Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

Dai diari di un capitano dell’aria. Il tesoro di Smiley

.: SINOSSI :.

«Quello che state per leggere è il mio diario, il diario del buon vecchio, ma non così vecchio, Capitano Polluce: vaporsaro, viaggiatore, filosofo e combattente.»
«Non scordare modesto.»
«Zitto, giornalista! Dicevo: il libro che state per leggere racconta le avventure mie e della mia ciurma sgangherata, gli inseguimenti, gli amori interspecie. Braccati dalla Confederazione delle Cinque Città, solchiamo le correnti del cielo in questo mondo desertico pieno di mostri.»
«I barzubi sono carini, però, con le guanciotte rosa!»
«Contessa, la prego, sto cercando di fare un discorso serio.»
«Ah-uhm, eh già, per lui non è facile fare un discorso…»
«Comunque, vi starete chiedendo chi sia Smiley e in cosa consista il tesoro. Be’, non voglio rovinarvi la sorpresa, ma se quello che cercate è un romanzo d’avventura dai ritmi serrati, dell’umorismo un po’ Guruvengo e, soprattutto, se siete dei ragazzi che ancora non hanno smesso di sognare, allora questo libro fa per voi.»
«Quindi potete comprarci e basta, anziché leggere il riassunto.»
«Amy, non essere scortese coi lettori! Aspetta almeno che ci abbiano pagato. E voi, che aspettate ad arruolarvi? Che qui si accettano persino i bradipi!» 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Animato da un umorismo mai banale e da personaggi sempre pronti a sorprendere il lettore, Dai diari di un capitano dell’aria. Il tesoro di Smiley è un romanzo che conquista fin dalle prime righe.
Il libro è genuinamente divertente: letto in un periodo di forte stress mi ha permesso di staccare la testa (e dopo la lettura del romanzo questa metafora assume tutto un altro sapore, ve lo garantisco) e passare ore piacevoli in compagnia di personaggi originali, di un mondo accattivante e una trama che, per quanto classica, è assolutamente imprevedibile.
Sebbene la trama sia quella tipica di un romanzo d’avventura e nonostante Grasso sia molto bravo a lasciare al lettore indizi che rendano semplice prevedere ciò che accadrà da un capitolo all’altro, il sapiente utilizzo dello strumento comico rende ogni scena assolutamente inattesa. Laddove il lettore si aspetta un tipico passaggio dal sapore epico, ecco che una battuta ben piazzata lo rende più goffo riportandolo, paradossalmente, al livello del reale. La particolarità della comicità di Grasso è, infatti, questa: riuscire a rendere anche le storie più assurde vere.

I personaggi, o meglio i protagonisti, aiutano molto in questo compito tutt’altro che semplice.
Non ci sono eroi in questo romanzo, solo creature (perché di umani non si può proprio parlare) che agiscono, spesso d’istinto e in maniera piuttosto goffa, che non fanno quasi mai quello che ci si aspetta da loro. Paradossalmente, questa è proprio la loro umanità: il pregio di questi personaggi è che per quanto possano sembrare assurdi e per quanto possano pensare e agire in maniera completamente non convenzionale, chiunque si può rivedere in loro.
Non è facile identificare un solo protagonista: il romanzo è scritto dal punto di vista del Capitano Polluce, ma i personaggi si dividono la scena equamente conquistandosi, con i loro pochi pregi e molti difetti, un posto nel cuore del lettore.
Un ruolo fondamentale in tutto il quadro sopra descritto è ovviamente giocato dalla creatività di Grasso che impedisce al lettore di annoiarsi. Anche quando si pensa di non poter essere più sorpresi da niente, ecco che una nuova frase, una nuova idea, ci smentisce.
Lo stile di scrittura è adatto alla storia che viene raccontata: è semplice e senza fronzoli ma, quando serve, è perfettamente in grado di mantenere alto il livello di tensione impedendo al lettore di mettere giù il libro.
Altro punto su cui vale la pena spendere due parole è la costruzione del mondo in cui le vicende di Il tesoro di Smiley hanno luogo. Sebbene si tratti di un romanzo molto breve, si riesce ad avere una idea chiarissima del worldbuilding: il romanzo è ambientato in un futuro non meglio precisato in cui il mondo è cambiato in seguito a una catastrofe, un Evento, come lo chiamano i personaggi. Con esso sono cambiate le creature che lo popolano, la cultura e la tecnologia che viene utilizzata. Una chicca da questo punto di vista è l’utilizzo di parole in guruvengo, una lingua che il capitano Polluce ha forse inventato o forse no, e che Grasso inserisce qua e là nella narrazione.
Ad aiutare il lettore a comprendere meglio l’immaginazione di Grasso, interviene la mano di Marco Calvi: il romanzo è infatti inframmezzato da splendide illustrazioni di luoghi e personaggi che rendono il romanzo ancora più vivo e interessante dando al lettore qualcosa in più con cui poter fantasticare. In questo caso, le illustrazioni non sono solo un accompagnamento alla narrazione quando piuttosto la completano: è facile perdersi ad osservarle mentre si ripensa alla scena che si è appena finito di leggere.

Come avrete capito, ho trovato il romanzo davvero molto valido. In generale il testo si merita un 9/10: la scrittura è ottima e, come ho già detto, la trama non è affatto banale. A dire il vero, spero di poter aver presto il piacere di leggere un seguito!
Consiglio questo romanzo a chiunque voglia leggere qualcosa di divertente, avventuroso e originale così come a tutti coloro che non si fanno spaventare da trame ricche di assurdità e irriverenza.

*Volpe

“La moglie di Dante” e le altre donne nascoste, Conversazione con Marina Marazza

Lo scorso anno, in occasione dei settecento anni dalla morte di Dante Alighieri, Marina Marazza, la “narratrice delle donne nascoste”, ha voluto raccontare la storia della donna più importante nella vita del sommo poeta: Gemma Donati. Marazza vuole restituire dignità a questa donna per lungo tempo rimasta nell’ombra: in effetti di Beatrice molto si parla, ma di Gemma pochissimo, al punto che molti ignorano la sua esistenza. 

Con La moglie di Dante, pubblicato da Solferino e di cui le abbiamo chiesto di parlarci oggi, Marazza riporta non solo Gemma Donati ma anche tutte le donne che sono state dimenticate dalla storia al posto che spetta loro di diritto. 

Ciao Marina, per prima cosa ti ringraziamo di averci concesso parte del tuo tempo per questa breve intervista. Conoscendo te e le tue opere, la prima cosa che viene da chiedersi è se La moglie di Dante sia una sorta di biografia romanzata di Gemma Donati così come è stato per Caterina da Broni in Io sono la strega e Caterina Buti del Vacca in L’ombra di Caterina.
Direi di sì. Io uso la mia formula preferita, documentandomi come se dovessi scrivere un saggio e poi proponendo la storia in forma narrata e in prima persona, in modo che sia la protagonista a raccontare le proprie esperienze, le sensazioni, le emozioni. Attraverso tutti i dettagli della quotidianità ricostruisco l’epoca, in questo caso un Medioevo meraviglioso e terribile, di castelli e di tornei, di menestrelli e di poeti, di commerci e di alleanze, di imperatori e di cavalieri, di crociate e di Inquisizione, di grandi artisti e di grandi guerre, odi e fazioni, nella quale le donne contano molto poco e pagano duramente il clima di guerra civile della Firenze prima guelfa e ghibellina e poi bianca e nera.

Leggendo il romanzo, il lettore si accorge immediatamente che il Dante che tu descrivi è diverso da quello istituzionale, una diversità che non prende solo il carattere ma anche l’aspetto fisico.
Lo descrive Boccaccio, che fu il suo primo biografo, quando Firenze, dopo la morte di Dante in esilio, lo incaricò di rivendicare la fiorentinità dell’autore di quella Commedia che il Boccaccio stesso definì Divina. Dante era di media statura, con la barba scura e i capelli ricci, la pelle olivastra, occhi grandi e modo di fare riservato. Un bel tenebroso, tenendo conto che doveva avere un fisico allenato alle armi: combatté a Campaldino in prima fila, a cavallo e con la lancia, e di certo in un ruolo del genere non ci si improvvisa. Di questo Dante si innamora Gemma, niente a che vedere con l’immaginetta antipatica presa di profilo che siamo abituati a vedere. Un giovanotto di belle speranze, che vive della rendita dei suoi pochi possedimenti e vuole dedicarsi alla poesia e agli studi. La Divina Commedia è ancora lontana, e sarà il frutto dell’esilio.

Un breve accenno di storia per i nostri lettori: la condanna subita da Dante può essere definita una condanna politica?
Assolutamente sì. Il partito di Dante ha perduto, sono saliti al potere gli avversari, e all’epoca non c’era posto per un civile opposizione, quelli della parte avversa venivano uccisi o messi in fuga, in questo caso usando anche una sorta di “legalizzazione” della persecuzione ai loro danni, cioè accusandoli di ogni nefandezza, reati infamanti di corruzione, di tradimento. Era una prassi consolidata e Dante ne resta vittima anche perché ha davvero cercato, durante il periodo del suo mandato come priore, di fare le cose giuste, senza pensare al suo profitto personale e a mantenere dei buoni rapporti con tutti, ma solo a quello che lui riteneva fosse il bene di Firenze. Si è fatto molti nemici e ha provocato indirettamente perfino la morte del suo più caro amico, Guido Cavalcanti, cosa che gli peserà sul cuore per sempre.

Parliamo ora della donna del tuo racconto. Chi era Gemma Donati?
Gemma è della famiglia dei Donati, più illustre di quella degli Alighieri, imparentata con Corso Donati, l’eroe della battaglia di Campaldino, cavaliere di nobile schiatta, biondo, bello e prepotente. E’ stata istruita dalle monache, sa leggere e scrivere, è una donna tutt’altro che sprovveduta. E la sua tempra le servirà, quando si ritroverà vedova bianca a trent’anni, perché Dante viene esiliato…

A proposito di esilio, viene da chiedersi come mai Gemma non abbia seguito il marito 
Gemma viene messa al confino per un paio d’anni con i figlioli quando Dante viene colto dalla sentenza di bando mentre si trova a Roma dal papa (e non rientra a Firenze, perché sarebbe bruciato vivo). All’epoca tutti i con-sorti (nel senso di familiari) erano coinvolti, in caso di condanna di un membro della famiglia: i figli maschi di Gemma dovranno seguire il padre in esilio al compimento dei 14 anni. Dante si ritrova senza un soldo e senza un posto dove stare e non può tirarsi dietro moglie e quattro figli. Gemma riesce a sopravvivere grazie anche al fatto che lei è una Donati, prima che un’Alighieri, e grazie a una formidabile rete di solidarietà femminile, capace di superare gli schieramenti politici.

Dunque, Gemma Donati viene bandita da Firenze ma ritorna, assieme ai figli, poco dopo.
Sì, grazie ai buoni uffici dei Donati, ma non ha più niente, perché tutte le proprietà di Dante sono confiscate, e dagli atti notarili risulta quanto si diede da fare per sostentare la famiglia, andando in comune a reclamare gli interessi sulla sua dote, che le erano dovuti. E a uno a uno i figli devono seguire il padre in esilio perché, se rimanessero, sarebbero messi a morte. E lei continua a sperare che in qualche modo Dante torni, prima con la discesa dell’imperatore che grazia i fuoriusciti, ma l’imperatore muore. Poi con l’amnistia del nuovo governo fiorentino, che Dante rifiuta perché lo costringerebbe a un atto di umiliazione pubblica in Santa Croce. Passano vent’anni, e intanto Dante scrive la Divina Commedia.

A proposito della Commedia. E’ proprio quest’opera ad aver reso famosa Beatrice e ad aver invece affossato la fama di Gemma Donati. Come mai Dante non parla mai di sua moglie?
Dante non parla della sua famiglia nei suoi scritti. L’autobiografismo di Dante è trasfigurato. Anche quando parla in prima persona, non sta descrivendo se stesso, ma quella figura poetica che quel se stesso rappresenta. Dante non cita mai sua madre Bella, che morì quando lui era bambino, né suo padre Alighiero, né la sua matrigna Lapa, perché suo padre si risposò, né la sua cara sorella Tana, né il suo fratellastro Francesco, tutte persone importantissime nella sua vita, sia da un punto di vista affettivo sia da un punto di vista pratico. In compenso ha reso celebre Beatrice, che forse è riconducibile a Beatrice Portinari coniugata de’ Bardi, alla quale lui nemmeno rivolse mai la parola, destinata a passare come una meteora, morta a 24 anni di parto, completamente trasfigurata in un personaggio che ha la funzione di portare il protagonista della Commedia alla salvezza, come dice anche il suo nome: colei che conduce alla beatitudine. Niente a che vedere con la vita reale. Nessuno quindi di cui poter essere gelosi. Beatrice è un simbolo, Gemma una donna in carne e ossa che con Dante ci ha mangiato e dormito, come si suol dire. Questo non vuol dire che Gemma non abbia dovuto essere gelosa di altre donne, dal momento che il Sommo era anche, in gioventù, un discreto tombeur de femmes.

Dalle tue parole, così come dai tuoi libri, si evince perfettamente che anche quando parli di Campaldino e di come Dante combatté e fu ferito, non è la Storia delle battaglie sul campo quella che ti interessa.
Mi appoggio a un nome celebre… diceva Manzoni nella sua lettera a Monsieur Chauvet   sul vero poetico: “Perché alla fin fine, che cosa ci dà la storia? Ci dà avvenimenti che, per così dire, sono conosciuti soltanto nel loro esterno, ci dà ciò che gli uomini hanno fatto. Ma quel che essi hanno pensato, i sentimenti che hanno accompagnato le loro decisioni e i loro progetti, i loro successi e i loro scacchi, i discorsi coi quali hanno fatto prevalere o hanno tentato di far prevalere le loro passioni e le loro volontà su altre passioni o altre volontà, coi quali hanno espresso la loro collera, hanno dato sfogo alla loro tristezza, coi quali in una parola hanno rivelato la loro personalità, tutto questo o quasi la storia lo passa sotto silenzio, e tutto questo invece è dominio della poesia… Spiegare quel che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto attraverso quel che hanno fatto, in questo consiste la poesia drammatica”. Cioè, per me questo è lo scopo del romanzo storico: guardare dentro il cuore di chi ha vissuto prima di noi. 

Ora vorremmo ampliare il discorso. Esiste un fil rouge tra le protagoniste dei tuoi romanzi? C’è qualcosa che lega Gemma Donati a Caterina da Broni, la strega di Milano, a Caterina, madre di Leonardo Da Vinci, e alla figlia della monaca di Monza?
La resilienza. Cambiando le epoche, perché ciascuna di loro appartiene a un periodo storico diverso e si va dal Rinascimento leonardesco alla controriforma di Caterina da Broni e di Alma e indietro fino Medioevo trecentesco di Gemma, hanno dovuto tutte far fronte a una vita che definire avventurosa è un eufemismo. Ovviamente non erano periodi difficili solo per le donne, e ci sono moltissime figure maschili nei miei romanzi, che finiscono sempre col diventare un po’ corali, nella ricostruzione di un luogo e di un tempo dove tutti, dagli umili ai potenti, devono combattere una battaglia quotidiana, che è la più importante.

Ringraziamo Marina per il tempo che ci ha dedicato e speriamo che le sue parole vi aiutino a riflettere in questo giorno non di festa quanto di commemorazione.
Marina racconta “le donne nascoste” dalla storia anche per permettere alle donne di oggi di uscire allo scoperto.

*Volpe & Jo

Heartstopper ~ la saga

.: SINOSSI :.

Heartstopper 2: Nick e Charlie sono grandi amici. Nick sa che Charlie è gay, e Charlie è sicuro che Nick non lo sia. Ma l’amore percorre strade inaspettate, e Nick scoprirà parecchie cose sui suoi amici, sulla sua famiglia e su se stesso.
Heartstopper 3: Charlie non avrebbe mai pensato che Nick potesse ricambiare il suo sentimento, ma ora sono ufficialmente fidanzati, e Nick ha anche trovato il coraggio di dirlo a sua madre. Ma ora deve dirlo anche agli altri; e la vita non è sempre semplice, anche se hai accanto qualcuno che ti ama.  “Heartstopper” parla di amicizia, amore, lealtà, salute mentale. Unendo le storie private di Nick e Charlie, finisce per parlarci di qualcosa di più grande, che interessa tutti noi.
Heartstopper 4: Charlie non avrebbe mai pensato che Nick potesse ricambiare il suo sentimento, ma ora sono ufficialmente fidanzati, e Charlie si sente pronto a pronunciare le due fatidiche parole: “Ti amo”. Anche Nick prova lo stesso sentimento, ma ha qualche pensiero in più: non è ancora riuscito a dirlo a suo padre, e in più teme che Charlie soffra di disturbi alimentari. Mentre l’estate volge al termine e un nuovo anno scolastico sta per cominciare, i due ragazzi impareranno molte cose su cosa significhi amare.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

ATTENZIONE: la recensione che segue si riferisce ai volumi 2, 3 e 4 della saga di Heartstopper.
Il primo volume di Heartstopper mi aveva lasciata abbastanza indifferente e se non avessimo ricevuto gli altri tre ebook gratuitamente dalla casa editrice non avrei mai letto il resto della saga.
Il secondo volume ha semplicemente confermato le idee che avevo riguardo il primo: è una storia dolce, tenera che oltre a questo e dei disegni piacevoli da guardare ha poco altro. I protagonisti sono in due dimensioni con un carattere semplice e sviluppato quanto basta per far progredire la storia d’amore che è il vero fulcro attorno al quale la trama ruota.
I conflitti, rarissimi, si risolvono sempre nel giro di poche pagine tanto che il lettore non fa neanche in tempo a provare un po’ di tensione per come andrà avanti la storia: così come il problema è comparso svanisce e viene prontamente dimenticato.

Se i primi due volumi potevano essere considerati delle storie d’amore adolescenziali tenere e senza un grande spessore, il terzo e il quarto scivolano velocemente nel range di libri che considero più brutti che belli abbassando drasticamente la media complessiva della saga.

Il terzo è il volume che ho trovato in assoluto più problematico: innanzitutto è irrealistico. I primi due potevano essere credibili nel loro piccolo, il terzo perde completamente contatto con la realtà.
Un romanzo inclusivo che vuole trattare veramente il tema dell’omosessualità, delle problematiche relative all’omofobia e all’accettazione dell’altro non può permettersi di perpetrare a sua volta stereotipi dannosi: in questi libri gli etero sono omofobi e tutti i personaggi positivi (per non dire tutti i personaggi e basta) appartengono alla comunità LGBTQ+ o stanno con un personaggi che appartiene alla community. Questo modo di caratterizzare la community dividendo le persone in “noi” e in “gli altri” è dannoso: crea rivalità e non inclusione e mi sarei aspettata qualcosa in più da un romanzo che ha questo come obiettivo principale
In secondo luogo tutti i temi, soprattutto quello centrale ossia l’omosessualità, sono trattati con una superficialità disarmante. I problemi dei protagonisti sono di una leggerezza imbarazzante così come il modo in cui li affrontano: finalmente Nick questiona la propria sessualità e inizia ad interrogarsi su se stesso, sulla sua identità (ho apprezzato però che in questa parte del romanzo si parli delle etichette e si dica che non serve darsi un nome o essere parte di un gruppo per essere se stessi), ma i suoi problemi si risolvono in una manciata di pagine rendendo le uniche parti interessanti noiosissime. Chi, come me, ha provato questo tipo di sensazione e si è fatto questo tipo di domande sa benissimo che non sono situazioni che si risolvono così facilmente.
Sempre la leggerezza riguarda anche la mia terza critica al romanzo: in questo volume si scopre che Charlie ha disturbi alimentari ricollegabili al bullismo subito a scuola. Di questi problemi non si era mai fatto alcun accenno nei romanzi precedenti, cosa che è totalmente anti narrativa. Così come è stato introdotto in questo volume, il disturbo alimentare sembra solo un espediente per rendere la trama più romantica e dare al secondo protagonista qualcosa per cui preoccuparsi.
La trama del quarto volume è nuovamente soft, senza grandi (o gravi) colpi di scena: si parla prettamente del disturbo alimentare di Charlie e, finalmente, i personaggi crescono un po’. Da una parte il quarto volume non mi è piaciuto, sempre per la leggerezza con cui temi gravi sono affrontati, dall’altra invece ho apprezzato molto che alcune tematiche, come ad esempio il bisogno di non focalizzarsi esclusivamente sulla relazione ma di mantenere e coltivare amicizie e interessi esterni, che hanno reso il libro un po’ più maturo degli altri.

Il problema principale che ho riscontrato con questa saga è che non è stata scritta per far riflettere ma semplicemente per mettere sul mercato una storia tenera, e sicuramente lo è, che permetta di sognare e passare qualche momento di piacevole spensieratezza.
Questo è il motivo per cui non riesco a dare ad Heartstopper un voto che complessivamente superi il 5/10. Capisco sia una saga diretta principalmente a giovanissimi lettori, ma considerato il successo planetario che ha avuto (anche da miei coetanei, quindi persone che sfiorano i trent’anni) mi sarei aspettata molto di più. Un romanzo bello, che a mio avviso esplora molto bene il tema dell’omosessualità è Promettimi che ci sarai, consiglio a chi ha amato Heartstopper di dargli un’occasione!

*Volpe

La principessa testarda e il principe pezzato

.: SINOSSI :.

Una delle leggende più oscure del Regno degli Antichi racconta la storia del Principe Pezzato, mezzosangue, erede al trono Lungavista e dotato del dono dello Spirito, il cui nome ancora riecheggia nelle canzoni di menestrelli e cantastorie del Regno. Principe illegittimo per alcuni, re-in-attesa per altri, Corsiero Lungavista porta su di sé il marchio dell’amore illegittimo di sua madre, la principessa Cautela: egli è ricoperto di macchie scure su tutto il corpo, come il cavallo pezzato di suo padre, il capostalliere Equo, legato col dono dello Spirito all’animale. Quando tutto sembra perduto, Felicia, la serva di Cautela, lo prende con sé e lo alleva come un figlio. A lei, l’ultima degli ultimi, viene lasciato l’arduo compito di raccontare tutta la verità e di tramandarla ai posteri, ed è così che è giunta fino a noi. Nello stile che l’ha sempre caratterizzata, Robin Hobb ci regala una storia che rivela un segreto di famiglia in grado di pesare sulle generazioni future fino a quando l’assassino Fitz Chevalier Lungavista entra in scena.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Robin Hobb non delude mai: ho finito questo racconto in un pomeriggio, complici la lunghezza del testo e lo stile accattivante che non permetteva di fare neanche una pausa.
La principessa testarda e il principe pezzato è un racconto breve che, purtroppo, si interrompe a metà volume e questo è il vero lato negativo dell’opera. Finita la narrazione infatti sono presenti alcuni capitoli provenienti dal primo romanzo della saga dei Lungavista, L’apprendista assassino, libro quasi sicuramente già letto da chi desideri affrontare questa lettura in modo consapevole.

La scrittura di Robin Hobb tiene il lettore in sospeso per tutto il testo e la trama, che è lineare e semplice, ne giova moltissimo. I personaggi sono un altro punto a favore di questo brevissimo testo: complice una caratterizzazione a tutto tondo che enfatizza non solo lati positivi ma soprattutto quelli negativi dei protagonisti, caratteristica dello stile della Hobb che avevo apprezzato molto anche negli altri romanzi, l’arco narrativo dei personaggi, le loro emozioni, i loro difetti e pregi sono la spinta che fa progredire la narrazione.
Con questo testo, così come nelle altre sue opere, Hobb affronta soprattutto il tema della diversità che tra le pagine di questo racconto ha due forme: quella della principessa testarda, che simboleggia chi non riesce con il suo essere a soddisfare le aspettative altrui, e quella del principe pezzato, simbolo delle persone diverse non solo di aspetto fisico ma anche emotivo e spirituale.
Ciò che non mi è piaciuto è la fretta con cui il romanzo è stato portato a termine: nonostante le premesse potessero far presagire l’inizio di una nuova, brillante saga, la storia inizia e si conclude in un centinaio scarso di pagine lasciando il lettore con un po’ di amaro in bocca. A tratti ho avuto la sensazione che nelle intenzioni dell’autrice di fosse quella di scrivere una nuova saga ma che esigenze editoriali l’abbiano spinta a concludere in fretta una trama che avrebbe potuto diventare grandiosa.

Il voto finale che mi sento di dare a questo romanzo è un 8/10. Mi è piaciuto molto e sono contenta di aver divorato questo racconto che mi ha riportata a quando per la prima volta ho letto l’apprendista assassino, purtroppo i difetti citati in precedenza hanno pesato molto sul mio voto finale.
Intrighi di corte, inganni, dolore e magia si susseguono pagina dopo pagina costruendo una storia affascinante che, per chi ha letto la saga dei Lungavista, ha un sapore famigliare. Trovo che sia un testo adatto a chiunque desideri leggere un fantasy classico o a chi vuole approcciarsi a questa autrice ma ha paura di lanciarsi sui suoi romanzi più corposi.

*Volpe

Il gattopardo

.: SINOSSI :.

Siamo in Sicilia, all’epoca del tramonto borbonico: è di scena una famiglia della più alta aristocrazia isolana, colta nel momento rivelatore del trapasso di regime, mentre già incalzano i tempi nuovi (dall’anno dell’impresa dei Mille di Garibaldi la storia si prolunga fino ai primordi del Novecento). Accentrato quasi interamente intorno a un solo personaggio, il principe Fabrizio Salina, il romanzo, lirico e critico insieme, ben poco concede all’intreccio e al romanzesco tanto cari alla narrativa dell’Ottocento. L’immagine della Sicilia che invece ci offre è un’immagine viva, animata da uno spirito alacre e modernissimo, ampiamente consapevole della problematica storica e politica contemporanea.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Dopo aver divorato I Viceré mi sono fiondata su Il gattopardo carica di aspettative sperando di ritrovare le atmosfere che avevo tanto amato nel romanzo di De Roberto.
Con mio sommo dispiacere la lettura si è rivelata un’agonia che ho deciso di interrompere a una quindicina di pagine dalla fine dell’opera. Il romanzo di Tomasi di Lampedusa tenta, a mio parere con risultati deludenti, di ricalcare il verismo di Verga e di De Roberto, ma non riesce a rendere adeguatamente le atmosfere e lo stile dei suoi predecessori e il risultato finale è un romanzo che sembra procedere a scatti come un ingranaggio non ben oleato.
Tomasi tenta di unire il vecchio e il nuovo accostando descrizioni minuziose, e incredibilmente gradevoli, a metafore e paragoni che sono un pugno nell’occhio così accostati a dialoghi e situazioni decisamente troppo antiquati per poter spartire la pagina con termini introdotti solo a partire dal XX secolo nel vocabolario.

Anche la trama mi ha lasciato piuttosto perplessa e scontenta. Sicura di leggere le peripezie di un uomo per salvaguardare il prestigio della propria famiglia e tutelarla dai tumulti e dai cambiamenti della storia, mi sono ritrovata a sorbirmi pagine e pagine di arrovellamenti e monologhi interiori (intervallati da siparietti frivoli in cui andava in scena la storia d’amore tra due personaggi): il monologo interiore di un uomo che, fiero della sua nomea di Gattopardo, guarda con sprezzo chiunque arrivando, infine, a disprezzare anche il suo stesso sangue reo di non aver ereditato la natura fiera e allo stesso tempo astuta dei gattopardi.

Il mio giudizio è 7/10. Il libro, a mio giudizio, non è ben scritto e l’utilizzo di un italiano posticcio che imita, senza successo, una lingua sì altisonante ma vera e coerente con il periodo storico ha reso la lettura difficile se non addirittura noiosa.. Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta grossolana e, chiudendo il libro, nessuno di loro resta particolarmente impresso nella memoria. Le descrizioni riescono a salvare il romanzo e, ben nascoste tra le pagine, è possibile trovare instantanee dettagliate di giardini da favola, in cui perdersi e sognare di passeggiare sul far della sera, o di ville da scoprire stanza dopo stanza con l’innocente insolenza di un bambino coinvolto in una caccia al tesoro.

*Jo

L’inventore di sogni

.: SINOSSI :.

Un bambino sogna a occhi aperti e immagina di far sparire l’intera famiglia, un po’ per noia e un po’ per dispetto, con un’immaginaria Pomata Svanilina; oppure sogna di poter togliere al gatto di casa la pelliccia, di farne uscire l’anima felina e di prenderne il posto, vivendone per qualche giorno la vita, soltanto in apparenza sonnacchiosa; oppure sogna che le bambole della sorella si animino e lo aggrediscano per scacciarlo dalla sua camera… Fin dalle prime pagine di questo libro ritroviamo il consueto campionario di immagini perturbanti che sono un po’ il “marchio di fabbrica” di McEwan. Specialmente nella prima stagione della sua narrativa l’autore britannico ci aveva abituato a profondi e terribili scandagli nel microcosmo della famiglia, e in quei mondi chiusi e violenti i bambini e gli adolescenti giocavano sia il ruolo delle vittime e sia quello dei carnefici. Ne “I’inventore di sogni” McEwan ritorna sul luogo del delitto, ma lo fa con un tono e uno spirito completamente diversi, scegliendo il registro sereno e sdrammatizzante per definizione: quello del “racconto per ragazzi”.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Attirata dalle premesse del romanzo, mi sono avvicinata a L’inventore di sogni colma di aspettative che, purtroppo, sono state disattese. 
Sebbene brevissime, le fiabe sono davvero difficili da finire: sono troppo lente, spesso ripetitive. Leggendole con gli occhi e la mente di un adulto le ho trovate estremamente noiose e dunque mi chiedo: se erano noiose per me, e non per la loro prevedibilità quanto piuttosto per la loro pesantezza, come le troverà un bambino? 
I temi trattati sono giusti per il pubblico cui McEwan ha dedicato la sua raccolta: la ribellione contro il bulletto della scuola, la crescente avversione verso i genitori che accompagna la crescita, la perdita di un animale e così via. 
A mio avviso però, i sogni che fa il giovane protagonista sono troppo adulti per la sua età, così come la pesantezza dei suoi ragionamenti non è adatta ad un bambino di dieci anni. Pur essendo intriganti, i pensieri del protagonista sembrano grigi, spenti e senza i colori tipici dell’infanzia; mancano di serenità. Insomma, la sensazione è che se al posto di un bambino ci fosse stato un adulto, niente nel testo sarebbe cambiato. 

Dei personaggi non si sa nulla. Il solo ad essere approfondito è il protagonista che, per altro, il lettore si trova a conoscere solo superficialmente attraverso la sua immaginazione: al di là che ama sognare ad occhi aperti, non saprei proprio dire quali sono gli interessi di Peter né quale sia il rapporto che ha con i genitori e con la sorella. Purtroppo anche il protagonista è un personaggio di carta che non riesce a prendere vita. 

Per quanto riguarda la scrittura non c’è niente che non vada. Lo stile è fiabesco, onirico e delicato; le metafore che l’autore mette su carta sono perfette per descrivere i sogni in tutta la loro surreale assurdità. Le parole di McEwan creano immagini splendide capaci di stimolare la fantasia di ogni lettore. 
Il problema è che secondo me questo stile non è adatto né al pubblico scelto né alla storia che l’autore vuole raccontare. È proprio lo stile, per quanto meraviglioso esso sia, a creare la sensazione di leggere un libro ambientato perennemente in stanze buie, con colori scuri, tetro. A volte sembra di vedere, perché come ho detto la scrittura permette di immergersi molto nel testo e di visualizzare le immagini vividamente, le atmosfere di un film di Tim Burtun in cui però è raccontata una storia dolce e tenera di amore e speranza. 
Credo sia proprio questo scontro tra le sensazioni evocate e i temi trattati a non funzionare e a rendere la raccolta meno vincente. 

In conclusione, il voto che mi sento di dare al testo è 6,5/10. 
Non mi sento di bocciare il testo perché McEwan vuole insegnare ai bambini ad amare, sognare e sperare e questo è, ovviamente, un ottimo intento. Il mio consiglio è di avvicinarsi con la dovuta cautela a questo testo e di non sceglierlo, come invece ho fatto io sbagliando, come primo approccio a questo autore. 

I Viceré

.: SINOSSI :.

I Viceré è il romanzo più celebre di Federico De Roberto, ambientato sullo sfondo delle vicende del risorgimento meridionale, qui narrate attraverso la storia di una nobile famiglia catanese, quella degli Uzeda di Francalanza, discendente da antichi Viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Memore della brutta esperienza di lettura maturata durante il liceo con I Malavoglia, mi sono accostata a I Viceré con la cautela con cui si approccia una materia nuova ed affascinante ma non del tutto innocua.
Superata la difficoltà iniziale per un italiano sì comprensibile ma ricco di arcaismi che suonano strani se non addirittura buffi ad orecchie e occhi poco avvezzi, il libro mi ha assorbita trascinandomi senza chiedere il permesso di un mondo lontano animato da situazioni e personaggi che colpiscono per la loro modernità o, semplicemente, per quella capacità (che è rivelatrice del vero talento dell’autore) di riempire le pagine non di comparse, ma di archetipi e situazioni che risultano familiari tanto ai lettori dell’epoca quanto a quelli contemporanei.

Chi sono, dunque, questi Viceré? I Viceré siamo noi: mia madre, il mio migliore amico e la mia collega, l’anima gentile che legge queste righe, sono io ed è qualsiasi uomo.
Questa famiglia, gretta e a tratti meschina, sempre in vena di zuffe e baruffe e che sembra campare di liti e dispetti tra parenti non è tanto diversa da molte altre famiglie che, magari per questioni meno prestigiose, trovano sempre un pretesto per creare scompiglio o una ragione per impicciarsi degli affari altrui.
I Viceré siamo noi che, al cambiare di un’epoca, cambiamo casacca ed opinioni salvo poi manifestare, in privato, la fedeltà più cieca a idee considerate dai più superate se non addirittura spregevoli.
I Viceré è una versione, romanzata ed “umana”, de L’origine delle specie di Darwin. Se l’opera darwiniana descrive, in sunto, come nel corso dei secoli la capacità di evolversi e mutare abbia garantito la sopravvivenza di determinate specie a scapito di altre, I Viceré racconta le acrobazie compiute da una famiglia per riuscire, nel corso dei secoli a mantenere invariato il proprio prestigio.

In poco più di 600 pagine, De Roberto trascina il lettore in un carosello di nomi e situazioni in cui, in un primo momento, è quasi impossibile orientarsi (io sono riuscita a comprendere il complicato ricamo di nomi, titoli, epiteti e soprannomi grazie a questo albero genealogico trovato su Wikipedia). Dalla prima all’ultima pagina il testo assomiglia, più che a un romanzo in senso stretto, ad un lungo monologo: una carrellata di istantanee che raccontano le vicende dei diversi personaggi riuscendo, nonostante la moltitudine di vicende e la complessità dell’intreccio, a dare ad ognuno di essi il proprio spazio sicché, quand’anche alcuni sembrino sparire per qualche capitolo, al loro ritorno il lettore non ha dimenticato i loro trascorsi.
Fedele a questa forma da “monologo lungo”, De Roberto non si perde in lunghe descrizioni, a meno che non siano necessarie, e lascia al lettore la libertà di immaginare lo sfarzo dei palazzi e delle stanze in cui si muovono i membri della famiglia Uzeda e il loro famigli.
I personaggi, invece, si possono dividere in due gruppi: coloro che mutano al mutare dei tempi e coloro che, al contrario, restano aggrappati alle loro convinzioni incapaci, o risoluti, a non lasciarsi abbindolare da nuove ed incerte prospettive.
La caratterizzazione dei singoli personaggi prescinde dunque da questa divisione: Consalvo, protagonista dell’ultima parte del romanzo, come lo zio Gaspare, protagonista della seconda parte, sono personaggi camaleontici che riescono a sfruttare i loro privilegi per riuscire ad accattivarsi il favore delle folle al fine di raggiungere il più velocemente possibile i propri obiettivi.
Il tratto distintivo degli altri personaggi è, al contrario, un’ostinazione quasi ammirevole che, tuttavia, il più delle volte sfocia in piccole manie che sembrano suggerire al lettore quanto insano e, alla lunga controproducente, sia l’attaccamento eccessivo a determinate opinioni, valori, etc… .
Una menzione va fatta per Teresina (sorella minore di Consalvo): questo personaggio viene introdotto fin dai primi capitoli e descritto come un’anima docile che sembra vivere e muoversi in punta di piedi per non dare fastidio al prossimo. Questo personaggio, mi ha molto colpito per la sua caratterizzazione che sfiora la non-caratterizzazione. Teresina non ha volontà propria e, le rare volte in cui sembra voler esprimere un proprio desiderio, tace ed accetta con uno stoicismo (quasi invidiabile) le conseguenze delle sue non scelte e delle decisioni che altri prendono sulla sua vita.
In un momento in cui la letteratura propone, come personaggi femminili forti donne, amazzoni pronte ad impugnare le armi e a costruire barricate per proteggere i propri diritti e i propri sogni; De Roberto presenta un personaggio femminile talmente “debole”, quasi insignificante, da risaltare tra gli altri per la propria capacità di conservare, anche in situazioni tutt’altro che facili come il matrimonio combinato e la rinuncia al proprio vero amore, una dignità ed una fermezza che iscrivono a pieni voti Teresina nella lista dei personaggi femminili forti.
Si badi bene che questa iscrizione non vuole essere una critica ad altri personaggi della letteratura (contemporanea e non) né vuole esprimere un giudizio su quelle donne che si battono con le unghie e con i denti per veder riconosciuti i propri diritti. Tuttavia, considerato il periodo storico in cui il libro è stato scritto e presi in considerazione l’atmosfera che permea il romanzo e la caratterizzazione degli altri personaggi femminili (per lo più descritte come arpie disposte a tutto pur di mettere le mani su più potere, più denaro e più prestigio), è stato per me impossibile non soffermarmi un attimo di più a riflettere su questo personaggio.

Il mio voto è 10+/10. Ho amato, letteralmente, tutto di questo romanzo la cui lettura mi ha rapito come non succedeva da tempo al punto che le 600 pagine mi sono sembrate molte di meno e sono scivolate tra le mie dita fin troppo velocemente.
Sicuramente, rispetto ad altri classici, I Viceré può incutere un certo timore e per la lingua e per la lunghezza: il mio consiglio, per chi si volesse cimentare con questa lettura, è di porsi degli obbiettivi giornalieri di lettura in modo che, dividendo il romanzo in tappe (30, 50 o 100 pagine al giorno p.e.), il numero complessivo delle pagine sembri meno spaventoso e si possa comunque fare l’abitudine ad un italiano arcaico senza rischiare di sedersi a tavola con i propri familiari dando del “voi” e dell'”eccellenza” ai propri genitori.

*Jo

P.S. Da ultimo, ma non meno importante, questa lettura mi ha ulteriormente convinta sulla necessità nelle scuole di tarare le letture proposte sulle effettive capacità degli studenti. Sono stati molti i libri che, costretta a leggere durante gli anni delle medie e del liceo, mi hanno portato a rigettare determinati generi ed autori (I Malavoglia sopracitati sono solo un esempio). Fermo restando l’importanza che autori come Verga, Svevo e Pirandello (per citarne alcuni italiani) hanno per nella storia della letteratura italiana, sono sempre più convinta che l’approccio ai loro testi debba essere fatto con una cautela ed una pazienza che spesso manca rispolverando, perché no, quell’esercizio ormai abbandonato (soprattutto alle superiori) della lettura in classe.

Stai Zitta

.: SINOSSI :.

Di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva. Se si è donna, in Italia si muore anche di linguaggio. È una morte civile, ma non per questo fa meno male. È con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse. Per ogni dislivello di diritti che le donne subiscono a causa del maschilismo esiste un impianto verbale che lo sostiene e lo giustifica. Accade ogni volta che rifiutano di chiamarvi avvocata, sindaca o architetta perché altrimenti «dovremmo dire anche farmacisto». Succede quando fate un bel lavoro, ma vi chiedono prima se siete mamma. Quando siete le uniche di cui non si pronuncia mai il cognome, se non con un articolo determinativo davanti. Quando si mettono a spiegarvi qualcosa che sapete già perfettamente, quando vi dicono di calmarvi, di farvi una risata, di scopare di più, di smetterla di spaventare gli uomini con le vostre opinioni, di sorridere piuttosto, e soprattutto di star zitta.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Prima di scrivere questa recensione, mi sono posta moltissime domande: ad alcune ho trovato una risposta, altre invece restano insolute. 

La prima e più importante domanda è: a chi è indirizzato questo saggio? Il mio giudizio può cambiare moltissimo a seconda del pubblico per cui Murgia intendeva scrivere. Il saggio è una raccolta di temi cari al femminismo ma, sebbene le argomentazioni di Murgia siano interessanti, manca totalmente di approfondimento. Dunque, se il testo è rivolto ad una platea neofita o comunque poco informata sul tema, Murgia ha fatto centro; se, al contrario, era sua intenzione scrivere un testo di approfondimento, dove accostare al proprio vissuto delle argomentazioni da sviluppare, allora il saggio risulta meno convincente.
A causa dello stile, spesso irriverente, sarcastico e quasi da social network, posso supporre che il suo intento fosse quello di raggiungere il grande pubblico cercando di attirare l’attenzione sia di femministi e femministe convinti, sia di quelle persone che pur non dandosi una definizione sono interessate ad approfondire la tematica.
Ogni capitolo, composto da dieci pagine o meno, tratta un argomento diverso che Murgia introduce partendo da esperienze personali o da fatti di cronaca nazionale. Sono queste le pagine in cui, secondo me, i suoi ragionamenti emergono al meglio e con tutta la loro forza; nel tentativo di portare più esempi di frasi simili a quella introduttiva, Murgia termina i capitoli con tre o quattro paragrafi pieni di esempi affatto approfonditi. I temi da lei scelti sono importanti, a volte anche molto pesanti, e ridurli ad un elenco di frasi non è, a mio giudizio, una mossa vincente.
É questa mancanza di profondità a rendere il saggio buono ma non all’altezza delle mie aspettative. 

La seconda domanda è: aveva intenzione di proporre nuove riflessioni o solo di introdurre al suo lettore ideale argomenti già affrontati e approfonditi da altri attivisti? Ecco il secondo grande problema di questa saggio: per una persona che su questo argomento ha già letto, è banale.
Certo, leggere le esposizioni di Murgia è sempre bello e tra le sue pagine si trovano risposte più che perfette (sarcastiche quando serve e serie quando si suppone che l’interlocutore abbia un po’ di sale in zucca) da dare a chi, consapevole o meno, perpetra stereotipi fastidiosi e perniciosi. Tuttavia Murgia non porta riflessioni davvero originali e, a volte, si limita a rimandare il lettore ad altri saggi che trattano i vari argomenti in modo più completo. 
Ho sempre apprezzato l’umiltà di lasciar parlare persone che si ritengono più competenti, solo che se ho acquistato un saggio firmato Murgia vorrei leggere le sue riflessioni e non essere caldamente invitata a leggere il libro di qualcun altro. 

La terza e ultima domanda prima di tirare le somme: dove sono i dati? É giusto parlare di femminismo, è giusto portare sulla carta i temi del gender pay gap, della sotto-assunzione femminile e del femminicidio, ma trovo sbagliata la mancanza di dati a riguardo. In un mondo in cui situazioni gravissime vengono costantemente sminuite o tacciate di falsità sarebbe stato meglio inserire i dati oggettivi (disponibili su siti come ISTAT) che avrebbero dato forza e vigore all’argomentazione. Sebbene io mi renda conto che inserire numeri e cifre avrebbe reso il testo più pesante, è anche vero che gli avrebbe dato più spessore.

Il voto che mi sento di dare, proprio a causa di questa incertezza di intenti e mancanza di approfondimento è 7.5/10. Può facilmente diventare 8.5/10 nel caso in cui il pubblico di riferimento fosse composto da persone da introdurre al tema del femminismo.
Il testo è stimolante e permette di iniziare intense riflessioni autonome o condivise: Jo ed io abbiamo passato intere giornate a discutere animatamente degli argomenti trattati da questo saggio. L’autrice non cerca di imporre la propria visione ma incoraggia il suo lettore a sviluppare un proprio pensiero critico aiutandolo qua e là dove è necessario. 
Per quanto riguarda i contenuti, mi sono trovata d’accordo con la maggior parte delle riflessioni di Murgia che, talvolta, hanno persino dato corpo a pensieri personali che non ero stata però in grado di sviluppare completamente in autonomia. E’ un saggio che consiglierei volentieri ai giovani che vogliono provare un primo approccio soft alle tematiche legate al femminismo senza rischiare di incappare in un testo pesante. Altri punti decisamente a suo favore sono la sua brevità, e la sua scorrevolezza che, grazie allo stile discorsivo e ironico, risulta piacevole se non addirittura facile.

*Volpe

Coraggio!

.: SINOSSI :.

In principio c’era don Abbondio con il suo “Il coraggio, uno non se lo può dare”. Un grande personaggio illuminato nella sua neghittosa rinuncia a scegliere il bene. Gabriele Romagnoli percorre le strade del coraggio a partire dal senso caldo dell’esortazione che spesso abbiamo conosciuto nella vita: il coraggio che, da piccoli, ci sprona a camminare, pedalare, pattinare, quello che ci invita a non avere paura, o ad alzare la testa. Non si parla in questo libro del coraggio che fa di un uomo un guerriero armato o un cieco cercatore di morte (inferta o subita). Qui si parla del coraggio che la Francia del premio Carnegie dedicava “agli eroi della civiltà”. Fra questi “eroi”, un Antonio Sacco che nel 1936 compie il suo atto di coraggio e poi è dimenticato. Per Romagnoli, “Sacco A.” diventa un’ossessione e solo in chiusura scopriamo con lui, anzi grazie a lui, le gesta di cui fu protagonista. Ma prima di arrivare a quel giorno del 1936, Romagnoli stila un suo personale catalogo di uomini coraggiosi, come Éric Abidal, il calciatore che vince la Champions League pochi mesi dopo la diagnosi di un tumore; il capitano Rowan, incaricato di portare un messaggio al capo dei ribelli nel mezzo della giungla cubana; il senatore Ross, che col suo voto salva la presidenza degli Stati Uniti; o perfino un personaggio letterario come Stoner, e il suo no che finisce con il segnare una vita e una carriera.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Scritto nel 2016 Coraggio! nasce dal proposito di pungolare una società pietrificata dallo spettro del terrorismo che, in quegli anni, aveva colpito a più riprese in Europa e nel resto del mondo.
Per certi versi, Coraggio! è una finestra su un passato recente e cerca, con argomenti più o meno convincenti, di mettere in guardia il lettore da quello che l’autore chiama “il marketing della paura”: quella combo un po’ insita nell’uomo un po’ caldeggiata dalla società che alimenta l’insicurezza e il pessimismo verso il prossimo e verso il futuro.

Con il pretesto di risolvere una “questione privata”, Romagnoli accompagna il lettore attraverso un viaggio nel tempo e nello spazio e lo porta a fare conoscenza con grandi personaggi del passato, ma anche persone semplici il cui nome non comparirà mai su alcun notiziario o sui cui trascorsi nessuno realizzerà un film o uno sceneggiato. Partendo dal presupposto che non esiste un’epoca delle incertezze e che ogni periodo storico ha avuto i suoi alti e i suoi bassi, Romagnoli declina il coraggio presentando esempi eroici, ma anche testimonianze che, apparentemente, non hanno nulla di valoroso o straordinario. L’ideale solitamente prerogativa di martiri e guerrieri, leader e profeti viene trasfigurato e restituito al lettore non come una meta irraggiungibile, ma come un qualcosa di umano e declinabile tanto nella quotidianità quanto nei momenti decisivi della vita.

Il mio voto è 7.5/10: Coraggio! è una lettura piacevole capace di commuovere e stimolare una riflessione, ma perennemente in bilico tra il saggio e l’ennesimo frasario con citazioni motivazionali più o meno incisive. Lo stile è scorrevole e non brilla di originalità: fosse stato un romanzo questa sarebbe stata una grossa penalità, ma non avendo questa ambizione non la posso considerare una pecca imperdonabile. L’approccio di Romagnoli, pur non brillando eccessivamente di originalità, è interessante e provoca il lettore chiedendogli di prendere una posizione sulle piccole e grandi questioni della vita. L’idea, condivisibile e tutt’altro che campata per aria, di Romagnoli è che il coraggio sia solo in rari casi una qualità innata e che, al pari di qualsiasi altra inclinazione, debba essere allenata quotidianamente.
Quella caldeggiata da Romagnoli non è un’esistenza all’insegna della resilienza, ma uno sprone a non lasciar passare nemmeno un istante della propria vita in balia degli eventi: a nuotare, anche controcorrente, invece che lasciarsi trasportare dalle onde in uno stoico e precario galleggiare a tempo indeterminato.
Una lettura attuale che riesce, nonostante sia stata scritta per tempi e situazioni differenti, comunque a comunicare a dovere il proprio messaggio e a smuovere il lettore.

*Jo