Lettere a Theo

.: SINOSSI :.

Delle 820 lettere scritte da Van Gogh nell’arco della sua breve esistenza ben 651 sono indirizzate al fratello Theo: il primo a comprenderne il talento e a incoraggiarne la vocazione, e il solo che non gli negò mai l’indispensabile sostegno morale e finanziario. Pochi artisti hanno rivelato così tanto di sé stessi nei propri scritti. Lettera dopo lettera, il toccante scambio epistolare fra Vincent e l’amato Theo, non solo fratello, ma amico e confidente, delinea la parabola di un genio inquieto e originalissimo e getta luce sulla sua vita e sulla sua personalità: i rovelli della fede, la strenua ricerca di un amore corrisposto, l’ansia di veder riconosciuto il proprio lavoro, il timore e la conferma della follia. Nella loro immediatezza e profondità emotiva, le “Lettere a Theo” (1872-1890) compongono un ricchissimo diario, un eccezionale documento umano e artistico, e un’avvincente autobiografia che si è conquistata a pieno titolo il rango di classico moderno della letteratura.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti sanno, almeno per sentito dire, chi sia Vincent van Gogh e tutti, anche i meno esperti, sanno elencare almeno una delle sue opere. Ma quanti conoscono Vincent van Gogh? Una persona. Una persona soltanto ha avuto il privilegio, l’onere e l’onore di conoscere Vincent e di amarlo come solo un fratello minore può amare un fratello maggiore.
Le Lettere a Theo non sono il testamento di un artista folle e tra le sue pagine si trova tutto, tranne ciò che ci viene detto a scuola o all’università su questo artista; le lettere che Vincent scrive a suo fratello Theo sono la parabola di un uomo e, a tratti, sono talmente umane, quasi veniali, da chiedersi se davvero sia stato il grande Vincent van Gogh a vergarle e non piuttosto una mano più semplice al servizio di un’anima talmente umana da essere nostra pari. Nelle Lettere a Theo c’è tutto e non serve essere olandesi, o uomini di fine ottocento né avere sangue van Gogh nelle vene per capire ciò di cui Vincent parla con il fratello.
Vincent e Theo (anche se il libro è, purtroppo, composto solo dalla corrispondenza da parte del maggiore dei due fratelli) dialogano di tutto: delle passioni che li animano, dei paesaggi che vedono e delle esperienze fatte; parlano di Dio e degli uomini; dell’amore e della disperata ricerca di qualcuno che sappia guardare oltre le apparenze e amare ciò che per la società è, invece, riprovevole se non addirittura detestabile.
Si scopre, tra queste pagine, un uomo colto e curioso, un pittore che è anche lettore e non manca a suggerire al fratello nuovi titoli o a stimolare una riflessione sul nuovo testo di questo o quell’autore.

Sembrerà scontato, ma non posso dare un voto a questo libro né lo posso giudicare come farei con un romanzo autobiografico o una raccolta di poesie (di cui, pur non potendo esprimermi sulla poetica, potrei comunque commentare lo stile). Lettere a Theo è un testo disarmante che demolisce pagina dopo pagina le convinzioni che il lettore ha su Vincent van Gogh per sostituirle con un autoritratto di carta ed inchiostro. La scrittura di Vincent è evocativa e riesce a rendere perfettamente tanto le tonalità dei paesaggi che descrive a Theo, quanto le sfumature della sua anima e i chiaro scuri di una vita tutt’altro che facile, ma mai rassegnata.
Alla fine della lettura monsieur Vincent van Gogh diventa solo Vincent; le sue lettere sembrano un reperto riemerso dal fondo di un qualche cassetto e sembra di leggere le lettere e i pensieri di un amico di penna ormai irrimediabilmente perduto e, purtroppo per il lettore, questa nostalgia, questo mal di Vincent, non può essere curato in alcun modo.

*Jo

Le braci

.: SINOSSI :.

Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. Tutto converge verso un “duello senza spade” ma ben più crudele. Tra loro, nell’ombra il fantasma di una donna.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho scoperto questo libro per caso e fin dalle prime pagine sono stata catturata da una scrittura elegante, molto simile a quella che avevo amato in autori come Hesse o la Nemirovsky.
Le braci descrive un duello verbale e, come in un duello, tra le pagine vengono affrontati temi diversi cercando irrimediabilmente di trovare una soluzione soddisfacente a problemi che, purtroppo, per l’ostinazione dei protagonisti sono destinati a rimanere irrisolti, sospesi tra possibilità ed eventualità che i due (ex) amici sfiorano senza tuttavia riuscire mai a fare quel passo che trasformi l’idea in azione.
Passato e presente si intrecciano creando un mosaico dove i ricordi si mescolano ad antefatti necessari per comprendere le riflessioni che si concentrano nella seconda metà del romanzo.
In meno di duecento pagine, Sandor Marai riesce a descrivere con puntualità la vicenda umana di due uomini legati da un sentimento profondo che supera l’amicizia, ma non riesce a diventare fratellanza.

Un romanzo breve, o un racconto lungo, che non va approcciato con leggerezza. Nonostante si tratti di una manciata di pagine, Le braci non è un libro da leggere in un sol giorno e, come i tizzoni caldi hanno bisogno di raffreddarsi lentamente nel camino prima di essere maneggiati, così il romanzo necessita di tempo per essere letto, capito ed apprezzato a fondo. Uno scritto figlio della mentalità del suo tempo e che, per non essere tacciato di razzismo, discriminazione o non inclusione, va giudicato in relazione al contesto storico in cui lo scrittore lo ha vergato.
Le braci di Sandor Marai è uno di quei libri da 10/10; affatto scontato riesce, nonostante sia stato scritto quasi ottanta anni fa, comunque a provocare una riflessione anche nel lettore contemporaneo. Lo stile, come già scritto, è raffinato senza essere prolisso o pesante e il periodo breve scandisce bene il tempo del romanzo che, diversamente, risulterebbe altisonante se non addirittura bolso.
Consiglio questo romanzo a chi è alla ricerca di una lettura non troppo impegnativa in termini di lunghezza, ma non vuole rinunciare ad una storia provocante e dal finale tutt’altro che scontato.

*Jo

Aristotele e l’anello di bronzo

.: SINOSSI :.

Blepiro, reduce di guerra e menomato in battaglia, è accusato dal cugino Kremes di simulare l’infermità per ottenere una pensione di invalidità. Blepiro è un bronzista, e nella sua bottega accoglie “una banda di gente indecente”, “una manica di ex schiavi e puttane”, e questa compagnia sregolata si attira l’ostilità dei benpensanti e soprattutto le critiche accese di un politico in carriera. Ma c’è un che di esagerato nell’accanimento e il primo tentativo di uccidere Blepiro – una colata di metallo fuso che per fortuna lo ferisce soltanto orrendamente – sembra, ad Aristotele e al suo assistente Stefanos, più il culmine di un complotto mal riuscito che la conseguenza di una campagna d’odio.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Aristotele e l’anello di bronzo: un vero e proprio romanzo da ombrellone!
Il libro è brevissimo, si tratta di poco più di un centinaio di pagine, e la trama dopo la prima metà è lineare: il lettore non si deve aspettare grandi colpi di scena, ma resta piacevolmente intrattenuto per qualche ora.
Si tratta di un romanzo giallo a fondo storico in cui il famoso filosofo Aristotele è chiamato a risolvere una controversia che si trasforma improvvisamente in un vero e proprio crimine. Sebbene sia carente dal punto di vista della trama, il romanzo è interessante per i numerosi cenni storico-culturali che l’autrice inserisce qua e là: usando la scusa del romanzo giallo, insomma, l’autrice introduce il lettore a diverse usanze della Grecia classica e, in particolare, di Atene.
Un altro punto di forza del libro sono le spiegazioni di filosofia: tra un dialogo e una breve descrizione, l’autrice riporta al lettore stralci della filosofia aristotelica. Trovo molto funzionale l’uso di questa tecnica, quindi di mascherare una lezione di storia o filosofia con una trama a sfondo investigativo, perché rende fruibile argomenti altrimenti difficili anche al grande pubblico.
Di contro, la scrittura non è un gran che. Le descrizioni sono pressoché inesistenti e i dialoghi a volte sono molto “falsi”; in più, ogni tanto il narratore sembra rivolgersi direttamente al lettore con commenti esplicativi su determinati termini greci o fattori socio-culturali. Per quanto io capisca il bisogno dell’autrice di spiegare questo genere di cose al lettore, penso ci siano tecniche meno banali e più efficaci per farlo.
Un altro grosso problema del romanzo è il narratore, Stefanos. Purtroppo si tratta di un personaggio molto stupido con cui è difficile empatizzare: spesso non capisce le cose più banali e porge domande sciocche che, alla lunga, stancano. Mi rendo conto che avere come narratore Aristotele avrebbe significato togliere un po’ del mistero al romanzo, d’altra parte credo che il personaggio di Stefanos andasse studiato meglio e potesse essere, alla fine, meno macchiettistico.

Non si tratta di un romanzo che tiene incollati alle sue pagine, a dire il vero ho scoperto il “cattivo” già dopo i primi capitoli, d’altra parte non è nemmeno un libro brutto: Aristotele e l’anello di bronzo è nella media, un romanzo estivo, leggero e poco impegnativo che permette di passare qualche piacevole ora di lettura in compagnia di Aristotele.
Il voto che mi sento di dargli è 7.5/10. Un buon libro per passare il tempo che non vi incanterà ma non vi farà neanche sentire come se aveste perso del tempo!

Cose che succedono la notte

.: SINOSSI :.

Questo libro è fatto di buio e di neve. Di un treno nella notte, e di una coppia senza nome che scende in una stazione deserta del Grande Nord. Di un immenso, lussuoso albergo nel cuore di una foresta. Delle sue stanze chiuse, dei suoi infiniti corridoi, dell’isola di luce del suo bar. Dei suoi ambigui ospiti – una vecchia cantante che tutto ha visto, e un losco uomo d’affari con un suo crudele disegno. E ancora, di un sinistro orfanotrofio, e di un enigmatico guaritore. Non tutti gli scrittori avrebbero saputo trasformare questa materia in un avvincente, misterioso romanzo. Ma Peter Cameron, questo nel tempo lo abbiamo imparato, è uno scrittore a parte.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Cose che succedono la notte è un romanzo difficile da giudicare perché è anche difficile da leggere e da capire.
E’ un sogno ad occhi aperti. Il lettore è catapultato nell’opaca, davvero non trovo un aggettivo migliore, vita di un uomo e di una donna che rimangono volutamente anonimi e si muovono in una ambientazione lasciata completamente all’immaginazione. Non si tratta di pigrizia ma di un efficace espediente che contribuisce al complessivo senso di estraniamento.
E’ davvero un libro “fatto di buio e di neve” come promette la quarta di copertina: tutte le scene sono caratterizzate da una tetra malinconia. In un certo senso sembra di essere spettatori di un film muto in bianco e nero dove tutto prende vita solo quando uno dei protagonisti mette piede della stanza.
Il treno che accompagna i due protagonisti fino alla remota località dove hanno prenotato un albergo sembra trasportarli dalla nostra realtà ad una completamente diversa, un po’ come l’auto che in Midnight in Paris porta il protagonista negli anni venti. Solo che, in questo caso, nessuno dei due trova dall’altra parte un sogno: ad aspettarli c’è la tetra realtà di quello che entrambi hanno ignorato per troppi anni. Allo stesso modo, quando il treno esce dalla bolla di irrealtà in cui li ha catapultati, anche la narrazione riprende colore e vigore, come se qualcuno avesse colorato la pellicola.
Come dicevo all’inizio della recensione, è difficile spiegare bene tutto quello che questo romanzo mi ha lasciato perché credo sia uno di quei rari libri che regalano a ciascun lettore un’esperienza diversa.
Come lettrice mi sono sentita profondamente a disagio: avevo la sensazione di stringere tra le dita l’anima di due persone e di spiarle nei loro momenti più intimi e vulnerabili. E’ un romanzo che mi ha fatto profondamente arrabbiare, non perché fosse brutto o perché non sia riuscito, al contrario: mi sono adirata perché era la perfetta rappresentazione di un fallimento.
Le vite dell’uomo e della donna suonano come una lunga bugia e la loro reciproca ritrosia nell’affrontare i problemi dà loro il colpo di grazia. E’ irritante come entrambi i personaggi siano profondamente egoisti e nascondano dietro questo individualismo tutte le proprie colpe.
La fine della lettura lascia sensazioni contrastanti: se da una parte ci si rende conto che quello è il solo finale davvero plausibile, dall’altra mi sono sentita insoddisfatta come se qualcosa mancasse. Però, credo che il profondo senso di mancanza che si sente a fine lettura sia esattamente quello che Cameron voleva trasmettere. Dunque, complimenti, non era semplice.
Lo stile è semplicissimo, scarno e crudo. Cameron ha scelto di togliere le virgolette ai dialoghi rendendo la narrazione ancora più straniante. I personaggi sono pochi e, pur essendo a mala pena abbozzati, hanno una loro strana profondità che attira il lettore. Le pagine volano e improvvisamente ci si trova alla fine del libro anche se lo si è appena iniziato. Non è un romanzo in cui si ha un buono e un cattivo, perché sensazioni positive e negative sono efficacemente mescolate per dare al lettore qualcosa che sia profondamente vero e infinitamente malinconico.

Il voto che mi sento di dare è 8/10, con un po’ di onestà devo ammettere di non essere certa di averlo capito appieno. Come ho già detto, si tratta di un libro con molteplici livelli di lettura che lascia ad ogni lettore qualche cosa di diverso.
Non è stata una brutta lettura, ma è stata malinconica e a tratti quasi deprimente. Il libro racconta esattamente quello che il titolo promette: parla di tutte quelle cose che succedono la notte. Lo consiglio a chi ha voglia di tuffarsi in un romanzo intimista e scuro, a chi non ha paura di soffrire ritrovando se stesso nell’abile penna di Cameron.

*Volpe

Il diavolo e l’acqua scura

.: SINOSSI:.

Un omicidio in alto mare. Una straordinaria coppia di detective. Un demone che esiste. O forse no. Batavia, Indie orientali olandesi, 1634. La Saardam, col suo carico di pepe, spezie, sete e trecento anime tra passeggeri e membri dell’equipaggio, è pronta a salpare alla volta di Amsterdam. Una traversata non priva di insidie, tra malattie, tempeste e pirati in agguato in oceani ancora largamente inesplorati. Le vele ripiegate, il galeone accoglie nel suo ventre il corteo dei passeggeri aperto da Jan Haan, il governatore generale di Batavia. In sella a uno stallone bianco, seguito da un’accozzaglia di cortigiani e adulatori e da quattro moschettieri che reggono una pesante cassa dal contenuto misterioso, Haan procede impettito. Ad Amsterdam riceverà l’ambito premio per i suoi servigi: sarà uno degli enigmatici Diciassette del consiglio direttivo della Compagnia. Poco dietro avanza il palanchino che ospita Sara Wessel, sua moglie, una nobildonna dai capelli rossi decorati di gemme preziose e un segreto ben custodito nel cuore, e Lia, sua figlia, una ragazzina insolitamente pallida. Seguono dignitari e passeggeri di riguardo, ciambellani, capitani della guardia e viscontesse e, alla fine, a chiudere il corteo, un uomo coi ricci scuri appiccicati alla fronte e un altro con la testa rasata e il naso schiacciato. Sono Samuel Pipps, celebre detective appena trasferito al porto dalle segrete del forte, dov’era recluso con l’accusa di aver commesso un crimine meritevole di processo in patria, e il tenente Arent Hayes, sua fedele guardia del corpo. Le operazioni di imbarco proseguirebbero secondo un consolidato copione se un oscuro evento non funestasse la partenza. In piedi su una pila di casse, un lebbroso vestito di stracci grigi, prima di prendere stranamente fuoco, annuncia che «il signore dell’oscurità» ha decretato che ogni essere vivente a bordo della Saardam sarà colpito da inesorabile rovina e che la nave non arriverà mai alla sua meta. Non è il solo segno funesto. Non appena il galeone prende il largo, sulle vele compare uno strano simbolo: un occhio con una coda. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il diavolo e l’acqua scura è ufficialmente parte della mia top ten. 
E’ difficile, per me, scrivere questa recensione: il romanzo mi ha catturata fin dalla prima pagina e ha conquistato il mio cuore con un finale che, per quanto fantasioso, resta convincente e coerente. Vorrei raccontarvelo per intero, ma il tacito accorto tra blogger e lettore mi impone di non scrivere spoiler. Così, devo mordermi le mani e cercare di farvi sentire le mie emozioni senza rovinarvi il piacere della lettura.

La trama è un intreccio coinvolgente; è il palcoscenico perfetto per una rosa di personaggi accattivanti che, pagina dopo pagina, accompagnano il lettore in un viaggio lungo e misterioso. Quelli che Turton descrive non sono personaggi bidimensionali: sono persone. Hanno tutti le loro debolezze, i loro rimorsi; non sono liberi dalla cattiveria né sono immuni dalle paure. Però sanno anche cos’è la speranza, hanno desideri credibili e coerenti con la loro personalità e sono in grado di affrontare le vicende di cui sono protagonisti con coraggio e ingegno. 
Il personaggio che ho apprezzato di più è Sara: alle spalle ha una storia complessa intrisa di violenza e di paura, eppure non ha perso la voglia di vivere. Il suo fuoco è il desiderio di poter regalare a sua figlia tutte le possibilità che la vita ha tolto a lei. Nella sua semplicità l’ho trovata una donna forte, capace di mostrare il proprio valore con la determinazione di chi ha tanto da perdere ma troppo da guadagnare per potersi accontentare di una vita perfetta solo nelle apparenze. Arent, la controparte maschile di Sara, è il tipico uomo bruto (non brutto) ma buono: con la stazza di un gigante incute timore e rispetto, ma ha il cuore tenero e tanta voglia di fare del bene. 
Attorno a loro si muovono personaggi di ogni sorta che, pur non essendo protagonisti movimentano e danno un senso a tutta la complicatissima trama che l’autore ha messo in piedi. 

L’ambientazione è innovativa: per quanto io mi sforzi di ricordare, non mi sembra di aver mai letto altri romanzi interamente ambientati su un vascello. Onestamente, non so definire quanto accurate siano le descrizioni della vita in mare aperto, ma non penso che Turton si sia lanciato nella scrittura di questo romanzo senza aver prima svolto ricerche accurate e dettagliate: non sembra proprio il tipo. Alla fine della lettura, conosciamo tutto della Saardam, e ho apprezzato che l’ambientazione risultasse così viva, tangibile.

Se, talvolta, trama complicata significa finale contorto, sarete contenti di sapere che questo non è il caso de il diavolo e l’acqua scura
Ogni dubbio trova una risposta, ogni obiezione viene prontamente raccolta dall’autore e spiegata. Il filo rosso che collega la prima pagina all’ultima, una volta chiuso il romanzo, può essere disteso tranquillamente: ciascun lettore noterà che tutto è perfettamente al suo posto. 
Turton è un ottimo giallista, non ho ancora letto Le sette morti di Evelyne Hardcastle ma se è scritto bene anche solo la metà di questo penso che sia un romanzo imperdibile. E’ anche un bravissimo romanziere storico e per questo è difficile collocare il suo libro in un genere preciso: la penna di Turton delinea una trama che si muove tra realtà, superstizione, magia, storia ed enigmi. E’ un romanzo avventuroso tra le cui pagine di nasconde un mistero che va risolto; allo stesso tempo il mistero è un pretesto per trascinare il lettore in una riflessione decisamente più ampia che va a solleticare i lati più profondi dell’animo umano. Chiudendo per l’ultima volta il romanzo il lettore non può non restare ancora imprigionato sulla Saardam, le battute finali a rimbombargli nella testa e una domanda a stuzzicare la sua fantasia: e tu? Tu cosa avresti fatto? 

La scrittura è semplice e priva di fronzoli. Proprio per questo è efficace: è lo stile adatto ad un romanzo di questo genere, dove chiarezza e immediatezza sono necessarie per rendere il testo interessante ed avvincente. Le descrizioni sono comunque presenti e ottimamente scritte; i pensieri dei personaggi sono riportati con cura e attenzione e permettono di empatizzare meglio con loro.

Se non si fosse già capito, il voto finale per questo romanzo, da parte mia, è un 10 pienissimo. 
Turton è un ottimo scrittore, in grado di gestire non solo trame complesse ma precisi richiami letterari: impossibile non notare la somiglianza tra Sammy Pipps e il famosissimo Sherlock Holmes; gli amanti di Lovecraft potrebbero trovare ne Il diavolo e l’acqua scura un romanzo intrigante dove un demone si aggira silenzioso sotto il pelo dell’acqua; i giocatori di ruolo, invece, avranno tra le mani un’avventura affascinante con cui fantasticare e divertirsi. 
Allora, vi ho convinti a salire a bordo? 

*Volpe

La cattedrale dei vangeli perduti

.: SINOSSI :.

Roma, dicembre 1564. Mentre in città un misterioso assassino traccia una croce di sangue sulla fronte delle sue vittime, in Vaticano qualcuno sta tramando per uccidere il papa. Raphael Dardo, agente segreto del duca Cosimo i de’ Medici, è a Roma con una missione: proteggere la vita di Pio IV a tutti i costi. Tocca a lui scoprire chi muove i fili della congiura. L’indagine lo porterà a fare ricerche tra “cavatori di tesori”, maghi, profeti eretici, nobili indebitati e potentissimi cardinali; dai piani alti del potere fin nelle profondità labirintiche delle catacombe paleocristiane. Chi trama per eliminare il Santo Padre? Chi è l’assassino della croce di sangue? Cercare le risposte è solo una parte dell’enigma. Se vuole salvare se stesso, le persone che ama, il Papa e l’intera Chiesa di Roma, Raphael deve scoprire i segreti che il labirinto ha custodito per secoli. E deve farlo al più presto…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Un romanzo interessante che cattura fin dalle prime pagine grazie alla sua scrittura curata che riesce a tratteggiare degnamente il palcoscenico in cui i protagonisti si muovono permettendo al lettore di “passeggiare” tra le strade di una Roma di metà ‘500 dilaniata da conflitti, giochi di potere e congiure architettate da eretici e cacciatori di tesori.
La cattedrale dei vangeli perduti è l’ultimo capitolo delle trilogia Le indagini di Raphael Dardo, ma funziona altrettanto come autoconclusivo e i pochi richiami ai libri precedenti non spezzano il ritmo né impediscono al lettore di perdere il filo del discorso.
Il ritmo e l’intreccio sono ben studiati e l’accuratezza dei dettagli storici non annoia ma accende la curiosità del lettore. I personaggi, di cui alcuni “ereditati” dagli altri capitoli della saga, entrano ed escono come comparse di un film e la loro caratterizzazione risulta labile con il risultato che nessuno riesce veramente ad accattivarsi il pubblico o a rimanere nella mente più di un altro.
Il mio voto è 7/10: un thriller storico interessante che tiene con il fiato sospeso, provoca e fa tremare; un romanzo non particolarmente impegnativo, ma non per questo da bistrattare o denigrare. Per quanto l’ambientazione e la trama, così come l’uso del linguaggio e le descrizioni di Roma, mi abbiano tenuta incollata alle pagine, pardon, allo schermo del kindle, lo stesso non si può dire dei personaggi: tanti (troppi!) che entravano ed uscivano creando un po’ di confusione.

*Jo

Il principe della nebbia

IL PRINCIPE DELLA NEBBIA

Autore:  Carlos Ruiz Zafón
Anno:  1993
Editore:  Mondadori

.: SINOSSI :.

1943: il vento della guerra soffia impetuoso sull’Europa quando il padre di Max Carver decide di lasciare la città e trasferire la famiglia in una casa sulla costa spagnola. Il luogo sembra protetto e tranquillo ma, appena arrivati, cominciano a succedere strani fenomeni: Max scopre un giardino disseminato di statue orribili, la sorella Alicia inizia a fare sogni inquietanti, compare una scatola piena di vecchi film che sembrano aprire una finestra sul passato, mentre l’orologio della stazione va all’indietro. E ci sono le voci, sempre più sinistre, che riguardano i precedenti proprietari della villa, e i racconti che accompagnano la misteriosa scomparsa del loro unico figlio.
Mentre un incidente colpisce la sua famiglia, Max si trova sommerso da presagi allarmanti ed è costretto, suo malgrado, a improvvisarsi detective. Assieme ad Alicia e al nuovo amico Roland, nipote dell’anziano custode del faro, inizia a indagare sull’oscuro naufragio di una nave che giace sui fondali della baia custodendo molti segreti, e sugli eventi, sempre più drammatici, che investono la casa sulla spiaggia. Insieme i tre ragazzi scoprono la terrificante storia del Principe della Nebbia, un’ombra luciferina che emerge nel cuore della notte per scomparire con le prime nebbie dell’alba… Una storia che affonda le radici nel passato e che continua a lasciare una scia di sangue, dolore e sofferenza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Raramente Zafón regala al suo pubblico una gioia e, leggendo le sue pagine, sembra proprio che lo scrittore provi un sadico piacere nel tenere sulle spine i suoi lettori fino all’ultima sillaba dei suoi scritti.
Il principe della nebbia non fa eccezione e, in poco più di 150 pagine, riesce a catturare e a trascinare chi legge tra le spire di una storia oscura come un incubo.
Mentre l’Europa è con il fiato sospeso per via dell’inasprirsi dei conflitti successivi allo scoppio della seconda guerra mondiale, Max e la sua famiglia decino di lasciare la città per ritirarsi in un borgo che sorge a ridosso dell’oceano: una soluzione idilliaca che sembra inaugurare un bel romanzo sull’estate e sulle avventure che si posso collezionare in tre mesi di vacanze e dolce far niente.
L’incontro con Roland, adolescente e Cicerone improvvisato del luogo, il relitto di una nave affondato giusto a qualche pedalata da lì e una casa che sembra una rigatteria; avvalorano la sensazione di avere tra le mani una versione iberica del celebre romanzo di Astrid Lindgren Vacanze all’Isola dei Gabbiani. Non bisogna attendere più di qualche pagina perché i primi misteri comincino a far capolino, coinvolgendo il lettore in un’indagine che infrange la barriera del tempo e procede in sospeso tra passato, presente e futuro, tra realtà e mistificazione, sogni e incubi.
Nuovi personaggi rimpiazzano, a volte con espedienti che risultano non del tutto convincenti, i vecchi e, arrivati a metà del romanzo, il ritmo sembra aumentare conducendo in maniera quasi impercettibile al climax.
La sensazione, decisamente coerente con l’ambientazione e le atmosfere del romanzo, è quella di trovarsi davanti ad una tempesta tanto imminente quanto inevitabile che, prima di aver trovato un riparo, si abbatte sul lettore senza lasciargli scampo.
Lo stile di Zafón è, in queste pagine, ad uno stato embrionale ma si fa comunque apprezzare. Le descrizioni sono essenziali e lasciano margine alla fantasia del lettore, senza tuttavia permettergli di evadere in interpretazioni troppo personali.
La trama scorre piacevolmente e presenta solo qualche piccola omissione che, nell’insieme, passa pressoché inosservata e su cui, a lettura terminata, ognuno può trarre le sue conclusioni.
I personaggi non sono particolarmente sviluppati e ricalcano timidamente i prototipi dei film horror contemporanei: genitori che, in buona fede, trascinano gli affetti in un luogo non proprio adatto alla famiglia del Mulino Bianco, figli adolescenti (o quasi) che non perdono l’occasione per battibeccare e pungolarsi a vicenda, un nuovo amico con un passato tragico e nebuloso e un vecchio solitario che, prigioniero dei ricordi e dei sensi di colpa, vive arroccato in un faro.
La giovane età dei protagonisti, tutti compresi tra i 13 e i 18 anni, enfatizza l’incredibilità della vicenda e, a tratti, risulta quasi fuori luogo considerate le sfide che i tre personaggi principali affrontano soprattutto nei capitoli conclusivi del romanzo.
Forse, con personaggi anche di poco più grandi l’effetto sarebbe stato migliore, ma anche così la trama riesce comunque a coinvolgere e a regalare minuti da brivido (se, come la sottoscritta, non avete particolarmente in simpatia i pagliacci evitate di leggere questo romanzo prima di andare a dormire n.d.r).

Il voto è 8,5/10: il romanzo è, evidentemente, pensato per un pubblico più giovane rispetto a quello abituale di Zafón che, tra queste pagine, sembra far parlare più lo sceneggiatore dello scrittore con il risultato che, alcune pagine, sembrano una bella descrizione di qualcosa di visto al cinema o in qualche corto metraggio.

College of Wizardry – In Polonia imparare la magia è possibile!

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Un castello che sembra uscito da una favola slava, aule, dormitori e sfide avvincenti, e poi incantesimi, pozioni e quel pizzico di mistero capace di trasformare un’esperienza come quella del gioco di ruolo in qualcosa di magico.
Il castello di Czocha non è solo un gioiello della storia medievale polacca. Tra le sue mura nasconde uno dei progetti di gioco di ruolo dal vivo (larp) più ambiziosi e avvincenti d’Europa.
Varcato il cancello di questo castello del quattrocento, i visitatori diventano a tutti gli effetti degli studenti della scuola del College of Wizardry, la scuola di magia e stregoneria di Czocha, e esattamente come accade a chi frequenta il primo anno nella celebre scuola di Hogwarts vengono smistati in una delle cinque squadre (il corrispettivo delle case create da J.K. Rowling), ciascuna delle quali ha un proprio simbolo e una propria “filosofia”:

Durentius, simboleggiata da un gallo, si distingue per l’importanza che viene data alla diligenza e al valore.
Molin, simboleggiata da un golem di pietra, insegna ai suoi studenti la lealtà e l’intuito.
Sendivogius, simboleggiata da una fenice, sprona i suoi membri ad agire con coraggio e onore.
Faust, simboleggiata da un drago, incoraggia gli studenti a perseguire la conoscenza e il potere.
Libussa, simboleggiata da un leone, invita i propri membri ad agire con creatività e lungimiranza.

Come nella saga di Harry Potter: i membri delle cinque case potranno accrescere il prestigio della loro fazione guadagnando punti grazie alle attività didattiche previste.
Lo smistamento è solo una delle sorprese che attende gli aspiranti giovani maghi iscritti a questa scuola: in base al livello di esperienza del giocatore, il visitatore potrà interpratare uno studente o, nel caso dei giocatori più esperti, impersonare un docente, un caposcuola o una carica di prestigio all’interno del college.
Tra le attività proposte ci sono ovviamente le lezioni e, tra i corsi offerti, vi sono ovviamente corsi di difesa contro le arti oscure, divinazione e pozioni, mentre tra le attività ricreative non può certo mancare il famosissimo Quidditch.

Ed ora qualche informazione.
L’iscrizione a questo gioco di ruolo ha un costo che oscilla tra i 200 e i 300 euro, possono iscriversi giocatori dal tutto il mondo a patto che siano maggiorenni (alla prima edizione gli iscritti erano quasi 200 provenienti da 11 paesi diversi).
Le campagne durano quattro giorni e nel corso della partita ai giocatori vengono garantiti, oltre al vitto e all’alloggio, anche le divise, gli accessori e i libri di testo.
Maggiori informazioni sugli eventi e sulle modalità di iscrizione si possono trovare sul sito ufficiale del college e sulla sua pagina facebook.

*Jo

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IL GIOCO DELL’ANGELO

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IL GIOCO DELL’ANGELO

Autore: Carlos Ruiz Zafon
Editore: mondadori
Anno di pubblicazione: 2008

.:SINOSSI:.

Nella tumultuosa Barcellona degli anni Venti, il giovane David Martín cova un sogno, inconfessabile quanto universale: diventare uno scrittore. Quando la sorte inaspettatamente gli offre l’occasione di pubblicare un suo racconto, il successo comincia infine ad arridergli. È proprio da quel momento tuttavia che la sua vita inizierà a porgli interrogativi ai quali non ha immediata risposta, esponendolo come mai prima di allora a imprevedibili azzardi e travolgenti passioni, crimini efferati e sentimenti assoluti, lungo le strade di una Barcellona ora familiare, più spesso sconosciuta e inquietante, dai cui angoli fanno capolino luoghi e personaggi che i lettori de “L’ombra del vento” hanno già imparato ad amare. Quando David si deciderà infine ad accettare la proposta di un misterioso editore – scrivere un’opera immane e rivoluzionaria, destinata a cambiare le sorti dell’umanità -, non si renderà conto che, al compimento di una simile impresa, ad attenderlo non ci saranno soltanto onore e gloria.

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Misterioso, cupo, enigmatico e, a tratti, impenetrabile.
Non avrei altre parole per descrivere il secondo romanzo di Zafon dopo “L’ombra del vento”. Romanzo che, oltretutto, comincia come una normalissima storia di sfortuna, amore e fama. Ma sono proprio le storie più comuni a nascondere dietro di sé gli intrecci più complicati e terribili.
Mano a mano che la trama si infittisce, infatti, il protagonista e il lettore sono lentamente introdotti in una spirale, in un inganno, oserei dire un “gioco” per richiamare il titolo del romanzo, così intricato e complesso da far dubitare seriamente di ogni singolo avvenimento.
Efferati crimini, furti d’identità e un pizzico di paranormale si sovrappongono e si mescolano costringendo i personaggi e il lettore stesso a rivedere il concetto di verità: questa parola, piano piano, perderà il suo significato oggettivo per trasformarsi in un’idea soggettiva e manipolabile.
L’autore ha uno stile magistrale: il ritmo è serrato e, soprattutto nelle ultime cento pagine, si fa veramente fatica a staccarsi dalla lettura.
Zafon è stato incredibilmente bravo a mantenere il lettore sullo stesso piano del protagonista: noi non siamo migliori di Martin, il protagonista, e non ci è dato scoprire niente prima di lui. Restiamo sorpresi, sconfortati, felici, esaltati e sollevati assieme a lui. Ogni parola, ogni riga e ogni pagina ci permette di scolpire dentro noi stessi la figura di Martin e crescere assieme a lui.
Le tinte cupe e gotiche dello stile di Zafon funzionano a meraviglia in questo romanzo che è costellato di elementi paranormali pregnanti, eppure così ben nascosti da far dubitare i protagonisti stessi di ciò che vedono, sentono o, addirittura, fanno.

Personalmente, a questo romanzo posso solo dare un 10 pienissimo. Per quanto mi riguarda contiene ogni singolo elemento per essere definito un capolavoro: un protagonista disegnato a meraviglia; una storia d’amore travagliata ma non troppo pregnante; personaggi secondari favolosi nella loro psicologia; mistero e avventura in quantità perfetta.
Lo consiglio a tutti coloro che amano romanzi introspettivi, gialli e anche i thriller visto che il romanzo ha alcuni punti un po’ forti.
A causa di questi episodi violenti, mi sento di sconsigliare il romanzo ai lettori più sensibili.

*Volpe

ASSOCIAZIONE GENITORI E INSEGNANTI

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ASSOCIAZIONE GENITORI E INSEGNANTI

Autore: R.A. Lafferty e altri
Edizione: Mondadori
Anno di pubblicazione: 1980

.:SINOSSI:.

“Uno dei più grandi misteri della fantascienza – scrive Harlan Ellison presentando al pubblico Usa questa stupefacente antologia – è perché mai i geniali, gloriosi, folli racconti del folle Lafferty non siano stati raccolti in un volume prima d’oggi.”

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Mi ero avvicinata alla lettura di questo testo circa quindici anni, spinta da mio padre che lo amava particolarmente.
Mi ero stufata al primo racconto.
Qualche giorno fa, al contrario, l’ho visto nella libreria e ho deciso di riprovare per vedere se qualcosa fosse cambiato nel testo o in me. In meno di un paio di giorni l’ho finito.
I racconti sono a carattere fantascientifico- filosofico e i miei preferiti sono stati il primo, che da il nome alla raccolta, seguito da “Le sei dita del tempo” e da “Il duello sulla montagna”.
Il finale di ogni racconto lascia dietro di sé una traccia totale di mistero: ci viene promessa una risposta ma questa risposta non arriva perché per tutto il racconto veniamo messi davanti alla ovvia fallibilità dell’uomo che, nonostante venga avvisato del pericolo che corre o venga messo davanti ai suoi limiti, non riesce a comprenderlo.
Avrà successo, quest’uomo, o fallirà?
Solo la nostra mente può dircelo.
Il finale aperto da la possibilità al lettore di continuare la storia nella propria testa creando così una gamma di finali infinita.

Lo consiglio a chi è un po’ grandicello e ha avuto una prima infarinatura di filosofia base, fosse anche quella che si impara crescendo, e a chi ama la fantascienza e il mistero.
Il mio voto, in ogni caso, è un 10/10.

*Volpe