A riveder le stelle

.: SINOSSI :.

Dante è il poeta che inventò l’Italia. Non ci ha dato soltanto una lingua; ci ha dato soprattutto un’idea di noi stessi e del nostro Paese: il «bel Paese» dove si dice «sì». Una terra unita dalla cultura e dalla bellezza, destinata a un ruolo universale: perché raccoglie l’eredità dell’Impero romano e del mondo classico; ed è la culla della cristianità e dell’umanesimo. L’Italia non nasce da una guerra o dalla diplomazia; nasce dai versi di Dante. Non solo. Dante è il poeta delle donne. È solo grazie alla donna – scrive – se la specie umana supera qualsiasi cosa contenuta nel cerchio della luna, vale a dire sulla Terra. La donna è il capolavoro di Dio, la meraviglia del creato; e Beatrice, la donna amata, per Dante è la meraviglia delle meraviglie. Sarà lei a condurlo alla salvezza. Ma il poeta ha parole straordinarie anche per le donne infelicemente innamorate, e per le vite spente dalla violenza degli uomini: come quella di Francesca da Rimini. Aldo Cazzullo ha scritto il romanzo della Divina Commedia. Ha ricostruito parola per parola il viaggio di Dante nell’Inferno. Gli incontri più noti, da Ulisse al conte Ugolino. E i tanti personaggi maledetti ma grandiosi che abbiamo dimenticato: la fierezza di Farinata degli Uberti, la bestialità di Vanni Fucci, la saggezza di Brunetto Latini, la malvagità di Filippo Argenti. Nello stesso tempo, Cazzullo racconta – con frequenti incursioni nella storia e nell’attualità – l’altro viaggio di Dante: quello in Italia. Nella Divina Commedia sono descritti il lago di Garda, Scilla e Cariddi, le terre perdute dell’Istria e della Dalmazia, l’Arsenale di Venezia, le acque di Mantova, la «fortunata terra di Puglia», la bellezza e gli scandali di Roma, Genova, Firenze e delle altre città toscane. Dante è severo con i compatrioti. Denuncia i politici corrotti, i Papi simoniaci, i banchieri ladri, gli usurai, e tutti coloro che antepongono l’interesse privato a quello pubblico. Ma nello stesso tempo esalta la nostra umanità e la nostra capacità di resistere e rinascere dopo le sventure, le guerre, le epidemie; sino a «riveder le stelle». Un libro sul più grande poeta nella storia dell’umanità, a settecento anni dalla sua morte, e sulla nascita della nostra identità nazionale; per essere consapevoli di chi siamo e di quanto valiamo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

A riveder le stelle è un saggio brevissimo, scorrevole e leggero. Lo si finisce in un attimo, coinvolti dalla penna di Cazzullo che, con una prosa discorsiva e semplice, riesce a non annoiare.
Questo saggio è chiaramente il primo di una trilogia saggistica sulla Commedia, sull’italiano di Dante e sull’Italia rinascimentale. Il testo si focalizza sui canti che compongono l’Inferno di Dante che però non sono analizzati esclusivamente dal punto di vista letterario: Cazzullo estrapola da ciascun canto le parole e i modi di dire che Dante ha inventato, dimostrando ancora una volta quanto il poeta sia stato fondamentale nella storia della nostra lingua; racconta le storie dei molti personaggi incontrati dal poeta tralasciandone davvero pochi; permette al suo lettore di riavvicinarsi in maniera leggera alla Commedia e di riappassionassi a uno dei testi fondamentali per la nostra lingua e il nostro paese.

Per quanto pieno di pregi, il testo non è scevro di difetti: il peggiore, e quello più difficile da ignorare, è la superficialità. Come detto in precedenza, il saggio pretende di parlare della Commedia, dell’Italiano dantesco e di storia rinascimentale: questo comporta inevitabilmente che nessuno dei tre argomenti sia trattato in maniera davvero profonda. L’autore salta da un argomento all’altro velocemente lasciando al lettore giusto i concetti più importanti, molti dei quali la maggior parte di noi li ha già studiati a scuola, per poi andare avanti e soffermarsi su un nuovo spunto.
Questa superficialità lo rende però un testo adatto ai “non addetti ai lavori”, fruibile dal grande pubblico e adatto a tutte le età. Permette al lettore di non annoiarsi mai e continuare la lettura con interesse scegliendo da solo cosa vuole eventualmente approfondire.

Tutto considerato, il saggio merita un 7.5/10. E’ un testo godibile e di grande aiuto per capire meglio la Divina Commedia.
Proprio grazie al carattere leggero e poco impegnativo del testo, lo consiglio sia agli adulti che hanno voglia di riscoprire Dante, sia ai ragazzi che si hanno incontrato il Poeta per la prima volta.

*Volpe

L’ Italia Chiamò: uniti contro il Coronavirus

L’Italia non si ferma.
Nonostante le lezioni sospese, i musei chiusi e le iniziative posticipate a data da destinarsi, l’Italia non si ferma.
Si continua a lavorare, chi da casa e chi, come il personale del servizio sanitario nazionale, i medici e tutti gli operatori e i volontari, da quella che è a ragion veduta stata battezzata la “trincea”: le corsie degli ospedali e dei prontosoccorsi, gli ambulatori e tutte le strutture che stanno servendo con passione e impegno il nostro paese in queste difficili settimane.
Non ci si può muovere, ma ciò non ci impedisce di sostenerci l’un l’altro con iniziative che possono essere sia di ampio respiro sia più private e personali.
Una di queste è L’Italia Chiamò il più grande evento in streaming di tutti i tempi che sarà in onda venerdì 13 marzo dalle sei a mezzanotte e raccoglierà le voci di un’Italia che resiste, vive e spera oltre il Coronavirus.
A questa iniziativa parteciperanno in tantissimi: personalità del mondo dello spettacolo, della cultura e dell’informazione che si susseghiranno e spalleggeranno per portare a termine una maratona che, sicuramente, passerà alla storia e che nessuno dimenticherà.

Anche noi di Arcadia ci siamo uniti a questa iniziativa e su YouTube trovate il nostro contributo a questa fantastica catena culturale e di solidarietà: la poesia Giorno di pioggia, di Henry Wadsworth Longfellow letta, per l’occasione, dalla nostra Volpe.
Questo piccolo gesto è il nostro abbraccio a voi lettori e il nostro rinnovato augurio affinché tutto si concluda presto e nel migliore dei modi.

Oltre a proporre un lungo streaming per tenere compagnia a chi come noi #restaacasa, gli organizzatori hanno deciso di creare una raccolta fondi per sostenere lo sforzo del sistema sanitario nazionale.
Le indicazioni per un’eventuale donazione, che consigliamo caldamente, le potete trovare sul sito web www.litaliachiamo2020.it .

Ovunque voi siate, non siete soli.
Non abbiate paura, ce la faremo!

*Lo Staff

Giornata della Memoria

All’ingresso del crematorio di Dachau una lapide, con una scritta in tedesco, accoglie i visitatori e li invita con sprezzante durezza a fermarsi e a riflettere su come la gente morisse in quel quadrato di terra nascosto dagli alberi e dalle fabbriche.
Poco più avanti, incisa ai piedi di una statua raffigurante una delle tante vittime senza nome né volto, una seconda scritta “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”.

Oggi, come ogni anno, anche noi ci fermiamo: niente giochi, niente foto colorate o spiritose; oggi più che mai vogliamo farci carico dell’impegno che è la Memoria e insieme a voi riflettere, condividere e rileggere la storia passate e presente in modo da poter oggi e per sempre gridare a gran voce “Mai più!”.

A 74 anni dalla fine della II guerra mondiale e dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordare cosa è successo è un compito non più riservato ai pochi testimoni diretti ancora invita, ma è un dovere morale urgente e al quale non è possibile sottrarsi.

Mai più.

*Lo Staff

Poesia impossibile – Paul Celan: poesia che interroga il cielo.

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Il poeta ebreo Paul Antschel, in arte Paul Celan, nacque nel 1920 nell’allora cittadina rumena di Czernowitz in una famiglia ebrea ortodossa. Malgrado la miscellanea di idiomi parlati nella regione di Czernowitz, la Bucovina, all’interno della comunità a cui Celan apparteneva si parlava tedesco, lingua in cui il poeta comporrà tutte le sue poesie e i suoi scritti. Le vicende della città di Celan sono complesse e si allacciano con quelle personali del poeta. In seguito alla prima guerra mondiale la Bucovina passò dalla dominazione austriaca a quella rumena per poi essere divisa, nel 1947, tra la Romania a l’Unione Sovietica. Nel 1941 le truppe naziste invasero ed occuparono la Bucovina. Grazie ad una fuga rocambolesca Celan riescì a lasciare Czernowitz e a scampare agli orrori della persecuzione antisemita, mentre una sorte meno fortunata spettò ai suoi genitori che persero la vita nei lager nazisti.
Anche se l’ombra della morte e della distruzione aveva solo accarezzato la sua vita ( solo i genitori morirono durante la prigionia nel campo di concentramento, mentre il fu internato in un Arbeitslager nel 1942 da cui fu liberato due anni più tardi dai russi), gli orrori e la ferocia con cui i nazisti avevano portato avanti il loro progetto di morte avevano lasciato un solco indelebile nell’anima del poeta, il quale si porterà il peso di questa tragedia fino alla fine.

Altra costante della vita di Celan è il viaggio. Al termine della seconda guerra mondiale egli tornò in patria dove rimase fino al 1947, anno in cui si trasferì a Vienna, per poi raggiungere Parigi  nel 1948, dove rimarrà fino alla morte nel 1970.
Nella capitale francese il poeta ricopre la carica di lettore di lingua e letteratura tedesca presso l’École Normale Supérieure, incarico che conserverà fino alla fine dei suoi giorni. Di grande aiuto per il poeta fu l’amicizia con la poetessa Nelly Sachs con cui tenne una fitta corrispondenza in cui affrontava i traumi della sua infanzia e approfondiva la tematica della fede.
Alla fine però il peso e la convivenza con la colpa di essere sopravvissuto alla Shoah divennero un fardello troppo pesante per Celan che, nel 1970, si suicidò annegando nella Senna.

La sua poetica è un intreccio di contraddizioni: l’eros e la morte si rincorrono in una lotta in cui una cerca di non soccombere all’altro, la ricerca di un senso si scontra con la tragedia della storia che si declina nella ricerca di una risposta ad una Grundfrage, le esperienze individuali si intessono con quelle collettive, la terra e il cielo sembrano poste una dirimpetto all’altro in una preghiera disperata.

Dio è un altro Leitmotiv della lirica di Celan. La poesia è una domanda rivolta verso il cielo, una richiesta che sale dal tempo e dalla storia verso l’Eterno a cui vengono chieste spiegazioni per le vicende storiche che hanno segnato l’esistenza del poeta. Le continue richieste che Celan rivolge fanno di lui un nuovo Giobbe, un uomo provato dalla sofferenza che grida al cielo e in cui ‘l’io’ delle liriche si rivolge a un ‘tu’ trascendente imprecando ed esigendo ragioni e risposte. Celan non ripudia il pensiero di Dio, ma lo ricerca senza tuttavia riuscire a scorgere nella storia sua e dell’Europa le sue tracce.

Come ultimo tentativo per riallacciare i rapporti con il Padre, Paul Celan compì nel 1970 un pellegrinaggio in Terra Santa, un viaggio rilevante non solo dal punto di vista poetico ma anche da quello simbolico. Questo viaggio verso la culla della religione e della civiltà ebraica e cristiana riaccende nel cuore del poeta il senso di nostalgia e di bisogno di Dio al punto che, in una lettera ad amici residenti a Gerusalemme, ricordando con rammarico le strade della Città Santa  egli scrive: “Io bisogno di Gerusalemme”.

La poesia che abbiamo scelto è Fuga di morte (trad. Todesfuge) dalla raccolta Papavero e memoria (Mohn und Gedächtnis)del 1947: una lirica composta poco dopo la fine della guerra  che è non solo una delle più celebri poesie di Celan, ma l’emblema della produzione poetica legata alla Shoah.

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo al meriggio, al mattino, lo beviamo la notte
beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive e va sulla soglia e brillano stelle e richiama i suoi mastini
e richiama i suoi ebrei uscite scavate una tomba nella terra
e comanda i suoi ebrei suonate che ora si balla

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino, al meriggio ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa c’è un uomo che gioca coi serpenti che scrive
che scrive in Germania la sera i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria lì non si sta stretti

Egli urla forza voialtri dateci dentro scavate e voialtri cantate e suonate
egli estrae il ferro dalla cinghia lo agita i suoi occhi sono azzurri
vangate più a fondo voialtri e voialtri suonate che ancora si balli

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith egli gioca coi serpenti
egli urla suonate la morte suonate più dolce la morte è un maestro tedesco
egli urla violini suonate più tetri e poi salirete come fumo nell’aria
e poi avrete una tomba nelle nubi lì non si sta stretti.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al meriggio la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
egli ti centra col piombo ti centra con mira perfetta
nella casa c’è un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
egli aizza i suoi mastini su di noi ci dona una tomba nell’aria
egli gioca coi serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

I tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

Todesfuge, inizialmente intitolata Todestango, è un grido impregnato di sofferenza e orrore che denuncia con un linguaggio ricco di simboli i crimini del regime nazista e le riprovevoli condizioni degli internati nei campi di concentramento.

Celan sceglie con cura le parole, gli aggettivi e gli avverbi donando al lettore un affresco in cui le immagini, nitide ed incisive, si susseguono seguendo idealmente la struttura e il ritmo della doppia fuga.
Le anafore che introducono le strofe e i versi imprimono nella mente di chi si avvicina al testo istantanee propedeutiche per comprendere l’orrore, la crudeltà e la routine sfibrante ed umiliante a cui i detenuti erano obbligati.
La lirica si apre con un ossimoro che disarma e disorienta: il ‘Nero latte’ distrugge l’iconografia biblica che vede nel latte un simbolo di benessere e purezza consegnandoci un’immagine tetra che sottolinea le atrocità del campo e gli stenti a cui venivano condannati i prigionieri, primo fra tutti la fame.
L’immagine del ‘nero latte’ viene reiterata dal poeta fino alla nausea e, insieme alla ripetizione strategica di verbi e avverbi, batte il tempo della poesia come a voler ricreare il ritmo monotono con cui procedeva la vita nei lager.
Come in uno spaccato della vita del campo vediamo le condizioni degli internati e dei loro carcerieri.
La musica accompagna nuovamente la descrizione e, come gli ebrei di allora, siamo costretti ad ascoltare ancora ed ancora la fuga di Celan, mentre impietose ci scorrono davanti agli occhi le immagini delle fosse nelle nuvole, i capelli di cenere di Sulamith e l’occhio azzurro del soldato che pensa alla sua donna in Germania.
L’uomo che “gioca coi serpenti” è una SS che scrive lettere a Margarete, la donna dai capelli d’oro emblema della razza ariana, e intanto serve scrupolosamente e fedelmente il nuovo maestro della Germania: la morte; il suo occhio azzurro guarda agli Ebrei intimando loro di scavare le loro tombe nell’aria, unico dono che mai riceveranno, mentre ad altri viene ordinato di suonare, cantare e ballare dolci musiche in onore della morte.
Timidamente, nascosta all’ombra di Margarete, si intravede la taciturna Sulamith con i suoi capelli di cenere e ridotti in cenere, immagine delicata che, insieme alle tombe nell’aria, ci suggerisce l’unico modo in cui si poteva uscire dal campo.
Celan pone dirimpetto le due donne emblema della bellezza e della femminilità per la cultura tedesca ed ebraica: Margarete è la donna tedesca dai bellissimi capelli color dell’oro che viene indicata da Goethe come “l’eterno femminino”[1], mentre Sulamith è la fanciulla la cui bellezza e grazia vengono cantate nel Cantico di Salomone[2], o Cantico dei Cantici.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla seconda parte dell’approfondimento)

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[1] L’eterno femminino: cfr J.W.Ghoete, Faust, trad. it. cura di G.V. Amoretti, vol. II, Feltrinelli, Milano 1996, p. 667

[2]Cantico di Salomone (7,1-10): 1Vòltati, vòltati, Sulammita,vòltati, vòltati: vogliamo ammirarti./Che cosa volete ammirare nella Sulammita durante la danza a due cori?/2Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, opera di mani d’artista./3Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino aromatico. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. /4I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella. /5Il tuo collo come una torre d’avorio, i tuoi occhi come le piscine di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm, il tuo naso come la torre del Libano che guarda verso Damasco./6Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo e la chioma del tuo capo è come porpora; un re è tutto preso dalle tue trecce. /7Quanto sei bella e quanto sei graziosa,o amore, piena di delizie!/8La tua statura è slanciata come una palma e i tuoi seni sembrano grappoli./9Ho detto: «Salirò sulla palma,coglierò i grappoli di datteri». Siano per me i tuoi seni come grappoli d’uva e il tuo respiro come profumo di mele./10Il tuo palato è come vino squisito,che scorre morbidamente verso di me e fluisce sulle labbra e sui denti!

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

16395872_1258489230899916_1853153279_nNelly Sachs (Berlino, 1891 – Stoccolma, 1970) è una delle voci poetiche che, confutando il principio di Adorno (secondo il quale non può esistere poesia dopo la tragedia della Shoah), dimostrò come comporre poesie dopo Auschwitz non fosse un atto barbarico bensì una maniera di ricongiungersi alle vittime per mezzo della lirica. Sachs ha dedicato tutta la sua vita alla stesura di raccolte che affrontassero il tema della Shoah e, pur non avendo vissuto in prima persona l’oppressione nazista, è stata insignita nel 1966 del Premio Nobel per la letteratura. Le furono riconosciuti altissimi meriti riguardanti “her outstanding lyrical and dramatic writing which interprets Israel’s destiny with touching strength”[1].
La poetessa è infatti considerata la portavoce del grande dolore del popolo ebraico, poiché ne ripercorre le tragiche vicende creando analogie tra le immagini bibliche e la storia contemporanea.

Evidente è l’influenza della Torah e della mistica ebraica, tanto che le sue opere sembrano assumere nel complesso la forma di una Kaddish, ovvero una preghiera recitata in ricordo dei morti che è espressione dell’accettazione del giudizio e della giustizia divina e un’invocazione a concedere la pace su Israele. Questo lamento funebre presenta vere e proprie iscrizioni tombali nell’aria (Grabschriften in die Luft geschrieben, ciclo di poesie del 1944) aventi per destinatario il popolo ebraico o un tu indefinito: Sachs pensa alle vittime che non sono state sepolte ma che sono passate “attraverso il camino”, e le cui ceneri sono dunque disperse nell’aria. Si viene così a formare un paesaggio fatto di grida, il quale riflette la paura della poetessa che il dramma della Shoah possa essere dimenticato dall’umanità. Le sue liriche servono dunque a dar voce a chi è stato ridotto al silenzio dal regime, donando loro la possibilità di sopravvivere per sempre attraverso il ricordo. Viene fondata una nuova teologia basata sulla memoria, scritta immedesimandosi nel dolore delle vittime e attraverso la quale si cerca di superare il trauma della Shoah e il senso di colpa per essere scampati alla morte nei lager. L’immagine di Dio oscilla nel paradosso tra il rifiuto del mondo religioso e una Sehnsucht verso lo stesso, così come si può rintracciare una tensione fra un’immagine di Dio lontano, che rimane nascosto e sconosciuto nella sua trascendenza, e un Dio compassionevole e vicino ai suoi figli.

Il tradizionale linguaggio religioso e metaforico viene rivisto e riadattato, in quanto non in grado di raccontare in maniera adeguata le atrocità della Shoah. Lo stile salmodico e profetico, caratterizzato da ripetizioni parallele di concetti e parole, riprende, varia e rafforza il tema della sofferenza, della persecuzione, dell’esilio e della morte del suo popolo. Alcuni critici ritengono tuttavia che questa dipendenza dal linguaggio tipico dell’Antico Testamento impedisca a Sachs di conferire ulteriore linfa ai reiterati temi e motivi, accusandola di “limitarsi alla ripetizione di parole-chiave o una parola-definizione all’inizio di una talora assai lunga strofa e poi anche all’interno di esse”[2] . Ciò nonostante si è costretti ad ammettere che la sua poesia finisce per imporsi grazie al suo tono lento e misurato, originando una meditazione dolorosa e profonda sul mondo Post – Auschwitz.

La poesia che abbiamo scelto per rappresentare questa autrice è Der Chor der Geretteten ( trad.Il coro dei superstiti) ( 1961) Il Coro dei superstiti contenuta nella raccolta Al di là della polvere (trad. Fahrt ins Staublose) (1961), è un amara riflessione sull’impossibilità di chi è sopravvissuto alla Shoah di condurre un’esistenza libera dai traumi inferti dai nazisti al popolo ebraico.

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

Si tratta di un’unica strofa libera di 37 versi, cioè non regolata da schema metrico, ritmico o rimico, in cui le frasi sono corte e ricche di punteggiatura per consentire una lettura lenta e meditata; tale scelta viene giustificata dalla convinzione che dopo l’Olocausto la parola e l’esperienza non possano essere trasmesse avvalendosi delle tradizionali convenzioni linguistiche (e poetiche), ma che sia necessario fondare un nuovo metodo comunicativo.

Partendo dal titolo è possibile notare un riferimento alle tragedie teatrali greche, in quanto il termine ‘coro’ rimanda a quell’elemento fondamentale che aveva il compito di ricapitolare e commentare gli eventi della tragedia. Al verso 1 la locuzione “noi superstiti” (che si ritrova anche ai versi 6, 10, 13 e 32) serve alla Sachs per porre distanza tra la condizione delle vittime a quella dei sopravvissuti; tuttavia si tratta di un’opposizione apparente in quanto entrambi sono accomunati da un marchio incancellabile: il dolore che grava su vittime e sopravvissuti dalla repressione nazista.

Nei primi cinque versi è possibile rintracciare la “danza macabra”, un motivo iconografico medievale in cui degli scheletri richiamano alle danze con i loro strumenti musicali uomini di diverse condizioni sociali. In questa lirica la morte intaglia flauti dalle ossa dei superstiti e passa l’archetto del violino sopra i loro tendini: essa assume il ruolo di musicista, mentre i superstiti diventano personificazione degli strumenti da suonare (correlazione tra i tendini e le corde del violino e le ossa e i flauti).

Al verso 4 è presente un neologismo: nachklagen è una parola coniata appositamente per la poesia combinando i termini nachklingen (trad. risuonare, echeggiare, si intende come farebbe un violino dopo che si è passato l’archetto sulle corde) e klagen (trad. lamentarsi). Nachklingen si riferisce ai corpi dei sopravvissuti i quali “risuonano lamentosamente” con la loro musica mutilata (vv. 4-5), una metonimia che riporta l’immagine della musica che la morte ha suonato con i superstiti mutilandoli come descritto precedentemente. I successivi quattro versi (vv. 6-10) presentano due immagini brutali : dei cappi che sventolano vuoti nel cielo ai quali dovevano essere appesi i superstiti e clessidre riempite del loro sangue.
Sachs dipinge poi la condizione tipica del sopravvissuto: l’estrema difficoltà di continuare a vivere sopportando il peso che molti altri non ce l’hanno fatta, diventando poco a poco morti anch’essi (v. 10: “divorati dai vermi dell’angoscia”). Al verso 12 “la nostra stella” è la stella di Davide, la quale giace sepolta nella polvere dei corpi bruciati nei capi di sterminio. In realtà la parola tedesca Gestirn significa propriamente costellazione, con chiari rimandi astrologici alla correlazione tra costellazione e fato; di conseguenza questo verso potrebbe avere la funzione di memento mori, poiché implica  che anche il destino dei superstiti è morire. Da notare che altri elementi astronomici (il sole e le stelle) si ripetono successivamente ai versi 15 e 16.
Inizia poi la preghiera alle vittime dell’Olocausto (vv. 13-26) di insegnare ai superstiti a vivere ancora. I sopravvissuti ebbero un’esperienza ravvicinata con la morte, e il ricordo dei morti rende loro difficile apprezzare la vita stessa. Semplici esperienze della vita di tutti i giorni (udire il canto di un uccello, riempire un secchio alla fontana) potrebbero spezzare il loro fragile equilibrio e farli “schiumare via” così come tutto ciò che richiama alla memoria l’esperienza nei lager (v. 23: “cane che morde”, riferimento ai cane di guardia nei campi di concentramento che venivano sistematicamente rilasciati per dare la caccia agli internati) potrebbe letteralmente disintegrarli in polvere. La ferita è talmente profonda  che se il dolore non è ben sigillato, può scoppiare a causa di cose quotidiane e insospettabili.
Negli ultimi dieci versi (vv. 27-37) la scrittrice chiarifica di che materiali siano fatti i sopravvissuti, se a un minimo input rischiano di “tornare alla polvere”. Aperta da una domanda retorica riguardante la natura dell’uomo, l’indagine verte sulla lacerazione tra corpo e spirito: immedesimandosi nella voce dei superstiti, i quali sono rimasti “senza respiro”anche se il corpo si trova fisicamente ancora sulla Terra, Sachs constata che  la nostra animaè volata a Dio “a Mezzanotte” (metafora del buio e dell’oscurità a cui è stata relegata l’umanità durante il nazismo) per mezzo di un’Arca dell’istante. Due parole sono legate in questo passaggio alla sfera religiosa, Arca (quella costruita da Noè secondo le indicazioni di Dio per salvarsi dal diluvio universale e l’Arca dell’alleanza, simbolo della presenza di Yahweh tra il suo popolo) e respiro (Dio soffia l’alito di vita su Adamo). Quando si verifica la separazione dell’anima dal corpo avviene la morte della persona, ma non per  i superstiti i quali continuano a vivere unitamente alle vittime; l’incapacità di dimenticare le vittime “uccide” in parte quelli che vivono e permette agli uccisi di vivere, quantomeno nella memoria.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla prima parte dell’approfondimento)

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[1] Trad:la sua radicale e drammatica scrittura lirica, che interpreta il destino di Israele con forza toccante.

[2] cfr. L.Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal realismo alla sperimentazione (1820-1970) Dal fine secolo alla sperimentazione (1890-1970) Tomo terzo, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1971, pg. 1634

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz

Shakespeare my Love

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L’eco di William Shakespeare sembra, anche a distanza di 400 anni dalla morte, non avere fine. I suoi sonetti sono studiati al liceo, le sue opere teatrali sono tra le più riprodotte e quelle con il maggior numero di adattamenti, il suo stile e i neologismi che ha inventato per la lingua inglese sono continuo oggetto di studio così come i suoi personaggi che affascinano per la loro psicologia e la loro costruzione. Luoghi come Verona o Roma rimbombano dei monologhi e dei discorsi altisonanti come quello di Marco Aurelio sulle spoglie di Giulio Cesare. Per non parlare delle frasi attribuite al Bardo che, in modo più o meno consono, vengono citate e rimbalzano di bocca in bocca, di schermo in schermo. Forse non è un caso che il 23 Aprile, data della morte di Shakespeare, l’UNESCO abbia indetto la Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, anche nota come Giornata del libro e delle rose. Tale onore non poteva che spettare a lui: a questo scrittore che non riusciva a firmare due volte nello stesso modo i suoi scritti. Eppure la storia della letteratura è costellata di nomi che ci hanno regalato opere persino più notevoli di quelle lasciateci in eredità dal Bardo. Basti pensare alle tragedie greche, ai grandi poemi di Omero e di Virgilio o a quelli più recenti di Ariosto e Tasso. Si pensi alla Divina Commedia firmata da quello universalmente noto come il Sommo Poeta. O ancora guardiamo agli autori dell’ottocento la cui influenza è ancora molto forte nella nostra cultura e nel nostro immaginario. Victor Hugo, Baudlaire, Jane Austen, Louisa May Alcott,  i russi Tolstoj, Dostoevskij e via così fino ad arrivare ad autori contemporanei come Coelho, Rowling e King. Eppure, malgrado la fama che avvolge questi grandi della letteratura, nessuno sembra in grado di competere con Shakespeare e con la sua produzione poetica e teatrale. Perché? Le trame che Shakespeare ha portato sul palcoscenico non si possono propriamente definire un mero frutto della sua penna e del suo calamaio. Molte sono infatti le opere ispirati a fatti della storia romana, a leggende o a fatti della cronaca del tempo. La sfortunata storia d’amore di Romeo e Giulietta è solo l’ultima di una serie di sfortunati amanti inaugurata da Piramo e Tisbe e consolidata da personaggi come Abelardo ed Eloisa o Tristano ed Isotta. Tuttavia ciò non sembra inibire la fama di queste opere che di anno in anno consolidano la loro fama e godono di nuovi adattamenti e rappresentazioni sia nei grandi teatri, dove vengono portate in scena sulle note di Verdi, così come nei più modesti laboratori scolastici. Altrettanto entusiasmante è la vita dello scrittore che è stata portata sui grandi schermi dal film “Shakespeare in Love” del 1998 in cui viene raccontata la genesi del dramma degli amanti veronesi. Questa cornice, per quanto dettagliata, non ci consente ancora di capire quale sia il segreto di Shakespeare.

Analizzando le opere del Bardo ci troviamo davanti ad un vero e proprio esercito di personaggi, alcuni dei quali hanno addirittura ispirato all’epoca quelle che noi oggi chiameremmo fan fiction. Uomini, donne, maghi, streghe e spiriti che formano un caleidoscopio di volti, maschere, voci, emozioni e storie. Ogni scrittore, si sa, scrive del suo tempo e il tempo di William è sicuramente uno dei più agitati della storia. La scoperta dell’America è ancora fresca ed ora le potenze del Vecchio Mondo avanzano le loro pretese sulle terre aldilà dell’Atlantico. Il Rinascimento italiano è al suo climax, guerre scoppiano qua e là per l’Europa ridisegnando i confini dei regni e le città passano da una bandiera all’altra nel giro di pochi giorni. L’inquisizione comincia a far sentire la sua voce e cerca di mettere a tacere quella dell’eretico Lutero, a Venezia si comincia a dire “Sotto i dieci la tortura, sotto i tre la sepoltura.” per indicare cosa spettasse a chi finiva davanti a i tre giudici dell’inquisizione. Shakespeare nasce in un periodo storico in cui le fonte di ispirazioni non mancano di certo e in cui basta un naufragio al centro dell’oceano per immaginare un’isola sperduta governata da un mago buono e abitata da spiriti e selvaggi.

La vera fortuna di Shakespeare non è tuttavia il ricco contesto storico da cui attingere sempre nuove idee, quanto la sua capacità di creare personaggi reali pur disponendo solamente delle poche pagine di un copione teatrale. Gli uomini e le donne di William Shakespeare palpitano. Basta un gesto, una parola, una lacrima per stracciare la maschera dei re e delle regine e portare a nudo la loro vera essenza e scoprire che dietro quel volto di gesso e cuoio ve ne è uno di carne, anima, nervi tesi e sguardi attenti mentre la giostra del teatro intorno a lui ruota. La scena può cambiare, una corte può diventare un palazzo del governo e un’isola la cattedra di un professore ormai troppo stanco per continuare; ma i personaggi, no, gli uomini e le donne di Shakespeare continuano a parlare con voci che non parrebbero stonate se tra un salamelecco ed una riverenza parlassero anche di cellulari o social network.

Potere, odio, invidia, gelosia, amore, gioco, morte, vita, sfortuna, guerra, amicizia, tradimento.

Per Shakespeare non sono situazioni, nemmeno episodi, sono volti, sono storie in cui ognuna di queste parole può essere scritta con la lettera maiuscola con la stessa dignità che si dà ad un nome proprio.

No, Shakespeare non è un Prospero stanco che rassegnato spezza la propria bacchetta come chi non ha più trucchi né magie da mostrare al proprio pubblico o ai propri ammiratori. Non è nemmeno un Marco Antonio che si perde a piangere sulle spoglie di una vita spezzata, o al suo tramonto, e cerca di riscattarla. Shakespeare è un uomo d’onore e come uomo d’onore continua il suo monologo. La candela per lui è ancora accesa, anche ora che il vecchio Globe è andato distrutto. Per lui la fiamma non si consuma come è scritto nel sonetto 18:

“…Finché uomini respireranno o occhi potranno vedere. Queste parole vivranno, e daranno vita a te”

Ed è davvero così: uomini continuano a leggere le sue parole e a renderle vive! Il segreto di Shakespeare racchiuso in un piccolo verso in coda ad un sonetto come tanti altri. Il Potente, l’Odioso, l’Invidioso, il Geloso, l’Amante, il Giocoso, il Morto, il Vivo, lo Sfortunato, il Guerriero, l’Amico e il Traditore continuano a leggere le loro storie e a raccontarle nella speranza di rispondere alle proprie domande e trovare un senso alla vita: quella trama che nessun teatro e nessun poeta riuscirà mai a spiegare fino in fondo.

*Jo