“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo

Furiae

.: SINOSSI :.

Insieme a Tisifone volerai fin sopra le mura del Tartaro. Senza identità, con pistola e misericordia in pugno, combatterai nella Spagna burrascosa dei conquistadores. Al fianco di Naaktara percorrerai le sabbie impervie della Duat: l’oltretomba egizio. E in una Lombardia trecentesca, con la piccola Rosa e Grifo, scoprirai che anche l’Italia può essere fredda come le fiabe più oscure.
Le donne sorprendenti di FURIAE non sono guidate solo dalla violenza e dalla vendetta. Perché si può essere orgogliose, combattive, tenaci e inarrestabili anche lottando per un’emozione intensa come l’amore.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Furiare è stato il volume con cui ho concluso, direi degnamente, il mio 2021. Una raccolta di racconti potente e coinvolgente perfetta da leggere quando si ha voglia di sentirsi forti.
Le protagoniste di Furiae, come promesso dal sottotitolo dell’opera “storie fantasy di donne ribelli” sono donne e ragazze fuori dagli schemi in cui qualunque lettrice riesce però ad identificarsi. Sono diverse, vere, vive e credibili ed è proprio questo a rendere la raccolta emotivamente coinvolgente.

Tra le quattro protagoniste mi è piaciuta soprattutto Tisifone. Il racconto in cui appare dà il titolo all’intera raccolta, è il primo e anche il più breve. Il centro di Tisifone, ciò che la muove e che mi ha fatto empatizzare con lei, è l’amore per sua sorella: sebbene io sia figlia unica ho ritrovato in me stessa quell’ardore che la spinge a rischiare il tutto e per tutto per coloro che ama.
L’amore è il tema principale del primo racconto, Furiae, ma lo è anche dell’ultimo, intitolato Fine della storia che tra tutti è decisamente il mio preferito. Fine della storia ha un sapore malinconico, a tratti epico che mi ha ricordato un po’ la storia infinita, forse per l’età della giovane protagonista o per le ambientazioni tetre, seppur condite di speranza, in cui i personaggi si muovono. Il solo difetto che posso trovare a questo racconto è l’essere durato troppo poco: le potenzialità della trama erano da romanzo. Grifo e Rosa, i protagonisti di quest’ultima avventura, sono nettamente più complessi rispetto alle donne che animano i tre racconti precedenti e la loro personalità riesce a spiccare. Anche l’uso del dialetto nei dialoghi è stato, secondo me, un punto a favore: ha reso il racconto molto più realistico.

La scrittura di Zarbo mi piace molto. Si tratta di uno stile visivo in cui l’uso di ottime e originali metafore permette al lettore di vedere davvero le scene immaginate dall’autore.
L’autore sa bene anche quando è il caso di usare uno stile più delicato, poetico ed onirico e quando invece è giusto che la scrittura sia tagliente e affilata. Non risparmia al lettore dettagli sconcertanti e riesce a creare fastidio, ansia e irritazione tanto quanto sollievo, felicità e gioia.

La raccolta merita un 8.5/10. Il solo motivo per cui non me la sento di “promuovere il libro a pieni voti” è la brevità, a volte eccessiva, dei racconti.
Zarbo è bravo a ideare storie, è altrettanto bravo a scriverle. Tuttavia le trame che crea, proprio perché sono complicate e interessanti, sarebbero decisamente più adatte ad un romanzo piuttosto che a un racconto.
La raccolta è adatta a ragazzi e ragazze che amano non solo il fantasy, che per altro è un elemento spesso di contorno e poco invasivo, ma soprattutto le storie di avventura. Consiglierei questa raccolta anche a chi desidera leggere qualcosa che lo ispiri nella vita di tutti i giorni: Tisifone porta al lettore l’amore di una sorella tanto quanto il coraggio di dire di no davanti ai soprusi; la protagonista senza nome della seconda storia ricorda che non bisogna mai farsi calpestare da nessuno; Naaktara ci spiega che scegliere diversamente dalla tradizione a volte non è solo giusto, ma doveroso; la piccola Rosa, Grifo e la merla che tutti noi, per quanto possiamo ritenerci insignificanti, siamo importanti.

*Volpe

Il labirinto del fauno

.: SINOSSI :.

Spagna, 1944. Ofelia è soltanto una bambina quando con la madre prossima al parto si trasferisce in un vecchio mulino tra le montagne dove il patrigno, lo spietato capitán Vidal, è di stanza per annientare i ribelli che si oppongono al regime franchista. Presto le sue amate fiabe e l’antica foresta incantata attorno alla casa divengono l’unico conforto, una via di fuga dal terrore e dal dolore che avvelenano la sua vita. Finché un giorno, guidata da una Fata, si addentra in un labirinto nelle cui profondità un misterioso Fauno la attende da tempo per sottoporla a tre prove di coraggio. Solo superandole, potrà fare ritorno nel Regno Sotterraneo, lei, la principessa perduta, fuggita perché sognava il mondo degli umani, e condannata a vagare sulla terra senza memoria. Sembra il finale di una fiaba. Ma quando la magia si rivelerà non meno oscura e terrificante della realtà, Ofelia dovrà scegliere cosa è disposta a sacrificare per salvare se stessa.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il libro scaturito dalla penna di Cornelia Funke, basato sull’omonimo film di Del Toro, è un vero gioiellino letterario.
Pur ricalcando fedelmente la trama del film e riportandone la maggior parte dei dialoghi, il libro non è una scarna sceneggiatura ma un bellissimo romanzo curato nei minimi dettagli. I personaggi sono ben caratterizzati, cosa che permette al lettore di immedesimarsi meglio nella storia e capirne tutte le dinamiche: persino il capitano Vidal ha una caratterizzazione molto forte e precisa che lo rende un personaggio incredibile nella sua follia e negatività.

Alla storia di Del Toro, Cornelia Funke aggiunge la propria fantasia: il romanzo è diviso in parti, ognuna delle quali è introdotta da una fiaba che riporta, trasportandoli nel mondo incantato creato dall’immaginazione di Ophelia, gli antefatti che hanno dato vita alla narrazione. Tra queste pagine il lettore trova uno sguardo più concreto al mondo sotterraneo e ai suoi abitanti, così come nuove allegorie che legano indissolubilmente il mondo incantato a quello reale.
Infatti, sebbene Il labirinto del Fauno finga di essere un romanzo fantasy, la storia che racconta è quella della Spagna di Franco e dei suoi orrori.
Il labirinto del fauno è il racconto di una fuga. Non riuscendo a sopportare il male che la circonda e nel tentativo di trovare una giustificazione al dolore che prova, Ophelia costruisce un mondo incantato in cui possa finalmente avere un po’ della felicità che sente di aver perso. All’interno della narrazione, le creature che Ophelia incontra e le prove che deve portare a termine sono probabilmente vere, ma, proprio a causa delle molte analogie tra i due mondi (di cui vi parleremo in un apposito articolo), il lettore conserva un certo dubbio.
Alla fine, si è portati a sperare che tutto quello vissuto dalla bambina nel mondo magico sia vero. Esattamente come Ophelia, il lettore desidera trovare il lieto fine di questa vicenda in un altro luogo, meno devastato dal male, forse meno ingiusto.

Esiste una sola parola per descrivere la scrittura della Funke: musicale. Gli aggettivi sono accostati ai nomi con attenzione e dovizia tanto che anche nelle descrizioni più cruente la prosa è dolce, fiorita e incantevole.
Il voto complessivo che mi sento di dare al romanzo è 8/10, questo perché, come per altri romanzi, la strategia di marketing che lo vede adatto ad un pubblico di bambini è totalmente sbagliata.
L’impaginazione, così come la dimensione del testo e le splendide illustrazioni sono una tentazione per i giovani lettori che, magari, avendo letto altro di Cornelia Funke e non avendo visto il film di Del Toro pensano di trovarsi tra le mani un romanzo adatto alla loro età. Solo che non è così: al di là delle numerose scene ricche di particolari macabri e freddissime nella loro crudeltà, che penso un ragazzo possa tranquillamente leggere anche a undici o dodici anni, è il contesto storico complesso e molto ingarbugliato a richiedere il sostegno di un adulto durante la lettura. D’altra parte, il fatto che abbia due livelli di lettura, uno più fantasioso e leggero e l’altro più storico e pesante, è un dettaglio che rende il romanzo adatto sia ad un pubblico giovane sia ad uno più adulto.
Consiglio di usare questo romanzo per una buona sessione di lettura in famiglia, potrebbero nascerne riflessioni interessanti!
Presto pubblicheremo un secondo articolo dedicato a Il labirinto del Fauno dove analizzeremo alcuni particolari del film e del romanzo: tra questi ci saranno paragrafi dedicati alle chiavi e al loro significato, all’Uomo Pallido e all’importanza del tempo che riempie ogni singola pagina del romanzo.

*Volpe

Sei di Corvi

.: SINOSSI :.

A Ketterdam, vivace centro di scambi commerciali internazionali, non c’è niente che non possa essere comprato e nessuno lo sa meglio di Kaz Brekker, cresciuto nei vicoli bui e dannati del Barile, la zona più malfamata della città, un ricettacolo di sporcizia, vizi e violenza. Kaz, detto anche Manisporche, è un ladro spietato, bugiardo e senza un grammo di coscienza che si muove con disinvoltura tra bische clandestine, traffici illeciti e bordelli, con indosso gli immancabili guanti di pelle nera e un bastone decorato con una testa di corvo. Uno che, nonostante la giovane età, tutti hanno imparato a temere e rispettare. Un giorno Brekker viene avvicinato da uno dei più ricchi e potenti mercanti della città e gli viene offerta una ricompensa esorbitante a patto che riesca a liberare lo scienziato Bo Yul-Bayur dalla leggendaria Corte di Ghiaccio, una fortezza considerata da tutti inespugnabile. Una missione impossibile che Kaz non è in grado di affrontare da solo. Assoldati i cinque compagni di avventura – un detenuto con sete di vendetta, un tiratore scelto col vizio del gioco, uno scappato di casa con un passato da privilegiato, una spia che tutti chiamano lo “Spettro”, una ragazza dotata di poteri magici -, ladri e delinquenti con capacità fuori dal comune e così disperati da non tirarsi indietro nemmeno davanti alla possibilità concreta di non fare più ritorno a casa, Kaz è pronto a tentare l’ambizioso quanto azzardato colpo. Per riuscirci, però, lui e i suoi compagni dovranno imparare a lavorare in squadra e a fidarsi l’uno dell’altro, perché il loro potenziale può sì condurli a compiere grandi cose, ma anche provocare grossi danni…

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Non vi è dubbio: la scrittura di Leigh Bardugo in Sei di Corvi è un vero e proprio gioiello. Se tra le pagine di Tenebre e Ossa abbiamo incontrato una scrittrice acerba e con moltissime potenzialità, qui vediamo sbocciare i fiori di un lavoro sicuramente duro e intenso.
Lo stile è ciò che ho preferito del romanzo: le parole sono tutte al posto giusto e creano un ambiente credibile dove personaggi realistici si muovono perfettamente a loro agio. Le descrizioni portano luoghi e persone davanti agli occhi del lettore e gli escamotage letterari con cui l’autrice racconta il passato dei suoi protagonisti sono invidiabili.

In generale, preferisco questo tipo di trama rispetto a quella della trilogia: pieno di azione e ricco di sotterfugi e colpi di scena, Sei di Corvi è un romanzo che non annoia e tiene il lettore incollato dalla prima all’ultima pagina. Ambientato nello stesso universo di Tenebre e Ossa, le vicende che compongono Sei di Corvi avvengono temporalmente dopo la trilogia. Sebbene anche da questo romanzo si riesca a capire bene il mondo in cui i personaggi si muovono, è inevitabile che il lettore si faccia qualche piccolo spoiler involontario: per questo consiglierei generalmente di leggere prima la trilogia e approcciarsi dopo alla lettura di questa dilogia.

I sei protagonisti sono descritti abbastanza bene, con l’eccezione di Wylan che immagino avrà una parte un po’ più concreta nel secondo romanzo, ed è impossibile non affezionarsi a ciascuno di loro. Pur essendo molto diversi, si muovono in perfetta armonia e la scelta di dare a ciascuno un tratto distintivo è vincente. In questo romanzo, la Bardugo indugia volentieri sulla caratterizzazione dei suoi personaggi che si finisce per conoscere nel profondo: il passato di ciascun Corvo viene lentamente sviscerato dando al lettore tutti gli indizi necessari a ricostruirne la personalità complessa. Sebbene, come forse tutti quasi, io abbia amato i personaggi di Kaz e Inej, il mio personaggio preferito è sicuramente Matthias: si tratta di un personaggio molto complicato la cui profondità sta nel bisogno di trovare se stesso in un mondo che non fa altro che etichettarlo; i suoi cambiamenti non sono campati per aria e anzi sono il frutto di un lungo lavoro personale che rende Matthias un personaggio molto adulto.
Ecco che quindi arriviamo al problema più grande del romanzo: l’età dei protagonisti. Credo fermamente che la Bardugo abbia scritto Sei di Corvi avendo in mente dei personaggi di circa trent’anni e che, per poter vendere, sia stata obbligata a renderli minorenni. I personaggi hanno una profondità che non si addice a degli adolescenti; un vissuto troppo complesso per essere stato portato avanti in diciassette anni di vita scarsi; sono sostanzialmente troppo adulti.
Trovo che questo sia un vero peccato, perché presentare un romanzo di questo calibro con personaggi anagraficamente più grandi sarebbe stata una bellissima sorpresa per chi, come me, è stanco dei soliti romanzi in cui protagonisti semi adolescenziali risolvono rocambolescamente situazioni impossibili.

In generale, la trama è credibile e ben studiata, nonostante i capitoli precedenti al finale mi siano sembrati un po’ esagerati. Fastidioso è il modo in cui l’autrice, pur usando un narratore interno, ha scelto di tenere il lettore all’oscuro di certe parti del grande piano dei corvi: purtroppo, non sempre questo escamotage è giustificato o credibile.
Sei protagonisti non sono facili da gestire: il fatto che la Bardugo ci riesca dovrebbe già dare un’idea riguardo la sua abilità di scrittrice.
Il romanzo si merita un 8/10. La trama ricca di adrenalina e i personaggi di qualità superiore alla media rendono il romanzo uno splendido libro per ragazzi e non. Chi cerca l’avventura troverà tra le pagine di Sei di Corvi una storia indimenticabile da cui prendere spunto per sognare ad occhi aperti: alla fine del libro, Ketterdam è un luogo riconoscibile, i Corvi diventano veri e propri amici che il lettore desidera conoscere più nel profondo.

*Volpe

L’Ombra di Caterina

.: SINOSSI :.

«Oggi è festa. Nella chiesetta del borgo battezzano il mio bambino. Io non ci potrò essere, ufficialmente: devo stare nascosta.» Comincia così il racconto di una donna che la Storia ha a lungo dimenticato: Caterina, la madre di Leonardo da Vinci. Giovane popolana, sedotta dal notaio ser Pietro da Vinci, Caterina rimane incinta di un figlio che non potrà allevare: lo allatta, ma le viene tolto dalle braccia per essere cresciuto nella casa paterna. Il suo bellissimo bambino potrà godere di molti più agi, certo, ma rimarrà sempre un bastardo: non erediterà né titoli né proprietà e dovrà vivere solo del suo ingegno. Anche la vita di Caterina non sarà facile: l’accusa di stregoneria, il matrimonio con un ex soldato di ventura, cinque figli da crescere, e sempre il rimpianto per quel primogenito perduto che può vedere solo da lontano. Leonardo si trasferisce a Firenze, entra nella bottega del Verrocchio, manifesta ingegno e talento al di là di ogni previsione, ma si trova macchiato da un’accusa di sodomia. Meglio partire per una città più grande, più libera, piena di opportunità, la Milano degli Sforza. Madre e figlio sono destinati a non rivedersi mai più? O Caterina potrà riunirsi a Leonardo, coronando il sogno di stargli vicino, che ha dato luce e senso alla sua intera vita?

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con L’Ombra di Caterina, Marina Marazza si conferma ai miei occhi come un’ottima autrice di romanzi storici, capace di far appassionare i suoi lettori ai personaggi che decide di raccontare.
Lo scorso anno avevo divorato il suo Io sono la strega e, certa di ritrovare tra le pagine de L’ombra di Caterina la stessa scintilla che mi aveva coinvolta ed emozionata, ho subito recuperato anche questo libro. Per fortuna, non sono rimasta delusa.
Il romanzo parla della madre di Leonardo Da Vinci, figura così poco conosciuta da essere dimenticata dai più, e ne analizza la vita con una prosa semplice, scorrevole e coinvolgente. L’appendice del romanzo racconta interamente di come la Marazza è venuta a conoscenza di questa storia, di cosa l’ha incuriosita e delle persone che l’hanno aiutata; l’autrice stila una lista dei documenti che ha consultato, mostrando al lettore quanto lavoro ci sia dietro un romanzo storico; racconta anche quali licenze si è presa elencando gli eventi storici realmente accaduti e quelli che invece ha inserito di suo pugno per colmare i vuoti storiografici; come è naturale, l’autrice fa notare che essendo un romanzo scritto in prima persona i pensieri non corrispondono necessariamente a quelli formulati da Caterina. Un’onestà, questa, che rende ancora più apprezzabile il romanzo.
Dunque, come è strutturato il romanzo? La struttura è ciclica: comincia dalla fine ed è proprio questo a spingere Caterina a raccontare la propria vita. Come per Io sono la strega la trama copre un arco temporale che va dall’infanzia della protagonista fino alla sua vecchiaia. Leonardo da Vinci è il fulcro della narrazione pur essendo scarsamente presente: separata dal figlio che ha messo al mondo con Piero da Vinci, Caterina ricorda il suo bambino ogni giorno, anche quando si è fatta donna e la sua famiglia si allarga. Il romanzo sottolinea la forza dei legami affettivi e la Marazza lascia intendere, sia con il titolo del libro sia con gli argomenti portati avanti nel corso della narrazione, che il genio di Leonardo derivi proprio dal ramo di sua madre, come se l’ombra della donna, il suo ingegno e la sua caparbia, lo avessero accarezzato per tutta la vita.

A mio giudizio, il voto che questo romanzo merita è un buon 9/10. L’ho preferito rispetto a Io sono la strega che comunque mi era piaciuto molto. In questo romanzo la Marazza è più delicata nelle descrizioni e non si lascia quasi mai prendere da situazioni che possono turbare il lettore.
Nonostante la trama presenti un intreccio relativamente semplice, gli argomenti trattati e i temi approfonditi sostengono molto bene la narrazione. Il punto di forza di questa autrice è l’essere in grado di trattare con semplicità argomenti molto complessi: l’autrice descrive magistralmente gli usi e i costumi del tempo; porta alla luce tante curiosità riguardo l’epoca in cui ambienta i suoi romanzi (per esempio racconta della costruzione del Duomo di Milano nel dettaglio; parla dei Disciplini, un ordine ecclesiastico dedito al conforto dei condannati a morte… etc) e le spiega con linguaggio semplice rendendo tutto molto intuitivo. La Marazza racconta bene anche la Firenze dei Medici; porta davanti al lettore Savonarola con le sue sconvolgenti novità; descrive nel dettaglio la Milano degli Sforza. Insomma, in generale si ha sempre la sensazione di essere accanto alla protagonista e di vedere ogni luogo come se fosse la prima volta in cui ci si mette piede.
Il lettore si renderà conto quasi subito, prendendo tra le mani questo libro, che il sotto-tema principale affrontato dalla Marazza è la condizione della donna nel medioevo: leggendo le pagine in cui rivive Caterina, è inevitabile non rendersi conto di quanto questo argomento stia a cuore all’autrice. Ogni pagina, per non dire ogni riga, racconta delle difficoltà, dei dolori e dell’ingegno di chi non ha mai potuto fare la storia. Le donne di cui scrive la Marazza sono donne semplici, popolane e relativamente povere, che affrontano la vita con uno stoicismo invidiabile mostrando come la forza abbia sede nell’anima e nel cervello più che nei muscoli.
Consiglio questo romanzo a chi ha voglia di approfondire la storia della madre di Leonardo da Vinci e a chi ha voglia di godersi un buon romanzo storico; se invece cercate un romanzo pieno di avventura, allora, forse, questo non fa per voi.

*Volpe

Dark Academia: corrente estetica o sindrome dell’epoca d’oro?

Nata su TikTok e Tumblr durante la pandemia da Covid-19, la web subculture della Dark Academia ha velocemente invaso internet grazie a casse di risonanza come Pinterest e Instagram, raggruppando intorno a sé un folto numero di ammiratori, esteti e amanti della moda anni ’20, ’30 e ’40.
Nonostante la Dark Academia abbia principalmente influenzato il settore della moda, questa tendenza non può essere ridotta ad una mera corrente estetica né la si può circoscrivere ad un fenomeno social caratterizzato da pantoni scuri, oggetti vintage e suggestioni nostalgiche.

Fulcro della Dark Academia sono la consapevolezza dell’importanza dell’istruzione e l’esaltazione della cultura classica e delle materie umanistiche; declinati in una passione ardente e totalizzante per lo studio di materie prevalentemente letterarie e, più raramente, scientifiche.
A livello superficiale questa attitudine si traduce con un interesse per la lettura, specialmente dei classici, e le discipline filosofico letterarie. Ad un livello più profondo e conscio, invece, l’approccio Dark Academia mira a rendere l’esperienza dello studio qualcosa di assoluto in cui mente e materia si fondono portando l’individuo ad estraniarsi dal mondo e dalla realtà circostante. Lungi dall’essere fine a se stesso, questo metodo è propedeutico al processo di crescita interiore e perfezionamento che costituisce l’essenza più profonda della Dark Academia.
Per quanto affascinante, questo modus operandi non è stato risparmiato dai giudizi negativi che si sono prevalentemente concentrati proprio sull’eccessiva esaltazione dell’apprendimento e della teoria a scapito, per esempio, dell’attività fisica o della naturale alternanza tra sonno e veglia.
Nel criticare la Dark Academia, il suo stile e la filosofia che vi sta dietro, è bene tenere a mente il contesto storico e sociale in cui questa corrente ha iniziato ad affermarsi: un periodo in cui migliaia di giovani sono stati contemporaneamente costretti, a causa della pandemia e delle misure di contenimento attuate nei vari paesi, a vivere l’università e la scuola lontani da ambienti stimolanti come atenei e aule scolastiche subendo, di contro, un’autentica invasione tecnologica che ha disumanizzato e sterilizzato il processo di apprendimento compromettendo i rapporti e le interazioni sociali.
L’onnipresenza di dispositivi elettronici e il loro uso sfrenato hanno portato gli affiliati della Dark Academia a formulare una critica all’utilizzo delle nuove tecnologie ree, secondo questa corrente di pensiero, di aver esaltato il futuro, la tecnica e il digitale a svantaggio di uno stile di vita maggiormente incentrato sulla cultura, l’introspezione e la ricerca del bello e del buono.
Dal punto di vista estetico e grafico la corrente della Dark Academia si compone di elementi e suggestioni romantiche e tendenzialmente nostalgiche: una vecchia edizione di un romanzo, una candela ed una un orologio ed una bella penna stilografica sono, in genere, sufficienti a ricreare queste atmosfere melanconiche e la reperibilità di questi oggetti ha sicuramente favorito la diffusione e il successo di questo tipo di aesthetics.
Essendo una corrente nata in ambito accademico/scolastico, le ambientazioni che maggiormente si prestano come cornici sono edifici antichi, atenei e istituti, giardini e qualsiasi altro luogo di gusto classico e neoclassico, vittoriano, rinascimentale e leggermente gotico.
Per rispettare i canoni della Dark Academia, il leit motiv deve essere presente tanto all’esterno, quanto all’interno ricreato con mobili antichi, suppellettili vintage e un inventario di oggetti e decorazioni che richiamino lo stile a cui si fa riferimento.
Vecchi orologi da taschino o gioielli, vecchie edizioni di romanzi o cataloghi delle collezioni dei musei più prestigiosi sono solo alcuni degli elementi che maggiormente ricorrono nei feed etichettati come #DarkAcademia su Instagram e Pinterest.
Per quanto riguarda il guardaroba, invece, la moda Dark Academia riprende tanto nelle tinte, quanto nelle fogge e nelle fantasie le divise scolastiche delle accademie e dei college inglesi ed americani. Uno stile classico che ha facilmente conquistato gli amanti delle gonne e dei pantaloni di tweed o principe di Galles, dei pullover e dei capispalla oversize, delle camicie bianche e delle scarpe stringate.
Per quanto riguarda la scelta cromatica, la Dark Academia si avvale principalmente di tinte autunnali spaziando sulle numerose sfumature del marrone e dell’arancione, del verde, molto raramente del blu, e del nero; usate per creare contrasto con colori decisamente più chiari come le diverse tonalità del bianco e del grigio.

Come già ampliamente spiegato, la Dark Academia si distingue dalle altre sub culture nate sui social per via della sua esaltazione del passato e il suo strizzare l’occhio ad un mondo scevro di quell’inquinamento tecnologico che, soprattutto in seguito alla pandemia, è diventato ancora più onnipresente e invasivo tanto in ambito scolastico/accademico quanto lavorativo.
Nonostante la patina di fascino che ammanta questo movimento, è pressoché impossibile non notare alcuni difetti.
Sorvolando sulle accuse di white washing e di eurocentrismo (che sono piuttosto fini a loro stesse), uno degli aspetti che forse rende meno apprezzabile questo stile è la sua vocazione elitaria: lo stile Dark Academia fa infatti riferimento ad ambientazioni aristocratiche ed esclusive ed è mirato a sensibilizzare i propri affiliati sul “privilegio” nel ricevere una buona istruzione. Questo atteggiamento esclusivo si ripercuote anche sulle attività classificate come Dark Academia che comprendono sport considerati “di nicchia” come il canottaggio, gli sport equestri e il golf; ed attività prevalentemente culturali come, ad esempio, il lettering o gli scacchi.
Altra critica, oltre a quella già presentata sull’eccesso di studio a scapito di altre attività, è stata rivolta al rigetto che i membri di questa corrente di pensiero sembrano avere nei confronti della tecnologia e dei social, salvo poi utilizzarli per condividere i propri scatti ed outfit.
La repulsione del presente,unita all’idea romantica che le cose fossero più belle, se non addirittura migliori, in un tempo ormai passato, alimenta la cosiddetta sindrome dell’epoca d’oro: un atteggiamento connaturale della psicologia umana che tende a mitizzare i fasti di un’epoca passata e a fantasticare su di essa senza tenere conto degli aspetti negativi se non addirittura pericolosi.
D’altro canto, la corrente Dark Academia cerca di sensibilizzare sull’importanza tanto dello studio e della conoscenza, quanto sull’introspezione e sulla crescita personale: pratiche che, in un mondo scandito da ritmi sempre più frenetici, sono difficili da coltivare con costanza.
Altro aspetto molto interessante, e tutt’altro che scontato, è la versatilità di questo stile che può essere adottato indistintamente dagli uomini e dalle donne a prescindere dall’etnia di appartenenza.

In ambito letterario, quanto in quello cinematografico e delle serie tv è importante fare una distinzione tra le opere che rievocano l’estetica Dark Academia e quelle che sono effettivamente rappresentative, per via delle tematiche affrontate, della trama e dei personaggi, di questa corrente.
I romanzi di Donna Tartt, tra cui si annoverano The Secret History (= Dio di Illusioni), The Goldfinch (= Il Cardellino), sono considerati da tutti i capostipiti del genere Dark Academia; mentre romanzi come Ninth House (=La nona casa) di Leigh Bardugo, Raven Boys di Maggie Stiefvater ed Harry Potter di J.K.Rowling rievocano solamente le atmosfere e le ambientazioni Dark Academia.
Per quanto riguarda i film, quelli maggiormente rappresentativi del genere sono Dead Poets Society (= L’attimo Fuggente), The Emperor’s Club (= Il Club degli imperatori), Monalisa Smile, Kill Your Darlings (= Giovani ribelli) e, per il leit motiv, Midnight in Paris.
Serie tv con ambientazioni Dark Academia possono considerarsi The Queen’s Gambit (= La regina degli scacchi), Riverdale, Legacy, Fate The Winx Saga.

Un’ulteriore precisazione va fatta sui generi letterari e cinematografici che rientrano nella Dark Academia.
Nonostante molte delle opere sopra elencate abbiano elementi gotici/fantastici o siano ambientate in luoghi immaginari, la Dark Academia non è da intendere né come una sfumatura del genere fantasy né di quello gotico, così come è sbagliato declinare questa corrente come una sottocategoria del genere period, nonostante molte aesthetic facciano riferimento alla società vittoriana e inglese tra ottocento e novecento

*Devyani

Il diavolo e l’acqua scura

.: SINOSSI:.

Un omicidio in alto mare. Una straordinaria coppia di detective. Un demone che esiste. O forse no. Batavia, Indie orientali olandesi, 1634. La Saardam, col suo carico di pepe, spezie, sete e trecento anime tra passeggeri e membri dell’equipaggio, è pronta a salpare alla volta di Amsterdam. Una traversata non priva di insidie, tra malattie, tempeste e pirati in agguato in oceani ancora largamente inesplorati. Le vele ripiegate, il galeone accoglie nel suo ventre il corteo dei passeggeri aperto da Jan Haan, il governatore generale di Batavia. In sella a uno stallone bianco, seguito da un’accozzaglia di cortigiani e adulatori e da quattro moschettieri che reggono una pesante cassa dal contenuto misterioso, Haan procede impettito. Ad Amsterdam riceverà l’ambito premio per i suoi servigi: sarà uno degli enigmatici Diciassette del consiglio direttivo della Compagnia. Poco dietro avanza il palanchino che ospita Sara Wessel, sua moglie, una nobildonna dai capelli rossi decorati di gemme preziose e un segreto ben custodito nel cuore, e Lia, sua figlia, una ragazzina insolitamente pallida. Seguono dignitari e passeggeri di riguardo, ciambellani, capitani della guardia e viscontesse e, alla fine, a chiudere il corteo, un uomo coi ricci scuri appiccicati alla fronte e un altro con la testa rasata e il naso schiacciato. Sono Samuel Pipps, celebre detective appena trasferito al porto dalle segrete del forte, dov’era recluso con l’accusa di aver commesso un crimine meritevole di processo in patria, e il tenente Arent Hayes, sua fedele guardia del corpo. Le operazioni di imbarco proseguirebbero secondo un consolidato copione se un oscuro evento non funestasse la partenza. In piedi su una pila di casse, un lebbroso vestito di stracci grigi, prima di prendere stranamente fuoco, annuncia che «il signore dell’oscurità» ha decretato che ogni essere vivente a bordo della Saardam sarà colpito da inesorabile rovina e che la nave non arriverà mai alla sua meta. Non è il solo segno funesto. Non appena il galeone prende il largo, sulle vele compare uno strano simbolo: un occhio con una coda. 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il diavolo e l’acqua scura è ufficialmente parte della mia top ten. 
E’ difficile, per me, scrivere questa recensione: il romanzo mi ha catturata fin dalla prima pagina e ha conquistato il mio cuore con un finale che, per quanto fantasioso, resta convincente e coerente. Vorrei raccontarvelo per intero, ma il tacito accorto tra blogger e lettore mi impone di non scrivere spoiler. Così, devo mordermi le mani e cercare di farvi sentire le mie emozioni senza rovinarvi il piacere della lettura.

La trama è un intreccio coinvolgente; è il palcoscenico perfetto per una rosa di personaggi accattivanti che, pagina dopo pagina, accompagnano il lettore in un viaggio lungo e misterioso. Quelli che Turton descrive non sono personaggi bidimensionali: sono persone. Hanno tutti le loro debolezze, i loro rimorsi; non sono liberi dalla cattiveria né sono immuni dalle paure. Però sanno anche cos’è la speranza, hanno desideri credibili e coerenti con la loro personalità e sono in grado di affrontare le vicende di cui sono protagonisti con coraggio e ingegno. 
Il personaggio che ho apprezzato di più è Sara: alle spalle ha una storia complessa intrisa di violenza e di paura, eppure non ha perso la voglia di vivere. Il suo fuoco è il desiderio di poter regalare a sua figlia tutte le possibilità che la vita ha tolto a lei. Nella sua semplicità l’ho trovata una donna forte, capace di mostrare il proprio valore con la determinazione di chi ha tanto da perdere ma troppo da guadagnare per potersi accontentare di una vita perfetta solo nelle apparenze. Arent, la controparte maschile di Sara, è il tipico uomo bruto (non brutto) ma buono: con la stazza di un gigante incute timore e rispetto, ma ha il cuore tenero e tanta voglia di fare del bene. 
Attorno a loro si muovono personaggi di ogni sorta che, pur non essendo protagonisti movimentano e danno un senso a tutta la complicatissima trama che l’autore ha messo in piedi. 

L’ambientazione è innovativa: per quanto io mi sforzi di ricordare, non mi sembra di aver mai letto altri romanzi interamente ambientati su un vascello. Onestamente, non so definire quanto accurate siano le descrizioni della vita in mare aperto, ma non penso che Turton si sia lanciato nella scrittura di questo romanzo senza aver prima svolto ricerche accurate e dettagliate: non sembra proprio il tipo. Alla fine della lettura, conosciamo tutto della Saardam, e ho apprezzato che l’ambientazione risultasse così viva, tangibile.

Se, talvolta, trama complicata significa finale contorto, sarete contenti di sapere che questo non è il caso de il diavolo e l’acqua scura
Ogni dubbio trova una risposta, ogni obiezione viene prontamente raccolta dall’autore e spiegata. Il filo rosso che collega la prima pagina all’ultima, una volta chiuso il romanzo, può essere disteso tranquillamente: ciascun lettore noterà che tutto è perfettamente al suo posto. 
Turton è un ottimo giallista, non ho ancora letto Le sette morti di Evelyne Hardcastle ma se è scritto bene anche solo la metà di questo penso che sia un romanzo imperdibile. E’ anche un bravissimo romanziere storico e per questo è difficile collocare il suo libro in un genere preciso: la penna di Turton delinea una trama che si muove tra realtà, superstizione, magia, storia ed enigmi. E’ un romanzo avventuroso tra le cui pagine di nasconde un mistero che va risolto; allo stesso tempo il mistero è un pretesto per trascinare il lettore in una riflessione decisamente più ampia che va a solleticare i lati più profondi dell’animo umano. Chiudendo per l’ultima volta il romanzo il lettore non può non restare ancora imprigionato sulla Saardam, le battute finali a rimbombargli nella testa e una domanda a stuzzicare la sua fantasia: e tu? Tu cosa avresti fatto? 

La scrittura è semplice e priva di fronzoli. Proprio per questo è efficace: è lo stile adatto ad un romanzo di questo genere, dove chiarezza e immediatezza sono necessarie per rendere il testo interessante ed avvincente. Le descrizioni sono comunque presenti e ottimamente scritte; i pensieri dei personaggi sono riportati con cura e attenzione e permettono di empatizzare meglio con loro.

Se non si fosse già capito, il voto finale per questo romanzo, da parte mia, è un 10 pienissimo. 
Turton è un ottimo scrittore, in grado di gestire non solo trame complesse ma precisi richiami letterari: impossibile non notare la somiglianza tra Sammy Pipps e il famosissimo Sherlock Holmes; gli amanti di Lovecraft potrebbero trovare ne Il diavolo e l’acqua scura un romanzo intrigante dove un demone si aggira silenzioso sotto il pelo dell’acqua; i giocatori di ruolo, invece, avranno tra le mani un’avventura affascinante con cui fantasticare e divertirsi. 
Allora, vi ho convinti a salire a bordo? 

*Volpe

Manuale dell’imperfetto viaggiatore

MANUALE DELL’IMPERFETTO VIAGGIATORE

Autore: Beppe Severgnini
Casa Editrice: Rizzoli
Anno di Edizione: 2000

.: SINOSSI :.

È proprio così, a Severgnini i viaggiatori interessano davvero: li segue, li osserva, li descrive in modo esilarante, senza però giudicarli o condannarli. «Eravamo turisti. Siamo diventati viaggiatori. Imperfetti, ma viaggiatori» sostiene l’autore. Siamo curiosi, rumorosi, avventurosi, frettolosi, generosi. Leggiamo poco e compriamo troppo. Siamo complessivamente onesti, e giustamente diffidenti. Siamo tolleranti. Mentre gli stranieri che visitano l’Italia si innervosiscono quando s’imbattono in altri stranieri, noi italiani, incontrando altri italiani, festeggiamo l’avvenimento, manifestando un orgoglio nazionale che in patria teniamo ben nascosto. Se vi riconoscerete in queste pagine, vi raccomandiamo di essere indulgenti. Con voi stessi e con l’autore, che ricorda: «Se ho saputo descrivere la commedia umana che circonda i nostri viaggi, il motivo è uno solo: tra gli attori ci sono anch’io, e di solito mi diverto come un matto».

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il libro è di vent’anni fa, se doveste decidere di leggerlo, vi invito a tenere conto delle differenze che ci sono tra i viaggiatori di oggi e quelli di ieri.
Il Manuale dell’imperfetto viaggiatore è un libro che Severgnini ha scritto raccogliendo i suoi articoli per la rivista Qui Touring: ogni capitolo è una divertente, e a tratti irriverente, immersione nel complesso mondo dei viaggi ma, soprattutto, nella psicologia dei viaggiatori. 
Severgnini analizza con spietata attenzione gli Italiani in vacanza. Il libro non è sicuramente adatto alle persone più permalose perché chiunque potrebbe rivedersi anche nelle descrizioni più satiriche. Tutti siamo stati, almeno una volta e senza rendercene conto, vittime dei piccoli cliché da viaggio. 
Chi è, dunque, l’italiano che viaggia secondo Severgnini? L’autore ha estrapolato dalla propria esperienza personale tutte le informazioni che ha inserito in questo testo: stereotipi, stramberie e simpatiche ingegnosità si contendono il primato per chi possa definire al meglio il viaggiatore italiano. Per quanto io abbia apprezzato la simpatia del libro in sé, a tratti l’ho trovato un po’ superficiale e scontato, specialmente nei capitoli-elenco dove erano riportati strambi ed improbabili esempi di viaggiatori. Ho la presunzione di credere che non tutti i viaggiatori (sia italiani sia non) siano così facili da etichettare.

Il libro è veramente breve, si può leggere in un pomeriggio oppure (cosa che consiglio sperando di avere il tacito benestare dell’autore) durante un lungo viaggio in aereo. Lo stile è quello tipico del giornalismo: privo di dettagli superflui, mira ad accattivarsi la simpatia del lettore. Su alcune pagine, lo ammetto senza alcuna difficoltà, ho passato lunghissimi momenti a ridere a crepapelle. Di certo non si può dire che Svergnini scriva male, al contrario: è abile a giocare con le parole e a creare la giusta enfasi. Non di rado le sue descrizioni prendono vita, stuzzicando la fantasia dei lettori che finisce con l’essere perfettamente in grado di immaginarsi una precisa situazione.

A mio avviso, il libro merita um 7,5/10.
Non è privo di difetti, così come non è nemmeno carico di terribili errori: è un libro carino, divertente, ma che lascia un po’ il tempo che trova. Se letto con attenzione, però, può portare a buone e interessanti riflessioni. 
In ogni caso, è una lettura che consiglio per passare qualche ora di divertente tranquillità. Magari anche da leggere in famiglia, a voce alta, come si faceva una volta!

Tenebre e Ossa

TENEBRE E OSSA

Autore: Leigh Bardugo
Casa Editrice: Mondadori
Anno di Edizione: 2020

.: SINOSSI :.

“Il dolore e la paura mi vinsero. Urlai. La parte nascosta dentro di me risalì con impeto in superficie. Non riuscii a fermarmi. Il mondo esplose in una sfolgorante luce bianca. Il buio si infranse intorno a noi come vetro”. L’orfana Alina Starkov non ha grandi ambizioni nella vita, le basterebbe fare al meglio il suo lavoro di apprendista cartografa nell’esercito di Ravka, un tempo nazione potente e ora regno circondato dai nemici, e poter stare accanto al suo buon amico Mal, il ragazzo con cui è cresciuta e di cui è innamorata da molto tempo. Ma il destino ha in serbo ben altro per lei. Quando il loro reggimento attraversa la Faglia d’Ombra, la striscia di oscurità quasi impenetrabile che taglia letteralmente in due il regno di Ravka, lei e i suoi compagni vengono attaccati dagli esseri spaventosi e affamati che lì dimorano. E proprio nel momento in cui Alina si lancia in soccorso dell’amico Mal ferito gravemente, in lei si risveglia un potere enorme, come una luce improvvisa e intensa in grado di riempirle la testa, accecarla e sommergerla completamente. Subito viene arruolata dai Grisha, l’élite di creature magiche che, al comando dell’Oscuro, l’uomo più potente di Ravka dopo il re, manovra l’intera corte. Alina, infatti, è l’unica tra loro in grado di evocare una forza talmente potente da distruggere la Faglia e riunire di nuovo il regno, dilaniato dalla guerra, riportandovi finalmente pace e prosperità. Ma al sontuoso palazzo dove viene condotta per affinare il suo potere, niente è ciò che sembra e Alina si ritroverà presto ad affrontare sia le ombre che minacciano il regno, sia quelle che insidiano il suo cuore.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Era un romanzo che volevo leggere da tempo ma che, a causa del suo essere diventato praticamente introvabile in Italia, ho sempre rimandato. Ora, grazie alla serie tv che Netflix ha in programma e al successo di Sei di Corvi, la saga è stata ripubblicata e io ho potuto finalmente metterci sopra le mani.

Ma partiamo con la recensione, che ho già perso abbastanza tempo. 
A mio avviso, Tenebre e Ossa è un buon romanzo Young Adult, che tratta tematiche adatte all’età di riferimento e che, pur avvicinandosi ad alcuni cliché fastidiosi della letteratura per ragazzi, non vi cade proprio del tutto rendendo la lettura piacevole ed intrigante. 
In particolare è notevole il lavoro che l’autrice ha fatto sul world building: il mondo in cui si muovono i personaggi è coerente, completo e realistico. Nei ringraziamenti, è stata inserita una lunga nota bibliografica riguardo i testi utilizzati per la creazione di questo suo mondo. Ravka assomiglia alla Russia zarista ed è in questa cornice che si mescolano e si uniscono personaggi magici e non, tutti uniti da un comune nemico: la Faglia d’Ombra. Anche i Grisha, quelli che l’autrice descrive come praticanti della “piccola scienza”, hanno una loro ontologia ben studiata che li piazza a metà tra la magia e l’alchimia. 

La trama si apre in medias res: la protagonista, Alina Starkov, è davanti alla Faglia D’Ombra, una fitta nebbia nera che divide a metà il regno di Ravka, e la deve attraversare assieme al suo reggimento.
Una serie di rocambolesche coincidenze porteranno Alina a trovarsi in una situazione per lei totalmente nuova, pericolosa ed inesplorata. Sebbene a primo acchito la trama possa sembrare simile a quella di altri romanzi Young Adult, come ad esempio Harry Potter ed Hunger Games, credo che la profondità dell’autrice nel trattare temi come la perdita, la paura della morte e il bisogno di affrontare le proprie ansie e i propri blocchi emotivi per poter essere pienamente se stessi, portino il romanzo su uno scalino un po’ più alto permettendogli di entrare in quei romanzi per ragazzi che personalmente considero utili alla crescita personale. 

La scrittura, rispetto a quella che ho trovato in “Sei di Corvi”, è più acerba: la Bardugo è migliorata moltissimo nella sua duologia rispetto a questa prima saga e credo sia un suo importante punto a favore. Il romanzo è scritto in prima persona, quindi il lettore si trova catapultato nei pensieri di Alina. Nonostante io non ami particolarmente questo tipo di scrittura perché la trovo limitante, credo che l’autrice l’abbia sfruttata al meglio per rendere il lettore partecipe di tutti gli stati emotivi della sua protagonista. Le descrizioni e i dialoghi sono in generale abbastanza convincenti, anche se, appunto, non raggiungono il livello di “Sei di Corvi”. I personaggi sono variegati e ben delineati: tra tutti, i miei personaggi preferiti sono Genya e Baghra che, con la loro complessità, si sono conquistate un posticino tra i personaggi che ritengo memorabili. Una menzione speciale va anche a Mal che, grazie alla sua amicizia incondizionata, risulta una delle spalle meglio delineate in un libro Young Adult. 

Anche quando il libro stava per scivolare nel cliché che odio maggiormente (il famigerato triangolino amoroso nonsense), la Bardugo riesce a svicolare e, con un ben piazzato colpo di scena, movimenta la trama riportando un po’ di azione nella sua narrazione che, persasi tra lezioni e feste di palazzo, aveva perso un po’ di vita. L’ultima parte del libro è frenetica, interessante, coinvolgente. Seguire Alina nella sua caduta e poi nella sua risalita, permette al lettore di capire davvero lo sviluppo di un personaggio ben studiato con un arco narrativo impostato sulla crescita.

In sostanza, il mio voto è un 8/10. Ci sono alcune piccole cose che avrebbero potuto essere migliorate per rendere il romanzo perfetto, ma nel complesso la trama è ben curata, i personaggi interessanti e lo sviluppo non banale. 
Menzione della vergogna: trovo inaccettabile che una casa editrice come Mondadori pubblichi un libro con errori di battitura qua e là. 

*Volpe

Il Mago

IL MAGO

Autore: Somerset Maughman
Casa editrice: Adelphi
Anno di Edizione: 2020 (prima edizione 1908)

.: SINOSSI :.

Corpulento, teatrale, sfrontato, gli occhi che sembrano trapassare l’interlocutore, Oliver Haddo ha l’aria di «un prete sensuale, malvagio». Conosce come pochi la letteratura alchemica e la magia nera, si definisce Fratello dell’Ombra ed è ossessionato dal desiderio di vedere «una sostanza inerte prendere vita» grazie ai suoi incantesimi – dal desiderio «di essere come Dio». Arthur Burdon, il brillante chirurgo che lo incontra a Parigi, non ha dubbi: è uno spregevole ciarlatano, un impostore, forse un pazzo. Ma quando Margaret, la giovane dalla bellezza perfetta che sta per sposare, e che per il mago provava all’inizio un violento disgusto, comincia a esserne morbosamente attratta – come se «nel suo cuore fosse stata seminata una pianta infestante, che insinuava i lunghi tentacoli velenosi in ogni arteria» – e fugge con lui in Inghilterra, comprende che dovrà misurarsi con forze immani, di cui sinora ha voluto ignorare l’esistenza. Dalla sua parte si schiereranno il dottor Porhoet, appassionato di alchimia, e la fedele amica e protettrice di Margaret, Susie, ma lo scontro – che Maugham trasforma in una spirale di irresistibile tensione – sarà aspro, tenebroso, lacerante: perché il male che il pragmatico dottor Burdon dovrà combattere è in fondo un’oscura «fame dell’anima», fame di una vita infinitamente viva, di rischiose avventure, di conoscenza soprannaturale e di ignota bellezza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Pochi, pochissimi, romanzi sono destinati a restare fissi nella memoria di un lettore per il resto della sua vita: credo fermamente che, per me, Il mago sarà uno di questi.
La qualità della scrittura di Maughman emerge chiaramente, più che nel delineare la trama, nella sua abilità a tracciare e a caratterizzare i personaggi coinvolti nella vicenda. Da una parte, abbiamo Oliver Haddo, un uomo che ha come caratteristica principale una mole spaventosa e un atteggiamento che genera ribrezzo e fastidio nelle persone che lo circondano; eppure, come il serpente del famoso racconto di Bierce, sembra impossibile sia al lettore sia agli altri personaggi toglierselo dalla mente.
La controparte di Haddo è Arthur Burdon, un uomo di scienza che, citando Guccini, “Crede solo in quel che vede” e che ritiene magia e alchimia favole per bambini.
E’ proprio la loro completa diversità a renderli i personaggi perfetti per un romanzo che si muove a cavallo tra il reale e l’irreale, tra la scienza e la magia. Haddo e Burdon sembrano rappresentare la dualità alchemica in tutte le sue numero e complesse sfaccettature.
Non da meno sono i coprotagonista della storia. Partendo da Margaret, la cui linea narrativa sprofonda dritta nella follia dell’impossibile, per arrivare a Susie e il Dottor Phoroet, Maughman ci mette davanti a personaggi la cui presenza è essenziale: la loro mancanza comprometterebbe irrimediabilmente l’andamento della trama.
La trama è semplice e lineare, potrei azzardarmi a dire quasi banale, se non fosse per la pesante impronta esoterica che abbraccia ogni pagina rendendo ogni parola importante e ogni attimo, anche di attesa, assolutamente necessario.

A completare l’opera intervengono le descrizioni: Maughman è abile nel delineare la caratterizzazione dei suoi personaggi tanto quanto lo è nel descrivere luoghi, situazioni e, soprattutto, i sogni. Le sue parole rendono vivido l’intero romanzo e alcune scene resteranno impresse nella mente dei lettori più sensibili per molto tempo.

Il mio voto è un 10 pieno, non riesco davvero a trovare un difetto al testo. Il romanzo parte lentamente, ma è un crescendo che termina con un ultimo capitolo in pieno stile gotico che farà impazzire tutti i lettori appassionati di alchimia.

-Volpe