Raya e l’ultimo drago ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.
Raya e l’Ultimo Drago viaggia nel fantastico mondo di Kumandra, dove molto tempo fa umani e draghi vivevano insieme in armonia. Ma quando una forza malvagia ha minacciato la loro terra, i draghi si sono sacrificati per salvare l’umanità. Ora, 500 anni dopo, quella stessa forza malvagia è tornata e Raya, una guerriera solitaria, avrà il compito di trovare l’ultimo leggendario drago per riunire il suo popolo diviso. Durante il suo viaggio, imparerà che non basta un drago per salvare il mondo, ci vorrà anche fiducia e lavoro di squadra.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, è cresciuta a pane e film d’animazione Disney (l’animazione tradizionale pre Pixar per intenderci) si è ormai rassegnato a protagonisti in CGI e ad ambientazioni tanto realistiche quanto prive di quei dettagli che hanno reso iconiche location come la foresta di Pocahontas o la Rupe dei Re de Il Re Leone; fatta questa doverosa premesse torniamo a Raya e l’ultimo drago: il 59° classico Disney.
Esattamente come Frozen il regno di ghiaccio, Raya e l’ultimo drago pecca di diverse ingenuità e si avvale di più di un pretesto di trama per mandare avanti una narrazione che, per quanto interessante, risulta alla lunga ripetitiva e anche un po’ noiosa: più simile ad una quest di D&D che non ad un intreccio vero e proprio.
Dal punto di vista grafico il film è impeccabile e soprattutto le ambientazioni, minuziose nei dettagli quanto nella resa generale, risultano realistiche e ricreano alla perfezione le suggestioni e le atmosfere del continente asiatico: per esempio alcuni frame ricordano, almeno adl’impatto visivo, il famoso Esercito di Terracotta di Xi’an.
Come per Moana (Oceania nella versione italiana) sono evidenti lo studio antropologico e il lavoro fatto per cercare di creare un continente che, seppur inventato, risulti culturalmente, cromaticamente e geograficamente coerente con la cornice orientale in cui è iscritto. Nel complesso l’accostamento degli elementi è non solo lodevole, ma anche convincente e dà a Kumandra un background culturale che, purtroppo, non viene sfruttato al 100% e sembra ridursi allo stereotipo Asia= draghi e arti marziali.
La stessa Kumandra è mal descritta e, nonostante la cartina che la protagonista porta sempre con sé, è impossibile stabilire se si tratti di un continente, di una regione o di un mondo sorto intorno ad un unico lago/mare a forma di drago. Un vero peccato considerato che, di per sé, il worldbuilding è non solo ben fatto, ma anche ben sortito ed armonico nonostante la varietà di culture che lo ha ispirato.
La trama, come già accennato, è piuttosto ripetitiva e sembra tentennare tra la voglia di tentare qualcosa di più maturo e complesso e la necessità di non lasciare indietro il giovane pubblico a cui il film è destinato.

Già da tempo la Disney ha abbandonato le principesse in attesa di “un uomo possente” (cit.) che risolva i loro problemi e Raya e l’ultimo drago non fa eccezione. Fin dai primi minuti del film facciamo la consocenza, oltre che delle principesse Raya e Namaari, di Virana (capo della nazione di Zanna) e del capo di Coda; a cui, nel corso della narrazione, si aggiungeranno Sisu, la piccola Noi e il generale Atitaya di Zanna. Ridurre questa platea di personaggi femmili ad un inno all’ormai abusta GirlPower è sbagliato e non rende giustizia né al film né alle culture a cui esso si ispira. Contrariamente a quanto si pensi, infatti, l’immaginario di molti paesi asiatici affonda le radici in un folklore ricco di personaggi femminili che spesso ricoprono cariche civili e/o militari (basti pensare alla divinità indù Durga, alla più famosa Hua Mulan o all’altrettanto celebre e contemporanea Aung San Suu Kyi recentemente tornata sotto i riflettori della politica internazionale dopo il golpe in Birmania).
In tempo di pandemia e crescente diffidenza, la Disney distribuisce un lungometraggio che cerca di lenire e stemperare il clima di sfiducia alimentato dal Covid-19 e dalle norme di distanziamento sociale adottate dai paesi per contenere il contagio.
Kumandra è, in vero, un allegoria del nostro tempo: un mondo stravolto dai cambiamenti climatici dove si lotta per accaparrarsi le risorse naturali come l’acqua e la terra, perennemente minacciato da calamità e mostri in agguato e pronti a colpire senza alcun preavviso.
La dicotomia tra fiducia e diffidenza è il leit motiv del film e riesce a disegnare una parabola interessante e coerente con il periodo storico che stiamo attraversando senza scadere nel banale o nel didascalico. Al contrario, la morale del film si può riassumere in: la fiducia nel prossimo è una condizione sine qua non se si vuole cambiare il mondo per il meglio.
La mancata caratterizzazione dei personaggi è un’altra nota dolente del film e tale mancanza è difficile da giustificare dal momento che l’intera vicenda ruota, sostanzialmente, intorno a cinque personaggi. La sensazione è quella di avere a che fare con delle sagome: personaggi per cui non si deve provare chissà quale simpatia e pensati in funzione del secondo, altrettanto valido, insegnamento del film: solo perché una persona non è d’accordo con te non significa che sia cattiva o meno volenterosa di migliorare il mondo.
Da ultima, ma non meno importante, vi è la questione ambientale che, già toccata in Frozen il segreto di Arendelle, è qui approfondita mostrando senza troppe censure gli effetti negativi di una malagestione delle risorse naturali.
Sisu, l’ultimo drago, è un drago acquatico e l’acqua è l’unico elemento in grado di respingere i Druun (esseri opposti ai draghi che trasformano in statua chiunque si trovi sul loro cammino). Con la scomparsa graduale dei draghi si assiste al decadimento di Kumandra che culmina con la scomparsa della preziosa acqua. Se in Frozen il segreto di Arendelle la produzione si era concentrata sull’ambivalenza degli elementi (forze della natura incontrollate o alleati in grado di portare vita), in Raya e l’ultimo drago la Disney calca la mano sul futuro che ci aspetta se continueremo a sfruttare irresponsabilmente il pianeta accaparrando risorse a favore di pochi e a scapito di molti.
In conclusione, Raya e l’ultimo drago si aggiudica 8+/10: pur non essendo particolarmente impegnativo, il film è ben fatto e le atmosfere orientali scaldano il cuore riempiendo gli occhi di colori e suggestioni stimolanti. La colonna sonora non è particolarmente memorabile, ma si avvale comunque di un tema principale molto bello che ben rende la leggiadria dei draghi e i loro movimenti.

*Jo


L’ULTIMO CACCIATORE DI LIBRI

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L’ULTIMO CACCIATORE DI LIBRI

Autore: Matthew Pearl
Casa editrice: Rizzoli
Anno: 2016

. : SINOSSI : .

Sulle isole di Samoa, Robert Louis Stevenson, ormai molto anziano, lavora al suo ultimo romanzo. E il pensiero dell’ultima opera del grande autore accende l’immaginazione dei contrabbandieri di testi tradotti, una professione misteriosa e diffusa prima della regolamentazione dei diritti d’autore. Così un tale di nome Davenport insieme al suo assistente Fergins si imbarcano per il Pacifico, con l’obiettivo di rubare l’ultima perla letteraria del momento, prima che sia troppo tardi, ovvero prima che la legge tuteli il commercio estero delle opere di fantasia.

. : Il nostro giudizio : .

Un libro consigliato agli amanti dei libri, a chi sa apprezzare in modo autentico il peso delle pagine, la filigrana, la rilegatura, l’odore e i componenti di un volume.
Un libro consigliato a chi non si limita a leggere le parole stampate, ma si distrae a leggere la storia del libro come oggetto, cercando di risalire, come in una caccia al tesoro, alle sue origini.
Le prime pagine sembrano proporci una storia già letta e ci presentano due personaggi che potremmo inquadrare in un rapporto insegnante/allievo. Per alcuni capitoli questa sensazione persiste, complice una trama che sembra arrancare, per poi decollare trasportata dai ricordi di uno dei due protagonisti. La pittoresca New York sparisce e il lettore viene trasportato oltre oceano, a Londra, e poi ancora più a sud verso le Samoa e le incontaminate isole del Pacifico.
Lo stile è piacevole, scorrevole e si rifà a romanzi di altri tempi, aiutando il lettore a calarsi in un’atmosfera e in un contesto storico che pare sospeso tra due epoche: la fine di un secolo, il tramonto di una stirpe affascinante e disonesta, gli ultimi anni di uno scrittore e il difficile rapporto di un autore e la sua opera.
Tra le pagine, nascoste tra un uragano, un viaggio in nave e un incontro con gli indigeni samoani; si nascondono piccole perle: massime acerbe e riflessioni sulla letteratura, i libri e l’arte di narrare storie.
Un romanzo che merita e che sarà sicuramente apprezzato da chi si è lasciato rapire da capolavori come “L’isola del tesoro”, a cui il romanzo si ispira in un certo senso, e i romanzi di Stevenson.
Il mio giudizio è 9/10: ho davvero apprezzato questo romanzo che mi ha riportato sulle labbra e negli occhi una letteratura che avevo accantonato con la fine delle scuole medie/superiori.
Un romanzo di avventura, che è anche un romanzo dedicato al libro come oggetto, al libro come scrigno e al libro come occasione.
Un neo? L’aver speso solo 20 pagine per svelare i misteri e i segreti che si erano intrecciati nel corso delle precedenti 400 pagine.

*Jo

Tra le pagine dell’incubo – Un biglietto di sola andata da Oceania a Panem

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Abbiamo già parlato nell’articolo “La letteratura che uccide la speranza” del genere YA (= Young Adult) e questa sera voglio fare con voi un ulteriore passo avanti analizzando quello che è il principale cavallo di battaglia di questo neo genere.

Come è già stato detto nell’articolo sopracitato, la colpa, o il merito, del genere YA è quella di incentivare una produzione letteraria pressoché identica dove situazioni e trame rimangono più o meno le stesse con piccole e necessarie differenze come l’ambientazione e i nomi dei protagonisti. Un fenomeno analogo ha interessato il settore della letteratura erotica che, cavalcando lo tsunami di scandalo e scalpore provocato da “Cinquanta sfumature di grigio”, è riuscita a conquistarsi nelle librerie un reparto autonomo e dignitoso al pari delle scansie dedicate ai fantasy, ai thriller o ai classici.

La forza di questo genere è, come già sappiamo, una trama focalizzata sul conflitto tra eroe/eroina e una società chiusa, sorda ed egoista che il più delle volte si declina in un sistema autarchico che il/la protagonista deve distruggere.

La distopia, termine coniato nell’ottocento dal filosofo britannico John Stuart Mill, è usato per riferirsi a condizioni sociali, politiche e storiche avverse a quelle che ci si potrebbe trovare in un’utopia. Il più delle volte sono delle profezie laiche in cui lo scrittore riversa le proprie paure per il domani esagerando gli aspetti negativi della società in cui vive, in altri casi può invece trattarsi di satira come nel caso de “Il grande dittatore”(1940)  film di Charlie Chaplin che ironizza sulla figura del Fuhrer.

La distopia è la letteratura di chi ha paura. Se si guarda alla storia della letteratura e del cinema, si può notare come il genere distopico veda la sua ribalta nei periodi di maggiore crisi o in prossimità di eventi che, come l’avvento del nuovo millennio, risvegliano in noi paure ancestrali che trovano qui una valida valvola di sfogo. E’ una lunga storia che dall’inizio del ‘900 sembra non aver mai visto un definitivo tramonto e che intreccia la letteratura e il cinema. Una tradizione che ha Orwell come padre, è stata tramandata ai fratelli Wachosky ( autori della trilogia di “Matrix” (1999) ed è infine approdata, passando per “V per Vendetta” della DC, sui nostri scaffali e sui nostri schermi grazie a saghe come “Hunger Games”, “Divergent”, “The Maze Runner”, “The Giver”,… .

Quella che stasera vi voglio proporre è una riflessione su questo genere che, a mio giudizio, è stato fin troppo abusato negli ultimi tempi e in cui sono stati stipati romanzi che di distopico hanno solo l’etichetta, ma non la sostanza.

Abbiamo già dato a grandi linee una definizione di “distopia”, per cui possiamo passare ad analizzare velocemente quelle che sono le ambientazioni dei racconti distopici e quali sono i tratti su cui scrittori e sceneggiatori si sono maggiormente concentrati nel corso degli anni.

Condizione sine qua non è la guerra che porta alla nascita di un nuovo governo e di una società di sopravvissuti. Ciò che a mio parere rende un romanzo distopico un romanzo di successo, o almeno degno di essere letto, è un contesto storico e politico plausibile. “1984” (1948) di Orwell è ambientato in un’Inghilterra del futuro in cui il socialismo ha vinto sul liberalismo e il capitalismo, una neo nazione, Oceania, in cui la privacy del cittadino è azzerata e l’intera vita del cittadino è in funzione del sistema “Socing”. Quella di Orwell è, ovviamente e fortunatamente, una società inventata le cui radici però affondano nel contesto storico e politico in cui Orwell scrisse il suo più famoso romanzo. Lashapeimage_2 seconda guerra mondiale è finita già da tre anni, ma le tensioni tra Alleati e URSS non si allenta e Berlino è divisa tra questi due schieramenti. La propaganda americana, che fino a qualche anno prima ha diffuso piccoli spot in cui metteva in guardia dai pericoli del nazismo, può ora dedicarsi completamente alla dittatura di Stalin e descrivere con dovizia di particolari quali siano le condizioni di vita sotto il regime comunista ( in questo periodo anche Captain America, il soldato nato per combattere i nazisti, fa della lotta al comunismo la sua nuova missione). L’Europa, come ho già detto, ha ancora negli occhi le atrocità compiute dalle SS di Hitler e la OVRA di Mussolini, la riservatezza di molti è stata violata e ogni scheletro nell’armadio è già stato portato alla luce o gettato definitivamente in fondo ad un pozzo per evitare problemi. Il Grande Fratello è quindi lo spauracchio perfetto per un popolo, come quello inglese, che ha sentito sul collo il freddo respiro della dittatura hitleriana. Gli occhi onniveggenti del Big Brother, che ricordano l’occhio in cui si trasforma l’antagonista de “Il Signore degli anelli”(1937-1949) e attraverso cui Sauron spia indisturbato ogni forma vivente della Terra di Mezzo, non sono solamente il mezzo attraverso il quale si semina il terrore e si mantiene l’ordine, ma sono anche e soprattutto la paura più grande di un europeo ancora “fresco di dittatura”, l’evoluzione elettronica, e meno controllabile dal cittadino, della Gestapo o degli organi di controllo delle dittature del ‘900. Uno scenario simile, che segue di qualche anno il romanzo di Orwell, ci viene presentato da Bradbury nel romanzo fantascientifico “Fahrenheit 451” (1953) dove la società sembra regredire, la televisione è ormai onnipresente e sempre più invadente nelle case degli spettatori e i libri sono messi al bando e bruciati da quelli che comunemente dovrebbero spegnere gli incendi: i pompieri. I roghi dei libri richiamano i tristi falò che i nazisti organizzavano nelle piazze tedesche, mentre la televisione interattiva, invadente e a tratti inopportuna sembra, oltre che una macabra profezia di quello che è sotto i nostri occhi quotidianamente, l’esagerazione di un fenomeno sociale che si faceva sempre più spazio nella vita dei cittadini americani. Altro ed ultimo esempio, questa volta preso dal cinema, è quello della trilogia dei fratelli Wachosky “The Matrix” (1999) in cui la distopia è governata da macchine super evolute create all’alba del XXI secolo e che, come nel peggior incubo di Asimov, hanno ridotto l’umanità in schiavitù creando per essa una realtà virtuale che non gli permette di distinguere la realtà dal Matrix. In questo caso le paure che ispirano questa trilogia cinematografica sono tante: il millennio ormai alle porte (saranno anche passati mille danni dall’ultima volta in cui è successo, ma alcune paure non muoiono mai del tutto), software e sistemi operativi sempre più efficienti, l’invasione sempre più massiccia dei computer non solo sul luogo di lavoro, ma anche nell’ambiente domestico. Gli occhi del Grande Fratello sono andati incontro ad un aggiornamento e lo spionaggio si svolge sul web. La violazione della privacy continua ad essere la paura centrale di queste dittature più o meno plausibili che, malgrado la loro natura fittizia, nascondono tra le proprie pagine profezie più o meno avveratesi sul futuro che noi ora stiamo vivendo: la riservatezza e lo spazio domestico calpestati ai fini di indagini di mercato, l’egemonia della televisione ormai sempre accesa nelle nostre case, la tecnologia sempre più intelligente e, per certi versi, invasiva nella vita di tutti i giorni.

Ovviamente questi sono solo alcuni esempi, citarli tutti sarebbe impossibile e rischieremmo solamente di fare una gran confusione, ma sono sufficienti per mettere in evidenza una cosa: gli autori di questi romanzi o sceneggiature conoscevano la storia, la loro storia, quella che leggevano sui giornali o ascoltavano alla radio. Le loro dittature sono al 50% fantasia e al 50% verità ed è per questo che, leggendo “1984” o “Fahrenheit 451”, sentiamo sempre un brivido lungo la schiena mentre assistiamo ai roghi dei libri o all’indottrinamento delle masse. I romanzi distopici “pre Hunger Games” sono romanzi per persone con una coscienza non solo morale, ma soprattutto storica e sociale. Sono per lettori che hanno ben chiari i rischi di una dittatura, che hanno studiato gli effetti di sistemi autarchici come il nazismo, il fascismo e il comunismo e che quindi si guardano bene dall’intraprendere strade che portino nuovamente a nuove sanguinose tirannie.

Al contrario i contesti storici delineati nei romanzi come Hunger Games&Co. sono una cornice il più delle volte tracciata di fretta e senza alcuna connessione con i fatti storici che stanno scuotendo il mondo dal 2001 ad oggi. Resta costante il tema del conflitto armato come causa principale che porterà all’origine della nuova dittatura: guerre civili, nucleari, mondiali che riportano l’umanità all’anno zero e la costringono a ricostruire un mondo che ha, per certi versi, del primitivo con una netta distinzione in classi sociali tipiche delle antiche società del Mediterraneo. La nuova letteratura distopica è un’antologia che si concentra maggiormente sui prototipi letterari che non sul contesto in cui le nuove distopie attecchiscono. I miti greci del Labirinto di Creta, della città di Atlantide, dei tributi che Atene doveva mandare annualmente sull’isola di Minosse o della repubblica così come pensata da Platone. L’immagine bella e terribile del gladiatore che nell’arena affronta ed uccide uomini e belve, la storia di Spartaco da schiavo a ribelle, da gladiatore a guerriero,…; ciò che noi occidentali abbiamo per secoli dato per scontato e obsoleto è, agli occhi di un popolo orfano di una sua mitologia classica come il popolo americano, un’autentica manna, una caverna delle meraviglie da cui attingere sempre nuovi spunti per scontri generazionali e lotte di classe. Leggendo la saga di “Hunger Games” (2010) viene spontaneo pensare non solo al mito di Teseo e il Minotauro, ma anche ai gladiatori e alla rivolta di Spartaco. Lo stesso labirinto è presente in “The Maze Runner” (2009), ma in questo caso con la funzione di prigione da cui si deve evadere e non entrare. La saga della Roth “Divergent” (2011) mescola il mito di Atlantide, città all’avanguardia in tutte le scienze e guidata da un governo utopico, con la repubblica idealizzata da Platone: una società guidata dai saggi, la classe d’oro, e divisa in classi in cui ogni individuo viene inquadrato appena finita l’infanzia.

Siamo di fronte ad una nuova letteratura che, in barba agli insegnamenti di Orwell, è più preoccupata a dare ai propri romanzi un retaggio antico, che non un contesto storico se non credibile almeno coerente con l’attuale periodo storico che stiamo vivendo. Sopravvive la paura per la privacy violata, l’inquadramento in un sistema in cui tutto è già controllato e le tecnologie sempre più sofisticate. Il terrorismo, che rappresenta una minaccia paragonabile solamente a quella del nazismo, sembra non aver mai scosso le coscienze di queste società sospese in un indefinito futuro, la caduta delle Torri Gemelle, la tragedia dei profughi, la corsa e la guerra per le risorse come gas e petrolio sono state gettate nel dimenticatoio  e solo “V per Vendetta”, riportando l’ambientazione nel Vecchio continente, dà qualche accenno a queste tematiche che si sono negli anni sempre più aggravate. La letteratura distopica dell’ultimo quinquennio ha fallito spegnendo, esattamente come un televisore, le coscienze dei lettori che, alla fine, diventano spettatori assetati di sangue al pari degli abitanti di Capitol City (la capitale di Panem nei romanzi di “Hunger Games”), lettori vampiri che strepitano per leggere l’ultimo volume della loro saga preferita per sapere quale personaggio morirà e chi vivrà.

Quello che sui nostri scaffali manca, e che mi auguro di trovare molto presto, è un romanzo distopico che si rifaccia, o almeno prenda insegnamento, dai romanzi di Orwell o Van Dick( per citare nomi nuovi). Una storia nuova, con protagonisti maturi e un contesto storico credibile che dia al lettore una prospettiva temporale di al massimo un secolo. Un romanzo non solo di piacere, ma che obblighi il lettore a riflettere sul periodo storico che stiamo vivendo e a misurarsi con le conseguenze catastrofiche a cui, se non prestiamo attenzione, potremmo andare incontro.

*Jo