La variante di Luneburg

.: SINOSSI :.

Un colpo di pistola chiude la vita di un ricco imprenditore tedesco. È un incidente? Un suicidio? Un omicidio? L’esecuzione di una sentenza? E per quale colpa? La risposta vera è un’altra: è una mossa di scacchi. Dietro quel gesto si spalanca un inferno che ha la forma di una scacchiera. Risalendo indietro, mossa per mossa, troveremo due maestri del gioco, opposti in tutto e animati da un odio inesauribile che attraversano gli anni e i cataclismi politici pensando soprattutto ad affilare le proprie armi per sopraffarsi. Che uno dei due sia l’ebreo e l’altro sia stato un ufficiale nazista è solo uno dei vari corollari del teorema.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo breve, lungo poco più di un centinaio di pagine. Un altro dei tanti romanzi consigliatomi al liceo e che, infastidita dall’obbligo della lettura, ho snobbato. Lentamente, sto riprendendo in mano una ad una queste piccole perle: finalmente mi sento in grado di apprezzarle a dovere. 
Ho sempre amato gli scacchi pur non essendo mai stata una grande giocatrice a causa della mia poca pazienza. Di recente, invece, mi sono riscoperta in grado di aspettare e riflettere tra una mossa e l’altra e la passione si è riaccesa tanto da spingermi a riprendere in mano questo libro. 
La scrittura di Maurensig non è affatto semplice. Lunghe descrizioni scacchistiche dove si consumano interminabili attese tra una mossa e l’altra; interi paragrafi dedicati esclusivamente alla presentazione di una scacchiera o di una mossa degli scacchi che resterà sempre un po’ vaga nella mente del lettore non aiutano i più giovani a superare la prima metà del romanzo. Eppure, bisogna avere la forza di andare oltre alle difficoltà iniziali perché ciò che si nasconde dietro quello che sembra solo un delitto difficile da risolvere è importante non solo per il narratore ma soprattutto per il lettore. 
Gli scacchi sono, in un certo senso, una scusa. Una metafora ben congegnata tra il gioco vero e proprio e una partita spirituale che si consuma tra due dei tre personaggi che animano il libro. A loro volta, i protagonisti di questo testo non sono che rappresentazioni, proprio come simboli sono le pedine degli scacchi: da un lato abbiamo un ebreo, dall’altra un ex ufficiale delle SS. I loro nomi non hanno importanza, sono l’effige delle atrocità che si sono consumate durante la seconda guerra mondiale.
Ciò che si nasconde dietro la patina di mistero che permea le prime righe del romanzo è il racconto dell’olocausto. Con stile didascalico e quasi scolastico, Maurensig scrive perché tutto venga ricordato. 

Le parole che ho letto in questo romanzo, le atrocità che l’autore racconta con freddezza e semplicità, sono le stesse che ho sentite durante la visita al campo di Dachau qualche anno fa. Questo mi porta a dire che l’autore ha voluto scrivere un libro che si ricordi non per la storia, ma che aiuti a ricordare la storia.

Pur essendo degli espedienti per raccontare e ricordare, i personaggi non sono piatti né tantomeno inutili: Tabori e Frish sono descritti come anime agli antipodi e si contrappongono tra loro come nemici naturali destinati a scontrarsi solo per il fatto di essere nati; Mayer il terzo personaggio nonché allievo di Tabori nell’arte degli scacchi, è il filo che li unisce. A loro volta, gli scacchi sono il vero motore di tutta la vicenda. Mossa dopo mossa, la trama del romanzo è ricostruita a ritroso: si parte dall’omicidio e poi si torna indietro fino a scovarne le più ataviche motivazioni. 
Non è un romanzo semplice da leggere. Sebbene lo stile non sia complesso, ricordo il motivo per cui l’avevo abbandonato senza riuscire a superare la metà: la scrittura è pesante e la presenza degli scacchi totalizzante. 
Un altro argomento, meno ovvio, è quello della passione: il terzo protagonista, Mayer, è animato da una vera e propria ossessione per gli scacchi. Attraverso di lui l’autore esplora il coinvolgimento emotivo di un hobby che diventa quasi tirannico nella vita di un uomo; descrive la frenesia, l’ebrezza, l’ansia e l’irritazione portando sulla carta personaggi tanto umani da essere incredibile che non siano stati davvero su questa terra. 

Il voto complessivo che mi sento di dare al romanzo, anche e soprattutto per la sua valenza storica, è 9/10. Come testo andrebbe riscoperto e i ragazzi andrebbero aiutati a lasciarsi alle spalle le difficoltà dei primi capitoli in modo da poter accogliere l’intensità della storia raccontata.

*Volpe

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Letture per non dimenticare – 27 gennaio 2021

Lo strano 2021, figlio di un altrettanto insolito 2020, ci vede ancora chiusi, per senso civico e dovere morale, dentro le mura domestiche; ma non siamo solo noi ad essere stati costretti a cambiare le nostre abitudini: anche lezioni, lavoro e celebrazioni si sono dovute arrangiare per essere svolte in tutta sicurezza.
La Giornata della Memoria 2021 è stata spostata quasi interamente online e, se da una parte questo toglie la magia del contatto umano, dall’altra ci permetterà di partecipare a più di una iniziativa e ascoltare numerose voci che ancora hanno la forza di raccontare.
La memoria non si ferma, non si può fermare: ricordare diventa sempre di più un dovere chi rimane. Ora che i testimoni oculari dell’orrore della Shoah si stanno lentamente spegnendo per la vecchiaia, le loro storie e la loro voce sono ancora più importanti.

Nell’ultimo periodo, molti sono i testimoni che hanno messo le loro storie sulla carta. In questa importante occasione, noi di Arcadia abbiamo ritenuto importante proporvi alcuni titoli.
Leggete, conoscete, ricordate.

Ora che eravamo libere, di Henriette Roosenburg: Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è Ora che eravamo libere, l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria.

La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, di Lia Tagliacozzo: Lia Tagliacozzo è ebrea, figlia di due sopravvissuti alla Shoah. Quando nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali, i suoi genitori erano bambini: durante le persecuzioni il padre si salvò per caso da una retata e restò nascosto in un convento per tutti i mesi dell’occupazione, la madre si rifugiò in un casolare di campagna e poi, dopo la fuga attraverso le Alpi, in un campo di internamento in Svizzera. Ma di tutto questo a casa di Lia si è sempre parlato poco. E lei, da sempre, ha tentato di ricostruire la storia della sua famiglia cucendo insieme le poche informazioni, riempendo i buchi della memoria, indagando tra le omissioni e le rimozioni. Ha scritto tanto, negli anni, trasformando in romanzo le vicende degli ebrei italiani, e ora ha deciso di raccontare la propria storia.

La sola colpa di essere nati, di Liliana Segre e Gherardo Colombo: Liliana Segre ha compiuto da poco otto anni quando, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, le viene impedito di tornare in classe: alunni e insegnanti di «razza ebraica» sono espulsi dalle scuole statali, e di lì a poco gli ebrei vengono licenziati dalle amministrazioni pubbliche e dalle banche, non possono sposare «ariani», possedere aziende, scrivere sui giornali e subiscono molte altre odiose limitazioni. È l’inizio della più terribile delle tragedie che culminerà nei campi di sterminio e nelle camere a gas. In questo dialogo, Liliana Segre e Gherardo Colombo ripercorrono quei drammatici momenti personali e collettivi, si interrogano sulla profonda differenza che intercorre tra giustizia e legalità e sottolineano la necessità di non voltare mai lo sguardo davanti alle ingiustizie, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Il mio nome è Selma. La coraggiosa testimonianza di una combattente della resistenza ebraica, di Selma Van de Perre: Quando nel maggio del 1940 l’esercito del Terzo Reich invase i Paesi Bassi, la vita di Selma – spensierata studentessa ebrea diciottenne – cambiò per sempre. All’occupazione nazista, infatti, fece immediatamente seguito la persecuzione crudele e sistematica della popolazione ebraica. Allontanati dai luoghi di lavoro, spogliati di ogni diritto e proprietà, braccati dalla Gestapo, dalla polizia collaborazionista e dai tanti delatori, migliaia di ebrei olandesi furono deportati nei campi di sterminio, pagando, fra tutte le comunità dell’Europa occidentale, forse il prezzo più alto della Shoah. Molti, tuttavia, riuscirono a sfuggire alla cattura scegliendo la clandestinità e combattendo nelle file della resistenza. Selma fu una di loro. Per due anni, sotto il nome di «Marga» rischiò il tutto per tutto. Viaggiò come staffetta attraverso l’Olanda, il Belgio e la Francia per raccogliere informazioni, portare ordini, falsificare documenti di identità e tessere annonarie, dare rifugio ai giovani ricercati dai tedeschi. Contribuì alla fuga di centinaia di ebrei verso l’Europa meridionale e la Palestina. Fino a quando, nell’estate del 1944, venne arrestata e deportata, come prigioniera politica, a Ravensbrück, nel principale lager femminile della Germania nazista. A differenza dei genitori e della sorella che, come successivamente scoprì, morirono nei campi di sterminio, Selma riuscì a sopravvivere fino al giorno della liberazione sotto falsa identità. Soltanto a guerra terminata osò pronunciare per la prima volta dopo anni il suo vero nome. Selma. Ora, a novantanove anni, Selma van de Perre ripercorre una delle pagine meno note della storia della Seconda guerra mondiale, quella cioè che vide moltissimi ebrei partecipare attivamente alla lotta contro il nazismo, smentendo ancora una volta il luogo comune, così caro agli antisemiti e ai negazionisti di ieri e di oggi, delle vittime mansuete che si lasciarono condurre docilmente alle camere a gas. Entrando nella resistenza e scegliendo di sopravvivere a ogni costo, Selma, insieme a tanti altri, aveva sfidato la barbarie con la sola arma di cui disponeva, il coraggio. Per poter pronunciare di nuovo il proprio nome. Per dimostrare che all’orrore è possibile opporsi.

Tana libera tutti. Sami Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz, di Walter Veltroni: Sami Modiano ha solo otto anni quando viene espulso dalla scuola. Abita a Rodi, all’epoca territorio italiano, dove frequenta la scuola elementare, che adora. Il maestro non gli dà motivazioni, gli dice solo di tornare a casa dal padre che gli spiegherà tutto. Da quel giorno Sami smette di essere un bambino e diventa un ebreo. Con il padre e le sorelle vive con difficoltà le restrizioni delle leggi razziali, arrivate sull’isola senza avvisaglie, fino al rastrellamento dell’intera comunità ebraica avvenuto con l’inganno il 23 luglio del 1944. Sami e la sua famiglia vengono caricati su una nave mercantile e da Atene su un treno. Un mese di viaggio in condizioni disumane verso il campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. In pochissimo tempo perde ciò che ha di più caro al mondo: il padre e la sorella Lucia, con cui era riuscito a restare in contatto scambiando bocconi di pane della propria razione quotidiana. Per due volte viene selezionato dai medici del campo e si salva miracolosamente, come pure sopravvive alla marcia finale e alla fuga dei nazisti dal campo con i prigionieri perché creduto morto. Nella casa in cui trova rifugio e viene raccolto dai sovietici il 27 gennaio 1945 conosce Primo Levi e Piero Terracina. Di tutta la comunità ebraica di Rodi, è stato tra le sole venticinque persone riuscite a salvarsi. Nel 2005 ha trovato la forza di tornare ad Auschwitz, accompagnato da una classe di ragazzi e dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni ed è diventato testimone della Shoah. La sua storia arriva al grande pubblico nel 2018 grazie al docufilm Tutto davanti a questi occhi girato proprio da Veltroni.

Il bambino che non poteva andare a scuola, di Ugo Foà: Quando vengono promulgate le leggi razziali, nel 1938, Ugo ha 10 anni, sta per iscriversi alle scuole medie. Ma all’inizio di settembre, prima che ricominci l’anno scolastico, sua madre gli comunica che, in quanto ebreo, non potrà tornare tra i banchi di scuola. Ugo e i suoi quattro fratelli, e tutti gli ebrei in Italia, non potranno fare sport, lavorare negli uffici pubblici, avere una radio in casa, farsi aiutare da una tata “di razza ariana”, e via via molti provvedimenti che mirano a estrometterli dalla vita sociale, economica e politica del Paese. Il padre di Ugo lavora in Eritrea, manda il denaro per il sostentamento della famiglia rimasta a Napoli; e lì Ugo vivrà i bombardamenti, la fame, gli stenti della guerra, e poi con le Quattro giornate di Napoli, finalmente, l’arrivo degli Alleati e la Liberazione. Per quarant’anni Ugo non ha raccontato questa storia. Poi ha capito che aveva il dovere di testimoniare, soprattutto davanti ai giovani. Adesso gira instancabile le scuole di tutta Italia e racconta la sua vicenda: è la vita di un bambino durante la guerra, un bambino che non può andare a scuola, che quando dà gli esami da privatista deve sedere all’ultimo banco. È il racconto festoso della Liberazione, e quello tragico dei parenti e degli amici deportati. È la storia di un uomo che deciderà di andare ad Auschwitz soltanto nel 2005 e lì, davanti al binario che conduceva ai forni crematori, non potrà fare a meno di inginocchiarsi e dire una preghiera. Il libro, pensato per un pubblico di ragazzi, è corredato da agili schede sui momenti salienti del fascismo e della Seconda guerra mondiale, sulla persecuzione razziale in Italia e Germania, su episodi e personaggi citati nel racconto di Foà. Età di lettura: da 10 anni.

Una merce molto pregiata, di Jean-Claude Grumberg: Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

Diario, di Anne Frank: Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno del 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all’immagine della scuola, dei compagni e di amori più o meno ideali, si sostituisce la storia della lunga clandestinità. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell’esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del “Diario” subì tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Il testo, restituito alla sua integrità originale, ci consegna un’immagine nuova: quella di una ragazza vera, ironica, passionale, irriverente, animata da un’allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.

*Volpe&Jo

Fonte: Pixabay alessandra1barbieri

Poesia impossibile: Etty Hillesum e la Sorgente dell’amore

Raramente parole come “Shoah” e “amore” vengono accostate: d’altronde come si possono conciliare due termini così in antitesi tra di loro senza scadere nel romanticismo e in un sentimentalismo del tutto inappropriato?
La vicenda umana e spirituale di Esther (Etty) Hillesum (Middelburg, 1914 – Auschwitz, 1943) è una testimonianza unica che, attraverso le pagine di un diario e alcune lettere scritte dalla stessa Etty e pubblicate postume, racconta di un’esistenza fragile e coraggiosa capace di trovare, anche tra gli orrori dei campi di concentramento, la scintilla dell’amore vero.

Etty Hillesum nacque a Middelburg nel 1914 e, durante la sua adolescenza, frequentò il ginnasio di Deventer per poi laurearsi in giurisprudenza e trovare lavoro presso il Consiglio Ebraico: un’occupazione che non era solo un posto di lavoro, ma rappresentava anche una condizione privilegiata che avrebbe potuto permetterle di salvarsi dalla deportazione.
Il trasferimento, dietro sua richiesta, al campo di smistamento di Westerbork, dove prende servizio in veste di funzionario assistendo i detenuti sotto diversi aspetti, fortifica la consapevolezza di Etty sul destino preparato non solo per lei, ma per tutto il popolo ebraico. Questa coscienza viene così vergata sulle pagine del suo diario:

«Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato»

Una presa di posizione così coraggiosa fu possibile grazie al lungo lavoro che Etty, guidata dallo psicospirologo Julius Speir (specialista con cui Etty ebbe una relazione amorosa e che, alla fine della guerra, curò le edizioni postume del diario e delle lettere), fece su se stessa e che la vide impegnata, attraverso la letteratura e la scrittura, in un viaggio interiore alla scoperta di se stessa.
Attraverso gli incontri con Spier e alla lettura di autori da lei tanto amati, come Rilke e Dostoevskij, Etty scoprì quella che lei chiama “Sorgente profonda”: Dio; una sorgente, un’impronta che Etty ricosceva tanto in sé quanto in qualunque essere umano a prescindere dalla divisa che indossa o alla “razza” a cui appartiene.
La certezza della presenza di questa sorgente profonda, nascosta nell’intimo del prossimo, portò Etty ad approcciarsi agli altri con uno spirito nuovo, considerandoli come parte di un dialogo tra sorgente e sorgente: tra Dio e Dio.

«Puoi creare quante teorie vuoi, sono persone come noi e a questo dobbiamo aggrapparci in tutte le circostanze, e dobbiamo proclamarlo contro tutto quell’odio»

«Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di Te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di Te. E cerco di disseppellirTi dal loro cuore, mio Dio»

Le pagine più significative e pregne di significato del diario raccolgono riflessioni che colpiscono e commuovono e che, coerentemente con la scelta di Etty di non accettare le possibilità di salvezza che le venivano offerte, raccontano il coraggio con cui ella abbracciò il destino suo e del popolo ebraico.

«Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui o in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un “destino di massa”

«So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più facile e a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale»

Etty Hillesum fu deportata ad Auschwitz il 7 settembre 1943 e lì morì, secondo un rapporto della Croce Rossa, il 30 novembre 1943.

Alla luce dei suoi scritti è forte la tentazione di stigmatizzare Etty come una santa dimenticata del nostro secolo, al contrario è proprio dalle pagine da lei lasciate che emerge tutta l’umanità di un’anima fragile, a volte instabile, eppure capace di slanci coraggiosi verso il prossimo in nome di un amore capace di vincere anche l’odio più radicato.
La vicenda di Etty racconta una resistenza esistenziale: un esempio di fedeltà e dedizione al prossimo e al proprio popolo per cui, con umiltà, Etty diede la vita.
La coerenza di Etty alla legge dell’amore verso l’altro, ma ancor di più la sua coscienza di Dio che è origine stessa dell’amore, hanno lasciato nel mondo una traccia indelebile che prova, a dispetto di ogni ideologia, corrente di pensiero o politica, che l’amore vince e sempre vincerà sull’odio e sulla cattiveria.

«La barbarie nazista fa sorgere in noi un’identica barbarie che procederebbe con gli stessi metodi, se noi avessimo la possibilità di agire oggi come vorremmo. […] non possiamo coltivare in noi quell’odio perché altrimenti il mondo non uscirà di un solo passo dalla melma. […]  Per formularlo ora in modo crudo: […] se un uomo delle SS dovesse prendermi a calci fino alla morte, io alzerei ancora gli occhi per guardarlo in viso, e mi chiederei […] per puro interesse nei confronti dell’umanità: Mio Dio, ragazzo, che cosa mai ti è capitato nella vita di tanto terribile da spingerti a simili azioni? Quando qualcuno mi rivolge parole di odio […] non provo mai la tentazione di rispondere con l’odio, ma sprofondo improvvisamente nell’altro, […], e mi chiedo perché l’altro sia così, dimenticando me stessa».

*Volpe e Jo

Un grazie di cuore a Azzurra Urbinati e alla sua paziente, quanto puntuale, consulenza: ci hai tramandato una testimonianza che supera i confini del tempo dello spazio e scuote il cuore dalle radici.

Fonti:
https://www.doppiozero.com/ascolta/etty-hillesum-lo-scandalo-della-bonta
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2018/11/26/news/etty-hillesum-la-ragazza-che-trovo-dio-durante-la-shoah-1.34062846?refresh_ce
https://it.gariwo.net/giusti/biografie-dei-giusti/shoah-e-nazismo/figure-esemplari-segnalate-da-gariwo/etty-hillesum-15620.html

Una merce molto pregiata

UNA MERCE MOLTO PREGIATA

Autore: Jean-Claude Grumberg
Casa Editrice: Guanda
Anno: 2019

.: SINOSSI :.

Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

.: IL NOSTRO GUDIZIO :.

“C’era una volta, in un grande bosco, una povera boscaiola e un povero boscaiolo.
No no no, state tranquilli, non si tratta di Pollicino! Nient’affatto. Io, proprio come voi, detesto quella storia ridicola. Quando mai, e dove poi, si sono visti dei genitori abbandonare i loro bambini perché non potevano sfamarli? Ma andiamo…”

Questa storia, questa favola come piace definirla all’autore, inizia con brutale ironia.
Il racconto inizia proprio come una favola e il linguaggio che l’autore utilizza è quello della narrazione per bambini, i temi tuttavia si fanno via più terribili mano a mano che si scorrono le pagine del romanzo.
Amore e morte si danno il cambio, pagina dopo pagina, lasciando il lettore alle sue amarissime lacrime. Sullo sfondo della seconda guerra mondiale e dell’orrore dell’olocausto, Grumberg ci parla di sentimenti umani, di amore e di redenzione.
La guerra prende la forma di una ferrovia, la forma dell’odio razziale e dell’orrore dello sterminio; la redenzione, invece, è come un bambino possa cambiare il cuore di un uomo.
Il romanzo è diviso in due parti che si intrecciano costantemente e, alla fine, si scontrano: da un lato ci sono la povera boscaiola e la bambina; dall’altro il padre della piccola internato nel campo di concentramento di Auschwitz.
L’autore con concretezza il senso di disperazione che provano i sopravvissuti e la forza, l’unico pensiero positivo, che li spinge ugualmente a lottare e restare in vita anche quando sanno di aver perso tutto.

A questo libro, a questa favola, io posso solo dare il massimo dei voti.
Grumberg parla di cose che conosce. In appendice ha inserito la storia vera che si cela dietro queste pagine con sapore di fantasia: la sua, o per meglio dire quella di suo padre, e quella di una coppia che è salita sullo stesso treno.
Il sentimento e il dolore queste pagine passano al lettore è tanto intenso che ora, anche se ho concluso la lettura da un paio di giorni, ancora sento gli occhi inumidirsi.
Non ho mai letto una prosa così emotivamente carica e spaventosamente disperata: penso che questo sia uno di quei romanzi che vadano semplicemente letti, per non dimenticare.
Non dimenticare che alcune persone hanno reso possibile l’orrore nazionalsocialista e altre, invece, si sono opposte: hanno resistito tenendo in casa un bambino in più, nascondendo qualcuno in cantina, dando occasione a un essere umano di sopravvivere. E’ un libro che parla di amore e resistenza e penso renda giustizia a personaggi come Oslar Schindler o ai ragazzi della Rosa Bianca.
Invito tutti i nostri lettori a prendere questo libretto tra le mani e passare un’oretta del loro tempo per leggerlo, terminarlo e riflettere.

*Volpe

Giornata della Memoria

All’ingresso del crematorio di Dachau una lapide, con una scritta in tedesco, accoglie i visitatori e li invita con sprezzante durezza a fermarsi e a riflettere su come la gente morisse in quel quadrato di terra nascosto dagli alberi e dalle fabbriche.
Poco più avanti, incisa ai piedi di una statua raffigurante una delle tante vittime senza nome né volto, una seconda scritta “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”.

Oggi, come ogni anno, anche noi ci fermiamo: niente giochi, niente foto colorate o spiritose; oggi più che mai vogliamo farci carico dell’impegno che è la Memoria e insieme a voi riflettere, condividere e rileggere la storia passate e presente in modo da poter oggi e per sempre gridare a gran voce “Mai più!”.

A 74 anni dalla fine della II guerra mondiale e dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordare cosa è successo è un compito non più riservato ai pochi testimoni diretti ancora invita, ma è un dovere morale urgente e al quale non è possibile sottrarsi.

Mai più.

*Lo Staff

Riflessioni da … Monaco 1943

In occasione della prossima Giornata della Memoria, che come ogni anno si celebrerà il 27 gennaio, abbiamo pensato di condivedere alcuni pensieri nella speranza di favorire il dibattito e far circolare spunti per una riflessione più consapevole su temi delicati e sempre attuali quali il razzismo, la xenofobia, l’ingiustizia sociale e la discriminazione.
Abbiamo deciso di inaugurare questa rubrica con le parole dei ragazzi della Rosa Bianca di Monaco: un gruppo di universitari che, a cavallo tra il 1942 e il 1943, diffusero volantini in cui inneggiavano alla resistenza e al dissenso contro il regime di Hitler, un dissenso che, i ragazzi e il loro docente di filosofia, pagarono con la vita.

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Non è possibile accettare un discorso intellettuale con la filosofia nazionalsocialista,
se questa entità esistesse, si potrebbero utilizzare i mezzi della analisi e della
discussione sia per provare la sua validità sia per combatterla.
Tuttavia – in realtà – ci troviamo di fronte ad una situazione diversa. Sin dai suoi
primi inizi questo movimento contava sull’inganno e sul tradimento di ciascuno dei
suoi membri, sino al punto che già allora era internamente corrotto e poteva
sostenersi solo attraverso continue menzogne. D’altronde Hitler nella prima edizione
del suo libro (un libro scritto nel peggiore tedesco che io abbia mai letto nonostante il
fatto che sia stato elevato al livello della Bibbia in una nazione di poeti e filosofi):
“E’ incredibile quanto sia necessario ingannare un popolo per poterlo governare”.
Se all’inizio questa crescita cancerosa all’interno della nazione passò quasi sotto
silenzio fu soltanto perché esistevano ancora abbastanza forze al lavoro che operavano per il bene cosicché venne posto sotto controllo.
Quando divenne più grande e infine in un ultimo sussulto di crescita ottenne il potere, il tumore esplose infettando l’intero corpo della nazione.
La maggior parte di coloro che gli si erano opposti passarono alla clandestinità.
Gli intellettuali tedeschi si ritirarono nei loro sotterranei e come piante che lottano
nell’oscurità, lontane dalla luce e dal sole, gradualmente cominciarono a soffocare.
Ora la fine sta arrivando. Ora è nostro compito ritrovarci, diffondere l’informazione
da persona a persona, mantenere una ferma posizione, non consentirci riposo sino a
che l’ultimo uomo non sia persuaso dell’urgenza della sua lotta contro il sistema.
Quando infine un’ondata di rivolta attraverserà la terra, quando sarà “nell’aria”,
quando molti si uniranno alla causa, allora in un grande sforzo finale questo sistema
potrà essere rovesciato. Dopo tutto è preferibile morire nel terrore piuttosto di un
orrore senza fine.
Non siamo nella posizione di poter dare un giudizio definitivo sul significato dellanostra storia. Ma se questa catastrofe potrà essere usata per il bene comune lo sarà soltanto se, purificati dalla sofferenza, desidereremo vedere la luce nel mezzo delle tenebre più profonde, faremo appello alla nostra forza e, finalmente, scuoteremo il giogo che pesa sul nostro mondo.
Non vogliamo discutere qui la questione degli ebrei, né vogliamo in questo volantino
esporre una difesa o farne l’apologia. No, solo a titolo d’esempio vogliamo ricordare il fatto che dalla occupazione della Polonia 300.000 ebrei sono stati assassinati in questo paese nel modo più bestiale. Vediamo compiersi il peggior crimine contro la dignità umana, un crimine che non ha confronti nell’intera storia.
Anche gli ebrei sono esseri umani e qualsiasi posizione si possa assumere rispetto alla questione ebraica questo crimine è stato perpetrato contro il genere umano.
Qualcuno potrà dire che gli ebrei meritano il loro destino. Questa affermazione è il frutto di una mostruosa presunzione ma supponiamo pure che qualcuno la pronunci: quale posizione assumerebbe di fronte al fatto che l’intera gioventù aristocratica polacca è stata sterminata? (e voglia Dio che questo programma non sia stato completamente portato a termine).
Tutti i giovani delle nobili casate tra i quindici e i venti anni d’età sono stati trasportati nei campi di concentramento e condannati ai lavori forzati e tutte le ragazze dello stesso gruppo d’età sono state inviate in Norvegia nei bordelli delle SS!
Per quale motivo vi raccontiamo queste cose visto che ne siete ben informati e se non le conoscete ben sapete di altri gravi crimini commessi da questa orribile subumanità?
Perché tocchiamo un problema che ci coinvolge tutti profondamente e ci deve costringere a riflettere. Perché il popolo tedesco è rimasto così inerte dinanzi a crimini così orrendi, crimini così estranei alla razza umana?
Difficilmente qualcuno cerca di comprendere, è cosa accettata come un fatto e scacciato dalla mente. Il popolo tedesco ricade nel suo profondo, stupido sonno che incoraggia questi criminali fascisti dando loro la possibilità di compiere i propri crimini che ovviamente mettono in atto. E’ questo il segno che il popolo tedesco è stato brutalizzato nei suoi più intimi sentimenti umani? Che nessuna corda vibra in esso commuovendosi alla vista di simili azioni? Che è ormai affondato in una fatale assenza di coscienza dalla quale non verrà mai più risvegliato? Sembrerebbe così e sarà certamente così se i tedeschi non si risveglieranno da questo stato di letargia, se non protesteranno dovunque e ogniqualvolta potranno farlo contro questa cricca di criminali, se non parteciperanno al dolore di queste centinaia di migliaia di vittime.
E non solo dovranno partecipare a questo dolore ma dovranno manifestare molto di più: un senso di corresponsabilità nella colpa. Perché attraverso questo atteggiamento apatico hanno fornito a questi uomini malvagi l’opportunità di fare ciò che hanno fatto; hanno tollerato questo “governo” che ha assunto su di sé un’enorme carico di colpa e che ha sparso su tutti la vergogna.
Ogni uomo vuole essere escluso da questo tipo di colpa ma ciascuno continua lungo questa via nella più placida, più serena coscienza. Ma non potrà essere escluso perché è colpevole, colpevole, colpevole!
Tuttavia non è ancora troppo tardi per liberarci di questo che è il peggiore di tutti i governi e per non assumerci un carico di colpa ancora più pesante. Ora che i nostri occhi in questi ultimi anni sono stati aperti, ora che sappiamo esattamente chi è il nostro avversario, ora è finalmente giunto il tempo di scacciare questa orda bruna.
Fino allo scoppio della guerra la maggioranza del popolo tedesco era cieco, i nazisti non si mostravano nel loro vero aspetto.
Ma ora, ora che li abbiamo riconosciuti per ciò che sono ci deve essere un solo e principale compito, il più santo compito di ogni tedesco: distruggere queste belve.

«Felice quel popolo il cui governo non si fa sentire.
Il popolo il cui governo opprimente viene soffocato.
Ahimé, è sulla miseria che si costruisce la fortuna.
Ahimé, la fortuna vela solo la miseria. Come andrà a finire?
La fine non è ancora visibile. L’ordine si trasforma in disordine.
Il bene si trasforma in male. Il popolo cade nello smarrimento.
Non è così forse ogni giorno, da tempo?
Per questo l’uomo elevato è rettangolare, ma non urta, è spigoloso, ma non ferisce;
esso è diritto, ma non brusco; è limpido, ma non vuole risplendere».

(Lao-Tze)

«Chi cerca di dominare lo stato e di formarlo secondo il suo volere,
non vedo come raggiungerà il suo scopo: questo è tutto.
Lo stato è un organismo vivente: in verità non può essere costruito come si vuole!
Chi non tiene conto di ciò lo rovina. Chi vuole impadronirsene lo perde.
Perciò alcuni esseri precedono ed altri li seguono.
Alcuni hanno il respiro caldo, altri freddo. Alcuni sono forti, altri deboli.
Alcuni raggiungono la ricchezza, altri naufragano.
L’uomo nobile evita l’eccesso, evita la superbia, evita la sopraffazione».

(Lao-Tze)

Per favore fai il maggior numero di copie di questo volantino e distribuiscile.

LA ROSA BIANCA

Oggi siamo vivi

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OGGI SIAMO VIVI

Autore: Emmanuelle Pirotte
Anno: 2017
Casa Editrice: Nord Editore

.: SINOSSI :.

Dicembre 1944. I tedeschi stanno arrivando. Il prete di Stoumont, nelle Ardenne, ha un’unica preoccupazione: mettere in salvo Renée, un’orfana ebrea nascosta nella canonica. E, d’un tratto, il miracolo: una jeep con a bordo due soldati americani si ferma davanti alla chiesa e lui, di slancio, affida a loro la piccola.
Tuttavia quei due soldati hanno solo le divise americane. In realtà si chiamano Hans e Mathias e sono spie naziste.
Arrivati in una radura, Hans prende la pistola e spinge la bambina in avanti, in mezzo alla neve. Renée sa che sta per morire, eppure non ha paura. Il suo sguardo va oltre Hans e si appunta su Mathias.
È uno sguardo profondo, coraggioso. Lo sguardo di chi ha visto tutto e non teme più nulla. Mathias alza la pistola. E spara. Però è Hans a morire nella neve, con un lampo d’incredulità negli occhi.
Davanti a Mathias e Renée c’è solo la guerra, una guerra in cui ormai è impossibile per loro distinguere amici e nemici. E i due cammineranno insieme dentro quella guerra, verso una salvezza che sembra di giorno in giorno più inafferrabile. Incontreranno persone generose e feroci, amorevoli e crudeli. Ma, soprattutto, scopriranno che il loro legame – il legame tra un soldato del Reich e una bambina ebrea – è l’unica cosa che può dar loro la speranza di rimanere vivi…

Ci sono momenti nella vita in cui siamo costretti a confrontarci con l’inevitabile. Momenti in cui tutto sembra ormai deciso. Eppure il romanzo di Emmanuelle Pirotte ci ricorda che non è mai troppo tardi per cambiare il nostro destino. Anche nell’ora più buia, basta un’unica, coraggiosa scelta per varcare il confine che separa la vita dalla morte, il bene dal male, l’aguzzino dall’eroe. Basta uno sguardo per sciogliere la neve che portiamo nel cuore. Basta un istante per ritrovare la pace.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Può esistere un lieto fine quando una bambina ebrea incontra un soldato nazista? Può la guerra regalare un piccolo miracolo o almeno un bagliore di speranza in mezzo alle atrocità e alla morte?
Emmanuelle Pirotte crede di sì e, con una scrittura semplice e allo stesso tempo incisiva, ci racconta quella che potrebbe sembrare una favola di natale dove l’umanità, l’amore e la speranza riescono a vincere sul male, la paura e la cattiveria del mondo.
Renée è una bambina di origine ebraica e fin dalle prime pagine si distingue per la sua prontezza di spirito e per il suo carattere fiero e sfrontato.
Mathias è l’ariano per eccellenza: perfetto sotto ogni punto di vista e tormentato dai fantasmi del passato e dalla sua coscienza.
Entrambi i personaggi sembrano due animali selvatici “costretti” ad allesarsi per sopravvivere.
Un romanzo piacevole che, nonostante le brutte avventure che i due protagonisti affrontano, regala al lettore un lieto fine e gli permette di tirare un sospiro di sollievo dopo trecento pagine in apnea.

Il libro di Emmanuelle Pirotte riesce a descrivere con eleganza e rispetto l’orribile capitolo della seconda guerra mondiale e, sulla falsa riga della Nemirovsky, si allontana dai campi di battaglia o dai campi di concentramento per descriverci realtà rurali dove ai pericoli della guerra si sommano quelli della cattiveria e della codardia degli uomini.
Il voto che mi sento di dare a questo romanzo è 7,5/10: una lettura adatta agli studenti delle scuole superiori, un po’ meno a quelli delle scuole medie per via di alcune scene di sesso abbastanza esplicite; una storia che è sopratutto una favola e che riesce a trattare con ottimismo un tema di cui è sempre difficile scrivere e parlare.
Dal punto di vista stilistico il romanzo non ha grosse pecche e la scrittura semplice sostiene il ritmo della storia che, nonostante il palcoscenico limitato ad una fattoria e al boschetto circostante, riesce ad essere incalzante a non annoiare.
Il carattere della piccola protagonista è un po’ esagarato considerata la sua età e a tratti risulta davvero antipatico.
Ho trovato poco credibili alcune parti come, per esempio, le reazioni di alcuni soldati davanti al tradimento di uno dei loro commilitoni e l’arroganza, a volte davvero esagerata, della piccola protagonista.

*Jo

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz

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Scrivere dell’Olocausto è un compito difficile: chi vuole parlare della vita nei campi di concentramento, della soluzione finale o dei milioni di vittime della follia nazista deve necessariamente rendersi conto di avventurarsi su un terreno minato. Per riferirsi al genocidio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale si utilizzano due espressioni i cui significati presentano però diverse sfumature. Il vocabolo Olocausto risale al greco antico olokaustos (trad. arso tutto intero) e designa un sacrificio religioso in cui l’oggetto sacrificale viene completamente bruciato; Shoah deriva invece dall’ebraico Hashoah (trad. catastrofe o distruzione), forse più adeguato ad indicare lo sterminio del popolo ebraico. Alcuni ritengono infatti che la parola Olocausto possa suonare in questo contesto inappropriata, in quanto si trova offensivo paragonare l’uccisione di milioni di ebrei a un’ offerta a Dio. La tendenza più diffusa è tuttavia quella di utilizzare i due termini in maniera interscambiabile e così sarà fatto anche in questa trattazione.

Come accennato, affrontare il tema dell’Olocausto è complicato: da esso dipendono limitazioni estetiche e soprattutto morali ben precise, la cui trasgressione è da giustificare nel contesto del racconto, nella volontà ultima dello scrittore o nella natura stessa del testo.

Per quanto riguarda la forma, si sottolinea la problematicità di alcuni artifici retorici come l’ironia, aventi per base e scopo il comico e il riso: parlare della Shoah significa misurarsi con la tragedia più grande della storia dell’umanità, un giudizio basato su considerazioni riguardanti non solo il numero delle vittime, ma anche il carattere della strage (una pianificazione organizzata e sistematica per eliminare chi minacciava la purezza della razza ariana); di conseguenza l’utilizzo di tali figure retoriche è molto ridotto. Sono anche evidenti restrizioni lessicali: termini come “felicità”, “bello” o “ottimismo” sono generalmente evitati, considerando il dolore e la sofferenza generati. La finzione narrativa stessa è inoltre uno strumento da usare con cautela, in quanto può suscitare dibattiti più o meno aspri: esemplare è il caso di Frantumi: Un’infanzia 1939-1948,  finto romanzo autobiografico di Binjamin Wilkomirski che descrive la sua (presunta) esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz. Lo scrittore fu smascherato nel 1998 dal giornalista Daniel Ganzfried con un articolo pubblicato sul settimanale Die Weltwoche: il giornalista provò che Frantumi era semplicemente un collage di esperienze di vari sopravvissuti sapientemente cuciti insieme da Wilkomirski (pseudonimo di Bruno Dösseker), che quindi non aveva effettivamente vissuto l’esperienza della Shoah. Ganzfried scrive: “Binjamin Wilkomirski  alias Bruno Dösseker kennt Auschwitz und Madjanek nur als Tourist[1]”. Lo scalpore negli ambienti letterari europei fu grande e le discussioni vertevano principalmente su due questioni: essendo l’Olocausto una ferita ancora aperta, come si era osato spacciare per vere delle vicende inventate? E in secondo luogo come ci si è potuto arrogare il diritto di mettere in dubbio testimonianze sulla Shoah? Queste domande si legano chiaramente alla questione della commemorazione delle vittime: tra vent’anni non si avrà più l’occasione di ascoltare le testimonianze dirette di chi in quei campi ha vissuto, non ci saranno più i sopravvissuti, e allora come si potrà rendere giustizia alla loro memoria? Mantenere accesa la fiamma del ricordo è possibile attraverso i media (interviste televisive a chi ha tatuate le sofferenze e i dolori della vita nei lager; conferenze e dibattiti tra vecchia e nuova generazione; promozione di eventi commemorativi; filmati che documentino quanto accadeva in quei luoghi di morte); attraverso la creazione di luoghi della memoria (non distruggendo i lager in cui si è consumata la tragedia, ma ergendoli a monito per l’umanità di non commettere più simili atrocità; costruendo monumenti in ricordo delle vittime come il Mahnmal für die ermordeten Juden Europas a Berlino); ma soprattutto attraverso la scrittura, in quanto raccontare significa ricordare, dare alle storie una dimensione di realtà: se non venissero tramandate, sarebbe come se non fossero mai accadute. Su questo principio si muove l’urgenza di alcuni scrittori di svelare al mondo il dramma della Shoah: Primo Levi ad esempio, incalzato da tale necessità, si dedicò febbrilmente alla stesura di numerosi romanzi concernenti la sua esperienza ad Auschwitz; egli era consapevole che per prevenire il ripetersi di simili genocidi ci si doveva impegnare a ricordare, raccontare e far conoscere la verità al mondo. Come scrive nel romanzo Se questo è un uomo (1947), “il bisogno di raccontare agli ‘altri’, di fare gli ‘altri’ partecipi aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno, in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore”[2]. Ma fino a che punto ci si può spingere? È accettabile scrivere dell’Olocausto sulla base del semplice sentito dire, senza avere avuto esperienza diretta, e venderla come verità? Un riflesso della realtà basta a colmare l’esigenza di sapere e di ricordare? Non sempre, non per tutti.

Per quanto riguarda la questione morale, ogni testo sull’Olocausto suscita profonde diatribe, alcune delle quali già menzionate precedentemente. Di particolare interesse è il dilemma se sia giusto o meno produrre cultura dopo la Shoah, in quanto la ferocia nazista sembrava avere spazzato via ogni fede nell’umanità. Th.W. Adorno sostiene che “nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch, und das frisst auch die Erkenntnis an, die ausspricht, warum es unmoeglich war, heute Gedichte zu schreiben[3]. Secondo il filosofo tedesco Auschwitz è inconfutabilmente la prova del fallimento della cultura: nonostante la Germania fosse la patria della filosofia, delle scienze illuministiche, dell’arte, fu anche culla del nazismo e del conseguente genocidio. Di conseguenza “tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura”[4]. La dichiarazione di Adorno provocò reazioni infuocate: in molti (tra cui Hans Magnus Enzensberger, Nelly Sachs, Paul Celan, Heinrich Böll) hanno messo in risalto quanto sia invece importante la poesia come monito per le nuove generazioni. Una tale asserzione non può che essere confutata: senza le opere dei sopravvissuti non saremmo a conoscenza dei dettagli riguardanti la vita nei campi, le procedure di sterminio e le relazioni che si creavano trai deportati. Impedire la stesura e la creazione di una nuova cultura della memoria, sarebbe stato come voltare le spalle ai milioni di morti ingiustamente, dare un ulteriore schiaffo alla loro dignità, infangarne il ricordo e rendersi complici dei crimini nazisti. Non è possibile relegare una simile tragedia nel passato, bisogna fare i conti con essa ogni giorno, anche nel presente. In altre occasioni Adorno ha trattato questo cruciale argomento della scrittura del dopoguerra, sostenendo che “il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz […] non ci si può neppure immaginare un’arte serena”[5]. Queste parole sono un’integrazione a quanto affermato dal filosofo tedesco precedentemente circa la possibilità della poesia dopo Auschwitz: egli voleva risvegliare le coscienze assopite dei suoi concittadini e invitarli a rielaborare il dramma della Shoah attraverso la scrittura e fondare  nuove e più convincenti forme estetiche. La parola è uno strumento di testimonianza fondamentale, in quanto permette alla memoria di essere tramandata alle nuove generazioni.
In molti hanno intrapreso questo cammino del ricordo, sviluppando il tema dell’Olocausto attraverso vari generi letterari quali romanzo e racconto autobiografico o storico, dramma teatrale e poesia.

In questa giornata dedicata alla memoria, vogliamo proporre un modo diverso per commemorare e ricordare. Una via che, attraverso la parola e la rima, ci racconta il dramma della Shoah attraverso la poesia di chi ha vissuto sulla propria pelle l’orrore della follia nazista.
Nelly Sachs e Paul Celan saranno le nostre guide e i loro testi ci costringeranno a confrontarci con questa pagina nera della storia europea, a riflettere sulle Shoah contemporanee e, infine, ci chiederà di rispondere ad una domanda: può la poesia curare le ferite degli uomini?

*Jo

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[1]Trad: “Binjamin Wilkomirski alias Bruno Dösseker conosce Auschwitz e Madjanek solo come turista.”

[2] cfr. P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1947, pagg. 7-8.

[3]Trad: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è una barbarie, e intacca anche la conoscenza che riguarda il perché oggi è impossibile fare poesia”.

[4] cfr. Th. W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino, 1975, pagg. 330-331.

[5] crf. Th. W. Adorno, Note per la letteratura 1961-1968, trad it. di E. de Angelis, A. Frioli. Einaudi, Torino 1979, p.277.