Contro l’impegno

.: SINOSSI :.

Da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che la letteratura debba promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta. Ma la letteratura è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato: più si tenta di piegarla al proprio volere, e usarla per “veicolare un messaggio”, più lei ci sfugge e porta in superficie ciò che nemmeno l’autore sapeva di sapere. Sostiene il Bene se il Potere lo reprime, ma quando il Potere si nasconde dietro stereo-tipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli. In questo pamphlet militante e preoccupato Walter Siti analizza alcuni autori e testi contemporanei di successo per difendere la letteratura dal rischio di abdicare a ciò che la rende più preziosa: il dubbio, l’ambivalenza, la contraddizione. Non senza il sospetto che l’impegno “positivo” sia soltanto la faccia politicamente in luce di una mutazione profonda e ignota, in cui tecnologia e mercato imporranno alla letteratura nuovi parametri.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse che accompagnano Contro l’impegno di Walter Siti sono tutt’altro che scontate, provocano e spronano il lettore a riflettere sui libri che oggi, con un ritmo degno di una catena di montaggio brevettata e ben oliata, le case editrici pubblicano ad un ritmo incalzante.
In un periodo storico in cui, fin dalle scuole, ci viene insegnato a leggere le etichette dei prodotti per scegliere quelli biologici, prodotti in Europa o cruelty free; Siti analizza quelli che, utilizzando un linguaggio marketing, sono i trend della narrazione: i temi, i protagonisti, le tecniche e gli espedienti che, oggi giorno, un qualsiasi prodotto a scopo narrativo deve avere per accattivarsi il favore del pubblico e sperare di brillare in mezzo a centinaia di altre produzioni simili.
Dai romanzi al cinema, dalle serie tv alla cronaca; Siti analizza la comunicazione mettendo nero su bianco quelle riflessioni che, forse, almeno una volta ogni lettore si è trovato a fare all’ennesima trama scopiazzata da un’opera di maggior successo. La dialettica è buona e le critiche, tutt’altro che edulcorate, sono tanto taglienti quanto intelligenti: senza temere di attirare su di sé antipatie, o di essere abbandonato a metà lettura, Siti depone dal piedistallo mediatico scrittori famosi e acclamati dal pubblico e dalla critica, si scaglia, con una spregiudicatezza a tratti disorientante, contro quelli che sono i tabù del momento e, infine, affonda 3/4 della letteratura moderna facendo nascere nel lettore una domanda più che lecita: cosa leggere per non rimanere incastrati nei meccanismi e negli espedienti denunciati, non sempre a torto, da Siti?

Il voto che mi sento di dare a questo saggio lungo, o saggino come l’auotore stesso lo ha definito, è 7.
Ho trovato alcune riflessioni non solo azzeccate, ma anche illuminanti per riuscire a leggere con maggiore consapevolezza la realtà che ci circonda senza rischiare di rimanere abbagliati da eccessi ingiustificati di sentimantalismo o altri stratagemmi adottati da scrittori, sceneggiatori, giornalisti e divulgatori per accattivarsi il favore del pubblico.
D’altro canto, il testo pecca di alcune contraddizioni come, per citarne una, la questione del lettore implicito che, se nelle prime pagine viene introdotta dall’autore nelle prime pagine per spiegare l’insensata tendenza a cambiare o censurare opere che, scritte anni addietro, descrivono comportamenti razzisti/sessisti/omofobi/etc… perfettamente condivisi dai lettori dell’epoca ma non, si spera, da quelli moderni; viene poi dimenticata nel momento in cui Siti si accanisce contro certi espedienti letterari del tutto dimentico, si spera in buona fede, del pubblico al quale certi romanzi sono rivolti.
Altre rimostranze, per esempio la tendenza degli scrittori a mettersi sempre dalla parte delle vittime (extracomunitari, omosessuali perseguitati, lavoratori in cassa integrazione, etc…), mi sono parse un po’ boriose e tese solamente a ribadire, ancora una volta, la posizione anticonformista dell’autore. Certo: che alcune tematiche, come appunto il razzismo o l’omosessualità, siano trattate il più delle volte con una leggerezza disarmante o farcite (cosa ancor più grave) di stereotipi, o casi limite, giusto per aggiungere pathos a situazioni già critiche è un dato di fatto e, in vero, le osservazioni di Siti su questo punto non sono poi così sbagliate. Siti denuncia una letteratura che, scevra di qual si voglia forma di verismo, si concentra sul sensazionalismo facendo iniezioni di scene emotivamente forti quando trama e psicologia dei personaggi iniziano a cedere. Se su questo punto sono più che concorde con l’autore, la sua filippica contro “gli scrittori degli ultimi” mi sembra un po’ sterile e, forse, poco ragionata in relazione al contesto storico in cui ci troviamo. Se oggi, infatti, gli scrittori (come i registi e gli sceneggiatori) possono scegliere da che parte schierarsi e raccontare la storia di una vittima della mafia, piuttosto che le vicende di un trafficante di uomini; questa libertà era impensabile, ed è tutt’ora un miraggio in certi paesi, sotto regimi che promuovevano idee tutt’altro che pacifiche e che, per assicurarsi che nessuno potesse mai conoscere il proverbiale “altro lato del fosso” avevano istituiti ministeri appositi che applicassero la censura e si assicurassero che ogni testo, film, articolo, etc…; non propagandasse idee sovversive contrarie a quelle del partito.
Nel bene o nel male, la letteratura prodotta e distribuita negli ultimi 30 anni (o comunque dalla fine della Guerra Fredda e delle tensioni che da essa derivavano) ha potuto godere di sempre maggiori libertà e ha visto ingrandirsi sempre di più la rosa di argomenti di cui si poteva scrivere proponendo punti di vista nuovi e alternativi.
Nonostante queste riflessioni, il testo resta ugualmente valido pur non essendo alla portata di tutti. L’utilizzo di un linguaggio ricco di arcaismi (anche quando non strettamente necessari) e il continuo riferimento a testi più o meno recenti o, addirittura, passati in cavalleria in sordina e velocemente scomparsi dagli scaffali e dai cataloghi delle librerie non facilita la lettura del saggio che, alla lunga, risulta un po’ spocchioso e porta, inevitabilmente, il lettore a chiedersi se davvero, nelle sue opere, l’autore non abbia mai ricorso ad uno degli espedienti da lui criticati in queste pagine.

*Jo

Stelle di cannella

STELLE DI CANNELLA

Autore:  Helga Schneider
Anno:  2002
Editore:  Salani

.: SINOSSI :.

l’inverno del 1932. A Wilmersdorf, un tranquillo e benestante quartiere di una città tedesca, il periodo natalizio è annunciato dalle grida gioiose dei bambini che giocano a palle di neve. Fra le famiglie che abitano tre case, i rapporti superano quelli del buon vicinato: David, figlio del giornalista ebreo Jakoob Korsakov, e Fritz, figlio del poliziotto Rauch, sono amici per la pelle e compagni di banco alla scuola elementare; la sorellastra di David è fidanzata con il figlio del noto architetto Winterloh; persino la gatta di Fritz e il gatto di David sono amici.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Non è un libro per bambini.
La scrittura e le trame di Helga Schneider non brillano per romanticismo e per fronzoli e, forte dei temi trattati, scaraventano il lettore tra le pagine di un incubo che, purtroppo, ha interessato bambini, uomini, donne e famiglie “colpevoli” di essere ebree o di non appoggiare Hitler (come succede al protagonista de L’albero di Goethe).
In poco più di cento pagine, si viene trascinati in una quotidianità fatta di insulti, scritte in nero davanti ai cancelli che auspicano morte e guai, violenze psicologiche e umiliazioni che ritraggono fin troppo bene la cupa realtà che caratterizzava la vita degli ebrei d’Europa tra gli anni trenta e quaranta del novecento.
Pagina dopo pagina, paragrafo dopo paragrafo ci si sente spogliare delle proprie sicurezze: gli affetti, le attività più banali (come andare a scuola o a fare compere), il lavoro, il gioco, la famiglia; ogni aspetto viene colpito con autentica ferocia ricalcando il copione escogitato dal nazismo prima, e dal fascismo poi, per far sentire indesiderati e “indegni” di vivere persone che professavano una fede o che avevano idee diverse.
I personaggi sono tratteggiati senza troppo impegno e tanto i protagonisti quanto il loro seguito risulta un’accozzaglia di stereotipi e immagini che, per chi conosce la storia e le radici dell’antisemitismo in Germania, a volte risultano anacronistici.
Fritz, bambino tedesco e padroncino di una gatta bianca di nome Muschi, è il miglior amico di David, coetaneo ebreo e padroncino di un gatto nero di nome Koks; la scelta dei nomi, così comuni presso le rispettive culture a cui i due bambini appartengono, può far sorridere, ma è in realtà uno stratagemma che dà, in un certo senso, universalità alla storia. Non sono Rudy e Joachim, Werner e Isaac, Peter e Noah; sono, e possono essere, qualsiasi e nessun Fritz e David, qualsiasi e nessun bambino tedesco ed ebreo nella Germania degli anni ’30.
Un’espediente simile, anche se utilizzato per altri scopi, fu adottato da Celan nella sua poesia Fuga di morte (trad. Todesfuge) dove, per indicare tutte le donne tedesche ed ebre senza citarne nessuna in particolare, il poeta chiama in causa Margaretha e Sulamitha:

[… ] tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith.

Il messaggio della Schneider è cristallino: la storia raccontata in Stelle di cannella è quella di ogni bambino ebreo e di ogni bambino tedesco.
Una storia che è costellata di vittime tanto tedesche quanto ebree perché, se da una parte abbiamo la violenza che annichilisce e calpesta spingendo un bambino a chiedersi se la sua vita sia o meno degna di essere vissuta; dall’altra c’è la violenza sistematica e lecita di un sistema che strappa i bambini alle famiglie, li plagia e li trasforma a proprio uso e consumo senza farsi scrupoli.
Giudicare, alla luce di queste considerazioni, i protagonisti e la loro vicenda è pressoché impossibile e, se all’inizio si è portati a condannare la meschinità di Fritz e il suo fanatismo, verso i capitoli conclusivi la compassione che muove gli adulti nei confronti di questo bambino diventa la nostra.

Il voto è 5/10.
Come ho già detto in altre recensioni: un buon libro è tale se, oltre ad avere uno stile corretto e una trama convincente, riesce a comunicare bene con il pubblico a cui è indirizzato e, purtroppo, Stelle di cannella in questo fallisce.
La necessità di educare i più piccoli alla Memoria e alla consapevolezza di queste oscure pagine della nostra storia, non deve diventare il pretesto per dare sfogo alla violenza e alla cattiveria in nome della coerenza storica (se così fosse, tanto varrebbe mettergli tra le mani Sonderkommando Auschwitz di Shlomo Venezia).
Stelle di cannella tratteggia una Germania bianca e nera popolata da tedeschi senza coscienza e ebrei incapaci di reagire. La cattiveria la fa da padrone in tutte le pagine e il senso di oppressione è tale che, arrivati al climax, si è nauseati dai toni e dalle parole vergate dalla Schneider.
Alcune frasi, poi, sono del tutto inadatte ai lettori più giovani e la dovizia di certi particolari può alimentare, nelle menti più sadiche e prepotenti, curiosità che dovrebbero restare fuori dal mondo dei bambini.
Consiglio questo libro? Sì, ma a lettori maturi e non impressionabili: se volete capire cosa volesse dire essere ebrei in Europa sotto il nazismo, questo libretto fa per voi.

*Jo