Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

Stelle, eroi, animali e vecchie conoscenze: l’etimologia dei nomi e dei cognomi della saga di Harry Potter (parte 1)

Un nome, si sa, non è mai solo un nome: nessuno, a meno che non abbia una spiccata vena ironica, chiamerebbe mai un prode cavaliere “Cippi” né userebbe un nome dolce e musicale come “Mussolina” (se non sapete cosa sia la mussolina vi lascio questo link) per un feroce drago.
Omen Nomen, dicevano gli antichi: nel nostro nome è contenuto il nostro destino e, per questo motivo, “battezzare” i personaggi del proprio romanzo non è mai un compito facile e, nonostante le fonti di ispirazione non manchino, non sempre trovare il nome perfetto è così facile.
Nella saga di J.K. Rowling troviamo un’infinità di personaggi e se per qualcuno indovinarne l’etimologia è abbastanza facile, per altri invece bisogna investigare un po’ per scoprirne non solo il significato ma anche lati del carattere non particolarmente tratteggiati nei romanzi.

HARRY POTTER“non ci sarà bambino nel nostro mondo che non conoscerà il suo nome” diceva Minerva Mc Grannit nelle prime pagine di Harry Potter e la pietra filosofale e, in effetti, per un’intera generazione il nome Harry fa subito pensare al piccolo mago occhialuto. Il nome Harry deriva dal germanico Heimirich e si compone di due parti heim “casa/patria” and ric “guida”; nel corso dei secoli il nome è andato in contro ad una serie di varianti e se in Germania e in Italia il nome sopravvive in una forma abbastanza fedele all’originale, Heinrich ed Enrico, nei paesi anglosassoni e francofoni troviamo le varianti che più si avvicinano al nome del maghetto: Henri (Francia), Henry e Harry.
E il cognome? L’etimologia di Potter non è certa e, sebbene i più concordino sulla traduzione di “ceramica” o “inerente alla ceramica”; la stessa autrice ha spiegato di aver preso in prestito il cognome da uno dei suoi amici.

RONALD WEASLEY – Forse il secondo personaggio più famoso della saga: Ron, insieme alla sua numerosa famiglia, è la spalla di Harry Potter e lo accompagna ovunque gettando più di una volta il cuore oltre l’ostacolo per aiutare i propri amici.
Anche l’origine del nome Ronald (abbreviato Ron) è germanica, Ragnvaldr, e si compone di due parti regin “consiglio” and valdr “potente/valido”. Diffuso sopratutto nei paesi anglossassoni nelle varianti Ronald e Reynold, in Italia è presente come Rinaldo.
Il cognome Weasley, invece, è un chiaro riferimento alla donnola animale a cui, secondo la tradizione, è attribuita la capacità di guardare oltre alle apparenze smascherando così le falsità.

HERMIONE GRANGER – La streghetta più brillante della saga può vantare un nome tutt’altro che banale e ricco di storia. Nonostante Hermione de Un racconto d’Inverno di William Shakespeare, abbia privato la strega dell’esclusiva nel pantheon della letteratura inglese; le origini del nome sono ancora più antiche e risalgono alla mitologia classica.
Hermione, infatti, non è solo la figlia di Elena e Menelao, ma è anche la versione femminile di Hermes: il celebre messaggero degli dei e protettore di viaggiatori, scrittori, ladri (ricordiamo tutti la piccola incursione tra le scorte di Piton), oratori, atleti e mercanti.
Tuttavia, è analizzando il cognome del personaggio che emergono i dettagli più interessanti. Il cognome Granger è stato preso in prestito dal romanzo Fahrenheit 451 di Bradbury: l’autore statunitense affidò al suo Granger, un intellettuale ribelle, la guida di uno dei gruppi di dissidenti impegnati a salvare i libri.

ALBUS DUMBLEDORE – Amato ed odiato, Albus Silente (Dubledore nella versione originale) ha lasciato un segno nei nostri cuori e, almeno una volta, tutti noi lo avremmo voluto come preside… almeno prima di leggere il settimo romanzo.
La traduzione italiana è quanto mai lontana da quella inglese. Pur non essendoci una reale corrispondenza tra il cognome Dumbledore e una qualsiasi parola inglese, è possibile notare una certa assonanza con il termine Bumblebee: calabrone. Più di una volta, infatti, Albus Silente viene descritto mentre passeggia nervosamente su e giù borbottando tra sé e sé producendo un rumore simile a quello di un calabrone (o di un bombo) in volo: un personaggio tutt’altro che silente come invece lascia pensare la traduzione nostrana.

GILDEROY LOCKHART – Come dimenticare il pomposo e vanitoso professore di difesa contro le arti oscure? Gilderoy Lockhart (Allock) compare nel secondo capitolo della saga e, suo malgrado, si ritrova catapultato al centro dell’azione e sulla soglia della Camera dei Segreti.
Se in italiano la traduzione si è maggiormente concentrata sul cognome (da Lockhart ad Allock) giocando su una divertente assonanza tra il nome e la sua somiglianza con il termine allocco (considerato il meno brillante dei rapaci); la versione inglese pone l’accento sulla sua natura truffaldina ed opportunista.
Lockhart è composto da due parole lock “chiuso” e hart>heart “cuore”: un cuore chiuso tipico di una persona egocentica affatto interessata ad aiutare il prossimo.
Ancor meno lusinghiero, però, è il nome che deriva dal verbo inglese to gild “dorare”(un’azione ben diversa da to plate “placcare”) che allude a qualcosa di bello solo esteriormente.

ARGUS FILCH – Argus Filch, Gazza nella versione italiana, ha decisamente rivoluzionato l’idea del bidello trasformandolo da, amico di tutti gli scolari, a custode implacabile dei corridoi.
Il nome Argus è la versione latinizzata di Argo: un nome molto diffuso nella mitologia greca. Argo è, infatti, il nome della nave utilizzata da Giasone e dagli Argonauti per recuperare il vello doro, e anche il cane di Ulisse, l’unico membro della corte a riconoscere il padrone sotto mentite spoglie, porta questo nome.
Pur avendo tratti in comune con il fedele amico a quattro zampe del condottiero greco (la lealtà al proprio lavoro e la sua vocazione di custode del castello di Hogwarts), Argus Filch deve il suo nome ad Argo Panoptes: un gitante che, secondo il mito greco, era dotato di cento occhi il che lo rendeva, oltre che difficile da ingannare, sempre vigile e pronto ad intervenire.
Anche il cognome Filch, Gazza in italiano, non è stato scelto a caso: entrambe le traduzioni pongono l’accento sulla leggera cleptomania del personaggio che è solito requisire e rubacchiare tutti gli oggetti lasciati incostoditi o che non dovrebbero trovarsi ad Hogwarts. In inglese il verbo to filch significa appunto “rubacchiare” (per l’esattezza “rubacchiare e nascondere”) ed è usato per descrivere, tra le altre cose, l’attitudine delle gazze a ladrare oggetti brillanti per portarli nel proprio nido.

*Jo

In musica suonano meglio

IN MUSICA SUONANO MEGLIO

Autore: Paolo Colombo
Casa editrice: Abeditore
Anno: 2016

.: SINOSSI :.

Esistono numerosi vocaboli che posseggono significati diversi nell’accezione musicale e nel lessico quotidiano. Chissà per quale disegno del destino, spesso questi termini risultano positivi nel contesto musicale, ma negativi altrove. Parole come rubato, ictus, capriccio, distorsione, frottola, ritardo, imbroglio, indubbiamente detengono un nobile significato in musica, mentre nel discorso quotidiano rimandano a nefandezze di ogni genere. Da qui lo spunto per un divertente ricamo, spesso paradossale, qua e là irriverente, creato con la sovrapposizione delle diverse accezioni. Una lettura leggera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Attirata dalla sinossi, dalla splendida copertina e speranzosa di riuscire a farmi una, seppur modesta, cultura musicale, ho acquistato questo breve volumetto con aspettative altissime.

Purtroppo, come spesso succede quando si ripone troppa fiducia in qualcosa di totalmente sconosciuto, sono rimasta insoddisfatta.
Il libro si propone di analizzare alcuni termini che in musica hanno un significato positivo mentre nel linguaggio comune hanno, o per meglio dire dovrebbero avere, un senso negativo. Ecco, il problema principale è che l’autore non fa quello che si è prefissato come obiettivo
Pur trattandosi effettivamente di un piccolo dizionario di termini musicali, le differenze tra il linguaggio della musica e il linguaggio quotidiano sono quasi del tutto assenti oppure i nessi tra i due usi sono facilmente intuibili anche a chi, come me, è assolutamente ignorante in materia musicale.

Ogni vocabolo è accompagnato da una “spiegazione” dell’autore che non è altro che un commento dai toni forzatamente divertenti che crea doppi sensi infantili (vi lascio intuire quali interessanti cose avesse da dire sul termine “sega” o “bocchino”) o attacchi più o meno randomici alla politica italiana.
Il risultato è che sembra di avere tra le mani un libro scritto da un adulto che prova a fingersi un ragazzino e che, nel tentativo di scatenare una risata, risulta solo un molto triste.

Onestamente non sarei in grado di dare più di un 5/10 a questo volume. Salvo in toto la parte strettamente informativa, che poi è un mero copia-incolla dal dizionario, e metto invece alla gogna i commenti che ho trovato inappropriati e spesso assolutamente ridicoli. Avrei di gran lunga preferito che le riflessioni dell’autore fossero una spiegazione, magari ricca di aneddoti, del come quella determinata parola si sia conquistata un posto nel linguaggio musicale: insomma, avrei dato più valore alla qualità dei commenti rispetto che alla quantità dei vocaboli.
Una nota di merito va all’editore che ha saputo dare una veste meravigliosa al libro: come sempre la stampa è ottima e il volume è di una certa qualità, almeno dal punto di vista fisico. Io sono una grandissima fan di Abeditore, che ha un catalogo che giudico davvero ottimo, ma con questo libro hanno davvero toppato.

*Volpe

Instabook: la app che non sbaglia una citazione.

timthumb

Quante volte vi è capitato di citare un libro senza riuscire a ricordarne il titolo o l’autore? Quante volte vi è capitato di citare un romanzo sbagliandone il titolo o di farlo nel modo sbagliato?
Instabook, l’applicazione sviluppata da ARAndroid, nasce proprio per risolvere questi ed altri problemi comuni per i lettori più smemorati o che, dopo aver divorato pagine e pagine, fanno fatica a ricordare in quale libro hanno letto una determinata citazione.

Come funziona? L’idea da cui si sviluppa questa app è la stessa di Shazam: risalire al titolo di una canzone e al suo autore attraverso alcune note o parole del testo.
Partendo da questo principio, gli sviluppatori hanno pensato ad un’applicazione che, come in un memory letterario, abbinasse ogni citazione al suo romanzo ed ogni romanzo al suo autore.
Una volta inserita la citazione (a cui si può aggiungere l’autore, o presunto tale, per rendere la ricerca più rapida ed accurata), Instabook stila una lista dei libri in cui è presente la citazione o, nel caso la frase non sia stata menzionata correttamente, pertinenti con la nostra ricerca.
Cliccando sui titoli che vengono proposti, si accede ad una scheda libro in cui vengono elencati il titolo del libro, il suo autore, una breve descrizione e le valutazioni date dai lettori. Inoltre è possibile condividere sui social il frutto della propria ricerca, nonché acquistare il volume dallo store di Google.
La versione base dell’app è gratuita, tuttavia acquistandola si attivano funzioni extra quali il blocco della pubblicità e la ricerca vocale.

*Jo

Novità sullo scaffale – Novembre 2016

14971978_326455154385173_1284298885_n

Anche questo mese, vi proponiamo le novità in uscità più importanti. Tra grandi autori e nuove promesse: eccovi i titoli!

“Il Labirinto degli specchi”, Ruiz Zafon Carlos: il 22 novembre, dopo quasi 12 anni dall’uscita de “L’Ombra del vento”, esce l’ultimo capitolo di questa saga firmata Zafon.
Qui, l’autore mostra la maestosità del mondo dei libri, l’arte di raccontare storie e il meraviglioso legame che vi è tra la scrittura e la vita.

“La Fine della storia”, di Luis Sepulveda: In questo romanzo, in uscita il 3 novembre 2016, il protagonita Juan Belmonte, ex combattente cileno, sarà chiamato ad aiutare i servizi segreti russi con le sue grandi capacità di spionaggio.
Il romanzo passa attraverso tutta la storia del novecento raccontandone miseri e grandezze fino ad arrivare agli anni di Belmonte.

“LaRose” di Louise Erdtich: Nella riserva di indiani ojibwe cominciano i preparativi per la fine del secondo millennio e, annesse ad essi, serpeggiano le preoccupazioni per la fine del mondo.
Tuttavia, la tragedia è molto più reale rispetto alle profezie apocalittiche ed arriva quando uno zio uccide per sbaglio il nipote durante una battuta di caccia. Come ripagare questa perdita? Secondo le antiche tradizioni indiane, il colpevole deve provvedere a donare alla famiglia del defunto un ragazzo di eguale valore.

“La Spia” di Paolo Coelho: Il romanzo parla di Mata Hari che Coelho definisce come una delle prime femministe della storia che ha sfidato le convenzioni della sua epoca e si è costruita una propria vita indipendente.
La vita di questa donna è piena di avventura, successi e rischi e ancora oggi è motivo di grandissimo stupore.

“Il Segno della croce” di Glenn Cooper: Ecco un altro grandissimo nome della letteratura che fa il suo ritorno con un romanzo che promette benissimo.
Un sacerdote si sveglia nel cuore della notte con le mani fasciate intrise di sangue, prega che tutto finisca, che gli venga risparmiato quel dolore. Ma non è così.
Il destino dell’umanità è inciso sulle sue mani e dipende tutto solo da lui. Questo romanzo è un invito a passare oltre i confini tra storia, scienza e religione  con un’avventura a dir poco sorprendente.

“La Paranza dei bambini” di Roberto Saviano: Dopo il suo esordio con “Gomorra” che è diventato uno dei romanzi, e poi serie tv, più amati in Italia, Saviano torna con un nuovo romanzo.
Parla sempre delle realtà a lui conosciute, pervase dalla malavita, ma con toni decisamente diversi rispetto alla serie precedente.

“Il Marchio dell’inquisitore” di Marcello Simoni: Il romanzo di Simoni promette di essere un successo, proprio come i precedenti. In questo libro, l’inqusitore Girolamo Svampa viene chiamato ad investigare su un uomo trovato morto in un torchio da stampa nella Roma del 1600.
Tuttavia, l’inquisitore non sarà il solo a cercare di risolvere un mistero: qualcosa farà chiaramente intuire che il segreto più grande è nascosto proprio nel suo passato.

“Gli Assalti alle panetterie” di Haruki Murakami: Questo romanzo fa  parte della “serie di fuori serie” ed è illustrato da Igor Tuveri.
Un gruppo di ragazzi affamati decide di derubare una panetteria, non per soldi ma appunto per il pane. La sorpresa arriva quando il panettiere non solo non si oppone ma dichiara che darà loro tutto il pane che vorranno se loro ascolteranno un brano di Wagner.

“Padrona di Casa” di Marilynne Robinson: E’ la storia di due orfane e di una casa, una casa che ha sul retro un lago nero che porta con sé lo spettro della morte del loro nonno e della madre.
Le due sorelle avranno due strade diverse a porteranno sempre dentro di sé il ricordo di quella casa che non sopravviverà all’incuria del tempo.

“Non luogo a procedere” di Claudio Magris: E’ un romanzo che racconta della guerra, di un museo in cui le armi raccontano la loro storia e la nostra fatta di passioni e deliri, di cattiverie e bontà. E’ la storia di una donna  erede delle grandi sfortune della storia ebraica e della schiavitù dei neri.  Magris con il suo stile frammentato e allo stesso terribile e preciso ci porta ad analizzare le nostre colpe.

“Volevo toccare le stelle” di Mike Horn: Autobiografia di un uomo che nella vita ha fatto davvero l’impossibile. Si passerà da discese sul Rio delle amazzoni ad ogni tipo di avventura sino ad arrivare alla sfida più difficile in stile alpino senza ossigeno o corde fisse. Ci racconterà le sue motivazioni e le sue fonti di ispirazione che lo hanno portato ad inseguire i suoi sogni letteralmente in ogni parte del mondo.

“La Classe dei misteri” di Joanne Harris: Un romanzo sorprendente che narra la strana vicenda che porterà un anziano professore di lettere classiche ad indagare sul nuovo rettore della scuola di St. Oswald. Un suo ex studente legato ad una storia non proprio felice che sembra affascinare tutti tra docenti e studenti che però riporterà a galla ricordi legati ai tempi bui che teme il professore.
L’anziano uomo dovrà prendere una decisione: fare giustizia o salvare la scuola a cui ha dedicato tutta la sua vita?

“Il Falcone ed altri racconti” di Giorgio Scerbanenco: In questa raccolta, uno dei più grandi scrittori noir italiani si confronta con i grandi della letteratura.
Riscrive alcune pagine di autori come Dostoevskij, Checov, Maupassant, de Musset, Cervantes e Boccaccio con il suo stile unico, contemporaneo e un’ambientazione del tutto nuova a questi grandi classici: Milano.

“Buone feste” di Alex Cross: E’ la vigilia di natale e il nostro protagonista si sta apprestando a terminare le decorazioni quando riceve una chiamata. Un avvocato ha preso in ostaggio tutta la sua famiglia e minaccia di ucciderli.
Soltanto la capacità

Show, don’t tell – Come coinvolgere con le parole.

c670e22bd54b29b24153a79d93e8ac48Scriveva Anton Cechov:

“Non dirmi ‘la luna splende’, ma mostrami il luccicare della luce sopra i vetri infranti.”

L’espressione inglese “Show, don’t tell” significa letteralmente “Mostra, non dire“, ma esattamente cosa significa per uno scrittore mostrare e cosa dire?
Mostrare significa fornire al lettore dei concetti: dialoghi, situazioni, descrizioni che siano per lui come delle istantanee e stimolino tutti e cinque i suoi sensi, anche quelli che normalmente non vengono impegnati nel corso della lettura.
Al contrario, dire significa riportare al proprio pubblico un fatto senza sprecare ulteriori parole nel descriverlo né tentare di stimolare l’attenzione dei lettori. Ecco due esempi:

“Il giardino era grande e pieno di fiori.”

“Aprendo il cancelletto si accedeva ad un ampio giardino: un fazzoletto di terra in cui, ordinati e attenti come soldati in alta uniforme, crescevano fiori di tutti i tipi e dai colori più disparati. Un autentico caleidoscopio di petali e profumi che pareva aprire una finestra su un luogo del tempo in cui non esistevano né il cemento né l’inquinamento.

Nel primo caso, veniamo a conoscenza dell’esistenza di un giardino piuttosto grande in cui crescono fiori che potrebbero essere rose, iris o semplici margherite. Un dato formale che sembra uscito dalle labbra di un agente immobiliare deciso a venderci la casa a cui l giardino appartiene.
La seconda descrizione è sensualmente stimolante e la partecipazione emotiva e nettamente superiore.
Il lettore vede i fiori ordinati come soldati e avverte il caleidoscopio di profumi da cui il protagonista è circondato, l’immedesimazione con il soggetto è completa e chi legge percepisce gli elementi del giardino come se fosse lì.

Il detto è noioso: non coinvolge e non diverte il lettore. Se una riga di descrizione “detta” vi sembra soporifera, immaginate come deve essere leggere 500 pagine di resoconto.
Mostrare una situazione, invece, coinvolge il lettore e lo fa sentire parte attiva della storia. Il mostrato rimane impresso perché regala, come abbiamo già detto, delle immagini chiare, quasi fotografiche, di quanto sta accadendo e permettono al lettore di farsi una sua idea attingendo al proprio repertorio di immagini e alle proprie conoscenze. Il giardino di cui ha letto non sarà più soltanto un anonimo fazzoletto di terra sperduto chissà dove, ma diventerà il parco visitato l’estate prima in vacanza o il giardinetto in cui ha trascorso la propria infanzia a giocare.

Facciamo un ulteriore passo avanti nella definizione di “detto” e “mostrato”. Queste due azioni sono fondamentali nel momento in cui lo scrittore è costretto, all’interno di una descrizione, a costruire una gerarchia: una sorta di occhio di bue che focalizzi l’attenzione lì dove lo scrittore la vuole.

“Uscì in fretta e percorse rapidamente il sentiero che dalla villa scendeva e raggiungeva il parco.
Varcato un piccolo cancello si ritrovò immediatamente in un labirinto di siepi e aiuole tra cui, come custodi di marmo e pietra, si nascondevano statue di animali, putti e bambini intenti a giocare con rami di edera o con lo spruzzo irregolare di una fontana…”

Per chi scrive è evidente dove debba cadere l’attenzione del lettore.
Un sentiero separa una villa (di cui si suppone si sia parlato fino a qualche riga sopra) dal parco: non sappiamo quanto sia lungo questo sentiero né se sia in terra battuta o sia ricoperto da ciottoli o lastricato.
Ma ecco che, repentinamente, la scena cambia e basta una riga per perdersi insieme al protagonista tra le siepi di questo giardino in cui, si suppone, si svolgerà presto una scena rilevante per la trama.

Detto e mostrato non sono quindi in antitesi, ma devono essere usate diligentemente dallo scrittore per creare un testo equilibrato e, cosa più importante, che coinvolga ed intrattenga il lettore.

*Jo

shutterstock_94921276

Un racconto nel cassetto I° EDIZIONE

1462374077569.jpg

Per festeggiare i 200 fan della pagina Arcadia: lo scaffale sulla laguna, è stato indetto un concorso di scrittura che andrà avanti per tutta l’estate! Per partecipare bisognerà seguire alcune semplici regole.

PER PARTECIPARE
– Bisogna essere fan della pagina
– I componimenti possono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com

REGOLAMENTO
– I componimenti sono a tema libero.
– Ogni autore può partecipare con UN SOLO scritto.
– I componimenti in gara devono essere inviati all’indirizzo e-mail arcadia.loscaffale@gmail.com
Testi inviatici con modalità differenti SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
– Volgarità, bestemmie, blasfemia, pornografia, contenuti che incitano l’odio, la violenza, il razzismo, la discriminazione e la pedofilia SARANNO IMMEDIATAMENTE SQUALIFICATI.
– Gli elaborati devono rispettare la seguente formattazione:
CARATTERE: arial
GRANDEZZA: 12
INTERLINEA: 1,5
– I componimenti, formattati come indicato, NON devono superare le 5 cartelle ( pagine).
– Gli autori acconsentono , partecipando al concorso, alla pubblicazione del loro scritto sulla pagina Facebook “Arcadia, lo scaffale sulla Laguna” e sull’omonimo sito web.
– Il termine ultimo, INDEROGABILE, per inviare il proprio elaborato è fissato per SABATO 3 SETTEMBRE 2016.

IL VINCITORE
– Ogni scritto verrà pubblicato in pagina e nel sito insieme alla foto ufficiale del concorso.
– Il vincitore verrà scelto in base ai “likes” che otterrà il proprio elaborato, in caso di pareggio vi sarà lo spareggio tra i finalisti.
– Il vincitore sarà proclamato DOMENICA 11 SETTEMBRE 2016.
– Il premio messo in palio è un quaderno, ma le spese di spedizione sono A CARICO DEL VINCITORE (eventualmente ci si può accordare per una consegna a mano).

COMPRARE LIKE O BARATTARLI SU GRUPPI DI SCAMBIO E’ SEVERAMENTE VIETATO.
Lo staff di Arcadia provvederà, durante le votazioni, ad assicurarsi che le condivisioni delle foto siano regolari e, in caso contrario, il componimento in questione SARA’ ELIMINATO e SQUALIFICATO.
La nostra pagina non è una vetrina né un talent scout in cui mettersi in mostra.
Chi partecipa deve aver voglia di mettersi in gara giocare e divertirsi in compagnia.

Lo staff di “Arcadia, lo scaffale sulla laguna”, resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio ed augura a tutti voi buona fortuna!

https://www.facebook.com/events/1273373222691050/

Il linguaggio del ventaglio

Klimtlady-with-fan-1918

Quest’opera di Klimt introduce il tema di questo nuovo articolo dedicato al linguaggio. Dopo aver parlato del linguaggio dei fiori, è arrivato il momento di parlare del linguaggio del ventaglio: una lingua meno nota di quella dei fiori, ma altrettanto usata soprattutto nel ‘700 e nell’800 quando, come abbiamo già detto, i tête-à-tête tra uomini e gentil sesso erano assai rari e bisognava utilizzare messaggi in codice per far sapere al proprio spasimante la propria disponibilità ad un incontro. Un linguaggio silenzioso conosciuto, come quello dei fiori, sia dalle donne che dagli uomini.

Il ventaglio, soprattutto tra ‘700 e ‘800, aveva una funzione completamente diversa da quella che ci immaginiamo noi oggi ed era un accessorio usato tanto in estate, quando alla scomodità dei corsetti si aggiungeva il caldo, quanto in inverno dove centinaia di persone erano chiuse anche per diverse ore nella stessa stanza in cui il ricircolo d’aria era pressoché assente e respirare poteva diventare una vera e propria impresa. Lo sfarfallio dei regency-ball1ventagli era quindi uno spettacolo usuale, soprattutto nelle grandi corti, e non stupisce quindi che questi piccoli oggetti di stoffa e merletti siano diventati i discreti messaggeri di questi messaggi in codice. Inoltre il ventaglio era un’ottima maschera dietro la quale ci si poteva prontamente nascondere per celare agli altri il proprio viso e il proprio sguardo e non rendere così pubblici i propri sentimenti. Il ventaglio è sensualità, mistero, ma anche timidezza e riservatezza.

” Marietta, graziosa, fine, elegante, decolté, con le sue forti spalle muscolose, con un neo sul collo, si voltò subito verso Niehliudof ed indicandogli col ventaglio un posto dietro a lei, l’accolse con uno sguardo riconoscente e, come gli parve, pieno di sottintesi.”

(Anna Karenina, Lev Tolstoj)

E’ difficile fare un elenco di quelli che erano i messaggi più usati e non è altrettanto facile capire a quale movimento corrispondesse un determinato messaggio. Tuttavia, confrontando diverse interpretazioni, credo di essere riuscita a stilare una lista abbastanza attendibile di quelle che erano le comunicazioni più usate.

  • Ventaglio appoggiato vicino al cuore: Hai il mio amore/ Voglio parlarti
  • Ventaglio chiuso tocca l’occhio destro:  Quando posso vederti?
  • Il numero di stecche del ventaglio aperto indicava solitamente un orario
  • Movimenti minacciosi a ventaglio chiuso: Non essere imprudente!
  • Ventaglio mezzo aperto appoggiato alle labbra:  Ti concedo di baciarmi
  • Coprirsi l’orecchio sinistro con il ventaglio aperto: Non tradire il nostro segreto
  • Nascondere gli occhi con un ventaglio aperto:  Ti amo
  • Chiudere lentamente un ventaglio spalancato: Ti sposerò, te lo prometto
  • Far scivolare il ventaglio sugli occhi: Scusami
  • Ventaglio tenuto aperto a mani unite: Perdonami
  • Toccare con un dito la punta del ventaglio: Vorrei parlare con te
  • Appoggiare il ventaglio sulla guancia destra: Sì
  • Appoggiare il ventaglio sulla guancia sinistra: No
  • Aprire a chiudere più volte il ventaglio : Sei crudele
  • Lasciar cadere il ventaglio: Ti considero un amico/ Saremo amici
  • Sventolarsi lentamente: Sono sposata
  • Sventolarsi velocemente: Sono fidanzata
  • Appoggiare alle labbra il manico del ventaglio: Baciami
  • Aprire completamente il ventaglio: Aspettami
  • Mettere il ventaglio dietro la testa: Non ti scordare di me
  • Mettere il ventaglio dietro la testa con le dita tese: Arrivederci
  • Ventaglio nella mano destra davanti al viso: Vieni con me
  • Ventaglio nella mano sinistra davanti al viso: Desidero fare la tua conoscenza
  • Ventaglio tenuto sopra all’orecchio sinistro: Non voglio vederti più
  • Far scivolare il ventaglio sulla fronte: Sei cambiato/ Non sei più lo stesso
  • Rigirare il ventaglio nella mano sinistra: Ci guardano
  • Rigirare il ventaglio nella mano destra: Il mio cuore appartiene ad un altro/ Amo un altro
  • Portare il ventaglio aperto nella mano destra: Sei troppo irruente/ Sei troppo disponibile
  • Portare il ventaglio aperto nella mano sinistra: Vieni a parlare con me
  • Far scivolare il ventaglio attraverso la mano: Ti odio!
  • Fra scivolare il ventaglio lungo la guancia: Ti amo!
  • Presentare il ventaglio chiuso: Ho il tuo amore? / Mi ami?
*Jo
Fernand Toussaint (Belgian artist, 1873-1955) Elegant Woman Seated.jpg

Il linguaggio dei fiori

tumblr_mq20xfogkn1s6f8p6o1_540

Mi piace iniziare questo articolo con i fiori di quello che credo sia il mio artista preferito insieme a Vincent Van Gogh: Alphonse Mucha; un esponente dell’art nouveau reso celebre non solo dalle sue locandine e le sue stampe, ma anche dalla cura che metteva nel ritrarre gli elementi più semplici della natura come appunto i fiori.

Il linguaggio dei fiori, detto anche florigrafia, è un’arte di origini ottocentesche che si può riassumere con”Dillo con un fiore“. Sbocciato in un periodo storico in cui i contatti tra uomini e gentil sesso erano quanto mai sporadici e limitati, il linguaggio dei fiori prevedeva un autentico vocabolario di fiori e colori che permetteva alle giovani di lasciare ai propri spasimanti dei messaggi eludendo la sorveglianza dei loro chaperon.

Quello del linguaggio dei fiori è stato recentemente riportato in auge dal best seller di Vanessa Diffenbaugh “Il linguaggio segreto dei fiori“, che racconta la storia di una giovane che per esprimersi affida le proprie emozioni ai fiori, a cui qualche anno più tardi è seguito il piccolo vocabolario di Victoria (la protagonista del romanzo) sempre edito da Garzanti.

Ciò che davvero affascina di questo linguaggio tutto floreale è la varietà di sentimenti, emozioni e pensieri che si possono esprimere selezionando attentamente le piante più disparate. Altro fatto interessante è che, diversamente da quanto si possa pensare, questo linguaggio non è affatto andato perduto, ma nel corso degli anni si è arricchito fino a presentarsi con piccole varianti, delle sorte di dialetti che hanno incluso in questo vasto vocabolario anche le varietà meno note e locali sconosciute alle aristocratiche inglesi del periodo vittoriano.

Chi parlava il linguaggio dei fiori? Come è facile intuire quello dei fiori era un linguaggio usato prevalentemente dalle donne, ma per essere davvero efficace doveva essere conosciuto anche dagli uomini che altrimenti non avrebbero saputo decifrare i profumati messaggi che le loro amanti gli lasciavano.9687727492_9d1e6a865f_b Non vi erano particolari occasioni in cui era o meno consentito utilizzare il linguaggio dei fiori: addobbi, monili, boccioli lasciati sul luogo dell’appuntamento; ogni occasione era buona per lasciare i propri messaggi e sfoggiare anche la corretta padronanza di una lingua elitaria e certamente incomprensibile per un operaio. Una famosa scena, in cui il linguaggio dei fiori viene utilizzato, è l’incontro tra Odette e il signor Swann (il protagonista di “Un amore di Swann” di Proust).

Cito:

“Lei aveva in mano un mazzo di cattleya, e Swann vide che sotto la sciarpa di trina aveva nei capelli fiori di quella stessa orchidea puntati a quell’aigrette di piume di cigno. Sotto la mantiglia la vestiva una cascata di velluto nero che, preso su di sbieco, scopriva in un largo triangolo il fondo d’una gonna di seta bianca e lasciava vedere un davantino, pure di seta bianca, all’apertura del busto scollato ove erano infilate altre cattleya”

(“Un amore di Swann” Marcel Proust)

Quello descritto da Proust è l’abito della seduzione e ciò non ci viene suggerito solamente dalla foggia non convenzionale del vestito, ma anche dalla presenza delle orchidee che simboleggiano femminilità e seduzione. Dopo tutto Odette è una femme fatal e da lei non ci si poteva aspettare un fiore diverso dalla bellissima e sensuale orchidea.

La raccolta di poesie “Papavero e Memoria” di Celan è un altro esempio in cui il linguaggio dei fiori viene utilizzato per sottolineare il dovere a ricordare la tragedia della Shoah e le sue vittime. Il papavero è infatti il fiore collegato alla memoria e al ricordo di coloro che ci hanno lasciato. Ha commosso e stupito il campo di papaveri rossi di ceramica (888.246 in tutto, uno per ogni caduto nel corso delle due guerre mondiali) che il governo inglese fece installare intorno alla torre di Londra in occasione del centenario dall’inizio della prima guerra mondiale.

Come ho già detto, il linguaggio dei fiori è una lingua tutt’altro che morta e, soprattutto ora che la comunicazione sta andando incontro a nuovi sviluppi e a nuovi canali e format, è importante tenere in vita questa elegante arte. Sono molte le interpretazioni che vengono date sui fiori e, per ovvi motivi, non posso dilungarmi troppo né dirvi il significato di ogni singolo fiore. Mi limiterò quindi ad elencare quelli più famosi e particolari e, chissà, magari quest’anno potreste organizzare il vostro giardino o terrazzo utilizzando piante “parlanti”.

  • Acacia: amore segreto
  • Aglio selvatico: prosperità
  • Agrifoglio: lungimiranza
  • Albero di Giuda: tradimento
  • Alloro: gloria e successo
  • Aloe vera: dolore
  • Ananas: sei perfetto
  • Anemone: desolazione
  • Angelica: ispirazione
  • Arancio (fiore di): generosità, purezza e bellezza
  • Azalea: passione fragile ed effimera
  • Basilico: odio
  • Begonia: cautela
  • Belladonna: eleganza e fierezza, ma anche (pericolo di) morte.
  • Biancospino: speranza
  • Bocca di leone: presunzione
  • Botton d’oro: ingratitudine
  • Bucaneve: speranza
  • Cactus: amore appassionato
  • Calendula: mi dispiace, dolore
  • Calla: modestia
  • Camelia: il mio destino ti appartiene
  • Camomilla: forza nelle difficoltà
  • Campanella: civetteria
  • Cardo: odio
  • Castagno: rendimi giustizia
  • Cavolfiore: profitto
  • Ciclamino: timida speranza
  • Ciliegio (fiore di): caducità
  • Cipresso: lutto
  • Dafne: non ti vorrei diversa da come sei
  • Dalia: dignità
  • Edera: amore fedele, fedeltà
  • Erica: solitudine
  • Felce: sincerità
  • Finocchio: forza
  • Fiordaliso: beatitudine
  • Fiore di loto: purezza
  • Fragola: perfezione
  • Fucsia: amore umile
  • Garofano comune bianco: dolce ed incantevole
  • Garofano comune giallo: sdegno
  • Garofano comune rosa: non ti dimenticherò
  • Garofano comune rosso: il mio cuore è spezzato
  • Garofano comune striato: non posso essere con te
  • Gelsomino comune: amabilità
  • Genziana: valore intrinseco
  • Geranio chiaro: stupidità
  • Geranio edera: ingegnosità
  • Gerbera: allegria
  • Giacinto bianco: bellezza
  • Giacinto blu: costanza
  • Giacinto viola: perdonami
  • Giglio: regalità
  • Ginestra: umiltà
  • Girasole: false ricchezze
  • Giunchiglia: desiderio
  • Gladiolo: tu mi trafiggi il cuore
  • Glicine: benvenuto
  • Ibisco: bellezza delicata
  • Iris: messaggio
  • Lampone: rimorso
  • Larice: audacia
  • Lattuga: cuore freddo
  • Lavanda: diffidenza
  • Lillà: prime emozioni amorose
  • Limone (fiore di): entusiasmo, discrezione
  • Lupino: immaginazione
  • Maggiorana: rossori
  • Magnolia: dignità
  • Mandorlo (fiore di): indiscrezione
  • Margherita: innocenza
  • Melo (fiore di): tentazione, preferenza.
  • Melograno (fiore di): stupidità
  • Mimosa: sensibilità
  • Mirtillo: cura per le sofferenze del cuore
  • Mirto: amore
  • Mora: invidia
  • Mughetto: ritorno della felicità
  • Muschio: amore materno
  • Narciso: nuovi inizi
  • Nasturzio: amore impetuoso
  • Ninfea: cuore puro
  • Nocciolo: riconciliazione
  • Non ti scordar di me/ Occhi di Maria (o della Madonna): non dimenticarmi
  • Oleandro: attento
  • Orchidea: raffinata bellezza, femminilità, seduzione
  • Origano: gioia
  • Ortensia: distacco
  • Ortica: crudeltà
  • Papavero: ricordo, memoria, prodigalità
  • Passiflora/ fiore della passione: fede
  • Patata: benevolenza
  • Peonia: rabbia
  • Pero (fiore di): affetto, benessere
  • Pervinca: teneri ricordi
  • Pesco (fiore di): il tuo fascino non ha eguali, sono tuo prigioniero
  • Petunia: la tua presenza mi consola
  • Prezzemolo: festosità
  • Primula comune: infanzia
  • Primula maggiore: fiducia
  • Rabarbaro: consiglio
  • Ranuncolo: il tuo fascino è radioso
  • Ribes: il tuo cipiglio mi distruggerà
  • Rododendro: stai attento
  • Rosa arancione: seduzione
  • Rosa bianca: purezza, solitudine
  • Rosa gialla: gelosia, tradimento
  • Rosa pesca: modestia
  • Rosa rosa: grazia
  • Rosa rossa: amore, coraggio, ammirazione
  • Rosa rosso scuro: bellezza inconsapevole
  • Rosa viola: incanto
  • Rosmarino: ricordo
  • Salvia: buona salute, lunga vita
  • Sambuco: compassione
  • Stella alpina: nobile coraggio
  • Stella di Betlemme: purezza
  • Stella di natale: sii allegro
  • Susino: mantieni le promesse
  • Tiglio: amore coniugale
  • Timo: attività
  • Trifoglio bianco: pensami
  • Tulipano: dichiarazione d’amore
  • Ulivo: pace
  • Verbena: prega per me
  • Viola: valore modesto
  • Viola del pensiero: pensami
  • Vischio: supero tutti gli ostacoli
  • Vite: abbondanza
  • Zafferano: attento a non esagerare
  • Zinna: la tua assenza mi addolora.

Ovviamente questi sono alcuni dei fiori che si possono usare per mandare dei messaggi e, per motivi di spazio, mi sono limitata ad inserire i più famosi o quelli più amati, ma la lista è molto più lunga e spulciando in internet troverete sicuramente vocabolari più minuziosi.

*Jo

20140807_125225

.: DELLA STESSA RUBRICA :.

Parole, fiori,ventagli e HTML – L’evoluzione del linguaggio dalla sua nascita ad oggi