Incanto. Strie di draghi, stregoni e scienziati

.: SINOSSI:.

Il fantastico è un genere intriso di magia, eventi misteriosi e creature sovrannaturali, e spesso è percepito come una pura evasione nell’irrazionale, nel superstizioso e nel fiabesco. Ma in molte storie di eroi, incantatrici, creature leggendarie e magie di ogni sorta c’è sempre più spazio anche per la scienza. “Incanto” è un viaggio alla ricerca della scienza nascosta in molti archetipi della narrativa fantastica. Come nasce il mito del drago? Cos’hanno in comune maghi e scienziati? Come funziona il martello di Thor? Che impatto hanno avuto i giochi di ruolo sulla codificazione della magia? Queste sono solo alcune delle domande che Michele Bellone, giornalista scientifico appassionato di narrazioni, affronta nel libro, cercando di smontare diversi pregiudizi su due mondi tutt’altro che inconciliabili. Perché se la scienza può generare la magia del fantastico, il fantasy può stimolare riflessioni sulla scienza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Leggendo questo saggio ho imparato che la magia esiste.
So che può sembrare un’affermazione strana e immagino ora di vedervi, cari lettori, con la fronte aggrottata mentre pensate “Volpe è impazzita del tutto”. Ebbene, nonostante lo stress per la laurea imminente, posso assicurarvi che sono sanissima.
Incanto è un saggio che racconta il rapporto che intercorre tra scienza e magia basandosi su romanzi, su manuali di giochi di ruolo e tanto altro: è proprio raccontando come i grandi autori del fantasy hanno preso spunto dalla natura, dalla scienza o dalla chimica per descrivere il mondo in cui le loro avventure si svolgono che questo libro mi ha insegnato che la magia esiste o che, almeno, qualcosa di magico può essere trovato anche nel nostro mondo.

Il libro è diviso in sezioni: ricalcando le orme degli autori di “la fisica dei supereroi” e “la fisica di star trek”, Bellone spacchetta il fantasy e la magia per rintracciarne gli archetipi che diventano, quindi, i leitmotiv dei capitoli. Partendo da una accurata analisi delle origini delle creature magiche (e in particolare dei draghi), il lettore è coinvolto da una scrittura semplice e didascalica che lo porta a scoprire i segreti della magia degli elementi, la nascita e creazione dei vampiri nonché il ruolo storico dei maghi nella società.
Insomma: ce n’è davvero per tutti i gusti!
In generale ho apprezzato l’intento del saggio e mi è anche sembrato che, normalmente, le informazioni divulgate dall’autore fossero corrette: solo nel capitolo sull’alchimia ho notato alcune piccole inesattezze.

La scrittura è molto semplice e l’analisi coinvolge: l’autore cita continuamente romanzi, giochi di ruolo e altri saggi che i lettori più avidi (come me) e gli appassionati di gdr (sempre io) avranno sicuramente piacere a recuperare. Gli esempi riportati, tuttavia, per quanto interessanti sono leggermente ridondanti: più di una volta mi sono trovata a pensare che anche in opere più recenti o, forse meno conosciute, si sarebbero potuto trovare esempi validissimi. Non se ne può però fare una colpa all’autore che ha comunque operato scelte che considero adeguate.

Mi sembra un libro adatto a stuzzicare l’interesse di tutti gli appassionati di fantasy, horror e weird cui consiglio sinceramente di dare un’occhiata a questo saggio. Il voto globale che do al testo è 8/10: è molto buono ma dopo un po’ la scrittura semplice e gli esempi ripresi quasi sempre dalle stesse opere tendono a stancare.
Siccome si legge molto velocemente e ormai siamo in estate: perché non portarselo al mare?

*Volpe

Guida alle letture estive: quando i ragazzi non vogliono leggere.

L’estate è arrivata e con essa tornano le gioie e i dolori di quella che, per molti, è la stagione più bella e la più agognata durante i lunghi mesi freddi. Uno dei temi caldi delle vacanze, soprattutto quelle estive, è quello dei famigerati “compiti delle vacanze”: un fardello composto da pagine, temi ed esercizi che da generazioni grava sulle spalle di studenti di qualsiasi ordine e grado. Risolti problemi come “ferie al mare o in montagna?” e le diatribe sull’utilizzo smodato dell’aria condizionata quello dei compiti estivi resta uno degli argomenti più controversi, e fonte di litigio, per le famiglie e, puntualmente, si creano fronti contrapposti tra chi invoca una tregua dalle consegne almeno nei mesi caldi e chi, invece, le ritiene necessarie per mantenere il cervello “allenato”.

Uno dei maggiori scogli con cui genitori e figli devono scontrarsi è la temutissima lista delle “letture estive”: un elenco di libri scelti dal professore di italiano da cui lo studente deve selezionare un numero di titoli compreso tra cinque e infinito. Per le piccole Hermione Granger babbane dover leggere “solo” cinque libri non è affatto un obbligo, ma non tutti amano leggere e, ammettiamolo, durante i mesi estivi ci sono attività molto più interessanti da svolgere. Ecco quindi qualche idea per invogliare i vostri ragazzi a leggere o, almeno, fargli pesare meno questo compito.

LE LISTE DEI TITOLI
“Lista o non lista? Questo è il dilemma?” direbbe Shakespeare se fosse un docente all’indomani delle vacanze estive e, infatti, stilare una lista di titoli non è facile né per chi la compila né per chi poi dovrà spulciarla e scegliere.
I canoni da rispettare sono molti e, spesso, anche in contraddizione tra di loro: deve essere lunga, ma non troppo, comprendere generi diversi, ma avere comunque una scrematura (sia mai che un bambino delle elementari si ritrovi a leggere 50 sfumature di grigio!), deve avere autori italiani, ma anche stranieri, deve contenere libri da qualche centinaio di pagine, ma anche piccoli mattoni,… .
L’errore più comune fatto dai docenti è quello di inserire in queste liste titoli classici o acclamati dalla critica: una scelta sicuramente facile e che evita agli insegnanti di incastrarsi in situazioni scomode, ma che non sempre incontra il gusto dei lettori, soprattutto se giovanissimi, che a Tolkien preferiscono J.K. Rowling e a Stevenson Suzanne Collins (arriverà anche per loro il momento per apprezzarli, non temete).
In molti, negli anni, si sono chiesti se, alla famigerata lista, non fosse preferibile lasciare carta bianca ai ragazzi sulle letture da fare: un’opzione che ha sicuramente pregi, ma che, purtroppo, può essere mal sfruttata dai soliti furbetti che, alla fine delle vacanze, tornano sui banchi di scuola con all’attivo la lettura di dieci libri diversi…. da cinquanta pagine l’uno.

TOPI DI BIBLIOTECA O LUCERTOLINE DA SPIAGGIA?
Una volta scampata, o fatta pace, con la lista dei libri (d’ora in avanti abbreviata in “la lista”) non resta che scegliere le letture da fare.
Se a casa avete un piccolo topolino di biblioteca il compito risulterà relativamente facile: molti lettori, infatti, approfittano della pausa estiva per dedicarsi a quei libri che, per mancanza di tempo o perché un po’ più impegnativi, non hanno potuto leggere durante i mesi invernali; questo problema potrebbe ripresentarsi qualora abbiate a che fare con un/a ragazz* che aspettava le vacanze per dedicarsi alle sue letture arretrate e che per questo storcerà il naso davanti alla famigerata lista e agli obblighi da lei imposti. Che fare? La cosa migliore è cercare di mediare tra dovere e piacere; cercate insieme i titoli che sembrano combaciare maggiormente con gli interessi di vostr* figl* e offritegli questo compromesso: un libro dalla lista e uno dalla sua TBR (=libri da leggere, dall’inglese “to be read”); per non “disprezzare” le sue letture “fuori lista” potreste proprorgli di fare anche per quelle una scheda di lettura da presentare al professore con la scusa di fargli conoscere titoli nuovi.
E se, invece di un topo di biblioteca, avete in casa una lucertolina da spiaggia? Che fare?
Questo è stato, per tutti gli anni delle scuole, il bivio davanti a cui si trovava puntualmente mia madre ad ogni chiusura dell’anno scolastico: da una parte io (che volevo leggere quello che piaceva a me), dall’altra mia sorella (che fugge dai libri come i gatti dall’acqua).
Il punto di partenza è lo stesso: gli interessi del/la ragazz*. Non devono per forza essere interessi letterari, ma si può prendere ispirazione dai suoi hobbies e dalle sue passioni. Sapete, per esempio, che dietro ai videogiochi (E all’omonima serie Netflix) di The Witcher, c’è una saga letteraria? Andando in libreria non focalizzatevi unicamente sulla lista (spesso compilata in modo da prendere dentro tutti e nessun genere in particolare con gravi effetti sulla qualità della stessa); lasciate che la vostra “lucertolina” si aggiri tra gli scaffali e scelga da sé qualche titolo e proponete, anche in questo caso, un compromesso: per ogni libro in lista uno a piacere. Non esagerate e, soprattutto, non ridicolizzate le sue scelte e le sue letture (a meno che non sia l’ennesima biografia del 15enne youtuber o ticktocker di turno; in quel caso intervenite!); ciò che magari per voi è semplice e naturale come respirare, per un non lettore può risultare difficile se non addirituttra pesante e frustrante se i suoi sforzi non vengono adeguatamente riconosciuti. Non si sta parlando di erigere un monumento ogni volta che vostr* figli* termina un libro, ma solo di riconoscerle il lavoro che ha fatto dedicandogli, per esempio, tempo per parlare di ciò che ha letto favorendo una discussione: cosa gli è piaciuto o meno, qual era la morale della storia, vorrebbe leggere altri libri così, etc… . Non c’è niente di peggio che portare a termine un lavoro gravoso e non vedere i propri sforzi riconosciuti.

PRIMA IL DOVERE E POI IL PIACERE
Una volta usciti dalla libreria con il vostro bottino di libri e una scorta di buoni propositi, sorgerà una nuova domanda: come gestire le letture? La cosa migliore è lasciare che i ragazzi si organizzino in autonomia (tenendo conto degli altri compiti assegnati dai professori per le vacanze). Sarebbe bello, ma non sempre funziona; ecco quindi qualche consiglio (per par condicio inizieremo dalle lucertole da spiaggia).
A prescindere che siate o meno lettori, dovete ricordare che per vostr* figli* leggere non è la più entusiasmante delle esperienze, può darsi che un giorno lo diventerà, ma per il momento state concentrati sul presente. Una delle cose più frustranti che possono capitare in estate è vedere gli altri divertirsi mentre voi dovete stare piegati sui libri, cercate quindi di far coincidere il momento della lettura (e perché no anche dei compiti) con momenti della giornata in cui voi per primi siete impegnati con qualche compito noioso come le faccende o qualche mansione pesante.
Se, invece, siete tra quei genitori a cui piace fare i mestieri la mattina presto per avere la giornata libera, potete allora utilizzare il rinforzo positivo promettendo, al termine di un periodo di lettura/studio un’esperienza piacevole come un giro in bicicletta o qualche altro divertimento ricordando, però, che ogni promessa è debito!
Se avete più figli, e siete disperati, potete utilizzare la tecnica “neutralizza il terrorista”: fate attenzione, però, a non abusare di questa strategia perché vi si potrebbe ritorcere contro. Che cos’è un terrorista? Quando si parla di gruppi, il terrorista è quella figura che vuole fare le cose a modo suo a qualunque costo (da non confondere con il polemico che è noioso ma innocuo): non importa se si tratta di una gita, un gioco o di una situazione di vita o di morte; il terrorista vorrà fare di testa sua creando agitazione e scompiglio tra gli altri membri del gruppo (nel vostro caso il terrorista è il/la figli* che non vuole studiare/leggere). Discutere con il terrorista non vi porterà a nulla, giocate quindi d’astuzia rivolgendovi agli altri membri del gruppo mostrando la ricompensa che gli spetta se tutti faranno l’attività da voi proposta (che sia studiare, leggere o anche solo fare silenzio), ma anche le conseguenze che la disobbedienza di uno avrà sul resto del gruppo.
L’esempio più classico può essere il seguente:

Se finite i vostri compiti entro un’ora, dopo andiamo a prendere un gelato/al mare/al luna park/in piscina/a fare una passeggiata/ etc…

Il terrorista, in un primo momento, sarà comunque portato a fare i comodi suoi, ma se il premio promesso è davvero allettante allora saranno gli altri membri del gruppo a censurare la “testa calda” di turno e con un po’ di fortuna riuscirete ad ottenere il risultato sperato.
Le cose potrebbero non essere semplici nemmeno per chi si ritrova a fare i conti con un topolino di biblioteca. La tentazione più forte a cui vostr* figli* dovrà resistere è quella di tuffarsi a capofitto nelle sue letture arretrate (la famosa TBR di cui parlavamo prima), lasciando per ultimi i libri della lista. Altra possibilità è che il/la ragazz* si riproponga di leggere più libri contemporaneamente: una tendenza molto pubblicizzata sui social, ma che spesso non permette di concentrarsi a dovere sui libri in lettura dedicando a ciascuno di essi il tempo necessario.
Anche in questo caso il rinforzo positivo può essere il vostro miglior alleato per risolvere la situazione. Non deve essere il motto dell’estate, ma non è male ricordare ai ragazzi il vecchio adagio “prima il dovere e poi il piacere”: se vedete vostr* figli* indugiare o dilungarsi eccessivamente su una lettura “dalla lista” potete sempre ricordargli che, finché non avrà finito uno dei titoli proposti dal professore, non potrà leggere uno dei suoi libri. Di solito i ragazzi a cui piace leggere (e studiare), hanno un senso del dovere e della responsabilità più alto rispetto ai loro compagni ed è su questo che dovete far leva senza tuttavia diventare didascalici o sminuendoli.

UN INVESTIMENTO IMPORTANTE
Spesso uno degli ostacoli maggiori alla lettura è il prezzo, a volte esorbitante, dei libri. Sopratutto alcune edizioni, con copertina rigida, sovracopertina, etc., possono raggiungere cifre davvero alte per un oggetto che verrà sballottato in vari borsoni, portato al mare ed esposto al rischio di schizzi di gavettone e tuffi a bomba.
Davanti a questo fattore molte persone preferiscono desistere e si arrendono preferendo risparmiare quei soldi per altri investimenti (una scelta che, spesso, non è indolore e che per questo motivo non deve mai essere giudicata da chi al contrario può permettersi di spendere per acquistare libri nuovi ad ogni pié sospinto). Che fare?
Per prima cosa è importante insegnare ai propri figli il senso e il valore dell’oggetto che hanno tra le mani e del denaro.
Se sono molto piccoli potreste dire loro che con i soldi del libro si potrebbero, per esempio, comprare dieci pacchetti di figurine. In base al valore da loro dato al secondo termine di paragone, potranno quindi capire quanto costoso sia un libro.
Fatto ciò è importante resposabilizzarli: spiegare loro che i libri della scuola non sono giocattoli, ma sono fragili e per questo bisogna trattarli con cura senza bagnarli né usarli per scarabbocchiarli o colorare. Una volta fatto comprendere loro il peso economico di un libro, potete procedere con l’acquisto.
In simili occasioni siti come Libraccio possono rivelarsi delle miniere d’oro: il catalogo, infatti, propone testi usati a prezzi contenuti e proporzionati alle condizioni in cui viene venduto il libro (se manca la sovracopertina o ha qualche pagina rovinata il prezzo è più basso); e anche piattaformi più grandi, come Amazon, hanno iniziato a proporre l’opzione “usato come nuovo”. Comprare usato, inoltre, non è sinonimo di povertà né deve essere intesa come un’alternativa umiliante: comprando usato, infatti, si evita che qualcosa ancora funzionante (o in questo caso leggibile) venga buttato via con uno spreco non indifferente di carta e materiali. Comprare usato, quindi, è sinonimo di ecologico; per non parlare delle sorprese che un libro di seconda mano può rivelare: note, segnalibri, pensieri a bordo pagina rimangono spesso incastonati tra le pagine dei libri senza che i precedenti proprietari se ne accorgano.
Sempre in tema di economia, quanta confidenza avete con il booksharing? Spesso, nelle città e in alcuni centri commerciali, sono presenti angoli dedicate al booksharing dove persone lasciano libri in cambio di altri libri. Trovare titoli adatti ai ragazzi in questi posti è spesso difficile, ma specie alle elementari e alle medie è possibile organizzare, d’accordo con gli altri genitori, un programma di booksharing di classe condividendo, una volta stabilite alcune regole, tra compagni i libri proposti dall’insegnante.
Un’alternativa valida al comprare usato può essere la biblioteca: soprattutto nelle grandi città, infatti, il catalogo delle biblioteche è sempre aggiornato e si possono trovare anche più copie di uno stesso romanzo (o comunque richiederne una in prestito da un’altra biblioteca a un costo decisamente inferiore al prezzo di copertina). Le biblioteche, inoltre, esercitano da sempre un certo fascino anche sui non lettori: il labirinto degli scaffali, il silenzio irreale, uomini e donne capaci di trovare, in mezzo a centinaia di volumi, il libro che state cercando, …; abituare i propri figli a frequentare le biblioteche non è solo una soluzione economica al dover comprare i libri a cui sono interessati, ma è un modo per valorizzare un servizio pubblico spesso poco considerato.
Se, invece, non potete proprio esimervi dall’entrare in biblioteca potreste pensare di aderire ai programmi fedeltà promossi dalla stessa: spesso, infatti, ai nuovi membri vengono offerti sconti già dal primo acquisto e i punti cumulati hanno spesso valore annuale così che, alla chiusura del prossimo anno scolastico, potrete acquistare altri libri con ulteriori sconti.
Un’opzione ancora non molto gettonata e guardata con un certo disprezzo dai lettori “vecchio stile” è quella costituita dagli e-book: non solo, solitamente, hanno un prezzo inferiore rispetto al formato cartaceo, ma alcune case editrici mettono gratuitamente a disposizione alcuni dei loro titoli, per non parlare di programmi come KindleUnlimited che permette di scaricare ad un prezzo ridotto, se non addirittura gratuitamente, molti dei titoli presenti su Amazon; certo, per quest’ultima opzione è necessario possedere un kindle, ma a volte l’acquisto del dispositivo può risultare più economica dell’acquisto delle diverse edizioni cartacee. A prescindere che possediate o meno un Kindle, gli e-book non sempre necessitano di dispositivi dedicati per essere letti e si possono trovare (o convertire) facilmente in pdf in modo da poterli leggere anche su tablet o sul telefono (anche se questa seconda opzione non è particolarmente salutare per gli occhi).

ASSI NELLA MANICA
Avete ancora qualche dubbio o non avete trovato l’idea che fa per voi? Ecco allora i nostri ultimi consigli.
Avete presente le ciliegie? Avete presente il detto “una tira l’altra“? Se, miracolosamente, il vostr* figli* lucertolina da spiaggia dovesse appassionarsi a un libro, potreste informarvi se il titolo fa parte di una saga e, nel caso, provare a procurarvi, una volta sicuri del reale interesse di vostr* figli*, anche gli altri titoli della saga.
Se, invece, è il topolino di biblioteca a litigare con la lista potreste cercare un compromesso con il professore di italiano (all’insaputa di vostr* figli* in modo da non sminuire l’importanza dei compiti assegnati) proponendogli di accettare tra le schede da presentare anche alcune fatte sulle letture spontanee fatte durante i mesi estivi.
A prescindere che abbiate figli topolini o figli lucertoline, ricordatevi il valore che ha l’esempio dato dai genitori: che siate o meno dei lettori accaniti, vedere con quanto impegno vi dedicate anche ai compiti meno piacevoli (mostrando oltretutto i buoni frutti che da questo raccogliete) ispirerà i vostri figli creando in loro un desiderio di buona emulazione. Se, invece, siete voi per primi dei divoratori di libri cercate di trasformare il momento della lettura in un’esperienza condivisa. Potreste, per esempio, proporre di leggere insieme lo stesso libro (aggiungendo una gara a chi fa meglio le voci) oppure proporre di leggere nello stesso momento ognuno il proprio libro. Spesso i lettori amano leggere in determinati luoghi della casa a determinati orari (sì, siamo abitudinari come la luna) ritagliandosi un momento che, agli occhi esterni, si permea di mistero stuzzicando la curiosità dei “non addetti alla lettura”. Proporre ai ragazzi di condividere uno spazio e del tempo li farà sentire speciali (esattamente come si sentirebbe un lettore invitato dal suo autore preferito a prendere un caffé a casa sua) perché coinvolti in qualcosa da cui prima erano esclusi.

*Jo

“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo

Furiae

.: SINOSSI :.

Insieme a Tisifone volerai fin sopra le mura del Tartaro. Senza identità, con pistola e misericordia in pugno, combatterai nella Spagna burrascosa dei conquistadores. Al fianco di Naaktara percorrerai le sabbie impervie della Duat: l’oltretomba egizio. E in una Lombardia trecentesca, con la piccola Rosa e Grifo, scoprirai che anche l’Italia può essere fredda come le fiabe più oscure.
Le donne sorprendenti di FURIAE non sono guidate solo dalla violenza e dalla vendetta. Perché si può essere orgogliose, combattive, tenaci e inarrestabili anche lottando per un’emozione intensa come l’amore.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Furiare è stato il volume con cui ho concluso, direi degnamente, il mio 2021. Una raccolta di racconti potente e coinvolgente perfetta da leggere quando si ha voglia di sentirsi forti.
Le protagoniste di Furiae, come promesso dal sottotitolo dell’opera “storie fantasy di donne ribelli” sono donne e ragazze fuori dagli schemi in cui qualunque lettrice riesce però ad identificarsi. Sono diverse, vere, vive e credibili ed è proprio questo a rendere la raccolta emotivamente coinvolgente.

Tra le quattro protagoniste mi è piaciuta soprattutto Tisifone. Il racconto in cui appare dà il titolo all’intera raccolta, è il primo e anche il più breve. Il centro di Tisifone, ciò che la muove e che mi ha fatto empatizzare con lei, è l’amore per sua sorella: sebbene io sia figlia unica ho ritrovato in me stessa quell’ardore che la spinge a rischiare il tutto e per tutto per coloro che ama.
L’amore è il tema principale del primo racconto, Furiae, ma lo è anche dell’ultimo, intitolato Fine della storia che tra tutti è decisamente il mio preferito. Fine della storia ha un sapore malinconico, a tratti epico che mi ha ricordato un po’ la storia infinita, forse per l’età della giovane protagonista o per le ambientazioni tetre, seppur condite di speranza, in cui i personaggi si muovono. Il solo difetto che posso trovare a questo racconto è l’essere durato troppo poco: le potenzialità della trama erano da romanzo. Grifo e Rosa, i protagonisti di quest’ultima avventura, sono nettamente più complessi rispetto alle donne che animano i tre racconti precedenti e la loro personalità riesce a spiccare. Anche l’uso del dialetto nei dialoghi è stato, secondo me, un punto a favore: ha reso il racconto molto più realistico.

La scrittura di Zarbo mi piace molto. Si tratta di uno stile visivo in cui l’uso di ottime e originali metafore permette al lettore di vedere davvero le scene immaginate dall’autore.
L’autore sa bene anche quando è il caso di usare uno stile più delicato, poetico ed onirico e quando invece è giusto che la scrittura sia tagliente e affilata. Non risparmia al lettore dettagli sconcertanti e riesce a creare fastidio, ansia e irritazione tanto quanto sollievo, felicità e gioia.

La raccolta merita un 8.5/10. Il solo motivo per cui non me la sento di “promuovere il libro a pieni voti” è la brevità, a volte eccessiva, dei racconti.
Zarbo è bravo a ideare storie, è altrettanto bravo a scriverle. Tuttavia le trame che crea, proprio perché sono complicate e interessanti, sarebbero decisamente più adatte ad un romanzo piuttosto che a un racconto.
La raccolta è adatta a ragazzi e ragazze che amano non solo il fantasy, che per altro è un elemento spesso di contorno e poco invasivo, ma soprattutto le storie di avventura. Consiglierei questa raccolta anche a chi desidera leggere qualcosa che lo ispiri nella vita di tutti i giorni: Tisifone porta al lettore l’amore di una sorella tanto quanto il coraggio di dire di no davanti ai soprusi; la protagonista senza nome della seconda storia ricorda che non bisogna mai farsi calpestare da nessuno; Naaktara ci spiega che scegliere diversamente dalla tradizione a volte non è solo giusto, ma doveroso; la piccola Rosa, Grifo e la merla che tutti noi, per quanto possiamo ritenerci insignificanti, siamo importanti.

*Volpe

Il labirinto del fauno

.: SINOSSI :.

Spagna, 1944. Ofelia è soltanto una bambina quando con la madre prossima al parto si trasferisce in un vecchio mulino tra le montagne dove il patrigno, lo spietato capitán Vidal, è di stanza per annientare i ribelli che si oppongono al regime franchista. Presto le sue amate fiabe e l’antica foresta incantata attorno alla casa divengono l’unico conforto, una via di fuga dal terrore e dal dolore che avvelenano la sua vita. Finché un giorno, guidata da una Fata, si addentra in un labirinto nelle cui profondità un misterioso Fauno la attende da tempo per sottoporla a tre prove di coraggio. Solo superandole, potrà fare ritorno nel Regno Sotterraneo, lei, la principessa perduta, fuggita perché sognava il mondo degli umani, e condannata a vagare sulla terra senza memoria. Sembra il finale di una fiaba. Ma quando la magia si rivelerà non meno oscura e terrificante della realtà, Ofelia dovrà scegliere cosa è disposta a sacrificare per salvare se stessa.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il libro scaturito dalla penna di Cornelia Funke, basato sull’omonimo film di Del Toro, è un vero gioiellino letterario.
Pur ricalcando fedelmente la trama del film e riportandone la maggior parte dei dialoghi, il libro non è una scarna sceneggiatura ma un bellissimo romanzo curato nei minimi dettagli. I personaggi sono ben caratterizzati, cosa che permette al lettore di immedesimarsi meglio nella storia e capirne tutte le dinamiche: persino il capitano Vidal ha una caratterizzazione molto forte e precisa che lo rende un personaggio incredibile nella sua follia e negatività.

Alla storia di Del Toro, Cornelia Funke aggiunge la propria fantasia: il romanzo è diviso in parti, ognuna delle quali è introdotta da una fiaba che riporta, trasportandoli nel mondo incantato creato dall’immaginazione di Ophelia, gli antefatti che hanno dato vita alla narrazione. Tra queste pagine il lettore trova uno sguardo più concreto al mondo sotterraneo e ai suoi abitanti, così come nuove allegorie che legano indissolubilmente il mondo incantato a quello reale.
Infatti, sebbene Il labirinto del Fauno finga di essere un romanzo fantasy, la storia che racconta è quella della Spagna di Franco e dei suoi orrori.
Il labirinto del fauno è il racconto di una fuga. Non riuscendo a sopportare il male che la circonda e nel tentativo di trovare una giustificazione al dolore che prova, Ophelia costruisce un mondo incantato in cui possa finalmente avere un po’ della felicità che sente di aver perso. All’interno della narrazione, le creature che Ophelia incontra e le prove che deve portare a termine sono probabilmente vere, ma, proprio a causa delle molte analogie tra i due mondi (di cui vi parleremo in un apposito articolo), il lettore conserva un certo dubbio.
Alla fine, si è portati a sperare che tutto quello vissuto dalla bambina nel mondo magico sia vero. Esattamente come Ophelia, il lettore desidera trovare il lieto fine di questa vicenda in un altro luogo, meno devastato dal male, forse meno ingiusto.

Esiste una sola parola per descrivere la scrittura della Funke: musicale. Gli aggettivi sono accostati ai nomi con attenzione e dovizia tanto che anche nelle descrizioni più cruente la prosa è dolce, fiorita e incantevole.
Il voto complessivo che mi sento di dare al romanzo è 8/10, questo perché, come per altri romanzi, la strategia di marketing che lo vede adatto ad un pubblico di bambini è totalmente sbagliata.
L’impaginazione, così come la dimensione del testo e le splendide illustrazioni sono una tentazione per i giovani lettori che, magari, avendo letto altro di Cornelia Funke e non avendo visto il film di Del Toro pensano di trovarsi tra le mani un romanzo adatto alla loro età. Solo che non è così: al di là delle numerose scene ricche di particolari macabri e freddissime nella loro crudeltà, che penso un ragazzo possa tranquillamente leggere anche a undici o dodici anni, è il contesto storico complesso e molto ingarbugliato a richiedere il sostegno di un adulto durante la lettura. D’altra parte, il fatto che abbia due livelli di lettura, uno più fantasioso e leggero e l’altro più storico e pesante, è un dettaglio che rende il romanzo adatto sia ad un pubblico giovane sia ad uno più adulto.
Consiglio di usare questo romanzo per una buona sessione di lettura in famiglia, potrebbero nascerne riflessioni interessanti!
Presto pubblicheremo un secondo articolo dedicato a Il labirinto del Fauno dove analizzeremo alcuni particolari del film e del romanzo: tra questi ci saranno paragrafi dedicati alle chiavi e al loro significato, all’Uomo Pallido e all’importanza del tempo che riempie ogni singola pagina del romanzo.

*Volpe

Sei di Corvi

.: SINOSSI :.

A Ketterdam, vivace centro di scambi commerciali internazionali, non c’è niente che non possa essere comprato e nessuno lo sa meglio di Kaz Brekker, cresciuto nei vicoli bui e dannati del Barile, la zona più malfamata della città, un ricettacolo di sporcizia, vizi e violenza. Kaz, detto anche Manisporche, è un ladro spietato, bugiardo e senza un grammo di coscienza che si muove con disinvoltura tra bische clandestine, traffici illeciti e bordelli, con indosso gli immancabili guanti di pelle nera e un bastone decorato con una testa di corvo. Uno che, nonostante la giovane età, tutti hanno imparato a temere e rispettare. Un giorno Brekker viene avvicinato da uno dei più ricchi e potenti mercanti della città e gli viene offerta una ricompensa esorbitante a patto che riesca a liberare lo scienziato Bo Yul-Bayur dalla leggendaria Corte di Ghiaccio, una fortezza considerata da tutti inespugnabile. Una missione impossibile che Kaz non è in grado di affrontare da solo. Assoldati i cinque compagni di avventura – un detenuto con sete di vendetta, un tiratore scelto col vizio del gioco, uno scappato di casa con un passato da privilegiato, una spia che tutti chiamano lo “Spettro”, una ragazza dotata di poteri magici -, ladri e delinquenti con capacità fuori dal comune e così disperati da non tirarsi indietro nemmeno davanti alla possibilità concreta di non fare più ritorno a casa, Kaz è pronto a tentare l’ambizioso quanto azzardato colpo. Per riuscirci, però, lui e i suoi compagni dovranno imparare a lavorare in squadra e a fidarsi l’uno dell’altro, perché il loro potenziale può sì condurli a compiere grandi cose, ma anche provocare grossi danni…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Non vi è dubbio: la scrittura di Leigh Bardugo in Sei di Corvi è un vero e proprio gioiello. Se tra le pagine di Tenebre e Ossa abbiamo incontrato una scrittrice acerba e con moltissime potenzialità, qui vediamo sbocciare i fiori di un lavoro sicuramente duro e intenso.
Lo stile è ciò che ho preferito del romanzo: le parole sono tutte al posto giusto e creano un ambiente credibile dove personaggi realistici si muovono perfettamente a loro agio. Le descrizioni portano luoghi e persone davanti agli occhi del lettore e gli escamotage letterari con cui l’autrice racconta il passato dei suoi protagonisti sono invidiabili.

In generale, preferisco questo tipo di trama rispetto a quella della trilogia: pieno di azione e ricco di sotterfugi e colpi di scena, Sei di Corvi è un romanzo che non annoia e tiene il lettore incollato dalla prima all’ultima pagina. Ambientato nello stesso universo di Tenebre e Ossa, le vicende che compongono Sei di Corvi avvengono temporalmente dopo la trilogia. Sebbene anche da questo romanzo si riesca a capire bene il mondo in cui i personaggi si muovono, è inevitabile che il lettore si faccia qualche piccolo spoiler involontario: per questo consiglierei generalmente di leggere prima la trilogia e approcciarsi dopo alla lettura di questa dilogia.

I sei protagonisti sono descritti abbastanza bene, con l’eccezione di Wylan che immagino avrà una parte un po’ più concreta nel secondo romanzo, ed è impossibile non affezionarsi a ciascuno di loro. Pur essendo molto diversi, si muovono in perfetta armonia e la scelta di dare a ciascuno un tratto distintivo è vincente. In questo romanzo, la Bardugo indugia volentieri sulla caratterizzazione dei suoi personaggi che si finisce per conoscere nel profondo: il passato di ciascun Corvo viene lentamente sviscerato dando al lettore tutti gli indizi necessari a ricostruirne la personalità complessa. Sebbene, come forse tutti quasi, io abbia amato i personaggi di Kaz e Inej, il mio personaggio preferito è sicuramente Matthias: si tratta di un personaggio molto complicato la cui profondità sta nel bisogno di trovare se stesso in un mondo che non fa altro che etichettarlo; i suoi cambiamenti non sono campati per aria e anzi sono il frutto di un lungo lavoro personale che rende Matthias un personaggio molto adulto.
Ecco che quindi arriviamo al problema più grande del romanzo: l’età dei protagonisti. Credo fermamente che la Bardugo abbia scritto Sei di Corvi avendo in mente dei personaggi di circa trent’anni e che, per poter vendere, sia stata obbligata a renderli minorenni. I personaggi hanno una profondità che non si addice a degli adolescenti; un vissuto troppo complesso per essere stato portato avanti in diciassette anni di vita scarsi; sono sostanzialmente troppo adulti.
Trovo che questo sia un vero peccato, perché presentare un romanzo di questo calibro con personaggi anagraficamente più grandi sarebbe stata una bellissima sorpresa per chi, come me, è stanco dei soliti romanzi in cui protagonisti semi adolescenziali risolvono rocambolescamente situazioni impossibili.

In generale, la trama è credibile e ben studiata, nonostante i capitoli precedenti al finale mi siano sembrati un po’ esagerati. Fastidioso è il modo in cui l’autrice, pur usando un narratore interno, ha scelto di tenere il lettore all’oscuro di certe parti del grande piano dei corvi: purtroppo, non sempre questo escamotage è giustificato o credibile.
Sei protagonisti non sono facili da gestire: il fatto che la Bardugo ci riesca dovrebbe già dare un’idea riguardo la sua abilità di scrittrice.
Il romanzo si merita un 8/10. La trama ricca di adrenalina e i personaggi di qualità superiore alla media rendono il romanzo uno splendido libro per ragazzi e non. Chi cerca l’avventura troverà tra le pagine di Sei di Corvi una storia indimenticabile da cui prendere spunto per sognare ad occhi aperti: alla fine del libro, Ketterdam è un luogo riconoscibile, i Corvi diventano veri e propri amici che il lettore desidera conoscere più nel profondo.

*Volpe

L’Ombra di Caterina

.: SINOSSI :.

«Oggi è festa. Nella chiesetta del borgo battezzano il mio bambino. Io non ci potrò essere, ufficialmente: devo stare nascosta.» Comincia così il racconto di una donna che la Storia ha a lungo dimenticato: Caterina, la madre di Leonardo da Vinci. Giovane popolana, sedotta dal notaio ser Pietro da Vinci, Caterina rimane incinta di un figlio che non potrà allevare: lo allatta, ma le viene tolto dalle braccia per essere cresciuto nella casa paterna. Il suo bellissimo bambino potrà godere di molti più agi, certo, ma rimarrà sempre un bastardo: non erediterà né titoli né proprietà e dovrà vivere solo del suo ingegno. Anche la vita di Caterina non sarà facile: l’accusa di stregoneria, il matrimonio con un ex soldato di ventura, cinque figli da crescere, e sempre il rimpianto per quel primogenito perduto che può vedere solo da lontano. Leonardo si trasferisce a Firenze, entra nella bottega del Verrocchio, manifesta ingegno e talento al di là di ogni previsione, ma si trova macchiato da un’accusa di sodomia. Meglio partire per una città più grande, più libera, piena di opportunità, la Milano degli Sforza. Madre e figlio sono destinati a non rivedersi mai più? O Caterina potrà riunirsi a Leonardo, coronando il sogno di stargli vicino, che ha dato luce e senso alla sua intera vita?

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con L’Ombra di Caterina, Marina Marazza si conferma ai miei occhi come un’ottima autrice di romanzi storici, capace di far appassionare i suoi lettori ai personaggi che decide di raccontare.
Lo scorso anno avevo divorato il suo Io sono la strega e, certa di ritrovare tra le pagine de L’ombra di Caterina la stessa scintilla che mi aveva coinvolta ed emozionata, ho subito recuperato anche questo libro. Per fortuna, non sono rimasta delusa.
Il romanzo parla della madre di Leonardo Da Vinci, figura così poco conosciuta da essere dimenticata dai più, e ne analizza la vita con una prosa semplice, scorrevole e coinvolgente. L’appendice del romanzo racconta interamente di come la Marazza è venuta a conoscenza di questa storia, di cosa l’ha incuriosita e delle persone che l’hanno aiutata; l’autrice stila una lista dei documenti che ha consultato, mostrando al lettore quanto lavoro ci sia dietro un romanzo storico; racconta anche quali licenze si è presa elencando gli eventi storici realmente accaduti e quelli che invece ha inserito di suo pugno per colmare i vuoti storiografici; come è naturale, l’autrice fa notare che essendo un romanzo scritto in prima persona i pensieri non corrispondono necessariamente a quelli formulati da Caterina. Un’onestà, questa, che rende ancora più apprezzabile il romanzo.
Dunque, come è strutturato il romanzo? La struttura è ciclica: comincia dalla fine ed è proprio questo a spingere Caterina a raccontare la propria vita. Come per Io sono la strega la trama copre un arco temporale che va dall’infanzia della protagonista fino alla sua vecchiaia. Leonardo da Vinci è il fulcro della narrazione pur essendo scarsamente presente: separata dal figlio che ha messo al mondo con Piero da Vinci, Caterina ricorda il suo bambino ogni giorno, anche quando si è fatta donna e la sua famiglia si allarga. Il romanzo sottolinea la forza dei legami affettivi e la Marazza lascia intendere, sia con il titolo del libro sia con gli argomenti portati avanti nel corso della narrazione, che il genio di Leonardo derivi proprio dal ramo di sua madre, come se l’ombra della donna, il suo ingegno e la sua caparbia, lo avessero accarezzato per tutta la vita.

A mio giudizio, il voto che questo romanzo merita è un buon 9/10. L’ho preferito rispetto a Io sono la strega che comunque mi era piaciuto molto. In questo romanzo la Marazza è più delicata nelle descrizioni e non si lascia quasi mai prendere da situazioni che possono turbare il lettore.
Nonostante la trama presenti un intreccio relativamente semplice, gli argomenti trattati e i temi approfonditi sostengono molto bene la narrazione. Il punto di forza di questa autrice è l’essere in grado di trattare con semplicità argomenti molto complessi: l’autrice descrive magistralmente gli usi e i costumi del tempo; porta alla luce tante curiosità riguardo l’epoca in cui ambienta i suoi romanzi (per esempio racconta della costruzione del Duomo di Milano nel dettaglio; parla dei Disciplini, un ordine ecclesiastico dedito al conforto dei condannati a morte… etc) e le spiega con linguaggio semplice rendendo tutto molto intuitivo. La Marazza racconta bene anche la Firenze dei Medici; porta davanti al lettore Savonarola con le sue sconvolgenti novità; descrive nel dettaglio la Milano degli Sforza. Insomma, in generale si ha sempre la sensazione di essere accanto alla protagonista e di vedere ogni luogo come se fosse la prima volta in cui ci si mette piede.
Il lettore si renderà conto quasi subito, prendendo tra le mani questo libro, che il sotto-tema principale affrontato dalla Marazza è la condizione della donna nel medioevo: leggendo le pagine in cui rivive Caterina, è inevitabile non rendersi conto di quanto questo argomento stia a cuore all’autrice. Ogni pagina, per non dire ogni riga, racconta delle difficoltà, dei dolori e dell’ingegno di chi non ha mai potuto fare la storia. Le donne di cui scrive la Marazza sono donne semplici, popolane e relativamente povere, che affrontano la vita con uno stoicismo invidiabile mostrando come la forza abbia sede nell’anima e nel cervello più che nei muscoli.
Consiglio questo romanzo a chi ha voglia di approfondire la storia della madre di Leonardo da Vinci e a chi ha voglia di godersi un buon romanzo storico; se invece cercate un romanzo pieno di avventura, allora, forse, questo non fa per voi.

*Volpe

Dark Academia: corrente estetica o sindrome dell’epoca d’oro?

Nata su TikTok e Tumblr durante la pandemia da Covid-19, la web subculture della Dark Academia ha velocemente invaso internet grazie a casse di risonanza come Pinterest e Instagram, raggruppando intorno a sé un folto numero di ammiratori, esteti e amanti della moda anni ’20, ’30 e ’40.
Nonostante la Dark Academia abbia principalmente influenzato il settore della moda, questa tendenza non può essere ridotta ad una mera corrente estetica né la si può circoscrivere ad un fenomeno social caratterizzato da pantoni scuri, oggetti vintage e suggestioni nostalgiche.

Fulcro della Dark Academia sono la consapevolezza dell’importanza dell’istruzione e l’esaltazione della cultura classica e delle materie umanistiche; declinati in una passione ardente e totalizzante per lo studio di materie prevalentemente letterarie e, più raramente, scientifiche.
A livello superficiale questa attitudine si traduce con un interesse per la lettura, specialmente dei classici, e le discipline filosofico letterarie. Ad un livello più profondo e conscio, invece, l’approccio Dark Academia mira a rendere l’esperienza dello studio qualcosa di assoluto in cui mente e materia si fondono portando l’individuo ad estraniarsi dal mondo e dalla realtà circostante. Lungi dall’essere fine a se stesso, questo metodo è propedeutico al processo di crescita interiore e perfezionamento che costituisce l’essenza più profonda della Dark Academia.
Per quanto affascinante, questo modus operandi non è stato risparmiato dai giudizi negativi che si sono prevalentemente concentrati proprio sull’eccessiva esaltazione dell’apprendimento e della teoria a scapito, per esempio, dell’attività fisica o della naturale alternanza tra sonno e veglia.
Nel criticare la Dark Academia, il suo stile e la filosofia che vi sta dietro, è bene tenere a mente il contesto storico e sociale in cui questa corrente ha iniziato ad affermarsi: un periodo in cui migliaia di giovani sono stati contemporaneamente costretti, a causa della pandemia e delle misure di contenimento attuate nei vari paesi, a vivere l’università e la scuola lontani da ambienti stimolanti come atenei e aule scolastiche subendo, di contro, un’autentica invasione tecnologica che ha disumanizzato e sterilizzato il processo di apprendimento compromettendo i rapporti e le interazioni sociali.
L’onnipresenza di dispositivi elettronici e il loro uso sfrenato hanno portato gli affiliati della Dark Academia a formulare una critica all’utilizzo delle nuove tecnologie ree, secondo questa corrente di pensiero, di aver esaltato il futuro, la tecnica e il digitale a svantaggio di uno stile di vita maggiormente incentrato sulla cultura, l’introspezione e la ricerca del bello e del buono.
Dal punto di vista estetico e grafico la corrente della Dark Academia si compone di elementi e suggestioni romantiche e tendenzialmente nostalgiche: una vecchia edizione di un romanzo, una candela ed una un orologio ed una bella penna stilografica sono, in genere, sufficienti a ricreare queste atmosfere melanconiche e la reperibilità di questi oggetti ha sicuramente favorito la diffusione e il successo di questo tipo di aesthetics.
Essendo una corrente nata in ambito accademico/scolastico, le ambientazioni che maggiormente si prestano come cornici sono edifici antichi, atenei e istituti, giardini e qualsiasi altro luogo di gusto classico e neoclassico, vittoriano, rinascimentale e leggermente gotico.
Per rispettare i canoni della Dark Academia, il leit motiv deve essere presente tanto all’esterno, quanto all’interno ricreato con mobili antichi, suppellettili vintage e un inventario di oggetti e decorazioni che richiamino lo stile a cui si fa riferimento.
Vecchi orologi da taschino o gioielli, vecchie edizioni di romanzi o cataloghi delle collezioni dei musei più prestigiosi sono solo alcuni degli elementi che maggiormente ricorrono nei feed etichettati come #DarkAcademia su Instagram e Pinterest.
Per quanto riguarda il guardaroba, invece, la moda Dark Academia riprende tanto nelle tinte, quanto nelle fogge e nelle fantasie le divise scolastiche delle accademie e dei college inglesi ed americani. Uno stile classico che ha facilmente conquistato gli amanti delle gonne e dei pantaloni di tweed o principe di Galles, dei pullover e dei capispalla oversize, delle camicie bianche e delle scarpe stringate.
Per quanto riguarda la scelta cromatica, la Dark Academia si avvale principalmente di tinte autunnali spaziando sulle numerose sfumature del marrone e dell’arancione, del verde, molto raramente del blu, e del nero; usate per creare contrasto con colori decisamente più chiari come le diverse tonalità del bianco e del grigio.

Come già ampliamente spiegato, la Dark Academia si distingue dalle altre sub culture nate sui social per via della sua esaltazione del passato e il suo strizzare l’occhio ad un mondo scevro di quell’inquinamento tecnologico che, soprattutto in seguito alla pandemia, è diventato ancora più onnipresente e invasivo tanto in ambito scolastico/accademico quanto lavorativo.
Nonostante la patina di fascino che ammanta questo movimento, è pressoché impossibile non notare alcuni difetti.
Sorvolando sulle accuse di white washing e di eurocentrismo (che sono piuttosto fini a loro stesse), uno degli aspetti che forse rende meno apprezzabile questo stile è la sua vocazione elitaria: lo stile Dark Academia fa infatti riferimento ad ambientazioni aristocratiche ed esclusive ed è mirato a sensibilizzare i propri affiliati sul “privilegio” nel ricevere una buona istruzione. Questo atteggiamento esclusivo si ripercuote anche sulle attività classificate come Dark Academia che comprendono sport considerati “di nicchia” come il canottaggio, gli sport equestri e il golf; ed attività prevalentemente culturali come, ad esempio, il lettering o gli scacchi.
Altra critica, oltre a quella già presentata sull’eccesso di studio a scapito di altre attività, è stata rivolta al rigetto che i membri di questa corrente di pensiero sembrano avere nei confronti della tecnologia e dei social, salvo poi utilizzarli per condividere i propri scatti ed outfit.
La repulsione del presente,unita all’idea romantica che le cose fossero più belle, se non addirittura migliori, in un tempo ormai passato, alimenta la cosiddetta sindrome dell’epoca d’oro: un atteggiamento connaturale della psicologia umana che tende a mitizzare i fasti di un’epoca passata e a fantasticare su di essa senza tenere conto degli aspetti negativi se non addirittura pericolosi.
D’altro canto, la corrente Dark Academia cerca di sensibilizzare sull’importanza tanto dello studio e della conoscenza, quanto sull’introspezione e sulla crescita personale: pratiche che, in un mondo scandito da ritmi sempre più frenetici, sono difficili da coltivare con costanza.
Altro aspetto molto interessante, e tutt’altro che scontato, è la versatilità di questo stile che può essere adottato indistintamente dagli uomini e dalle donne a prescindere dall’etnia di appartenenza.

In ambito letterario, quanto in quello cinematografico e delle serie tv è importante fare una distinzione tra le opere che rievocano l’estetica Dark Academia e quelle che sono effettivamente rappresentative, per via delle tematiche affrontate, della trama e dei personaggi, di questa corrente.
I romanzi di Donna Tartt, tra cui si annoverano The Secret History (= Dio di Illusioni), The Goldfinch (= Il Cardellino), sono considerati da tutti i capostipiti del genere Dark Academia; mentre romanzi come Ninth House (=La nona casa) di Leigh Bardugo, Raven Boys di Maggie Stiefvater ed Harry Potter di J.K.Rowling rievocano solamente le atmosfere e le ambientazioni Dark Academia.
Per quanto riguarda i film, quelli maggiormente rappresentativi del genere sono Dead Poets Society (= L’attimo Fuggente), The Emperor’s Club (= Il Club degli imperatori), Monalisa Smile, Kill Your Darlings (= Giovani ribelli) e, per il leit motiv, Midnight in Paris.
Serie tv con ambientazioni Dark Academia possono considerarsi The Queen’s Gambit (= La regina degli scacchi), Riverdale, Legacy, Fate The Winx Saga.

Un’ulteriore precisazione va fatta sui generi letterari e cinematografici che rientrano nella Dark Academia.
Nonostante molte delle opere sopra elencate abbiano elementi gotici/fantastici o siano ambientate in luoghi immaginari, la Dark Academia non è da intendere né come una sfumatura del genere fantasy né di quello gotico, così come è sbagliato declinare questa corrente come una sottocategoria del genere period, nonostante molte aesthetic facciano riferimento alla società vittoriana e inglese tra ottocento e novecento

*Devyani

Il diavolo e l’acqua scura

.: SINOSSI:.

Un omicidio in alto mare. Una straordinaria coppia di detective. Un demone che esiste. O forse no. Batavia, Indie orientali olandesi, 1634. La Saardam, col suo carico di pepe, spezie, sete e trecento anime tra passeggeri e membri dell’equipaggio, è pronta a salpare alla volta di Amsterdam. Una traversata non priva di insidie, tra malattie, tempeste e pirati in agguato in oceani ancora largamente inesplorati. Le vele ripiegate, il galeone accoglie nel suo ventre il corteo dei passeggeri aperto da Jan Haan, il governatore generale di Batavia. In sella a uno stallone bianco, seguito da un’accozzaglia di cortigiani e adulatori e da quattro moschettieri che reggono una pesante cassa dal contenuto misterioso, Haan procede impettito. Ad Amsterdam riceverà l’ambito premio per i suoi servigi: sarà uno degli enigmatici Diciassette del consiglio direttivo della Compagnia. Poco dietro avanza il palanchino che ospita Sara Wessel, sua moglie, una nobildonna dai capelli rossi decorati di gemme preziose e un segreto ben custodito nel cuore, e Lia, sua figlia, una ragazzina insolitamente pallida. Seguono dignitari e passeggeri di riguardo, ciambellani, capitani della guardia e viscontesse e, alla fine, a chiudere il corteo, un uomo coi ricci scuri appiccicati alla fronte e un altro con la testa rasata e il naso schiacciato. Sono Samuel Pipps, celebre detective appena trasferito al porto dalle segrete del forte, dov’era recluso con l’accusa di aver commesso un crimine meritevole di processo in patria, e il tenente Arent Hayes, sua fedele guardia del corpo. Le operazioni di imbarco proseguirebbero secondo un consolidato copione se un oscuro evento non funestasse la partenza. In piedi su una pila di casse, un lebbroso vestito di stracci grigi, prima di prendere stranamente fuoco, annuncia che «il signore dell’oscurità» ha decretato che ogni essere vivente a bordo della Saardam sarà colpito da inesorabile rovina e che la nave non arriverà mai alla sua meta. Non è il solo segno funesto. Non appena il galeone prende il largo, sulle vele compare uno strano simbolo: un occhio con una coda. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il diavolo e l’acqua scura è ufficialmente parte della mia top ten. 
E’ difficile, per me, scrivere questa recensione: il romanzo mi ha catturata fin dalla prima pagina e ha conquistato il mio cuore con un finale che, per quanto fantasioso, resta convincente e coerente. Vorrei raccontarvelo per intero, ma il tacito accorto tra blogger e lettore mi impone di non scrivere spoiler. Così, devo mordermi le mani e cercare di farvi sentire le mie emozioni senza rovinarvi il piacere della lettura.

La trama è un intreccio coinvolgente; è il palcoscenico perfetto per una rosa di personaggi accattivanti che, pagina dopo pagina, accompagnano il lettore in un viaggio lungo e misterioso. Quelli che Turton descrive non sono personaggi bidimensionali: sono persone. Hanno tutti le loro debolezze, i loro rimorsi; non sono liberi dalla cattiveria né sono immuni dalle paure. Però sanno anche cos’è la speranza, hanno desideri credibili e coerenti con la loro personalità e sono in grado di affrontare le vicende di cui sono protagonisti con coraggio e ingegno. 
Il personaggio che ho apprezzato di più è Sara: alle spalle ha una storia complessa intrisa di violenza e di paura, eppure non ha perso la voglia di vivere. Il suo fuoco è il desiderio di poter regalare a sua figlia tutte le possibilità che la vita ha tolto a lei. Nella sua semplicità l’ho trovata una donna forte, capace di mostrare il proprio valore con la determinazione di chi ha tanto da perdere ma troppo da guadagnare per potersi accontentare di una vita perfetta solo nelle apparenze. Arent, la controparte maschile di Sara, è il tipico uomo bruto (non brutto) ma buono: con la stazza di un gigante incute timore e rispetto, ma ha il cuore tenero e tanta voglia di fare del bene. 
Attorno a loro si muovono personaggi di ogni sorta che, pur non essendo protagonisti movimentano e danno un senso a tutta la complicatissima trama che l’autore ha messo in piedi. 

L’ambientazione è innovativa: per quanto io mi sforzi di ricordare, non mi sembra di aver mai letto altri romanzi interamente ambientati su un vascello. Onestamente, non so definire quanto accurate siano le descrizioni della vita in mare aperto, ma non penso che Turton si sia lanciato nella scrittura di questo romanzo senza aver prima svolto ricerche accurate e dettagliate: non sembra proprio il tipo. Alla fine della lettura, conosciamo tutto della Saardam, e ho apprezzato che l’ambientazione risultasse così viva, tangibile.

Se, talvolta, trama complicata significa finale contorto, sarete contenti di sapere che questo non è il caso de il diavolo e l’acqua scura
Ogni dubbio trova una risposta, ogni obiezione viene prontamente raccolta dall’autore e spiegata. Il filo rosso che collega la prima pagina all’ultima, una volta chiuso il romanzo, può essere disteso tranquillamente: ciascun lettore noterà che tutto è perfettamente al suo posto. 
Turton è un ottimo giallista, non ho ancora letto Le sette morti di Evelyne Hardcastle ma se è scritto bene anche solo la metà di questo penso che sia un romanzo imperdibile. E’ anche un bravissimo romanziere storico e per questo è difficile collocare il suo libro in un genere preciso: la penna di Turton delinea una trama che si muove tra realtà, superstizione, magia, storia ed enigmi. E’ un romanzo avventuroso tra le cui pagine di nasconde un mistero che va risolto; allo stesso tempo il mistero è un pretesto per trascinare il lettore in una riflessione decisamente più ampia che va a solleticare i lati più profondi dell’animo umano. Chiudendo per l’ultima volta il romanzo il lettore non può non restare ancora imprigionato sulla Saardam, le battute finali a rimbombargli nella testa e una domanda a stuzzicare la sua fantasia: e tu? Tu cosa avresti fatto? 

La scrittura è semplice e priva di fronzoli. Proprio per questo è efficace: è lo stile adatto ad un romanzo di questo genere, dove chiarezza e immediatezza sono necessarie per rendere il testo interessante ed avvincente. Le descrizioni sono comunque presenti e ottimamente scritte; i pensieri dei personaggi sono riportati con cura e attenzione e permettono di empatizzare meglio con loro.

Se non si fosse già capito, il voto finale per questo romanzo, da parte mia, è un 10 pienissimo. 
Turton è un ottimo scrittore, in grado di gestire non solo trame complesse ma precisi richiami letterari: impossibile non notare la somiglianza tra Sammy Pipps e il famosissimo Sherlock Holmes; gli amanti di Lovecraft potrebbero trovare ne Il diavolo e l’acqua scura un romanzo intrigante dove un demone si aggira silenzioso sotto il pelo dell’acqua; i giocatori di ruolo, invece, avranno tra le mani un’avventura affascinante con cui fantasticare e divertirsi. 
Allora, vi ho convinti a salire a bordo? 

*Volpe

Manuale dell’imperfetto viaggiatore

MANUALE DELL’IMPERFETTO VIAGGIATORE

Autore: Beppe Severgnini
Casa Editrice: Rizzoli
Anno di Edizione: 2000

.: SINOSSI :.

È proprio così, a Severgnini i viaggiatori interessano davvero: li segue, li osserva, li descrive in modo esilarante, senza però giudicarli o condannarli. «Eravamo turisti. Siamo diventati viaggiatori. Imperfetti, ma viaggiatori» sostiene l’autore. Siamo curiosi, rumorosi, avventurosi, frettolosi, generosi. Leggiamo poco e compriamo troppo. Siamo complessivamente onesti, e giustamente diffidenti. Siamo tolleranti. Mentre gli stranieri che visitano l’Italia si innervosiscono quando s’imbattono in altri stranieri, noi italiani, incontrando altri italiani, festeggiamo l’avvenimento, manifestando un orgoglio nazionale che in patria teniamo ben nascosto. Se vi riconoscerete in queste pagine, vi raccomandiamo di essere indulgenti. Con voi stessi e con l’autore, che ricorda: «Se ho saputo descrivere la commedia umana che circonda i nostri viaggi, il motivo è uno solo: tra gli attori ci sono anch’io, e di solito mi diverto come un matto».

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il libro è di vent’anni fa, se doveste decidere di leggerlo, vi invito a tenere conto delle differenze che ci sono tra i viaggiatori di oggi e quelli di ieri.
Il Manuale dell’imperfetto viaggiatore è un libro che Severgnini ha scritto raccogliendo i suoi articoli per la rivista Qui Touring: ogni capitolo è una divertente, e a tratti irriverente, immersione nel complesso mondo dei viaggi ma, soprattutto, nella psicologia dei viaggiatori. 
Severgnini analizza con spietata attenzione gli Italiani in vacanza. Il libro non è sicuramente adatto alle persone più permalose perché chiunque potrebbe rivedersi anche nelle descrizioni più satiriche. Tutti siamo stati, almeno una volta e senza rendercene conto, vittime dei piccoli cliché da viaggio. 
Chi è, dunque, l’italiano che viaggia secondo Severgnini? L’autore ha estrapolato dalla propria esperienza personale tutte le informazioni che ha inserito in questo testo: stereotipi, stramberie e simpatiche ingegnosità si contendono il primato per chi possa definire al meglio il viaggiatore italiano. Per quanto io abbia apprezzato la simpatia del libro in sé, a tratti l’ho trovato un po’ superficiale e scontato, specialmente nei capitoli-elenco dove erano riportati strambi ed improbabili esempi di viaggiatori. Ho la presunzione di credere che non tutti i viaggiatori (sia italiani sia non) siano così facili da etichettare.

Il libro è veramente breve, si può leggere in un pomeriggio oppure (cosa che consiglio sperando di avere il tacito benestare dell’autore) durante un lungo viaggio in aereo. Lo stile è quello tipico del giornalismo: privo di dettagli superflui, mira ad accattivarsi la simpatia del lettore. Su alcune pagine, lo ammetto senza alcuna difficoltà, ho passato lunghissimi momenti a ridere a crepapelle. Di certo non si può dire che Svergnini scriva male, al contrario: è abile a giocare con le parole e a creare la giusta enfasi. Non di rado le sue descrizioni prendono vita, stuzzicando la fantasia dei lettori che finisce con l’essere perfettamente in grado di immaginarsi una precisa situazione.

A mio avviso, il libro merita um 7,5/10.
Non è privo di difetti, così come non è nemmeno carico di terribili errori: è un libro carino, divertente, ma che lascia un po’ il tempo che trova. Se letto con attenzione, però, può portare a buone e interessanti riflessioni. 
In ogni caso, è una lettura che consiglio per passare qualche ora di divertente tranquillità. Magari anche da leggere in famiglia, a voce alta, come si faceva una volta!