Una sirena a Parigi

UNA SIRENA A PARIGI

Autore: Mathias Malzieu
Anno di edizione: 2020
Casa editrice: Feltrinelli Editore

.: SINOSSI :.

Una pioggia ininterrotta si abbatte su Parigi. È giugno del 2016 e la Senna è in piena; un’atmosfera apocalittica e surreale avvolge la città. I dispersi sono sempre più numerosi e il fiume trascina oggetti di ogni tipo. D’un tratto, un canto ammaliante e misterioso attira l’attenzione di Gaspard Snow che, incredulo, sotto un ponte scopre il corpo ferito e quasi esanime di una sirena. Decide di portarla a casa per prendersene cura e guarirla, ma ben presto tutto si rivela più complicato di quanto non sembri. La creatura gli spiega che chiunque ascolti la sua voce si innamora di lei perdutamente fino a morire, e nemmeno chi come Gaspard si crede immune all’amore può sfuggirle. Inoltre, come può un essere marino vivere a lungo lontano dall’oceano? Gaspard non si dà per vinto e trova nell’ingegno, nell’estro e nel potere dell’immaginazione gli strumenti per affrontare questa mirabile avventura e difendere un altro grande sogno: salvare il Flowerburger, il suo locale a bordo di un’imbarcazione, un regno di musica, arte e libera espressione. Con Una sirena a Parigi, Mathias Malzieu dispiega le ali della fantasia, ricreando al sommo grado sensazioni oniriche e personaggi fantastici che richiamano La meccanica del cuore e Il bacio più breve della storia. Rende omaggio all’amore travolgente e impossibile, irrinunciabile energia vitale, fonte di creazione ma anche di distruzione.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ciò che Perrault, a suo tempo, fece regalando alla Francia una raccolta di favole, Malzieu lo sta facendo oggi con i suoi racconti: favole moderne di cui, un giorno, non mi stupirei di trovare piccole varianti esattamente come accade per Cenerentola o La Bella e la Bestia.
Una sirena a Parigi è solo l’ultima delle favole di Malzieu la cui scrittura, in questi anni, si è evoluta producendo testi di volta in volta sempre più piacevoli e maturi.
La meccanica del cuore, primo romanzo dell’autore, ci aveva conquistati con il suo linguaggio e le sue atmosfere a metà tra un film francese e una storia di Tim Burton; il Bacio più breve della storia ci aveva ubriacato, letteralmente, di neologismi e pensieri innamorati e, dopo queste due parabole sull’amore e i suoi corollari, L’uomo delle nuvole ci aveva riportato, con dolcezza e un po’ di malinconia, coi i piedi per terra a fare i conti anche con il dolore e la morte che, almeno idealmente, possono essere considerati il controcanto della gioia e dell’amore.
Una sirena a Parigi è un mix, ben riuscito ed equilibrato, di tutte queste suggestioni e tematiche.
Vita e tristezza, amore e morte, sogno e follia duettano per le strade di Parigi e la loro melodia si arricchisce di nuove tonalità e colori che riescono a rendere perfettamente le istantanee tratteggiate dall’autore.

Un altro libro che si aggiudica un 8/10 + un bonus di 2 punti tutto per la traduttrice Cinzia Poli che, ancora una volta, è riuscita a rendere alla perfezione l’estro di Malzieu seguendo il ritmo della sua scrittura come una ballerina ormai abituata alle acrobazie linguistiche del suo partner letterario.
Sarebbe bello, desiderio un po’ bislacco, vedere un giorno un romanzo di questa traduttrice.
Come gli altri romanzi di Malzieu anche questa favola contemporanea merita: vi sono regni, o chiatte se preferite, da salvare, principesse marine da soccorrere, mostri, più umani che mai, da sconfiggere e amici improbabili da trasformare in alleati.

*Jo

Il principe della nebbia

IL PRINCIPE DELLA NEBBIA

Autore:  Carlos Ruiz Zafón
Anno:  1993
Editore:  Mondadori

.: SINOSSI :.

1943: il vento della guerra soffia impetuoso sull’Europa quando il padre di Max Carver decide di lasciare la città e trasferire la famiglia in una casa sulla costa spagnola. Il luogo sembra protetto e tranquillo ma, appena arrivati, cominciano a succedere strani fenomeni: Max scopre un giardino disseminato di statue orribili, la sorella Alicia inizia a fare sogni inquietanti, compare una scatola piena di vecchi film che sembrano aprire una finestra sul passato, mentre l’orologio della stazione va all’indietro. E ci sono le voci, sempre più sinistre, che riguardano i precedenti proprietari della villa, e i racconti che accompagnano la misteriosa scomparsa del loro unico figlio.
Mentre un incidente colpisce la sua famiglia, Max si trova sommerso da presagi allarmanti ed è costretto, suo malgrado, a improvvisarsi detective. Assieme ad Alicia e al nuovo amico Roland, nipote dell’anziano custode del faro, inizia a indagare sull’oscuro naufragio di una nave che giace sui fondali della baia custodendo molti segreti, e sugli eventi, sempre più drammatici, che investono la casa sulla spiaggia. Insieme i tre ragazzi scoprono la terrificante storia del Principe della Nebbia, un’ombra luciferina che emerge nel cuore della notte per scomparire con le prime nebbie dell’alba… Una storia che affonda le radici nel passato e che continua a lasciare una scia di sangue, dolore e sofferenza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Raramente Zafón regala al suo pubblico una gioia e, leggendo le sue pagine, sembra proprio che lo scrittore provi un sadico piacere nel tenere sulle spine i suoi lettori fino all’ultima sillaba dei suoi scritti.
Il principe della nebbia non fa eccezione e, in poco più di 150 pagine, riesce a catturare e a trascinare chi legge tra le spire di una storia oscura come un incubo.
Mentre l’Europa è con il fiato sospeso per via dell’inasprirsi dei conflitti successivi allo scoppio della seconda guerra mondiale, Max e la sua famiglia decino di lasciare la città per ritirarsi in un borgo che sorge a ridosso dell’oceano: una soluzione idilliaca che sembra inaugurare un bel romanzo sull’estate e sulle avventure che si posso collezionare in tre mesi di vacanze e dolce far niente.
L’incontro con Roland, adolescente e Cicerone improvvisato del luogo, il relitto di una nave affondato giusto a qualche pedalata da lì e una casa che sembra una rigatteria; avvalorano la sensazione di avere tra le mani una versione iberica del celebre romanzo di Astrid Lindgren Vacanze all’Isola dei Gabbiani. Non bisogna attendere più di qualche pagina perché i primi misteri comincino a far capolino, coinvolgendo il lettore in un’indagine che infrange la barriera del tempo e procede in sospeso tra passato, presente e futuro, tra realtà e mistificazione, sogni e incubi.
Nuovi personaggi rimpiazzano, a volte con espedienti che risultano non del tutto convincenti, i vecchi e, arrivati a metà del romanzo, il ritmo sembra aumentare conducendo in maniera quasi impercettibile al climax.
La sensazione, decisamente coerente con l’ambientazione e le atmosfere del romanzo, è quella di trovarsi davanti ad una tempesta tanto imminente quanto inevitabile che, prima di aver trovato un riparo, si abbatte sul lettore senza lasciargli scampo.
Lo stile di Zafón è, in queste pagine, ad uno stato embrionale ma si fa comunque apprezzare. Le descrizioni sono essenziali e lasciano margine alla fantasia del lettore, senza tuttavia permettergli di evadere in interpretazioni troppo personali.
La trama scorre piacevolmente e presenta solo qualche piccola omissione che, nell’insieme, passa pressoché inosservata e su cui, a lettura terminata, ognuno può trarre le sue conclusioni.
I personaggi non sono particolarmente sviluppati e ricalcano timidamente i prototipi dei film horror contemporanei: genitori che, in buona fede, trascinano gli affetti in un luogo non proprio adatto alla famiglia del Mulino Bianco, figli adolescenti (o quasi) che non perdono l’occasione per battibeccare e pungolarsi a vicenda, un nuovo amico con un passato tragico e nebuloso e un vecchio solitario che, prigioniero dei ricordi e dei sensi di colpa, vive arroccato in un faro.
La giovane età dei protagonisti, tutti compresi tra i 13 e i 18 anni, enfatizza l’incredibilità della vicenda e, a tratti, risulta quasi fuori luogo considerate le sfide che i tre personaggi principali affrontano soprattutto nei capitoli conclusivi del romanzo.
Forse, con personaggi anche di poco più grandi l’effetto sarebbe stato migliore, ma anche così la trama riesce comunque a coinvolgere e a regalare minuti da brivido (se, come la sottoscritta, non avete particolarmente in simpatia i pagliacci evitate di leggere questo romanzo prima di andare a dormire n.d.r).

Il voto è 8,5/10: il romanzo è, evidentemente, pensato per un pubblico più giovane rispetto a quello abituale di Zafón che, tra queste pagine, sembra far parlare più lo sceneggiatore dello scrittore con il risultato che, alcune pagine, sembrano una bella descrizione di qualcosa di visto al cinema o in qualche corto metraggio.

L’ULTIMO CACCIATORE DI LIBRI

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L’ULTIMO CACCIATORE DI LIBRI

Autore: Matthew Pearl
Casa editrice: Rizzoli
Anno: 2016

. : SINOSSI : .

Sulle isole di Samoa, Robert Louis Stevenson, ormai molto anziano, lavora al suo ultimo romanzo. E il pensiero dell’ultima opera del grande autore accende l’immaginazione dei contrabbandieri di testi tradotti, una professione misteriosa e diffusa prima della regolamentazione dei diritti d’autore. Così un tale di nome Davenport insieme al suo assistente Fergins si imbarcano per il Pacifico, con l’obiettivo di rubare l’ultima perla letteraria del momento, prima che sia troppo tardi, ovvero prima che la legge tuteli il commercio estero delle opere di fantasia.

. : Il nostro giudizio : .

Un libro consigliato agli amanti dei libri, a chi sa apprezzare in modo autentico il peso delle pagine, la filigrana, la rilegatura, l’odore e i componenti di un volume.
Un libro consigliato a chi non si limita a leggere le parole stampate, ma si distrae a leggere la storia del libro come oggetto, cercando di risalire, come in una caccia al tesoro, alle sue origini.
Le prime pagine sembrano proporci una storia già letta e ci presentano due personaggi che potremmo inquadrare in un rapporto insegnante/allievo. Per alcuni capitoli questa sensazione persiste, complice una trama che sembra arrancare, per poi decollare trasportata dai ricordi di uno dei due protagonisti. La pittoresca New York sparisce e il lettore viene trasportato oltre oceano, a Londra, e poi ancora più a sud verso le Samoa e le incontaminate isole del Pacifico.
Lo stile è piacevole, scorrevole e si rifà a romanzi di altri tempi, aiutando il lettore a calarsi in un’atmosfera e in un contesto storico che pare sospeso tra due epoche: la fine di un secolo, il tramonto di una stirpe affascinante e disonesta, gli ultimi anni di uno scrittore e il difficile rapporto di un autore e la sua opera.
Tra le pagine, nascoste tra un uragano, un viaggio in nave e un incontro con gli indigeni samoani; si nascondono piccole perle: massime acerbe e riflessioni sulla letteratura, i libri e l’arte di narrare storie.
Un romanzo che merita e che sarà sicuramente apprezzato da chi si è lasciato rapire da capolavori come “L’isola del tesoro”, a cui il romanzo si ispira in un certo senso, e i romanzi di Stevenson.
Il mio giudizio è 9/10: ho davvero apprezzato questo romanzo che mi ha riportato sulle labbra e negli occhi una letteratura che avevo accantonato con la fine delle scuole medie/superiori.
Un romanzo di avventura, che è anche un romanzo dedicato al libro come oggetto, al libro come scrigno e al libro come occasione.
Un neo? L’aver speso solo 20 pagine per svelare i misteri e i segreti che si erano intrecciati nel corso delle precedenti 400 pagine.

*Jo

Quando l’arte incontra la letteratura – Lo scudo di Achille

Anche oggi siamo in vena di novità!
Una nuova, appassionante rubrica è in arrivo in cui saranno prese in considerazione diverse opere d’arte che hanno influenzato la letteratura italiana e straniera o che, viceversa, sono state ispirate da essa.

ce80970cbdc941f26c09afa8d97a673bPartiamo dagli albori, quando il concetto di letteratura ancora non esisteva e quello di arte era così lontano dalla mente degli uomini da chiamarsi ancora artigianato.
Ciò di cui voglio parlarvi oggi è il passo dell’Iliade che riporta la creazione, da parte del fabbro degli Dei Efesto, dello scudo di Achille. Questi 148 (468-616) versi sono uno dei primi esempi di Ekphrasis, ossia descrizioni di oggetti d’arte, della storia.

Prima di tutto, direi di raccontare ciò che portò alla creazione delle armi di Achille. Come tutti bene sappiamo, l’eroe acheo si era ritirato dal campo di battaglia a causa di un diverbio con il suo comadante Agamennone e aveva concesso a Patroclo di indossare le sue armi in battaglia.
Patroclo venne però assassinato da Ettore che prese tutto ciò che il giovane indossava. Achille era desideroso di vendicarsi, ma non aveva più armi ed armatura e questo portò sua madre Teti, una ninfa, a intercedere in suo favore presso Efesto che cominciò a forgiare con il rame le nuove armi del giovane.
Sebbene Omero specifichi che il dio forgiò per Achille un’armatura completa, non abbiamo alcuna traccia di come fossero fatti l’elmo, la placca di rame che doveva fungere da corazza, i parabraccio e i parastinchi, l’autore preferì concentrarsi solo e solamente sullo scudo.

Per quanto la descrizione sia dettagliata, Omero non specifica la forma dello scudo che, tuttavia, è ormai accettata quale circolare. Lo scudo stesso, infatti, dovrebbe essere un’allegorica rappresentazione della terra.
La descrizione parte dunque dal centro.

Vi fece la terra, il cielo e il mare,
l’infaticabile sole e la luna piena,
e tutti quanti i segni che incoronano il cielo,
le Pleiadi, l’Iadi e la forza d’Orìone
e l’Orsa, che chiamano col nome di Carro:
ella gira sopra se stessa e guarda Orìone,
e sola non ha parte dei lavacri d’Oceano
(Versi 483-489, Iliade Canto 18°)
Come si può evincere, nel cerchio centrale i protagonisti sono gli elementi astronomici. In un tempo in cui non si avevano altri mezzi per misusare il passaggio delle stagioni, conoscere le stelle e la loro posizione era molto importante sia per l’agricoltura, l’apparizione di determinate costellezioni poteva significare che era giunto il tempo della semina o della raccolta, sia per i lunghissimi viaggi in mare in cui non si avevano altri punti di riferimento oltre agli astri brillanti del cielo che indicano i quattro punti cardinali. Non stupisce quindi che siano stati posti nel centro, quasi quella posizione volesse sottolineare l’iportanza degli elementi raffigurati.
Nel secondo cerchio si passa alla descrizione di due città contrapposte, una in pace e una assediata da una guerra.
La città in pace è una città in festa: c’è un matrimonio, le spose sono accompagnate da un festoso corteo e tutto sembra essere raffigurato quale esaltazione del piacere e della gioia di vivere. Molto strana come decorazione per lo scudo di un guerriero!
Sebbene il matrimonio ci mostri alcune usanze tipiche greche, ciò che si contrappone maggiormente alla città in guerra, e che ci da un’idea ancora più chiara della civiltà greca di quel periodo, è la famosissima scena del giudizio.
E v’era del popolo nella piazza raccolto: e qui una lite
sorgeva: due uomini leticavano per il compenso
d’un morto; uno gridava d’aver tutto dato,
dichiarandolo in pubblico, l’altro negava d’aver niente avuto:
entrambi ricorrevano al giudice, per aver la sentenza,
il popolo acclamava ad entrambi, di qua e di là difendendoli;
gli araldi trattenevano il popolo; i vecchi
sedevano su pietre lisce in sacro cerchio,
avevano tra mano i bastoni degli araldi voce sonore,
con questi si alzavano e sentenziavano ognuno a sua volta;
nel mezzo erano posti due talenti d’oro,
da dare a chi di loro dicesse più dritta giustizia
(Versi 497 – 508, Iliade, canto 18°)
achilles shield.art.shld72F.jpgUn manipolo di uomini è raccolto in piazza ed assiste al giudizio di un omicidio, qui, ascoltate le versioni dei due contendenti, i giudici esprimono il proprio parere a turno tramite il passaggio di uno scettro, simbolo di potere. I cittadini possono ascoltare e si mostrano favorivi all’una o all’altra parte, possiamo immaginare che si trattasse di scene molto caotiche.
Ciò che viene raccontato qui, alle nostre orecchie suona quasi come un’ovvietà e una banalità: il processo è pubblico e, per così dire, democratico.
Non vi è un singolo giudice a dirimere la questione, ma più di uno e tutti di pari importanza. La presenza dei cittadini mostra la pubblicità dell’atto e indica che, quantomeno per i reati più gravi, essi erano coinvolti e invitati anche a prendere una posizione.
L’importanza di quest’immagine sullo scudo dell’eroe sta nel fatto che essa immortala una delle primissime testimonianze in cui viene rappresentato l’amministrazione della giustizia nel mondo greco, un metodo molto simile a quello usato ai giorni nostri.
Passiomo dunque alla città in guerra: essa è accerchiata da due diversi eserciti e, poco lontano, un pastore è stato attaccato da alcuni esploratori nemici.
La cosa veramente interessante di questo passaggio è che risulta essere l’unico a parlare di guerra. Achille sta, di fatto, andando a combattere con uno scudo raffigurante scene di vita quotidiana, di amore, felicità e, se vogliamo, anche di scienza e tecnica.
Qualche parola in più va spesa per quanto riguarda il terzo cerchio descritto da Omero: qui vengono narrate scene di vita quotidiana nei campi distribuite nel corso dell’intero anno, alcuni pastori al pascolo e, infine, una scena molto festosa.
Una prima sezione mostra l’aratura dei campi e un’altra è chiaramete incentrata sul raccolto, il lavoro è sempre controllato da una figura che sarebbe il Re, unico padrone del campo. I lavoratori sono affittuari della terra, non schiavi del re.
Molto interessante è il fatto che, nella sezione dell’aratura, si può chiaramente intuire che i greci già conoscessero la tecnica della rotazione triennale. Non stupisce affatto che Omero abbia deciso di usare la tecnica dell’ekphrasis per esaltare la civiltà a lui contemporanea, erano decisamente sviluppati!

Nei versi dedicati all’allevamento viene raccontato un episodio che, ai nostri occhi, ha dell’incredibile e che vede protagonisti niente mendo che dei leoni. Ecco cosa succede: durante una normale e tranquilla giornata di sole un pastorello ha condotto i propri animali al pascolo, quando un branco di temibili leoni li attacca e i prodi cani li cacciano via salvado la vita al pastore e i suoi animali.
Immagino che quasi tutti, almeno una volta nella vita, siamo partiti per un viaggio alla scoperta della grecia e, a meno che non ci trovassimo in uno zoo, non ci è mai capitato di vedere un leone. Questa può sembrare una stranezza agli occhi di noi uomini del duemila, eppure sia la penisola greca che quella italiana erano allora popolati dai leoni europei: una razza che si è estinta nei primi secoli d.C a causa della caccia sregolata e dell’utilizzo di queste fiere nei giochi (dove vennero sostituiti con leoni asiatici ed africani).
Nell’ultima sezione di questo cerchio è rappresentata una danza: ragazze e ragazzi danzano felici mentre ai lati alcuni araldi suonano e degli acrobati si esibiscono incendiando l’aria con la gioia di una festa.

E una danza vi ageminò lo Storpio glorioso;
simile a quella che in Cnosso vasta un tempo
Dedalo fece ad Ariadne riccioli belli.
Qui giovani e giovanette che valgono molti buoi,
danzavano, tenendosi le mani pel polso:
queste avevano veli sottili, e quelli tuniche
ben tessute vestivano, brillanti d’olio soave;
ed esse avevano belle corone, questi avevano spade
d’oro, appese a cinture d’argento;
[…]
(versi 590-598, Iliade, 18° Canto)

Nella descrizione della danza, Omero fornisce un particolare interessante: con una bella metafora paragona le figure formate dai giovani che danzano mano nella mano al labirinto che Dedalo costruì per Minosse, a Creta, e nel quale tutti sappiamo fu rinchiuso il temibile Minotauro. Omero, nella sua narrazione, non si sente in dovere di spiegare a cosa servisse il labirinto: si trattava di leggende comuni all’epoca che tutti conoscevano e a cui spesso gli aedi, ossia i cantastorie, si riferivano per far capire meglio agli ascoltatori, e ora ai lettori, di cosa si stesse parlando.
Non si sa esattamente cosa questo passo rappresenti, per alcuni si tratta di un rituale, per altri è una semplice festa, tuttavia, tutti sono concordi nel trovare in questa scena il culmine della gioia terrena e il maggior contrasto con la guerra che assedia Troia da quasi dieci anni.

Ed eccoci arrivati agli ultimi versi dedicati allo scudo di Achille, quelli che ci fanno maggiormente propendere per una forma circolare dell’arma:
Omero ci racconta che nell’ultima sezione Efesto scolpì “la grande possenza del fiume Oceano”. Sì, un’altra stranezza al pari dei leoni. Per i greci l’oceano era un fiume che delimitava completamente la terra raffigurata come un disco piatto.
Dopo aver così minuziosamente descritto lo scudo, Omero narra in soli 9 versi la creazione del resto dell’armatura e la consegna di essa ad Achille. Se il poeta ci avesse lasciato una descrizione più dettagliata anche delle altre parti dell’armatura e delle loro decorazioni, sicuramente saremmo in grado di decifrare meglio i simboli che abbiamo qui elencato e, osservati all’interno di un quadro completo, essi ci sarebbero sembrati meno enigmatici di quanto non siano in realtà.

*Volpe

  • NOTE :
1.La traduzione è stata tratta da: “Storia e testi della letteratura greca”, M. Casertano G. Nuzzo, © 2011 G. B. Palumbo Editore
2.Le immagini qui riportate non sono del “reale” scudo di Achille poiché no è mai stato ritrovato un oggetto come quello descritto da omero. Queste sono solo ricostruzioni sulla base di ciò che si può leggere.