Heartstopper ~ la saga

.: SINOSSI :.

Heartstopper 2: Nick e Charlie sono grandi amici. Nick sa che Charlie è gay, e Charlie è sicuro che Nick non lo sia. Ma l’amore percorre strade inaspettate, e Nick scoprirà parecchie cose sui suoi amici, sulla sua famiglia e su se stesso.
Heartstopper 3: Charlie non avrebbe mai pensato che Nick potesse ricambiare il suo sentimento, ma ora sono ufficialmente fidanzati, e Nick ha anche trovato il coraggio di dirlo a sua madre. Ma ora deve dirlo anche agli altri; e la vita non è sempre semplice, anche se hai accanto qualcuno che ti ama.  “Heartstopper” parla di amicizia, amore, lealtà, salute mentale. Unendo le storie private di Nick e Charlie, finisce per parlarci di qualcosa di più grande, che interessa tutti noi.
Heartstopper 4: Charlie non avrebbe mai pensato che Nick potesse ricambiare il suo sentimento, ma ora sono ufficialmente fidanzati, e Charlie si sente pronto a pronunciare le due fatidiche parole: “Ti amo”. Anche Nick prova lo stesso sentimento, ma ha qualche pensiero in più: non è ancora riuscito a dirlo a suo padre, e in più teme che Charlie soffra di disturbi alimentari. Mentre l’estate volge al termine e un nuovo anno scolastico sta per cominciare, i due ragazzi impareranno molte cose su cosa significhi amare.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

ATTENZIONE: la recensione che segue si riferisce ai volumi 2, 3 e 4 della saga di Heartstopper.
Il primo volume di Heartstopper mi aveva lasciata abbastanza indifferente e se non avessimo ricevuto gli altri tre ebook gratuitamente dalla casa editrice non avrei mai letto il resto della saga.
Il secondo volume ha semplicemente confermato le idee che avevo riguardo il primo: è una storia dolce, tenera che oltre a questo e dei disegni piacevoli da guardare ha poco altro. I protagonisti sono in due dimensioni con un carattere semplice e sviluppato quanto basta per far progredire la storia d’amore che è il vero fulcro attorno al quale la trama ruota.
I conflitti, rarissimi, si risolvono sempre nel giro di poche pagine tanto che il lettore non fa neanche in tempo a provare un po’ di tensione per come andrà avanti la storia: così come il problema è comparso svanisce e viene prontamente dimenticato.

Se i primi due volumi potevano essere considerati delle storie d’amore adolescenziali tenere e senza un grande spessore, il terzo e il quarto scivolano velocemente nel range di libri che considero più brutti che belli abbassando drasticamente la media complessiva della saga.

Il terzo è il volume che ho trovato in assoluto più problematico: innanzitutto è irrealistico. I primi due potevano essere credibili nel loro piccolo, il terzo perde completamente contatto con la realtà.
Un romanzo inclusivo che vuole trattare veramente il tema dell’omosessualità, delle problematiche relative all’omofobia e all’accettazione dell’altro non può permettersi di perpetrare a sua volta stereotipi dannosi: in questi libri gli etero sono omofobi e tutti i personaggi positivi (per non dire tutti i personaggi e basta) appartengono alla comunità LGBTQ+ o stanno con un personaggi che appartiene alla community. Questo modo di caratterizzare la community dividendo le persone in “noi” e in “gli altri” è dannoso: crea rivalità e non inclusione e mi sarei aspettata qualcosa in più da un romanzo che ha questo come obiettivo principale
In secondo luogo tutti i temi, soprattutto quello centrale ossia l’omosessualità, sono trattati con una superficialità disarmante. I problemi dei protagonisti sono di una leggerezza imbarazzante così come il modo in cui li affrontano: finalmente Nick questiona la propria sessualità e inizia ad interrogarsi su se stesso, sulla sua identità (ho apprezzato però che in questa parte del romanzo si parli delle etichette e si dica che non serve darsi un nome o essere parte di un gruppo per essere se stessi), ma i suoi problemi si risolvono in una manciata di pagine rendendo le uniche parti interessanti noiosissime. Chi, come me, ha provato questo tipo di sensazione e si è fatto questo tipo di domande sa benissimo che non sono situazioni che si risolvono così facilmente.
Sempre la leggerezza riguarda anche la mia terza critica al romanzo: in questo volume si scopre che Charlie ha disturbi alimentari ricollegabili al bullismo subito a scuola. Di questi problemi non si era mai fatto alcun accenno nei romanzi precedenti, cosa che è totalmente anti narrativa. Così come è stato introdotto in questo volume, il disturbo alimentare sembra solo un espediente per rendere la trama più romantica e dare al secondo protagonista qualcosa per cui preoccuparsi.
La trama del quarto volume è nuovamente soft, senza grandi (o gravi) colpi di scena: si parla prettamente del disturbo alimentare di Charlie e, finalmente, i personaggi crescono un po’. Da una parte il quarto volume non mi è piaciuto, sempre per la leggerezza con cui temi gravi sono affrontati, dall’altra invece ho apprezzato molto che alcune tematiche, come ad esempio il bisogno di non focalizzarsi esclusivamente sulla relazione ma di mantenere e coltivare amicizie e interessi esterni, che hanno reso il libro un po’ più maturo degli altri.

Il problema principale che ho riscontrato con questa saga è che non è stata scritta per far riflettere ma semplicemente per mettere sul mercato una storia tenera, e sicuramente lo è, che permetta di sognare e passare qualche momento di piacevole spensieratezza.
Questo è il motivo per cui non riesco a dare ad Heartstopper un voto che complessivamente superi il 5/10. Capisco sia una saga diretta principalmente a giovanissimi lettori, ma considerato il successo planetario che ha avuto (anche da miei coetanei, quindi persone che sfiorano i trent’anni) mi sarei aspettata molto di più. Un romanzo bello, che a mio avviso esplora molto bene il tema dell’omosessualità è Promettimi che ci sarai, consiglio a chi ha amato Heartstopper di dargli un’occasione!

*Volpe

Coraggio!

.: SINOSSI :.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto nel 2016 Coraggio! nasce dal proposito di pungolare una società pietrificata dallo spettro del terrorismo che, in quegli anni, aveva colpito a più riprese in Europa e nel resto del mondo.
Per certi versi, Coraggio! è una finestra su un passato recente e cerca, con argomenti più o meno convincenti, di mettere in guardia il lettore da quello che l’autore chiama “il marketing della paura”: quella combo un po’ insita nell’uomo un po’ caldeggiata dalla società che alimenta l’insicurezza e il pessimismo verso il prossimo e verso il futuro.

Con il pretesto di risolvere una “questione privata”, Romagnoli accompagna il lettore attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio e lo porta a fare conoscenza con grandi personaggi del passato, ma anche persone semplici il cui nome non comparirà mai su alcun notiziario o sui cui trascorsi nessuno realizzerà un film o uno sceneggiato. Partendo dal presupposto che non esiste un’epoca delle incertezze e che ogni periodo storico ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, Romagnoli declina il coraggio presentando esempi eroici, ma anche testimonianze che, apparentemente, non hanno nulla di valoroso o straordinario. L’ideale solitamente prerogativa di martiri e guerrieri, leader e profeti viene trasfigurato e restituito al lettore non come una meta irraggiungibile, ma come un qualcosa di umano e declinabile tanto nella quotidianità quanto nei momenti decisivi della vita.

Il mio voto è 7.5/10: Coraggio! è una lettura piacevole capace di commuovere e stimolare una riflessione, ma perennemente in bilico tra il saggio e l’ennesimo frasario con citazioni motivazionali più o meno incisive. Lo stile è scorrevole e non brilla di originalità: fosse stato un romanzo questa sarebbe stata una grossa penalità, ma non avendo questa ambizione non la posso considerare una pecca imperdonabile. L’approccio di Romagnoli, pur non brillando eccessivamente di originalità, è interessante e provoca il lettore chiedendogli di prendere una posizione sulle piccole e grandi questioni della vita. L’idea, condivisibile e tutt’altro che campata per aria, di Romagnoli è che il coraggio sia solo in rari casi una qualità innata e che, al pari di qualsiasi altra inclinazione, debba essere allenata quotidianamente.
Quella caldeggiata da Romagnoli non è un’esistenza all’insegna della resilienza, ma uno sprone a non lasciar passare nemmeno un istante della propria vita in balia degli eventi: a nuotare, anche controcorrente, invece che lasciarsi trasportare dalle onde in uno stoico e precario galleggiare a tempo indeterminato.
Una lettura attuale che riesce, nonostante sia stata scritta per tempi e situazioni differenti, comunque a comunicare a dovere il proprio messaggio e a smuovere il lettore.

*Jo

La sovrana lettrice

.: SINOSSI :.

A una cena ufficiale, circostanza che generalmente non si presta a un disinvolto scambio di idee, la regina d’Inghilterra chiede al presidente francese se ha mai letto Jean Genet. Ora, se il personaggio pubblico noto per avere emesso, nella sua carriera, il minor numero di parole arrischia una domanda del genere, qualcosa deve essere successo. E in effetti è successo qualcosa di semplice, ma dalle conseguenze incalcolabili: per un puro accidente, la sovrana ha scoperto quegli oggetti strani che sono i libri, non può più farne a meno e cerca di trasmettere il virus della lettura a chiunque incontri sul suo cammino. Con quali ripercussioni sul suo entourage, sui sudditi, sui servizi di sicurezza e soprattutto sui lettori lo scoprirà solo chi arriverà all’ultima pagina, anzi all’ultima riga. Perché oltre alle irrefrenabili risate questa storia ci regala un sopraffino colpo di scena – uno di quei lampi di genio che ci fanno capire come mai Alan Bennett sia considerato un grande maestro del comico e del teatro contemporaneo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La Sovrana Lettrice di Alan Bennett è un romanzo che si legge tutto d’un fiato.
In un primo momento il lettore, anche a causa dello stile scevro di fronzoli e minimalista con cui Bennett ha scritto il suo romanzo, crede di trovarsi di fronte ad un saggio o, almeno, di leggere un racconto che abbia un fondo di verità. La storia che Bennett racconta è invece di finzione e i personaggi sono solo mezzi con cui l’autore cerca di raggiungere il suo fine: parlare di quello che un lettore sente quando scopre di amare la lettura.

In questo caso, sebbene lo sia sulla carta, la regina Elisabetta non è la vera protagonista del romanzo: protagonisti sono i sentimenti e le sensazioni che accomunano i novelli lettori. E’ una storia che a me ha parlato molto: se mi paragono ad altri lettori, mi rendo conto di aver iniziato ad amare i libri tardivamente, non che prima non ne comprendessi il valore o non li desiderassi, solo che non sentivo la lettura come qualcosa di mio.
Proprio come la regina Elisabetta ne La sovrana lettrice, anche io sono stata aiutata da un accanito bibliofilo nella mia scoperta; anche io ho subito il fascino della lettura e sono stata vittima del bisogno di divorare, pagina dopo pagina, più libri possibili come a voler colmare il vuoto che anni di lettura saltuaria avevano formato.
Questo è, a mio avviso, il pregio de La sovrana Lettrice: l’autore riesce a mettere su carta, con parole semplici e un fraseggio lineare, l’avidità con cui un lettore afferra la lettura dopo tanti anni di digiuno.
Se si toglie questo significato profondo che può colpire le persone che hanno provato quelle stesse sensazioni, la storia è banale e lo stile niente più che un esercizio di retorica con cui Bennett dimostra di poter scrivere un romanzo con i tipici toni del saggio.

I personaggi, tranne la regina, sono relativamente piatti: si dividono tra affamati lettori e detrattori della lettura. Nessun personaggio ha un arco narrativo ben definito e sono tutte comparse che gravitano attorno alla regina e alla sua nuova passione per i romanzi.
Buono invece lo humor britannico che attraversa tutto il romanzo: il libro non fa sbellicare dalle risate, ma strappa più di un sorriso a chi ha la pazienza e la voglia di intravedere una battuta là dove il discorso sembra estremamente serio. Anche la caratterizzazione della regina, tra il rispettoso e il satirico, è ben riuscita: il caratterino tutto pepe della sovrana è credibile e aiuta, assieme ai finti estratti dai diari di Sua Maestà, a creare la sensazione di trovarsi nel mezzo della lettura di un saggio.
In generale, il romanzo si merita un 7.5/10. E’ una lettura interessante e soprattutto estiva, adatta ad un periodo in cui si è stanchi e si vuole avere tra le mani un libro che faccia sì riflettere senza però impegnare troppo la testa.

*Volpe

Sortilegi

.: SINOSSI :.

Mentre infuria la peste del Seicento, una bambina cresce in totale solitudine nel cuore di un bosco e a sedici anni è così bella e selvatica da sembrare una strega e far divampare il fuoco della superstizione. Un uomo si innamora delle orme lasciate sulla sabbia da piedi leggeri e una donna delusa scaglia una terribile maledizione. Il profumo di biscotti impalpabili come il vento fa imbizzarrire i cavalli argentini nelle notti di luna. Bianca Pitzorno attinge alla realtà storica per scrivere tre racconti che sono percorsi dal filo di un sortilegio. Ci porta lontano nel tempo e nello spazio, ci restituisce il sapore di parole e pratiche remote – l’italiano secentesco, le procedure di affidamento di un orfano nella Sardegna aragonese, una ricetta segreta – e come nelle fiabe antiche osa dirci la verità: l’incantesimo più potente e meraviglioso, nel bene e nel male, è quello prodotto dalla mente umana. I personaggi di Bianca Pitzorno sono da sempre creature che rifiutano di adeguarsi al proprio tempo, che rivendicano il diritto a non essere rinchiuse nella gabbia di una categoria, di un comportamento “adeguato”, e che sono pronte a vivere fino in fondo le conseguenze della propria unicità. Così le protagoniste e i protagonisti di queste pagine ci fanno sognare e ci parlano di noi, delle nostre paure, delle nostre meschinità, del potere misterioso e fantastico delle parole, che possono uccidere o salvare.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Di magia parlano i tre racconti racchiusi tra le pagine di Sortilegi e altrettanto magica è la scrittura di Bianca Pitzorno. Con maestria, quando l’autrice cambia storia modifica anche il proprio stile. Se il primo racconto accoglie il lettore con una scrittura aulica, composta da una prosa antica e ricca di arcaicismi, il secondo testo culla con parole più semplici e una narrazione gentile e accogliente che ben si presta a fare da “porta d’ingresso” al terzo racconto molto più onirico eppure estremamente attuale.
Il primo racconto parla di come le persone cerchino un colpevole ogni volta che hanno paura, la storia si adatta molto bene anche al periodo storico che stiamo vivendo; il secondo di come la gentilezza e il voler bene agli altri siano molto più forti del male; il terzo invece ricorderà a ciascun lettore le sue origini trasportandolo in un viaggio cullato dal delicato vento descritto dalla Pitzorno.
Tutti e tre i racconti, sebbene ambientati nel passato, parlano del presente.
Il tema centrale dei racconti è la stregoneria e ogni racconto ne analizza un aspetto differente così da presentare al lettore una magia dapprima storica, con una analisi direi ben fatta del tema del capro espiatorio, poi quotidiana e alla fine quasi metaforica.

In generale, la raccolta merita un 8/10. Il racconto che ho amato di più è stato il secondo: da una parte parlava di ricamo, che io pratico quotidianamente e adoro, dall’altra trattava di gentilezza un tema che dovrebbe diventare “più di moda”, per i miei gusti.
Consiglio il libro a tutti? Quasi. Credo che si debba approcciare questo testo (in particolare il primo racconto) con il reale desiderio di approfondire l’argomento trattato, ma che in generale possa essere una raccolta fruibile da tutti gli amanti dei romanzi e racconti storici.
Se invece cercate qualcosa di scoppiettante o fantasy, allora non è il testo che fa per voi.

*Volpe

L’uomo che scrisse la Bibbia

.: SINOSSI :.

Questo romanzo narra la storia di William Tyndale il Traduttore, l’uomo che scrisse il libro più letto nella storia dell’Occidente: la Bibbia in inglese. È una storia popolata da sicari, vescovi oltranzisti, avidi mercanti, subdoli traditori, alchimisti e re, e ambientata in una delle epoche più turbolente, complesse e avvincenti che l’Europa abbia conosciuto: la prima metà del Cinquecento, il secolo che si apre con la scoperta dell’America, la Riforma luterana e la definitiva spaccatura fra Oriente e Occidente.
Narra di un genio che osò scrivere la Bibbia come se fosse la prima volta, nella lingua del popolo e non dei potenti, e che, così facendo, inventò l’inglese moderno, la lingua di Shakespeare. Dalla sua penna sono scaturiti neologismi come «il sale della terra», «i segni dei tempi», «capro espiatorio» e frasi piene di ritmo che Tyndale afferra «a orecchio» dalla gente comune, dal modo di esprimersi di quei commercianti, tessitori, marinai, tosatori, sarti e venditori di stoffe che ha conosciuto da ragazzo, nel Gloucestershire, la terra di confine affacciata sul mare dove è nato e cresciuto.
È, infine, il racconto di un viaggio, avventuroso e insidioso come quello dei primi esploratori, che porta da una lingua misteriosa, l’ebraico del Vecchio Testamento, a una lingua non ancora nata. Un viaggio in cui, per un libero pensatore alle prese con i demoni della propria creatività, per un rivoluzionario braccato da potenti nemici, il prezzo da pagare è sempre molto alto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’uomo che scrisse la Bibbia non è un romanzo per tutti, ma è un romanzo che tutti i lettori dovrebbero leggere. Marco Videtta regala al suo pubblico un trattato di linguistica e teoria della traduzione camuffato da romanzo storico e riesce, grazie a questo travestimento letterario, a parlare di temi che difficilmente trovano spazio tra la pagine di un romanzo senza scadere nel didascalico o senza essere lentamente accantonati.
La traduzione della Bibbia in inglese è il pretesto per discutere non solo di filosofia e teologia, ma getta sopratutto le basi per una seria e ben strutturata riflessione sul come nasca la lingua e quanto potere si celi in ogni parola sia essa vergata o sussurrata.
Una cosa tanto quotidiana quanto scontata diventa così un terreno su cui si scontrano religione e politica, tradizioni e inventiva e, accompagnando Tyndale nel suo ramingare da una città all’altra, abbiamo modo di approfondire sempre di più quella che può essere definita una vera e propria “questione linguistica”.

Come linguista e come credente ho amato questo libro sia per la riflessione religiosa, che pur non essendo sempre perfettamente coerente con la dottrina cattolica è comunque valida e stimolante; che per le pagine in cui, dalla viva voce di Tyndale (o da quella dei suoi compagni) si assiste alla nascita di neologismi come “peacemaker” (=operatori di pace nella versione italiana) o si ascoltano le ragioni per cui una traduzione è da preferire ad un’altra.
Le parti dedicate alla traduzione mi hanno fatto, letteralmente, vibrare l’anima e il mio piccolo cuore da linguista si è commosso più di una volta nel vedere comparire, come lo spettro dell’arcobaleno, sulla carta le mille e più sfumature di uno scritto o di una singola parola capace, se utilizzata, di cambiare un testo rendendolo ora più profondo, ora provocante e duro o al contrario discreto ed elegante.
Il libro si guadagna un pieno e più che meritato 10+/10; è una lettura che, pur non essendo semplicissima, scorre fluida grazie ad una scrittura che sembra ricamare intorno ai concetti cardine del libro e che risulta equilibrata: né appesantita da un’aggetivazione eccessiva né ridotta all’essenziale.

*Jo

I leoni di Sicilia

.: SINOSSI :.

C’è stata una famiglia che ha sfidato il mondo. Una famiglia che ha conquistato tutto. Una famiglia che è diventata leggenda. Questa è la sua storia.

Dal momento in cui sbarcano a Palermo da Bagnara Calabra, nel 1799, i Florio guardano avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi ad arrivare più in alto di tutti. A essere i più ricchi, i più potenti. E ci riescono: in breve tempo, i fratelli Paolo e Ignazio rendono la loro bottega di spezie la migliore della città, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione… E quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile: nelle cantine Florio, un vino da poveri – il marsala – viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina – ne rilancia il consumo in tutta Europa… In tutto ciò, Palermo osserva con stupore l’espansione dei Florio, ma l’orgoglio si stempera nell’invidia e nel disprezzo: quegli uomini di successo rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore». Non sa, Palermo, che proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro vita; che gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e – sebbene non lo possano ammettere – hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto – compreso l’amore – per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro, la roccia inattaccabile.

Intrecciando il percorso dell’ascesa commerciale e sociale dei Florio con le loro tumultuose vicende private, sullo sfondo degli anni più inquieti della Storia italiana – dai moti del 1818 allo sbarco di Garibaldi in Sicilia – Stefania Auci dipana una saga familiare d’incredibile forza, così viva e pulsante da sembrare contemporanea.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho sempre trovato difficile scrivere la recensione di un libro che, per quanto mi sia piaciuto, mi ha lasciato l’amaro in bocca. Sembra le parole non bastino mai e mettere in fila le emozioni che la lettura ha scatenato non è semplice.

Di cosa parla questo romanzo? Anche se ormai penso lo sappiate più o meno tutti, è doveroso da parte mia raccontarlo (senza spoiler, ovviamente). I leoni di Sicilia è la storia della famiglia Florio: la narrazione copre ben tre generazioni con un arco temporale di circa settant’anni. Questo vuol dire che i personaggi nascono, crescono, invecchiano e quindi si susseguono. Nella prima metà del romanzo il lettore segue le vicende di Ignazio – che è il vero protagonista di questa prima parte – e Paolo Florio; i due fratelli si lasciano la Calabria alle spalle e partono per Palermo dove costruiscono le basi per il commercio che li porterà al successo. Quello che ho apprezzato, in questa prima parte del romanzo, è che l’autrice mostra molto bene l’ingegno che deve aver caratterizzato il vero Ignazio Florio: sebbene sia descritto dalla Auci come un uomo mite e tranquillo, è dotato di una grandissima forza di volontà e una creatività fuori dal comune che lo rendono la vera colonna portante del romanzo. Ignazio è, oltretutto, un personaggio piacevole con il quale il lettore empatizza volentieri.
Purtroppo, non si può dire lo stesso di Vincenzo Florio, il secondo grande protagonista del romanzo.
Come per molti altri libri, la trama de I leoni di Sicilia coinvolge il lettore, tanto che ne ho lette cento pagine in neanche un giorno, per tutta la prima metà. Poi, purtroppo, il romanzo rallenta e il lettore tende ad arenarsi tra le pagine che vedono Vincenzo come protagonista. Questo anche perché, come dicevo, Vincenzo è un personaggio difficile da amare e tende ad allontanare anche il lettore.
Lungi dall’essere un protagonista gradevole, è caratterizzato da una fortissima ambizione e da una profondissima rabbia: questo lo rende un uomo davvero capace di qualsiasi cosa pur di ottenere quello che desidera. L’autrice cerca di mostrarci, e a volte ci riesce, il lato umano di Vincenzo Florio ma credo che non fosse nelle sue intenzioni farlo passare come una persona buona. Credo che la Auci abbia cercato di costruire personaggi credibili e coerenti con la vicenda e, che piaccia oppure no, Vincenzo lo è. Anche qui, l’ingegno e la creatività sono tratti caratteristici del personaggio ma s in Ignazio erano caratterizzati da un generale alone di positività, quando si parla di Vincenzo si vede quanto il suo lavoro sia stato mosso principalmente dalla rabbia.
Una cosa che invece non ho affatto apprezzato è la caratterizzazione dei personaggi femminili. Qui, oltretutto, la sinossi inganna un po’ il lettore: pretende di presentare Giuseppina come donna eccezionale, ma all’interno del romanzo il personaggio è petulante e sicuramente rientra tra quelli negativi più che tra i positivi . Per Giulia sono più propensa a spezzare una lancia perché, devo essere, onesta mi è piaciuta. La sua forza è essere ostinata e comprensiva, cose che la rendono un’ottima controparte per Vincenzo: entrambi se vogliono una cosa la ottengono.

Stefania Auci ha scritto questo libro con tanta passione e presenta al lettore una Sicilia bella, riconoscibile, ben descritta nei suoi particolari geografici e culturali. Il linguaggio con cui l’autrice parla al suo pubblico è semplice, a tratti didascalico, ma generalmente adatto alla narrazione che richiede un linguaggio schietto e scevro da metafore troppo ardite.
Il voto che mi sento di dare a questo romanzo è un 8/10. La trama, come avevo già accennato è gradevole, ma solo a tratti. La prima metà del romanzo cattura e tiene il lettore incollato alle pagine, mentre dalla seconda metà in poi c’è qualcosa che non va: non saprei dire esattamente che cosa non abbia funzionato, ma mi rendevo conto di aver perso il coinvolgimento iniziale. Forse il problema sta nel fatto che succedono davvero tante cose e che tutte le vicende sono riassunte in poche pagine, come se l’autrice avesse avuto modo solo di grattare la superficie delle vicende che hanno coinvolto i Florio.
Ciò che ho apprezzato particolarmente di questo romanzo è il fatto che l’autrice abbia cercato di portare al lettore una storia non solo verosimile ma anche vera. La storia dei Florio è caratterizzata da tanti successi ma anche da tantissima discriminazione:penso che la Auci sia stata molto brava a raccontare al suo lettore la società siciliana della prima metà del diciannovesimo secolo mostrandola sia nei suoi lati positivi, come per esempio la grandissima apertura commerciale, sia in quelli più negativi che ruotano principalmente attorno alla difficoltà di accettare il cambiamento in tutte le sue numerose sfaccettature.
Consiglio questo romanzo a chi ha proprio voglia di una lettura complessa e non ha paura di annoiarsi tra le pagine di un romanzo difficile da leggere (perché di dialetto siciliano ce n’è tanto e, soprattutto all’inizio, ho fatto una gran fatica) e pesante nella trama e nei personaggi.

*Volpe

Letture per non dimenticare – 27 gennaio 2021

Lo strano 2021, figlio di un altrettanto insolito 2020, ci vede ancora chiusi, per senso civico e dovere morale, dentro le mura domestiche; ma non siamo solo noi ad essere stati costretti a cambiare le nostre abitudini: anche lezioni, lavoro e celebrazioni si sono dovute arrangiare per essere svolte in tutta sicurezza.
La Giornata della Memoria 2021 è stata spostata quasi interamente online e, se da una parte questo toglie la magia del contatto umano, dall’altra ci permetterà di partecipare a più di una iniziativa e ascoltare numerose voci che ancora hanno la forza di raccontare.
La memoria non si ferma, non si può fermare: ricordare diventa sempre di più un dovere chi rimane. Ora che i testimoni oculari dell’orrore della Shoah si stanno lentamente spegnendo per la vecchiaia, le loro storie e la loro voce sono ancora più importanti.

Nell’ultimo periodo, molti sono i testimoni che hanno messo le loro storie sulla carta. In questa importante occasione, noi di Arcadia abbiamo ritenuto importante proporvi alcuni titoli.
Leggete, conoscete, ricordate.

Ora che eravamo libere, di Henriette Roosenburg: Sopravvivere alla guerra, alla deportazione e al carcere, scampare a una condanna a morte e ritrovare la libertà tramite un lento e accanito ritorno verso casa, restare in vita per testimoniare e non far dimenticare un’esperienza che ha coinvolto migliaia di resistenti contro la barbarie nazista: tutto questo è Ora che eravamo libere, l’intenso memoir che la giornalista olandese Henriette Roosenburg pubblicò nel 1957 e che, grazie all’immediato successo presso i lettori americani, documentò in modo diretto la Nacht und Nebel, la terribile direttiva emessa nel dicembre 1941 da Adolf Hitler volta a perseguitare, imprigionare e uccidere tutti gli attivisti politici invisi al regime nazista. Nata nel 1916 in Olanda, Henriette Roosenburg aveva appena cominciato l’università quando si unì alla resistenza antinazista. A causa della sua attività come staffetta partigiana prima e giornalista poi, nel 1944 fu catturata, imprigionata nel carcere di Waldheim in Sassonia e condannata a morte. Nel maggio dell’anno successivo, venne liberata assieme ad altre sue compagne di prigionia, iniziando un lunghissimo viaggio per tornare a casa, un’autentica odissea attraverso la Germania sprofondata nel caos di fine conflitto. In mezzo a soldati alleati che presidiano il territorio, nazisti in fuga e tedeschi diffidenti o addirittura ostili perché ancora fedeli al regime, tra innumerevoli astuzie, baratti e peripezie, le protagoniste di questa estenuante via crucis riusciranno alla fine a riabbracciare le proprie famiglie in patria.

La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia, di Lia Tagliacozzo: Lia Tagliacozzo è ebrea, figlia di due sopravvissuti alla Shoah. Quando nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali, i suoi genitori erano bambini: durante le persecuzioni il padre si salvò per caso da una retata e restò nascosto in un convento per tutti i mesi dell’occupazione, la madre si rifugiò in un casolare di campagna e poi, dopo la fuga attraverso le Alpi, in un campo di internamento in Svizzera. Ma di tutto questo a casa di Lia si è sempre parlato poco. E lei, da sempre, ha tentato di ricostruire la storia della sua famiglia cucendo insieme le poche informazioni, riempendo i buchi della memoria, indagando tra le omissioni e le rimozioni. Ha scritto tanto, negli anni, trasformando in romanzo le vicende degli ebrei italiani, e ora ha deciso di raccontare la propria storia.

La sola colpa di essere nati, di Liliana Segre e Gherardo Colombo: Liliana Segre ha compiuto da poco otto anni quando, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, le viene impedito di tornare in classe: alunni e insegnanti di «razza ebraica» sono espulsi dalle scuole statali, e di lì a poco gli ebrei vengono licenziati dalle amministrazioni pubbliche e dalle banche, non possono sposare «ariani», possedere aziende, scrivere sui giornali e subiscono molte altre odiose limitazioni. È l’inizio della più terribile delle tragedie che culminerà nei campi di sterminio e nelle camere a gas. In questo dialogo, Liliana Segre e Gherardo Colombo ripercorrono quei drammatici momenti personali e collettivi, si interrogano sulla profonda differenza che intercorre tra giustizia e legalità e sottolineano la necessità di non voltare mai lo sguardo davanti alle ingiustizie, per fare in modo che le pagine più oscure della nostra storia non si ripetano mai più.

Il mio nome è Selma. La coraggiosa testimonianza di una combattente della resistenza ebraica, di Selma Van de Perre: Quando nel maggio del 1940 l’esercito del Terzo Reich invase i Paesi Bassi, la vita di Selma – spensierata studentessa ebrea diciottenne – cambiò per sempre. All’occupazione nazista, infatti, fece immediatamente seguito la persecuzione crudele e sistematica della popolazione ebraica. Allontanati dai luoghi di lavoro, spogliati di ogni diritto e proprietà, braccati dalla Gestapo, dalla polizia collaborazionista e dai tanti delatori, migliaia di ebrei olandesi furono deportati nei campi di sterminio, pagando, fra tutte le comunità dell’Europa occidentale, forse il prezzo più alto della Shoah. Molti, tuttavia, riuscirono a sfuggire alla cattura scegliendo la clandestinità e combattendo nelle file della resistenza. Selma fu una di loro. Per due anni, sotto il nome di «Marga» rischiò il tutto per tutto. Viaggiò come staffetta attraverso l’Olanda, il Belgio e la Francia per raccogliere informazioni, portare ordini, falsificare documenti di identità e tessere annonarie, dare rifugio ai giovani ricercati dai tedeschi. Contribuì alla fuga di centinaia di ebrei verso l’Europa meridionale e la Palestina. Fino a quando, nell’estate del 1944, venne arrestata e deportata, come prigioniera politica, a Ravensbrück, nel principale lager femminile della Germania nazista. A differenza dei genitori e della sorella che, come successivamente scoprì, morirono nei campi di sterminio, Selma riuscì a sopravvivere fino al giorno della liberazione sotto falsa identità. Soltanto a guerra terminata osò pronunciare per la prima volta dopo anni il suo vero nome. Selma. Ora, a novantanove anni, Selma van de Perre ripercorre una delle pagine meno note della storia della Seconda guerra mondiale, quella cioè che vide moltissimi ebrei partecipare attivamente alla lotta contro il nazismo, smentendo ancora una volta il luogo comune, così caro agli antisemiti e ai negazionisti di ieri e di oggi, delle vittime mansuete che si lasciarono condurre docilmente alle camere a gas. Entrando nella resistenza e scegliendo di sopravvivere a ogni costo, Selma, insieme a tanti altri, aveva sfidato la barbarie con la sola arma di cui disponeva, il coraggio. Per poter pronunciare di nuovo il proprio nome. Per dimostrare che all’orrore è possibile opporsi.

Tana libera tutti. Sami Modiano, il bambino che tornò da Auschwitz, di Walter Veltroni: Sami Modiano ha solo otto anni quando viene espulso dalla scuola. Abita a Rodi, all’epoca territorio italiano, dove frequenta la scuola elementare, che adora. Il maestro non gli dà motivazioni, gli dice solo di tornare a casa dal padre che gli spiegherà tutto. Da quel giorno Sami smette di essere un bambino e diventa un ebreo. Con il padre e le sorelle vive con difficoltà le restrizioni delle leggi razziali, arrivate sull’isola senza avvisaglie, fino al rastrellamento dell’intera comunità ebraica avvenuto con l’inganno il 23 luglio del 1944. Sami e la sua famiglia vengono caricati su una nave mercantile e da Atene su un treno. Un mese di viaggio in condizioni disumane verso il campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau. In pochissimo tempo perde ciò che ha di più caro al mondo: il padre e la sorella Lucia, con cui era riuscito a restare in contatto scambiando bocconi di pane della propria razione quotidiana. Per due volte viene selezionato dai medici del campo e si salva miracolosamente, come pure sopravvive alla marcia finale e alla fuga dei nazisti dal campo con i prigionieri perché creduto morto. Nella casa in cui trova rifugio e viene raccolto dai sovietici il 27 gennaio 1945 conosce Primo Levi e Piero Terracina. Di tutta la comunità ebraica di Rodi, è stato tra le sole venticinque persone riuscite a salvarsi. Nel 2005 ha trovato la forza di tornare ad Auschwitz, accompagnato da una classe di ragazzi e dall’allora sindaco di Roma Walter Veltroni ed è diventato testimone della Shoah. La sua storia arriva al grande pubblico nel 2018 grazie al docufilm Tutto davanti a questi occhi girato proprio da Veltroni.

Il bambino che non poteva andare a scuola, di Ugo Foà: Quando vengono promulgate le leggi razziali, nel 1938, Ugo ha 10 anni, sta per iscriversi alle scuole medie. Ma all’inizio di settembre, prima che ricominci l’anno scolastico, sua madre gli comunica che, in quanto ebreo, non potrà tornare tra i banchi di scuola. Ugo e i suoi quattro fratelli, e tutti gli ebrei in Italia, non potranno fare sport, lavorare negli uffici pubblici, avere una radio in casa, farsi aiutare da una tata “di razza ariana”, e via via molti provvedimenti che mirano a estrometterli dalla vita sociale, economica e politica del Paese. Il padre di Ugo lavora in Eritrea, manda il denaro per il sostentamento della famiglia rimasta a Napoli; e lì Ugo vivrà i bombardamenti, la fame, gli stenti della guerra, e poi con le Quattro giornate di Napoli, finalmente, l’arrivo degli Alleati e la Liberazione. Per quarant’anni Ugo non ha raccontato questa storia. Poi ha capito che aveva il dovere di testimoniare, soprattutto davanti ai giovani. Adesso gira instancabile le scuole di tutta Italia e racconta la sua vicenda: è la vita di un bambino durante la guerra, un bambino che non può andare a scuola, che quando dà gli esami da privatista deve sedere all’ultimo banco. È il racconto festoso della Liberazione, e quello tragico dei parenti e degli amici deportati. È la storia di un uomo che deciderà di andare ad Auschwitz soltanto nel 2005 e lì, davanti al binario che conduceva ai forni crematori, non potrà fare a meno di inginocchiarsi e dire una preghiera. Il libro, pensato per un pubblico di ragazzi, è corredato da agili schede sui momenti salienti del fascismo e della Seconda guerra mondiale, sulla persecuzione razziale in Italia e Germania, su episodi e personaggi citati nel racconto di Foà. Età di lettura: da 10 anni.

Una merce molto pregiata, di Jean-Claude Grumberg: Questa è una favola, e come tutte le favole inizia con C’era una volta. C’era una volta un bosco, in cui vivevano un povero boscaiolo e sua moglie. I due non avevano figli, e se l’uomo era contento, perché questo significava bocche in meno da sfamare, per sua moglie il desiderio di un bambino da amare era quasi doloroso. 
Dopo lo scoppio della guerra, perché nelle favole ci sono le guerre, un treno attraversava spesso il bosco. La moglie del boscaiolo era contenta di veder passare quel treno, il marito le aveva spiegato che era un treno merci. Strane merci, più che altro sembravano persone, a giudicare dalle mani che a volte uscivano tra le sbarre per lanciare bigliettini. Poi un giorno quel treno che la donna ormai crede magico le regala una merce molto pregiata, come a voler esaudire il suo desiderio più grande… Perché la cosa che più merita di esistere, nelle favole come nella vita vera, è l’amore donato ai bambini.

Diario, di Anne Frank: Quando Anne inizia il suo diario, nel giugno del 1942, ha appena compiuto tredici anni. Poche pagine, e all’immagine della scuola, dei compagni e di amori più o meno ideali, si sostituisce la storia della lunga clandestinità. Obbedendo a una sicura vocazione di scrittrice, Anne ha voluto e saputo lasciare testimonianza di sé e dell’esperienza degli altri clandestini. La prima edizione del “Diario” subì tuttavia non pochi tagli, ritocchi, variazioni. Il testo, restituito alla sua integrità originale, ci consegna un’immagine nuova: quella di una ragazza vera, ironica, passionale, irriverente, animata da un’allegra voglia di vivere, già adulta nelle sue riflessioni.

*Volpe&Jo

Fonte: Pixabay alessandra1barbieri

Manuale dell’imperfetto viaggiatore

MANUALE DELL’IMPERFETTO VIAGGIATORE

Autore: Beppe Severgnini
Casa Editrice: Rizzoli
Anno di Edizione: 2000

.: SINOSSI :.

È proprio così, a Severgnini i viaggiatori interessano davvero: li segue, li osserva, li descrive in modo esilarante, senza però giudicarli o condannarli. «Eravamo turisti. Siamo diventati viaggiatori. Imperfetti, ma viaggiatori» sostiene l’autore. Siamo curiosi, rumorosi, avventurosi, frettolosi, generosi. Leggiamo poco e compriamo troppo. Siamo complessivamente onesti, e giustamente diffidenti. Siamo tolleranti. Mentre gli stranieri che visitano l’Italia si innervosiscono quando s’imbattono in altri stranieri, noi italiani, incontrando altri italiani, festeggiamo l’avvenimento, manifestando un orgoglio nazionale che in patria teniamo ben nascosto. Se vi riconoscerete in queste pagine, vi raccomandiamo di essere indulgenti. Con voi stessi e con l’autore, che ricorda: «Se ho saputo descrivere la commedia umana che circonda i nostri viaggi, il motivo è uno solo: tra gli attori ci sono anch’io, e di solito mi diverto come un matto».

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il libro è di vent’anni fa, se doveste decidere di leggerlo, vi invito a tenere conto delle differenze che ci sono tra i viaggiatori di oggi e quelli di ieri.
Il Manuale dell’imperfetto viaggiatore è un libro che Severgnini ha scritto raccogliendo i suoi articoli per la rivista Qui Touring: ogni capitolo è una divertente, e a tratti irriverente, immersione nel complesso mondo dei viaggi ma, soprattutto, nella psicologia dei viaggiatori. 
Severgnini analizza con spietata attenzione gli Italiani in vacanza. Il libro non è sicuramente adatto alle persone più permalose perché chiunque potrebbe rivedersi anche nelle descrizioni più satiriche. Tutti siamo stati, almeno una volta e senza rendercene conto, vittime dei piccoli cliché da viaggio. 
Chi è, dunque, l’italiano che viaggia secondo Severgnini? L’autore ha estrapolato dalla propria esperienza personale tutte le informazioni che ha inserito in questo testo: stereotipi, stramberie e simpatiche ingegnosità si contendono il primato per chi possa definire al meglio il viaggiatore italiano. Per quanto io abbia apprezzato la simpatia del libro in sé, a tratti l’ho trovato un po’ superficiale e scontato, specialmente nei capitoli-elenco dove erano riportati strambi ed improbabili esempi di viaggiatori. Ho la presunzione di credere che non tutti i viaggiatori (sia italiani sia non) siano così facili da etichettare.

Il libro è veramente breve, si può leggere in un pomeriggio oppure (cosa che consiglio sperando di avere il tacito benestare dell’autore) durante un lungo viaggio in aereo. Lo stile è quello tipico del giornalismo: privo di dettagli superflui, mira ad accattivarsi la simpatia del lettore. Su alcune pagine, lo ammetto senza alcuna difficoltà, ho passato lunghissimi momenti a ridere a crepapelle. Di certo non si può dire che Svergnini scriva male, al contrario: è abile a giocare con le parole e a creare la giusta enfasi. Non di rado le sue descrizioni prendono vita, stuzzicando la fantasia dei lettori che finisce con l’essere perfettamente in grado di immaginarsi una precisa situazione.

A mio avviso, il libro merita um 7,5/10.
Non è privo di difetti, così come non è nemmeno carico di terribili errori: è un libro carino, divertente, ma che lascia un po’ il tempo che trova. Se letto con attenzione, però, può portare a buone e interessanti riflessioni. 
In ogni caso, è una lettura che consiglio per passare qualche ora di divertente tranquillità. Magari anche da leggere in famiglia, a voce alta, come si faceva una volta!

Tenebre e Ossa

TENEBRE E OSSA

Autore: Leigh Bardugo
Casa Editrice: Mondadori
Anno di Edizione: 2020

.: SINOSSI :.

“Il dolore e la paura mi vinsero. Urlai. La parte nascosta dentro di me risalì con impeto in superficie. Non riuscii a fermarmi. Il mondo esplose in una sfolgorante luce bianca. Il buio si infranse intorno a noi come vetro”. L’orfana Alina Starkov non ha grandi ambizioni nella vita, le basterebbe fare al meglio il suo lavoro di apprendista cartografa nell’esercito di Ravka, un tempo nazione potente e ora regno circondato dai nemici, e poter stare accanto al suo buon amico Mal, il ragazzo con cui è cresciuta e di cui è innamorata da molto tempo. Ma il destino ha in serbo ben altro per lei. Quando il loro reggimento attraversa la Faglia d’Ombra, la striscia di oscurità quasi impenetrabile che taglia letteralmente in due il regno di Ravka, lei e i suoi compagni vengono attaccati dagli esseri spaventosi e affamati che lì dimorano. E proprio nel momento in cui Alina si lancia in soccorso dell’amico Mal ferito gravemente, in lei si risveglia un potere enorme, come una luce improvvisa e intensa in grado di riempirle la testa, accecarla e sommergerla completamente. Subito viene arruolata dai Grisha, l’élite di creature magiche che, al comando dell’Oscuro, l’uomo più potente di Ravka dopo il re, manovra l’intera corte. Alina, infatti, è l’unica tra loro in grado di evocare una forza talmente potente da distruggere la Faglia e riunire di nuovo il regno, dilaniato dalla guerra, riportandovi finalmente pace e prosperità. Ma al sontuoso palazzo dove viene condotta per affinare il suo potere, niente è ciò che sembra e Alina si ritroverà presto ad affrontare sia le ombre che minacciano il regno, sia quelle che insidiano il suo cuore.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Era un romanzo che volevo leggere da tempo ma che, a causa del suo essere diventato praticamente introvabile in Italia, ho sempre rimandato. Ora, grazie alla serie tv che Netflix ha in programma e al successo di Sei di Corvi, la saga è stata ripubblicata e io ho potuto finalmente metterci sopra le mani.

Ma partiamo con la recensione, che ho già perso abbastanza tempo. 
A mio avviso, Tenebre e Ossa è un buon romanzo Young Adult, che tratta tematiche adatte all’età di riferimento e che, pur avvicinandosi ad alcuni cliché fastidiosi della letteratura per ragazzi, non vi cade proprio del tutto rendendo la lettura piacevole ed intrigante. 
In particolare è notevole il lavoro che l’autrice ha fatto sul world building: il mondo in cui si muovono i personaggi è coerente, completo e realistico. Nei ringraziamenti, è stata inserita una lunga nota bibliografica riguardo i testi utilizzati per la creazione di questo suo mondo. Ravka assomiglia alla Russia zarista ed è in questa cornice che si mescolano e si uniscono personaggi magici e non, tutti uniti da un comune nemico: la Faglia d’Ombra. Anche i Grisha, quelli che l’autrice descrive come praticanti della “piccola scienza”, hanno una loro ontologia ben studiata che li piazza a metà tra la magia e l’alchimia. 

La trama si apre in medias res: la protagonista, Alina Starkov, è davanti alla Faglia D’Ombra, una fitta nebbia nera che divide a metà il regno di Ravka, e la deve attraversare assieme al suo reggimento.
Una serie di rocambolesche coincidenze porteranno Alina a trovarsi in una situazione per lei totalmente nuova, pericolosa ed inesplorata. Sebbene a primo acchito la trama possa sembrare simile a quella di altri romanzi Young Adult, come ad esempio Harry Potter ed Hunger Games, credo che la profondità dell’autrice nel trattare temi come la perdita, la paura della morte e il bisogno di affrontare le proprie ansie e i propri blocchi emotivi per poter essere pienamente se stessi, portino il romanzo su uno scalino un po’ più alto permettendogli di entrare in quei romanzi per ragazzi che personalmente considero utili alla crescita personale. 

La scrittura, rispetto a quella che ho trovato in “Sei di Corvi”, è più acerba: la Bardugo è migliorata moltissimo nella sua duologia rispetto a questa prima saga e credo sia un suo importante punto a favore. Il romanzo è scritto in prima persona, quindi il lettore si trova catapultato nei pensieri di Alina. Nonostante io non ami particolarmente questo tipo di scrittura perché la trovo limitante, credo che l’autrice l’abbia sfruttata al meglio per rendere il lettore partecipe di tutti gli stati emotivi della sua protagonista. Le descrizioni e i dialoghi sono in generale abbastanza convincenti, anche se, appunto, non raggiungono il livello di “Sei di Corvi”. I personaggi sono variegati e ben delineati: tra tutti, i miei personaggi preferiti sono Genya e Baghra che, con la loro complessità, si sono conquistate un posticino tra i personaggi che ritengo memorabili. Una menzione speciale va anche a Mal che, grazie alla sua amicizia incondizionata, risulta una delle spalle meglio delineate in un libro Young Adult. 

Anche quando il libro stava per scivolare nel cliché che odio maggiormente (il famigerato triangolino amoroso nonsense), la Bardugo riesce a svicolare e, con un ben piazzato colpo di scena, movimenta la trama riportando un po’ di azione nella sua narrazione che, persasi tra lezioni e feste di palazzo, aveva perso un po’ di vita. L’ultima parte del libro è frenetica, interessante, coinvolgente. Seguire Alina nella sua caduta e poi nella sua risalita, permette al lettore di capire davvero lo sviluppo di un personaggio ben studiato con un arco narrativo impostato sulla crescita.

In sostanza, il mio voto è un 8/10. Ci sono alcune piccole cose che avrebbero potuto essere migliorate per rendere il romanzo perfetto, ma nel complesso la trama è ben curata, i personaggi interessanti e lo sviluppo non banale. 
Menzione della vergogna: trovo inaccettabile che una casa editrice come Mondadori pubblichi un libro con errori di battitura qua e là. 

*Volpe

L’Arte di essere fragili

L’ARTE DI ESSERE FRAGILI

Autore: Alessandro D’Avenia
Casa editrice: Mondadori
Anno: 2016

.: SINOSSI :.

“Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana?” Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D’Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d’Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l’Islandese… Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

L’Arte di essere fragili è un libro che va letto quando se ne ha davvero bisogno: durante l’adolescenza.
Con il pretesto di parlarci di Giacomo Leopardi, della sua poesia e della sua fragilità, infatti, D’Avenia tenta un’impresa davvero complessa: conversare con gli adolescenti o, meglio ancora, con le loro insicurezze.
Si avvicina ad un mondo che conosce già, essendo professore, e forse proprio grazie a questo suo impiego è stato in grado di analizzare così bene l’animo delicato e sognatore dei giovani che si affacciano lentamente alla maturità.
L’idea su cui si basa il libro, dunque, è davvero interessante. L’unico vero problema è che, nell’arco di tutto il testo, non sempre le buone intenzioni dell’autore si traducono in fatti.

Prendendo tra le mani una copia del libro e scorrendone le pagine, ci si accorgerà che sono molto più frequenti i paragrafi in cui l’autore parla del proprio lavoro rispetto a quelli in cui tratta effettivamente di Leopardi e delle sue opere.
Risulta molto auto-riferito e ci sono numerosi passaggi in cui D’Avenia, sicuramente con le migliori intenzioni, sembra volersi elevare a salvatore di vite sminuendo la gravità di disturbi dell’umore come la depressione o dei disturbi d’ansia.
Purtroppo, pagina dopo pagina, lo scritto perde completamente lo spirito iniziale per trasformarsi in un’opera comunque molto bella ma che tocca la poetica leopardiana solo da lontano.

Per questo motivo, non me la sento proprio di dare a questo libro più di un 6/10, credo che D’Avenia abbia mancato il proprio obiettivo.
Avevo altissime aspettative e sono rimasta un po’ delusa, ma spero di potermi ricredere con un altro libro dello stesso autore!
Lo consiglio comunque a chi ha bisogno di uno sguardo positivo sul mondo.

*Volpe