L’uomo che scrisse la Bibbia

.: SINOSSI :.

Questo romanzo narra la storia di William Tyndale il Traduttore, l’uomo che scrisse il libro più letto nella storia dell’Occidente: la Bibbia in inglese. È una storia popolata da sicari, vescovi oltranzisti, avidi mercanti, subdoli traditori, alchimisti e re, e ambientata in una delle epoche più turbolente, complesse e avvincenti che l’Europa abbia conosciuto: la prima metà del Cinquecento, il secolo che si apre con la scoperta dell’America, la Riforma luterana e la definitiva spaccatura fra Oriente e Occidente.
Narra di un genio che osò scrivere la Bibbia come se fosse la prima volta, nella lingua del popolo e non dei potenti, e che, così facendo, inventò l’inglese moderno, la lingua di Shakespeare. Dalla sua penna sono scaturiti neologismi come «il sale della terra», «i segni dei tempi», «capro espiatorio» e frasi piene di ritmo che Tyndale afferra «a orecchio» dalla gente comune, dal modo di esprimersi di quei commercianti, tessitori, marinai, tosatori, sarti e venditori di stoffe che ha conosciuto da ragazzo, nel Gloucestershire, la terra di confine affacciata sul mare dove è nato e cresciuto.
È, infine, il racconto di un viaggio, avventuroso e insidioso come quello dei primi esploratori, che porta da una lingua misteriosa, l’ebraico del Vecchio Testamento, a una lingua non ancora nata. Un viaggio in cui, per un libero pensatore alle prese con i demoni della propria creatività, per un rivoluzionario braccato da potenti nemici, il prezzo da pagare è sempre molto alto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’uomo che scrisse la Bibbia non è un romanzo per tutti, ma è un romanzo che tutti i lettori dovrebbero leggere. Marco Videtta regala al suo pubblico un trattato di linguistica e teoria della traduzione camuffato da romanzo storico e riesce, grazie a questo travestimento letterario, a parlare di temi che difficilmente trovano spazio tra la pagine di un romanzo senza scadere nel didascalico o senza essere lentamente accantonati.
La traduzione della Bibbia in inglese è il pretesto per discutere non solo di filosofia e teologia, ma getta sopratutto le basi per una seria e ben strutturata riflessione sul come nasca la lingua e quanto potere si celi in ogni parola sia essa vergata o sussurrata.
Una cosa tanto quotidiana quanto scontata diventa così un terreno su cui si scontrano religione e politica, tradizioni e inventiva e, accompagnando Tyndale nel suo ramingare da una città all’altra, abbiamo modo di approfondire sempre di più quella che può essere definita una vera e propria “questione linguistica”.

Come linguista e come credente ho amato questo libro sia per la riflessione religiosa, che pur non essendo sempre perfettamente coerente con la dottrina cattolica è comunque valida e stimolante; che per le pagine in cui, dalla viva voce di Tyndale (o da quella dei suoi compagni) si assiste alla nascita di neologismi come “peacemaker” (=operatori di pace nella versione italiana) o si ascoltano le ragioni per cui una traduzione è da preferire ad un’altra.
Le parti dedicate alla traduzione mi hanno fatto, letteralmente, vibrare l’anima e il mio piccolo cuore da linguista si è commosso più di una volta nel vedere comparire, come lo spettro dell’arcobaleno, sulla carta le mille e più sfumature di uno scritto o di una singola parola capace, se utilizzata, di cambiare un testo rendendolo ora più profondo, ora provocante e duro o al contrario discreto ed elegante.
Il libro si guadagna un pieno e più che meritato 10+/10; è una lettura che, pur non essendo semplicissima, scorre fluida grazie ad una scrittura che sembra ricamare intorno ai concetti cardine del libro e che risulta equilibrata: né appesantita da un’aggetivazione eccessiva né ridotta all’essenziale.

*Jo

Detto da Dante – Parole e modi di dire resi celebri dal Sommo Poeta.

Istituito dal Consiglio dei Ministri, il Dantedì è dal 2020 la giornata nazionale dedicata a Durante di Alighiero degli Alighieri, noto in tutto il mondo come Dante Alighieri. La data scelta per questa celebrazione è il 25 Marzo: giorno in cui, secondo gli studiosi, Dante iniziò il suo viaggio nell’aldilà narrato nelle tre Cantiche che compongono la Divina Commedia.
Dante Alighieri non ha bisogno di presentazioni e il suo contributo alla cultura italiana, e in parte anche mondiale, è indiscusso: il suo viaggio nell’aldilà ha ispirato, nell’arco di secoli, artisti, scrittori e anche registi; e la sua rappresentazione dei regni ultraterreni continua tutt’ora ad essere presa come modello anche nelle rappresentazioni contemporanee dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso.
Tra le pagine della Divina Commedia, infatti, si trova ben più di un semplice racconto, di un affresco della cultura medievale e delle dottrine teologiche e filosofiche che si discutevano nelle università e nelle corti.
Politica, storia, mitologia, astronomia, ma anche tecniche agricole e navali vengono descritte facendo sì che la Commedia diventi, al pari dell’Iliade e dell’Odissea di Omero, una sorta di enciclopedia trecentesca in cui, per esempio, si fa cenno a pratiche come quella del maggese (la rotazione delle colture che prevede la messa “a riposo” di un terreno per l’anno successivo) o alle operazioni di calafataggio, di impermeabilizzazione, condotte “nell’Arzanà de’ Viniziani” con la “tenace pece” (Inferno: C. XXI, v. 7-8).
La Divina Commedia è un testo che parla di Dio, parlando agli uomini: una sinossi di teologia medievale che, tuttavia, era comprensibile tanto ai contemporanei di Dante quanto ai lettori dei nostri giorni che, tra i canti, incontrano personaggi che palpitano di vita ed eroismo, tanto meschini e vili, alcuni, quanto puri e nobili altri; ma tutti incredibilmente umani e per questo vicini al pubblico di ogni epoca e luogo.

Tuttavia, la Divina Commedia non si può ridurre ad un mero almanacco trecentesco: a Dante va il merito di aver vergato uno dei testi che ha ufficializzato il volgare fiorentino contribuendo alla nascita e al progressivo imporsi di quella che sarebbe diventata l’italiano.
Con Dante, Petrarca e Boccaccio (le Tre Corone fiorentine) nasce la nostra lingua: che non è fatta solo da grammatica e vocaboli, ma si avvale di modi di dire che, per la prima volta, vengono messi su carta divenendo parte attiva di una nuova cultura ed una nuova Italia.
È così che espressioni, come fa tremare le vene e i polsi (Inferno: C.I, v. 90) approdano nell’italiano corrente riuscendo, oggi come allora, a descrivere sentimenti ed emozioni universali come la paura, se non addirittura il terrore, davanti a situazioni o cose raccapriccianti o che paiono invincibili. Modi di dire  come “stare freschi”, “cosa fatta capo ha”, “non mi tange”, parole come “merda” o il tipicamente toscano “babbo”, squisitamente dialettali nella loro spontaneità, superano il tempo e lo spazio e fuggono dalla carta tornando al popolo che li ha coniati e che continua ad usarli.
Confrontando la Divina Commedia con la lingua di tutti i giorni si scopre l’aspetto giocoso, quasi pop, di Dante e della sua opera.
Non esiste studente al mondo che non sia stato, almeno una volta nel corso della sua carriera scolastica, apostrofato dal proprio professore con le parole “fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno: C.XXVI,v.119-20). E che dire della locuzione “Galeotto fu…” (Inferno: C. V, v. 37) che è comunemente usata per indicare qualcosa che, per quanto spiacevole, ci ha fatto cadere in tentazione o prendere una libertà in più.
Dante non è solamente un coniatore di citazioni e, come l’inglese William Tyndale e come qualunque letterato che si affacci sulle potenzialità di una nuova lingua, egli gioca ed inventa ritagliando parole da altre parole o creandone di nuove quando il vocabolario corrente manca di quel termine atto a descrivere azioni, emozioni o atteggiamenti.
Latinismi come “quisquilia” o francesismi come “gabbare”, dal francese antico “gaber”(=”scherzo”), scivolano via dalle pagine garantendo la sopravvivenza di parole che, altrimenti, sarebbero oggi estinte. Non tutti i neologismi di Dante sono, purtroppo, giunti fino a noi e, sebbene siano molti le frasi e le espressioni per cui il Sommo Poeta è ricordato, ci sono alcuni verbi che, pur suonando strani se non addirittura buffi, sono forse la testimonianza più grande dell’estro e della conoscenza che Dante aveva della lingua e della linguistica. Espressioni come “indracarsi” (Inferno: C.XVI, v. 115), con l’accezione di divenire furioso come un drago, “infuturarsi” (Inferno: C. XVII, v. 98), estendersi al futuro, o “imparadisare” (Inferno: C. XXVIII, v.3), qualcosa che ti fa sentire “in paradiso”, colpiscono per la loro schiettezza e l’espressività con cui riescono a veicolare il messaggio di Dante.

Fiumi di inchiostro sono stati versati e, tutt’ora, le opere di Dante Alighieri continuano ad attirare l’attenzione di linguisti e storici e continuano  a regalare, anche a distanza di secoli, sorprese e ad essere oggetto di studio.
Una menzione va fatta all’Accademia della Crusca (il cui contributo è stato fondamentale per questa stesura) che, in occasione del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, ha deciso di pubblicare ogni giorno una parola “dantesca”: neologismi o espressioni dialettali entrate, in maniera più o meno consapevole, nella lingua di tutti i giorni.

*Jo

Le ho mai raccontato del vento del nord

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LE HO MAI RACCONTATO DEL VENTO DEL NORD

Autore: Daniel Glattauer
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno di pubblicazione: 2010

.:SINOSSI:.

Un’email all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi. Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, Le ho mai raccontato del vento del Nord descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventa virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?

 

.:IL NOSTRO GIUDIZIO:.

Quello di Glattauer è un esperimento lodevole e interessante: nell’era del web, della comunicazione via chat e delle e- mail ( che ancora resistono per comunicare in occasioni formali o professionali) che caratteristiche deve avare un romanzo epistolare? E’ possibile, come nei romanzi ottocenteschi, costruire una trama su un carteggio virtuale?
Il romanzo di Glattauer è un successo e conferisce nuova forza e potere alla pratica della scrittura, che si impone in maniera decisiva sulla tecnologia.
Da un punto di vista meramente linguistico, quindi, il romanzo merita di essere letto e analizzato. Alcuni scambi di e-mail tra i due protagonisti rasentano la chat, ma i testi più corposi sono davvero validi.
Altro merito dell’autore è la capacità di muoversi con scioltezza tra tre tipi di scrittura diversi, che corrispondo ad altrettanti personaggi (solo i messaggi concisi disorientano leggermente per mancanza di firma e poca caratterizzazione).
Le note dolenti iniziano nel momento in cui si analizza la trama per il suo valore narrativo: una serie di messaggi l’uno più assurdo dell’altro che, pagina dopo pagina, sottolineano a più riprese l’handicap comunicativo causato dai mass media e dall’utilizzo massiccio e incontrollato della tecnologia.
I due protagonisti sono affetti da sindrome di Peter Pan virtuale: piuttosto che affrontare i loro problemi e chi gli sta intorno, preferiscono confidarsi con uno sconosciuto che siede dall’altra parte di un monitor in una casa qualsiasi di una qualsiasi città tedesca.
La situazione inizia con un siparietto comico, divertente e piacevole, e degenera camuffando da storia d’amore un tradimento.

Il nostro voto è 6/10.
Come ho già detto, il romanzo è un pregevole esempio di romanzo epistolare nell’era di internet e altrettanto apprezzabile e la capacità di Glattauer di interpretare, attraverso la sola scrittura, tre personaggi diversi.
Altro merito dell’autore è quello di aver messo bene in luce l’insidia che si nasconde dietro lo schermo: una profondità che esiste sullo schermo, ma che è intangibile quando esce dal virtuale.
La trama, invece, è molto leggera e tratteggia una lettura piacevole: una parentesi di svago tra gli impegni di tutti i giorni o un ottimo compagno per un monotono viaggio sul regionale delle 19:00.

*Jo