La piccola conformista

.: SINOSSI :.

La piccola conformista è un romanzo quasi completamente affidato alla voce di un personaggio. Basta sfogliare qualche pagina, leggere le prime righe, ed eccola lì l’eroina della storia, Esther Dahan. Comica, senza freni inibitori, tagliente, forse indimenticabile. Esther è una bambina intimamente conservatrice, si autodefinisce «di destra» e si è trovata a crescere in una famiglia di sinistra negli anni Settanta a Marsiglia. Da irriducibile reazionaria sogna l’ordine, il rispetto delle regole, i «vestitini blu» delle brave ragazze cattoliche, desidera una vita inquadrata dalla normalità. In casa sua, a parte lei, tutti sono eccentrici, girano nudi, si lanciano piatti quando litigano, rifuggono regole e comportamenti conformisti, perbenisti, benpensanti. La madre, atea, anticapitalista e sessantottina, lavora come segretaria al municipio. Il padre è un ebreo francese nato in Algeria, ed esorcizza l’ansia di un prossimo olocausto stilando liste maniacali di compiti da svolgere. Si aggiungono poi un fratello minore iperattivo e i nonni paterni, che vivono nel ricordo nostalgico del glorioso passato nell’Algeria francese e trascorrono le giornate giocando alla roulette con i ceci, che serviranno poi a cucinare il cuscus domenicale. L’esistenza di Esther subisce una svolta quando i genitori, imprigionati nelle loro contraddizioni, decidono inspiegabilmente di mandarla in pasto al nemico, ossia in una scuola cattolica nel quartiere più borghese di tutta Marsiglia. Esther trova forse il suo paradiso personale, osserva e riflette sullo stile di vita dei genitori, dei nonni, delle compagne così diverse da lei, fin quando un segreto custodito a lungo metterà tutto in discussione. La comicità può raccontare anche gli aspetti più oscuri degli individui, l’ironia e la lucidità possono sondare il mistero della felicità e del dolore. In questo romanzo il desiderio di voler essere come tutti gli altri fa esplodere ogni logica parentale e ogni lessico familiare, e la quotidiana follia e normalità di una famiglia diventano lo strumento di un’appassionata ricerca di vita e di verità, con un sorriso a rischiarare il buio.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ho scelto questo libro così, di istinto, dopo averne letto le prime pagine in libreria. La scrittura era promettente, la trama sembrava voler accompagnare il lettore verso una satira sociale contemporanea che, sinceramente, avevo davvero voglia di leggere. In più era brevissimo: proprio perfetto per un viaggio in treno, insomma!

Ebbene, le prime pagine mi avevano preparato a tutto (e con di tutto intendo dire non solo la rivoluzione casalinga di una bambina, ma anche un vero e proprio omicidio) ma non a quello che poi il libro è diventato: una storia tristissima, fatta di violenza, rabbia, gelosie e ossessioni. Da questo punto di vista, l’autrice ha fatto un lavoro ottimo: come un ragno, ha attirato l’ignaro lettore nella sua tela stimolando la sua fantasia con una ironia promettente; poi, lentamente, ha inserito in un quadro ironico, e a tratti geniale, il dramma che vuole davvero raccontare. L’ossessione, la malattia e la morte sono i pilastri di una narrazione che si fa sempre più cupa. Verso la fine il libro mi ha quasi fatta arrabbiare: non perché si tratti di un romanzo brutto ma perché l’incapacità dei personaggi di risolvere le situazioni in cui sono incastrati è talmente umana da risultare quasi frustrante.
Mano a mano che la trama prosegue, il lettore si rende conto delle numerose stranezze che caratterizzano i genitori della protagonista. All’apparenza sessantottini doc con un animo rivoluzionario e fuori dal comune, nascondono un lato oscuro che si fa via via più opprimente fino a soffocare la trama stessa. Il lettore, accompagnato dalla voce narrante di Esther ancora bambina, ripercorre un dramma famigliare in cui non può intervenire ma che farebbe di tutto per evitare.

La scrittura è piacevole e scorrevole: il romanzo è raccontato dal punto di vista di una bambina e il lessico è adeguato alla giovane, geniale e molto prevenuta protagonista. Devo ammettere che è stato difficilissimo empatizzare con i personaggi e solo la madre di Esther a un certo punto mi ha suscitato abbastanza pena da farmi essere triste per lei e la situazione in cui era incastrata.
Insomma, è davvero un libro che si legge facilmente e, nonostante la trama che si fa via via più pesante, di grande compagnia. Mi sento di dare a questo libro un 8/10: mi è piaciuto, eppure non riesco ad annoverarlo né tra quei libri che mi hanno lasciato qualcosa di importante né tra quelli che mi hanno coinvolta fino in fondo.
Consiglio comunque la lettura: permette di avere una visione piuttosto chiara della Francia degli anni post-sessantotto!

*Volpe

Pubblicità

Libreria Bianca&Volta, conversazione con Licia Vichi

Piccole (ma non poi così tanto) e spesso nascoste, le librerie indipendenti sono ormai una realtà che coinvolge tutte le città italiane.
Ho avuto la fortuna di trovare in una di queste Licia Vichi, libraia della libreria Bianca&Volta, disposta a rispondere a tutte le mie domande. Tra curiosità, aneddoti e consigli librosi: siete pronti a conoscere Licia e il suo mondo?

1. Al tempo di amazon e degli e-commerce e con una popolazione che legge sempre meno aprire una
libreria, o nel tuo caso prelevarla, è una vera sfida! Come sei giunta a questa decisione?

Erano diversi anni che volevo aprire una libreria tutta mia, in realtà più di Amazon, mi preoccupava l’idea di non avere lo spazio commerciale in cui competere a Riccione. La realtà dell’e-commerce è da molto tempo presente e ormai i librai indipendenti hanno compreso che occorre differenziarsi e puntare su aspetti come la cura del rapporto con il cliente e competere non sulla quantità di libri disponibili, ma sulla selezione di un catalogo accurato e ben studiato.
Del resto, il cliente che preferisce la libreria indipendente difficilmente si fa spaventare da un paio di giorni in più di
attesa per ricevere un titolo non disponibile in negozio, quando può contare su una persona che legge e consiglia. Inoltre grazie anche al covid, i librai si sono mobilitati e hanno iniziato a portare la libreria a casa dei lettori. Anche la Libreria Bianca e Volta offre questo servizio: i clienti possono ordinare i libri direttamente al telefono o tramite il mio sito
http://www.biancaevolta.inlibreria.net e io glielo porto a casa.
Sono dell’idea che come diceva Einstein,” dalle difficoltà nascono le opportunità”, sia Amazon che poi il
Covid hanno avuto benefici sulle librerie indipendenti che hanno saputo reinventarsi.

2. Quando, da piccola, ti chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevi già “la libraia” o avevi una diversa
aspirazione? Se sì, a cosa è stato dovuto questo cambio di rotta?

Alcune persone sanno fin da piccole cosa vogliono fare della vita: io non sono mai stata una di queste. Ho sempre avuto tanti sogni e tante aspirazioni che in comune avevano solo che prevedevano di leggere molto e il contatto con le persone.
In libreria ci sono finita un po’ caso, ero dell’idea che il sogno romantico della libraia fosse un’illusione e che
la realtà fosse tutt’altro rispetto a come la mostrano i libri e i film: avevo ragione, ma ho anche scoperto che
adoravo ogni cosa, sia gli oneri sia gli onori.

3. Le librerie indipendenti sono sempre più rare e particolari, in cosa la libreria “Bianca&Volta” si
distingue dalla concorrenza e come hai maturato questa scelta?

Ho deciso di dare molto risalto ad un catalogo studiato, rispetto alla rincorsa alla novità, ho scelto una linea
editoriale eclettica, ma definita. Do molto risalto alla media editoria che è quella più progressista e anche la più
attenta alla grafica editoriale e ai social, scelgo libri “belli” dal punto di vista estetico, ma anche contenutistico e che siano adeguati alla società di oggi.
Molte librerie non tengono libri più vecchi dei sei mesi di uscita, ma non tengono conto del fatto che a volte basta spostare un libro o consigliarlo con parole diverse e parte la magia. Se considero un libro di valore e quello non vende, mi chiedo in primo luogo che cosa sto facendo di sbagliato o cosa dovrei fare in più per farlo arrivare ai suoi lettori.
L’importante è avere il libro “giusto” al momento “giusto”, e questo per la mia libreria non necessariamente coincide con quello che fanno uscire le librerie di catena o i colossi editoriali. Si può dire in fondo che la mia strategia sia semplicemente dare importanza in egual modo sia al libro sia al lettore. Ogni libro è come un piccolo gioiello a sé, a cui deve essere inventata su misura una strategia per farlo arrivare a chi quel tesoro lo sa apprezzare: non sempre è facile, ma è una sfida entusiasmante che rende il lavoro mai noioso.

4. Che percorso hai dovuto fare per diventare libraia e quali sono, secondo te, i requisiti fondamentali
per chi vuole approcciarsi a questo mestiere?

Ho iniziato con i sei mesi di Garanzia Giovani seguiti da tre anni di apprendistato in una libreria di catena, dopodiché ho frequentato dei corsi a Milano e a Roma per conoscere meglio l’editoria.
Utilissimo a mio avviso il corso Librai in Corsi a Milano, che a differenza di altri corsi gestiti da grandi editori, è organizzato da librai ed ex librai.
A mio avviso non esiste un percorso specifico per diventare librai, rimane ovviamente fondamentale la passione per i libri e la conoscenza del mondo dell’editoria. Credo sia necessario essere dei buoni lettori senza pregiudizi e amare i lettori e le persone in generale.
Il libraio burbero e scortese che ama i libri più delle persone funziona solo nei libri!
Bisogna essere gentili e accoglienti con i clienti, bravi a fare i conti, avere la capacità di trattare con i fornitori, essere organizzati e leggere tanto tanto e velocemente anche libri che in quel momento non va di leggere. E ovviamente deve piacere spolverare e sistemare, perché le librerie polverose con le pile di libri per terra… funzionano solo nei libri!

5. Qual è stato il libro che ti ha trasformato in una lettrice e quale quello che ti ha trasformata in
libraia?

Non c’è un libro che mi abbia trasformato in lettrice o libraia, piuttosto una serie di libri che, sassolino dopo
sassolino, mi hanno portato in modo naturale dove sono. Ho iniziato da bambina a frequentare assiduamente la biblioteca, poi è nata in maniera naturale la voglia di possedere i miei libri e ho iniziato a frequentare le librerie. Con il tempo, oltre ai libri di narrativa, ho iniziato ad appassionarmi ai cosiddetti “libri sui libri e sul mondo dell’editoria”, credo che questi ultimi in particolare mi abbiano portato più di tutti a voler diventare libraia, da Vendere l’anima di Romano Montroni, a Memorie di un libraio di Orwell, e l’omonimo di Branduani, ai libri che parlano di librerie famose come la Shakespeare and Company di Sylvia Beach e la collana filigrana di minimum Fax.

6. Qual è il tuo libro preferito e perché?

Non ho un libro preferito, sarebbe come scegliere a quale figlio si vuole più bene. E, se anche fosse, non si può dire! Ho i miei cocchi ovviamente tra gli autori e tra le case editrici, provo un’inaspettata gioia in più se il lettore passa al bancone con Dorothy Allison, Colson Whitehead, Jesmyn Ward o Tiffany McDaniel, Margaret Atwood, Marco Rossari o Veronica Raimo.
Ci sono diversi libri che hanno avuto più importanza di altri, non sono i più belli che ho letto, per un motivo o per l’altro ci siamo incrociati in momenti cruciali e hanno cambiato qualcosa, poco o molto che fosse, in fondo è quello che accade anche con le persone, a volte è il tempismo di un incontro a fare la differenza.
Se penso a Vacanze all’isola dei gabbiani e La storia infinita sono parte della mia infanzia: ricordarli è come ricordare il profumo dei biscotti cucinati insieme a mia madre, o il ricordo del papà che mi insegue e ridendo mi carica sulle spalle come un sacco di patate, sono una parte di me, uno scorcio di poco tempo che è molto di meno e molto di più di quello che è stato in realtà.
L’adolescenza è Il buio oltre la siepe, la voglia di cambiare il mondo e l’illusione di poterlo fare. Poi Amori Ridicoli e tutti i libri di Kundera il primo semestre dell’università insieme alla ricerca di una propria identità. I libri che ho considerato i miei preferiti sono sempre stati quelli che sentivo parlassero a me in quel momento, in questo senso, le nostre letture preferite dicono molto di chi siamo, ma anche di dove siamo in quel momento della nostra vita.
Anche tra i fantasy che sono stati il mio primo amore e a cui ritorno sempre quando ho bisogno di evasione, non c’è un mio preferito, piuttosto una serie linee editoriali che mi parlano più di altre.

7. Nei libri incontriamo tanti personaggi con le loro storie e le loro psicologie tanto complesse quanto,
familiari: con alcuni ci troviamo subito in sintonia, come fossero vecchi amici, mentre con altri
proprio non riusciamo ad andare d’accordo. A quali personaggi ti senti più affine e perché?

Solitamente quando un personaggio mi irrita o a pelle mi sta antipatico, ha delle caratteristiche che ho anche io e che non voglio riconoscere, l’eccezione è ovviamente Joffrey Baratheon, lui merita di essere universalmente odiato. Al contrario, i personaggi con cui mi sento più in sintonia a volte sono quelli che hanno caratteristiche che vorrei possedere.
Tendenzialmente apprezzo di più i personaggi attivi, coraggiosi, estroversi, che determinano il proprio destino e si buttano con coraggio in ogni avventura incuranti del prezzo da pagare e tendo a irritarmi con i personaggi, in particolare quelli femminili, timidi e sensibili che aspettano di essere salvate; oppure con quelle che perdonano il “maschio alpha” di turno, perché “l’amore è la cosa più importante”, eppure caratterialmente sono più simile a queste ultime (purtroppo).
Ho adorato Celeana Sardothien del Trono di Ghiaccio, che è la classica assassina coraggiosa e sarcastica. Ho amato Jane Eyre e la sua capacità di rimanere fedele a sé stessa e non scendere a compromessi, neppure per amore, e Vani Sarca con la sua straordinaria empatia, ma anche per la sua eccentricità, il suo sarcasmo e la sua capacità di fregarsene. Atticus Finch, per la determinazione e coraggio con cui lotta per una battaglia persa in partenza.
Mi sento più affine a personaggi come Neville Paciock o Bilbo Baggins, quelli che non sono i classici eroi, ma che si trovano loro malgrado trascinati in un’avventura e scoprono lungo la strada, di essere all’altezza, però se vi serve uno scassinatore io preferisco chiudermi in casa!

8. Puoi prendere 5 pregi da cinque personaggi: quali scegli e perché?
Vorrei essere forte come Pippi, perché ho sempre desiderato poter sollevare un cavallo senza fatica; invece, a volte non riesco nemmeno ad aprire la bottiglietta dell’acqua. Vorrei essere vitale e spiritosa come Melody, perché bisogna essere speciali per riuscirci nonostante la sua disabilità; curiosa e determinata come Calpurnia, anticonformista come Stargirl, leale come Ron Weasley.

*Jo

La primula rossa

.: SINOSSI :.

1792, Parigi è sconvolta dal regime del Terrore imposto dai giacobini. La ghigliottina reclama ogni giorno il suo pegno di sangue, decine di teste aristocratiche. L’ultima speranza per la nobiltà francese sta nel misterioso eroe che organizza la spericolata evasione e il successivo espatrio dei condannati a morte armato solo della propria inventiva e utilizzando i più impensabili travestimenti: la Primula rossa, così chiamata perché ogni volta la sua prossima impresa è annunciata da un biglietto di sfida firmato con uno scarlatto simbolo floreale… La Primula rossa è uno dei più fortunati romanzi di tutti i tempi. L’autrice, Emma Orczy, ha saputo trasporre genialmente le convenzioni del feuilleton e del romanzo di cappa e spada nella sensibilità del Ventesimo secolo, l’era della velocità, dell’elettricità e del cinematografo, creando una storia incalzante che non tralascia alcuna delle convenzioni del romanzo popolare del secolo precedente proponendole però con i ritmi del nascente cinematografo, e inventando il primo supereroe mascherato della storia, archetipo di un colossale filone dell’immaginario moderno (senza dimenticare la vera protagonista, Marguerite, uno dei primi esempi nella letteratura popolare di donna non sottomessa, libera e ardita). Non a caso da La Primula rossa sono germinate innumerevoli trasposizioni per il grande e piccolo schermo.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.
Se avete amato I tre moschettieri e i romanzi cappa e spada sono la vostra passione, La Primula rossa non vi deluderà.
Rifacendosi ai romanzi d’avventura, Orczy tesse la trama di una storia avvincente che non annoia mai il lettore.
La descrizione del Terrore francese, gli intrighi e le trappole da cui la Primula Rossa deve guardarsi tengono con il fiato sospeso e le pagine scorrono velocemente grazie ad un ritmo ben cadenzato che avvince senza mandare eccessivamente in titillazione.

Era da tempo che questo romanzo attirava la mia attenzione e, finalmente, sono riuscita a dedicarmici con la giusta disposizione d’animo. Descrizioni poetiche, personaggi ben tratteggiati e una storia ricca di colpi di scena mi hanno rapita verso un mondo fatto di balli, audaci contrabbandieri e spie senza scrupoli da cui mi sono separata a malincuore. Nonostante sia un romanzo di inizio ‘900 il linguaggio non abbonda di arcaismi e la lettura risulta gradevole e scorrevole. Stilisticamente il libro mi è piaciuto e merita 9-/10. Il mio giudizio sarebbe stato ottimo se, in dirittura d’arrivo, l’autrice non avesse fatto due scivoloni che mi hanno lasciato un po’ perplessa. Dopo aver decantato per oltre trecento pagine le abilità della Primula rossa, la soluzione scelta da Orczy per arrivare alla resa dei conti con l’acerrimo nemico del protagonista mi è sembrata un po’ campata per aria per non dire improvvisata: quasi che, trovandosi ormai prossima alla conclusione, l’autrice abbia tirato via le ultime pagine certa, ormai, di aver guadagnato l’attenzione e il favore del lettore. L’altra cosa che ha un po’ rovinato la lettura, rischiando di trascinare la storia da romanzo cappa e spada a romanzetto rosa di bassa lega, è stato il tormento che da metà libro affligge la coprotagonista (una donna dimostratasi per metà del romanzo tutt’altro che svenevole e, anzi, alquanto intraprendente considerato il periodo in cui il romanzo viene scritto e l’ambientazione dello stesso): in seguito ad una serie di intrighi, la giovane si trova davanti un dubbio amletico e, letteralmente per almeno due paragrafi per ogni capitolo che separa il lettore dalla conclusione, il travaglio morale e psicologico della madame viene ripetuto ancora, ed ancora fino a dare noia.

*Jo

Il libro nero della fame

.: SINOSSI :.

Vagabondi, vecchie maliarde che invocano rogne e fatture, adoratori di una strana cavità nella roccia, comunità di pescatori, di cavatori, di pastori, una famiglia in fuga da una pestilenza, eremiti, reietti.
Gli otto racconti che compongono Il libro nero della fame sono visioni di un sud Italia oscuro e primordiale, dove l’ombra del delirio e del decadimento pervade un susseguirsi di boschi, villaggi isolati, caverne sacre, montagne abitate da presenze ancestrali, gole e torrenti fangosi.
Con una scrittura biblica e scarnificata, Gerardo Spirito ritrae un’umanità alla deriva, assetata di fede, piegata al freddo, alla pioggia, alla ferocia.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Con questa raccolta, Gerardo Spirito accompagna i lettori in un Sud Italia misterioso caratterizzato da panorami oscuri, situazioni raccapriccianti e personaggi immersi in un continuo torpore. Tutti ambientati in villaggi senza nome, in boschi pullulati da cani randagi o alle pendici di una tetra montagna, i racconti condividono moltissimi punti in comune: sebbene non fosse nell’intenzione dell’autore, questo escamotage fa sì che le diverse storie sembrino svolgersi nello stesso momento, quasi fossero in realtà parallele.

La scrittura, a prima vista molto semplice, è caratterizzata da un sapiente uso della figura retorica: il bello di questi racconti è che il lettore riesce a sentire gli odori, i sapori e, soprattutto, i rumori che l’autore descrive. Lo scricchiolare delle foglie, il rumore di un osso che si spezza o il pigolare stanco di un vecchio volatile sono solo alcuni dei suoni che animano le pagine di Gerardo Spirito: oltre a dare colore al testo e a rendere la lettura piacevole, la capacità descrittiva dell’autore rende la raccolta una vera chicca per tutti quei lettori che, come me, si affidano molto all’udito.
Le descrizioni sono utili anche per cogliere gli elementi che, come anticipavo, i racconti condividono. Nonostante a volte i collegamenti siano ben visibili, nella maggioranza dei casi sono brevissimi accenni che si nascondono tra una descrizione e l’altra.
Altro punto fondamentale della scrittura di Spirito è quella di riuscire come pochi altri, il solo esempio che mi viene in mente è Cose che succedono la notte di Cameron, a rendere il tuo libro “scritto in bianco e nero”. Quando ci si immerge nella lettura, le immagini che il romanzo trasmette sono quelle di una foresta buia e personaggi opachi, a volte verrebbe persino da dire stanchi, che si muovono in una nebbia fitta che avvolge ogni singolo centimetro del mondo dell’autore.

Complessivamente, i racconti mi sono piaciuti tutti anche se, naturalmente, ho i miei preferiti. La mia preferenza va a racconti come Fame, Madre, Fuliggine e Pietra che mi hanno colpita a tal punto da lasciarmi addosso una leggera inquietudine ben oltre la conclusione della lettura. Si tratta di racconti che, a mio avviso, parlano molto alla mente e, soprattutto, allo stomaco del lettore.
I racconti di Spirito sono tetre rappresentazioni dell’anima umana: i suoi personaggi, che non sono caratterizzati né come buoni né come cattivi, seguono, o almeno di provano, la moralità del loro tempo cercando di dare un senso alla loro esistenza e, talvolta, al mondo in cui vivono. Spirito utilizza di frequente degli archetipi per portare avanti la narrazione: ad esempio, i bambini delle sue storie rappresentano sia l’innocenza sia l’innovazione e, infatti, spesso sono i piccoli protagonisti a portare alla luce misteri che sarebbero dovuti restare nascosti per sempre; allo stesso modo, gli anziani rappresentano non solo la saggezza ma anche le consuetudini e, spesso, la magia.
Non è un libro in cui la magia è palpabile o palese: al contrario, è nascosta sotto la superficie del mondo e i protagonisti la riescono solo a sfiorare.

Nel complesso, il voto che do a questa raccolta è un 9.5/10. Non ho trovato grandi difetti e sicuramente è entrato a far parte dei miei libri preferiti.
E’ una lettura allo stesso tempo semplice e complessa: le pagine scorrono molto bene, ma a volte si sente il bisogno di fermarsi per assaporare la scrittura oppure per riprendersi da quello che si è appena letto.
Lo consiglio a chi cerca libri fuori dal comune o che desidera leggere storie che hanno una base folkloristica tutta italiana!

*Volpe

Fracture

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Rya, giovane che ha visto la propria vita manovrata dalla ferma mano dell’ambizione famigliare, viene trovata ferita e insanguinata sulla riva del fiume da Nemi, capo di un Villaggio di ribelli in lotta contro l’impero. Condotta a Mejixana, è qui costretta a fare i conti con una nuova realtà, diversa da quella cui era abituata. La gente del Villaggio sembra accoglierla con benevolenza, ma Rya, candida e bugiarda, innocente e furba, nasconde un segreto che potrebbe mettere tutti in grave pericolo; compreso Nemi che, a ragione, non si fida di lei. Tra loro c’è una lotta in corso di mezze verità e menzogne celate, e niente è davvero come sembra. Quando insieme intraprendono un viaggio che cambierà per sempre le esistenze di molti – e mentre l’ombra di Niken, vecchia conoscenza di Mejixana e misterioso criminale ricercato, incombe su di loro – la frattura tra presente e passato confonde non solo i sentimenti della giovane, ma persino i giochi politici che la vedono invischiata tra le loro maglie.

.: SINOSSI :.

Barbara Bolzan con Fracture ha cercato di portare nelle librerie un romanzo fantasy Young Adult che, pur rientrando a pieno nel genere, si discostasse da fastidiosi cliché e stereotipi: a lettura conclusa sono contenta di poter dire che ci è riuscita piuttosto bene. Questo romanzo è il primo libro della “Rya Series” composto da altri tre volumi: svolge bene il suo ruolo di introduzione perché, grazie anche al fatto che la maggioranza dell’azione si svolge nei capitoli finali, il lettore ha tempo di famigliarizzare con il mondo creato da Bolzan e con i nomi di personaggi e luoghi.

Una intricata vicenda politica, di cui in questo primo capitolo riusciamo solo a intuire la portata, fa da sfondo a una trama molto più semplice in cui il lettore segue le vicende di Rya che si trova catapultata in un mondo completamente diverso da quello cui è sempre stata abituata. Il narratore, sebbene sia in prima persona, è un po’ particolare: il romanzo è raccontato dal punto di vista di una Rya del futuro, visibilmente più matura rispetto a quella che si muove tra le pagine di questo primo volume. Quasi come se fosse a processo, la narratrice espone le vicende di cui è stata protagonista senza mancare di dare giudizi, spesso con una punta di biasimo, riguardo sia le proprie azioni sia quelle dei suoi compagni di viaggio. Sebbene questo sia solo il primo capitolo, quindi, il lettore ha immediatamente la sensazione di trovarsi in un romanzo che fa parte di qualcosa di molto più grande: le parole di questa Rya adulta, cambiata, lasciano sempre intendere che il meglio (o, forse, il peggio) deve ancora venire.
Oltre a dare sapore e mistero alla narrazione, questa tecnica mostra come Bolzan abbia programmato nei minimi dettagli la trama di tutta la sua saga ben prima di iniziare a scrivere.
Fracture ha, quindi, un forte focus sullo sviluppo della protagonista destinata a cambiare e trasformarsi da principessa viziata a vera e propria regina. La sua trasformazione è lenta e, sospetto, sarà piena tanto di dolore quanto di riscatto.

I personaggi di Fracture sono, fortunatamente, molto diversi da quelli che normalmente si ritrovano nei romanzi young adult. In primo luogo la protagonista: sebbene fisicamente sia carina, e lei stessa lo ammetta tranquillamente, rientra in quella che mi verrebbe da definire “media” e gli altri personaggi riconoscono e sottolineano questa sua apparenza normale, senza niente di troppo speciale. Poi, da sottolineare, è anche il suo carattere (per non dire caratteraccio): Rya è vanitosa, snob, ingenua e viziata. A cambiarla sono le esperienze che vive e le persone che incontra; il cambiamento comunque è lento e faticoso e, in questo primo volume, giustamente abbozzato.
I protagonisti maschili sono, per una volta, rozzi, sporchi e, soprattutto quelli che vivono all’aria aperta e in uno stato di indigenza, emanano cattivo odore. Nessuno di loro è eccessivamente bello o attraente: sono interessanti per quello che hanno da raccontare e anche loro promettono di svilupparsi mano a mano che la narrazione proseguirà nei prossimi volumi.

La scrittura di Bolzan è molto buona anche se, ogni tanto, viene toccata da ripetizioni e alcune frasi fatte che in generale sarebbe meglio evitare. Quello che ho apprezzato maggiormente è la cura che l’autrice mette nelle sue descrizioni di luoghi, persone, sentimenti e, specialmente, botaniche: non ho mai letto un romanzo in cui fossero citate con così tanta precisione varietà di piante e fiori così diverse. Si vede che c’è tanta ricerca dietro la sua scrittura.

In generale, mi sento di dare al romanzo un ottimo voto: 8.5/10. La scrittura, ancora un po’ ingenua, può essere migliorata. Il lavoro di programmazione, la gestione dei personaggi e la promessa di avere tra le mani un libro che può solo diventare ancora più interessante mi spingono a consigliare la lettura a tutti coloro che cercano un fantasy nostrano capace di coinvolgere senza cadere in cliché o aver bisogno di scene piccanti per essere coinvolgente.
Tema che, pur non essendo esplicito, è presentissimo nella narrazione è quello della violenza sulle donne: la saga di Rya promette di diventare, nei prossimi romanzi, una potente denuncia sociale contro la violenza domestica.

*Volpe

Lo scatto giusto ~ Bookstagram for desperate bookstagrammers

Sono molti gli scogli che un bibliofilo deve affrontare nel momento in cui decide di condividere la propria passione per i libri su un social come può essere Instagram. Per prima cosa occorre avere chiaro il motivo per cui si decide di aprire un profilo e quali obbiettivi ci si prefigge (fare nuove amicizie, condividere le proprie letture, ottenere collaborazioni con grandi e piccole case editrici, etc…); una volta definito ciò si può avere la sensazione che il peggio sia ormai alle spalle e, invece, è proprio quando si hanno le idee chiare che iniziano i problemi.

Una volta definiti motivazioni e obbiettivi, infatti, inizia la parte operativa in cui si comincia a pensare alla forma da dare ai propri contenuti (oltre ad altri importantissimi dettagli che, tuttavia, non verranno trattati in questo articolo). Spesso, soprattutto quando si è alle prime armi, l’istinto spinge i bibliofili alla scoperta del bookstagram a cercare profili affini facendosi aiutare dagli ashtags o spulciando qua e là tra i numerosi account che Instagram consiglia in automatico in base alle informazioni inserite dall’utente. L’avventurarsi tra i milioni di profili e post pubblicati quotidianamente in tutto il mondo da migliaia di utenti può essere fonte di ispirazione, ma anche creare tanto sconforto in chi, per esempio, vorrebbe poter ricreare delle estetiche particolari ma sente di non avere i mezzi necessari per farlo.

Questa breve guida è proprio rivolto a chi, scrollando per l’ennesima volta la home di Instagram, ha pensato di abbandonare il proprio profilo perché ritiene che le sue foto non saranno mai belle come quelle degli altri.

Qual è la mia estetica?
Chiunque utilizzi, in maniera più o meno assidua, Pinterest ed Instagram ha sentito parlare almeno una volta di “aesthetics” (=estetiche): fotografie e composizioni scattate rispettando una serie di regole che cambiano a seconda dello stile che si è scelto di utilizzare.
Regina indiscussa delle estetiche è quella Dark Academia, caratterizzata da tonalità scure e che hanno per soggetto ambientazioni da università inglesi, biblioteche o luoghi dove regnano atmosfere sospese tra il gotico e il romantico; ma, spulciando su internet, ci si può imbattere in estetiche cottagecore (caratterizzate da paesaggi e oggetti della vita rurale/a contatto con la natura), witchcore (incentrate sulla magia e la stregoneria) e via discorrendo.
Questa varietà di estetiche può in un primo momento confondere le idee; tuttavia, osservando meglio il fenomeno e avventurandosi nei suoi risvolti meno conosciuti, è possibile trovare tra i vari stili fino ad ora scoperti quello più adatto non solo ai propri gusti, ma anche al materiale di cui si dispone e alla palette di colori che ci offre l’ambiente in cui presumiamo di scattare le nostre fotografie.

Non tutto ciò che luccica…
A meno che uno non abbia la fortuna di abitare in un maniero inglese, tra scaffali di mogano e libri rilegati in pelle di animali ormai estinti, guardando Instagram e Pinterest si è portati a pensare che requisito sine qua non per fare delle belle foto sia avere a disposizione una grande varietà di oggetti scenici (anche detti props n.d.r) possibilmente antichi e dall’aspetto non proprio economico.
Attenzione! Costoso non vuol dire per forza bello e, spesso, la vera bellezza sta nella semplicità.
Per ricreare certe atmosfere, infatti, librerie di legno pregiato ed antiche edizioni non sono per forza obbligatori e, spesso, una federa bianca è tutto ciò che serve per cominciare ad assemblare la propria composizione.
Se siete alla ricerca di oggetti vintage e reperti archeologici vari ed eventuali, scoprirete che i mercatini dell’usato sono delle vere e proprie miniere d’oro. Se avete la sfortuna, come la sottoscritta, di abitare lontano da qualsiasi manifestazione di questo tipo, allora vi consiglio di aprire tutti i cassetti e le vetrinette che avete in casa: spesso e volentieri, a nostra insaputa, nascondiamo proprio sotto il nostro naso, piccoli tesori: gioielli, ninnoli, cartoline ed altre cianfrusaglie che possono tornare molto utili quando si tratta di allestire un set fotografico dal sapore nostalgico.
Rovistare in armadi e soffitte, inoltre, vi permette di dare un tocco di originalità ai vostri scatti inserendo oggetti che solo voi avete e che, per questo, aiuteranno i vostri visitatori a collegare determinate foto al vostro profilo. Spesso, infatti, la sensazione che si ha guardando foto estremamente ricche di elementi, per quanto belle, è quella di non riuscire a distinguere quale profilo abbia scattato quale foto. Inserendo, invece, un oggetto vostro personale avrete la garanzia di imprimergli un segno particolare; basta davvero poco: un piccolo soprammobile, un gioiello, un accessorio o un segnalibro a cui siete particolarmente affezionati.

Una tavolozza… di guai
Avete individuato qual è la vostra estetica? Bene. Ora inizia il bello.
Come abbiamo detto ciascuna corrente è caratterizzata dalle proprie tinte, tuttavia non basta avere chiaro questo dettaglio per avere la sicurezza di fare “lo scatto perfetto”. Una composizione che si rispetti deve seguire determinate regole: disposizione degli oggetti, grandezze, e colori. Spesso la tentazione è quella di mettere sul piano tutto ciò che si ha affidandosi al proprio istinto e gusto personale, ma, a meno che van Gogh non si sia reincarnato in uno di voi, andare a naso non è mai la scelta più saggia.
Optare per uno sfondo neutro (un asciugamano o una federa bianca serviranno bene allo scopo) è un buon punto di partenza, a questo punto concentratevi sull’oggetto che volete far risaltare e sui suoi colori: le copertine dei libri, in questo senso, sono sempre diverse e di conseguenza le combinazioni possibili sono tantissime.
Una volta scelti i colori su cui volete concentrarvi, raccogliete tutti gli oggetti che presentano le stesse tonalità, o sfumature, che avete deciso di usare e iniziate a sistemare la vostra composizione.
Come già abbiamo detto: per fare una bella foto non è necessario avere oggetti costosi o vintage; non mettete limiti alla vostra fantasia! Colori (matite, acquarelli, pennarelli,…), rocchetti di filo da cucito, cartoline, cosmetici, libri, …; tutto può essere utilizzato e con poco sforzo, e zero spese, potrete arrangiare una bella fotografia.
Se, invece, non avete a disposizione uno sfondo neutro, allora dovrete lavorare sulla palette (=tavolozza di colori) ottenuta accostando l’oggetto della vostra fotografia e allo sfondo. A questo scopo, Canva mette a disposizione uno strumento online che permette di estrapolare da qualsiasi foto la palette dalla quale partire per scegliere il colore, o le sfumature, degli oggetti da utilizzare nella composizione.

Lo sapevi?
Avete finalmente preparato la vostra composizione e siete soddisfatti del risultato, tuttavia, il vostro entusiasmo scema quando, guardando la foto nel vostro telefono, vi accorgete che non è nemmeno lontanamente paragonabile a quelle che si trovano su internet: la luce non è quella giusta, i colori sembrano troppo spenti (o troppo sgargianti), … . Che fare? I più arditi, a questo punto, solitamente ricorrono ad un software online per il fotoritocco, ma raramente questa soluzione permette di avere risultati soddisfacenti al primo colpo e le cose non migliorano se si spera di poter aggiustare lo scatto attraverso l’editor di Instagram.
Vi svelo un trucchetto per fare delle belle fotografie “buona la prima”. Aprendo la fotocamera del vostro cellulare troverete il simbolo di una bacchetta magica e, cliccandovi sopra, accederete ad una galleria di filtri preimpostati nel vostro telefono a cui, volendo, potete aggiungerne di vostri caricando un’immagine ed estrapolando da questa: colori, contrasto, saturazione, luminosità, etc… . Una volta scattato con questa modalità vi basterà regolare manualmente le caratteristiche che non vi soddisfano per avere una foto bella come quelle su internet.

La regola d’oro
A prescindere da ciò che si può vedere su Pinterest e Instagram, è bene ricordare che il segreto per avere un profilo bello ed originale è fare ciò che ci piace trovando un modo personale ed unico per raccontare chi siamo e quali sono le cose che ci appassionano. La tecnica è importante (importantissima!), ma il vero motore di un profilo bookstagram di successo e mettere passione in tutto quello che si fa.

*Jo

La collina dei conigli

.: SINOSSI :.

Il saggio Moscardo, l’ingegnoso Mirtillo, il prode Argento e tanti altri sono gli eroi di questo fantastico romanzo epico. Un drappello di piccoli coraggiosi conigli, alla ricerca di un avvenire più sicuro, migra attraverso le ridenti colline del Berkshire e affronta mille nemici in un indimenticabile cammino verso il più prezioso dei beni: la libertà. Con La collina dei conigli la letteratura contemporanea ha ricreato la sua Iliade e la sua Odissea: i piccoli e coraggiosi protagonisti vivono avventure ed emozioni, nella quiete di splendidi pascoli, e raccontano leggende sul Popolo dei Conigli, i suoi dèi e i suoi eroi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Anche voi siete stati, come la sottoscritta, traumatizzati dal film d’animazione La collina dei conigli? Se la risposta è sì, significa che siete rimasti vittima di quello stereotipo per cui se ci sono degli animaletti parlanti il film è chiaramente, certamente e indiscutibilmente adatto ai bambini.
Quando, anni fa, venne a mancare Richard Adams e milioni di lettori riempirono i social con foto di questo libro e ringraziamenti all’autore, io pensai ad una sindrome di Stoccolma collettiva che portava i miei coetanei ad osannare colui che ci aveva procurato un trauma psicologico pari alla morte di Mufasa e di Artax.
L’interesse per il romanzo si è acceso dopo aver visto l’omonima serie tv su Netflix e, fin dalle prime pagine, il romanzo mi ha catturata e rapita verso un mondo a “misura di coniglio”.
Richard Adams è riuscito a creare, al pari di Tolkien ma con meno clamore, un mondo epico dove ogni specie animale ha una propria lingua (anche se il romanzo si concentra unicamente sulla lingua lapina parlata dai conigli), dove esistono déi e miti non meno epici o didascalici di quelli tramandatici dalle varie tradizioni sparse in tutto il mondo.
La caratterizzazione dei personaggi e la loro evoluzione è tutt’altro che aleatoria: dalla prima all’ultima pagina non si incontra un solo personaggio che risulti stereotipato; la stessa concatenazione di eventi non sembra studiata in funzione della trama, quanto ragionata per far evolvere al meglio le personalità dei singoli conigli evidenziando pregi e difetti, punti deboli e punti di forza di ognuno senza mai esacerbarli.

Il libro, sembrerà scontato, mi è davvero piaciuto e non posso che dargli 10/10.
Le descrizioni della campagna inglese sono delle perle e l’attenzione che Adams dedica nel descrivere, puntigliosamente, le specie vegetali ed animali che caratterizzano l’ambiente è davvero encomiabile. Il linguaggio è poetico e arcaico e ben si sposa con un testo che, pur parlando di conigli (non esattamente l’emblema dell’eroismo), trasuda epicità e drammaticità da ogni pagina regalando al lettore una parafrasi del mondo, della storia e di alcuni atteggiamenti tipicamente umani.
La collina dei conigli è un romanzo che, chiunque voglia fare lo scrittore, deve leggere almeno una volta e tenere sempre a portata di mano accanto allo scrittoio: a differenza di molti romanzi contemporanei, dove i personaggi tendono ad adagiarsi su stereotipi mancando così di profondità, Adams cesella minuziosamente i suoi protagonisti senza lasciare nulla al caso. Attraverso questo lavoro meticoloso, riesce a dare ai suoi conigli umanità aiutando il lettore ad empatizzare con tutti loro e capirli fino in fondo a prescindere dal loro schieramento all’interno del romanzo.

*Jo

Guida alle letture estive: quando i ragazzi non vogliono leggere.

L’estate è arrivata e con essa tornano le gioie e i dolori di quella che, per molti, è la stagione più bella e la più agognata durante i lunghi mesi freddi. Uno dei temi caldi delle vacanze, soprattutto quelle estive, è quello dei famigerati “compiti delle vacanze”: un fardello composto da pagine, temi ed esercizi che da generazioni grava sulle spalle di studenti di qualsiasi ordine e grado. Risolti problemi come “ferie al mare o in montagna?” e le diatribe sull’utilizzo smodato dell’aria condizionata quello dei compiti estivi resta uno degli argomenti più controversi, e fonte di litigio, per le famiglie e, puntualmente, si creano fronti contrapposti tra chi invoca una tregua dalle consegne almeno nei mesi caldi e chi, invece, le ritiene necessarie per mantenere il cervello “allenato”.

Uno dei maggiori scogli con cui genitori e figli devono scontrarsi è la temutissima lista delle “letture estive”: un elenco di libri scelti dal professore di italiano da cui lo studente deve selezionare un numero di titoli compreso tra cinque e infinito. Per le piccole Hermione Granger babbane dover leggere “solo” cinque libri non è affatto un obbligo, ma non tutti amano leggere e, ammettiamolo, durante i mesi estivi ci sono attività molto più interessanti da svolgere. Ecco quindi qualche idea per invogliare i vostri ragazzi a leggere o, almeno, fargli pesare meno questo compito.

LE LISTE DEI TITOLI
“Lista o non lista? Questo è il dilemma?” direbbe Shakespeare se fosse un docente all’indomani delle vacanze estive e, infatti, stilare una lista di titoli non è facile né per chi la compila né per chi poi dovrà spulciarla e scegliere.
I canoni da rispettare sono molti e, spesso, anche in contraddizione tra di loro: deve essere lunga, ma non troppo, comprendere generi diversi, ma avere comunque una scrematura (sia mai che un bambino delle elementari si ritrovi a leggere 50 sfumature di grigio!), deve avere autori italiani, ma anche stranieri, deve contenere libri da qualche centinaio di pagine, ma anche piccoli mattoni,… .
L’errore più comune fatto dai docenti è quello di inserire in queste liste titoli classici o acclamati dalla critica: una scelta sicuramente facile e che evita agli insegnanti di incastrarsi in situazioni scomode, ma che non sempre incontra il gusto dei lettori, soprattutto se giovanissimi, che a Tolkien preferiscono J.K. Rowling e a Stevenson Suzanne Collins (arriverà anche per loro il momento per apprezzarli, non temete).
In molti, negli anni, si sono chiesti se, alla famigerata lista, non fosse preferibile lasciare carta bianca ai ragazzi sulle letture da fare: un’opzione che ha sicuramente pregi, ma che, purtroppo, può essere mal sfruttata dai soliti furbetti che, alla fine delle vacanze, tornano sui banchi di scuola con all’attivo la lettura di dieci libri diversi…. da cinquanta pagine l’uno.

TOPI DI BIBLIOTECA O LUCERTOLINE DA SPIAGGIA?
Una volta scampata, o fatta pace, con la lista dei libri (d’ora in avanti abbreviata in “la lista”) non resta che scegliere le letture da fare.
Se a casa avete un piccolo topolino di biblioteca il compito risulterà relativamente facile: molti lettori, infatti, approfittano della pausa estiva per dedicarsi a quei libri che, per mancanza di tempo o perché un po’ più impegnativi, non hanno potuto leggere durante i mesi invernali; questo problema potrebbe ripresentarsi qualora abbiate a che fare con un/a ragazz* che aspettava le vacanze per dedicarsi alle sue letture arretrate e che per questo storcerà il naso davanti alla famigerata lista e agli obblighi da lei imposti. Che fare? La cosa migliore è cercare di mediare tra dovere e piacere; cercate insieme i titoli che sembrano combaciare maggiormente con gli interessi di vostr* figl* e offritegli questo compromesso: un libro dalla lista e uno dalla sua TBR (=libri da leggere, dall’inglese “to be read”); per non “disprezzare” le sue letture “fuori lista” potreste proprorgli di fare anche per quelle una scheda di lettura da presentare al professore con la scusa di fargli conoscere titoli nuovi.
E se, invece di un topo di biblioteca, avete in casa una lucertolina da spiaggia? Che fare?
Questo è stato, per tutti gli anni delle scuole, il bivio davanti a cui si trovava puntualmente mia madre ad ogni chiusura dell’anno scolastico: da una parte io (che volevo leggere quello che piaceva a me), dall’altra mia sorella (che fugge dai libri come i gatti dall’acqua).
Il punto di partenza è lo stesso: gli interessi del/la ragazz*. Non devono per forza essere interessi letterari, ma si può prendere ispirazione dai suoi hobbies e dalle sue passioni. Sapete, per esempio, che dietro ai videogiochi (E all’omonima serie Netflix) di The Witcher, c’è una saga letteraria? Andando in libreria non focalizzatevi unicamente sulla lista (spesso compilata in modo da prendere dentro tutti e nessun genere in particolare con gravi effetti sulla qualità della stessa); lasciate che la vostra “lucertolina” si aggiri tra gli scaffali e scelga da sé qualche titolo e proponete, anche in questo caso, un compromesso: per ogni libro in lista uno a piacere. Non esagerate e, soprattutto, non ridicolizzate le sue scelte e le sue letture (a meno che non sia l’ennesima biografia del 15enne youtuber o ticktocker di turno; in quel caso intervenite!); ciò che magari per voi è semplice e naturale come respirare, per un non lettore può risultare difficile se non addirituttra pesante e frustrante se i suoi sforzi non vengono adeguatamente riconosciuti. Non si sta parlando di erigere un monumento ogni volta che vostr* figli* termina un libro, ma solo di riconoscerle il lavoro che ha fatto dedicandogli, per esempio, tempo per parlare di ciò che ha letto favorendo una discussione: cosa gli è piaciuto o meno, qual era la morale della storia, vorrebbe leggere altri libri così, etc… . Non c’è niente di peggio che portare a termine un lavoro gravoso e non vedere i propri sforzi riconosciuti.

PRIMA IL DOVERE E POI IL PIACERE
Una volta usciti dalla libreria con il vostro bottino di libri e una scorta di buoni propositi, sorgerà una nuova domanda: come gestire le letture? La cosa migliore è lasciare che i ragazzi si organizzino in autonomia (tenendo conto degli altri compiti assegnati dai professori per le vacanze). Sarebbe bello, ma non sempre funziona; ecco quindi qualche consiglio (per par condicio inizieremo dalle lucertole da spiaggia).
A prescindere che siate o meno lettori, dovete ricordare che per vostr* figli* leggere non è la più entusiasmante delle esperienze, può darsi che un giorno lo diventerà, ma per il momento state concentrati sul presente. Una delle cose più frustranti che possono capitare in estate è vedere gli altri divertirsi mentre voi dovete stare piegati sui libri, cercate quindi di far coincidere il momento della lettura (e perché no anche dei compiti) con momenti della giornata in cui voi per primi siete impegnati con qualche compito noioso come le faccende o qualche mansione pesante.
Se, invece, siete tra quei genitori a cui piace fare i mestieri la mattina presto per avere la giornata libera, potete allora utilizzare il rinforzo positivo promettendo, al termine di un periodo di lettura/studio un’esperienza piacevole come un giro in bicicletta o qualche altro divertimento ricordando, però, che ogni promessa è debito!
Se avete più figli, e siete disperati, potete utilizzare la tecnica “neutralizza il terrorista”: fate attenzione, però, a non abusare di questa strategia perché vi si potrebbe ritorcere contro. Che cos’è un terrorista? Quando si parla di gruppi, il terrorista è quella figura che vuole fare le cose a modo suo a qualunque costo (da non confondere con il polemico che è noioso ma innocuo): non importa se si tratta di una gita, un gioco o di una situazione di vita o di morte; il terrorista vorrà fare di testa sua creando agitazione e scompiglio tra gli altri membri del gruppo (nel vostro caso il terrorista è il/la figli* che non vuole studiare/leggere). Discutere con il terrorista non vi porterà a nulla, giocate quindi d’astuzia rivolgendovi agli altri membri del gruppo mostrando la ricompensa che gli spetta se tutti faranno l’attività da voi proposta (che sia studiare, leggere o anche solo fare silenzio), ma anche le conseguenze che la disobbedienza di uno avrà sul resto del gruppo.
L’esempio più classico può essere il seguente:

Se finite i vostri compiti entro un’ora, dopo andiamo a prendere un gelato/al mare/al luna park/in piscina/a fare una passeggiata/ etc…

Il terrorista, in un primo momento, sarà comunque portato a fare i comodi suoi, ma se il premio promesso è davvero allettante allora saranno gli altri membri del gruppo a censurare la “testa calda” di turno e con un po’ di fortuna riuscirete ad ottenere il risultato sperato.
Le cose potrebbero non essere semplici nemmeno per chi si ritrova a fare i conti con un topolino di biblioteca. La tentazione più forte a cui vostr* figli* dovrà resistere è quella di tuffarsi a capofitto nelle sue letture arretrate (la famosa TBR di cui parlavamo prima), lasciando per ultimi i libri della lista. Altra possibilità è che il/la ragazz* si riproponga di leggere più libri contemporaneamente: una tendenza molto pubblicizzata sui social, ma che spesso non permette di concentrarsi a dovere sui libri in lettura dedicando a ciascuno di essi il tempo necessario.
Anche in questo caso il rinforzo positivo può essere il vostro miglior alleato per risolvere la situazione. Non deve essere il motto dell’estate, ma non è male ricordare ai ragazzi il vecchio adagio “prima il dovere e poi il piacere”: se vedete vostr* figli* indugiare o dilungarsi eccessivamente su una lettura “dalla lista” potete sempre ricordargli che, finché non avrà finito uno dei titoli proposti dal professore, non potrà leggere uno dei suoi libri. Di solito i ragazzi a cui piace leggere (e studiare), hanno un senso del dovere e della responsabilità più alto rispetto ai loro compagni ed è su questo che dovete far leva senza tuttavia diventare didascalici o sminuendoli.

UN INVESTIMENTO IMPORTANTE
Spesso uno degli ostacoli maggiori alla lettura è il prezzo, a volte esorbitante, dei libri. Sopratutto alcune edizioni, con copertina rigida, sovracopertina, etc., possono raggiungere cifre davvero alte per un oggetto che verrà sballottato in vari borsoni, portato al mare ed esposto al rischio di schizzi di gavettone e tuffi a bomba.
Davanti a questo fattore molte persone preferiscono desistere e si arrendono preferendo risparmiare quei soldi per altri investimenti (una scelta che, spesso, non è indolore e che per questo motivo non deve mai essere giudicata da chi al contrario può permettersi di spendere per acquistare libri nuovi ad ogni pié sospinto). Che fare?
Per prima cosa è importante insegnare ai propri figli il senso e il valore dell’oggetto che hanno tra le mani e del denaro.
Se sono molto piccoli potreste dire loro che con i soldi del libro si potrebbero, per esempio, comprare dieci pacchetti di figurine. In base al valore da loro dato al secondo termine di paragone, potranno quindi capire quanto costoso sia un libro.
Fatto ciò è importante resposabilizzarli: spiegare loro che i libri della scuola non sono giocattoli, ma sono fragili e per questo bisogna trattarli con cura senza bagnarli né usarli per scarabbocchiarli o colorare. Una volta fatto comprendere loro il peso economico di un libro, potete procedere con l’acquisto.
In simili occasioni siti come Libraccio possono rivelarsi delle miniere d’oro: il catalogo, infatti, propone testi usati a prezzi contenuti e proporzionati alle condizioni in cui viene venduto il libro (se manca la sovracopertina o ha qualche pagina rovinata il prezzo è più basso); e anche piattaformi più grandi, come Amazon, hanno iniziato a proporre l’opzione “usato come nuovo”. Comprare usato, inoltre, non è sinonimo di povertà né deve essere intesa come un’alternativa umiliante: comprando usato, infatti, si evita che qualcosa ancora funzionante (o in questo caso leggibile) venga buttato via con uno spreco non indifferente di carta e materiali. Comprare usato, quindi, è sinonimo di ecologico; per non parlare delle sorprese che un libro di seconda mano può rivelare: note, segnalibri, pensieri a bordo pagina rimangono spesso incastonati tra le pagine dei libri senza che i precedenti proprietari se ne accorgano.
Sempre in tema di economia, quanta confidenza avete con il booksharing? Spesso, nelle città e in alcuni centri commerciali, sono presenti angoli dedicate al booksharing dove persone lasciano libri in cambio di altri libri. Trovare titoli adatti ai ragazzi in questi posti è spesso difficile, ma specie alle elementari e alle medie è possibile organizzare, d’accordo con gli altri genitori, un programma di booksharing di classe condividendo, una volta stabilite alcune regole, tra compagni i libri proposti dall’insegnante.
Un’alternativa valida al comprare usato può essere la biblioteca: soprattutto nelle grandi città, infatti, il catalogo delle biblioteche è sempre aggiornato e si possono trovare anche più copie di uno stesso romanzo (o comunque richiederne una in prestito da un’altra biblioteca a un costo decisamente inferiore al prezzo di copertina). Le biblioteche, inoltre, esercitano da sempre un certo fascino anche sui non lettori: il labirinto degli scaffali, il silenzio irreale, uomini e donne capaci di trovare, in mezzo a centinaia di volumi, il libro che state cercando, …; abituare i propri figli a frequentare le biblioteche non è solo una soluzione economica al dover comprare i libri a cui sono interessati, ma è un modo per valorizzare un servizio pubblico spesso poco considerato.
Se, invece, non potete proprio esimervi dall’entrare in biblioteca potreste pensare di aderire ai programmi fedeltà promossi dalla stessa: spesso, infatti, ai nuovi membri vengono offerti sconti già dal primo acquisto e i punti cumulati hanno spesso valore annuale così che, alla chiusura del prossimo anno scolastico, potrete acquistare altri libri con ulteriori sconti.
Un’opzione ancora non molto gettonata e guardata con un certo disprezzo dai lettori “vecchio stile” è quella costituita dagli e-book: non solo, solitamente, hanno un prezzo inferiore rispetto al formato cartaceo, ma alcune case editrici mettono gratuitamente a disposizione alcuni dei loro titoli, per non parlare di programmi come KindleUnlimited che permette di scaricare ad un prezzo ridotto, se non addirittura gratuitamente, molti dei titoli presenti su Amazon; certo, per quest’ultima opzione è necessario possedere un kindle, ma a volte l’acquisto del dispositivo può risultare più economica dell’acquisto delle diverse edizioni cartacee. A prescindere che possediate o meno un Kindle, gli e-book non sempre necessitano di dispositivi dedicati per essere letti e si possono trovare (o convertire) facilmente in pdf in modo da poterli leggere anche su tablet o sul telefono (anche se questa seconda opzione non è particolarmente salutare per gli occhi).

ASSI NELLA MANICA
Avete ancora qualche dubbio o non avete trovato l’idea che fa per voi? Ecco allora i nostri ultimi consigli.
Avete presente le ciliegie? Avete presente il detto “una tira l’altra“? Se, miracolosamente, il vostr* figli* lucertolina da spiaggia dovesse appassionarsi a un libro, potreste informarvi se il titolo fa parte di una saga e, nel caso, provare a procurarvi, una volta sicuri del reale interesse di vostr* figli*, anche gli altri titoli della saga.
Se, invece, è il topolino di biblioteca a litigare con la lista potreste cercare un compromesso con il professore di italiano (all’insaputa di vostr* figli* in modo da non sminuire l’importanza dei compiti assegnati) proponendogli di accettare tra le schede da presentare anche alcune fatte sulle letture spontanee fatte durante i mesi estivi.
A prescindere che abbiate figli topolini o figli lucertoline, ricordatevi il valore che ha l’esempio dato dai genitori: che siate o meno dei lettori accaniti, vedere con quanto impegno vi dedicate anche ai compiti meno piacevoli (mostrando oltretutto i buoni frutti che da questo raccogliete) ispirerà i vostri figli creando in loro un desiderio di buona emulazione. Se, invece, siete voi per primi dei divoratori di libri cercate di trasformare il momento della lettura in un’esperienza condivisa. Potreste, per esempio, proporre di leggere insieme lo stesso libro (aggiungendo una gara a chi fa meglio le voci) oppure proporre di leggere nello stesso momento ognuno il proprio libro. Spesso i lettori amano leggere in determinati luoghi della casa a determinati orari (sì, siamo abitudinari come la luna) ritagliandosi un momento che, agli occhi esterni, si permea di mistero stuzzicando la curiosità dei “non addetti alla lettura”. Proporre ai ragazzi di condividere uno spazio e del tempo li farà sentire speciali (esattamente come si sentirebbe un lettore invitato dal suo autore preferito a prendere un caffé a casa sua) perché coinvolti in qualcosa da cui prima erano esclusi.

*Jo

Il principe

.: SINOSSI :.

Ogni epoca si è riconosciuta nel Principe, con argomenti sempre diversi. I motivi che lo hanno reso un classico sono ancora oggi attuali: il conflitto tra il desiderio di dominare la realtà politica e la ragione, la percezione di un momento storico indecifrabile, la natura del potere. Il capolavoro di Machiavelli viene qui presentato in una nuova edizione critica, con un ricco commento a piè di pagina, ausili letterari, rimandi culturali, chiarimenti storico-politici e spunti interpretativi.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta nella vita, di Niccolò Machiavelli e della sua opera più famosa: Il Principe.
Il Principe è una di quelle opere che tutti pensano di conoscere, ma che in realtà pochi hanno letto davvero e compreso.
Partendo dal background culturale dell’uomo politico del suo tempo, Machiavelli stila quello che potrebbe essere considerato un programma che, se seguito, garantirà al principe non solo un periodo di reggenza lungo e sicuro, ma anche fama e ammirazione presso i posteri.
Agli occhi di un lettore contemporaneo certe indicazioni non sembrano solo inattuabili, ma anche incivili e l’esatto contrario di ciò che viene considerato “buon governo” nelle democrazie moderne.
Nonostante si tratti di un testo politico/militare rinascimentale, Il principe offre parecchi spunti di riflessione anche al lettore contemporaneo: non serve infatti essere politici per aver a che fare, più o meno quotidianamente, con colleghi doppiogiochisti o situazioni che richiedono un approccio diplomatico per essere risolte con il minor danno possibile ed è per casi come questi che la lettura de Il principe può risultare valida e tutt’altro che anacronistica.

Nonostante l’edizione della Mondadori a cura di Piero Melograni presenti il testo originario accanto alla parafrasi italiana, la lettura de Il principe così come venne vergato da Machiavelli non è affatto complessa e, anzi, il doversi tenere da un solo “lato” della pagina ha reso la lettura scomoda non permettendo di scorrere le pagine con la fluidità che ci si aspetta da un libro.
Per ovvie ragioni non mi è possibile dare un giudizio a questo testo, ma posso comunque consigliarlo a chi è alla ricerca di un libro interessante sotto molti aspetti: filosofici, politici, etici e storici. Leggere Il principe, infatti, non è solamente un modo per apprendere delle nozioni(più o meno valide o attuabili), ma è prima di tutto affacciarsi su un mondo antico ed affascinante che viveva in senso pieno e totalizzante il senso della cultura riuscendo a creare collegamenti interessanti e calzanti tra letteratura, storia, politica e filosofia.
*Jo

Dai diari di un capitano dell’aria. Il tesoro di Smiley

.: SINOSSI :.

«Quello che state per leggere è il mio diario, il diario del buon vecchio, ma non così vecchio, Capitano Polluce: vaporsaro, viaggiatore, filosofo e combattente.»
«Non scordare modesto.»
«Zitto, giornalista! Dicevo: il libro che state per leggere racconta le avventure mie e della mia ciurma sgangherata, gli inseguimenti, gli amori interspecie. Braccati dalla Confederazione delle Cinque Città, solchiamo le correnti del cielo in questo mondo desertico pieno di mostri.»
«I barzubi sono carini, però, con le guanciotte rosa!»
«Contessa, la prego, sto cercando di fare un discorso serio.»
«Ah-uhm, eh già, per lui non è facile fare un discorso…»
«Comunque, vi starete chiedendo chi sia Smiley e in cosa consista il tesoro. Be’, non voglio rovinarvi la sorpresa, ma se quello che cercate è un romanzo d’avventura dai ritmi serrati, dell’umorismo un po’ Guruvengo e, soprattutto, se siete dei ragazzi che ancora non hanno smesso di sognare, allora questo libro fa per voi.»
«Quindi potete comprarci e basta, anziché leggere il riassunto.»
«Amy, non essere scortese coi lettori! Aspetta almeno che ci abbiano pagato. E voi, che aspettate ad arruolarvi? Che qui si accettano persino i bradipi!» 

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Animato da un umorismo mai banale e da personaggi sempre pronti a sorprendere il lettore, Dai diari di un capitano dell’aria. Il tesoro di Smiley è un romanzo che conquista fin dalle prime righe.
Il libro è genuinamente divertente: letto in un periodo di forte stress mi ha permesso di staccare la testa (e dopo la lettura del romanzo questa metafora assume tutto un altro sapore, ve lo garantisco) e passare ore piacevoli in compagnia di personaggi originali, di un mondo accattivante e una trama che, per quanto classica, è assolutamente imprevedibile.
Sebbene la trama sia quella tipica di un romanzo d’avventura e nonostante Grasso sia molto bravo a lasciare al lettore indizi che rendano semplice prevedere ciò che accadrà da un capitolo all’altro, il sapiente utilizzo dello strumento comico rende ogni scena assolutamente inattesa. Laddove il lettore si aspetta un tipico passaggio dal sapore epico, ecco che una battuta ben piazzata lo rende più goffo riportandolo, paradossalmente, al livello del reale. La particolarità della comicità di Grasso è, infatti, questa: riuscire a rendere anche le storie più assurde vere.

I personaggi, o meglio i protagonisti, aiutano molto in questo compito tutt’altro che semplice.
Non ci sono eroi in questo romanzo, solo creature (perché di umani non si può proprio parlare) che agiscono, spesso d’istinto e in maniera piuttosto goffa, che non fanno quasi mai quello che ci si aspetta da loro. Paradossalmente, questa è proprio la loro umanità: il pregio di questi personaggi è che per quanto possano sembrare assurdi e per quanto possano pensare e agire in maniera completamente non convenzionale, chiunque si può rivedere in loro.
Non è facile identificare un solo protagonista: il romanzo è scritto dal punto di vista del Capitano Polluce, ma i personaggi si dividono la scena equamente conquistandosi, con i loro pochi pregi e molti difetti, un posto nel cuore del lettore.
Un ruolo fondamentale in tutto il quadro sopra descritto è ovviamente giocato dalla creatività di Grasso che impedisce al lettore di annoiarsi. Anche quando si pensa di non poter essere più sorpresi da niente, ecco che una nuova frase, una nuova idea, ci smentisce.
Lo stile di scrittura è adatto alla storia che viene raccontata: è semplice e senza fronzoli ma, quando serve, è perfettamente in grado di mantenere alto il livello di tensione impedendo al lettore di mettere giù il libro.
Altro punto su cui vale la pena spendere due parole è la costruzione del mondo in cui le vicende di Il tesoro di Smiley hanno luogo. Sebbene si tratti di un romanzo molto breve, si riesce ad avere una idea chiarissima del worldbuilding: il romanzo è ambientato in un futuro non meglio precisato in cui il mondo è cambiato in seguito a una catastrofe, un Evento, come lo chiamano i personaggi. Con esso sono cambiate le creature che lo popolano, la cultura e la tecnologia che viene utilizzata. Una chicca da questo punto di vista è l’utilizzo di parole in guruvengo, una lingua che il capitano Polluce ha forse inventato o forse no, e che Grasso inserisce qua e là nella narrazione.
Ad aiutare il lettore a comprendere meglio l’immaginazione di Grasso, interviene la mano di Marco Calvi: il romanzo è infatti inframmezzato da splendide illustrazioni di luoghi e personaggi che rendono il romanzo ancora più vivo e interessante dando al lettore qualcosa in più con cui poter fantasticare. In questo caso, le illustrazioni non sono solo un accompagnamento alla narrazione quando piuttosto la completano: è facile perdersi ad osservarle mentre si ripensa alla scena che si è appena finito di leggere.

Come avrete capito, ho trovato il romanzo davvero molto valido. In generale il testo si merita un 9/10: la scrittura è ottima e, come ho già detto, la trama non è affatto banale. A dire il vero, spero di poter aver presto il piacere di leggere un seguito!
Consiglio questo romanzo a chiunque voglia leggere qualcosa di divertente, avventuroso e originale così come a tutti coloro che non si fanno spaventare da trame ricche di assurdità e irriverenza.

*Volpe