Mordred

MORDRED

Autore: Nancy Springer
Casa editrice: Mondadori Editore
Anno di edizione: 2002

.: SINOSSI :.

L’epopea di Camelot si arricchisce di un altro capitolo: quello del complesso tema legato alla ricerca della figura paterna e alla costruzione della propria identità. L’autrice si ispira a una delle più tenebrose leggende dei cicli arturiani, quella del figlio illegittimo di re Artù, Mordred, che persegue la rovina del padre amato e odiato, e cerca disperatamente di vendicarsi del suo abbandono. E dopo la battaglia finale che li vedrà uno contro l’altro, sarà la magia ad avere l’ultima parola…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un libro tanto bello quanto triste.
Lascia una malinconia disperata, mentre il desiderio di Mordred di cambiare il proprio destino diventa anche il nostro, alla fine del romanzo.
Ma cerchiamo di andare con ordine e di non farci prendere dall’emozione.
Il romanzo si concentra sulla figura di Mordred, protagonista della parte più oscura della leggenda di re Artù. Attraverso le parole dell’autrice, possiamo vagliare i suoi sentimenti e la sua disperazione mentre lo seguiamo nella sua disperata avventura.
Mordred ci viene presentato come un bambino felice e, soprattutto buono. Secondo la Springer, Mordred non desidera uccidere re Artù, al contrario cerca di ogni modo di spezzare quel destino che sembra vincolarlo a quell’atto che lui stesso considera tremendo. E’ costantemente diviso tra l’amore che prova per il re, per suo padre, e il dolore che sente nel non essere riconosciuto come figlio. Artù lo tratta bene, lo riempie di regali e attenzioni, ma gli nega la sola cosa che Mordred desidera, ossia chiamarlo “Figlio”.
I pensieri di un Mordred adolescente sono colmi di un frustratissimo “io”, di una ripetizione continua del proprio nome, come se cercasse disperatamente di trovare in esso la sua individualità che nessuno sembra riconoscergli. Lui non è Mordred, per gli altri, è un’ombra oscura destinata all’assassinio: non è una persona ma mero strumento di un destino che si deve ancora compiere. La profezia di Merlino, dove Mordred è additato come assassino, non è su di lui ma su re Artù eppure questo sembra vincolare due vite alla stessa infausta sorte.
Mordred è schiavo involontario delle decisioni altrui, ma vi si oppone con tutte le sue forze e alla fine, in un certo senso, vince.
La Springer ha una buona penna, riesce a portare su carta in modo convincente la frustrazione e la paura, ma soprattutto dolore e speranza. Il suo stile è ricco di dolci descrizioni che permettono al lettore non solo di essere presente sulla scena, ma anche di sognare e riflettere. Tocca in modo piuttosto velato diversi episodi del ciclo arturiano, dando la giusta spiegazione quando necessaria, così da non lasciare il lettore del tutto ignorante riguardo episodi che, magari, non conosce.
Il testo ha una certa musicalità e, in certi momenti, è estremamente poetico cosa che rende la lettura ancora più piacevole.
I personaggi, specialmente Mordred e Artù, sono ben delineati. Il romanzo è scritto in prima persona, pertanto la caratterizzazione di personaggi che non siano il narratore è ostica, tuttavia l’autrice è stata brava – tramite descrizioni e azioni – a dare tutto lo spessore necessario a rendere i personaggi umani e comprensibili.

Ci sarebbero tante cose che vorrei aggiungere, ma naturalmente rischierei di finire in fastidiosissimi spoiler, pertanto penso che chiuderò qui.
Per concludere, naturalmente, bisogna passare alla votazione: il mio giudizio è un sonoro e sincero 9/10. Ho letto esattamente il libro che mi aspettavo di leggere e che volevo leggere.
Perché, allora, il voto non è 10?
Per due ragioni: la prima è che non mi piace per niente la scrittura in prima persona; la seconda è che, secondo me, l’autrice non è riuscita a raggiungere il pubblico che voleva colpire.
Questo romanzo è classificato per giovani adulti, addirittura alcuni store lo inseriscono nella letteratura per ragazzi dai 10 anni in su. Se questo era il pubblico per il quale Nancy Springer voleva scrivere, allora ha fallito. Il testo è splendido, una perla, ma è troppo difficile per un ragazzino! Capirebbe poco della storia e il protagonista non avrebbe quel sapore di tenera tristezza che invece un adulto è perfettamente in grado di cogliere.
A parte questo, consiglio il romanzo agli appassionati delle leggende di Artù e dei suoi Cavalieri, specie se sono curiosi di leggere un punto di vista un po’ differente.

*Volpe

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Fiori e farfalle per coprire le svastiche

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Quante volte passeggiando, per le strade o all’università, avete visto una svastica campeggiare sbilenca sui muri degli edifici o i banchi delle aule? Come la maggior parte delle persone, alla vista del simbolo avrete provato un certo ribrezzo e, se siete temerari, avrete subito provveduto a camuffare questo segno di odio con qualcosa di più pacifico come, per esempio, un mulino a vento.
Esasperato dall’ennesima svastica comparsa sulle giostre di un giardinetto pubblico, Ibo Omari, titolare di un colorificio nel quartiere berlinese di Schöneberg, si è armato di bomboletta spray e ha trasformato il simbolo nazista in un disegno più adatto a un luogo per bambini.
Il suo esempio è stato immediatamente copiato da altri writer che, in giro per Berlino, si sbizzarriscono trasformando le svastiche in disegni sempre diversi e originali.
Farfalle, coniglietti, fiori, persone e quadrifogli sono solo alcuni dei soggetti del movimento dei Paint Back: i writers che, su segnalazione della cittadinanza, si spostano di quartiere in quartiere per convertire i simboli dell’odio in figure colorate.

Di seguito riportiamo alcune delle trasformazioni più originali e meglio riuscite di questi writers berlinesi.

*Jo

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Il ventaglio

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Tra tutte le figlie di Verona la contessina Paolina del Brolo era la più bella e la più volubile: un suo sorriso faceva vergognare i fiori alle finestre, un suo battito di ciglia faceva arrossire la luna che svelta correva a nascondersi dietro le montagne o tra le nuvole, un suo sguardo fugace bastava a ispirare amore a chi incrociava con lei gli occhi.
Così tanta bellezza era, tuttavia, l’unica virtù di questa fanciulla che, ben conscia del suo potenziale, si pavoneggiava e gioiva nel vedere nobili e plebei sospirare invaghiti della sua grazia.
Leone, un giovane che lavorava per un nobile veronese, era solo uno dei tanti spasimanti che la contessina poteva vantare ma, essendo poco più di un garzone, il ragazzo si teneva ben lontano da lei e mestamente lavorava nutrendo il sogno proibito di un titolo nobiliare e un matrimonio con la bella Paolina.
Anno dopo anno, infrangendo il veto che gli impediva di parlarle, Leone si recava dalla giovane e con poesie e parole dolci cercava di conquistare il cuore della ragazza, promettendole ogni cosa per coronare quel sogno d’amore e felicità.
Tuttavia, la frivola contessina respingeva ogni sua dichiarazione e sbattendo le ciglia nere e sventolandosi con il ventaglio di pizzo bianco accampava scuse fantasiose o avanzava richieste che andavano ben oltre le possibilità del garzone innamorato.
Ma Leone, determinato e caparbio, non si perdeva d’animo e lavorava di buona lena per soddisfare gli assurdi desideri della sua amata contessina.
Passarono gli anni e mentre il giovane si spezzava la schiena sotto il peso del lavoro, la bella contessina sembrava non risentire dello scorrere del tempo e ogni primavera la ritrovava più florida e aggraziata della primavera precedente.
Il signore di Verona era solito organizzare all’indomani dell’equinozio di primavera un ballo aperto a tutta la cittadinanza: un’occasione per ballare, cantare e scambiare baci e parole sotto le stelle ancora troppo lontane e fredde per impicciarsi degli uomini e delle loro questioni.
Come al solito la contessina era il fiore più bello di quella ghirlanda umana che danzava e festeggiava la fine dell’inverno.
Le virtuose matrone si facevano il segno della croce al vederla ballare in maniera così ardita e rispondere senza alcun pudore ad ogni cavaliere che la invitava a ballare, le altre dame, invidiose, parlottavano tra di loro nascoste dietro i loro ventagli colorati e li abbassavano solo per regalare agli astanti sorrisi velenosi e moine di circostanze.
Paolina danzava e le sue dita si intrecciavano ancora ed ancora con quelle di cavalieri sempre diversi, incrociando con loro sguardi carichi di malizia e di sentimenti non detti.

Leone, rintanato all’ombra di una casa, guardava impaziente l’oggetto del suo amore passare tra le mani di così tanti giovani e scalpitante di gelosia ringhiava al vedere la sua contessina scambiare occhiate e parole d’intesa con giovani che meritavano nemmeno di vedere la sua ombra.
Tra il drappello di spasimanti che ovunque seguiva la contessina, si fece largo un giovane dai capelli scuri e la pelle abbronzata dal caldo sole del sud: sembrava un contadino, pensò Leone al vederlo avvicinarsi alla sua contessina, ma aveva maniere da principe e modi che indubbiamente facevano vibrare il cuore di Paolina come mani nessuno aveva fatto.
La contessina rideva, scherzava, si lasciava stringere e giocava con quello straniero abbandonandosi, forse per la prima volta, al calore di un sentimento autentico.
Leone era furioso.
Come osava quella sciocca giocare in quel modo con uno sconosciuto? Con quale diritto quel giovane dalla pelle ambrata cercava di sedurre la sua bella contessina? La sua pelle scura non era poi tanto diversa da quella di quel principe meridionale, i loro capelli corvini sembravano notte accanto a quelli dorati di Paolina e i loro occhi scuri erano gli argini che accoglievano lo sguardo cristallino della giovane.
Leone e il principe. Il principe e Leone.
Due giovani uguali in tutto, che solo la sorte aveva reso diversi ricoprendo uno di benedizioni e l’altro di miseria.
La bellezza di Paolina sfiorì davanti agli occhi del giovane: come una rosa che una folata di vento spoglia dei petali che strenuamente erano rimasti attaccati al gambo e ai pistilli.
Che se ne fa la bellezza senza un cuore da istruire? A cosa serve la grazia se non si ha con chi spartirla? Perché sorridere quando la gentilezza non cura, ma fa soffrire il cuore che si strugge d’amore?
Sciocco Leone: sognatore innamorato e disilluso che per anni aveva covato quella dolce speranza aspettando paziente che Paolina gli si concedesse.
Anni di corteggiamento, di speranze, sentimenti e sogni infranti senza alcuna pietà: frammenti di odio e rimorso che come dardi fendevano l’aria e squarciavano quel cuore già sanguinante e ferito.
Leone ringhiava, bestemmiava e borbottava mentre claudicante si trascinava per le strade di Verona.
L’eco della musica era ormai sparito, pensieri neri di gelosia e morte gli rimbombavano nelle orecchie con il ronzio di uno sciame d’api.
Propositi di morte e rancore rivolti all’unico amore del giovane: l’unica persona tanto amata da trasformare l’amore in odio e il bene in male.

La contessina dormiva serena tra i suoi cuscini che profumavano di sapone e lavanda.
I capelli sciolti sembravano una corona solare: ciocche dorate che si muovevano appena ogni volta che la giovane si muoveva rincorrendo principi o ballando in saloni che potevano esistere solo nei suoi più bei sogni.
Leone si arrampicò svelto fino al suo balcone, nelle tasche un bocciolo di rosa e un coltello: due segni d’amore per consacrare quel macabro rito.
Con cautela aprì la finestra e scostò la tenda leggera, scivolando come un incubo nella stanza della contessina.
– Paolina, mio amore, svegliati.-, sussurrò il giovane accostandosi alla ragazza e accarezzandole delicato le belle guance rosee e calde.
Ma Paolina non voleva saperne e anche nel sonno si ostinava a respingere Leone e lo allontanava, agitando la manina, con la stessa stizza con cui si allontanano le mosche.
Era troppo.
Leone la afferrò con decisione e la scrollò fino a svegliarla, mettendole una mano sulla bocca per impedirle di urlare e allertare la casa.
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.- Cominciò a recitare il giovane come fosse una nenia. – Un ultimo gesto d’amore, un’ultima dichiarazione, un’ultima parola d’amore prima che la notte tramonti e porti con sé una vita dannata. Paolina, mi ami tu? –
La rosa rossa, stropicciata e rovinata dalla vicinanza con il coltello, era ora tra Leone e Paolina, che terrorizzata lo guardava senza sapere cosa dire o fare.
– No.- Sussurrò spaventata la giovane.
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.- Ripeté testardo il giovane, sperando vivamente che la ragazza scegliesse la salvezza al coltello.- Davvero non ti interessa salvare un’anima resa nera dall’amore?-
– Leone, tu mi spaventi.- Gemette la contessina cercando di sfuggire dalle grinfie del garzone. – Per favore, vattene! Vattene o chiamo mio padre!-
– Paolina, bella Paolina, dolce Paolina, cara Paolina.-
I petali della rosa caddero a terra uno ad uno come schegge di vetro, mentre Leone prendeva il coltello e con un balzo si gettava sulla ragazza bloccandola sul letto.
– Allora sei dannata.- Paolina gemette, pianse, pregò, ma quelle lacrime una volta così efficaci sul cuore del giovane, ora erano vane e impietosa la lama di Leone calò sfregiando il viso della contessina.
Un macabro sorriso, rosso e sbilenco, si apriva sul volto smunto della ragazza: una crepa sanguinolenta che disegnava una macabra falce di luna che da un orecchio all’altro solcava il viso di Paolina.
– Vana bellezza! Vana bellezza!- Ammonì il giovane lasciando il coltello accanto alla sua amata e gettandole addosso il ventaglio dietro a cui si era nascosta tante volte per sfuggire alle sue dichiarazioni d’amore.
– Ora non sei più bella né dolce né cara, Paolina. Ma una rosa resta una rosa anche quando l’inverno arriva e ne strappa i petali e ne rattrappisce lo stelo.-
Il giovane si chinò di nuovo e con delicatezza baciò la ferita aperta sul volto della sua amata: lì dove ancora si poteva intuire il sottile disegno di due labbra ora violacee.
– Che tu sia maledetto, Leone.- Sussurrò tra le lacrime la giovane, cercando di sfruttare quel poco di fiato e di voce che le rimanevano.
– Non troverai pace né qui né all’inferno fino a quando io non avrò trovato chi apprezzerà di nuovo la mia bellezza.- Piangendo la giovane si alzò e barcollante uscì dalla stanza portando con sé il suo prezioso ventaglio e il coltello che Leone aveva usato per deturpare il suo bel viso.
Ferita e sconsolata, la contessina corse tra le strade ancora addormentate di Verona e alla fine del suo fuggire si ritrovò alla porta del principe straniero con cui aveva ballato quella sera stessa.
– Ho bisogno di parlare con il principe, è urgente.- Dichiarò all’inserviente mentre nervosa nascondeva dietro al ventaglio la sua ferita ancora fresca.
Sapendo di avere un’ospite così gradita, il principe non esitò a far salire la giovane nelle sue stanze e al vederla sulla soglia della sua camera, vestita in modo così umile e con solo il ventaglio a darle una parvenza di nobiltà, il principe sorrise bonario, invitando la contessina a sedersi accanto a lui sul letto.
– Contessina.- La salutò facendole un delicato baciamano.- Non credo sia conveniente una vostra visita a quest’ora della notte! Che cosa succede e come vi posso aiutare?-
– Principe.- Gemette Paolina senza scoprire il suo volto. – Principe, ditemi, voi mi trovate bella?-
Il giovane sorrise e la guardò con dolcezza, trovando deliziosa l’ingenuità della ragazza. – Vi trovo bella.- Confermò affabile.
Paolina sorrise e, nel colmo dell’entusiasmo, richiuse il ventaglio svelando al principe il suo sorriso macabro e sanguinante.
– Anche così, mi trovate bella?- Gli domandò con la stessa semplice speranza con cui aveva posto la prima domanda.
– Contessina… .- Inorridito il giovane sobbalzò cercando di allontanarsi da quel mostro sfregiato. – Contessina, che vi è successo? Quale orrore il vostro viso!-
Paolina, al sentire quelle parole, scattò in piedi e con gli occhi ridotti ad una fessura saltò addosso al principe, bloccandolo sotto di sé e brandendo con decisione la lama assassina ancora sporca del suo sangue.
– Vana bellezza! Vana bellezza!- Latrò delusa mentre il coltello calava e apriva la gola del principe, lasciandolo morto sulle lenzuola screziate e calde di sangue fresco. – Ma una rosa resta una rosa anche quando l’inverno arriva e ne strappa i petali e ne rattrappisce lo stelo.- Aggiunse ritrovando la sua dolcezza e baciando le labbra fredde e violacee del giovane.
– E io cercherò, cercherò fino a quando non avrò trovato chi apprezzerà di nuovo la mia bellezza.-

Ancora oggi Paolina percorre le strade di Verona: di giorno spia da dietro le colonne o all’ombra degli alberi gli amanti, li segue e sparisce tra le ombra della città prima che il tramonto la sorprenda per le vie.
Quando poi la notte cala e la luna sua complice si alza per illuminarle il cammino, la contessina ripercorre quelle stesse strade per cui ha rincorso giovani ed innamorati fino a quando, sotto un porticato o all’angolo di una piazza, non vede un giovane andarle incontro.
Il suo ventaglio comincia a sfarfallare, mentre i suoi occhi, resi neri dalla morte e dalla disperazione, si addolciscono.
I suoi capelli chiari sembrano ritrovare le sfumature dorate della gioventù, mentre il volto scheletrico ritrova vigore e salute: un incantesimo o l’ennesimo scherzo di una maledizione?
Come è immaginabile una simile trasfigurazione non può passare inosservata e allora il malcapitato si ferma e i suoi occhi incrociano quelli della contessina.
– Mi trovi bella?- Gli domanda la ragazza mentre si esibisce in una strana piroetta e cerca di trascinare la sua vittima lontano dalle luci della strada.
– Sì.- risponde senza esitazione lo sfortunato, rapito da quello sguardo languido e allo stesso tempo spietato.
La contessina, felice, richiude allora il ventaglio e la luna fa capolino illuminando con un suo raggio il tetro sorriso sul volto della giovane.
– Anche così mi trovi bella?- Domanda nuovamente la giovane, mentre tra le sue mani si materializza il coltello di Leone.
Terrorizzato la vittima trasale e invano cerca di sfuggire al coltello che minaccia la sua vita. Non esiste una risposta corretta, per la contessina, ma questo nessuno lo sa.
Se nei vostri occhi la contessina Paolina leggerà la paura e lo sgomento, allora lei vi taglierà la gola, ripetendo il monito che per primo le fece Leone e firmando quella lezione con un bacio di morte.
Se, invece, apprezzerete la sua cicatrice, allora ella prenderà il coltello e con la punta inciderà anche nella vostra carne un sorriso di sangue per rendervi belli quanto lei.
Morire o vivere? Qualunque cosa scegliate, al cospetto della contessina Paolina del Brolo, vi consiglio di non mentire.

Annrose Jones

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L’amore non si compra

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Lo sguardo dell’uomo era fuoco nero in cui ribolliva un addolorato disprezzo.
– Così siete venuta a vendermi la vostra preziosa virtù! – L’ira tremava sulle labbra sottili e la voce fredda sibilava controllata, ogni parola un colpo di frusta. – Davvero credevate che fossi disposto a comprarla? – Sul volto pallido dell’uomo, incorniciato da lunghi capelli neri, la delusione irrigidiva lineamenti già di per sé inflessibili e la ruga che gli solcava la fronte, proprio sopra il naso, profondamente incisa nella pelle, sembrava ora un doloroso taglio, inferto dalle parole oltraggiose della donna. – Quale idea avete del mio onore, per pensare che avrei accettato la vostra offerta?
Lei, bella e giovane, lunghi boccoli dorati che sfuggivano dalla raffinata ma frettolosa acconciatura, osservava l’uomo austeramente vestito di nero, la lunga fila di bottoni che chiudeva la redingote fino al collo, avvolto dalla sciarpa, pure nera, lasciando intravedere solo una sottile striscia del candido tessuto della camicia. Il contrasto, tra la frusciante seta d’intenso turchese dell’abito della Signorina de Witt e la rigorosa tenuta del tenebroso Conte di Damonchester, non poteva essere più stridente, così come, incompatibile, pareva essere l’amara durezza del volto maturo di lui, rispetto alla fresca dolcezza del giovane viso di lei, soffuso dal rossore della vergogna.
– Voi non capite, Signore, ma non avevo alcun’altra scelta!
Nuove fiamme arsero furiose negli occhi neri del Conte, che stinse i pugni dietro la schiena, fino a farsi sbiancare le nocche, il viso sempre impassibile.
– Potevate sempre offrirvi al Duca di Waltmann, o al Marchese di Lestray!
– E’ quello che farò ora! – esclamò con stizzita disperazione la giovane donna, voltandosi.
Il Conte le fu alle spalle e l’afferrò con impeto per le braccia, ringhiandole nell’orecchio:
– Perché avete scelto di venire da me, per primo? – chiese, ponendo l’accento sulle ultime parole.
La Signorina de Witt si girò lentamente, lo sguardo basso. Solo allora il gentiluomo si rese conto che la stava quasi abbracciando: lasciò la presa e si ritrasse di scatto.
– Forse avete ritenuto che io fossi la “preda” più arrendevole? Che avrei più facilmente e generosamente ceduto, per godere dei vostri anelati favori?
La giovane lo fissò dritto negli occhi, ma lui continuò impassibile, con cattiva ed insistente ironia:
– Troppo impegnato a bearsi di se stesso, forse, il bel Marchese, per cadere ai vostri piedi ad un veloce cenno? Volubile e troppo bramato, il giovane Duca, per aver tempo da dedicare a voi?
Il Conte fece una pausa e si allontanò, lo sguardo nero sempre più infuocato. Poi continuò, un’intima amarezza nella voce, ora roca e profonda, quasi compiaciuto di irridere se stesso:
– Meglio provare prima con il tenebroso e maturo Conte di Damonchester, dalla misteriosa e stupefacente ricchezza. E’ solo questo che io ho più di loro, vero? – la incalzò, mentre un tagliente sorriso si adagiava dolorosamente sulle labbra sottili. – Io, che sono molto più vecchio e più brutto di loro, ma anche innegabilmente più ricco: ecco l’unico motivo per il quale avete scelto me!
La Signorina de Witt non rispose alle maligne insinuazioni: era ammaliata dallo sguardo del Conte, completamente persa in quelle fiamme nere che rivelavano alla sua ingenua giovinezza un mondo sconosciuto; desiderava solo bruciare in quel fuoco appena scoperto, senza pensare più a nulla.
– O, a dispetto del mio severo e solitario contegno, o forse proprio per quello, – insistette ancora il Conte, in quel suo perverso desiderio di tormentarsi, – avete pensato che avreste potuto ottenere molto, da me, offrendomi ben poco in cambio, sicura che mi sarei accontentato delle vostre calde e dolci labbra, senza pretendere anche il vostro morbido e seducente corpo?
Aveva pronunciato le ultime parole con un’ardente intensità, a stento controllata, mentre con lo sguardo avvolgeva intimamente il corpo della donna che sussurrò, con voce appena udibile:
– Forse, volevo solo scoprire… quale inferno arde dietro le fiamme che avvampano tumultuose nei vostri occhi, – un lieve sospiro l’interruppe, – ogni volta che mi guardate, – ancora un istante di silenzio, mentre sprofondava irrimediabilmente in quelle iridi nere, – come state facendo ora!
– Attenta Eleanor! Statemi lontana: potreste bruciarvi! – sussurrò con voce soffocata, ma non lo avrebbe permesso: non lei che dopo anni aveva saputo far vibrare ancora d’amore il suo cuore!
– Vi prego, Conte: ho assolutamente bisogno di denaro! – implorò ancora la Signorina de Witt.
– Non voglio il vostro corpo: ancora non l’avete capito? – sibilò l’uomo, con impassibile durezza.
Poi guardò quel visetto da bimba disperata e le lacrime che traboccavano dalle ciglia tremanti: sapeva quale era l’impellente motivo che l’aveva resa disposta a tutto e non aveva alcun diritto di trattarla in quel modo indegno. Quanto la desiderava! E da quanto tempo! Eppure, aveva sempre pensato che per lui, l’ambiguo Conte di Damonchester, sospettato d’ogni nefandezza, quello splendido gioiello, pieno di luce preziosa, sarebbe sempre stato del tutto inaccessibile. Invece, ora, avrebbe semplicemente dovuto allungare la mano e lei sarebbe stata sua. Scrollò la testa, allontanando quel pensiero irrispettoso: no, non così. Mai! Cercò di sorriderle ed addolcì la voce:
– Non voglio il vostro corpo, Eleanor, – ripeté, – per quanto possa intensamente desiderarlo, – sussurrò piano, con infinita passione – se non posso avere anche il vostro cuore!
Lo stupore si diffuse sul volto della giovane che restò senza fiato, gli occhi spalancati e la bocca dischiusa, mentre il Conte si rendeva conto d’averle appena rivelato il proprio amore:
– Dimenticatevi di me e dei miei sentimenti. – continuò rapido il Conte, le parole di nuovo seccamente sputate dalle labbra. – Di quanto denaro avete bisogno?
– Ve lo renderò, Signore: ve lo giuro! – affermò Eleanor, le lacrime a velarle le iridi azzurre.
Con voce turbata specificò l’importo e l’uso che ne avrebbe fatto al fine di liberare il padre, la cui esecuzione era stata fissata per l’indomani. Il Conte sospirò: che piccola, adorabile ingenua era Eleanor! Quanto desiderava stringerla delicatamente tra le braccia e rassicurarla! Quanto desiderava sfiorare quelle piccole labbra che disperatamente lo imploravano: piano, dolcemente, con infinito amore! Si riscosse dai suoi impossibili sogni: ormai doveva dirle tutto.
– Siete una sciocca ingenua, Eleanor: ormai è troppo tardi per cercare di salvare vostro padre e con quella somma, ad ogni modo, non avreste ottenuto nulla. – affermò duramente, – Siete stata ingannata e, questa notte, sareste stata anche derubata!
– No! – esclamò la giovane fra le lacrime, disperata. – Mio padre!
Il Conte avvicinò la mano al volto di Eleanor e con delicata dolcezza le asciugò le lacrime:
– Non temete, vostro padre è già in salvo, – sussurrò piano, – anche se è costato molto di più!
Eleanor non riusciva a credere alle parole che il Conte aveva appena pronunciato, mentre le tergeva il viso con quel tenero e rispettoso gesto.
– Non voglio nulla in cambio e, se non vi foste recata qui da me stamattina, non avreste neppure mai saputo a chi vostro padre deve la sua salvezza. – spiegò con sbrigativa decisione. – Ho posto l’assoluto silenzio sul mio nome come unica condizione per la sua libertà!
– Voi… voi l’avete fatto per me! – esclamò con voce soffocata.
– Già, sembra proprio che anche l’arido Conte di Damonchester abbia un cuore! – sibilò duramente, mentre un sorriso amaro arcuava le sue labbra: nessuno lo avrebbe mai creduto!
Ma lui un cuore l’aveva, e gridava il suo amore attraverso le fiamme che gli ardevano negli occhi, fissi su Eleanor, a trafiggerla con intensa passione, trattenuta solo a pena d’estenuanti sforzi.
Lei lo guardava, quasi senza respirare, irresistibilmente attratta da quell’uomo che, di sua spontanea iniziativa ed a sua totale insaputa, aveva salvato suo padre, correndo indubbi pericoli per la propria reputazione, già fortemente compromessa in quel pericoloso tempo di fronde. L’aveva fatto solo per lei. Perché l’amava. Ma, da gentiluomo qual era, non aveva minimamente approfittato della situazione e, anzi, si era sentito profondamente offeso da quella sua indecente proposta, che solo la disperata situazione in cui si trovava l’aveva indotta ad effettuare. Proprio lei, che neppure sapeva il reale significato di quelle parole, eppure gli aveva offerto il suo corpo, lei che dell’amore non conosceva nulla, neppure il sapore di un bacio delicato o lo sfiorare lieve di una carezza sul viso. A lui, solo a lui. Poco prima gli aveva mentito: non si sarebbe mai offerta a nessun altro uomo, solo a quel tenebroso ardore che ormai l’attraeva in modo sempre più travolgente, cui non sapeva più a lungo resistere. Solo all’uomo che l’amava con quella passione così a fatica dominata e che, senza mai essersene resa conto fino a quel momento, anche lei amava, con l’ingenuo impeto della sua giovinezza.
– Perdonatemi! – mormorò, prostrandosi in ginocchio davanti a lui.
Lo sentì tremare lievemente, mentre si chinava su di lei e, con delicati gesti, la faceva rialzare sussurrando con intensità, il volto pallido e appassionato vicino al suo:
– Non vi voglio in ginocchio davanti a me, Eleanor, per nessun motivo, mai!
Ancora una volta si ritrovò immersa nel fuoco nero degli occhi del Conte e, sempre più irresistibilmente, desiderò lasciarsi bruciare dalla sconosciuta passione di quelle fiamme impetuose. Senza neppure rendersi conto di quello che stava facendo, Eleanor si sollevò un poco sulla punta dei piedi e gli sfiorò appena la bocca con un delicato bacio.
Ardenti sospiri di desiderio erano sulle sue labbra roventi, ma Roger rimase rigidamente immobile, senza ricambiare quel bacio che bramava più d’ogni altra cosa. Infine, con immenso sforzo, si allontanò dal paradiso, per tornare a bruciare nel suo solitario inferno di disilluso desiderio. Eleanor vide il Conte, molto più alto di lei, quasi vacillare per un fugace istante, poi socchiudere appena gli occhi, mentre si portava la mano sulle labbra, incredibilmente turbato da quel suo spontaneo e timido gesto d’amore. Quasi senza respirare, rimase silenzioso a fissarla. A desiderarla. A cercare di riprendere il controllo di sé. Riuscì a parlare solo dopo un silenzio che ad entrambi parve infinito e durante il quale i loro sguardi erano sempre rimasti incatenati:
– Non mi dovete nulla, Eleanor, e non mettetevi strane idee per la testa. – rispose infine, di nuovo con voce secca e decisa. – Io e vostro padre stiamo dalla stessa parte. – S’interruppe cercando di ricostruire la sua maschera d’indifferenza, già pentito d’aver lasciato trasparire le proprie intense emozioni, più che mai deciso a mentirle ancora. Era così giovane e bella! Non doveva legarla a sé ed al suo oscuro ed incerto destino. Non poteva comprarne l’amore con la salvezza del padre.
– L’ho fatto per la causa, – sibilò, – non per voi!
Eleanor sorrise: era certa che quell’evidente menzogna fosse la più bella dichiarazione d’amore mai sfuggita a quelle labbra sottili, sempre così crudelmente tirate in cupe espressioni.
– So bene che l’amore non si compra… – si lasciò sfuggire ancora il Conte, in un sussurro delicato, pieno di dolente rimpianto, lo sguardo nero perso in ricordi lontani.
Tra le tante voci che giravano sull’impassibile e misterioso Conte di Damonchester, sulla vera origine della sua stupefacente ricchezza e sulla sua alquanto dubbia reputazione, ve n’era una che raccontava anche di un amore infelice, tanti anni prima, quando era ancora un uomo capace di sorridere. Una voce che aveva avuto ben poco credito nella raffinata e sdegnosa società che accusava il Conte d’essere uomo senza scrupoli e senza cuore. Ma Eleanor adesso era sicura che quella fosse l’unica diceria su di lui che corrispondesse a verità. Roger era un uomo che sapeva amare intensamente, con vibrante passione, e che sapeva ancora sorridere, proprio con quel tenero sorriso imbarazzato con il quale la stava deliziando in quel momento. Un uomo che sapeva bene come conquistare l’amore di una donna e che glielo aveva appena dimostrato. Lo vide di nuovo irrigidirsi ed ancora una volta la maschera calò sul suo volto pallido:
– Dovete andarvene, ora. – le ordinò.
Lo guardò, senza riuscire a capire il motivo di quel nuovo ed inatteso cambiamento.
– Siete rimasta troppo a lungo a casa mia, più tempo di quanto si confaccia alla reputazione di una giovane e bella signorina come voi.
Non avrebbe voluto, ma le stava di nuovo sorridendo: non riusciva proprio ad impedirselo. Eleanor sembrava aver vinto ogni sua resistenza e lui aveva infranto il giuramento che aveva fatto a se stesso tanti anni prima. Si era di nuovo perdutamente innamorato. Ma, forse, questa volta anche per lui brillava la luce della speranza, e non era stata la sua acquisita ricchezza ad accenderla.
Non questa volta. Eleanor gli stava sorridendo e non gli era mai sembrata tanto bella.
– Quando si saprà della fuga di mio padre, mi sarà rimasta ben poca reputazione da difendere. – sospirò rassegnata. – Le ricchezze della nostra famiglia saranno definitivamente requisite e nessuno oserà più pronunciare il nome dei de Witt in quei raffinati salotti!
– Non appena vostro padre sarà al sicuro e tutto sarà pronto per la fuga definitiva, sarà mia sollecita cura scortarvi personalmente da lui.
Il Conte s’interruppe: il suo viso si rabbuiò ed il sorriso gli scomparve dalle labbra. Si era reso conto, in quello stesso istante, che la sua fragile speranza era già morta, forse ancora prima di nascere: Eleanor sarebbe partita per le Americhe con suo padre e lui non l’avrebbe mai più rivista. L’avrebbe perduta, ancora prima di aver potuto accarezzare il pensiero di averla. La donna sembrò intuire i suoi angosciati pensieri e gli sorrise ancora:
– Credete che seguirò mio padre, abbandonando la lotta? – Nel silenzio, solo l’impalpabile frullio d’ali della speranza. – Credete che io possa lasciarvi, Roger, ora che ho capito d’amarvi?
Le fiamme esplosero, improvvise e incontrollate, nei profondi occhi neri del Conte, ed il sorriso gli illuminò il volto pallido. Un sorriso felice. Un sorriso d’amore che la giovane donna ricambiò:
– Come sono stata sciocca a non capire quanto eravate importante per me, Roger! – sussurrò volandogli tra le braccia, affondando il viso nel suo petto, cercando ben oltre che protezione.
– Nessuno oserà mancare di rispetto… a mia moglie! – sussurrò Roger abbandonandosi al dolce suono delle sue stesse parole. Chiuse gli occhi e la strinse a sé, con rispettoso amore e le sue labbra con tremante delicatezza le sfiorarono appena la fronte. Un sogno, forse era solo un sogno. Il profumo di Eleanor, improvviso, riempì il suo respiro ed acuì il suo già pressante desiderio. Un sogno non ha profumo. Ma il profumo di Eleanor era inconfondibile. La strinse forte chinandosi sulle labbra della donna che amava da tanto tempo, a coglierne infine l’inebriante sapore.

Ida59

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Attenti a quei due! Gary e Mary Sue: identikit di due (non) personaggi.

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Il primo, grande scoglio di uno scrittore che si appresta a iniziare la sua storia è la scelta dei personaggi e la loro caratterizzazione.
Più giovani si è più si tenderà a riversare nei protagonisti una propria versione che, a seconda dell’ambientazione, può vestire i panni del cavaliere piuttosto che dell’infermiera in trincea. Fortunatamente, questa tendenza edonistica sparisce con gli anni e i nostri alter ego vengono sostituiti da personaggi con una caratterizzazione migliore e più coerente con la loro storia. O almeno così dovrebbe essere.
Vi è mai capitato di avere tra le mani una storia in cui la protagonista femminile sembra Gabriella Montez del film “High School Musical” e il protagonista maschile un Troy Bolton di bassa categoria? Se la risposta è sì vi siete imbattuti nella temuta coppia Gary Stue e Mary Sue: conosciamo meglio questi due famigerati personaggi.

Per prima cosa, bisogna dire che le Mary Sue superano di gran lunga i Gary Stue. Questo personaggio, inizialmente concepito come una parodia dell’eroina perfetta, la somma di tutti i cliché letterari, spopola tra le ragazzine e, soprattutto per quanto riguarda le fanfiction, è divenuta ormai la protagonista per eccellenza di un genere in cui giovani teenager hanno storie amorose con personaggi famosi del cinema, della televisione o della musica o, casi più rari ma comunque presenti, con i protagonisti di opere già famose (siano esse romanzi, anime, manga, fumetti o film).
Quali sono le caratteristiche della Mary Sue (e della sua variante maschile Gary Stue)?
Come abbiamo già detto, il più delle volte non sono dei veri e propri personaggi, ma hanno più l’aspetto di un avatar letterario le cui caratteristiche sono estremizzate e in cui si concentrano i sogni, le paure, i desideri e le frustrazioni del suo creatore.
Visibilmente il personaggio Mary Sue (Gary Stue) risponde ad una descrizione precisa: è bello, sexy ed ha un fascino a cui non si può resistere che manda in deliquio uomini e donne di qualsiasi età.
Sono, in parole spicce, semplicemente perfetti.11261503_457965111028511_1257645561_n
Solitamente, se si tratta di una Mary Sue, verrà descritta come “magra, quasi anoressica” (il modello pin-up non piace più, si sa, ma che scheletro fosse sinonimo di bello mi è nuovo), fisico perfetto (anche se è magra avrà curve da far invidia a Belen Rodríguez), capelli bellissimi, fluenti, biondi, mori o tinti di un qualche colore psichedelico. Come a bilanciare la storia, il ragazzo sarà descritto come “atletico e muscoloso”, bello e impossibile, con gli occhi neri e quella bocca da baciare… .
Nella storia di cui è protagonista, questa tipologia di personaggio rappresenta il centro di gravità permanente: due personaggi parlano di qualcosa? Sicuramente parleranno di Mary Sue o di Gary Stue (a seconda di chi sia il fortunato prescelto di turno).
Una farfalla sbatte le ali in Giappone? Sicuramente questo evento verrà percepito dal protagonista Sue/Stue e avrà per lui conseguenze nefaste.
Uno dei personaggi è malato di cancro e ha urgente bisogno di un trapianto di midollo? Sicuramente Sue/Stue risulteranno compatibili e salveranno la situazione anche se non hanno legami con il malato, fumano o hanno dei tatuaggi.
La lista potrebbe continuare all’infinito, ma questi pochi esempi bastano per rendere evidente il fatto che qualunque cosa accada o qualunque sfida i personaggi si trovino ad affrontare, il personaggio Sue/Stue sarà lì pronto a risolvere la situazione sfoderando conoscenze e poteri di cui non era a conoscenza fino ad un attimo prima e di cui, puntualmente, si scorderà o a cui non si accennerà più una volta conclusa l’azione.
Ovviamente anche i personaggi Mary Sue/Gary Stue hanno le loro tipologie, ma in genere smascherarli è abbastanza facile.
Innanzitutto il background del personaggio è sempre tragico, costellato da lutti, malattie, traumi e violenze di vario genere; un passato oscuro e drammatico che il protagonista nasconde agli occhi del mondo, ma che verrà prontamente svelato dal vero amore della sua vita.
Proprio i suoi trascorsi travagliati plasmano il personaggio Sue/Stue trasformandolo in un angelo bello e misterioso, sensibile, altruista nel cui sguardo si può sempre leggere una nota di tristezza e un dolore di cui non si può parlare. Solitamente, come se questo personaggio non calamitasse su di sé abbastanza drammi, il sostentamento della famiglia grava tutto, o quasi, sulle sue spalle e quindi, già giovanissimo, studia e lavora (un lavoro prestigioso, vuoi mica mettere un angioletto a pulire i cessi sulla A14?).
Diversamente, i torti subiti potrebbero portare alla nascita di un personaggio ribelle simile ai protagonisti degli Young Adults: un guerriero (o guerriera) in erba che, senza alcun pretesto, ingaggia la sua crociata personale contro il sistema e, puntualmente, ne esce vittorioso e sentimentalmente sistemato (con qualche lutto sulla coscienza giusto per rendere la cosa più tragica e il suo già travagliato passato ancora più cupo).
Il modello trasgressivo è quello più quotato e presente soprattutto nelle fanfiction che spopolano su siti come EFP: si tratta di personaggi asociali, apatici, cinici, a cui spetta sempre l’ultima parola su tutto. Perfetti anche se la loro vita è un fiasco completo. Che stiano discutendo con un professore di Harvard, con un sacerdote, con il postino o con un amico, loro avranno sempre ragione e riusciranno a far cambiare idea al loro interlocutore.
L’ultimo modello è simile a quello angelico di cui si è già scritto: un personaggio che ne ha passate di cotte di crude, ma che riesce comunque a sorridere e a tirare su di morale gli altri e, alla fine, trasformerà il bel tenebroso che ha accanto in un ottimista.
Sentimentalmente le cose non cambiano gran che per il nostro protagonista idealizzato: considerato il suo sex appeal, il personaggio Mary Sue/Gary Stue fa cadere ai suoi piedi chiunque si imbatta in lui causando lo sfasciamento di intere famiglie o la distruzione di amicizie decennali. Dal punto di vista amoroso questi personaggi sono delle autentiche sanguisughe.
Pensate che Elena, femme fatale per eccellenza del mondo classico, l’abbia combinata grossa abbandonando suo marito e scatenando una guerra decennale? Bene, i personaggi Sue/Stue si nutrono come un afide dei conflitti che la loro presenza causa all’interno di nuclei familiari o gruppi di amici. Se poi dalla trama emerge il famoso triangolo, allora il nostro personaggio gongola ancora di più e la trama che si profila e più o meno quella di “Twilight“: un personaggio piuttosto insulso che gioca con i sentimenti di due o più contendenti pronti a tutto per avere il suo amore.

Come evitare i personaggi Mary Sue e Gary Stue?
Il vero ed unico limite di questi personaggi è la loro inconsistenza: sono personaggi che non palpitano, non trasudano quel realismo che permette al pubblico di affezionarsi e di parteggiare per un personaggio piuttosto che per un altro.
Nella stesura di un racconto è più che naturale prendere spunto dalla realtà che ci circonda e dalle persone che incontriamo quotidianamente per strada, sul luogo di lavoro o tra le aule; tuttavia l’ispirazione non deve diventare alienazione: il pretesto per creare una realtà alternativa in cui il nostro alter ego è il centro di gravità non solo della propria cerchia di conoscenze, ma del mondo intero.
Un personaggio, che sia il protagonista o un secondario, appassiona quando è vero, quando i suoi pregi creano dei chiaroscuri con i suoi difetti.
Per testare il grado di Sue/Stue del vostro personaggio, vi consiglio questo test che vi aiuterà a calibrare meglio il vostro personaggio.
AVVERTENZA! Il test è un po’ approssimativo quindi vi invitiamo a prendere con le pinze il responso: se il vostro personaggio è un soldato è scontato che sappia combattere e maneggiare armi (abilità che solitamente contraddistinguono i personaggi Sue/Stue anche quando sono degli adolescenti appena usciti dalle scuole medie), quindi se il punteggio finale dovesse risultare troppo alto, vi invitiamo a togliere qualche punto dalla somma finale.

*Jo