Piccolo nome, grande sangue

.: SINOSSI :.

Chiusi in una casa circondata da un bosco inospitale, due bambini si dicono addio. Sono finiti tra quelle mura perché entrambi sognano gli animali: il protagonista spera di scorgere i loro occhi obliqui dalla finestra e di essere privo di nome; il fratello Leo modella le loro forme nel buio. Ma i due non sanno che perdere la propria umanità è una questione di cuore, di sangue.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

La favola scritta da Riccardo Meozzi racconta di come l’uomo può perdere e allo stesso tempo ritrovare la propria identità. Con una prosa asciutta, costituita da un’ottima aggettivazione e un sapiente uso delle metafore, trascina il lettore, pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine, orrore e libertà. Meozzi racconta quella che definirei “una storia senza tempo” in cui chiunque riuscirà, almeno un pochino, a rivedersi.
Ambientata in un periodo non meglio definito che sa di contemporaneità solo per la presenza di oggetti come un’automobile, una televisione o dei videogiochi, Piccolo nome, grande sangue fa riflettere in pochissime pagine su temi come la diversità, la mancanza di accettazione e, infine, l’autodeterminazione.

Per raccontare il dramma del suo protagonista senza nome, Meozzi usa uno schema freudiano. Il protagonista, un bambino che si rifiuta di essere chiamato per nome, vive intrappolato in una lotta costante tra il suo es e il suo super io: non riuscendo ad adattarsi alla vita che gli altri hanno deciso per lui ma non potendo accontentare i propri istinti e desideri, finisce per essere schiacciato da entrambi.
Solo nella foresta e con l’aiuto di una vecchia che, pagina dopo pagina, sembra sempre più simile a lui riuscirà a trovare un senso alla sua esistenza.

Nonostante la storia appartenga al genere weird e sia costellata da elementi di fantasia e del folklore italiano, non è, dunque, poi così lontana dalla realtà. Chi può dire con assoluta tranquillità di non essersi mai sentito a disagio tra le convenzioni in cui è costretto a vivere? Chi non ha mai desiderato, cercato e ottenuto di essere finalmente se stesso? Certo nessuno, immagino, desidera quello che il piccolo protagonista vuole e nessuno otterrà la propria libertà nello stesso, strano modo ma questo non significa che non si possa empatizzare con la straneazioni che lui prova a vivere nel nostro mondo.
A mio avviso, il libro merita di essere letto e sento di poterlo giudicare in maniera estremamente positiva. I temi trattati, così come l’attenzione che l’autore ha messo nella creazione del conflitto identitario del protagonistami spingono ad assegnare a questo racconto un 8.5/10. A completare il quadro ci sono le bellissime illustrazioni di Giulia Pex che vengono in soccorso del lettore aiutandolo a vedere la realtà di Meozzi tramite gli occhi stessi dell’autore.

*Volpe

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La maledizione di Cassandra

.: SINOSSI :.

Italia centrale, XVI secolo. Le Signorie degli Strina e dei Valsabora combattono da anni. Riccardo Strina, Signore di Drena, insegue l’ultima possibilità di salvezza: la Bella Fenice, l’eroina che secondo i vaticini garantirà al suo esercito la vittoria. Il vate di corte sa dove si trova: lei è nel futuro. Ed è necessario che sia richiamata, a ogni costo. Per eseguire questo rituale il Signore degli Strina si rivolge a Cassandra, la veggente esiliata da Drena dopo la sanguinosa disfatta della battaglia di Lucera. Chiara sta facendo jogging sul lungomare, quando all’improvviso si trova catapultata in un mondo sconosciuto. Cosa vogliono da lei? Perché si ostinano a chiamarla Fenice? Chi sopravvivrà alla lotta senza esclusione di colpi?

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Antonella Degni scrive un libro fatto di incantesimi, guerre, politica e maledizioni trasportando il lettore in un rinascimento alternativo in cui, accanto alle signorie che tutti conosciamo, ci sono anche, nascoste così da non essere trovate e distrutte, le corti degli stregoni.
I protagonisti di questo libro, perché si tratta di una storia corale in cui è difficile identificare un solo protagonista o un solo antagonista, fanno parte di tre signorie magiche. Di queste, due sono in guerra tra loro e, dopo anni di massacri, una profezia potrebbe finalmente aiutarli a trovare un vincitore.

La trama costruita da Degni è a dir poco complessa, completa e intrigante ma, a mio avviso, avrebbe avuto bisogno di molte più pagine per essere sviluppata a dovere: purtroppo, alcuni avvenimenti e, in particolare, il funzionamento del sistema magico sono spiegati in maniera sommaria e frettolosa. Questo spezza un po’ il ritmo ed è un peccato, visto che la scrittura di Degni è bellissima e le sue descrizioni, estremamente evocative, permettono ai lettori di immergersi fino in fondo nella storia da lei creata. Trattandosi del primo romanzo di una autrice emergente, però, posso dire con certezza che promette molto bene: l’esperienza la aiuterà a rendere i prossimi capitoli di questa serie ancora più belli.

Come accennato in precedenza, questo libro presenta al lettore un sacco di personaggi: nonostante il focus principale sia su Cassandra e la signoria degli Strina, seguendo lo stile di George R. R. Martin Degni sposta il punto di vista, capitolo per capitolo, da un personaggio all’altro. Così, il lettore può seguire sia le avventure di quelli che sono caratterizzati come “i buoni” sia quelle di chi, a primo impatto, potrebbe essere considerato “cattivo”.
Personalmente amo questo stile di scrittura perché, soprattutto come in questo caso in cui c’è una trama politica e militare molto sviluppata, dà modo di capire meglio le ragioni di tutti i personaggi.

In generale, penso che questo libro, primo di quella che si preannuncia come una lunga e interessante serie, meriti un 7/10. Problematiche ce ne sono, sarebbe sciocco non ammetterlo, ma sono tutte cose che possono (e so che saranno) superate grazie al tempo e all’esperienza.
La capacità di inventiva di Degni, comunque, tiene il lettore incollato alle pagine: sono rimasta molto colpita dal finale di questo primo romanzo che mi ha lasciato senza parole e mi ha fatto riflettere su alcune delle affermazioni che i personaggi hanno portato all’attenzione l’uno dell’altro nelle pagine precedenti.
Ad avermi colpito più di ogni altra cosa è il worldbuilding perché, per quanto semplice, è assolutamente geniale: si tratta di un romanzo Fantasy italianissimo in cui l’autrice non ha sentito il bisogno di inserire nomi, siano essi di luoghi o persone, strani per dare la sensazione di leggere qualcosa di ambientato in un mondo diverso dal nostro.

*Volpe

TBR (to be read)~ Booktag

TBR, TBR, TBR!
La lista di libri da leggere è la croce e la delizia dei lettori appassionati e, ovviamente, è sempre infinita. Oggi vogliamo esplorare la vostra TBR (e permettere a voi di esplorare la nostra) con questa breve booktag!

1. #EBOOK- un ebook dalla tua TBR
VOLPE: Stories from the other side, Michela Mosca
JO: Ottone. Il primo dei Visconti di Alex Calvi e Livio Gambarini

2. #ROMANCE – un romanzo con una o più storie d’amore
VOLPE: La moglie di Dante di Marina Marazza, anche se chiamarlo Romance mi fa venire i brividi
JO: non pervenuto

3. #MISTERY – un romanzo con uno o più misteri da risolvere
VOLPE: Notte d’Ottobre di Roger Zelazny
JO: Il diavolo e l’acqua scura di Stuart Turton

4. #GIALLO- un romanzo con un’indagine
VOLPE: Morte di una sirena di Rydhal e Kazinski
JO: (al momento) non pervenuto

5. #DISTOPICO- un romanzo distopico
VOLPE: Mondo sommerso di James Ballard
JO: Il racconto dell’ancella, di Margaret Atwood

6. #FANTASY – un romanzo con elementi fantastici
VOLPE: Le migrazioni dei Draghi di  Francesca Romana D’Amato
JO: Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon

7. #YOUNGADULT- un romanzo per giovani lettori
VOLPE: Una corte di rose e spine di Sara J. Maas, anche se dovete ancora scoprire perché è in tbr.
JO: (al momento) non pervenuto

8. #GENERICO- un saggio
VOLPE: incanto di Michele Bellone
JO: Letteratura palestra di libertà di George Orwell

9. #NARRATIVA- un romanzo che consiglieresti a tutti
VOLPE: Piranesi di Susanne Clark
JO: I viceré di Giovanni de Roberto

La primula rossa

.: SINOSSI :.

1792, Parigi è sconvolta dal regime del Terrore imposto dai giacobini. La ghigliottina reclama ogni giorno il suo pegno di sangue, decine di teste aristocratiche. L’ultima speranza per la nobiltà francese sta nel misterioso eroe che organizza la spericolata evasione e il successivo espatrio dei condannati a morte armato solo della propria inventiva e utilizzando i più impensabili travestimenti: la Primula rossa, così chiamata perché ogni volta la sua prossima impresa è annunciata da un biglietto di sfida firmato con uno scarlatto simbolo floreale… La Primula rossa è uno dei più fortunati romanzi di tutti i tempi. L’autrice, Emma Orczy, ha saputo trasporre genialmente le convenzioni del feuilleton e del romanzo di cappa e spada nella sensibilità del Ventesimo secolo, l’era della velocità, dell’elettricità e del cinematografo, creando una storia incalzante che non tralascia alcuna delle convenzioni del romanzo popolare del secolo precedente proponendole però con i ritmi del nascente cinematografo, e inventando il primo supereroe mascherato della storia, archetipo di un colossale filone dell’immaginario moderno (senza dimenticare la vera protagonista, Marguerite, uno dei primi esempi nella letteratura popolare di donna non sottomessa, libera e ardita). Non a caso da La Primula rossa sono germinate innumerevoli trasposizioni per il grande e piccolo schermo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.
Se avete amato I tre moschettieri e i romanzi cappa e spada sono la vostra passione, La Primula rossa non vi deluderà.
Rifacendosi ai romanzi d’avventura, Orczy tesse la trama di una storia avvincente che non annoia mai il lettore.
La descrizione del Terrore francese, gli intrighi e le trappole da cui la Primula Rossa deve guardarsi tengono con il fiato sospeso e le pagine scorrono velocemente grazie ad un ritmo ben cadenzato che avvince senza mandare eccessivamente in titillazione.

Era da tempo che questo romanzo attirava la mia attenzione e, finalmente, sono riuscita a dedicarmici con la giusta disposizione d’animo. Descrizioni poetiche, personaggi ben tratteggiati e una storia ricca di colpi di scena mi hanno rapita verso un mondo fatto di balli, audaci contrabbandieri e spie senza scrupoli da cui mi sono separata a malincuore. Nonostante sia un romanzo di inizio ‘900 il linguaggio non abbonda di arcaismi e la lettura risulta gradevole e scorrevole. Stilisticamente il libro mi è piaciuto e merita 9-/10. Il mio giudizio sarebbe stato ottimo se, in dirittura d’arrivo, l’autrice non avesse fatto due scivoloni che mi hanno lasciato un po’ perplessa. Dopo aver decantato per oltre trecento pagine le abilità della Primula rossa, la soluzione scelta da Orczy per arrivare alla resa dei conti con l’acerrimo nemico del protagonista mi è sembrata un po’ campata per aria per non dire improvvisata: quasi che, trovandosi ormai prossima alla conclusione, l’autrice abbia tirato via le ultime pagine certa, ormai, di aver guadagnato l’attenzione e il favore del lettore. L’altra cosa che ha un po’ rovinato la lettura, rischiando di trascinare la storia da romanzo cappa e spada a romanzetto rosa di bassa lega, è stato il tormento che da metà libro affligge la coprotagonista (una donna dimostratasi per metà del romanzo tutt’altro che svenevole e, anzi, alquanto intraprendente considerato il periodo in cui il romanzo viene scritto e l’ambientazione dello stesso): in seguito ad una serie di intrighi, la giovane si trova davanti un dubbio amletico e, letteralmente per almeno due paragrafi per ogni capitolo che separa il lettore dalla conclusione, il travaglio morale e psicologico della madame viene ripetuto ancora, ed ancora fino a dare noia.

*Jo

Women of Weird

.: SINOSSI :.

“W.o.W. Women of Weird” raccoglie dodici racconti nati dalla penna di tredici autrici italiane che hanno interpretato, ciascuna con il proprio tratto, le tematiche dell’onirico, del bizzarro e del perturbante. Un viaggio nell’ignoto e nell’altrove, terrificante come la tana di una creatura o i meandri di un’astronave. Il volume presenta la copertina della poster artist Sabrina Gabrielli. Prefazione di Viola Di Grado.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ormai lo avrete capito: il 2022 è l’anno dei racconti e, soprattutto, delle letture Weird. A differenza delle raccolte precedenti (Cronache dalla val lemuria e il libro nero della fame), Women of Weird (chiamato amichevolmente WoW) racchiude i racconti di undici diverse autrici. Questo vuol dire che gli stili e gli argomenti trattati sono tutti diversi: a legare i racconti, infatti, non c’è un tema comune ma soltanto l’appartenenza al genere weird.
Salvo rare eccezioni, devo dire che i racconti mi sono piaciuti tutti: essendo molto brevi è stato facile per me, che di solito mi affezione e fatico a cominciare una storia diversa dopo averne appena conclusa una, saltare dall’uno all’altro senza stufarmi mai di leggere.

In questo caso, una disamina approfondita dello stile delle diverse autrici è non solo inutile ma controproducente: un racconto può piacere più di un altro per tanti motivi e, non essendoci niente a legarli, sarebbe scorretto affermare che uno è migliore o uno peggiore. Quello che posso dire è che il primissimo racconto della raccolta mi ha stupita moltissimo e ha creato, almeno per me, aspettative molto alte: non tutti i racconti che sono venuti dopo, purtroppo, e sono riusciti a raggiungere, almeno per me, lo stesso livello. Questo è ovviamente un parere puramente personale e sono certa che altri lettori abbiano avuto una esperienza diametralmente opposta.
I miei preferiti sono, quindi, in ordine “ricordo la luce”, “la punizione madre”, “Ultimi di noi”, “Gloria di notte”, “l’angolo vuoto è una brutta cosa”. Ho invece trovato che “Sul ponte delle Montagne Rosse” avesse un potenziale più alto come romanzo piuttosto che come racconto: siccome la trama è molto complessa, avrebbe avuto bisogno di molte più pagine per essere sviluppato a pieno e diventare, così, un ottimo testo.

La raccolta è validissima e, secondo me, vale davvero la pena leggerla!
Per quali motivi? Perché in primo luogo si sostiene la letteratura italiana femminile, che è sempre buona cosa; poi, una raccolta di racconti come questa, con storie brevissime e tutte molto diverse, permette di non annoiarsi mai; da ultimo, ma non per importanza, tutti i racconti, anche quelli che posso dire essermi piaciuti un po’ di meno, scorrono a meraviglia e il lettore si trova alla fine in un secondo ma con tanti bei ricordi.
Il voto che mi sento di dare alla raccolta è 8.5/10. Consiglio di leggerlo in vacanza, magari in spiaggia, perché la lettura di racconti brevi si presta molto bene a fare da interruzione tra un bagno e l’altro!

*Volpe

Il libro nero della fame

.: SINOSSI :.

Vagabondi, vecchie maliarde che invocano rogne e fatture, adoratori di una strana cavità nella roccia, comunità di pescatori, di cavatori, di pastori, una famiglia in fuga da una pestilenza, eremiti, reietti.
Gli otto racconti che compongono Il libro nero della fame sono visioni di un sud Italia oscuro e primordiale, dove l’ombra del delirio e del decadimento pervade un susseguirsi di boschi, villaggi isolati, caverne sacre, montagne abitate da presenze ancestrali, gole e torrenti fangosi.
Con una scrittura biblica e scarnificata, Gerardo Spirito ritrae un’umanità alla deriva, assetata di fede, piegata al freddo, alla pioggia, alla ferocia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con questa raccolta, Gerardo Spirito accompagna i lettori in un Sud Italia misterioso caratterizzato da panorami oscuri, situazioni raccapriccianti e personaggi immersi in un continuo torpore. Tutti ambientati in villaggi senza nome, in boschi pullulati da cani randagi o alle pendici di una tetra montagna, i racconti condividono moltissimi punti in comune: sebbene non fosse nell’intenzione dell’autore, questo escamotage fa sì che le diverse storie sembrino svolgersi nello stesso momento, quasi fossero in realtà parallele.

La scrittura, a prima vista molto semplice, è caratterizzata da un sapiente uso della figura retorica: il bello di questi racconti è che il lettore riesce a sentire gli odori, i sapori e, soprattutto, i rumori che l’autore descrive. Lo scricchiolare delle foglie, il rumore di un osso che si spezza o il pigolare stanco di un vecchio volatile sono solo alcuni dei suoni che animano le pagine di Gerardo Spirito: oltre a dare colore al testo e a rendere la lettura piacevole, la capacità descrittiva dell’autore rende la raccolta una vera chicca per tutti quei lettori che, come me, si affidano molto all’udito.
Le descrizioni sono utili anche per cogliere gli elementi che, come anticipavo, i racconti condividono. Nonostante a volte i collegamenti siano ben visibili, nella maggioranza dei casi sono brevissimi accenni che si nascondono tra una descrizione e l’altra.
Altro punto fondamentale della scrittura di Spirito è quella di riuscire come pochi altri, il solo esempio che mi viene in mente è Cose che succedono la notte di Cameron, a rendere il tuo libro “scritto in bianco e nero”. Quando ci si immerge nella lettura, le immagini che il romanzo trasmette sono quelle di una foresta buia e personaggi opachi, a volte verrebbe persino da dire stanchi, che si muovono in una nebbia fitta che avvolge ogni singolo centimetro del mondo dell’autore.

Complessivamente, i racconti mi sono piaciuti tutti anche se, naturalmente, ho i miei preferiti. La mia preferenza va a racconti come Fame, Madre, Fuliggine e Pietra che mi hanno colpita a tal punto da lasciarmi addosso una leggera inquietudine ben oltre la conclusione della lettura. Si tratta di racconti che, a mio avviso, parlano molto alla mente e, soprattutto, allo stomaco del lettore.
I racconti di Spirito sono tetre rappresentazioni dell’anima umana: i suoi personaggi, che non sono caratterizzati né come buoni né come cattivi, seguono, o almeno di provano, la moralità del loro tempo cercando di dare un senso alla loro esistenza e, talvolta, al mondo in cui vivono. Spirito utilizza di frequente degli archetipi per portare avanti la narrazione: ad esempio, i bambini delle sue storie rappresentano sia l’innocenza sia l’innovazione e, infatti, spesso sono i piccoli protagonisti a portare alla luce misteri che sarebbero dovuti restare nascosti per sempre; allo stesso modo, gli anziani rappresentano non solo la saggezza ma anche le consuetudini e, spesso, la magia.
Non è un libro in cui la magia è palpabile o palese: al contrario, è nascosta sotto la superficie del mondo e i protagonisti la riescono solo a sfiorare.

Nel complesso, il voto che do a questa raccolta è un 9.5/10. Non ho trovato grandi difetti e sicuramente è entrato a far parte dei miei libri preferiti.
E’ una lettura allo stesso tempo semplice e complessa: le pagine scorrono molto bene, ma a volte si sente il bisogno di fermarsi per assaporare la scrittura oppure per riprendersi da quello che si è appena letto.
Lo consiglio a chi cerca libri fuori dal comune o che desidera leggere storie che hanno una base folkloristica tutta italiana!

*Volpe

Fracture

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Rya, giovane che ha visto la propria vita manovrata dalla ferma mano dell’ambizione famigliare, viene trovata ferita e insanguinata sulla riva del fiume da Nemi, capo di un Villaggio di ribelli in lotta contro l’impero. Condotta a Mejixana, è qui costretta a fare i conti con una nuova realtà, diversa da quella cui era abituata. La gente del Villaggio sembra accoglierla con benevolenza, ma Rya, candida e bugiarda, innocente e furba, nasconde un segreto che potrebbe mettere tutti in grave pericolo; compreso Nemi che, a ragione, non si fida di lei. Tra loro c’è una lotta in corso di mezze verità e menzogne celate, e niente è davvero come sembra. Quando insieme intraprendono un viaggio che cambierà per sempre le esistenze di molti – e mentre l’ombra di Niken, vecchia conoscenza di Mejixana e misterioso criminale ricercato, incombe su di loro – la frattura tra presente e passato confonde non solo i sentimenti della giovane, ma persino i giochi politici che la vedono invischiata tra le loro maglie.

.: SINOSSI :.

Barbara Bolzan con Fracture ha cercato di portare nelle librerie un romanzo fantasy Young Adult che, pur rientrando a pieno nel genere, si discostasse da fastidiosi cliché e stereotipi: a lettura conclusa sono contenta di poter dire che ci è riuscita piuttosto bene. Questo romanzo è il primo libro della “Rya Series” composto da altri tre volumi: svolge bene il suo ruolo di introduzione perché, grazie anche al fatto che la maggioranza dell’azione si svolge nei capitoli finali, il lettore ha tempo di famigliarizzare con il mondo creato da Bolzan e con i nomi di personaggi e luoghi.

Una intricata vicenda politica, di cui in questo primo capitolo riusciamo solo a intuire la portata, fa da sfondo a una trama molto più semplice in cui il lettore segue le vicende di Rya che si trova catapultata in un mondo completamente diverso da quello cui è sempre stata abituata. Il narratore, sebbene sia in prima persona, è un po’ particolare: il romanzo è raccontato dal punto di vista di una Rya del futuro, visibilmente più matura rispetto a quella che si muove tra le pagine di questo primo volume. Quasi come se fosse a processo, la narratrice espone le vicende di cui è stata protagonista senza mancare di dare giudizi, spesso con una punta di biasimo, riguardo sia le proprie azioni sia quelle dei suoi compagni di viaggio. Sebbene questo sia solo il primo capitolo, quindi, il lettore ha immediatamente la sensazione di trovarsi in un romanzo che fa parte di qualcosa di molto più grande: le parole di questa Rya adulta, cambiata, lasciano sempre intendere che il meglio (o, forse, il peggio) deve ancora venire.
Oltre a dare sapore e mistero alla narrazione, questa tecnica mostra come Bolzan abbia programmato nei minimi dettagli la trama di tutta la sua saga ben prima di iniziare a scrivere.
Fracture ha, quindi, un forte focus sullo sviluppo della protagonista destinata a cambiare e trasformarsi da principessa viziata a vera e propria regina. La sua trasformazione è lenta e, sospetto, sarà piena tanto di dolore quanto di riscatto.

I personaggi di Fracture sono, fortunatamente, molto diversi da quelli che normalmente si ritrovano nei romanzi young adult. In primo luogo la protagonista: sebbene fisicamente sia carina, e lei stessa lo ammetta tranquillamente, rientra in quella che mi verrebbe da definire “media” e gli altri personaggi riconoscono e sottolineano questa sua apparenza normale, senza niente di troppo speciale. Poi, da sottolineare, è anche il suo carattere (per non dire caratteraccio): Rya è vanitosa, snob, ingenua e viziata. A cambiarla sono le esperienze che vive e le persone che incontra; il cambiamento comunque è lento e faticoso e, in questo primo volume, giustamente abbozzato.
I protagonisti maschili sono, per una volta, rozzi, sporchi e, soprattutto quelli che vivono all’aria aperta e in uno stato di indigenza, emanano cattivo odore. Nessuno di loro è eccessivamente bello o attraente: sono interessanti per quello che hanno da raccontare e anche loro promettono di svilupparsi mano a mano che la narrazione proseguirà nei prossimi volumi.

La scrittura di Bolzan è molto buona anche se, ogni tanto, viene toccata da ripetizioni e alcune frasi fatte che in generale sarebbe meglio evitare. Quello che ho apprezzato maggiormente è la cura che l’autrice mette nelle sue descrizioni di luoghi, persone, sentimenti e, specialmente, botaniche: non ho mai letto un romanzo in cui fossero citate con così tanta precisione varietà di piante e fiori così diverse. Si vede che c’è tanta ricerca dietro la sua scrittura.

In generale, mi sento di dare al romanzo un ottimo voto: 8.5/10. La scrittura, ancora un po’ ingenua, può essere migliorata. Il lavoro di programmazione, la gestione dei personaggi e la promessa di avere tra le mani un libro che può solo diventare ancora più interessante mi spingono a consigliare la lettura a tutti coloro che cercano un fantasy nostrano capace di coinvolgere senza cadere in cliché o aver bisogno di scene piccanti per essere coinvolgente.
Tema che, pur non essendo esplicito, è presentissimo nella narrazione è quello della violenza sulle donne: la saga di Rya promette di diventare, nei prossimi romanzi, una potente denuncia sociale contro la violenza domestica.

*Volpe

Lo scatto giusto ~ Bookstagram for desperate bookstagrammers

Sono molti gli scogli che un bibliofilo deve affrontare nel momento in cui decide di condividere la propria passione per i libri su un social come può essere Instagram. Per prima cosa occorre avere chiaro il motivo per cui si decide di aprire un profilo e quali obbiettivi ci si prefigge (fare nuove amicizie, condividere le proprie letture, ottenere collaborazioni con grandi e piccole case editrici, etc…); una volta definito ciò si può avere la sensazione che il peggio sia ormai alle spalle e, invece, è proprio quando si hanno le idee chiare che iniziano i problemi.

Una volta definiti motivazioni e obbiettivi, infatti, inizia la parte operativa in cui si comincia a pensare alla forma da dare ai propri contenuti (oltre ad altri importantissimi dettagli che, tuttavia, non verranno trattati in questo articolo). Spesso, soprattutto quando si è alle prime armi, l’istinto spinge i bibliofili alla scoperta del bookstagram a cercare profili affini facendosi aiutare dagli ashtags o spulciando qua e là tra i numerosi account che Instagram consiglia in automatico in base alle informazioni inserite dall’utente. L’avventurarsi tra i milioni di profili e post pubblicati quotidianamente in tutto il mondo da migliaia di utenti può essere fonte di ispirazione, ma anche creare tanto sconforto in chi, per esempio, vorrebbe poter ricreare delle estetiche particolari ma sente di non avere i mezzi necessari per farlo.

Questa breve guida è proprio rivolto a chi, scrollando per l’ennesima volta la home di Instagram, ha pensato di abbandonare il proprio profilo perché ritiene che le sue foto non saranno mai belle come quelle degli altri.

Qual è la mia estetica?
Chiunque utilizzi, in maniera più o meno assidua, Pinterest ed Instagram ha sentito parlare almeno una volta di “aesthetics” (=estetiche): fotografie e composizioni scattate rispettando una serie di regole che cambiano a seconda dello stile che si è scelto di utilizzare.
Regina indiscussa delle estetiche è quella Dark Academia, caratterizzata da tonalità scure e che hanno per soggetto ambientazioni da università inglesi, biblioteche o luoghi dove regnano atmosfere sospese tra il gotico e il romantico; ma, spulciando su internet, ci si può imbattere in estetiche cottagecore (caratterizzate da paesaggi e oggetti della vita rurale/a contatto con la natura), witchcore (incentrate sulla magia e la stregoneria) e via discorrendo.
Questa varietà di estetiche può in un primo momento confondere le idee; tuttavia, osservando meglio il fenomeno e avventurandosi nei suoi risvolti meno conosciuti, è possibile trovare tra i vari stili fino ad ora scoperti quello più adatto non solo ai propri gusti, ma anche al materiale di cui si dispone e alla palette di colori che ci offre l’ambiente in cui presumiamo di scattare le nostre fotografie.

Non tutto ciò che luccica…
A meno che uno non abbia la fortuna di abitare in un maniero inglese, tra scaffali di mogano e libri rilegati in pelle di animali ormai estinti, guardando Instagram e Pinterest si è portati a pensare che requisito sine qua non per fare delle belle foto sia avere a disposizione una grande varietà di oggetti scenici (anche detti props n.d.r) possibilmente antichi e dall’aspetto non proprio economico.
Attenzione! Costoso non vuol dire per forza bello e, spesso, la vera bellezza sta nella semplicità.
Per ricreare certe atmosfere, infatti, librerie di legno pregiato ed antiche edizioni non sono per forza obbligatori e, spesso, una federa bianca è tutto ciò che serve per cominciare ad assemblare la propria composizione.
Se siete alla ricerca di oggetti vintage e reperti archeologici vari ed eventuali, scoprirete che i mercatini dell’usato sono delle vere e proprie miniere d’oro. Se avete la sfortuna, come la sottoscritta, di abitare lontano da qualsiasi manifestazione di questo tipo, allora vi consiglio di aprire tutti i cassetti e le vetrinette che avete in casa: spesso e volentieri, a nostra insaputa, nascondiamo proprio sotto il nostro naso, piccoli tesori: gioielli, ninnoli, cartoline ed altre cianfrusaglie che possono tornare molto utili quando si tratta di allestire un set fotografico dal sapore nostalgico.
Rovistare in armadi e soffitte, inoltre, vi permette di dare un tocco di originalità ai vostri scatti inserendo oggetti che solo voi avete e che, per questo, aiuteranno i vostri visitatori a collegare determinate foto al vostro profilo. Spesso, infatti, la sensazione che si ha guardando foto estremamente ricche di elementi, per quanto belle, è quella di non riuscire a distinguere quale profilo abbia scattato quale foto. Inserendo, invece, un oggetto vostro personale avrete la garanzia di imprimergli un segno particolare; basta davvero poco: un piccolo soprammobile, un gioiello, un accessorio o un segnalibro a cui siete particolarmente affezionati.

Una tavolozza… di guai
Avete individuato qual è la vostra estetica? Bene. Ora inizia il bello.
Come abbiamo detto ciascuna corrente è caratterizzata dalle proprie tinte, tuttavia non basta avere chiaro questo dettaglio per avere la sicurezza di fare “lo scatto perfetto”. Una composizione che si rispetti deve seguire determinate regole: disposizione degli oggetti, grandezze, e colori. Spesso la tentazione è quella di mettere sul piano tutto ciò che si ha affidandosi al proprio istinto e gusto personale, ma, a meno che van Gogh non si sia reincarnato in uno di voi, andare a naso non è mai la scelta più saggia.
Optare per uno sfondo neutro (un asciugamano o una federa bianca serviranno bene allo scopo) è un buon punto di partenza, a questo punto concentratevi sull’oggetto che volete far risaltare e sui suoi colori: le copertine dei libri, in questo senso, sono sempre diverse e di conseguenza le combinazioni possibili sono tantissime.
Una volta scelti i colori su cui volete concentrarvi, raccogliete tutti gli oggetti che presentano le stesse tonalità, o sfumature, che avete deciso di usare e iniziate a sistemare la vostra composizione.
Come già abbiamo detto: per fare una bella foto non è necessario avere oggetti costosi o vintage; non mettete limiti alla vostra fantasia! Colori (matite, acquarelli, pennarelli,…), rocchetti di filo da cucito, cartoline, cosmetici, libri, …; tutto può essere utilizzato e con poco sforzo, e zero spese, potrete arrangiare una bella fotografia.
Se, invece, non avete a disposizione uno sfondo neutro, allora dovrete lavorare sulla palette (=tavolozza di colori) ottenuta accostando l’oggetto della vostra fotografia e allo sfondo. A questo scopo, Canva mette a disposizione uno strumento online che permette di estrapolare da qualsiasi foto la palette dalla quale partire per scegliere il colore, o le sfumature, degli oggetti da utilizzare nella composizione.

Lo sapevi?
Avete finalmente preparato la vostra composizione e siete soddisfatti del risultato, tuttavia, il vostro entusiasmo scema quando, guardando la foto nel vostro telefono, vi accorgete che non è nemmeno lontanamente paragonabile a quelle che si trovano su internet: la luce non è quella giusta, i colori sembrano troppo spenti (o troppo sgargianti), … . Che fare? I più arditi, a questo punto, solitamente ricorrono ad un software online per il fotoritocco, ma raramente questa soluzione permette di avere risultati soddisfacenti al primo colpo e le cose non migliorano se si spera di poter aggiustare lo scatto attraverso l’editor di Instagram.
Vi svelo un trucchetto per fare delle belle fotografie “buona la prima”. Aprendo la fotocamera del vostro cellulare troverete il simbolo di una bacchetta magica e, cliccandovi sopra, accederete ad una galleria di filtri preimpostati nel vostro telefono a cui, volendo, potete aggiungerne di vostri caricando un’immagine ed estrapolando da questa: colori, contrasto, saturazione, luminosità, etc… . Una volta scattato con questa modalità vi basterà regolare manualmente le caratteristiche che non vi soddisfano per avere una foto bella come quelle su internet.

La regola d’oro
A prescindere da ciò che si può vedere su Pinterest e Instagram, è bene ricordare che il segreto per avere un profilo bello ed originale è fare ciò che ci piace trovando un modo personale ed unico per raccontare chi siamo e quali sono le cose che ci appassionano. La tecnica è importante (importantissima!), ma il vero motore di un profilo bookstagram di successo e mettere passione in tutto quello che si fa.

*Jo

La cattedrale dei morti

.: SINOSSI :.

Dotato di arguzia e di un formidabile spirito di osservazione, il giovane Vitale Federici, cadetto di Montefeltri, viene chiamato a indagare su un concatenarsi di delitti all’apparenza insolvibili. L’Italia di fine Settecento, tuttavia, si rivelerà presto ai suoi occhi come un insidioso gioco di apparenze, sotto il quale si celano le macchinazioni di aristocratici, religiosi e magistrati. Le città di Roma, Urbino e Venezia diverranno per lui autentiche trappole mortali, dalle quali potrà salvarsi soltanto grazie al lume dell’intelletto e all’arte della dissimulazione.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Marcello Simoni torna in libreria con una raccolta di racconti gialli ambientati nella bellissima Italia del 1700. Tra intrighi, misteri e, a volte, improbabili soluzioni, il lettore viene catapultato a seguito di Vitale Federici, protagonista di queste tre piccole avventure.
Purtroppo, la raccolta non riesce a soddisfare a pieno le aspettative dei lettori: Simoni sembra fermarsi, quasi timoroso di scombussolare troppo il suo lettore, sempre un attimo prima che la storia diventi veramente interessante.

I tre casi, lungi dall’essere intricati e irrisolvibili come affermato nella quarta di copertina, sono molto semplici e gli indizi così come le conclusioni, spesso piovono in testa all’investigatore senza che lui debba fare effettivamente qualche cosa per scoprirli. Alcuni stratagemmi sono stati davvero poco pensati: esemplificativo il caso in cui gli antagonisti dicono ad alta voce informazioni essenziali alla risoluzione del caso nonostante ci fossero molti altri modi per mandare avanti la trama. Questo rende il tutto troppo lineare per un giallo e le indagini troppo frettolose con la sola conclusione che il lettore perde facilmente l’interesse per una storia la cui conclusione si intuisce fin dalle prime pagine.
Il protagonista, che mette spesso in mostra il suo intelletto e la sua capacità di notare anche i più piccoli dettagli, occhieggia molto a Sherlock Holmes, cui l’autore ha sicuramente voluto fare un bell’omaggio ispirandosi forse, per l’ambiente ecclesiastico in cui il personaggio si muove, a Guglielmo da Baskerville de Il nome della Rosa.

In generale, lo stile dell’autore è buono: le descrizioni riescono a suscitare il giusto interesse affinché il lettore le legga per intero e i vocaboli usati, bisogna dire che Simoni ha un vocabolario molto ricco, sono adeguati al tipo di racconto che l’autore porta avanti. A mio avviso, però, non riesce a reggere il confronto con altre opere dello stesso autore di solito molto più evocative e che nutrono l’immaginazione del lettore.
I personaggi sono uno dei punti forti della narrazione. Il protagonista tiene bene il passo con la storia ed è descritto egregiamente sia nei suoi lati positivi, sia nei suoi numerosissimi lati negativi: apprezzo sempre quando un autore sa utilizzare anche i difetti dei propri personaggi con lo scopo di costruire un racconto più interessante. Ancora meglio del protagonista sono i personaggi secondari che, pur non essendo altrettanto caratterizzati, si presentano molto bene ed entrano subito nel cuore del lettore.

In generale trovo che sia una raccolta carina, carica della giusta dose di azione per terminare la lettura. Mi ha sicuramente intrattenuta e mi verrebbe da consigliarlo, magari, come libro da spiaggia: poco impegnativo, ma che diverte e fa viaggiare con la fantasia quanto basta.
Il mio voto, in questo caso è 6/10. Se, nonostante i difetti che sono comunque soggettivi e forse rilevabili solo da chi ha letto tanti gialli, il libro si fa leggere, quello che non posso perdonare sono gli innumerevoli errori grammaticali e ortografici disseminati in tutto il volume che la casa editrice non si è presa la briga di correggere.
Questo, purtroppo, rende la lettura faticosa e influisce negativamente sul giudizio: è vero che si tratta di un libro in edizione economica, ma la cura per il testo che si sceglie di pubblicare deve sempre esserci.

*Volpe

Armilla meccanica – Il cielo

.: SINOSSI :.

I Meka incarnavano un’idea, quasi un’ideologia in verità, quella del gigantismo meccanico dell’umanità alla conquista delle stelle. Troppo grande l’universo per affrontarlo con le sole piccole membra fornite all’uomo dalla natura”. 

Su una remota miniera extrasolare Geuse, un vecchio mek-operaio, giorno dopo giorno vede i frutti del suo duro lavoro sfumare a causa di una crisi economica senza precedenti, che coinvolge tutte le colonie della Via Lattea. Come molti altri medita di prendere ciò che gli spetta e di cambiare vita. Ma non è così facile.

Ad anni luce da lì la Metrobubble, la capitale finanziaria della galassia, è stravolta dallo slittamento temporale tra sistemi planetari, dai disordini e dalle rivoluzioni. Ora a regnare è un feroce dittatore che si fa chiamare Meklord. I nativi del pianeta, i queer, gli fanno guerra per quanto possono, mentre attendono l’aiuto della Terra o di chiunque avrà il coraggio di sfidare per loro le maree del tempo e le armate meccaniche del tiranno.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Questo romanzo, primo capitolo della saga Armilla Meccanica, trasporta il lettore in un futuro lontano: la via lattea è alle prese con una crisi economico-finanziaria interstellare devastante chiamata comunemente Chaincrack che ha portato le diverse civiltà ad espandersi nel tentativo di risolvere i problemi collegati a questa crisi.
L’autore usa questo escamotage per descrivere un mondo crudo e soprattutto crudele: ci racconta della colonizzazione interstellare e dei mali seguiti alla crisi; delle rivolte dei mek-operai e dei queer dedicando a ciascun avvenimento il giusto spazio affinché il lettore abbia l’opportunità di comprendere bene le dinamiche che animano questo mondo così complicato.

La scrittura di Carta non è tra le più semplici. Il suo romanzo è zeppo di tecnicismi che rendono la lettura zoppicante: un lettore comune e senza l’adeguata preparazione, come del resto sono io, faticherà a raccapezzarsi e a dare un senso alle numerose parole ultra precise che l’autore usa per descrivere il suo mondo e le creature che lo popolano. Personalmente mi sono trovata spesso a tornare indietro nella lettura nel tentativo di capire esattamente ciò di cui si stava parlando e non sempre ci sono riuscita.
Per altri lettori questo però potrebbe essere un pregio: chi è più preparato si troverà sicuramente maggiormente coinvolto da una lettura che evidentemente parla la sua stessa lingua.

La trama intessuta da Carta è interessante anche se, a lettura conclusa, la sensazione che mi ha lasciato è che questo romanzo fosse quasi un lungo prologo. Credo l’intenzione dell’autore fosse rimandare l’azione, che in effetti è molto poca e quasi esclusivamente negli ultimi capitoli, e permettere al lettore di abituarsi al mondo da lui creato, che appunto come abbiamo detto è ricco di avvenimenti e di novità, e ai suoi personaggi che sono la parte migliore del libro.
I personaggi sono molto belli, ben descritti, caratterizzati in maniera molto precisa e riconoscibile: sui personaggi l’autore ha fatto un lavoro egregio e sono loro, in questo primo capitolo, a tenere il lettore incollato alle pagine.

Per concludere, il voto che personalmente mi sento di dare al romanzo è 7.5/10. Non è un brutto romanzo, anzi la trama è interessante e ai personaggi, che sono davvero piacevoli, è facile affezionarsi. Il mio problema principale è stata la difficoltà di interpretazione di alcuni termini che hanno reso la lettura davvero difficile.
Ciò che ho apprezzato maggiormente è stato il fatto che l’autore, con questo primo romanzo, traccia i confini di un conflitto destinato a durare animato da differenze di classe e, soprattutto, di ideali. Una lotta tra chi ancora vive nel passato e chi, invece, ha la mente e il corpo proiettati in un futuro inimmaginabile.

*Volpe