It’s The Most Colorful Time Of The Year – I simboli del Natale (parte 1)

L’atmosfera del Natale, si sa, è qualcosa di magico e, quando nelle nostre città si accendono le luminarie e nelle case cominciano a spuntare alberi di natale e presepi, tutti (anche i Grinch più recidivi) ci sentiamo scaldare un po’ il cuore da questa atmosfera magica ed intima.
A contribuire a questo clima festoso ci sono una lunga serie di simboli che, anno dopo anno, sono diventati universalmente forieri delle imminenti festività natalizie: colori, animali, oggetti e tradizioni senza le quali, ammettiamolo, natale non sarebbe Natale.

In questa prima parte ho deciso di concentrarmi sulle tonalità del natale e sul loro significato storico e psicologico.
Il colore è, infatti, il primo veicolo di un messaggio e, in questo periodo dell’anno, fiocchi rossi e verdi, stelle dorate ed argentate e decorazioni bianche e azzurre invadono tanto le vetrine dei negozi quanto le nostre abitazioni.
La scelta di questi colori non è casuale e ha radici antiche risalenti, o addirittura precedenti, all’anno 0 in cui è storicamente collocata la nascita di Gesù.

ROSSO – Forse il colore che meglio incarna il Natale e che, grazie alle scelte marketing di una nota bibita gassata, è diventato anche il colore ufficiale di Babbo Natale.
Anticamente il rosso era il colore della regalità e solo re ed imperatori potevano vestire di porpora (un pigmento naturale preziosissimo che si estrava da un mollusco). Il rosso è anche il colore della vita e della vivacità (spesso associato al fuoco), dell’amore, della forza, del coraggio e del valore (era infatti il colore del dio romano Marte).
Tutt’ora il rosso indica qualcosa di importante e degno di attenzione (basti pensare ai tappeti rossi stesi in alcuni eventi in onore di personalità di spicco); ma è anche un colore usato per segnalare un pericolo il più delle volte mortale e, infatti, liturgicamente parlando il rosso è presente in occasione del triduo pasquale e in concomitanza con la commemorazione di un martire (come Santo Stefano il 26 Dicembre). E’ anche il colore della collera e della violenza.
Apprezzato in Europa quanto in Asia e in molti altre nazioni, il rosso è un colore che, pur ricordando il sangue e il dolore, è considerato di buon auspicio.

VERDE – Spesso in coppia con il rosso, il verde è il secondo protagonista del Natale (cromaticamente parlando): alberi di natale, ghirlande, decoriazioni con foglie di pungitopo, costumi da elfo, … ; il verde invade le strade e i negozi e sembra la base perfetta per dare risalto a tutte le decorazioni.
Anche il verde gode di ottima reputazione ed è comunemente associato alla vita e alla giovinezza, alla natura e alla primavera, alla fortuna, alla felicità, al benessere e alla speranza; la chioma sempreverde delle conifere ha fatto sì che, sopratutto presso i celti, il verde fosse associato all’idea dell’immortalità. E’ un colore che, come l’azzurro o il blu, infonde sicurezza e calma e, per questo motivo, viene utilizzato anche in ambito medico nella speranza di stemperare l’ansia dei pazienti.
Il verde ha anche dei connotati negativi ed è associato al vizio capitale dell’Invidia, notoriamente, “descritta” verde come verdi sono molti rettili ritenuti, in passato, personificazione del demonio: motivo per cui questo colore è stato, a volte, associato anche all’idea del male o della cattiveria (basti pensare al sopracitato Grinch). Il verde è anche il colore della buona sorte che sorride ai giocatori d’azzardo ed è spesso associato alle finanze e al denaro.

ORO – L’oro è un metallo, e un colore, dagli innumerevoli significati: apprezzato fin dall’antichità esso è usato per indicare l’eccellenza o il più alto stato a cui poter aspirare.
L’oro è il colore di dei e re e, infatti, i Magi, giunti a Betlemme per onorare Gesù bambino, portano in dono anche dell’oro. Questo collegamento tra l’oro, la divinità e la sovranità è precedente alla nascita di Cristo e, durante il medioevo, l’oro diventa sinonimo di perfezione e la trasformazione di metalli “vili”, come ad esempio il piombo, in oro diventa l’ossessione degli alchimisti. Questa trasfigurazione, tuttavia, non è solamente chimica ma anche mentale e spirituale ed è volta a far diventare tutta la persona “oro”: qualcosa che, da vile, si sublima.
L’oro simboleggia non solo la divinità e la regalità, ma anche il sole (altro simbolo non solo messianico, ma anche religioso e politico) e il calore, la forza, l’abbondanza e, sopratutto nel mondo antico, era apprezzato per via della sua natura pura che lo rendeva adatto a ricoprire o decorare luoghi e oggetti di culto.
L’oro, tuttavia, è anche sinonimo di sfarzo e opulenza e, a volte, persino di cattivo gusto.

BIANCO – Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo sognato un “Bianco Natale”: la neve, sebbene sempre più rara nelle nostre città, è uno degli ospiti d’onore di queste festività e, ammettiamolo, la vista di un bel paesaggio natalizio innevato farebbe sciogliere anche il più rigido e freddo dei cuori.
Il bianco è, per antonomasia, il colore della purezza, della bontà e della gentilezza ed è comunemente associato a qualcosa di benefico e di buono: l’alimentazione di un bambino comincia con l’allattamento, bianche sono le colombe (uccello foriero di pace e speranza) così come gli agnelli che, fin dalle favole di Esopo, si opponevano con il loro candore al lupo nero e cattivo.
Il bianco è anche il colore della verginità, delle spose e trasmette fiducia e speranza.
Tuttavia il bianco è anche un colore freddo che indica distacco ed isolamento e senso di smarrimento: il panico da “foglio bianco” è quello provato da tutti, almeno una volta, sui banchi di scuola. Inoltre il bianco può anche indicare noia, apatia e disinteresse per il mondo circostante.

ARGENTO – L’argento è decisamente meno diffuso dell’oro, ma non per questo è meno importante.
Se, in alchimia, l’oro è associato al sole e al principio maschile, l’argento è il colore della luna ed è solitamente vincolato al principio femminile. L’argento è anche il colore del Mercurio (altro metallo ed elemento della tavola periodico) e, forse proprio per via del suo legame con il celere messaggero degli déi, è il colore che meglio incarna l’idea della velocità e del dinamismo, non che della purezza, dell’indipendenza e della pace.
Decisamente meno nobile dell’oro (che rappresenta il piano spirituale del mondo), l’argento è considerato più “materiale” ed è spesso associato all’avidità e alla cupidigia: all’indomani della passione di Cristo, Giuda vende Gesù per 30 denari d’argento.

AZZURRO&BLU – L’azzurro e il blu, con le loro sfumature, non sono meno presenti nelle decorazioni natalizie dell’oro, del rosso o del bianco. Il blu è il colore del cielo e l’azzurro è il colore che la tradizione ha da sempre associato alla figura della Vergine Maria.
L’azzurro e il blu ci ricordano l’elemento dell’acqua, un bene prezioso e per tutte le forme di vita, e anche l’aria, senza la quale non potremmo vivere, il cielo e il paradiso.
L’azzurro è, come il verde, un colore capace di infondere pace e sicurezza e per questo è molto spesso usato per tinteggiare le sale d’attesa degli studi medici.
E’ il colore della serenità (nelle belle giornate il cielo è azzurro terso) e anche della libertà.
Il blu, invece, è il colore della notte e del mare e infonde, esattamente come l’azzurro, quiete e tranquillità perché associato a concetti rilassanti come il riposto notturno e il rumore delle onde.
Paese che vai credenza che trovi. Se il blu gode di ottima fama presso la maggior parte delle culture, lo stesso non si può dire dei paesi anglosassoni dove il blu è considerato il colore della tristezza: il Blue Monday è, infatti, considerato da tutti il giorno più triste dell’anno e nel film Pixar Inside Out il blu è il colore che caratterizza il personaggio di “Sadness”, ossia “Tristezza” nella versione italiana.

*Jo

Le sante dello scandalo

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LE SANTE DELLO SCANDALO

Autore: Erri De Luca
Casa editrice:  Giuntina
Anno: 2011

.: SINOSSI :.

La prima si vestì da prostituta per offrirsi all’uomo desiderato. La seconda era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo. La terza s’infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare. La quarta fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante. L’ultima restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo. Queste sono le sante dello scandalo.
Cinque donne stanno nell’elenco maschile delle generazioni tra Abramo e Ieshu/Gesù. Cinque casi unici forzano la legge, confondono gli uomini e impongono eccezioni. Le donne qui fanno saltare il banco, riempite di grazia che in loro diventa forza di combattimento.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Questo libricino, classificato come romanzo ma che definirei più un saggio, si presenta come una precisa riflessione su cinque grandi donne della storia biblica.
Le loro imprese sembrano, a prima vista, di poco conto ma l’autore ci mostra come una storia tutta al maschile sia in realtà retta da un coraggio tutto femminile: è la donna che può dare la vita e queste cinque decidono di seguire la volontà di Dio dando i natali alla sua progenie.
Infrangono con coraggio leggi degli uomini e si affidano anima e corpo ad un potere che, in molti casi, non sanno spiegare neanche loro.
Lasciando da parte l’analisi del sacro, ho trovato particolarmente interessante questo volume che si pone a difesa della figura femminile in un contesto totalmente maschile: l’autore sottolinea in modo marcato l’assoluta importanza delle donne portando il testo ad un livello di lettura successivo. Filosofia, religione e morale si fondono spesso in diversi passaggi a riprova del fatto che non ci troviamo davanti ad un testo narrativo.
Non penso sia necessario essere credenti per trovare questo testo apprezzabile: la curiosità è propria dell’uomo e anche un ateo può tranquillamente affidarsi ad un saggio simile per trovare nuovi spunti di riflessione su temi comunque importanti.

Personalmente darei a questo testo, il cui stile, molto semplice e didattico ma pieno di riflessioni filosofiche di grande interesse, un bel 8/10. Ho trovato la lettura lievemente noiosa in certi passaggi ma è chiaramente un fattore personale che non ha da incidere sulla qualità totale dell’opera.

*Volpe

La festa della Salute

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Nell’età moderna pochi eventi influenzarono la produzione artistica e letteraria come la peste: il flagello che ripetutamente si abbatté sul continente europeo mietendo vittime senza alcuna distinzione tra ricchi e poveri, giovani ed anziani, uomini e donne.
Tuttavia la pestilenza che ha maggiormente colpito ed influenzato la cultura seicentesca fu quella che, nel 1630, colpì il Bel Paese e le maggiori città europee: è l’epidemia che si prenderà la vita di Don Rodrigo nel romanzo “I promessi sposi“, che strapperà alla sua città il pittore Tiziano e costringerà le gondole veneziane a rivestirsi della livrea nera che tutt’ora conservano.

La storia di Venezia si intreccia spesso con quella della peste che, nella Serenissima così come in Europa, ha mietuto un gran numero di vittime riducendo drasticamente la popolazione. Non a caso furono i veneziano che, per prevenire il più possibile il contagio, introdussero la pratica della quarantena: un periodo di quaranta giorni che prevedeva l’isolamento delle navi in arrivo al fine di contenere eventuali focolai.
Tuttavia, la contumacia non era sempre una misura di sicurezza sufficiente e quando la pestilenza tornava a fare vittime tra le isole della laguna, i veneziani ricorrevano al cielo per ottenere la protezione che le precauzioni degli uomini non erano riusciti a garantire.
Vengono così erette la chiesa del Redentore, come voto per la fine della pestilenza che nel 1557 colpì la città uccidendo circa un terzo della popolazione, e la chiesa della Salute, o Santa Maria della Salute, in seguito alla drammatica epidemia del 1630.

Se vi trovate a Venezia tra il 18 e il 22 novembre potrebbe capitarvi, camminando tra le calli del sestiere di San Marco, di imbattervi in un ponte di legno di dimensioni modeste che, in maniera impertinente, si getta da un lato all’altro del Canal Grande imitando gli altri due ponti, Accademia e Rialto, che collegano le due sponde del canale: una passerella che, sostenuta da una serie di zattere, collega il Sestiere di San Marco a quello di Dorsoduro permettendo ai veneziani di raggiungere in poco tempo la Chiesa della Salute: il tempio votivo che il senato veneziano, con il beneplacito del Doge, eresse nel 1631 in seguito alla fine della pestilenza che, tra le sue vittime, privò la città del pittore Tiziano.151356j49_1188703554545151_1348157290_n
Da allora, dieci giorni dopo la festa di San Martino, i veneziani si recano in pellegrinaggio tutti gli anni alla chiesa della Salute e davanti all’icona sostano in preghiera accedendo una candela.
Un appuntamento imperdibile che fa sì che questa chiesa, solitamente ignorata e poco frequentata durante il resto dell’anno, si trasformi in una vera attrazione non solo per i veneziani che accorrono a rinnovare la propria affezione alla Madonna, ma anche per i turisti e i curiosi che, attirati dal trambusto e dalle bancarelle, vengono letteralmente traghettati dai fedeli verso le porte del santuario.

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Ad accogliere il visitatore, appena varcato una delle tre porte dell’ingresso, c’è l’altare maggiore al centro del quale è custodita l’icona cretese, oggetto della devozione dei veneziani, a cui fanno da cornice un gruppo di statue tra cui si distinguono, sulla sommità, Venezia impersonata da una donna inginocchiata, la Vergine Maria al centro intenta a scacciare la Peste che, incalzata da un angioletto, si allontana da Venezia e dalla popolazione.
La festa della Salute è, insieme a quella del Redentore che si festeggia a luglio, una delle tradizioni più radicate e famose di Venezia: un impegno e un gesto di venerazione e affetto che annualmente i veneziani rinnovano contagiando con la loro devozione anche i curiosi.

Ma non finisce qui! Come ogni festa popolare che si rispetti, anche la ricorrenza della festa della Salute ha le sue usanze più goderecce tra cui si annovera la “castradina“: un piatto tradizionale, che si consuma alla vigilia della festa, a base di cosciotto di montone, affumicato e stagionato, a cui si abbina una zuppa con foglie di verza, cipolle e vino. Se i vostri gusti sono meno ricercati, o semplicemente volete mangiare qualcosa di più leggero o veloce da consumare, le bancarelle che circondano la chiesa e fanno da cornice alle calli e ai campi sicuramente riusciranno a soddisfare le vostre esigenze con una vasta offerta di dolciumi (dalle frittelle allo zucchero filato senza dimenticare mele e frutta candita) e altri spuntini che renderanno la vostra passeggiata decisamente più gustosa.

*Jo

Tancredi e Maria

20160422_190541Il 25 aprile è una giornata di grande festa per il popolo veneziano e per il Veneto. infatti non solo si ricorda la liberazione e la fine della dittatura nazifascista sul suolo italiano, ma si festeggia anche il patrono di Venezia, San Marco, ed una festa che potrebbe essere considerata una versione primaverile di San Valentino. Se in questo giorno vi capita di passeggiare per le calli che da Rialto portano a Piazza San Marco non solo potrete vedere un tripudio di bandiere con il leone alato, ma verrete sicuramente incuriositi dalle rose rosse che troverete in giro per la città o intrecciate tra le dita degli innamorati.

Quella del Bocolo (= bocciolo di rosa) è una tradizione le cui origini affondano nella tragedia.

Maria, figlia del Doge Orso I Partecipazio (il 14° secondo la tradizione), era follemente innamorata di Tancredi: un giovane di umili origini che ricambiava i sentimenti della giovane figlia del Doge. Il signore di Venezia non approvava tuttavia la relazione tra la sua nobile erede e Tancredi e per dimostrare il proprio valore il giovane innamorato decise di partire per la Spagna per provare nella lotta contro i Mori il proprio valore al Doge e a tutta la Serenissima. Tancredi si distinse nella battaglia e la sua fama si diffuse a macchia d’olio così come il suo prestigio, ma il fato decise di essere tiranno e il giovane rimase ferito  mortalmente nel corso di una battaglia. Cadendo il suo corpo finì tra i rovi di un roseto da cui lui colse, ormai privo di forze, un bocciolo di rosa rossa che si era sporcato con il suo sangue pregando l’amico Orlando di portarlo alla sua amata Maria come ultimo ed eterno dono d’amore per lei. Orlando fece come gli era stato chiesto e consegnò alla figlia del Doge il prezioso dono di morte e d’amore che Tancredi gli aveva affidato. Il 25 aprile Maria venne trovata morta nel proprio letto con stretto al petto il fiore che il suo amato le aveva mandato. Da allora, il 25 aprile la tradizione vuole che lo stesso omaggio venga ripetuto dagli innamorati perché ognuno possa esprimere liberamente i propri sentimenti per la persona amata.

*Jo

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