Cose che succedono la notte

.: SINOSSI :.

Questo libro è fatto di buio e di neve. Di un treno nella notte, e di una coppia senza nome che scende in una stazione deserta del Grande Nord. Di un immenso, lussuoso albergo nel cuore di una foresta. Delle sue stanze chiuse, dei suoi infiniti corridoi, dell’isola di luce del suo bar. Dei suoi ambigui ospiti – una vecchia cantante che tutto ha visto, e un losco uomo d’affari con un suo crudele disegno. E ancora, di un sinistro orfanotrofio, e di un enigmatico guaritore. Non tutti gli scrittori avrebbero saputo trasformare questa materia in un avvincente, misterioso romanzo. Ma Peter Cameron, questo nel tempo lo abbiamo imparato, è uno scrittore a parte.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Cose che succedono la notte è un romanzo difficile da giudicare perché è anche difficile da leggere e da capire.
E’ un sogno ad occhi aperti. Il lettore è catapultato nell’opaca, davvero non trovo un aggettivo migliore, vita di un uomo e di una donna che rimangono volutamente anonimi e si muovono in una ambientazione lasciata completamente all’immaginazione. Non si tratta di pigrizia ma di un efficace espediente che contribuisce al complessivo senso di estraniamento.
E’ davvero un libro “fatto di buio e di neve” come promette la quarta di copertina: tutte le scene sono caratterizzate da una tetra malinconia. In un certo senso sembra di essere spettatori di un film muto in bianco e nero dove tutto prende vita solo quando uno dei protagonisti mette piede della stanza.
Il treno che accompagna i due protagonisti fino alla remota località dove hanno prenotato un albergo sembra trasportarli dalla nostra realtà ad una completamente diversa, un po’ come l’auto che in Midnight in Paris porta il protagonista negli anni venti. Solo che, in questo caso, nessuno dei due trova dall’altra parte un sogno: ad aspettarli c’è la tetra realtà di quello che entrambi hanno ignorato per troppi anni. Allo stesso modo, quando il treno esce dalla bolla di irrealtà in cui li ha catapultati, anche la narrazione riprende colore e vigore, come se qualcuno avesse colorato la pellicola.
Come dicevo all’inizio della recensione, è difficile spiegare bene tutto quello che questo romanzo mi ha lasciato perché credo sia uno di quei rari libri che regalano a ciascun lettore un’esperienza diversa.
Come lettrice mi sono sentita profondamente a disagio: avevo la sensazione di stringere tra le dita l’anima di due persone e di spiarle nei loro momenti più intimi e vulnerabili. E’ un romanzo che mi ha fatto profondamente arrabbiare, non perché fosse brutto o perché non sia riuscito, al contrario: mi sono adirata perché era la perfetta rappresentazione di un fallimento.
Le vite dell’uomo e della donna suonano come una lunga bugia e la loro reciproca ritrosia nell’affrontare i problemi dà loro il colpo di grazia. E’ irritante come entrambi i personaggi siano profondamente egoisti e nascondano dietro questo individualismo tutte le proprie colpe.
La fine della lettura lascia sensazioni contrastanti: se da una parte ci si rende conto che quello è il solo finale davvero plausibile, dall’altra mi sono sentita insoddisfatta come se qualcosa mancasse. Però, credo che il profondo senso di mancanza che si sente a fine lettura sia esattamente quello che Cameron voleva trasmettere. Dunque, complimenti, non era semplice.
Lo stile è semplicissimo, scarno e crudo. Cameron ha scelto di togliere le virgolette ai dialoghi rendendo la narrazione ancora più straniante. I personaggi sono pochi e, pur essendo a mala pena abbozzati, hanno una loro strana profondità che attira il lettore. Le pagine volano e improvvisamente ci si trova alla fine del libro anche se lo si è appena iniziato. Non è un romanzo in cui si ha un buono e un cattivo, perché sensazioni positive e negative sono efficacemente mescolate per dare al lettore qualcosa che sia profondamente vero e infinitamente malinconico.

Il voto che mi sento di dare è 8/10, con un po’ di onestà devo ammettere di non essere certa di averlo capito appieno. Come ho già detto, si tratta di un libro con molteplici livelli di lettura che lascia ad ogni lettore qualche cosa di diverso.
Non è stata una brutta lettura, ma è stata malinconica e a tratti quasi deprimente. Il libro racconta esattamente quello che il titolo promette: parla di tutte quelle cose che succedono la notte. Lo consiglio a chi ha voglia di tuffarsi in un romanzo intimista e scuro, a chi non ha paura di soffrire ritrovando se stesso nell’abile penna di Cameron.

*Volpe

Il Mago

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IL MAGO

Autore: Ursula Le Guin
Casa editrice: Mondadori
Anno: 1968

.: SINOSSI :.

Nel mondo incantato di Terramare, fatto di arcipelaghi e di acque sconfinate, un ragazzo si mette in viaggio verso l’isola di Roke e la sua Scuola di maghi, dove apprenderà le parole per sconfiggere creature favolose, guarire i malati, governare gli elementi, piegare gli uomini e la natura al proprio volere. “Sparviere” è il soprannome con cui lo conoscono al villaggio, Ged il nome segreto da rivelare solo agli amici fidati. E di amici Ged ne avrà certo bisogno, per superare indenne il lungo, avventuroso apprendistato che lo condurrà all’estremo limite del mondo, ai margini dell’Oceano Aperto, dove dovrà misurarsi con l’Ombra e con la parte più oscura della propria anima. Solo quando Ged sarà diventato un potente mago, Signore del Draghi, potrà affrontare le forze dell’oscurità che minacciano di sopraffare Terramare e riportare la magia in una terra che ne ha disperato bisogno.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Se vi è piaciuto Harry Potter, rimarrete sicuramente affascinati anche dal primo romanzo della saga di Terramare di Ursula Le Guin
La parte fondamentale del romanzo è, a mio avviso, il carattere del giovane protagonista: Ged ha tutto meno che la stoffa dell’eroe. Arrogante, geloso, orgoglioso e  pieno di sé, mostra al pubblico tutto quello che non ci si aspetta da lui, almeno fino a quando non corre verso la propria rovina evocando un’Ombra senza nome.
Sottolineo il fatto che l’Ombra sia priva di nome poiché, nell’universo creato dalla Le Guin, la magia funziona solo quando il mago è in grado di nominare il Vero Nome della cosa che desidera controllare: la ricerca del nome dell’Ombra è dunque una parte cruciale del viaggio che Ged dovrà affrontare.
Naturalmente, come in ogni buon fantasy, il viaggio di Ged non si consuma solo nella realtà ma soprattutto nella sua anima: per liberarsi dalle proprie paure, dalle proprie ansie ed essere libero, Ged dovrà scoprire il suo vero io e soprattutto accettarlo
Il romanzo ha un buon fondo pedagogico che lo rende più che adatto anche a lettori piuttosto giovani: si parla di equilibrio tra bene e male, sia nel mondo sia nel proprio io; viene spiegato che abitare nel mondo significa rispettarlo e rispettarsi a vicenda; di come la magia, o qualsiasi altro potere, vada usato con cautela perché ad ogni causa corrisponde un effetto. Si parla anche di amicizia e di crescita.
Si parla di scegliere il bene in modo consapevole e solo dopo aver accettato la presenza del male dentro di sé.
Lo stile è piuttosto semplice, a tratti la trama risulta un po’ noiosa: terminata la fuga di Ged dall’Ombra il ragazzo decide di affrontarla di petto e comincia dunque ad inseguirla, questo porta il protagonista a viaggiare in lungo e in largo e in certi momenti si perde il senso di quella disperata rincorsa.

Complessivamente, darei al romanzo un 8/10. Pur non avendomi stupita esageratamente, il libro è obiettivamente interessante e tratta tematiche molto importanti.
Lo consiglierei soprattutto a lettori giovani, dai tredici anni in su circa. Può essere in ogni caso apprezzato più o meno a tutte le età.

*Volpe

Il cammino dell’arco

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IL CAMMINO DELL’ARCO

Autore: Paulo Coelho
Anno: 2005
Casa editrice: La nave di Teseo

.: SINOSSI :.

Tetsuya è il miglior arciere del paese, ma si è ritirato a vivere come un umile falegname in una valle remota. Un giorno, un altro arciere venuto da lontano lo rintraccia e si presenta a lui per confrontarsi col migliore di tutti. Tetsuya raccoglie la sfida, in cui dimostra allo straniero che non basta l’abilità tecnica per avere successo, con l’arco e nella vita. Un giovane del villaggio ha assistito al confronto, e implora Tetsuya di insegnargli il cammino dell’arco di cui ha tanto sentito parlare. Il maestro cede all’entusiasmo del giovane e decide di rivelargli i suoi segreti, che non faranno di lui soltanto un bravo arciere, ma soprattutto un grande uomo. Il ragazzo, attraverso una serie di consigli ed esempi, impara così a scegliere con cura gli alleati, a concentrarsi sul giusto obiettivo, a lavorare su di sé con costanza per migliorarsi, trovando la serenità anche nei momenti burrascosi. Vent’anni dopo il successo mondiale del Manuale del guerriero della luce, Paulo Coelho regala ai suoi lettori una nuova intensa storia di formazione.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con una serie di aforismi, più o meno lunghi, Coelho ci accompagna, tramite le parole del saggio Tetsuya, in un viaggio che durerà tutta la nostra vita.
Il cammino dell’arco non è altro che una metafora, forse un po’ prevedibile, della vita e delle sue difficoltà.
Mi aspettavo esattamente quello che ho trovato quindi, in realtà, devo dirmi piuttosto soddisfatta: le parole di Coelho sono belle, scelte con cura e le metafore reggono facendo nascere una lettura a due livelli interpretativi che è comunque degna di rispetto. Personalmente, non sono un’amante sfegatata di questo stile breve e cadenzato. Lo trovo più adatto ad un libro di poesie che ad un libro che vuole mostrarsi come un romanzo che racconta una storia.
Sicuramente, gli insegnamenti di Tetsuya possono essere utili a chiunque in un momento di difficoltà: è sempre bene ricordarsi che la vita è un viaggio e ogni avversità è solo passeggera. In fin dei conti, ha aiutato anche me.

Mi sento di dare al libro un 8/10, come ho detto sopra, immaginavo di trovarmi davanti qualcosa scritto questo stile e ha pienamente soddisfatto le mie aspettative, la sola cosa che non ho apprezzato è stato il tentativo di dare una storia a qualcosa che di per sé reggeva senza bisogno di aiuto.
Lo consiglio a chi vuole leggere qualcosa di leggero e veloce e a chi sta cercando risposte e soluzioni a momenti dolori della propria vita.

*Volpe

Coraggio!

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CORAGGIO!

Autore: Gabriele Romagnoli
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno: 2016

.:SINOSSI:.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera. Romagnoli ci accompagna in questa strada dandoci del tu, ci vuole a fianco, perché tutti si possa riconoscere l’umiltà e la bellezza di un coraggio che fa della vita una vita giusta. Dopo Solo bagaglio a mano, un altro necessario esercizio di filosofia dell’esistenza.

Il coraggio ha questo potere perché non è un’idea, ma un atto. Supera la prova dei fatti. Si mostra. Viene a dirti: ecco, ci sono uomini che non si fermano, non si adeguano, sono tuoi simili. Se vuoi, puoi essere come loro.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Questo libro è stato davvero di grande ispirazione per me. Romagnoli è un giornalista ma in questo brevissimo libro si rende autore di grande talento.
Non ha alcuna difficoltà a creare una buona trama, che ha inizio da un episodio personale, e a svilupparla tramite racconti di diversi episodi.
E’ molto bravo a creare descrizioni efficaci e capaci di stimolare l’immaginazione del lettore: a volte, durante la lettura, si ha la sensazione di essere stati presenti ad un determinato evento.
Il leitmotif di questo libro non è difficile da individuare: il titolo lo esprime  gran voce accompagnandolo ad un punto esclamativo.
Coraggio!
Una parola semplice che tutti noi usiamo quotidianamente e il cui significato dalle mille sfaccettature è analizzato per filo e per segno da questo capace giornalista. Si comincia analizzando proprio le notizie recenti riportate dal giornale: notizie che parlano di morte, sciagura e, soprattutto, di paura. Sembrano tralasciare quasi volutamente gli aspetti positivi, i piccoli esempi di coraggio che accompagnano sempre una disgrazia.
Romagnoli ci fa una carrellata di esempi di coraggio quotidiano presentandoci eroi di cui probabilmente non abbiamo mai neanche sentito parlare: ci racconta le loro vicende e ci mostra come, fino ad un secondo prima di compiere il gesto coraggioso, fossero esattamente come noi.
Il senso del romanzo? Darci speranza, credo. Farci vedere che siamo noi i primi a poter cambiare le cose, che non serve essere speciali per fare qualcosa di grande o di buono.

Io a questo brevissimo romanzo do un voto di 9/10. Mi è parso che il finale, naturalmente incentrato sulla vicenda personale dell’autore, fosse troppo affrettato. Immagino la causa sia la privacy, ma ammetto che avrei voluto conoscere di più.
E’ un libro semi-filosofico, lo consiglio a chi ama scavare nell’animo umano.

*Volpe

L’ultima riga delle favole

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L’ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE

Autore: Massimo Gramellini
Casa Editrice: Tea Edizioni
Anno: 2010

.: SINOSSI :.

Tomàs è una persona come tante. E, come tante, crede poco in se stesso, subisce la vita ed è convinto di non possedere gli strumenti per cambiarla. Ma una sera si ritrova proiettato in un luogo sconosciuto che riaccende in lui quella scintilla di curiosità che langue in ogni essere umano. Incomincia così un viaggio simbolico che, attraverso una serie di incontri e di prove avventurose, lo condurrà alla scoperta del proprio talento e alla realizzazione dell’amore: prima dentro di sé e poi con gli altri. Con questa favola moderna che offre un messaggio e un massaggio di speranza, Massimo Gramellini si propone di rispondere alle domande che ci ossessionano fin dall’infanzia. Quale sia il senso del dolore. Se esista, e chi sia davvero, l’anima gemella. E in che modo la nostra vita di ogni giorno sia trasformabile dai sogni.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con una certa maestria, Gramellini è riuscito a mettere in un romanzo tutto ciò che serve per renderlo interessante e, com la stessa bravura, è riuscito, a mi avviso, a non sfruttarlo.
La vicenda è chiaramente un’allegoria: Tomàs, protagonista un po’ piatto, deve affrontare un viaggio interiore fino al raggiungere la consapevolezza di sé, di cosa vuole essere e di cosa è per lui l’amore.
Il problema, secondo me, è stato dare a questa allegoria troppa forma e troppa materialità con il solo risultato di far somigliare il romanzo ad un fantasy. Questa scelta ha ottenuto il solo risultato di confondermi.
Lo stile è semplice, sicuramente adatto ad una simpatica lettura estiva: nessuna descrizione lunga e i dialoghi restano sempre sul semplice spesso presentandosi in forma di filastrocca, cosa che alla lunga ha cominciato ad irritarmi un po’.
Ho trovato i personaggi un po’ irrealistici. E’ vero: mentre Tomàs affronta il suo viaggio, incontra anche personaggi completamente inventati, ma ci sono altri personaggi che dovrebbero essere persone vere che sono molto piatti, poco analizzati.
Io mi sento di dare 7/10 a questo romanzo.
Probabilmente, questo non è la lettura adatta a me in questo particolare momento della vita e non dubito che qualcuno potrebbe trovarlo un ottimo libro: la stoffa la ha, per me semplicemente non è stata sfruttata a dovere. La lettura è stata complessivamente piacevole e alcuni capitoli mi hanno colpita particolarmente lasciandomi qualche bella citazione nel cuore.

*Volpe

Il bacio più breve della storia

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IL BACIO PIU’ BREVE DELLA STORIA

Autore: Mathias Malzieu
Anno: 2015
Editore: Feltrinelli

.: SINOSSI :.

Parigi, una sera al Théâtre du Renard, l’orchestra suona It’s Now or Never. Una ragazza misteriosa e sfuggevole si aggira, lui la nota, cerca in ogni modo di avvicinarla e, quando ormai tutto sembra impossibile, si trovano faccia a faccia e si baciano. Un bacio minuscolo, il più breve mai registrato, e lei scompare. Invisibile, si allontana. Un mistero anche per un inventore come lui che, seppur di indole tendenzialmente depressa, è determinato a rivedere l’eterea e vulnerabile creatura che lo ha ammaliato. Inizia così una ricerca serrata in cui sarà affiancato da due bizzarri personaggi: un detective in pensione, che ha tutto l’aspetto di un orso polare, e il suo stravagante pappagallo. Le invenzioni si susseguono e qualcosa di molto goloso e originale aiuterà il protagonista nel suo scopo. Ormai è chiaro, fra i due è scoccata una scintilla, si è prodotto un cortocircuito. Ma in amore gli artifici non bastano, servono coraggio e temerarietà, doti che entrambi dovranno conquistare se vorranno trovarsi e abbandonarsi l’uno all’altra.
Riusciranno i due a superare ostacoli e paure e a vivere il loro amore?

“I tuoi occhi sono troppo grandi, quando ridi, dentro ci si vede il cuore.”

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Sono ritornata tra le pagine di Malzieu dopo quattro anni di “separazione letteraria”.
La meccanica del cuore, libro con cui mi sono accostata all’autore, ha fatto conoscere lo scrittore francese ai lettori italiani, consacrandolo come best seller e regalandogli un biglietto di solo andata per la notorietà. Ci è voluto un po’ di tempo per osare prendere di nuovo in mano gli scritti di questo artista d’oltralpe, gli anni necessari ad esorcizzare la paura di misurarmi con un testo mal scritto, banale e insipido come quelli che, purtroppo, seguono i capolavori che ci fanno innamorare del/la tal/e scrittore/trice.
Con Il bacio più breve della storia i miei timori sono stati definitivamente scongiurati, spazzati via da una scrittura che ho trovato più matura e coraggiosa, azzardata e giocosa: un vero piacere per gli occhi che, purtroppo, può essere goduto appieno solamente da chi ha la possibilità di leggere il romanzo in lingua originale (Le Plus Petit Baiser Jamais Recensé è il titolo francese dell’opera).
Malzieu è un compositore e la sua indole creativa non lo abbandona nel momento in cui passa dalle note alle lettere, dalla melodia alla frase. Gioca con le parole, accosta termini legati da assonanze e crea neologismi laddove la sua lingua non gli fornisce il termine adatto.
Il libro parla di amore, parla di perdita, di paura e di sesso e lo fa con la delicatezza e spenzieratezza di un poeta innamorato, sconfitto ma non rassegnato davanti all’ennesima delusione. In poco più di cento pagine, l’autore ci presenta personaggi traditi dal cuore, invisibili e ancora innamorati decisi a rischiare il tutto per tutto per guadagnarsi il loro “per sempre felici e contenti” privato. I capitoli sono un susseguirsi di situazioni surreali che hanno per protagonisti agguerriti scoiattoli da combattimento e baci sintetizzati e concentrati in bonbon di cioccolato e vitamina C.
Le ultime pagine, poi, sono un breviario: una raccolta delle poesie e dei pensieri abbandonati dal protagonista qua e là insieme ai suoi amorcerotti per cuori infranti.

Il mio giudizio finale è 9/10: come ho già detto non sono rimasta delusa, ma rispetto al  La meccanica del cuore ho trovato quest’opera leggermente calante.
Malzieu è dotato di un’innata capacità di sintesi e riesce a “sintetizzare” trame, dialoghi e situazioni in libretti da un centinaio di pagine l’uno, creando ogni volta un bel concentrato dove ogni elemento si incastra a perfezione in frasi scorrevoli e piacevoli.
Il libro non delude: diverte, commuove, fa riflettere, sospirare e fa venire voglia di baciare la persona amata.
Il mio unico rimpianto e non conoscere il francese per poterlo leggere in lingua originale, ma devo ammettere che questa mancanza viene colmata dall’abilità della traduttrice, che ha saputo rendere al meglio le composizioni dell’autore senza alterarne il significato.

*Jo

Brividi tra le righe – I vincitori

La prima edizione di “Brividi tra le righe” si è ufficialmente conclusa. Un’edizione turbolenta che, purtroppo, ha visto anche alcuni scrittori ritirarsi ormai prossimi al traguardo.
Atmosfere cupe, incubi che diventano realtà, leggende e racconti in cui il grottesco e il macabro si mescolano hanno caratterizzato le opere in gara che, a modo loro, si sono tutte distinte per lo stile, l’originalità e la correttezza del testo.
Il primo posto è stato conquistato dal racconto di Sher Jones “L’uomo nero”: la storia dietro allo spauracchio dell’uomo nero, un penny dreadful che non vi consigliamo di leggere prima di andare a dormire.
Al secondo posto “Ti voglio bene” di Carlo Omodeo Zorini: una storia grottesca che sarebbe stata sicuramente apprezzata dagli ideatori dei penny dreadful e dai loro scanzonati lettori.
Al terzo posto troviamo Ida Daneri e “Urla nella notte”: i pensieri e i tormenti di un’anima maledetta e innamorata, disperata e assassina che alla notte e alla terra affida il suo dolore e ciò che resta della sua ultima vittima.
Le storie “Sai che hai degli occhi bellissimi?” e “La casa torre” sono state squalificate per mancata votazione da parte degli autori.
Mentre le storie di Devyani Berardi, “La gondola”, e Annrose Jones, “Il ventaglio”, sono state ritirate su richiesta delle autrici.
Tutti i componimenti restano, tuttavia, a disposizione dei lettori su questo sito e sulla pagina Facebook: Arcadia, lo scaffale sulla Laguna.
Lo staff di Arcadia si congratula con il vincitore e con tutti gli scrittori che hanno partecipato con le loro storie!

*Lo staff

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L’uomo nero

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Se continui così sarò costretta a chiamare l’uomo nero! – Una minaccia, un gioco. Parole dette al solo scopo di mettere paura in un bambino capriccioso.
– E chiamalo! – Una risposta innocente dettata dalla voglia di disobbedire, dalla voglia di giocare.
– Va bene! Che venga a prenderti stanotte!
Le parole fatali, perché l’uomo nero, acquattato tra le ombre che la luce naturalmente produce, sentì.
Era notte fonda quando lui e i suoi amici dagli occhi bianchi e luminosi arrivarono.
Entrarono tutti dalla finestra chiusa, strisciando come ombre nella notte.
La resero ancora più scura con la loro fredda presenza e la promessa di morte.
Erano incorporei, eppure solidi con i loro macabri e lunghi artigli che gremiscono tutto ciò che è circondato dal buio.
Ero ancora sveglia quando entrarono, per tutto la sera mi ero detta che li volevo vedere, ma me ne pentii all’istante quanto la luce da notte proiettò le loro figure longilinee e cupe sulla parete della stanza.
Sembravano camminare, ma i loro passi non facevano alcun rumore sembravano parlare, ma le loro voci erano senza suono.
Mi videro e i loro sorrisi bianchi illuminarono la notte rivelando denti aguzzi. Si avvicinarono a me e mi si fermò il cuore, avrei voluto urlare ma ero paralizzata a letto. Qualcuno, più tardi, mi avrebbe detto che ero solo stata vittima di una paralisi del sonno come tante altre persone.
Che sciocchi.
Mi graffiarono il volto, ero certa volessero mangiarmi la faccia, glielo leggevo addosso, sapevo che volevano partire dagli occhi.
Immagino sia stato per questo che andarono avanti a strisciare verso il letto di mio fratello lasciandomi in pace.
Del resto li avevo chiamati io.
Chiusero di nuovo le loro macabre bocche intrise di sangue fino a quando non giunsero al letto del mio fratellino.
Lì, aprirono tutti insieme gli occhi e sembrarono farsi solidi, non più ombre riflesse sulla parete ma vere nere figure, solide all’ombra della notte, costruite di quella stessa oscurità.
– Svegliati, bimbo mio… – sussurrò l’uomo nero con la voce della mamma.
– E’ ora di alzarsi. – Aggiunse un altro con quella di papà mentre con i suoi lunghi artigli gli dava carezze come facevano i nostri genitori: sulla testa, tra i capelli, sulle guance e sul naso appuntito.
Mio fratello borbottò desideroso di dormire ancora afferrando la mano dell’ombra e stringendola, portandosela alle labbra e succhiandone il dito come se fosse suo.
– Dai, non fare così. – Disse impaziente la voce di mamma mentre lo scrollava con dolcezza. – Ti faccio la colazione buona: ti faccio i pancake.
La promessa servì: ancora non aveva finito di pronunciare quelle parole che mio fratello aprì gli occhi e incontrò quelli bianchi e vuoti dell’ombra.
La sua bocca si spalancò in un urlo muto mentre la voce gli veniva risucchiata dall’uomo nero che la mangiava boccone per boccone, sillaba per sillaba quel pianto svuotandolo di ogni vita fino a rendere mio fratello un’ombra dagli occhi bianchi e vuoti.
Un’ombra che mi guardò.
Mi persi in quegli occhi, in quegli artigli che mi strinsero e mi strapparono tutti i capelli con la cattiveria che solo il buio può avere.
Gridai anche io e il mio urlo lacerò la notte facendo fuggire gli uomini neri e mio fratello.
Mamma e papà non lo trovarono nel letto la mattina dopo.
Mia madre urlò vedendo i miei lunghi capelli neri strappati e su tutto il pavimento, il mio volto cosparso da tagli di unghie ma nessun animale nei paraggi.
Da quel giorno rivedo mio fratello ogni volta che cala il sole: il tramonto è terribile perché da dietro il vetro della finestra spuntano i suoi occhi bianchi.
La sua voce è un canto tremendo, sussurra minacce di morte e parole di odio.
Non riesco più a dormire perché quando spengo la luce lui è lì sulla sedia, sulla scrivania o appollaiato sul comodino e mi fissa con il suo ghigno di morte.
Non riesco più a chiudere gli occhi, a starnutire, tossire o semplicemente lavarmi la faccia.
Lui è sempre lì.
Non bisogna mai giocare con i demoni.

***

Tutto il giorno.
Tutto il giorno a sorbirmi le bugie e le moine di quella ragazzina.
I genitori sostengono sia sana di mente, ma chi mai darebbe la colpa di una sparizione all’uomo nero? Che si aspettava che noi ci credessimo?
Arrivato a casa sento il buon profumo di pollo al curry cucinato da mia moglie.
Nessuno lo fa meglio di lei.
– Ciao tesoro! – Le grido dal corridoio.
Sento che risponde, immagino che sia il solito “Buonasera amore!”.
Ancora me lo chiedo: chi mai poteva credere a quella bambina e al suo uomo nero?
Mi sto togliendo gli scarponi e la giacca della divisa che ho dimenticato di togliermi al distretto di polizia, quando mio figlio si mette a correre per andare a tavola e urta giocoso sua madre che si gira con il mestolo alzato ridendo e facendo finta di volerlo colpire.
Io tossisco e lo guardo dritto negli occhi.
Sorrido prima di parlare schernendo la bambina e le sue stupide paure.
Non esiste nessun uomo nero.
– Attento eh! – Comincio scherzando. – Se lo fai di nuovo chiamo l’uomo nero!

Alzo gli occhi e il mio sorriso svanisce. Dietro mio figlio, nascosto all’ombra della tenda, con denti aguzzi come lame e occhi vuoti, c’è il bambino morto questa notte.