La donna con l’abito nero

.: SINOSSI :.

“Chi abita negli altri appartamenti del condominio 7/A?”. Questa è la domanda che si pone Matteo Gori, arrivato come ultimo inquilino. Dopo aver avuto la risposta, il suo mondo non sarà più lo stesso. Trascinato nella spirale dell’orrore, combatterà contro forze ben oltre le sue capacità e la sua immaginazione. Perché il Male esiste e ti artiglia l’anima. Matteo, armato con il coraggio che solo l’amore di un padre può infondere, lotterà per la sua famiglia contro un mostro che da millenni calpesta la stessa terra degli uomini.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Il breve romanzo di Alberica Simeone è un concentrato di inquietudine e adrenalina caratterizzato da una scrittura piacevole che scorre liscia, senza intoppi.
Il prologo, che cattura il lettore grazie ad una minuziosa descrizione dell’orrido pasto della bestiale e demoniaca antagonista, fa capire immediatamente al lettore ciò con cui avrà a che fare per tutto il romanzo. Le immagini che l’autrice crea grazie alla sua bella scrittura sono sì crude e terribili, ma la penna di Simeone fa in modo che non superino mai la barriera dell’intollerabile: per quanto terrificanti siano, quindi, nessuno sarà mai tentato di interrompere la lettura (anche se ammetto di aver fatto qualche incubo).

Il romanzo è, come si può facilmente intuire dalla trama ma anche dalla copertina, un horror che io definirei “classico”. Il protagonista, Matteo Gori, si ritrova catapultato in una realtà fatta di segreti e inganni in cui una creatura mostruosa tiene sotto scacco molte vite. Interessante il fatto che il lettore abbia modo di intuire immediatamente cosa, e soprattutto chi, sia l’antagonista sebbene i dettagli della sua natura vengano disseminati lungo tutto il romanzo in un crescendo di orrore.
In un certo senso, quello di Simeone è un romanzo corale: è vero che il protagonista è Gori, ma tutti i personaggi che, per un motivo o per l’altro, sono entrati in contatto con la creatura hanno uno spazio dedicato alla loro triste e terribile vicenda. Questo vuol dire che l’autrice, in circa duecento pagine, è riuscita a mettere insieme un romanzo complesso e, soprattutto, interessante.
Ho apprezzato molto anche che la storia si concentrasse sul rapporto padre e figlio che, a mio avviso, ha dato un’aria di freschezza ad una trama che altrimenti sarebbe potuta apparire comune.

Credo che il lavoro di Simeone meriti tranquillamente un 8/10. Non è un’opera scevra di difetti, ma sono comunque sottigliezze. Ad esempio io avrei apprezzato ancora di più se il romanzo fosse stato molto più lungo: l’autrice è molto brava a giocare con i sentimenti umani ed è capace di creare una persistente sensazione di angoscia. Entrambe le cose avrebbero giovato, secondo me, di un centinaio (o forse anche duecento) di pagine in più in cui si sarebbero potuti approfondire meglio i personaggi secondari e rendere ancora più asfissiante il clima di ansia che costringeva il lettore a restare incollato alle pagine.
Alcune scelte, soprattutto relative alla lore del mostro, sono eccessivamente complicate: l’autrice dà al lettore molte spiegazioni alcune delle quali, per quanto affascinanti e intriganti, non del tutto necessarie. Simeone ha sicuramente fatto una ricerca molto accurata prima di scegliere la creatura che infesta le pagine del suo romanzo, ma le spiegazioni a volte sono tropo dettagliate e tolgono un po’ di magia e mistero.
Un altro punto a favore, invece, è la qualità della grafica: il romanzo è introdotto da una serie di pagine in cui splendide illustrazioni di teschi e rose aiutano il lettore ad entrare nel giusto mood per iniziare la lettura.
Come ho detto, si tratta comunque di problematiche minori che dipendono in larga parte dal mio gusto personale. Ho apprezzato molto La Donna con l’abito nero che consiglio agli amanti dell’horror ma anche, e forse soprattutto, a chi vuole avvicinarsi a questo genere. Siate pronti a un libro crudo e sanguinoso che non vi risparmierà nessun dettaglio!

*Volpe

Contro l’impegno

.: SINOSSI :.

Da un po’ di tempo si è diffusa l’idea che la letteratura debba promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta. Ma la letteratura è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato: più si tenta di piegarla al proprio volere, e usarla per “veicolare un messaggio”, più lei ci sfugge e porta in superficie ciò che nemmeno l’autore sapeva di sapere. Sostiene il Bene se il Potere lo reprime, ma quando il Potere si nasconde dietro stereo-tipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli. In questo pamphlet militante e preoccupato Walter Siti analizza alcuni autori e testi contemporanei di successo per difendere la letteratura dal rischio di abdicare a ciò che la rende più preziosa: il dubbio, l’ambivalenza, la contraddizione. Non senza il sospetto che l’impegno “positivo” sia soltanto la faccia politicamente in luce di una mutazione profonda e ignota, in cui tecnologia e mercato imporranno alla letteratura nuovi parametri.

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.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Le premesse che accompagnano Contro l’impegno di Walter Siti sono tutt’altro che scontate, provocano e spronano il lettore a riflettere sui libri che oggi, con un ritmo degno di una catena di montaggio brevettata e ben oliata, le case editrici pubblicano ad un ritmo incalzante.
In un periodo storico in cui, fin dalle scuole, ci viene insegnato a leggere le etichette dei prodotti per scegliere quelli biologici, prodotti in Europa o cruelty free; Siti analizza quelli che, utilizzando un linguaggio marketing, sono i trend della narrazione: i temi, i protagonisti, le tecniche e gli espedienti che, oggi giorno, un qualsiasi prodotto a scopo narrativo deve avere per accattivarsi il favore del pubblico e sperare di brillare in mezzo a centinaia di altre produzioni simili.
Dai romanzi al cinema, dalle serie tv alla cronaca; Siti analizza la comunicazione mettendo nero su bianco quelle riflessioni che, forse, almeno una volta ogni lettore si è trovato a fare all’ennesima trama scopiazzata da un’opera di maggior successo. La dialettica è buona e le critiche, tutt’altro che edulcorate, sono tanto taglienti quanto intelligenti: senza temere di attirare su di sé antipatie, o di essere abbandonato a metà lettura, Siti depone dal piedistallo mediatico scrittori famosi e acclamati dal pubblico e dalla critica, si scaglia, con una spregiudicatezza a tratti disorientante, contro quelli che sono i tabù del momento e, infine, affonda 3/4 della letteratura moderna facendo nascere nel lettore una domanda più che lecita: cosa leggere per non rimanere incastrati nei meccanismi e negli espedienti denunciati, non sempre a torto, da Siti?

Il voto che mi sento di dare a questo saggio lungo, o saggino come l’auotore stesso lo ha definito, è 7.
Ho trovato alcune riflessioni non solo azzeccate, ma anche illuminanti per riuscire a leggere con maggiore consapevolezza la realtà che ci circonda senza rischiare di rimanere abbagliati da eccessi ingiustificati di sentimantalismo o altri stratagemmi adottati da scrittori, sceneggiatori, giornalisti e divulgatori per accattivarsi il favore del pubblico.
D’altro canto, il testo pecca di alcune contraddizioni come, per citarne una, la questione del lettore implicito che, se nelle prime pagine viene introdotta dall’autore nelle prime pagine per spiegare l’insensata tendenza a cambiare o censurare opere che, scritte anni addietro, descrivono comportamenti razzisti/sessisti/omofobi/etc… perfettamente condivisi dai lettori dell’epoca ma non, si spera, da quelli moderni; viene poi dimenticata nel momento in cui Siti si accanisce contro certi espedienti letterari del tutto dimentico, si spera in buona fede, del pubblico al quale certi romanzi sono rivolti.
Altre rimostranze, per esempio la tendenza degli scrittori a mettersi sempre dalla parte delle vittime (extracomunitari, omosessuali perseguitati, lavoratori in cassa integrazione, etc…), mi sono parse un po’ boriose e tese solamente a ribadire, ancora una volta, la posizione anticonformista dell’autore. Certo: che alcune tematiche, come appunto il razzismo o l’omosessualità, siano trattate il più delle volte con una leggerezza disarmante o farcite (cosa ancor più grave) di stereotipi, o casi limite, giusto per aggiungere pathos a situazioni già critiche è un dato di fatto e, in vero, le osservazioni di Siti su questo punto non sono poi così sbagliate. Siti denuncia una letteratura che, scevra di qual si voglia forma di verismo, si concentra sul sensazionalismo facendo iniezioni di scene emotivamente forti quando trama e psicologia dei personaggi iniziano a cedere. Se su questo punto sono più che concorde con l’autore, la sua filippica contro “gli scrittori degli ultimi” mi sembra un po’ sterile e, forse, poco ragionata in relazione al contesto storico in cui ci troviamo. Se oggi, infatti, gli scrittori (come i registi e gli sceneggiatori) possono scegliere da che parte schierarsi e raccontare la storia di una vittima della mafia, piuttosto che le vicende di un trafficante di uomini; questa libertà era impensabile, ed è tutt’ora un miraggio in certi paesi, sotto regimi che promuovevano idee tutt’altro che pacifiche e che, per assicurarsi che nessuno potesse mai conoscere il proverbiale “altro lato del fosso” avevano istituiti ministeri appositi che applicassero la censura e si assicurassero che ogni testo, film, articolo, etc…; non propagandasse idee sovversive contrarie a quelle del partito.
Nel bene o nel male, la letteratura prodotta e distribuita negli ultimi 30 anni (o comunque dalla fine della Guerra Fredda e delle tensioni che da essa derivavano) ha potuto godere di sempre maggiori libertà e ha visto ingrandirsi sempre di più la rosa di argomenti di cui si poteva scrivere proponendo punti di vista nuovi e alternativi.
Nonostante queste riflessioni, il testo resta ugualmente valido pur non essendo alla portata di tutti. L’utilizzo di un linguaggio ricco di arcaismi (anche quando non strettamente necessari) e il continuo riferimento a testi più o meno recenti o, addirittura, passati in cavalleria in sordina e velocemente scomparsi dagli scaffali e dai cataloghi delle librerie non facilita la lettura del saggio che, alla lunga, risulta un po’ spocchioso e porta, inevitabilmente, il lettore a chiedersi se davvero, nelle sue opere, l’autore non abbia mai ricorso ad uno degli espedienti da lui criticati in queste pagine.

*Jo

Radicalized. Quattro storie del futuro

.: SINOSSI :.

Cory Doctorow è uno dei grandi narratori del nostro prossimo futuro. Spietati e pieni di compassione, i quattro racconti che compongono Radicalized gettano uno sguardo implacabile sulle contraddizioni laceranti di quella stessa umanità che, nonostante tutto, potrebbe ancora salvarci.
Per esempio. Insegnare ai figli dei vicini come hackerare i loro elettrodomestici andati in blocco dopo il fallimento della casa produttrice può farti rischiare decine di anni di carcere. Oppure. L’American Eagle, il supereroe campione di verità e giustizia, si è accorto che la polizia ha l’abitudine di commettere abusi su persone innocenti, nascondere le prove e mentire al riguardo. E ancora. L’assicurazione sanitaria della moglie di Joe si rifiuta di pagarle nuove terapie. Joe comincia a passare sempre più tempo su un forum online e poco dopo iniziano gli attentati. Infine. Una fortezza nel deserto, attrezzata con cibo, armi e antibiotici. Trenta eletti che sopravvivranno al grande crollo e ne usciranno pronti a ricostruire. Perché loro sono quelli intelligenti. E niente può andare storto.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Nei quattro racconti racchiusi in Radicalized, Doctorow esaspera alcuni problemi della società americana – ma per due di questi racconti potremmo dire semplicemente “società” – contemporanea portando davanti al lettore mondi diversi dal nostro ma perfettamente plausibili. A tratti, l’autore sembra volerci mettere in guardia da quello che potrebbe succedere se non agiamo ora, se non fermiamo una macchina che corre più in fretta di noi.
Mi sono sentita coinvolta dalla scrittura, semplice ed evocativa, e invogliata a continuare a leggere grazie ai temi trattati con sagacia e originalità: una pagina tirava l’altra e tutti i racconti finivano sempre troppo presto.
Per essere un po’ più completi, analizzerò brevemente i racconti uno per uno.

Il primo racconto, Pane non autorizzato, è una feroce critica al capitalismo. Nel mondo di Pane non autorizzato, più si è poveri più si è obbligati pagare per ciò che i ricchi hanno di diritto. La protagonista è Salima, una giovane immigrata. Dopo aver passato anni a lavorare come una schiava in un campo profughi in America, ha finalmente trovato un lavoro stabile e una casa tutta sua nella parte povera delle Dorchester Towers. Parte povera? Sì, un lato dell’edificio da cui si entra da una porta sul retro, in cui gli ascensori funzionano solo se gli inquilini “dall’altra parte” non ne hanno bisogno e in cui gli elettrodomestici ti obbligano a comprare prodotti autorizzati dalla ditta. Elettrodomestici che, come verrà chiarito nel racconto, neanche i produttori comprerebbero ritenendoli assolutamente degradanti.
Pane non autorizzato è il più lungo dei quattro racconti ed è sicuramente quello meglio strutturato, si ha la sensazione di avere tra le mani un romanzo breve più che un racconto lungo. L’adrenalina non manca, la trama è avvincente. Salima è un personaggio complesso che, nonostante sia dotato di un forte spirito di ribellione, è perfettamente consapevole delle conseguenze delle sue azioni. I suoi dubbi diventano facilmente quelli del lettore e il coinvolgimento è assicurato.

Minoranza Modello è un racconto incentrato sul razzismo. Sebbene ad una prima lettura il testo possa sembrare piuttosto semplice, ossia una storia in cui un supereroe alieno scopre che anche lui può diventare vittima di odio, Doctorow è stato bravo a nascondere più significati tra le pagine di Minoranza Modello. Il protagonista “Super” della storia è un personaggio che sbaglia moltissimo: Doctorow mostra come non siano sufficienti la buona volontà e il desiderio di fare del bene per essere nel giusto. Bisogna anche sapere come fare per essere di aiuto alla causa che si è presa a cuore e, soprattutto, bisogna lasciare guidare queste battaglie a chi combatte per se stesso.

Radicalizzati è il racconto più pesante e più difficile da digerire di tutta la raccolta. La moglie di Joe è malata di cancro, un cancro trattabile ma l’assicurazione sanitaria si rifiuta da pagare cure che ritiene troppo costaste e sperimentali. In pratica, l’assicurazione sanitaria di Joe la condanna a morte.
Le vicende del racconto portano Joe a trovarsi diviso tra l’amore che prova per la sua famiglia e la rabbia per quella che è, a tutti gli effetti, una vera e propria ingiustizia. Doctorow con questo racconto stuzzica la morale del lettore portandolo a chiedersi cosa farebbe lui se fosse nella stessa situazione di Joe. Bisogna avere uno stomaco di ferro per sopportare la lettura fino all’ultima sillaba. Chiaramente, qui Doctorow ha elaborato una pesante critica al sistema sanitario statunitense che, basandosi prettamente sul denaro, risulta particolarmente inefficiente.

La maschera della morte rossa, è l’ultimo racconto della raccolta e il più complicato da analizzare. In questo caso, Doctorow ci porta nella testa di un personaggio insopportabile nella sua boria e nel suo egocentrismo. Convinto che la fine del mondo arriverà presto e che il solo modo di salvarsi è chiudersi in un Bunker, Martin escogita un piano che sulla carta è assolutamente infallibile. Trenta tra le menti più brillanti di Phoenix (limitato come raggio d’indagine, non trovate?) si chiuderanno a Fort Doom pronti a ricominciare quando l’apocalisse sarà passata. La critica qui è più sottile: Doctorow invita chiunque si creda superiore agli altri a farsi un bel bagno di umiltà.

Do alla raccolta un bel 9/10, l’ho trovata una lettura stimolante anche se l’eccessivo ammontare di tecnicismi era, a tratti, fastidioso. Alcuni racconti avrebbero meritato di essere trasformati in romanzi brevi, un po’ come Doctorow ha fatto con Pane non autorizzato. Soprattutto, ho apprezzato che l’autore spinga a pensare e ragionare su temi importanti di attualità cui sia adulti sia adolescenti dovrebbero dare la giusta importanza. Per me è stata una lettura perfetta: ho alle spalle anni di studi di economia e politica con un focus abbastanza importante sull’immigrazione e la parità di genere, inoltre ho avuto modo di fare un tirocinio con una agenzia che si occupa di politiche della salute. Insomma ero proprio “sul pezzo” ed era difficile che questa raccolta non mi prendesse. Ho apprezzato il modo in cui Doctorow analizza il divario tra ricchi e poveri, il problema dell’immigrazione e le assurdità del sistema sanitario americano: ho trovato tra le sue parole assurdità a cui io stessa avevo fatto caso, solo che se le avessi scritte io non sarebbe uscito un libro così bello.
Non è un libro facile da leggere, non posso nemmeno dire che si legga “con piacere”. E’ un libro che, personalmente, ho amato ma è crudo e a tratti molto pesante: ammetto senza alcuna difficoltà che il racconto “Radicalizzati” mi ha messa a dura prova trattando un argomento che in questo momento mi colpisce da vicino. L’autore sviscera attentamente comportamenti e pensieri umani spingendo il lettore a chiedersi cosa deve fare per scampare al terribile destino che Doctorow ci riserva.
Ringrazio Oscar Vault per averci inviato la copia per la recensione.

*Volpe