Una sirena a Parigi

UNA SIRENA A PARIGI

Autore: Mathias Malzieu
Anno di edizione: 2020
Casa editrice: Feltrinelli Editore

.: SINOSSI :.

Una pioggia ininterrotta si abbatte su Parigi. È giugno del 2016 e la Senna è in piena; un’atmosfera apocalittica e surreale avvolge la città. I dispersi sono sempre più numerosi e il fiume trascina oggetti di ogni tipo. D’un tratto, un canto ammaliante e misterioso attira l’attenzione di Gaspard Snow che, incredulo, sotto un ponte scopre il corpo ferito e quasi esanime di una sirena. Decide di portarla a casa per prendersene cura e guarirla, ma ben presto tutto si rivela più complicato di quanto non sembri. La creatura gli spiega che chiunque ascolti la sua voce si innamora di lei perdutamente fino a morire, e nemmeno chi come Gaspard si crede immune all’amore può sfuggirle. Inoltre, come può un essere marino vivere a lungo lontano dall’oceano? Gaspard non si dà per vinto e trova nell’ingegno, nell’estro e nel potere dell’immaginazione gli strumenti per affrontare questa mirabile avventura e difendere un altro grande sogno: salvare il Flowerburger, il suo locale a bordo di un’imbarcazione, un regno di musica, arte e libera espressione. Con Una sirena a Parigi, Mathias Malzieu dispiega le ali della fantasia, ricreando al sommo grado sensazioni oniriche e personaggi fantastici che richiamano La meccanica del cuore e Il bacio più breve della storia. Rende omaggio all’amore travolgente e impossibile, irrinunciabile energia vitale, fonte di creazione ma anche di distruzione.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ciò che Perrault, a suo tempo, fece regalando alla Francia una raccolta di favole, Malzieu lo sta facendo oggi con i suoi racconti: favole moderne di cui, un giorno, non mi stupirei di trovare piccole varianti esattamente come accade per Cenerentola o La Bella e la Bestia.
Una sirena a Parigi è solo l’ultima delle favole di Malzieu la cui scrittura, in questi anni, si è evoluta producendo testi di volta in volta sempre più piacevoli e maturi.
La meccanica del cuore, primo romanzo dell’autore, ci aveva conquistati con il suo linguaggio e le sue atmosfere a metà tra un film francese e una storia di Tim Burton; il Bacio più breve della storia ci aveva ubriacato, letteralmente, di neologismi e pensieri innamorati e, dopo queste due parabole sull’amore e i suoi corollari, L’uomo delle nuvole ci aveva riportato, con dolcezza e un po’ di malinconia, coi i piedi per terra a fare i conti anche con il dolore e la morte che, almeno idealmente, possono essere considerati il controcanto della gioia e dell’amore.
Una sirena a Parigi è un mix, ben riuscito ed equilibrato, di tutte queste suggestioni e tematiche.
Vita e tristezza, amore e morte, sogno e follia duettano per le strade di Parigi e la loro melodia si arricchisce di nuove tonalità e colori che riescono a rendere perfettamente le istantanee tratteggiate dall’autore.

Un altro libro che si aggiudica un 8/10 + un bonus di 2 punti tutto per la traduttrice Cinzia Poli che, ancora una volta, è riuscita a rendere alla perfezione l’estro di Malzieu seguendo il ritmo della sua scrittura come una ballerina ormai abituata alle acrobazie linguistiche del suo partner letterario.
Sarebbe bello, desiderio un po’ bislacco, vedere un giorno un romanzo di questa traduttrice.
Come gli altri romanzi di Malzieu anche questa favola contemporanea merita: vi sono regni, o chiatte se preferite, da salvare, principesse marine da soccorrere, mostri, più umani che mai, da sconfiggere e amici improbabili da trasformare in alleati.

*Jo

L’uomo delle nuvole

Autore: Mathias Malzieu
Anno:  2013
Editore:  Universale Economica Feltrinelli

.: SINOSSI :.

Tom Cloudman sogna di volare, la volta celeste è per lui un richiamo irresistibile, gli uccelli lo ipnotizzano. Per questo, diventa il peggior acrobata del mondo. Con le sue peripezie involontariamente comiche, a bordo di uno strabiliante marchingegno, si lancia da altezze vertiginose, attirando folle di curiosi. Ferite e contusioni non lo spaventano né lo frenano. Un giorno, all’ennesimo incidente, Tom finisce in ospedale, dove gli scoprono un male incurabile. Tutto sembra irrimediabilmente compromesso, quando, all’improvviso, a illuminare questa nuova vita appare un’affascinante creatura: metà donna metà uccello, intrigante e seducente, gli proporrà un patto. Se Tom si unirà a lei, abbandonandosi a un’estrema metamorfosi in riva al cielo, potrà salvarsi. Piume lievi ed evanescenti, magiche ascensioni nelle notti stellate e una macchina capace di catturare i sogni muovono un universo fiabesco in cui l’amicizia e soprattutto l’amore possono sconfiggere anche le situazioni più tragiche. Con onirica levità e fervida immaginazione, Mathias Malzieu ci invita a rompere le catene della razionalità, a guardare lontano, a guardare in alto. L’uomo delle nuvole è un incantevole romanzo sulla lotta contro la morte, un delicato inno all’amore e alla vita, è un antidoto alla tristezza, che ammalia e fa sognare il lettore.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Ancora una volta Malzieu ci regala una favola sospesa tra sogno e realtà.
Lo stile è quello che i lettori già conoscono e, ancora una volta, la traduzione riesce a rendere pienamente giustizia a una prosa surreallista e a una scrittura che, quasi fosse un compositore eccentrico e un po’ folle, accosta termini, gioca con le assonanze e inventa giochi di parole più o meno comprensibili.
La trama si colloca a cavallo tra l’autobiografia romanzata e il timido tentativo di esorcizzare la paura della malattia e della morte.

Chi ha letto e apprezzato La meccanica del cuore e Il bacio più breve della storia, si accorgerà sicuramente del cambiamento che colora queste pagine con tinte più scure e melanconiche, quasi pessimiste a tratti.
Le paure dell’autore trovano una volvola di sfogo in questo racconto lungo, o romanzo breve a seconda dei punti di vista, e quando la loro voce si fa più forte la scrittura ne risente e righe e pagine si dilatano inghiottendo il lettore in capitoli che sembrano, oltre che interminabili, anche abbastanza inconcludenti.
Lo stile è lo stesso con cui sono stati stesi i romanzi sopracitati, ma, dopo il terzo racconto composto da virtuosismi linguistici ed espedienti, questa scrittura un po’ equilibrista ha il retrogusto di qualcosa di già letto e rischia di stancare.
Questo è un romanzo che non va approcciato con spensieratezza: pur sospeso in un mondo da fiaba contemporanea, la realtà tratteggiata da Malzieu è cruda, spietata, grottesca e drammatica; la speranza vola a braccetto con l’amore ma, almeno per questa volta, il lieto fine potrebbe non soddisfare i lettori più romantici.
Il voto che mi sento di dare è 8.5/10.

La storia dietro la storia – Katie e Dalton: la coppia che ispirò “Colpa delle stelle”

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Tutti conoscono, o hanno sentito nominare almeno una volta, il romanzo di John Green “Colpa delle stelle” (“The Fault in Our Stars” in lingua originale): la commovente storia d’amore tra Hazel Grace Lancaster e Augustus Waters che racconta con malinconico romanticismo la difficile realtà della malattia, del lutto e della sofferenza resa più leggera dall’amore e dall’amicizia.
Non tutti però sanno che ad ispirare John Green nella stesura di questo bestseller è stata una coppia in carne ed ossa: Katie e Dalton Prager; due giovani entrambi affetti da fibrosi cistica che, dopo essersi conosciuti appena diciottenni, hanno vissuto la loro storia d’amore coronandola nel 2011 con le nozze.
Una storia dietro la storia che, a differenza di quella scritta da John Green, è riuscita a conquistarsi il suo più che dovuto lieto fine, una testimonianza coraggiosa e una storia d’amore di cui Katie e Dalton hanno voluto scrivere insieme la parola “fine”.
Il 21 settembre Dalton Prager si è spento alla giovane età di venticinque anni e oggi, a soli due giorni di distanza, sua moglie Katie lo ha raggiunto.
Vedere, in questa triste circostanza, un epilogo positivo può sembrare azzardato, se non impossibile, ma probabilmente non poteva esserci per questi due giovani che hanno affrontato coraggiosamente la vita e la malattia, amandosi e rispettandosi giorno dopo giorno senza cedere alla paura della morte, un finale migliore: restare, ancora una volta e ora per sempre, accanto al proprio compagno di vita con la dolce consapevolezza che, questa volta, nulla li potrà separare.

*Jo

 

I 1000 e 1 giorni da senile

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Sgabello. Lavandino. Salviette.
Avevo tutto, cominciava un’altra giornata. Ti svegliava una pillola, che prontamente fingevo d’ingoiare portando indietro la testa, spingendola invece su per una narice.
Adesso veniva la parte più dolorosa. Cominciai a soffiare e sbuffare tenendo premuta la narice buona. -Cazzo!- Sangue misto a muco slavinarono giù dal naso prima che uscisse la dannata pasticca.
Quella routine stava costando cara al mio corpo già deturpato dalla maledizione della vecchiaia.
Ero ben lontano dal vedermi col cazzo raggrinzito, lo controllavo ogni sera, per esser sicuro che almeno quello non avesse subito drastici cambiamenti.
-Oh Jorghen. Ma guarda, anche in cesso stai!- Allampanato, occhi vitrei e pelle da carlino. Robbi era l’immagine della vecchiaia a cui dovevo sopravvivere, gli mancava solo la mannaia per esser la morte in zero carne e solo ossa.
Negli anni avevo imparato a controllare le mie emozioni per questo periodo ma, giuro, lui l’avrei ammazzato con le mie mani.
-Sì, e lo occupo solo io, ormai tu non hai più niente da cagare Robbi, fuori dai coglioni.-
-Le infermiere lo dicevano che sei scontroso, eh è la vecchiaia amico mio!-
Per forza d’abitudine il mio sguardo cercò lo strumento piu adatto per farlo sembrare un incidente.
Ma fù solo un attimo, e mi ricomposi.
-Caro Robbi, io non sono vecchio! E ci tengo alla tua salute, se vai in bagno da quanto magro sei, cagherai l’intestino per poi morire tra atroci dolori, lo capisci vero?-
-Io lo dicevo che sei un amco Jorghen!- Se ne andò all’apice della felicità, canticchiando il nostro nome come fossimo una coppietta. Mancava poco che cominciasse a saltellare come Heidi. Lo seguii con lo sguardo dalla porta, forse aveva davvero da cacare: una macchia marrone cominciava a delinearglisi sulla patta, ma era troppo contento per accorgesene.
Meglio così, nessuno in giro. Era ora di ripulire il macello che avevo fatto scaccolandomi. Se mi avessero beccato a non prender le pastiglie sarebbe stato tutto invano: lo sforzo di sopportare per mesi quel posto, quei vecchi malati che mi davano il voltastomaco.
Raggiunsi in fretta la sala per la colazione cercando di non farmi notare troppo. “Destra, sinistra e passo sbilenco. Destra , sinistra e passo sbilenco.” Una nenia per ricordarmi la camminata da avere, e una per non schizzar male vedendo tutta quella bava scendere dalle loro bocche slavate fino alle ciotole.
Sfido io che ci mettevano cosi tanto a mangiare sti cazzo di rinco’!
Ogni giorno la stessa minestra, di fatto e non.
Le giornate parevano non evolversi più, incitavano la monotonia del giorno seguente e di quello dopo ancora.
Nulla sopravviveva alla logorazione mentale di questo stallo, persino gli infermieri lasciavano trasparire segni di cedimento in taluni momenti: Alcuni si nascondevano all’uscita delle porte antincendio per fumarsi una sigaretta ogni cinque minuti, altri per una chiamata. Alcuni prendevano fin troppi caffè arrivando a fine giornata che si muovevano a scatti, come avessero la sindrome di tourette. Alcuni addirittura, avevano costruito un’insano rapporto con il loro partner di lavoro, portandolo avanti più spesso di quanto probabilmente avrebbero pinciato a casa.
Avevo le prove che incriminavano i protagonisti di ognuna di queste scene, c’era permesso infatti di tenere un diario, che io, tenevo ben stretto portandolo sempre con me. In realtà ero l’unico davvero sano di mente da mettere insieme una frase completa, questo però non lo sapevano i dottori. In quel posto mi credevano un normale vecchietto finito lì perchè sbavava più del cane dei figli, non sapevano quanto erano in errore ma gli lasciavo credere tutto quello che volevano pur di non essere disturbato, anche se, la fama già mi precedeva rovinandomi un po’ la piazza.
Dovevo fare attenzione a mantenere sempre le apparenze, non mancava molto al termine di quella tortura.
Dopo la colazione avevamo “l’ora d’aria” nel parco dove tiravo fuori il mio taccuino, pianificando il futuro, come ormai facevo da più di quarant’anni. Non si trattava solo di una buona abitudine ma di un bisogno impellente che avevo di tenere il tutto sotto controllo. La vita mi aveva sempre riservato talmente tante sorprese che davo ad ogni ora della mia giornata almeno una decina d’azioni diverse da poter svolgere, ognuna di queste si ramificavano come radici fascicolate nella mia testa, mostrandomi le possibili reazioni mie o delle persone incluse. Per molto, moltissimo tempo il mio taccuino non aveva mai sbagliato. Solamente una volta, solo una.
“Sia maledetta quella volta!Vaaah!”
Subito prima di pranzo avevamo la possibilità di scegliere se stare sulla stanza dei giochi o davanti la televisione. “Ma ci rendiamo conto?! La stanza dei giochi vaaah, manco fossimo all’asilo!” Nemmeno mio nipote giocava ancora con le costruzioni ad incastro, e aveva cinque anni!.
No , avevo il mio posto ad aspettarmi, ogni giorno, la stessa sedia. Un’abitudine che avevo preso in considerazione di cambiare vista la monotonia giornaliera a cui ero costretto. E, sì, per tutti a parte il sottoscritto la frase precedentemente detta non è un errore di valutazione letterale: Stare davanti la televisione veniva preso alla lettera, solamente io ero interessato a girare i canali, seguire la politica e il telegiornale. Gli altri osservavano apatici le immagine scorrere commentandole da atipici.
-…e ora passiamo alla notizia del giorno. Sono stati arrestati quattro membri dello storico Clan Zannardente, operativo nei quartieri di Milano. ..-
-Vaah!- Un’eslamazione troppo significativa per i due infermieri a guardia della sala. Dovevo calmarmi.
-…Secondo le dichiarazioni di uno di questi, fornite alla polizia con un interrogatorio durato diverse ore, suddetto clan conta molti piu settori in tutta Italia e all’estero..-
Ne ero sicuro fosse lui. Essendo arrestati di un certo peso non si erano fatti scrupoli, lasciandoli a volto scoperto mentre venivano ripresi, questo mi aveva permesso di riconoscere uno dei quattro e, potevo metterci la mano sul fuoco, quello era il vecchio braccio destro di mio figlio.
“Quel dannato coglione! Io glielo dicevo che doveva sbarazzarsene.”
Mio figlio si stava lasciando sfuggire le cose di mano. Era scritto sul mio taccuino che sarebbe successo, l’avevo previsto, fortuna che mancava poco e sarei tornato. Dovevo subito informare Facepalm, dovevo avere il resoconto delle cose successe in tutto quel tempo, era ora di rimettersi in marcia e riprendere le redini di cuoio sudato e sporche di sangue che tanto amavo.
-Tu..tu..tu. Tututu.- Niente.
Mà non rispondeva, zia non rispondeva, nemmeno Jorgi e questa lista di silenzi pareva allungarsi con l’andare delle chiamate cadute.
-Veeh!- Era incredibile, un tempo il mio numero sul loro display li avrebbe fatti saltare dalla sedia con la sicurezza che se non avessero risposto nell’immediato avrebbero avuto delle grane.
Odiavo le cose complicate, le attese se non portavano a nulla di buono, ma soprattutto, odiavo l’inutilità di persone come mio nipote: Jorgi, non potevo però fare a meno di sfruttarlo visto che l’entrata al manicomio era esclusa per i miei uomini di fiducia, per la mia ex moglie e per mio figlio. Mi toccava avere le visite con l’idiota che aveva contribuito a farmi finire in questo merdosissimo posto.
Quel giardino senz’erba pareva rispecchiare il mio stato d’animo. Arido.
Lo ero sempre stato certo, anche prima di arrivare all’ospizio, ero arido di cuore, ma non mi ero mai sentito così solo, la compagnia di certo non mi mancava, con tutte le prostitute che facevano la fila ogni sera alla mia porta per un verdone in più.
-Viih!- Quanto mi mancava quella libertà. Alzai brache e mutande, eh sì, con la mancanza d’esercizio pareva che l’attrezzo arruginisse.
-Aah cazzo!-
Sbattei violentemente i pugni sul’isolata panchina del giardino, senza ricordare quanto facessero male le nocche. “Fanculo, tutta colpa della droga!”
Io non mi facevo, non mi sarei mai fatto e non avrei mai voluto vederla nella mia vita, odiavo persino la neve per la somiglianza. Sapevo che con il mio giro d’affari in tutto il mondo la Biancaneve avrebbe solo portato più controlli dagli sbirri e quindi più rischi. Sì avrei guadagnato molto di più e più in fretta certo, ma ero un tipo paziente, mai pizzicato nemmeno per una chewiing gam e con la mia perseveranza avevo costruito un impero sicuro.
E quando ci ripenso… Arrivò l’idiota: Cricco, l’attuale secondo di mio figlio, diceva che aveva un grosso affare per le mani, mio figlio , che non aveva mai ascoltato il mio consiglio di guardarsi più dagli amici che dai nemici gli diede retta, infognando velocemente quasi la totalità dell’Impero. Dovetti vendere proprietà e riscuotere favori da mezzo mondo e nonostante ciò dovetti impegnare il bene più prezioso: me stesso. Impegnare non é il termine esatto ma la mia finta perdita di ragione avrebbe permesso a quel mare di merda di sgonfiarsi. Era questo il piano, per tornare poi a casa dimostrandomi alle autorità pulito ancora una volta, mio figlio sarebbe stato catturato e miei beni sarebbero rimasti intaccati perchè niente era a suo nome, salvando così i miei sforzi di una vita dall’oblio.
Non mi sentivo un cattivo padre per quella decisione, dipendeva tutto da una semplice regola del taccuino: non ammettevo errori soprattutto dal mio genero.
A pensarci bene però, ancora non capivo come avesse potuto fallire il piano. Il diario non lo prevedeva, tra i pregiudicati appena arrestati doveva esserci mio figlio, invece…
Il mio sguardo si spostò sul vecchio edificio che mi ospitava. “Vaah!, mi sarei dovuto trattenere più a lungo. Veeh!”
“Vaah” Stavo passando una settimana infernale, ad ogni ora del giorno chiamavo e nessuno rispondeva. Potevo solamente sperare che non fossero stati incarcerati anche tutti i miei contatti. Cosa alquanto improbabile, vista l’assoluta innocenza di mia madre.
Tutto prendeva una piega così surreale da mandarmi in pappa il cervello, e il peggio, era che il mio quotidiano Relax di enigmistica continuava ad arrivarmi. Chi me lo mandava? Perchè non rispondeva alle mie chiamate se poteva portarmi un giornale?!
Pieno di frustrazione stavo cominciando a dare di matto, lasciandomi trasportare dall’emozione come non era mia abitudine. Strappai violentemente le prime pagine, accartocciandole, riducendole a brandelli finchè non mi saltò all’occhio un particolare. Avevo sfogliato almeno una decina di volte quel “coso” ma , solo in quel momento mi accorsi del piccolo rebus sull’angolo di una pagina. C’era solo una lettera scribacchiata malamente, non era completato. Come e chi s’era permesso di toccare il mio giornalino porca…! Non ero solitamente vezzo ad inveire, era la mia calma glaciale e studiata a incutere paura non la mia bocca larga. Non so per quanto rimasi a fissare incazzato e impotente quella lettera, e mi scossi solo nel momento in cui capii ciò che voleva dirmi.
-Era ora, Cazzo!!.- Guardai l’orologio. Appena in tempo, corsi a più non posso verso la sala pranzo. Cosa effettivamente strana per me, visto il vomito che provavo solo a vedere cosa mi mettevano nel piatto, una stranezza che notarono tutti mentre li scansavo uno a uno per arrivare al mio posto in velocità.
I piatti erano lì ad aspettarci, come ogni giorno, come ad ogni pranzo. Un pezzetto di carne macinata, (erano in molti a non avere più i denti) del purè e tanta verdura, dalle carote alle zucchine, al sedano. Ce la misi tutta per frenare la mia impazienza, avevo già dato troppo nell’occhio e dovevo esser cauto, o la mia fuga sarebbe arrivata al suo epilogo ancor prima di cominciare.
Il rebus era chiaro, e anche il motivo di quella lettera. Sì, il rebus era un indizio, veniva raffigurata una donna che guardava estasiata un piatto colmo di cibo. Cibo vero, e quello non era il mio caso. Sondai con lo sguardo tutto il pasto,doveva essere nascosta all’interno del purè. Quando tutti ebbero preso posto, e le posate cominciarono a tintinnare, presi anche io il mio cucchiaio tremante.
No, non era il parkinson a farmi tremare, no, non ero lì per problemi cerebrali di alcun genere. Ma la mano mi prudeva. Presto, al posto del cucchiaio, avrei stretto ancora il calcio della mia pistola.
Quando la toccai col cucchiaio il mio cuore saltò un battito, ormai tutti presi dal pranzo, non notarono la mia ricerca a mano nel purè.
Eccola, la chiave. La chiave del cancello d’entrata, che al momento giusto della serata mi avrebbe permesso di uscire indisturbato. Dopo una certa ora infatti, anche Henry, la guardia del cancello andava a dormire. In fondo, in un manicomio cosa ci poteva essere da rubare? Era l’unica via di fuga essendo l’edificio circondato da una rete e una siepe alte 5 metri, meglio così, non avevo intenzione di fare arrampicata.
Le ventidue si fecero attendere. Quelle ore passate a sognare la nottata in uno dei miei appartamenti, non fecero altro che allontanare la trepidante fuga, era come ascoltare il raspare delle unghie su una lavagna pregandole di smetter presto.
Preciso come un orologio svizzero, alle dieci ero pronto e, come un giovinotto che esce clandestinamente di casa, scavalcai la finestra della camera il più silenziosamente possibile. Percorsi il giardino arrivando al selciato ch’era la stradina d’ingresso. Con l’oscurità che mi avvolgeva raggiunsi quatto quatto il cancello, e grazie alla luna, avvicinai la chiave alla serratura.
Benedissi quel raggio di luna che si specchiava sulla toppa, ma maledissi la mano tremante che non riusciva a infilare la chiave.
-Veeh! Porco giuda che cazz..!!- Sembrava un incubo, ma era reale. Più spingevo la chiave nella serratura e più questa pareva rompersi, squagliarsi tra le mie mani.
-Ehi! Ehi tu!- Cazzo , come avevo fatto a dimenticare l’ultimo giro di ronda che faceva Henry?! Per un attimo incrociammo gli sguardi, al che lui cominciò a correre come un forsennato verso di me, e io, sentendomi sempre più il topo in trappola continuavo a sbattere l’ormai inesistente chiave sulla toppa. Poi la presi a pedate, infine, col fiato di Henry quasi addosso, cominciai a scuoterla violentemente, provocando così l’epilogo che non avrei mai voluto. Persi l’equilibrio a causa del selciato umido sbattendo di cattiveria la testa sulle spranghe del cancello. E tutto fu buio.
Mi svegliò il trambusto che rimbombava ovunque nella mia testa, assieme a una voce che urlava.
-Papà, papà!!- Un giovane era chino su di me, con le lacrime al volto.
Chi era quel ragazzo, cosa voleva?
-Papà ma cosa hai combinato, mi hanno chiamato dal…. il medico mi ha contattato dicendomi che ti sei preso una bella botta cercando di scappare. Devi smetterla, lo sai che lì starai bene!-
-Vaaah, veeeh !!! VAAAAAH, VEH!- Cominciavo a non capirci più nulla. chi era quel ragazzo? Mi metteva angoscia. Perchè mi chiamava papà? Perchè non ero riuscito a scappare? Perchè la chiave mi si era squagliata in mano!?.

Qualche minuto dopo, fuori dalla stanza…
– Mi spiace signor Walter, suo padre sta peggiorando come può vedere.-
– Ma dottore, com’è possibile, dicevate che in quella casa di cura si sarebbe sentito meglio. Invece non mi riconosce nemmeno più!-
– Si calmi, la prego. Evidentemente non ha reagito come speravamo. Ha cominciato a costruirsi invece un mondo tutto suo.- Walter prese dal medico il sacchetto di carta, conteneva gli unici effetti personali di suo padre?
-Queste cose erano nella sua tasca quando è caduto, questo invece l’aveva in mano-
Il medico lasciò il ragazzo, interdetto, a guardare gli oggetti che alimentavano la pazzia di suo padre: Una saponetta era il telefono cellulare, una gamba di sedano ormai ridotta a brandelli era la sua chiave.
Una realtà ben diversa la sua.
Walter era un veterinario, e suo padre, vedovo da quasi dieci anni, era un poliziotto in pensione…malato di Alzheimer.

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PROMETTIMI CHE CI SARAI

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PROMETTIMI CHE CI SARAI
Autore: Carol Rifka Brunt
Casa editrice: Piemme
Anno: 2014.

. : SINOSSI : .

Quando hai quattordici anni, il tuo cuore è un luogo oscuro, un labirinto di sentimenti che non sai decifrare. Timida, goffa e sognatrice, June è a disagio tra i coetanei. Preferisce rifugiarsi nel bosco dietro la scuola, con ampie gonne e strambi stivali, fingendo di essere stata catapultata a New York dal Medioevo, l’epoca in cui sarebbe potuta diventare un falconiere. Sarebbe bello riuscire a richiamare a sé, proprio come creature alate, le persone che non ci sono più. Come lo zio Finn: grande pittore e migliore amico di June, l’unico in grado di capirla, strappato troppo presto alla vita da una malattia di cui in famiglia è proibito parlare. Un giorno, June riceve un pacco misterioso. All’interno c’è la teiera preferita di Finn, accompagnata da una lettera firmata da un certo Toby: l’uomo che nessuno, al funerale dello zio, ha osato avvicinare. E che ora chiede proprio a lei di incontrarlo in segreto. June dovrà fare i conti con la paura e la gelosia prima di accettare il fatto di non essere stata l’unica persona speciale nella vita dello zio. E prima di aprirsi a un’amicizia che potrebbe aiutare sia lei che Toby a colmare quel grande vuoto. Dopotutto, era quello che avrebbe voluto Finn: fare incontrare le persone che più aveva amato, unirle come in un’unica cornice affinché si prendessero cura l’una dell’altra. Ecco il suo ultimo desiderio, ecco il suo più grande capolavoro.

. : Il nostro giudizio : .

E’ un romanzo che parla di malattia, di rancori che dormono come piante di un sottobosco, di viaggi nel tempo e di quell’amore di cui è proibito parlare ad alta voce, ma che deve essere raccontato a bassa voce come un segreto.
Erano anni che non piangevo sulle pagine di un libro e sono contenta di aver trovato un romanzo che mi abbia fatto vibrare fin dentro alle ossa, coinvolgendomi visceralmente e dandomi un motivo per piangere, anche in pubblico, senza provare vergogna.
Come ho già detto è un romanzo che parla di malattia, la piaga dell’AIDS che come un parassita corrode fino a stroncare la propria vittima, di vergogne e rancori che come spettri si aggirano tra i vivi e come lupi fanno sentire in lontananza la loro presenza e di un amore che racconta con delicatezza e sensibilità le vicende amorose di una coppia omosessuale marchiata dalla società e dalla malattia.
Nessuna propaganda né lamentosa apologia dell’omosessualità, nessun monologo che trasuda di vittimismo.
“Finché morte non ci divida” non è una clausola nel contratto matrimoniale, ma la promessa di fedeltà che qualsiasi coppia di amanti si scambia quando due vite si fondono in una.
Un libro che merita di essere letto, sottolineato e diffuso; un romanzo che consiglio vivamente e che avrei voluto aver letto molto prima di adesso.
Una storia che parla a lettori di qualsiasi orientamento e che ci racconta l’amore fedele fino alla fine ed anche oltre.

Ovviamente il voto non può che essere 10/10, la versione rigida costicchia, ma fortunatamente è già disponibile la versione economica che costa un po’ meno.
*Jo

“LIEBESTRAUME – SOGNO D’AMORE”, CONVERSAZIONE CON DANIELA IANNONE

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E’ stato da poco pubblicato il terzo romanzo di Daniela Iannone “Liebestraume – Sogno d’amore”: un racconto che narra della malvagità e dell’avidità di un uomo crudele e della commovente storia d’amore senza tempo tra contessina Miranda Varriale e il giovane Laerte.
Passato e presente sono intrecciati, un incubo si trasforma in un sogno d’amore che, nelle dolci note melodiche e romantiche di “Liebestraume” suonato al pianoforte, ci riporta nell’Ottocento anche se sarà necessario aspettare oltre centocinquanta anni perché il sogno si realizzi.

Per salutare questa nuova uscita, Volpe ha intervistato l’autrice Daniela Iannone che ha gentilmente risposto a tutte le nostre domande.

-Per prima cosa, vorrei ringraziarla per il tempo che ci ha concesso e vorrei conglaturarmi per la pubblicazione di “Liebestraume”, il suo terzo romanzo. Una prima curiosità a riguardo: come mai, dopo due avvincenti gialli, ha deciso di dedicarsi alla scrittura di un romanzo fantasy?
Domanda molto interessante. Ci pensavo anche stamattina.
L’ho fatto per mia madre che un giorno mi ha rimproverato dicendo: “scrivi solo di omicidi, perché non racconti anche una bella storia d’amore?”.
Così ha provato con le prime idee, ma andando avanti con la scrittura è stato inevitabile inserire un paio di morti qua e là. Proprio ieri sera una mia amica, che sta leggendo il punto del romanzo in cui i personaggi fanno l’amore, mi ha detto: “E’ più forte di te, la trama gialla si intuisce anche nel romanzo rosa.”.
Il romanzo è comunque strutturato in tre parti, quando finisce la prima parte si rimane in sospeso fino alla terza. C’è suspense come se fosse un thriller pur rimanendo romantico.
Non mi sono, in ogni caso, mai pentita di aver provato un altro genere.

13181205_1381671091850416_732723509_n-Informandomi un po’, ho scoperto che una parte dei proventi ricavati proprio da “Liebestraume” andranno ad Asamsi, un’associazione che si occupa della SMA (Atrofia Muscolare Spinale). Cos’ha portato a questa sua decisione?
Io stessa sono affetta da questa malattia genetica che mi impedisce di camminare e i miei muscoli sono molto deboli.
Sono refente per il Lazio dell’associazione Asamsi e, in tutta sinicerità, vivendo io stessa in queste condizioni mi è venuto del tutto naturale.

-Posso immaginare!
Bene, torniamo un attimo al libro: ci può parlare un po’ dei protagonisti? Come sono Miranda Varriale e Laerte?
Miranda è una ragazza molto tenace: mette a rischio la propria vita pur di non rinunciare all’amore. Ha molto di me.
Sensibile ma pratica, dura e razionale seppur dolce.
Ho dedicato il libro a lei, a Miranda, che ha lottato tutta la vita e anche oltre. È un libro per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno, un progetto, un obiettivo e lo portano avanti fino in fondo a costo di tutto, non per testardaggine ma perché è lo scopo della loro esistenza. Altro non c’è, la vita è fatta solo di quello e tutti gli ostacoli vengono affrontati nonostante si sia stanchi e si potrebbe facilmente mollare.

-Davvero un bell’incoraggiamento! Oltretutto, Miranda sembra molto interessante come personaggio. Curiosando in internet, ho letto di un suo nuovo, grandissimo successo riguardante “Il veleno dei santi”: ll suo secondo libro, se non erro, verrà portato alla “Book Expo America” a Chicago! Si aspettava una tale notizia?
Ne sono molto felice, davvero! non me lo aspettavo è un riconoscimento molto importante: anche se è solo una esposizione, già sapere di essere dall’altra parte del mondo è una grandissima soddisfazione.

-Sì, credo anche io che sia un enorme traguardo! Una domanda un po’ più personale adesso: che cosa l’ha fatta avvicinare alla scrittura?

Credo che sia stata un po’ colpa è merito della malattia: non potendo partecipare ai giochi che facevano tutti gli altri bambini, io ho iniziato a fare cose diverse da loro come, per esempio, leggere e scrivere.
Ho iniziato a leggere a 4 anni e poi, alle elementari, ho scoperto i compiti in classe. Ero molto felice quando mi veniva data la possibilità di scrivere, ma per me non era mai abbastanza, così, scrivevo sempre appena ne avevo l’occasione!
Crescendo, ho cominciato a leggere Camilleri e uno degli ultimi libri che ho letto non mi è piaciuto: ne ho discusso il finale dicendo che io l’avrei scritto in modo diverso.
Lì mi si è accesa una lampadina! Perché non scrivere io un libro? Così ho cominciato, senza tante aspettative, non sapevo dove mi avrebbe portato quello quello che stavo scrivendo.  Una volta finito, ho preso in considerazione il fatto che anche altre persone avrebbero voluto magari leggerlo e così ho cominciato a contattare le case editrici finché “Il filo” non mi ha fatto la prima proposta di pubblicazione.
Per quanto riguarda il secondo libro, la cosa è un po’ più simpatica: mi mancavano i personaggi che avevo lasciato ne  “Il Volto dello Specchio” e così li ho fatti rinascere ne “Il Veleno dei Santi” continuando la loro vita. Ora sto scrivendo il terzo capitolo della saga pur gettando, ogni tanto, un occhio anche su altri argomenti.
Per quanto riguarda “Il Veleno dei Santi”, ne ho scritto anche la sceneggiatura e sto cercando di proporla a vari registi. So che questo progetto è molto ambizioso e difficile, purtroppo il mondo del cinema è “a numero
chiuso”: o sei figlio d’arte o uno scrittore affermato da milioni di copie. E’ difficile proporsi.

-Immagino che lei speri che l’esposizione alla Book expo possa aiutarla anche in questo abizioso progetto.
Sì, ci spero davvero molto.
Nella mia borsa c’è sempre una copia della sceneggiatura nella speranza di incontrare anche qualcuno per strada che sia disposto a produrla. So che sembro ironica, ma lo faccio davvero!

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Ciack del booktrailer de “Il Veleno dei Santi”, disponibile su YouTube

-Ammetto che un po’ lo spero anche io. Dopo quello che mi ha raccontato posso dire che lei potrebbe essere un’ottima fonte di ispirazione “per tutte le Miranda che nella vita hanno un sogno”, come ha detto lei. Le chiedo quindi di assumere qualche secondo il ruolo di mentore e di dare un consiglio a tutti quegli scrittori emergenti che stanno un po’ perdendo la speranza.
Mi viene da rispondere in modo naturale e di getto senza pensarci troppo: scrivere è senz’altro una passione innata. Molti lo fanno per far uscire le proprie emozioni ma credo che per quello ci sia lo psicologo. Se io dovessi scrivere secondo le mie emozioni non sarebbe molto interessante, infatti molti mi hanno chiesto se i miei libri trattino la mia malattia o comunque la mia vita, io rispondo che non è necessario scrivere di me: la malattia ha già preso tanto e non si merita anche dei libri! Bisogna scrivere per passione, bisogna scrivere pensando a chi leggerà se si vuole arrivare ad una pubblicazione, altrimenti è meglio scrivere un diario.
Dipende da ciò che si vuole, da che tipo di prodotto si vuol confezionare: mi è capitato, infatti, di leggere di persone che scrivono perché vogliono esternare le proprie emozioni non credo sia il modo giusto di iniziare a scrivere un libro da pubblicare. Si deve pensare ad un pubblico se si vuole vendere altrimenti, come dicevo prima, è meglio scrivere un diario
.
Non voglio essere cinica, ma il mondo di fuori è duro per tutti e scrivere non può essere solo un piacere per sé, deve esserlo anche per il lettore.
Se si vuole scrivere davvero lo si deve prendere come un lavoro. Un lavoro come tutti gli altri che va fatto con passione e deve avere delle regole: scrivere solo di sé o solo delle proprie emozioni non può essere un lavoro.
Dicendo questo voglio rivolgermi esclusivamente alle persone che scrivono con lo scopo di vendere, di fare della scrittura il proprio lavoro,  alle persone che non si fermano al primo libro ma comunque vanno avanti. Molti scrivono e si fermano al primo romanzo o comunque si autoproducono, bisogna credere che qualcun’altro creda nel nostro lavoro.

-Capisco: in sostanta dice che va bene mettere un po’ di sè nel proprio romanzo ma esagerare e scrivere solo di sé rende impossibile la produzione di un buon romanzo e ci fa credere un po’ nell’impossibile, dico bene?
Sì, nel senso che ho visto persone scrivere solo della propria situazione come, ad esempio, delle loro difficoltà emotive e mi è quasi parso di fare una seduta di gruppo. Non è per criticare né, tantomeno, per offendere, ma credo che il racconto della propria vita possa interessare a pochi intimi, non dà molti sbocchi professionali.
Molte persone, infatti, quando faccio le presentazioni, mi chiedono se nei miei libri io abbia raccontato la mia vita, credono che io abbia solo la mia malattia di cui parlare, ma in realtà ho una vita privata, ho un compagno e aspiro ad avere un bambino; vado a fare la spesa come tutti, mi piacciono i film con parecchi misteri da risolvere, le serie televisive poliziesche, guardo anche programmi divertenti. Quello che sono io non può diventare un libro. Posso dare alcune delle mie caratteristiche a qualche personaggio, questo è inevitabile, ma raccontare, ad esempio, che da bambina, mentre tutti giocavano a nascondino, io leggevo non lo trovo interessante per gli altri.
Con il mio ultimo libro ci si commuove, alla fine, ma è comunque finzione.
Purtroppo nessuno si aspetta da una ragazza sulla sedia a rotelle omicidi, autopsie, coppie gay che adottano bambini o sesso fatto sulla scrivania dell’ufficio del commissario. Ci sono molti pregiudizi.
Con i miei libri ho stupito molta gente, ma ho anche dato un’immagine di una persona che sta sulla sedia a rotelle e che può fare qualcosa di diverso oltre che discutere riguardo la propria condizione fisica.
Penso che far conoscere i miei libri sia importante proprio per questo: voglio essere da monito per tutti quelli che si chiudono nella propria disabilità pensando di non poter dare altro.
-Penso che dalla tua ultima affermazione passi un ottimo messaggio.
Bene, direi che la nostra intervista può ritenersi conclusa, tuttavia se c’è qualcosa che non ho toccato ma a lei sembra importante, siamo tutti orecchie.
No, mi sembra che abbiamo detto tutto.
Ci terrei soltanto a dire che ho scritto tutti e tre i miei romanzi con una sola mano, perché utilizzo soltanto la destra. Questo può essere un modo per dire a tutti che, quando si vuole davvero fare qualcosa, la si deve fare con tutta la forza che si ha in corpo. Non esistono le parole “non posso” o “non ce la faccio”. Quando si vuole fare qualcosa, la si fa e basta. Bisogna solo volerlo, volerlo con tutte le proprie forze.
Questo vale per qualsiasi cosa, a questo proposito mi piacerebbe citare una frase di Sant’Agostino che ho inserito nel libro: “Chi vuol raggiungere qualcosa ha l’ardore del desiderio il desiderio e la sede dell’anima.”
Riprende anche un po’ la dedica a Miranda di cui parlavo prima.
Come frase iniziale, invece, ne “Il Veleno dei Santi” ho pensato di scrivere: “Ci vuole coraggio per essere felici”. E’ un po’ quello che ho cercato di dire anche prima.

-Grazie ancora per questi contributi e piccoli insegnamenti di vita. Grazie per il tempo che ci ha dedicato, è stato molto illuminante!
Grazie a te per avermi dato la possibilità di far conoscere nuove realtà e per dar visibilità ai miei libri! Un abbraccio!
*Volpe