Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

Contro l’impegno

.: SINOSSI :.

Da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che la letteratura debba promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta. Ma la letteratura è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato: più si tenta di piegarla al proprio volere, e usarla per “veicolare un messaggio”, più lei ci sfugge e porta in superficie ciò che nemmeno l’autore sapeva di sapere. Sostiene il Bene se il Potere lo reprime, ma quando il Potere si nasconde dietro stereo-tipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli. In questo pamphlet militante e preoccupato Walter Siti analizza alcuni autori e testi contemporanei di successo per difendere la letteratura dal rischio di abdicare a ciò che la rende più preziosa: il dubbio, l’ambivalenza, la contraddizione. Non senza il sospetto che l’impegno “positivo” sia soltanto la faccia politicamente in luce di una mutazione profonda e ignota, in cui tecnologia e mercato imporranno alla letteratura nuovi parametri.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse che accompagnano Contro l’impegno di Walter Siti sono tutt’altro che scontate, provocano e spronano il lettore a riflettere sui libri che oggi, con un ritmo degno di una catena di montaggio brevettata e ben oliata, le case editrici pubblicano ad un ritmo incalzante.
In un periodo storico in cui, fin dalle scuole, ci viene insegnato a leggere le etichette dei prodotti per scegliere quelli biologici, prodotti in Europa o cruelty free; Siti analizza quelli che, utilizzando un linguaggio marketing, sono i trend della narrazione: i temi, i protagonisti, le tecniche e gli espedienti che, oggi giorno, un qualsiasi prodotto a scopo narrativo deve avere per accattivarsi il favore del pubblico e sperare di brillare in mezzo a centinaia di altre produzioni simili.
Dai romanzi al cinema, dalle serie tv alla cronaca; Siti analizza la comunicazione mettendo nero su bianco quelle riflessioni che, forse, almeno una volta ogni lettore si è trovato a fare all’ennesima trama scopiazzata da un’opera di maggior successo. La dialettica è buona e le critiche, tutt’altro che edulcorate, sono tanto taglienti quanto intelligenti: senza temere di attirare su di sé antipatie, o di essere abbandonato a metà lettura, Siti depone dal piedistallo mediatico scrittori famosi e acclamati dal pubblico e dalla critica, si scaglia, con una spregiudicatezza a tratti disorientante, contro quelli che sono i tabù del momento e, infine, affonda 3/4 della letteratura moderna facendo nascere nel lettore una domanda più che lecita: cosa leggere per non rimanere incastrati nei meccanismi e negli espedienti denunciati, non sempre a torto, da Siti?

Il voto che mi sento di dare a questo saggio lungo, o saggino come l’auotore stesso lo ha definito, è 7.
Ho trovato alcune riflessioni non solo azzeccate, ma anche illuminanti per riuscire a leggere con maggiore consapevolezza la realtà che ci circonda senza rischiare di rimanere abbagliati da eccessi ingiustificati di sentimantalismo o altri stratagemmi adottati da scrittori, sceneggiatori, giornalisti e divulgatori per accattivarsi il favore del pubblico.
D’altro canto, il testo pecca di alcune contraddizioni come, per citarne una, la questione del lettore implicito che, se nelle prime pagine viene introdotta dall’autore nelle prime pagine per spiegare l’insensata tendenza a cambiare o censurare opere che, scritte anni addietro, descrivono comportamenti razzisti/sessisti/omofobi/etc… perfettamente condivisi dai lettori dell’epoca ma non, si spera, da quelli moderni; viene poi dimenticata nel momento in cui Siti si accanisce contro certi espedienti letterari del tutto dimentico, si spera in buona fede, del pubblico al quale certi romanzi sono rivolti.
Altre rimostranze, per esempio la tendenza degli scrittori a mettersi sempre dalla parte delle vittime (extracomunitari, omosessuali perseguitati, lavoratori in cassa integrazione, etc…), mi sono parse un po’ boriose e tese solamente a ribadire, ancora una volta, la posizione anticonformista dell’autore. Certo: che alcune tematiche, come appunto il razzismo o l’omosessualità, siano trattate il più delle volte con una leggerezza disarmante o farcite (cosa ancor più grave) di stereotipi, o casi limite, giusto per aggiungere pathos a situazioni già critiche è un dato di fatto e, in vero, le osservazioni di Siti su questo punto non sono poi così sbagliate. Siti denuncia una letteratura che, scevra di qual si voglia forma di verismo, si concentra sul sensazionalismo facendo iniezioni di scene emotivamente forti quando trama e psicologia dei personaggi iniziano a cedere. Se su questo punto sono più che concorde con l’autore, la sua filippica contro “gli scrittori degli ultimi” mi sembra un po’ sterile e, forse, poco ragionata in relazione al contesto storico in cui ci troviamo. Se oggi, infatti, gli scrittori (come i registi e gli sceneggiatori) possono scegliere da che parte schierarsi e raccontare la storia di una vittima della mafia, piuttosto che le vicende di un trafficante di uomini; questa libertà era impensabile, ed è tutt’ora un miraggio in certi paesi, sotto regimi che promuovevano idee tutt’altro che pacifiche e che, per assicurarsi che nessuno potesse mai conoscere il proverbiale “altro lato del fosso” avevano istituiti ministeri appositi che applicassero la censura e si assicurassero che ogni testo, film, articolo, etc…; non propagandasse idee sovversive contrarie a quelle del partito.
Nel bene o nel male, la letteratura prodotta e distribuita negli ultimi 30 anni (o comunque dalla fine della Guerra Fredda e delle tensioni che da essa derivavano) ha potuto godere di sempre maggiori libertà e ha visto ingrandirsi sempre di più la rosa di argomenti di cui si poteva scrivere proponendo punti di vista nuovi e alternativi.
Nonostante queste riflessioni, il testo resta ugualmente valido pur non essendo alla portata di tutti. L’utilizzo di un linguaggio ricco di arcaismi (anche quando non strettamente necessari) e il continuo riferimento a testi più o meno recenti o, addirittura, passati in cavalleria in sordina e velocemente scomparsi dagli scaffali e dai cataloghi delle librerie non facilita la lettura del saggio che, alla lunga, risulta un po’ spocchioso e porta, inevitabilmente, il lettore a chiedersi se davvero, nelle sue opere, l’autore non abbia mai ricorso ad uno degli espedienti da lui criticati in queste pagine.

*Jo

Lettere a Theo

.: SINOSSI :.

Delle 820 lettere scritte da Van Gogh nell’arco della sua breve esistenza ben 651 sono indirizzate al fratello Theo: il primo a comprenderne il talento e a incoraggiarne la vocazione, e il solo che non gli negò mai l’indispensabile sostegno morale e finanziario. Pochi artisti hanno rivelato così tanto di sé stessi nei propri scritti. Lettera dopo lettera, il toccante scambio epistolare fra Vincent e l’amato Theo, non solo fratello, ma amico e confidente, delinea la parabola di un genio inquieto e originalissimo e getta luce sulla sua vita e sulla sua personalità: i rovelli della fede, la strenua ricerca di un amore corrisposto, l’ansia di veder riconosciuto il proprio lavoro, il timore e la conferma della follia. Nella loro immediatezza e profondità emotiva, le “Lettere a Theo” (1872-1890) compongono un ricchissimo diario, un eccezionale documento umano e artistico, e un’avvincente autobiografia che si è conquistata a pieno titolo il rango di classico moderno della letteratura.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti sanno, almeno per sentito dire, chi sia Vincent van Gogh e tutti, anche i meno esperti, sanno elencare almeno una delle sue opere. Ma quanti conoscono Vincent van Gogh? Una persona. Una persona soltanto ha avuto il privilegio, l’onere e l’onore di conoscere Vincent e di amarlo come solo un fratello minore può amare un fratello maggiore.
Le Lettere a Theo non sono il testamento di un artista folle e tra le sue pagine si trova tutto, tranne ciò che ci viene detto a scuola o all’università su questo artista; le lettere che Vincent scrive a suo fratello Theo sono la parabola di un uomo e, a tratti, sono talmente umane, quasi veniali, da chiedersi se davvero sia stato il grande Vincent van Gogh a vergarle e non piuttosto una mano più semplice al servizio di un’anima talmente umana da essere nostra pari. Nelle Lettere a Theo c’è tutto e non serve essere olandesi, o uomini di fine ottocento né avere sangue van Gogh nelle vene per capire ciò di cui Vincent parla con il fratello.
Vincent e Theo (anche se il libro è, purtroppo, composto solo dalla corrispondenza da parte del maggiore dei due fratelli) dialogano di tutto: delle passioni che li animano, dei paesaggi che vedono e delle esperienze fatte; parlano di Dio e degli uomini; dell’amore e della disperata ricerca di qualcuno che sappia guardare oltre le apparenze e amare ciò che per la società è, invece, riprovevole se non addirittura detestabile.
Si scopre, tra queste pagine, un uomo colto e curioso, un pittore che è anche lettore e non manca a suggerire al fratello nuovi titoli o a stimolare una riflessione sul nuovo testo di questo o quell’autore.

Sembrerà scontato, ma non posso dare un voto a questo libro né lo posso giudicare come farei con un romanzo autobiografico o una raccolta di poesie (di cui, pur non potendo esprimermi sulla poetica, potrei comunque commentare lo stile). Lettere a Theo è un testo disarmante che demolisce pagina dopo pagina le convinzioni che il lettore ha su Vincent van Gogh per sostituirle con un autoritratto di carta ed inchiostro. La scrittura di Vincent è evocativa e riesce a rendere perfettamente tanto le tonalità dei paesaggi che descrive a Theo, quanto le sfumature della sua anima e i chiaro scuri di una vita tutt’altro che facile, ma mai rassegnata.
Alla fine della lettura monsieur Vincent van Gogh diventa solo Vincent; le sue lettere sembrano un reperto riemerso dal fondo di un qualche cassetto e sembra di leggere le lettere e i pensieri di un amico di penna ormai irrimediabilmente perduto e, purtroppo per il lettore, questa nostalgia, questo mal di Vincent, non può essere curato in alcun modo.

*Jo

Le braci

.: SINOSSI :.

Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. Tutto converge verso un “duello senza spade” ma ben più crudele. Tra loro, nell’ombra il fantasma di una donna.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho scoperto questo libro per caso e fin dalle prime pagine sono stata catturata da una scrittura elegante, molto simile a quella che avevo amato in autori come Hesse o la Nemirovsky.
Le braci descrive un duello verbale e, come in un duello, tra le pagine vengono affrontati temi diversi cercando irrimediabilmente di trovare una soluzione soddisfacente a problemi che, purtroppo, per l’ostinazione dei protagonisti sono destinati a rimanere irrisolti, sospesi tra possibilità ed eventualità che i due (ex) amici sfiorano senza tuttavia riuscire mai a fare quel passo che trasformi l’idea in azione.
Passato e presente si intrecciano creando un mosaico dove i ricordi si mescolano ad antefatti necessari per comprendere le riflessioni che si concentrano nella seconda metà del romanzo.
In meno di duecento pagine, Sandor Marai riesce a descrivere con puntualità la vicenda umana di due uomini legati da un sentimento profondo che supera l’amicizia, ma non riesce a diventare fratellanza.

Un romanzo breve, o un racconto lungo, che non va approcciato con leggerezza. Nonostante si tratti di una manciata di pagine, Le braci non è un libro da leggere in un sol giorno e, come i tizzoni caldi hanno bisogno di raffreddarsi lentamente nel camino prima di essere maneggiati, così il romanzo necessita di tempo per essere letto, capito ed apprezzato a fondo. Uno scritto figlio della mentalità del suo tempo e che, per non essere tacciato di razzismo, discriminazione o non inclusione, va giudicato in relazione al contesto storico in cui lo scrittore lo ha vergato.
Le braci di Sandor Marai è uno di quei libri da 10/10; affatto scontato riesce, nonostante sia stato scritto quasi ottanta anni fa, comunque a provocare una riflessione anche nel lettore contemporaneo. Lo stile, come già scritto, è raffinato senza essere prolisso o pesante e il periodo breve scandisce bene il tempo del romanzo che, diversamente, risulterebbe altisonante se non addirittura bolso.
Consiglio questo romanzo a chi è alla ricerca di una lettura non troppo impegnativa in termini di lunghezza, ma non vuole rinunciare ad una storia provocante e dal finale tutt’altro che scontato.

*Jo