“Tu lo dici”: espressioni più o meno note di origine biblica

Il valore culturale, oltre che spirituale, della Bibbia è immenso: le vicende legate a questo libro si intrecciano continuamente a doppio filo con la storia europea. Prendendo ad esempio la cultura italiana, gli esempi che testimoniano il contributo dato dalla religione cristiana all’arte, alla letteratura e, sì, anche alla lingua di tutti i giorni sono innumerevoli.
Si parla, appunto, di lingua: spesso usiamo, persino senza accorgercene e senza conoscerne il vero significato, modi di dire ispirati a personaggi o situazioni di origine biblica e talvolta ci spingiamo persino a citare interi versetti parola per parola.
In occasione della Santa Pasqua, abbiamo deciso di portare sul nostro blog i modi di dire e le locuzioni più bizzarre che l’italiano ha estrapolato dalla Bibbia. Pronti? Allora iniziamo.

Modi di dire sulla croce:
Mettere in croce/ crocifiggere qualcuno: il termine è un chiaro riferimento alla crocifissione di Gesù, ma il suo significato non è esclusivamente legato alle vicende della Passione di Cristo. Anticamente il supplizio della crocifissione era una pena riservata ai criminali della peggior risma che quindi, per le logiche di allora, meritavano una morte lenta ed estremamente dolorosa. Essere crocifissi era sia un castigo che un’umiliazione e questa accezione sopravvive ancora oggi in questa locuzione utilizzata per descrivere chi perseguita, spesso senza un valido motivo, qualcun altro schernendolo pubblicamente anche in maniera pesante e volutamente offensiva.
Essere la croce di qualcuno: altra locuzione strettamente legata all’episodio della crocifissione, questo modo di dire si può riferire tanto ad una cosa quanto ad una persona che è, per noi o per qualcun altro, fonte di sofferenza o di dolore fisico, psicologico o spirituale.
Croce e delizia: anche in questo caso il riferimento biblico è evidente, ma a differenza della locuzione precedente, che ha solo accezione negativa, in questo caso l’accostamento dei due termini indica qualcosa che è al contempo origine di gioia e di sofferenza/preoccupazione.
Metterci una croce sopra: contrariamente alle espressioni sopraelencate, quest’ultima non ha nulla a che vedere con il Vangelo della Passione, almeno non in senso stretto. Questa frase viene utilizzata quando si vuole chiudere i conti con qualcosa/qualcuno o, ancora, per definire definitivamente chiusa una faccenda; l’origine di questo detto è incerta, ma sono due le versioni più accreditate: la prima deriva dall’usanza di tracciare una croce “X” sui crediti che non si potevano recuperare. La seconda, invece, dal fatto che considerando “morta e sepolta” una determinata questione l’unica cosa che resta da fare sia metterci una croce sopra esattamente come se si trattasse di una tomba al cimitero.

Modi di dire biblici:
Essere un Giuda: questo modo di dire non ha bisogno di troppe spiegazioni, ad ogni modo questa locuzione descrive l’atteggiamento di chi si finge amico di qualcuno e, allo stesso tempo, trama alle sue spalle. Spesso a questa espressione si collega anche “bacio di Giuda” con un chiaro riferimento all’episodio evangelico (Lc 22,47-48)in cui, con un bacio, Giuda indica ai soldati chi è Gesù perché lo arrestino.
Essere come San Tommaso: anche nota come “se non vedo non credo“(Gv 20,25), l’apostolo Tommaso è passato alla storia per la sua incredulità e da allora tutti coloro che peccano di scetticismo esagerato vengono assimilati a lui.
Essere un buon samaritano: l’espressione è presa da una parabola (Lc 10,25-36) di Gesù in cui vengono raccontate le opere di bene compiute da un samaritano nei confronti di un uomo assalito da dei briganti. Alla base della parabola vi era, da parte di Gesù, l’intento di riscattare agli occhi del suo auditorium i samaritani: un’etnia disprezzata dai giudei perché aveva mescolato il proprio sangue con quello di altre popolazioni imbastardendo anche usi e costumi; oggigiorno, la locuzione sopravvive per indicare una persona attiva dal punto di vista sociale e politico e che mostra particolare interesse per gli ultimi e i più fragili. Spesso, commettendo un falso errore, il termine “cireneo” (Lc 23,26) viene utilizzato in sostituzione di questa locuzione: come già spiegato si tratta di un errore fatto in buona fede dal momento che, per quanto le due figure non coincidano, entrambe siano accumunate dallo slancio verso il prossimo
Essere un filisteo: la storia dei Filistei si perde nella notte dei tempi e di loro non si sa gran che se non che erano gli antichi abitanti della Palestina e avevano pessimi rapporti con i Giudei; a partire dal 1600 il termine filisteo venne adottato, con significato negativo, per definire i borghesi e, da allora, questa locuzione è rimasta per indicare chi ha un atteggiamento chiuso/refrattario nei confronti delle novità, che preferisce conformarsi o che, ancora, ha interessi limitati e non si dimostra interessato ad ampliarli.
Il giudizio di Salomone: la fama di re Salomone non è circoscritta alla Bibbia, anzi, questo personaggio biblico compare anche nella mitologia islamica. Molte sono le doti e i poteri attribuiti a Salomone, prima fra tutte la sua saggezza, ma sopra ogni cosa egli rappresenta il sovrano (o capo di stato) per eccellenza. L’espressione “giudizio di Salomone” trae origine da un episodio narrato nel Libro dei Re considerato emblematico della sapienza del sovrano: due donne rivendicavano entrambe la maternità di un neonato, non sapendo a chi affidare il bambino, re Salomone decretò che venisse tagliato a metà in modo che entrambe le donne ne avessero un pezzo; la madre del bambino, a quel verdetto, acconsentì a lasciare la creatura alla rivale permettendo al sovrano di riconoscere in lei la vera madre. Nel parlato comune, soprattutto in campo giuridico, l’espressione viene utilizzata per riferirsi a questioni risolte dividendo a metà l’oggetto conteso tra le parti.
Essere come Salomone/salomonici: sempre collegato al sovrano biblico e alla sua straordinaria saggezza, questo modo di dire può avere connotati tanto positivi quanto negativi dal momento che può indicare sia una persona assennata e giusta, che qualcuno che agisce in maniera fin troppo rigida.
La pazienza di Giobbe: nella Bibbia Giobbe è uno di quei personaggi a cui, senza rischiare di essere blasfemi, non gliene va dritta una: perde i propri averi, i figli, la stima di amici e conoscenti, e, da ultima, anche la salute; ma nonostante ciò, la sua fede in Dio non vacilla. La perseveranza di questo personaggio biblico ha ispirato la locuzione “la pazienza di Giobbe” che viene utilizza, a volte anche in maniera ironica, per descrivere situazioni/faccende che richiedono tanto tempo e pazienza, ma anche per indicare l’atteggiamento resiliente di chi non si lasci abbattere dalle difficoltà e continua a perseguire i propri scopi.

Sulla punta del… versetto
Chi è senza peccato: questo modo di dire è preso dal vangelo secondo Giovanni quando Gesù allontana da una donna sorpresa in adulterio gli uomini che volevano lapidarla (Gv 8,4-11). Nel testo, Gesù ammonisce chi vuole farsi giudice e giustiziere verso il prossimo e tale avvertimento resta anche nell’uso che ne si fa ogni giorno quando, ripetendo le stesse parole di Gesù, si invita a non giudicare troppo aspramente il prossimo dal momento che tutti sbagliano e nessuno è perfetto. La frase va poi a braccetto con un versetto preso da un altro episodio dal vangelo di Matteo, che invita a correggere i propri cattivi comportamenti prima di voler “aggiustare” ciò che a nostro giudizio non va negli altri.
Alzati e cammina!: erronaemente assimilato con l’episodio della resurrezione di Lazzaro (Gv 11,43), questo modo di dire deriva da un episodio narrato sempre nel vangelo di Giovanni (Gv 5,1-8) durante il quale Gesù guarisce un paralitico che torna così a camminare sulle sue proprie gambe. Oggigiorno questa esortazione viene usata prevalentemente in maniera ironica per intimare a qualcuno di muoversi, di non tergiversare o continuare a poltrire.
Pietra di inciampo: tutti hanno sentito parlare, almeno una volta, delle Pietre di inciampo: si tratta di sampietrini d’ottone che, dagli anni 90, l’artista e attivista tedesco Gunter Demnig pianta nelle strade e piazze d’europa davanti ad abitazioni, rifugi o luoghi in cui abbiano vissuto o perso la vita persone vittime del nazisfascimo. Ad oggi, ne ha installate oltre cinquantamila! Queste pietre, poste solitamente in rilievo rispetto al manto stradale, sono posizionate in modo che i passanti inciampino in esse accorgendosi così, volenti o nolenti, della loro presenza e il nome di questa iniziativa è stato ispirato da un passo del Nuovo Testamento. Tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento sono molti i riferimenti alla pietra: Simone viene ribattezzato Pietro da Gesù perché “su questa pietra edificherò la mia chiesa” e Gesù, in un altro passo del vangelo, parla della “pietra scartata” diventata testata d’angolo. Il riferimento evangelico scelto da Deming per battezzare la propria iniziativa è preso dalla Lettera ai Romani in cui è Gesù stesso ad essere paragonato ad una pietra d’inciampo che è motivo di scandalo (=noia), ma in cui è, in un certo senso, necessario inciampare per poter riscuotere la coscienza: lo stesso messaggio trasmesso dalle Pietre di inciampo di Deming che non solo omaggiano uomini e donne, ragazzi e ragazze considerati pietre di inciampo dal regime nazifascista, ma intendono essere un monito e un esempio per le generazioni presenti e future affinché non si abbassi mai la guardia davanti al pericolo di nuove dittature e eclatanti violazioni della dignità e della libertà.

Speriamo che questo brevissimo excursus tra i modi di dire di origine cristiana vi avvia incuriositi. Siamo certe che ne abbiate usato almeno uno o due nella vostra vita, però ci piacerebbe sapere quale tra questi è, in assoluto, il vostro preferito.

*Jo

I simboli della pasqua: storie e leggende sui simboli pasquali

La Santa Pasqua è la festa più importante della cristianità e viene celebrata al termine della quaresima: il periodo di digiuno ed astinenza che ricorda quello fatto da Gesù prima della sua passione e morte.
Come il Natale, o altre feste religiose cristiane e non, anche la pasqua ha i suoi simboli e, soprattutto in concomitanza con l’arrivo della primavera, nelle vetrine dei negozi cominciano a far capolino pulcini, gallinelle, coniglietti e uova decorate.
In questo articolo ho raccolto i simboli della pasqua: quelli più famosi, come il coniglio e il pulcino, e quelli meno conosciuti o misteriosi come il fuoco e la luna.

AGNELLO – La tradizione dell’agnello pasquale risale alla festa ebraica da cui la Pasqua cristiana è stata coniata. Prima che l’ultima piaga si abbattesse sull’Egitto uccidendo tutti i primigeniti maschi, Dio ordinò agli ebrei di procurarsi un agnello o un capretto, una volta compiuto un olocausto, di segnare con il sangue dell’animale lo stipite della porta così che, passando, l’angelo non avrebbe recato danno a quella famiglia. Per il popolo ebraico l’agnello, così mite ed indifeso, era l’animale sacrificale per eccellenza e Giovanni Battista, riconoscendo Gesù lungo le rive del Giordano, lo chiama “Agnello di Dio” per indicare quale sia la missione di Gesù e quale sarebbe stata la sua fine. L’agnello, presente molto spesso anche nel presepe e nelle rappresentazione della natività, è quindi un’allegoria di Gesù stesso che, umile ed ubbidiente, si consegna per essere crocifisso e portare la salvezza al mondo intero.

COLOMBA – Nella religione cristiana la colomba ha diversi significati e ricorre in più di un episodio della Sacra Bibbia: essa rappresenta lo Spirito Santo e, nell’Antico Testamento, era messaggera di buone notizie. Una colomba, infatti, annuncia a Noé la fine del diluvio universale e, recando con sé un ramoscello di ulivo, fa capire al profeta che la terra è tornata asciutta ed abitabile. La colomba, inoltre, è universalmente noto come uccello simbolo di pace e, anticamente, era sacro alla dea Venere. Ancora oggi, durante i matrimoni, molti sposi sono soliti liberare in volo una coppia di colombi simbolo non solo di purezza e rettitudine, ma anche di fedeltà.

PAVONE – Quando si pensa alla Pasqua, il pavone non è esattamente il primo animale a cui si pensa: in mezzo a creature semplici ed umili come agnelli, pulcini, colombe e coniglietti; il pavone, per quanto maestoso, stona non poco.
Nonostante la sua fama di vanesio, il pavone è uno dei simboli pasquali più antichi e suoi disegni sono stati ritrovati in più di una catacomba accanto a simboli ugualmente antichi come quello del pesce e dell’agnello.
Il pavone ha sempre affascinato gli uomini e dall’oriente all’occidente egli accompagna mogli di imperatori e regine non che Era/Giunone stessa: la regina degli dei. A questo uccello erano attribuite virtù e capacità divine ed è proprio da questo immaginario che i protocristiani si sono ispirati nell’adottare questo uccello come simbolo di vita e resurrezione: si credeva infatti che, una volta morto, le carni del pavone non andassero in putrefazione; anche il suo colore così sgargiante aveva un’origine “magica” dal momento che si riteneva che il pavone fosse in grado di uccidere e mangiare serpenti velenosi senza subire alcun danno e che fosse proprio il veleno a donare alle sue piume il colore blu che tutti conosciamo. Come Gesù, quindi, il pavone non conosceva la corruzione della morte e, così come Cristo ha dovuto prendere su di sé il male del mondo per portare la redenzione, senza tuttavia rimanerne danneggiato; il pavone poteva mangiare animali velenosi senza subirne l’effetto mefitico.
Il pavone è, infine, un simbolo solare: la sua coda aperta, infatti, è stata in più di una cultura paragonata ad un sole con tutti i suoi raggi.

ACQUA – L’acqua è uno dei simboli pasquali più misteriosi ed importanti. Durante la veglia pasquale, le letture si concentrano infatti su questo elemento con la lettura degli episodi biblici del diluvio universale e del passaggio del popolo ebraico attraverso il Mar Rosso (la prima pasqua): l’acqua viene quindi esaltata sia come calamità e forza distruttrice, ma anche come fonte di salvezza. Durante il periodo che precede la pasqua, vengono tradizionalmente impartite le benedizioni pasquali sia nelle case che negli ambienti di lavoro e, la notte del Sabato Santo, dopo aver benedetto il fonte battesimale, nelle cattedrali rette da un vescovo si celebrano i battesimi dei neocatecumeni: coloro che non hanno ricevuto questo sacramento da bambini. L’acqua ricorda, infine, la parola di Gesù che in più di un vangelo paragona la buona novella ad un’acqua capace di saziare la sete di giustizia, amore e verità che arde in ogni uomo.

FUOCO – Anche il fuoco e le candele hanno una parte importante durante la celebrazione della Pasqua: all’inizio della veglia pasquale, infatti, il sacerdote benedice il fuoco che servirà poi per accendere il cero pasquale poi utilizzato durante l’anno liturgico durante le messe e i riti più importanti. Nella religione cristiana il fuoco è un simbolo potente e molto evocativo. Lo Spirito Santo viene, sopratutto in occasione della Pentecoste, rappresentato come una fiammella e, in generale, il fuoco, usato sin dall’antichità per illuminare la notte, rappresenta la vittoria della luce (=Dio) sulle tenebre (=il diavolo) e, quindi, il trionfo del bene sul male. Sempre durante la veglia pasquale, il sacerdote porta in processione il cero pasquale appena acceso e proclama ad alta voce “Lumen Christi”: la luce di Cristo.

CAMPANE – Campane e campanelle sono un simbolo di novità o di avviso: i loro rintocchi scandiscono lo scorrere del tempo e, a seconda del modo in cui vengono suonate, portano buone o cattive notizie. Anticamente, quando un pericolo minacciava la comunità, le campane venivano fatte suonare in modo che la gente potesse mettersi al riparo o correre a prestare soccorso. Come a Natale, le campane della Pasqua suonano a festa e i loro rintocchi gioiosi annunciano al mondo la resurrezione di Gesù. Durante il triduo pasquale le campane vengono “legate” e non vengono suonate in segno di lutto per la passione e morte di Cristo: solo con l’annuncio del Sabato Santo e della Domenica di Pasqua le campane vengono finalmente liberate e la loro musica festosa torna a riempire le città. In Francia, per giustificare il silenzio delle campane durante i giorni del triduo, ai bambini viene detto che le campane sono volate a Roma e, la mattina di pasqua, sempre ai bambini spetta l’onore di correre alla finestra per sentire e verificare che le campane siano tornate ai loro rispettivi campanili.

LUNA – La luna non è uno dei simboli più noti della pasqua, ma merita comunque una menzione. Soprattutto nelle raffigurazioni medievali, sole e luna compaiono ai lati di Gesù in croce come a simboleggiare la partecipazione di tutto il creato al dramma della crocefissione. Ma il valore della luna nella pasqua cristiana è tutt’altro che marginale, anzi, è proprio lei a stabilire il giorno in cui deve cadere la pasqua cristiana.
A differenza di altre festività, come Natale o l’Assunzione, la Pasqua (e tutte le festività a lei connesse come la Domenica delle Palme e la Pentecoste) è una festività “mobile” e il giorno della celebrazione muta di anno in anno.
Il Concilio di Nicea del 325 stabilì che la Pasqua cristiana non doveva coincidere cona la Pesach, la Pasqua ebraica, e, per non evitare sovrapposizioni, venne adottato un sistema basato proprio sulle fasi lunari. Tradizionalmente, la Pesach viene celebrata quattordici giorno dopo il plenilunio di marzo, il Concilio di Nicea fissò il 21 Marzo come data per l’equinozio di primavera e stabilì che la pasqua cristiana venisse festeggiata la domenica successiva al plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Nonostante questi accorgimenti, tuttavia, pasqua cristiana e pasqua ebraica possono comunque coincidere come è successo nel 2017.

UOVA – Le uova di pasqua sono l’aspetto più dolce di questa festività e grandi e piccini aspettano con ansia la domenica di Pasqua per poterle aprire e scoprire quali sorprese vi siano nascoste al loro interno. Sempre la tradizione vuole che la domenica di Pasqua si mangino le uova benedette e, spulciando in internet, si trovano ricette provenienti da tutte le regioni che spiegano come inglobare le uova benedette in torte, ciambelle ed altre pietanze.
L’uovo ha sempre stuzzicato la curiosità e la fantasia degli uomini che, abituati a vedere la vita nascere al termine di una gravidanza, ha sempre trovato curioso, se non misterioso, il processo che porta il pulcino a nascere apparantemente “da solo”.
L’uovo è un simbolo di vita e di resurrezione e il pulcino che nasce rompendone il guscio è allegoria di Cristo che esce dal sepolcro. Anche l’alchimia ha adottato questo simbolo che, nel linguaggio alchemico, indica le ampolle e i recipienti in cui avviene la trasformazione degli elementi. Tracce di questo collegamento tra l’uovo e la vita sono rintracciabili anche in scienza e in medicina. I misteri della fecondazione e della nascita hanno sempre affascinato medici e scienziati che, nel corso dei secoli, hanno cercato di capirne i segreti. Già nel 1600 si ipotizzava che, come le uccelli e rettili (così come le piante), anche i mammiferi avessero delle cellule uovo. Con la dottrina “ex ova omne vivum” (dalle uova nascono tutte le cose viventi) l’ipotesi della presenza di queste cellule scalzò le precedenti teorie sulla procreazione come quella della “generazione spontanea” o quella del “preformazionismo” e, nel 1928, venne per la prima volta attestata la presenza di cellule uovo, poi ribattezzate ovuli, in un essere umano.

ULIVO – L’ulivo è un simbolo di pace ed era sacro alla dea Atena. Racconta la leggenda che gli ateniesi, indecisi su chi dovesse essere il patrono della loro città, invocarono Poseidone e Atena che, per ingraziarsi il favore del popolo, portarono un dono ciascuno: Poseidone si presentò con un bellissimo cavallo e ne lodò la forza e il valore militare, mentre Atena, piantata la lancia nel terreno, offrì agli ateniesi un alberello gracile da cui pendevano piccoli frutti neri. Come la dea spiegò, si trattava di un ulivo: non il più imponente tra gli alberi, ma comunque utile perché con i suoi frutti gli ateniesi avrebbero potuto sia sfamarsi che illuminare le loro notti oltre, ovviamente, usarne il legno. Gli ateniesi scelsero, come suggerisce il nome, Atena e sulle vecchie 100 lire vi era raffigurata proprio la dea nell’atto di creare l’ulivo.
L’ulivo è un altro dei simboli pasquali più diffusi e, come per la colomba, la sua fama affonda le radici nell’Antico Testamento e nelle tradizioni del popolo ebraico. L’olio, ottenuto dalle olive, era usato per consacrare re e profeti e tutt’ora, durante i sacramenti del Battesimo, della Cresima (o Confermazione), dell’Ordine Sacro e dell’Unzione degli Infermi; il sacerdote unge chi riceve il sacramento con il crisma (o crismale): l’olio benedetto.
Un giardino di ulivi, chiamato Orto degli Ulivi o Getsemani, compare nelle letture del triduo pasquale ed è il luogo in cui avviene il tradimento di Giuda che segna l’inizio della passione di Cristo. A parte questo chiaro riferimento, non ci sono altri episodi che vedano protagonisti degli ulivi, tuttavia, durante la Domenica delle Palme, nelle chiese viene fatta la tradizionale benedizione dei rami di ulivo che i fedeli portano poi nelle case; si tratta di una “variazione sul tema”: considerata la scarsità di palme in Italia (e la difficoltà nel raccoglierne le foglie) nel corso dei secoli si è optato per piante più facilmente reperibili e meno difficili da potare come, per l’appunto, gli ulivi ugualmente molto presenti in Terra Santa.

CONIGLIO – Reso celebre, e mai così dolce, da una nota azienda dolciaria, il coniglio, e più raramente la lepre, ha consolidato la propria posizione tra i simboli pasquali per eccellenza. Nonostante il suo successo, sopratutto nei paesi anglosassoni, le origini del Coniglio di Pasqua, noto anche come Coniglietto di Pasqua, sono più sacre che profane.
Il coniglio è universalmente noto per la sua proliferosità: le colonie di conigli selvatici possono contare svariate dozzine di esemplari e, grazie alle loro gallerie e velocità, i conigli possono dare la sensazione di spostarsi velocemente da un’apertura all’altra anche se molto distanti tra di loro. Il coniglio è associato alla Luna (una leggenda cinese sostiene che la luna sia una colonia di conigli) e al mondo degli spiriti, ma anche al rinnovamento e alla vita. La sua natura timida e difficilmente avvicinabile fece sì che presso i popoli celtici il coniglio fosse considerato un viaggiatore tra i mondi: una creatura capace di passare indenne dal mondo dei morti a quello dei vivi facendosi foriero di profezie o presagi. Tuttavia è sotto il luteranesimo che il coniglietto di Pasqua comincia a diffondersi ricoprendo un ruolo analogo a quello di Santa Klaus: una sorta di Babbo Natale primaverile che, invece dei doni, nasconde uova colorate.
Come molti animali notoriamente classificati come “prede”, il coniglio si riproduce molto più frequentemente rispetto ai grandi erbivori e ai carnivori e ogni parto può contare fino a 15 cuccioli per nidiata. Questa sua caratteristica, per quanto fonte di ilarità e battute non sempre lusinghiere, lo rende un vero e proprio simbolo di vita e rinnovamento, non che di speranza e di nuovi inizi: tutti valori e messaggi fortemente legati al messaggio pasquale portato da Gesù con la sua resurrezione dai morti.

*Jo

Colei che ci sostenta e ci governa

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Quando si parla di “Giornata della Terra”, i più scorrono in fretta la pagina certi di trovarsi di fronte all’ennesima predica ambientalista. Convinti di aver già letto e sentito tutto quello che poteva essere detto e scritto sul nostro pianeta. Quella che voglio proporvi non è un bolo rigurgitato e stantio di perle filosofiche di bassa lega. Intendo, piuttosto, condurvi alla scoperta della Terra e della natura attraverso gli occhi dei poeti e della letteratura.

Partendo dagli albori della civiltà incontriamo in quasi tutte le culture e le società antiche il culto della Madre Terra: un essere di sesso femminile solitamente ritratta con un seno prosperoso e il ventre gonfio come quello di una donna in dolce attesa. E’ interessante già da qui iniziare a porre l’attenzione su questo fatto. La terra, in tutte le culture del mondo, è una donna ed è una madre: l’unico essere vivente in grado di generare la vita. L’onore di rappresentare la Madre di tutte le cose spetta alla donna che, in quanto genitrice per eccellenza, ha l’onore di essere anche la personificazione della Grande Madre. A questo punto le mitologie prendono strade diverse ed ognuna crea miti e leggende coerenti con la civiltà da cui è stata partorita. Nel bacino mediterraneo si diffonde il culto di Gea, la madre primordiale nata immediatamente dopo Chaos, progenitrice dei titani e degli dei dell’Olimpo. Una madre che, nella mitologia biblica, e nell’iconografia cristiana viene poi mutuata in Eva, il cui nome significa appunto “Colei che dà la vita”, e nella figura della Vergine Maria.
L’idea di Gea, della Madre Terra, sopravvive per secoli e questo culto, di chiaro stampo pagano, viene inglobato nell’idea del Creato. La narrazione biblica è una delle poche che si distacca dal filone della Madre Terra in favore di un creatore maschile che genera le cose e le rende buone ( Genesi 1,1-25)

1In principio Dio creò il cielo e la terra. 2Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.3Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre 5e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.6Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. 8Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.9Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. 10Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. 11E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: 12la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. 13E fu sera e fu mattina: terzo giorno.14Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni 15e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: 16Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. 17Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra 18e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. 19E fu sera e fu mattina: quarto giorno.20Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona. 22Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra». 23E fu sera e fu mattina: quinto giorno.24Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: 25Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona.

L’idea della natura come “cosa buona” sussiste malgrado la contaminazione del peccato e la corruzione dell’uomo. Il Creatore sostiene tutte le sue creature, le riveste di splendore (come nemmeno i grandi re vestono) e si prende cura di tutte le forme di vita. E’ quindi scontato che San Francesco, nel suo cantico, elogi e ringrazi per tutto ciò che circonda l’uomo.

« Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e ‘honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace, ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate »

E’ singolare come all’inizio della storia della letteratura italiana vi sia un cantico che non parla d’amore né di eroiche gesta, ma loda, anzi, canta al creato e a tutto ciò che in esso è racchiuso. Il sole che scalda, le stelle che guidano i viandanti, il vento che fa respirare, l’acqua che disseta, il fuoco che illumina, la terra che sostiene e governa circondandoci di fiori e frutti per il sostentamento nostro e degli animali. Persino la morte, acerrima nemica della vita che qui viene esaltata, trova il suo posto tra questi versi e viene chiamata sorella dal cui abbraccio nessun vivente (uomo, animale o pianta) può scappare. Questa concezione della morte come sorella, come necessaria, può apparire macabra e persino drammatica, eppure è proprio la morte a mandare avanti la vita sulla terra: un cerchio in cui la morte trasforma le cose per preparare il terreno a nuovi esseri viventi e a nuove esistenze.

Facciamo un salto di circa 500 anni ed approdiamo nella poesia di Giacomo Leopardi che, per via della sua cultura illuminista e romantica allo stesso tempo, ha con la natura un rapporto a dir poco conflittuale ma che, in linea di massima, si può decisamente definire di ribellione.
Ella è una tiranna, avida di sofferenze che attende i suoi figli come il serpente a sonagli attende lo scoiattolo che da lui scappa. Ella è crudele, non è una madre, non la si può nemmeno chiamare regina, che già sarebbe un complimento. Per Leopardi, al contrario di San Francesco, il rapporto tra uomo e natura è molto più simile a quello che l’uomo contemporaneo ha con il creato. Sfruttare, combattere, accaparrare gioie nel tentativo fallace di sfuggire agli artigli di forze ben più grandi, che puntualmente arrivano a distruggere ciò che con gli arnesi ormai consumati così difficilmente si è costruito. La natura non è Madre, il suo nome non è più né Eva né Gea, ma può essere chiamata come la prima femme fatal: Lilith. Per un’anima raminga, come quella di Leopardi, la Luna e le stelle, che guidavano i passi di San Francesco e illuminavano la notte, non sono niente più e niente meno che astri silenti, luci fredde e impassibili che non ascoltano né capiscono le domande dell’uomo.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

(Canto Notturno di un Pastore errante dell’Asia – Giacomo Leopardi)

Ovviamente in queste poche righe sono stati tralasciati moltissimi poeti e scrittori che hanno reso omaggio o dichiarato la loro avversione verso la Madre Terra. Come al solito, citare tutti non è possibile e si rischierebbe solamente di fare un guazzabuglio di nomi, versi e parole che non renderebbe onore ai padri e alle madri della nostra letteratura.

*Jo