, del tema principale dell’expo: l’alimentazione. Ci può spiegare il collegamento, se esiste, tra ambiente, tutela dello stesso ed alimentazione?
Tanti visitatori si aspettavano una mostra solo sul cibo con assaggi gratis dei prodotti tipici. Il tema di Expo invece parla di alimentazione nel suo senso più ampio. Noi siamo quello che mangiamo. Agricoltura e allevamento determinano la qualità dei cibi che portiamo in tavola. Se mucche, polli e galline sono allevati con ormoni, gli stessi entreranno nelle fibre della carne che mangiamo; se le colture crescono ad acqua e pesticidi, anche noi, ultimi nella catena alimentare, assumeremo gli stessi pesticidi. Tutto è connesso in un circolo che comprende la salute dell’uomo: se manca questa, manca tutto. L’energia è intesa anche come energia vitale di crescere e vivere. Inoltre l’uomo vive in un ambiente che lo circonda e lo influenza. Se togliamo terreno alle foreste per seminare prodotti OGM per i bisogni del mercato, in termini di quantità e prezzo, rischiamo poi di subirne le conseguenze, ad esempio l’aumento fenomeni alluvionali o l’aumento delle temperature.

Sempre parlando del padiglione tedesco, ci può raccontare e spiegare quale tra i progetti presentati era secondo lei il più interessante?
Il mio preferito in assoluto è stato il Qmilk. Un’idea assolutamente straordinaria e innovativa ovvero l’utilizzo di latte scaduto sapientemente trattato che diventa un tessuto simile alla seta, ignifugo, anallergico e antibatterico. Anche il quotidiano inglese “The Guardian” ne ha parlato in una intervista alla sua creatrice. Per ora è utilizzato solo in campo medico ma le sue potenzialità sono moltissime.
Inoltre i pannelli fotovoltaici che sono sottili come fogli e si possono incollare perfino sui vetri, però il Qmilk è qualcosa di unico nel suo genere.

Davvero incredibile sì, un’idea simile a quella proposta dal padiglione italiano dove un nuovo tessuto è stato ricavato dalle bucce delle arance. Tuttavia, almeno per il momento, stiamo parlando di progetti su larga scala che richiedono finanziamenti e mezzi inaccessibili alle persone “comuni”. Il padiglione tedesco aveva tra i suoi slogan “Be(e) active!” un invito ad essere attivi e ad interagire con l’esposizione. Potrebbe spiegarci come i visitatori diventavano protagonisti e come, una volta tornati a casa, si può continuare ad essere attivi nella catena universale che è l’alimentazione?
Per i bambini c’era un percorso riservato, molto divertente, per spiegare le tematiche in modo semplice e facilmente comprensibile. Inoltre ogni angolo aveva una proposta da seguire, sulla coltivazione, ricette di cucina, per fare qualche esempio, da replicare a casa. Nello show finale si diventava “un’ape in mezzo alla corolla di un fiore” e si viveva la sua giornata tipo: a spasso per il mercato, inseguiti da una signora con un giornale per colpirci, sorpresi da un temporale. L’invito è di essere consapevoli dell’ambiente che coltivazione circonda e rispettarlo in modo che ci dia i suoi frutti migliori.

Parliamo ora dell’EXPO vera e propria, quanti padiglioni ha visitato e quali sono stati secondo lei i più belli?
Ne avrò visitati la metà circa. Il mio preferito è stato quello della Svizzera, per la profondità del concetto espresso, poi l’Inghilterra con il suo alveare.

– Ce li può raccontare brevemente?
Il tema della Svizzera era: “Ce n’è per tutti?” Il padiglione era diviso in 4 torri con caffè, acqua, sale e fettine di mela in quantità predefinita, a simboleggiare le risorse naturali presenti sulla terra che purtroppo non sono illimitate come si potrebbe sembrare. I visitatori sono invitati a prendere tutto quello che vogliono, nella quantità desiderata, ma consapevoli di toglierne al visitatore successivo. Il concetto esprime la profondità dell’essere e dell’avere: abbiamo davvero bisogno di quello che possediamo? Quanto siamo consapevoli di togliere possibilità agli altri?
Il padiglione inglese invece racconta la storia di un alveare, collegato alla struttura in acciaio che in base alla vita delle api all’interno di un vero alveare, illumina di varia intensità le lampadine presenti. Al piano terra inoltre si potevano sentire i rumori emessi dalle api in base al messaggio che vogliono trasmettere ed un giardino con le piante da cui le api traggono il polline, il tutto per ricordare ai visitatori il ruolo fondamentale e vitale delle api.

– Si può quasi dire che l’ape sia stata la mascotte non ufficiale di questa esposizione universale: un animale tanto piccolo eppure così importante non solo per l’ambiente, per cui svolge il vitale lavoro dell’impollinazione, ma anche per la nostra alimentazione garantendoci di anno in anno frutta e verdura.
Facciamo ora un piccolo bilancio. La preoccupazione più grande degli italiani, riguardo all’evento EXPO, è stata il guadagno e dal primo all’ultimo giorno non sono mancate le polemiche sui costi di questa esposizione universale.
Accantonando il discorso economico, che trova il tempo che trova per quanto importante, quanto si sente arricchita e quale pensa sia stato il lascito dell’EXPO per il nostro paese?
Personalmente mi sento arricchita grazie al lavoro che ho svolto nel padiglione: ho imparato molto da colleghi e superiori ed ho vissuto un’esperienza unica. Il lascito di Expo è la Carta di Milano, che si poteva firmare nel padiglione italiano. Spero che i firmatari si impegnino concretamente a seguire, diffondere e rispettare i concetti che la Carta di Milano rappresenta. Si parla di consumo consapevole e lo possiamo fare tramite i nostri acquisti. La volontà è tutto e noi dobbiamo volere un mondo migliore ed impegnarci per ottenerlo.

Ha accennato ai suoi colleghi, erano tutti di nazionalità tedesca?
Il personale del padiglione era molto numeroso e diviso tra italiani, tedeschi e bilingue. Tutti parlano italiano, tedesco e inglese più altre lingue straniere, dal cinese all’arabo, insomma un clima internazionale.

Una realtà lavorativa decisamente pittoresca. Ci può dire tre pregi e un difetto di questa cooperazione che, per quanto piccola, si può definire internazionale?
Il difetto l’ho riscontrato nel contatto con alcuni visitatori troppo maleducati, mente i pregi sono stati il lavoro di gruppo che abbiamo fatto, la possibilità di ognuno di “emergere” nell’attività in cui era più portato e i rapporti di amicizia che si sono creati in questi 6 mesi.

– In conclusione, può condividere con noi il ricordo più bello che ha di questa esperienza?
Il giorno dell’apertura, il primo maggio. Un’emozione indescrivibile. Per quanto ci siamo preparati e abbiamo fatto prove e simulazioni, l’apertura è stata una giornata unica.
C’era la voglia di dare il 100% perché tutto fosse perfetto e la curiosità di scoprire gli altri padiglioni.

*Jo

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Tra le pagine dell’incubo – Un biglietto di sola andata da Oceania a Panem

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Abbiamo già parlato nell’articolo “La letteratura che uccide la speranza” del genere YA (= Young Adult) e questa sera voglio fare con voi un ulteriore passo avanti analizzando quello che è il principale cavallo di battaglia di questo neo genere.

Come è già stato detto nell’articolo sopracitato, la colpa, o il merito, del genere YA è quella di incentivare una produzione letteraria pressoché identica dove situazioni e trame rimangono più o meno le stesse con piccole e necessarie differenze come l’ambientazione e i nomi dei protagonisti. Un fenomeno analogo ha interessato il settore della letteratura erotica che, cavalcando lo tsunami di scandalo e scalpore provocato da “Cinquanta sfumature di grigio”, è riuscita a conquistarsi nelle librerie un reparto autonomo e dignitoso al pari delle scansie dedicate ai fantasy, ai thriller o ai classici.

La forza di questo genere è, come già sappiamo, una trama focalizzata sul conflitto tra eroe/eroina e una società chiusa, sorda ed egoista che il più delle volte si declina in un sistema autarchico che il/la protagonista deve distruggere.

La distopia, termine coniato nell’ottocento dal filosofo britannico John Stuart Mill, è usato per riferirsi a condizioni sociali, politiche e storiche avverse a quelle che ci si potrebbe trovare in un’utopia. Il più delle volte sono delle profezie laiche in cui lo scrittore riversa le proprie paure per il domani esagerando gli aspetti negativi della società in cui vive, in altri casi può invece trattarsi di satira come nel caso de “Il grande dittatore”(1940)  film di Charlie Chaplin che ironizza sulla figura del Fuhrer.

La distopia è la letteratura di chi ha paura. Se si guarda alla storia della letteratura e del cinema, si può notare come il genere distopico veda la sua ribalta nei periodi di maggiore crisi o in prossimità di eventi che, come l’avvento del nuovo millennio, risvegliano in noi paure ancestrali che trovano qui una valida valvola di sfogo. E’ una lunga storia che dall’inizio del ‘900 sembra non aver mai visto un definitivo tramonto e che intreccia la letteratura e il cinema. Una tradizione che ha Orwell come padre, è stata tramandata ai fratelli Wachosky ( autori della trilogia di “Matrix” (1999) ed è infine approdata, passando per “V per Vendetta” della DC, sui nostri scaffali e sui nostri schermi grazie a saghe come “Hunger Games”, “Divergent”, “The Maze Runner”, “The Giver”,… .

Quella che stasera vi voglio proporre è una riflessione su questo genere che, a mio giudizio, è stato fin troppo abusato negli ultimi tempi e in cui sono stati stipati romanzi che di distopico hanno solo l’etichetta, ma non la sostanza.

Abbiamo già dato a grandi linee una definizione di “distopia”, per cui possiamo passare ad analizzare velocemente quelle che sono le ambientazioni dei racconti distopici e quali sono i tratti su cui scrittori e sceneggiatori si sono maggiormente concentrati nel corso degli anni.

Condizione sine qua non è la guerra che porta alla nascita di un nuovo governo e di una società di sopravvissuti. Ciò che a mio parere rende un romanzo distopico un romanzo di successo, o almeno degno di essere letto, è un contesto storico e politico plausibile. “1984” (1948) di Orwell è ambientato in un’Inghilterra del futuro in cui il socialismo ha vinto sul liberalismo e il capitalismo, una neo nazione, Oceania, in cui la privacy del cittadino è azzerata e l’intera vita del cittadino è in funzione del sistema “Socing”. Quella di Orwell è, ovviamente e fortunatamente, una società inventata le cui radici però affondano nel contesto storico e politico in cui Orwell scrisse il suo più famoso romanzo. Lashapeimage_2 seconda guerra mondiale è finita già da tre anni, ma le tensioni tra Alleati e URSS non si allenta e Berlino è divisa tra questi due schieramenti. La propaganda americana, che fino a qualche anno prima ha diffuso piccoli spot in cui metteva in guardia dai pericoli del nazismo, può ora dedicarsi completamente alla dittatura di Stalin e descrivere con dovizia di particolari quali siano le condizioni di vita sotto il regime comunista ( in questo periodo anche Captain America, il soldato nato per combattere i nazisti, fa della lotta al comunismo la sua nuova missione). L’Europa, come ho già detto, ha ancora negli occhi le atrocità compiute dalle SS di Hitler e la OVRA di Mussolini, la riservatezza di molti è stata violata e ogni scheletro nell’armadio è già stato portato alla luce o gettato definitivamente in fondo ad un pozzo per evitare problemi. Il Grande Fratello è quindi lo spauracchio perfetto per un popolo, come quello inglese, che ha sentito sul collo il freddo respiro della dittatura hitleriana. Gli occhi onniveggenti del Big Brother, che ricordano l’occhio in cui si trasforma l’antagonista de “Il Signore degli anelli”(1937-1949) e attraverso cui Sauron spia indisturbato ogni forma vivente della Terra di Mezzo, non sono solamente il mezzo attraverso il quale si semina il terrore e si mantiene l’ordine, ma sono anche e soprattutto la paura più grande di un europeo ancora “fresco di dittatura”, l’evoluzione elettronica, e meno controllabile dal cittadino, della Gestapo o degli organi di controllo delle dittature del ‘900. Uno scenario simile, che segue di qualche anno il romanzo di Orwell, ci viene presentato da Bradbury nel romanzo fantascientifico “Fahrenheit 451” (1953) dove la società sembra regredire, la televisione è ormai onnipresente e sempre più invadente nelle case degli spettatori e i libri sono messi al bando e bruciati da quelli che comunemente dovrebbero spegnere gli incendi: i pompieri. I roghi dei libri richiamano i tristi falò che i nazisti organizzavano nelle piazze tedesche, mentre la televisione interattiva, invadente e a tratti inopportuna sembra, oltre che una macabra profezia di quello che è sotto i nostri occhi quotidianamente, l’esagerazione di un fenomeno sociale che si faceva sempre più spazio nella vita dei cittadini americani. Altro ed ultimo esempio, questa volta preso dal cinema, è quello della trilogia dei fratelli Wachosky “The Matrix” (1999) in cui la distopia è governata da macchine super evolute create all’alba del XXI secolo e che, come nel peggior incubo di Asimov, hanno ridotto l’umanità in schiavitù creando per essa una realtà virtuale che non gli permette di distinguere la realtà dal Matrix. In questo caso le paure che ispirano questa trilogia cinematografica sono tante: il millennio ormai alle porte (saranno anche passati mille danni dall’ultima volta in cui è successo, ma alcune paure non muoiono mai del tutto), software e sistemi operativi sempre più efficienti, l’invasione sempre più massiccia dei computer non solo sul luogo di lavoro, ma anche nell’ambiente domestico. Gli occhi del Grande Fratello sono andati incontro ad un aggiornamento e lo spionaggio si svolge sul web. La violazione della privacy continua ad essere la paura centrale di queste dittature più o meno plausibili che, malgrado la loro natura fittizia, nascondono tra le proprie pagine profezie più o meno avveratesi sul futuro che noi ora stiamo vivendo: la riservatezza e lo spazio domestico calpestati ai fini di indagini di mercato, l’egemonia della televisione ormai sempre accesa nelle nostre case, la tecnologia sempre più intelligente e, per certi versi, invasiva nella vita di tutti i giorni.

Ovviamente questi sono solo alcuni esempi, citarli tutti sarebbe impossibile e rischieremmo solamente di fare una gran confusione, ma sono sufficienti per mettere in evidenza una cosa: gli autori di questi romanzi o sceneggiature conoscevano la storia, la loro storia, quella che leggevano sui giornali o ascoltavano alla radio. Le loro dittature sono al 50% fantasia e al 50% verità ed è per questo che, leggendo “1984” o “Fahrenheit 451”, sentiamo sempre un brivido lungo la schiena mentre assistiamo ai roghi dei libri o all’indottrinamento delle masse. I romanzi distopici “pre Hunger Games” sono romanzi per persone con una coscienza non solo morale, ma soprattutto storica e sociale. Sono per lettori che hanno ben chiari i rischi di una dittatura, che hanno studiato gli effetti di sistemi autarchici come il nazismo, il fascismo e il comunismo e che quindi si guardano bene dall’intraprendere strade che portino nuovamente a nuove sanguinose tirannie.

Al contrario i contesti storici delineati nei romanzi come Hunger Games&Co. sono una cornice il più delle volte tracciata di fretta e senza alcuna connessione con i fatti storici che stanno scuotendo il mondo dal 2001 ad oggi. Resta costante il tema del conflitto armato come causa principale che porterà all’origine della nuova dittatura: guerre civili, nucleari, mondiali che riportano l’umanità all’anno zero e la costringono a ricostruire un mondo che ha, per certi versi, del primitivo con una netta distinzione in classi sociali tipiche delle antiche società del Mediterraneo. La nuova letteratura distopica è un’antologia che si concentra maggiormente sui prototipi letterari che non sul contesto in cui le nuove distopie attecchiscono. I miti greci del Labirinto di Creta, della città di Atlantide, dei tributi che Atene doveva mandare annualmente sull’isola di Minosse o della repubblica così come pensata da Platone. L’immagine bella e terribile del gladiatore che nell’arena affronta ed uccide uomini e belve, la storia di Spartaco da schiavo a ribelle, da gladiatore a guerriero,…; ciò che noi occidentali abbiamo per secoli dato per scontato e obsoleto è, agli occhi di un popolo orfano di una sua mitologia classica come il popolo americano, un’autentica manna, una caverna delle meraviglie da cui attingere sempre nuovi spunti per scontri generazionali e lotte di classe. Leggendo la saga di “Hunger Games” (2010) viene spontaneo pensare non solo al mito di Teseo e il Minotauro, ma anche ai gladiatori e alla rivolta di Spartaco. Lo stesso labirinto è presente in “The Maze Runner” (2009), ma in questo caso con la funzione di prigione da cui si deve evadere e non entrare. La saga della Roth “Divergent” (2011) mescola il mito di Atlantide, città all’avanguardia in tutte le scienze e guidata da un governo utopico, con la repubblica idealizzata da Platone: una società guidata dai saggi, la classe d’oro, e divisa in classi in cui ogni individuo viene inquadrato appena finita l’infanzia.

Siamo di fronte ad una nuova letteratura che, in barba agli insegnamenti di Orwell, è più preoccupata a dare ai propri romanzi un retaggio antico, che non un contesto storico se non credibile almeno coerente con l’attuale periodo storico che stiamo vivendo. Sopravvive la paura per la privacy violata, l’inquadramento in un sistema in cui tutto è già controllato e le tecnologie sempre più sofisticate. Il terrorismo, che rappresenta una minaccia paragonabile solamente a quella del nazismo, sembra non aver mai scosso le coscienze di queste società sospese in un indefinito futuro, la caduta delle Torri Gemelle, la tragedia dei profughi, la corsa e la guerra per le risorse come gas e petrolio sono state gettate nel dimenticatoio  e solo “V per Vendetta”, riportando l’ambientazione nel Vecchio continente, dà qualche accenno a queste tematiche che si sono negli anni sempre più aggravate. La letteratura distopica dell’ultimo quinquennio ha fallito spegnendo, esattamente come un televisore, le coscienze dei lettori che, alla fine, diventano spettatori assetati di sangue al pari degli abitanti di Capitol City (la capitale di Panem nei romanzi di “Hunger Games”), lettori vampiri che strepitano per leggere l’ultimo volume della loro saga preferita per sapere quale personaggio morirà e chi vivrà.

Quello che sui nostri scaffali manca, e che mi auguro di trovare molto presto, è un romanzo distopico che si rifaccia, o almeno prenda insegnamento, dai romanzi di Orwell o Van Dick( per citare nomi nuovi). Una storia nuova, con protagonisti maturi e un contesto storico credibile che dia al lettore una prospettiva temporale di al massimo un secolo. Un romanzo non solo di piacere, ma che obblighi il lettore a riflettere sul periodo storico che stiamo vivendo e a misurarsi con le conseguenze catastrofiche a cui, se non prestiamo attenzione, potremmo andare incontro.

*Jo