Giornata della Memoria

All’ingresso del crematorio di Dachau una lapide, con una scritta in tedesco, accoglie i visitatori e li invita con sprezzante durezza a fermarsi e a riflettere su come la gente morisse in quel quadrato di terra nascosto dagli alberi e dalle fabbriche.
Poco più avanti, incisa ai piedi di una statua raffigurante una delle tante vittime senza nome né volto, una seconda scritta “Ai morti l’onore, ai vivi il monito”.

Oggi, come ogni anno, anche noi ci fermiamo: niente giochi, niente foto colorate o spiritose; oggi più che mai vogliamo farci carico dell’impegno che è la Memoria e insieme a voi riflettere, condividere e rileggere la storia passate e presente in modo da poter oggi e per sempre gridare a gran voce “Mai più!”.

A 74 anni dalla fine della II guerra mondiale e dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ricordare cosa è successo è un compito non più riservato ai pochi testimoni diretti ancora invita, ma è un dovere morale urgente e al quale non è possibile sottrarsi.

Mai più.

*Lo Staff

Poesia impossibile – Nelly Sachs: scrivere per ricordare

16395872_1258489230899916_1853153279_nNelly Sachs (Berlino, 1891 – Stoccolma, 1970) è una delle voci poetiche che, confutando il principio di Adorno (secondo il quale non può esistere poesia dopo la tragedia della Shoah), dimostrò come comporre poesie dopo Auschwitz non fosse un atto barbarico bensì una maniera di ricongiungersi alle vittime per mezzo della lirica. Sachs ha dedicato tutta la sua vita alla stesura di raccolte che affrontassero il tema della Shoah e, pur non avendo vissuto in prima persona l’oppressione nazista, è stata insignita nel 1966 del Premio Nobel per la letteratura. Le furono riconosciuti altissimi meriti riguardanti “her outstanding lyrical and dramatic writing which interprets Israel’s destiny with touching strength”[1].
La poetessa è infatti considerata la portavoce del grande dolore del popolo ebraico, poiché ne ripercorre le tragiche vicende creando analogie tra le immagini bibliche e la storia contemporanea.

Evidente è l’influenza della Torah e della mistica ebraica, tanto che le sue opere sembrano assumere nel complesso la forma di una Kaddish, ovvero una preghiera recitata in ricordo dei morti che è espressione dell’accettazione del giudizio e della giustizia divina e un’invocazione a concedere la pace su Israele. Questo lamento funebre presenta vere e proprie iscrizioni tombali nell’aria (Grabschriften in die Luft geschrieben, ciclo di poesie del 1944) aventi per destinatario il popolo ebraico o un tu indefinito: Sachs pensa alle vittime che non sono state sepolte ma che sono passate “attraverso il camino”, e le cui ceneri sono dunque disperse nell’aria. Si viene così a formare un paesaggio fatto di grida, il quale riflette la paura della poetessa che il dramma della Shoah possa essere dimenticato dall’umanità. Le sue liriche servono dunque a dar voce a chi è stato ridotto al silenzio dal regime, donando loro la possibilità di sopravvivere per sempre attraverso il ricordo. Viene fondata una nuova teologia basata sulla memoria, scritta immedesimandosi nel dolore delle vittime e attraverso la quale si cerca di superare il trauma della Shoah e il senso di colpa per essere scampati alla morte nei lager. L’immagine di Dio oscilla nel paradosso tra il rifiuto del mondo religioso e una Sehnsucht verso lo stesso, così come si può rintracciare una tensione fra un’immagine di Dio lontano, che rimane nascosto e sconosciuto nella sua trascendenza, e un Dio compassionevole e vicino ai suoi figli.

Il tradizionale linguaggio religioso e metaforico viene rivisto e riadattato, in quanto non in grado di raccontare in maniera adeguata le atrocità della Shoah. Lo stile salmodico e profetico, caratterizzato da ripetizioni parallele di concetti e parole, riprende, varia e rafforza il tema della sofferenza, della persecuzione, dell’esilio e della morte del suo popolo. Alcuni critici ritengono tuttavia che questa dipendenza dal linguaggio tipico dell’Antico Testamento impedisca a Sachs di conferire ulteriore linfa ai reiterati temi e motivi, accusandola di “limitarsi alla ripetizione di parole-chiave o una parola-definizione all’inizio di una talora assai lunga strofa e poi anche all’interno di esse”[2] . Ciò nonostante si è costretti ad ammettere che la sua poesia finisce per imporsi grazie al suo tono lento e misurato, originando una meditazione dolorosa e profonda sul mondo Post – Auschwitz.

La poesia che abbiamo scelto per rappresentare questa autrice è Der Chor der Geretteten ( trad.Il coro dei superstiti) ( 1961) Il Coro dei superstiti contenuta nella raccolta Al di là della polvere (trad. Fahrt ins Staublose) (1961), è un amara riflessione sull’impossibilità di chi è sopravvissuto alla Shoah di condurre un’esistenza libera dai traumi inferti dai nazisti al popolo ebraico.

Noi superstiti
dalle nostre ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui nostri tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumare via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a lui dalla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi.

Si tratta di un’unica strofa libera di 37 versi, cioè non regolata da schema metrico, ritmico o rimico, in cui le frasi sono corte e ricche di punteggiatura per consentire una lettura lenta e meditata; tale scelta viene giustificata dalla convinzione che dopo l’Olocausto la parola e l’esperienza non possano essere trasmesse avvalendosi delle tradizionali convenzioni linguistiche (e poetiche), ma che sia necessario fondare un nuovo metodo comunicativo.

Partendo dal titolo è possibile notare un riferimento alle tragedie teatrali greche, in quanto il termine ‘coro’ rimanda a quell’elemento fondamentale che aveva il compito di ricapitolare e commentare gli eventi della tragedia. Al verso 1 la locuzione “noi superstiti” (che si ritrova anche ai versi 6, 10, 13 e 32) serve alla Sachs per porre distanza tra la condizione delle vittime a quella dei sopravvissuti; tuttavia si tratta di un’opposizione apparente in quanto entrambi sono accomunati da un marchio incancellabile: il dolore che grava su vittime e sopravvissuti dalla repressione nazista.

Nei primi cinque versi è possibile rintracciare la “danza macabra”, un motivo iconografico medievale in cui degli scheletri richiamano alle danze con i loro strumenti musicali uomini di diverse condizioni sociali. In questa lirica la morte intaglia flauti dalle ossa dei superstiti e passa l’archetto del violino sopra i loro tendini: essa assume il ruolo di musicista, mentre i superstiti diventano personificazione degli strumenti da suonare (correlazione tra i tendini e le corde del violino e le ossa e i flauti).

Al verso 4 è presente un neologismo: nachklagen è una parola coniata appositamente per la poesia combinando i termini nachklingen (trad. risuonare, echeggiare, si intende come farebbe un violino dopo che si è passato l’archetto sulle corde) e klagen (trad. lamentarsi). Nachklingen si riferisce ai corpi dei sopravvissuti i quali “risuonano lamentosamente” con la loro musica mutilata (vv. 4-5), una metonimia che riporta l’immagine della musica che la morte ha suonato con i superstiti mutilandoli come descritto precedentemente. I successivi quattro versi (vv. 6-10) presentano due immagini brutali : dei cappi che sventolano vuoti nel cielo ai quali dovevano essere appesi i superstiti e clessidre riempite del loro sangue.
Sachs dipinge poi la condizione tipica del sopravvissuto: l’estrema difficoltà di continuare a vivere sopportando il peso che molti altri non ce l’hanno fatta, diventando poco a poco morti anch’essi (v. 10: “divorati dai vermi dell’angoscia”). Al verso 12 “la nostra stella” è la stella di Davide, la quale giace sepolta nella polvere dei corpi bruciati nei capi di sterminio. In realtà la parola tedesca Gestirn significa propriamente costellazione, con chiari rimandi astrologici alla correlazione tra costellazione e fato; di conseguenza questo verso potrebbe avere la funzione di memento mori, poiché implica  che anche il destino dei superstiti è morire. Da notare che altri elementi astronomici (il sole e le stelle) si ripetono successivamente ai versi 15 e 16.
Inizia poi la preghiera alle vittime dell’Olocausto (vv. 13-26) di insegnare ai superstiti a vivere ancora. I sopravvissuti ebbero un’esperienza ravvicinata con la morte, e il ricordo dei morti rende loro difficile apprezzare la vita stessa. Semplici esperienze della vita di tutti i giorni (udire il canto di un uccello, riempire un secchio alla fontana) potrebbero spezzare il loro fragile equilibrio e farli “schiumare via” così come tutto ciò che richiama alla memoria l’esperienza nei lager (v. 23: “cane che morde”, riferimento ai cane di guardia nei campi di concentramento che venivano sistematicamente rilasciati per dare la caccia agli internati) potrebbe letteralmente disintegrarli in polvere. La ferita è talmente profonda  che se il dolore non è ben sigillato, può scoppiare a causa di cose quotidiane e insospettabili.
Negli ultimi dieci versi (vv. 27-37) la scrittrice chiarifica di che materiali siano fatti i sopravvissuti, se a un minimo input rischiano di “tornare alla polvere”. Aperta da una domanda retorica riguardante la natura dell’uomo, l’indagine verte sulla lacerazione tra corpo e spirito: immedesimandosi nella voce dei superstiti, i quali sono rimasti “senza respiro”anche se il corpo si trova fisicamente ancora sulla Terra, Sachs constata che  la nostra animaè volata a Dio “a Mezzanotte” (metafora del buio e dell’oscurità a cui è stata relegata l’umanità durante il nazismo) per mezzo di un’Arca dell’istante. Due parole sono legate in questo passaggio alla sfera religiosa, Arca (quella costruita da Noè secondo le indicazioni di Dio per salvarsi dal diluvio universale e l’Arca dell’alleanza, simbolo della presenza di Yahweh tra il suo popolo) e respiro (Dio soffia l’alito di vita su Adamo). Quando si verifica la separazione dell’anima dal corpo avviene la morte della persona, ma non per  i superstiti i quali continuano a vivere unitamente alle vittime; l’incapacità di dimenticare le vittime “uccide” in parte quelli che vivono e permette agli uccisi di vivere, quantomeno nella memoria.

*Jo

(dopo l’immagine trovate il link alla prima parte dell’approfondimento)

16343789_1258514977564008_1161498035_n

[1] Trad:la sua radicale e drammatica scrittura lirica, che interpreta il destino di Israele con forza toccante.

[2] cfr. L.Mittner, Storia della letteratura tedesca. Dal realismo alla sperimentazione (1820-1970) Dal fine secolo alla sperimentazione (1890-1970) Tomo terzo, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1971, pg. 1634

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz

Poesia impossibile – La poesia di Auschwitz

16358461_1258489440899895_1964497397_n

Scrivere dell’Olocausto è un compito difficile: chi vuole parlare della vita nei campi di concentramento, della soluzione finale o dei milioni di vittime della follia nazista deve necessariamente rendersi conto di avventurarsi su un terreno minato. Per riferirsi al genocidio degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale si utilizzano due espressioni i cui significati presentano però diverse sfumature. Il vocabolo Olocausto risale al greco antico olokaustos (trad. arso tutto intero) e designa un sacrificio religioso in cui l’oggetto sacrificale viene completamente bruciato; Shoah deriva invece dall’ebraico Hashoah (trad. catastrofe o distruzione), forse più adeguato ad indicare lo sterminio del popolo ebraico. Alcuni ritengono infatti che la parola Olocausto possa suonare in questo contesto inappropriata, in quanto si trova offensivo paragonare l’uccisione di milioni di ebrei a un’ offerta a Dio. La tendenza più diffusa è tuttavia quella di utilizzare i due termini in maniera interscambiabile e così sarà fatto anche in questa trattazione.

Come accennato, affrontare il tema dell’Olocausto è complicato: da esso dipendono limitazioni estetiche e soprattutto morali ben precise, la cui trasgressione è da giustificare nel contesto del racconto, nella volontà ultima dello scrittore o nella natura stessa del testo.

Per quanto riguarda la forma, si sottolinea la problematicità di alcuni artifici retorici come l’ironia, aventi per base e scopo il comico e il riso: parlare della Shoah significa misurarsi con la tragedia più grande della storia dell’umanità, un giudizio basato su considerazioni riguardanti non solo il numero delle vittime, ma anche il carattere della strage (una pianificazione organizzata e sistematica per eliminare chi minacciava la purezza della razza ariana); di conseguenza l’utilizzo di tali figure retoriche è molto ridotto. Sono anche evidenti restrizioni lessicali: termini come “felicità”, “bello” o “ottimismo” sono generalmente evitati, considerando il dolore e la sofferenza generati. La finzione narrativa stessa è inoltre uno strumento da usare con cautela, in quanto può suscitare dibattiti più o meno aspri: esemplare è il caso di Frantumi: Un’infanzia 1939-1948,  finto romanzo autobiografico di Binjamin Wilkomirski che descrive la sua (presunta) esperienza nel campo di concentramento di Auschwitz. Lo scrittore fu smascherato nel 1998 dal giornalista Daniel Ganzfried con un articolo pubblicato sul settimanale Die Weltwoche: il giornalista provò che Frantumi era semplicemente un collage di esperienze di vari sopravvissuti sapientemente cuciti insieme da Wilkomirski (pseudonimo di Bruno Dösseker), che quindi non aveva effettivamente vissuto l’esperienza della Shoah. Ganzfried scrive: “Binjamin Wilkomirski  alias Bruno Dösseker kennt Auschwitz und Madjanek nur als Tourist[1]”. Lo scalpore negli ambienti letterari europei fu grande e le discussioni vertevano principalmente su due questioni: essendo l’Olocausto una ferita ancora aperta, come si era osato spacciare per vere delle vicende inventate? E in secondo luogo come ci si è potuto arrogare il diritto di mettere in dubbio testimonianze sulla Shoah? Queste domande si legano chiaramente alla questione della commemorazione delle vittime: tra vent’anni non si avrà più l’occasione di ascoltare le testimonianze dirette di chi in quei campi ha vissuto, non ci saranno più i sopravvissuti, e allora come si potrà rendere giustizia alla loro memoria? Mantenere accesa la fiamma del ricordo è possibile attraverso i media (interviste televisive a chi ha tatuate le sofferenze e i dolori della vita nei lager; conferenze e dibattiti tra vecchia e nuova generazione; promozione di eventi commemorativi; filmati che documentino quanto accadeva in quei luoghi di morte); attraverso la creazione di luoghi della memoria (non distruggendo i lager in cui si è consumata la tragedia, ma ergendoli a monito per l’umanità di non commettere più simili atrocità; costruendo monumenti in ricordo delle vittime come il Mahnmal für die ermordeten Juden Europas a Berlino); ma soprattutto attraverso la scrittura, in quanto raccontare significa ricordare, dare alle storie una dimensione di realtà: se non venissero tramandate, sarebbe come se non fossero mai accadute. Su questo principio si muove l’urgenza di alcuni scrittori di svelare al mondo il dramma della Shoah: Primo Levi ad esempio, incalzato da tale necessità, si dedicò febbrilmente alla stesura di numerosi romanzi concernenti la sua esperienza ad Auschwitz; egli era consapevole che per prevenire il ripetersi di simili genocidi ci si doveva impegnare a ricordare, raccontare e far conoscere la verità al mondo. Come scrive nel romanzo Se questo è un uomo (1947), “il bisogno di raccontare agli ‘altri’, di fare gli ‘altri’ partecipi aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno, in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore”[2]. Ma fino a che punto ci si può spingere? È accettabile scrivere dell’Olocausto sulla base del semplice sentito dire, senza avere avuto esperienza diretta, e venderla come verità? Un riflesso della realtà basta a colmare l’esigenza di sapere e di ricordare? Non sempre, non per tutti.

Per quanto riguarda la questione morale, ogni testo sull’Olocausto suscita profonde diatribe, alcune delle quali già menzionate precedentemente. Di particolare interesse è il dilemma se sia giusto o meno produrre cultura dopo la Shoah, in quanto la ferocia nazista sembrava avere spazzato via ogni fede nell’umanità. Th.W. Adorno sostiene che “nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch, und das frisst auch die Erkenntnis an, die ausspricht, warum es unmoeglich war, heute Gedichte zu schreiben[3]. Secondo il filosofo tedesco Auschwitz è inconfutabilmente la prova del fallimento della cultura: nonostante la Germania fosse la patria della filosofia, delle scienze illuministiche, dell’arte, fu anche culla del nazismo e del conseguente genocidio. Di conseguenza “tutta la cultura dopo Auschwitz, compresa la critica urgente ad essa, è spazzatura”[4]. La dichiarazione di Adorno provocò reazioni infuocate: in molti (tra cui Hans Magnus Enzensberger, Nelly Sachs, Paul Celan, Heinrich Böll) hanno messo in risalto quanto sia invece importante la poesia come monito per le nuove generazioni. Una tale asserzione non può che essere confutata: senza le opere dei sopravvissuti non saremmo a conoscenza dei dettagli riguardanti la vita nei campi, le procedure di sterminio e le relazioni che si creavano trai deportati. Impedire la stesura e la creazione di una nuova cultura della memoria, sarebbe stato come voltare le spalle ai milioni di morti ingiustamente, dare un ulteriore schiaffo alla loro dignità, infangarne il ricordo e rendersi complici dei crimini nazisti. Non è possibile relegare una simile tragedia nel passato, bisogna fare i conti con essa ogni giorno, anche nel presente. In altre occasioni Adorno ha trattato questo cruciale argomento della scrittura del dopoguerra, sostenendo che “il dire che dopo Auschwitz non si possono più scrivere poesie non ha validità assoluta, è però certo che dopo Auschwitz […] non ci si può neppure immaginare un’arte serena”[5]. Queste parole sono un’integrazione a quanto affermato dal filosofo tedesco precedentemente circa la possibilità della poesia dopo Auschwitz: egli voleva risvegliare le coscienze assopite dei suoi concittadini e invitarli a rielaborare il dramma della Shoah attraverso la scrittura e fondare  nuove e più convincenti forme estetiche. La parola è uno strumento di testimonianza fondamentale, in quanto permette alla memoria di essere tramandata alle nuove generazioni.
In molti hanno intrapreso questo cammino del ricordo, sviluppando il tema dell’Olocausto attraverso vari generi letterari quali romanzo e racconto autobiografico o storico, dramma teatrale e poesia.

In questa giornata dedicata alla memoria, vogliamo proporre un modo diverso per commemorare e ricordare. Una via che, attraverso la parola e la rima, ci racconta il dramma della Shoah attraverso la poesia di chi ha vissuto sulla propria pelle l’orrore della follia nazista.
Nelly Sachs e Paul Celan saranno le nostre guide e i loro testi ci costringeranno a confrontarci con questa pagina nera della storia europea, a riflettere sulle Shoah contemporanee e, infine, ci chiederà di rispondere ad una domanda: può la poesia curare le ferite degli uomini?

*Jo

16343789_1258514977564008_1161498035_n

[1]Trad: “Binjamin Wilkomirski alias Bruno Dösseker conosce Auschwitz e Madjanek solo come turista.”

[2] cfr. P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1947, pagg. 7-8.

[3]Trad: “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è una barbarie, e intacca anche la conoscenza che riguarda il perché oggi è impossibile fare poesia”.

[4] cfr. Th. W. Adorno, Dialettica negativa, Einaudi, Torino, 1975, pagg. 330-331.

[5] crf. Th. W. Adorno, Note per la letteratura 1961-1968, trad it. di E. de Angelis, A. Frioli. Einaudi, Torino 1979, p.277.