La collina dei conigli

.: SINOSSI :.

Il saggio Moscardo, l’ingegnoso Mirtillo, il prode Argento e tanti altri sono gli eroi di questo fantastico romanzo epico. Un drappello di piccoli coraggiosi conigli, alla ricerca di un avvenire più sicuro, migra attraverso le ridenti colline del Berkshire e affronta mille nemici in un indimenticabile cammino verso il più prezioso dei beni: la libertà. Con La collina dei conigli la letteratura contemporanea ha ricreato la sua Iliade e la sua Odissea: i piccoli e coraggiosi protagonisti vivono avventure ed emozioni, nella quiete di splendidi pascoli, e raccontano leggende sul Popolo dei Conigli, i suoi dèi e i suoi eroi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Anche voi siete stati, come la sottoscritta, traumatizzati dal film d’animazione La collina dei conigli? Se la risposta è sì, significa che siete rimasti vittima di quello stereotipo per cui se ci sono degli animaletti parlanti il film è chiaramente, certamente e indiscutibilmente adatto ai bambini.
Quando, anni fa, venne a mancare Richard Adams e milioni di lettori riempirono i social con foto di questo libro e ringraziamenti all’autore, io pensai ad una sindrome di Stoccolma collettiva che portava i miei coetanei ad osannare colui che ci aveva procurato un trauma psicologico pari alla morte di Mufasa e di Artax.
L’interesse per il romanzo si è acceso dopo aver visto l’omonima serie tv su Netflix e, fin dalle prime pagine, il romanzo mi ha catturata e rapita verso un mondo a “misura di coniglio”.
Richard Adams è riuscito a creare, al pari di Tolkien ma con meno clamore, un mondo epico dove ogni specie animale ha una propria lingua (anche se il romanzo si concentra unicamente sulla lingua lapina parlata dai conigli), dove esistono déi e miti non meno epici o didascalici di quelli tramandatici dalle varie tradizioni sparse in tutto il mondo.
La caratterizzazione dei personaggi e la loro evoluzione è tutt’altro che aleatoria: dalla prima all’ultima pagina non si incontra un solo personaggio che risulti stereotipato; la stessa concatenazione di eventi non sembra studiata in funzione della trama, quanto ragionata per far evolvere al meglio le personalità dei singoli conigli evidenziando pregi e difetti, punti deboli e punti di forza di ognuno senza mai esacerbarli.

Il libro, sembrerà scontato, mi è davvero piaciuto e non posso che dargli 10/10.
Le descrizioni della campagna inglese sono delle perle e l’attenzione che Adams dedica nel descrivere, puntigliosamente, le specie vegetali ed animali che caratterizzano l’ambiente è davvero encomiabile. Il linguaggio è poetico e arcaico e ben si sposa con un testo che, pur parlando di conigli (non esattamente l’emblema dell’eroismo), trasuda epicità e drammaticità da ogni pagina regalando al lettore una parafrasi del mondo, della storia e di alcuni atteggiamenti tipicamente umani.
La collina dei conigli è un romanzo che, chiunque voglia fare lo scrittore, deve leggere almeno una volta e tenere sempre a portata di mano accanto allo scrittoio: a differenza di molti romanzi contemporanei, dove i personaggi tendono ad adagiarsi su stereotipi mancando così di profondità, Adams cesella minuziosamente i suoi protagonisti senza lasciare nulla al caso. Attraverso questo lavoro meticoloso, riesce a dare ai suoi conigli umanità aiutando il lettore ad empatizzare con tutti loro e capirli fino in fondo a prescindere dal loro schieramento all’interno del romanzo.

*Jo

Pubblicità

Encanto diventerà il nuovo Frozen?

A circa due mesi dalla sua uscita al cinema e sulla piattaforma Disney+, Encanto resta sulla cresta dell’onda confermandosi come un successo e restituendo un po’ di notorietà alla Disney (non Pixar ndr) reduce, tra live action e storie con più buchi di uno scolapasta, da un periodo tutt’altro che florido.
Naufragate definitivamente le speranze di un ritorno all’animazione tradizionale, Encanto riesce ugualmente a convincere e ad appassionare conquistando grandi e piccini grazie ad un approfondimento psicologico e una trama capaci di coinvolgere tutti; cosa che, per esempio, non è riuscita con Raya e l’ultimo drago e solo parzialmente con i due capitoli di Frozen.

Volenti o nolenti, tutti conoscono (almeno a grandi linee) la trama di Encanto ma, per fugare ogni dubbio, la riproponiamo brevemente.
Mirabel Madrigal, la protagonista, è l’unica della sua famiglia a non avere un talento (=un potere magico) e per questo si considera, ed è considerata, la pecora nera della famiglia. Quando qualcosa minaccia il miracolo (la fonte dei poteri della famiglia Madrigal), Mirabel decide di indagare e di salvare il miracolo sperando, in cambio, di ottenere finalmente a sua volta il proprio talento.

A differenza della maggior parte dei film Disney (dove l’attenzione si concentra sul legame tra due massimo tre personaggi) Encanto è un arazzo dove ogni personaggio risulta necessario senza essere indispensabile: tutti i membri della famiglia Madrigal hanno una loro caratterizzazione che riesce ad emergere a prescindere dal tempo che trascorrono in scena.

A capo della famiglia Madrigal c’è Alma Abuela” (= nonna) Madrigal: una donna spigolosa come il suo profilo. Abuela non è esattamente la nonna che passa le caramelle ai nipoti all’insaputa dei genitori, al contrario è una donna con un forte senso del dovere, che preferisce le certezze alle sorprese e che riversa sul resto della sua famiglia quel che traborda delle altissime aspettative che ha, prima di tutto, verso se stessa.
Controcanto di Abuela è Mirabel: un’adolscente come tutte le altre, letteralmente dal momento che non ha poteri magici, che sprizza energia e creatività da ogni poro e che vuole dimostrare alla nonna, prima che a se stessa, che anche senza talenti anche lei è capace di fare qualcosa di bello e di buono per gli altri. Empatizzare con Mirabel è naturale per via della sua caratterizzazione umana: da “vera” adolescente; a differenza dei protagonisti a cui non solo la Disney ci ha abituato, e che abbondano per esempio nella letteratura per i giovani adulti, Mirabel non ha bisogno di affrontare pericoli e avventure, e l’unica sfida che affronta (con successo a differenza di altri personaggi adulti del lungometraggio) è quella che la porta a scoprire, comprendere ed amare ciò che si nasconde dietro alle apparenze dei suoi familiari: cominciando dalle sorelle per finire con Abuela stessa.
Trattandosi di un film Disney, introdotti questi due personaggi, dagli altri non ci si aspetta che qualche comparsata occasionale giusto per creare qualche pretesto o riempire i buchi di trama, e invece no: anche i personaggi secondari di Encanto hanno una dignità.
Accanto a Mirabel troviamo la sua famiglia: Julieta, la madre, che guarisce con il cibo e funge un po’ da “grillo parlante” per il resto della famiglia cercando di mediare, essere la voce della coscienza e l’interprete dei bisogni dei suoi familiari, il padre Augustin (unico altro “normale” insieme al cognato Felix), e le sorelle maggiori Isabela e Luisa.
Isabela è, almeno all’apparenza, la principessa Disney per eccellenza: tutta rosa e fiori (letteralmente dato che il suo vestito è rosa e il suo potere è quello di far sbocciare ogni pianta e fiore), aggraziata e bellissima; è la pupilla di Abuela che spera di poterla presto accasare con un giovane della città di Encanto per garantire alla famiglia una nuova generazione di talenti (cosa che io ho trovato un po’ cringe). Dietro la sua vita apparentemente perfetta, tuttavia, anche Isabela è infelice e si sente prigioniera tanto dei progetti della famiglia su di lei, quanto del suo stesso potere che l’ha ufficialmente consacrata come la “perfettina” di casa essendo, oltretutto, uno dei talenti più vistosi della famiglia.
Luisa, invece, è la sorella di mezzo e ha la forza di Ercole, Maciste e Sansone messi insieme. All’apparenza instancabile e invincibile, anche Luisa ha, come Mirabel scoprirà, delle debolezze che ha soffocato per non deludere le aspettative che la famiglia ha su di lei.
A chiudere il cerchio di questa prima carrellata di Madrigal ci pensa Augustin Madrigal, il padre delle tre ragazze, che, essendo a sua volta un “senzapoteri” come la figlia più piccola è sempre pronto a darle il suo sostegno e a proteggerla da chiunque provi a farle pesare la sua diversità.
Dall’altra parte troviamo Pepa Madrigal (sorella di Julieta e di Bruno) la più emotiva della famiglia al punto da riuscire ad influenzare il meteo con il suo stato d’animo. A differenza di Julieta e Bruno, Pepa replica all’intransigenza della madre con la propria emotività riuscendo, così, a scansare o almeno alleggerire il carico delle aspettative su di lei. Al suo fianco troviamo il marito Felix di nome e di fatto: Felix è un “senzapoteri”, ma non si lascia impensierire da questo impegnato com’è ad essere, in ogni situazione, l’anima della festa.
I figli di Pepa e Felix sono, in ordine, Dolores, Camillio e Antonio. Dolores è la tipica persona che non si sente, non si vede, ma sa comunque sempre tutto sulla famiglia: compito facile quando si ha il superudito come talento, tuttavia Dolores non utilizza questo suo dono per spettegolare o civettare, è anzi molto timida e riservata e condivide solo le informazioni che ritiene possano tornare utili anche al resto della famiglia (spesso non pensando alle conseguenze che queste potrebbero avere).
Camillo è forse il meno abbozzato dei membri della famiglia Madrigal: il suo potere è quello di cambiare forma e assumere le sembianze di chi ha visto almeno una volta di persona. Come il padre sembra essere sempre allegro e pronto allo scherzo e forse per questo, essendo già presente un gallo nel pollaio Madrigal, rischia di passare quasi innoservato.
Antonio è il più piccolo dei Madrigal e, come un principino Disney, ha il dono di parlare con gli animali sfruttando queste sue capacità comunicative per svelare i piani dai quali gli adulti vorrebbero tenerlo fuori. Inizialmente Antonio risente molto delle aspettative da parte del resto della famiglia, la sua cerimonia del talento (un evento a cui partecipa tutto il paese, giusto per non mettere altre pressioni, durante il quale i Madrigal ricevono il loro potere) è la prima dopo quella di Mirabel andata a rotoli e, per questo, tutti guardano a lui come ad una cartina torna sole per sapere se il miracolo è ancora “funzionante”. Antonio è tanto timido ed insicuro con le persone (ad eccezione di Mirabel), quanto spigliato con gli animali: siano essi innocue scimmiette, un feroce leopardo o un serpente.
Non si nomina Bruno! E invece sì, spendiamo due parole anche per Bruno (nome contro cui tanto la Disney quanto la Pixar sembrano accanirsi volentieri). Bruno è il “gemello di mezzo” (se così si può dire) tra Julieta e Pepa e il suo dono è prevedere il futuro. Timido ed introverso, viene spesso frainteso e bistrattato al punto da essere temuto e odiato da tutti che lo considerano un uccello del malaugurio.

Rispetto a Frozen, ultimo film Disney incentrato sulla famiglia e sui rapporti tra i vari membri, Encanto offre allo spettatore una rosa di personaggi per i quali simpatizzare e con i quali immedesimarsi; questa varietà non è un mero espediente per guadagnare pubblico, ma permette al film di trattare tematiche che raramente riescono ad essere sviluppate adeguatamente in un film per bambini.
Se già in Frozen il personaggio di Elsa aveva introdotto l’archetipo di persona insicura e prigioniera del suo ruolo (e del proprio potere), Encanto approfondisce la tematica scendendo ancor più nel dettaglio e svelando quei meccanismi che, spesso inconsapevolemente e senza cattiveria, si instaurano nelle famiglie normali. Luisa rappresenta la figlia (solitamente la maggiore) iper responsabilizzata, che va avanti come un treno senza fermarsi davanti a niente e nessuno per risultare sempre degna della fiducia dei propri cari. Isabela è la pupilla della famiglia quella che, per intenderci, ai pranzi di natale risponde “bene” alla domanda “e il fidanzatino?”, che prende voti altissimi in tutte le materie (se solo non fosse per quel 9 in educazione fisica che le rovina la media!), è brava coi bambini, fa volontariato nel gattile locale ed è stata scelta per rappresentare la scuola ai campionati regionali di nonsisabenecosa. Dietro la sua perfezione, tuttavia, si nasconde (come spesso accade per i/le “ragazz* prodigio” ) una persona costretta a sacrificare tanto per non deludere mai nessuno e che, nel fiore degli anni, comincia a sentire il peso della propria abnegazione.

La varietà e la cura dei personaggi non è l’unico elemento a rendere Encanto un capolavoro dell’animazione.
Rispetto a Raya e l’ultimo drago e i due capitoli di Frozen, graficamente parlando Encanto risulta più maturo e gradevole da guardare. Rispetto ad altri film Disney, le location sono minori e gran parte delle scene si svolgono tra le strade di Encanto o in casa Madrigal; in un primo momento questa povertà di scene può sembrare il frutto di una scelta “al risparmio”, ma (ri)guardando il film è possibile accorgersi di tanti particolari che, probabilmente, non sarebbero stati altrettanto curati avendo da gestire più scenari. Anche la cura dei personaggi è davvero impeccabile; i rami della famiglia Madrigal sono infatti caratterizzati da palette diverse: bluastro/viola per la famiglia di Julieta (con Augustin, Isabela, Luisa e Mirabel), arancione/giallo per quella di Pepa (con Felix, Dolore, Camillo e Antonio), verde per Bruno e viola/magenta per Abuela. Queste distinzioni cromatiche sono necessarie nel momento in cui si hanno tanti personaggi, per lo più imparentati tra loro, in scena, ma non è questo il solo indizio che testimonia la cura messa dalla produzione nella realizzazione dei personaggi. Ogni personaggio ha, infatti, un abbigliamento con dettagli che richiamano il suo potere: l’abito di Isabel è ricoperto di balze e di fiori, quello di Luisa ha un motivo che ricorda dei bilanceri, mentre Mirabel ha un abito con una fantasia estrosa e molto colorata; Dolores ha un decoro simile a delle onde sonore che le fregia il colletto della camiciola, Camillo un poncho con dei camaleonti e Antonio un gilet con diversi animali ricamati sopra. Anche Julieta e Pepa hanno, rispettivamente, un grembiale con diverse varietà di fiori ed erbe medicamentose ricamate sopra e un lungo vestito con un motivo a gocce di pioggia coronato da un ampio colletto che sembra un po’ una nuvola un po’ un sole splendente.

Tuttavia, ciò che davvero colpisce, e conquista, di Encanto è la colonna sonora creata da Lin-Manuel Miranda: compositore del musical Hamilton oltre che delle musiche di Oceania (tit. originale Moana), de Il ritorno di Mary Poppins e voce, in lingua originale, della scimmietta Vivo nell’omonimo lungometraggio.
La colonna sonora di Encanto è un mix di suggestioni latinoamericane che fa venire voglia di mettersi a ballare e cantare. A differenza di altri film Disney, dove solo una o due canzoni riescono a “bucare lo schermo” e ad entrare in testa allo spettatore fino a diventare un tormentone (vi ricordate Let it go? ci siamo capiti); le canzoni di Encanto sono, dalla prima all’ultima, non solo orecchiabili ma coinvolgenti per via del mix ben calibrato tra musica, ritmo e testo che, anche nelle versioni tradotte, non perde il proprio potere. Anche l’animazione ha un ruolo importantissimo: abbandonate le coreografie improbabili e impossibili da realizzare senza un oceano senziente o vagonate di ghiaccio manco fossimo alle olimpiadi invernali; il film propone, per tutte le canzoni, dei balletti facilmente replicabili che sembrano essere stati “ricalcati” da un musical per via della loro coerenza con il brano a cui sono accoppiati (una vera chicca sono le prove fatte da ballerini professionisti per aiutare i disegnatori a creare le animazioni).

Per noi il film, nonostante non sia del tutto privo di nei, ha soddisfatto le aspettative che i vari trailer avevano alimentato. Voi cosa ne pensate? Lo avete visto?

*Jo


Tenebre e Ossa ~ Streaming and Pajamas

.: SINOSSI :.

In un mondo spaccato in due da un’imponente barriera di eterna oscurità, dove mostruose creature banchettano sulla carne umana, una giovane soldato scopre un potere che potrebbe finalmente unire il suo paese. Ma mentre si sforza per affinare il suo potere, forze pericolose complottano contro di lei. Criminali, ladri, assassini e santi sono in guerra ora e ci vorrà molto più che la magia per sopravvivere.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Netflix è riuscita in un compito a dir poco impossibile : produrre una serie tv basata su una saga che ho amato e farmela piacere.
Basato sia sull’omonimo romanzo di Leigh Bardugo, Tenebre e Ossa è una serie tv fantasy per giovani adulti ma, grazie alle atmosfere dark, alla poliedricità della trama, è adatta a tutte le età. Prima di scrivere questa recensione, infatti, ho convinto due spettatori particolari, che non hanno mai letto i romanzi, a guardare la serie e darmi i loro pareri. Chi? I mie genitori, entrambi sessantenni, che si sono detti soddisfatti e interessati alla trama, tanto che quando hanno scoperto che era stata girata una sola stagione ci sono rimasti un po’ male.

La trama della serie tv ricalca quasi del tutto gli avvenimenti del primo romanzo della saga ma, forse consapevoli che questo avrebbe aggiunto un po’ di pepe alla narrazione, i produttori hanno scelto di raccontare alcuni antefatti della duologia Sei di Corvi. Accanto ad Alina, Mal e l’Oscuro (che ci viene presentato subito con il nome proprio così da spoilerare ai lettori che non hanno ancora finito l’ultimo romanzo una scena abbastanza centrale), infatti, si muovono anche Kaz, Inej, Jesper, Nina e Matthias. In pratica, nonostante io fossi scettica riguardo questa scelta, i produttori hanno ricostruito il passato dei protagonisti di Sei di Corvi e li hanno inseriti all’interno del filo narrativo di Tenebre e Ossa senza sconvolgere la trama principale.
Vi dirò di più: li hanno inseriti talmente bene che, quando ho spiegato ai miei genitori che i Corvi non compaiono nella prima trilogia, sono rimasti del tutto basiti. Ora, non ci resta che scoprire come questi personaggi verranno gestiti nelle stagioni successive, sperando che i produttori siano altrettanto lungimiranti e ugualmente geniali.

La rappresentazione del mondo è molto buona, anche se alcuni particolari, più complessi da rendere espliciti con il solo ausilio di una videocamera, non sono stati esplicitati completamente. Ad esempio, non è stata chiarita a dovere la differenza tra la Magia e la Piccola Scienza dei Grisha, elemento chiave all’interno della trilogia.
In generale, però, Ravka è ben strutturata e lo spettatore riesce a cogliere i riferimenti geografici e ha più o meno chiare le rivalità politiche dei diversi stati che compongono il grishaverse. Una chicca in questa rappresentazione è Ketterdam, il luogo principale delle vicende dei Corvi: complici forse le descrizioni dettagliate della Bardugo, la Ketterdam che è stata portata sul piccolo schermo è esattamente quella che i lettori hanno immaginato leggendo Sei di Corvi.

Mi è piaciuto lo spazio che è stato dato ai personaggi, così come il loro sviluppo.
Jessie Mei Li, l’attrice che ha interpretato Alina, è assolutamente perfetta per la parte: sebbene inizialmente io fossi restia ad accettare scelta, in contrasto rispetto alle descrizioni che ne aveva fatto la Bardugo nei suoi romanzi, il background creato dai produttori regge e, a tratti, l’ho trovato addirittura più credibile rispetto a quello scritto dalla stessa Bardugo. In più, Jessie Mei Li è un’ottima attrice: espressiva sia nel volto sia nel corpo, riesce a dare vita al personaggio di Alina magnificamente.
Soprattutto, riesce a non sfigurare accanto a Ben Barnes che, fatta eccezione di Zoë Wanamaker, è sicuramente l’attore più conosciuto, e più bravo, tra quelli chiamati a dar vita al Grishaverse.
Nei panni dell’Oscuro, Ben Barnes è semplicemente perfetto. Riesce a mostrare la complessità di un personaggio che nei romanzi, scritti in prima persona dall’unica voce di Alina, è solo accennato superficialmente nel suo mistero. La scelta di girare alcune scene dedicate esclusivamente al suo passato è vincente e se sono diventata una sua fan è solo perché nella serie tv sono riusciti a dargli uno spessore che nei libri un po’ manca.
Archie Renaux, Mal nella serie, porta sullo schermo un Mal un po’ diverso da quello che mi sono sempre immaginata. Più giocherellone, forse più umano, anche Mal prende vita slegandosi dalla descrizione che ne fa Alina nei romanzi.
I tre Corvi (Kaz, Inej e Jesper) sono tre ottimi personaggi, i preferiti di entrambi i miei genitori: i tre sono praticamente insperabili e funzionano soprattutto per questo. La trasposizione in serie tv ha messo in luce il forte legame che unisce i primi tre membri della banda e gli attori sono stati molto bravi a mettere in scena questo rapporto. Sono sicura che tutti e tre gli attori siano riusciti a convincere il pubblico con la loro brillante interpretazione.

A mio giudizio, la serie merita un bel 8/10. Non è perfetta: come ho già detto, alcune cose riguardanti soprattutto il finale di stagione le ho dovute spiegare ai miei genitori che purtroppo non avevano i mezzi per capire completamente l’accaduto. In generale, però, la serie riesce ad essere sia fedele al romanzo sia innovativa nei cambiamenti che gli autori hanno fatto. Sicuramente, la scelta di inserire i Corvi così presto nella narrazione ha creato movimento e ha dato una marcia in più ad una trama che altrimenti avrebbe rischiato di essere troppo statica per una serie.
Le atmosfere inquietanti, i continui giochi di luce che richiamano inevitabilmente il contrasto tra luce ed ombra, così come la bravura degli interpreti rendono Tenebre e Ossa un’ottima serie da guardare da soli, con gli amici o con la famiglia.

*Volpe

Fate: Winx Saga ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Nascosta in un mistico mondo parallelo, la scuola di Alfea addestra le fate nelle arti magiche da migliaia di anni. Bloom, studentessa della scuola, è una fata diversa dalle altre: la ragazza è infatti cresciuta nel mondo degli esseri umani, e, nonostante abbia un animo gentile, dentro di sé nasconde un forte potere magico in grado di distruggere entrambi i mondi. Per gestirlo, Bloom deve controllare le proprie emozioni, ma la cosa si potrebbe rivelare complicata dovendo anche fare i conti con le questioni adolescenziali.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Chi, come la sottoscritta, ha visto nascere le Winx rimarrà un po’ deluso da questa trasposizione che, di fatto, mantiene solo i nomi (e non tutti) e alcune peculiarità dei protagonisti rispetto alla serie originale.
Il risultato è apprezzabile, ma non eccellente: l’ambientazione, i personaggi, persino alcune battute e situazioni sembrano essere state copiate ed incollate da altre serie tv con il risultato che, in generale, sembra di avere davanti qualcosa di già visto e già sentito.
Le fatine glitterate, i cavalieri con la versione economica delle spade laser e le streghe amanti delle tute il lattex cedono il posto a personaggi decisamente meno sprovveduti, con vizi e virtù e privi di quell’innocenza che, ammettiamolo, era credibile per un cartone animato ma avrebbe decisamente lasciato a desiderare in una serie tv young adult.
L’episodio pilota, tra citazioni pop e battute che cercano di ammiccare al femminismo ma falliscono miseramente (Il signore delle mosche viene ribattezzato La signora delle mosche random), è intrigante e getta le basi per uno sviluppo di trama avvincente sulla falsa riga delle vicende trattate nella serie animata. Peccato che gli altri cinque episodi distruggano a colpi di accetta la credibilità di un prodotto che cerca di affrontare tematiche anche interessanti (bullismo, omofobia, bodyshaming per citarne alcuni), ma fallisce miseramente riducendosi all’ennesima brodaglia di situazioni riciclate da altri film e serie tv e personaggi che non sono intelligenti e non si applicano nemmeno.
Girata prevalentemente in Irlanda, la saga può contare su location davvero mozzafiato pregne della magia dei paesaggi irlandesi. Tuttavia, il college di Alfea è stato disegnato e realizzato in modo da sembrare un ibrido architettonico tra lo Xavier Institute, la Sword&Cross (Fallen Saga ndr) e Hogwarts: agli autori piacevano le citazioni, ma il troppo stroppia.
Ciò che manca a questa serie tv è lo spessore: i personaggi, gli elementi dell’intreccio, l’ambientazione non vengono minimamente approfonditi e, alla fine, si finisce per guardare con un po’ di rimpianto alle Winx originali con i loro costumini disegnati dallo stesso stilista di Trilli.
L’approfondimento psicologico dei protagonisti è inesistente e ogni personaggio risulta essere una caricatura di se stesso: c’è il bulletto, la dark, il bello ed ingenuo, la secchiona, quella che crede che tutto il mondo ce l’abbia con lei per motivi che solo lei sa, e così via.
Non esiste una trama né un intreccio e il viaggio dell’eroe si riduce ad un girotondo dove non mancano crisi adolescenziali e situazioni al limite non solo della credibilità ma dell’intelligenza (va bene essere giovani e ribelli, ma tutto ha un limite).

Intorno a questa serie tv si è detto e discusso molto a partire dal titolo: Fate the Winx Saga o Fate (= Destino) The Winx Saga? Ai posteri l’ardua sentenza.
La serie Netflix sulle Winx non è una serie low budget, ma di fatto la sensazione che si ha è quella: effetti speciali che lasciano un po’ a desiderare, una location che inquadra sempre le stesse quattro stanze, dialoghi che sembrano essere stati riciclati da altri film e serie tv e che, nel tentativo di modernizzare le Winx originarie, le appiattiscono.
Ovviamente, non sono mancate le polemiche e i sociali si sono accaniti accusando la produzione di whitewashing e di discriminazione verso le popolazioni latinoamericane e asiatiche che, nella serie originale, erano rispettivamente rappresentate da Flora e Musa.
Purtroppo, sì sa, la polemica è diventata lo sport nazionale di tanti e, personalmente, non ho trovato né discriminatoria né razzista la scelta di sostituire Flora con Terra che, nome mal tradotto a parte (Gea o Gaia sarebbero stati perfetti), cerca di mettere fine ad una tradizione televisiva e cinematografica in cui le ragazze “formose” erano ridotte a macchiette comiche o a pulcini indifesi in adulazione di chiunque rivolgesse loro cinque secondi di attenzione.
Un discorso analogo può essere fatto per Musa che, pur mantenendo alcune somiglianze con il personaggio originario (la passione per la musica e la perdita della madre), è stato rivoluzionato ed approfondito creando qualcosa di nuovo e, tutto sommato, gradevole.
Come compatriota delle Winx originali di Igino Straffi e della Rainbow, posso dire che mi è dispiaciuto vedere completamente cancellate quei dettagli che rendevano la serie “italiana” come, ad esempio, la città di origine della protagonista che da Gardenia (una città fittizia potenzialmente nostrana) è stata cambiata in una località californiana in modo da non perdere la presa sul pubblico internazionale. In generale la miscellanea di elementi appartenenti a tradizioni differenti, come i changelling di origine irlandese, si riduce ad un potpourri culturale dove tutto è conta ma niente è davvero importante e che, considerata la cornice gaelica in cui è ambientata la serie, suona come l’ennesima occasione brutalmente mancata.
Il voto che mi sento di dare alla serie è 5/10: alcuni elementi sono carini e attuali, ma in generale la serie sembra solo l’ennesimo teen drama come tanti altri.

*Jo

Prom ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Prima di finire il liceo, Emma e Alyssa vogliono solo una cosa: andare al ballo di fine anno, e andarci insieme. Un desiderio quasi impossibile se il prom (il ballo studentesco appunto) è in una località sperduta, Edgewater dello sperduto Indiana, a andarci in coppia vuol dire dichiarare la propria omosessualità. Emma vive dalla nonna da quando i genitori l’hanno cacciata di casa dopo il suo coming out. E l’afroamericana Alyssa, che ancora non si è dichiarata, è sotto il giogo della madre che ha grandi aspettative sociali. Emma allora prende tempo, compra due biglietti per il ballo, per sé e per una ragazza misteriosa. Ma anziché aiutare Alyssa, questo scatena il caos; e tra pettegolezzi, atti di bullismo e genitori indignati, il tanto atteso prom rischia di saltare. Finché la notizia della rivolta di questa anonima ragazza dell’Indiana arriva alle orecchie di un cast di stelle di Broadway il cui ultimo musical Eleanor su Eleanor Roosewelt è durato un solo giorno massacrato da critiche negative. Le stelle sono Dee Dee Allen e Barry Glickman , cui si unisce la corista Angie. L’idea è di accorrere opportunisticamente in aiuto di Emma e tornare ad avere le luci della ribalta.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’adattamento Netflix di Prom non è sicuramente destinato a far parte del pantheon dei più celebrati musical, tuttavia le tematiche trattate riescono a colmare egregiamente le grosse lacune lasciate dalla musica e dalla sceneggiatura.
Meryl Streep e Nicole Kidman ribadiscono ancora una volta il loro talento dando nuovamente prova delle loro abilità canore. Tuttavia, per la maggior parte del film, i loro personaggi, Dee Dee e Angie, sembrano la versione senior di altri personaggi portati in vita dalle attrici in altri lungometraggi e contesti e questo, purtroppo, dà un retrogusto un po’ stantio all’interpretazione delle due artiste.
Le due protagoniste convincono a tratti: la loro caratterizzazione è essenziale e, per quanto in un primo momento riescano a creare empatia e simpatia, alla lunga risultano prive di spessore e incastrate in situazioni non sempre credibili.
L’altro grosso neo del musical è la colonna sonora. Prom non ha una canzone iconica, un motivetto che, al pari di Do You hear the people sing?, City of stars o This is me (rispettivamente da Les Miserables, Lalaland, The Greatest Showman); sia orecchiabile e facilmente memorabizzabile e canticchiabile. In generale il lungometraggio sembra un patchwork di stili e melodie forse più adatte ad una serie tv come Glee che non ad un musical.

Il voto che mi sento di dargli è 7/10.
Se il lungometraggio non pretendesse di essere un musical (buone le intenzioni ma a malapena sufficente l’adattamento) probabilmente avrebbe avuto un giudizio più alto, ma tanti piccoli e grossi difetti hanno decisamente inciso sul mio giudizio che viene salvato in zona Cesarini dalla tematica affrontata nel lungometraggio.
Di film denuncia sull’omofobia ce ne sono molti e, a fronte di una maggiore sensibilizzazione su questo tema, l’argomento viene sempre di più affrontato e declinato in modi diversi spostando l’attenzione sulle sue tante sfaccettature.
Prom cambia approccio e non segna, come tanti suoi predecessori, un confine tra “loro” e gli “altri”, tra etero e omosessuali, bianchi e neri, etc …; ma al contrario cerca di ricucire uno strappo causato ed accentuato da anni di strumentalizzazioni che hanno a tratti anche incoraggiato il conflitto tra le due “fazioni”.
Il messaggio di Prom non è drastico né si arroga il diritto di giudicare ed etichettare chi, per convinzioni religiose o personali, non riesce ad accettare e apprezzare il diverso e il nuovo. Al contrario, l’insegnamento che trapela è quello di “amare il prossimo tuo” a prescindere da tutto e di riservargli il rispetto e l’amore che merita in quanto essere umano.

*Jo

Klaus – I segreti del Natale ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Un postino egocentrico stringe un’improbabile amicizia con un giocattolaio solitario, riportando la gioia in una città fredda e cupa che ne ha disperatamente bisogno.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Di film su Babbo Natale, e sulle leggende che lo circondano, ne sono stati girati tantissimi d’animazione e non.
Eppure, quando si arriva ai titoli di coda di Klaus – I segreti del Natale, si sente che in questo film c’è qualcosa di diverso.

Decidere di voler raccontare le origini di un personaggio così iconico è una scelta coraggiosa e difficile che il regista, Sergio Pablos, ha saputo affrontare brillantemente, complici una serie di intuizioni geniali che, nell’insieme, compongono una pellicola davvero degna di nota.
Pablos porta sullo schermo il volto umano di Babbo Natale, accantonado (almeno in parte) l’aura di magia e meraviglia che dalla notte dei tempi lo avvolge. Protagonista del lungometraggio è il più improbabile degli eroi, non che l’ultimo personaggio che qualcuno si aspetterebbe di vedere in un film natalizio: Jesper, un postino egocentrico che non ha altro scopo se non quello di tornare alla sua oziosa e viziata vita.
Il suo incontro con Klaus, avviene quasi per caso e, lungi dai sentimenti buonisti che solitamente permeano i film sul natale, risulta in linea con lo spirito cinico e approfittatore di Jesper.
I cambiamenti, innescati dalle azioni dei due coprotagonisti, operano un’autentica trasfomazione tanto nei personaggi quanto nell’ambientazione e avvengono lentamente dando così compimento e significato al motto che incarna la filosofia stessa del film “un vero atto di bontà ne ispira sempre un altro”.
Il lungometraggio contrappone la violenza e l’odio, perpetrato dagli abitanti di Smeerensburg (città fittizia dove la storia è ambientata) per mera consuetudine, al miracolo, troppo spesso dato per scontato, della gentilezza e dimostrando come anni di faide e violenze possano essere cancellati da un sorriso e dalla semplice volontà di fare del bene accantonando le brutte abitudini. Il messaggio, valido per adulti e bambini, è una lezione importante capace di riaccendere la speranza: non esiste male che un atto di autentica bontà non possa curare.

Al messaggio, perfettamente in tema con il clima natalizio del periodo, si aggiunge la capacità del regista di incastrare nella trama la maggioranza dei miti che, nella tradizione europea e in quella americana, accompagnano Babbo Natale: la sua capacità di intruffolarsi dai caminetti, la slitta volante, e quel meraviglioso inventario di fantasie e storie, che da sempre accompagna l’omone vestito di rosso, trovano un’originale spiegazione in Klaus – I segreti nel natale dando al film un ulteriore e autentico quid in più.
Ad una storyline colma di tenerezza e originalità si uniscono la simpatia e lo sviluppo accurato dei personaggi, principali quanto secondari, garantendo al lungo metraggio un successo più che meritato.
Per noi, il film merita un 10/10.
La colonna sonora, composta da canzoni splendide che viene voglia di cantare anche non sapendo il testo, e l’uso delle luci sono stati studiati a pennello: mettendo a confronto un fotogramma delle scene iniziali e uno delle ultime, il cambiamento dei colori è lampante e, spogliatasi delle noiose tonalità del grigio, l’ambientazione si arricchisce di tonalità calde sottolineando il graduale cambiamento che interessa personaggi e location.
Sicuramente, questo è uno di quei film che ciascuno di noi vedrà e rivedrà più che volentieri ogni dicembre, stretti tutti insieme sul divano con una bella tazza di cioccolata calda a farci compagnia.

*Volpe e Jo