Animali Fantastici e come evocarli: i patronus più rari del mondo di Harry Potter e il loro significato

Uno degli incantesimi più complicati che vengono insegnati alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts è senza dubbio Expecto Patronum.
A differenza degli altri incantesimi, l’Expecto Patronum è considerato un incantesimo “soggettivo”: che si basa sui ricordi e le emozioni di chi lo lancia; una sfida ben più ardua di un semplice movimento di bacchetta e di una formula ben recitata.
Già dal terzo capitolo della saga, questo incantesimo entra, con un ruolo tutt’altro marginale, nella trama ma è solo nel quindi romanzo che viene approfondita la sua natura e i suoi usi.
Sempre ne L’Ordine della Fenice, vengono inoltre presentati i patroni corporei dei personaggi principali.
L’universo creato da J.K. Rowling è popolato da creature fantastiche appartenenti a mondi e culture differenti tra di loro e, nonostante i patronus tendano a prendere le sembianze di animali “comuni”(quasi babbani), alcuni solo maghi riescono ad evocare un patronus corporeo con le sembianze di un animale magico.
In questo articolo vi spiegheremo il significato di alcuni di questi animali fantastici: dai più comuni e famosi fino a soffermarci su alcune creature comparse in Animali fantastici e dove trovarli e I crimini di Grindelwald.

.: FENICE :.

La fenice è il Patronus e l’animale da compagnia di Albus Silente. In ogni tempo e luogo è conosciuta per la sua natura immortale e per la sua capacità di risorgere dalle proprie ceneri.
La fenice è collegata all’idea di rinnovamento e di purificazione e alle pratiche alchemiche. La fenice si distrugge e si crea da sola e, di conseguenza, non riconosce l’autorità di nessuno. Da un punto di vista spirituale la morte e la rinascita della fenice rappresentano il processo di redenzione e purificazione di un’anima e il mutamento spirituale di una persona.

.: DRAGO :.

Il drago è uno di quei patronus più rari e non ha bisogno di presentazioni.
Animale mitologico per eccellenza: il drago è una creatura ricorrente in tutte le culture e le tradizioni del mondo e può vantare una lunga serie di significati, non che una più che nutrita letteratura.
Nella cultura occidentale, esso è spesso associato al serpente e, di conseguenza, all’idea di malvagità e pericolo.
Fin dagli albori della civiltà greca, è raffigurato come il mostro da cui salvare principesse e città e la sua cattiva reputazione si consolida nel medioevo dove viene spesso utilizzato come allegoria del diavolo, del peccato e anche del paganesimo.
Al contrario, presso i popoli dell’estremo oriente, il drago rappresenta il cosmo e l’ordine universale: è un simbolo buon auspicio ed è uno dei segni dello zodiaco cinese.
Il drago è l’animale che meglio incarna l’idea di forza e di totalità, infatti egli è considerato l’unione dei quattro elementi: corpo di rettile (terra), ali (aria), fuoco e tane costruite presso grotte umidi e paludi (acqua).

.: UNICORNO :.

L’unicorno è una delle immagini più ricorrenti nei bestiari medievali e da sempre stuzzica la fantasia di scrittori e sognatori.
Il timido cavallo con il corno in mezzo alla fronte è forse una delle creature che meglio incarna il concetto di “magia” e, di fatto, è uno degli animali più usati per rappresentare la letteratura fantastica.
La sua natura timida, mite e riservata hanno fatto sì che l’unicorno venisse associato all’universo femminile, ai suoi vizi e alle sue virtù: se infatti l’unicorno è simbolo di purezza (stando alla leggenda solo le vergini possono avvicinarlo), gentilezza e saggezza, è anche vero che è anche associato alla frivolezza e alla vanità.
In senso più lato l’unicorno racchiude in sé ideali di forza, energia, libertà, indipendenza, spiritualità e nobilità, motivo per cui esso compare, insieme al leone, nello stemma reale del Regno Unito.

.: CAVALLO ALATO :.

Il cavallo alato Pegaso è uno dei cavalli più famosi e affascinanti dell’universo fantastico.
Nato, secondo la tradizione, dal sangue di Medusa: questo animale è il degno compagno di dei ed eroi.
Stando alle leggende, domare un cavallo alato è un’impresa pressoché impossibile e proprio per questo motivo Pegaso incarna, come molti dei suoi parenti equini, ideali di libertà, indipendenza ed è un simbolo apprezzato anche da chi non ama adeguarsi al conformismo: infatti la sua rappresentazione più comune, rampante e con le ali spiegate, è un chiaro invito a cercare la propria strada e a puntare in alto.

.: SALAMANDRA :.

Simbolo alchemico per eccellenza la salamandra (o salamandra di fuoco) è un animale tutt’altro che scontato sospeso fra realtà e fantasia.
Raffigurata come una grossa lucertola (o un drago senza ali), essa è presente nei bestiari e nei libri di alchimia come animale legato al fuoco, al calore e, in ultimo, alla vita e, per questo, ricorre come allegoria di Cristo.
Tuttavia, la fama della salamadra di fuoco non si ferma al medioevo e anche nella letteratura contemporanea e nelle produzioni cinematografiche essa ricorre come simbolo del fuoco: i pompieri di Fahrenheit 451 la adottano come loro emblema per via della sua capacità di resistere alle fiamme e in Frozen – Il segreto di Arendelle, la regina Elsa doma lo spirito del fuoco incarnato in una salamadra color ceruleo.
Altra dote della salamadra, forse attribuitale per via dei suoi occhi grandi e sporgenti, è quello della profezia.
Come tutti gli anfibi, la salamandra si distingue per la sua vitalità (altro tratto in comune con il fuoco) e per la sua velocità: è per questo che, tra i suoi connotati troviamo, oltre alla vita e alla luce, anche la vivacità (sia fisica che intellettuale e spirituale), l’energia, la forza e la passione.

.: THESTRAL :.

Considerato un presagio di morte e di sventura, l’opinione pubblica sul thestral e la sua reputazione sono tutt’altro che lusinghiere.
Il thestral è il patrono degli incompresi e degli anticonformisti, di coloro che non si fermano alle apparanze ma indagano cercando di cogliere la vera essenza delle cose.
Pur non potendo contare su un aspetto particolarmente accattivante, il thestral ha uno spirito docile e gentile, protettivo e devoto nei confronti di coloro che riescono a guadagnarsi la sua fiducia. Come il cavallo alato, il thestral incarna ideali di dinamismo e libertà, ma ha anche un legame stretto con l’introspezione e denota un carattere leale.

.: IPPOGRIFO&GRIFONE:.

L’ippogrifo è forse una delle creature mitologiche più antiche e affascinanti: metà cavallo, metà leone e metà aquila; esso compare nelle leggende greche e romane e, attraverso il medioevo, viene consacrato quale cavalcatura di eroi e paladini.
I bestiari medievali consacrano l’ippogrifo, e il grifone (sua variante privo di caratteristiche equine), come il re di tutti gli animali perché nato dalla fusione di un leone (il re indiscusso della foresta e della terra ferma) e dell’aquila (la signora dei cieli).
Nonostante le numerose leggende che lo riguardano, il primo a darne una descrizione accurata è Ariosto che affianca questa creatura portentosa ai suoi paladini permettendogli così di compiere imprese leggendarie e viaggi impensabili per un uomo del rinascimento.
L’ippogrifo è un animale altero e nobile e, per questo, doppiamente pericoloso: di carattere indipendente, è tuttavia disposto a farsi domare solo da chi ne è veramente degno e, per questo, è spesso considerato il destriero di eroi, cavalieri e stregoni.

.: OCCAMY :.

Presentato nel film Animali fantastici e dove trovarli, l’occamy è una delle creature più affascinanti e allo stesso tempo pericolose del mondo magico: caratteristiche che si riscontrano anche nei patronus corporei che assumono questa forma.
Creatura dai natali orientali, nonostante la sua somiglianza con il serpente piumato delle civiltà mesoamericane, l’occamy è un gigantesco bipede con corpo da serpente e volto da uccello noto agli zoologi del mondo magico per la sua capacità di adattarsi perfettamente per riempire lo spazio circostante riuscendo così a modificare le proprie dimensioni a seconda della necessità.
La caratteristica che contraddistingue l’occamy è il suo istinto materno che lo spinge ad essere molto protettivo nei confronti di quelli che considera come parte della famiglia.

*Jo

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Klaus – I segreti del Natale ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA :.

Un postino egocentrico stringe un’improbabile amicizia con un giocattolaio solitario, riportando la gioia in una città fredda e cupa che ne ha disperatamente bisogno.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Di film su Babbo Natale, e sulle leggende che lo circondano, ne sono stati girati tantissimi d’animazione e non.
Eppure, quando si arriva ai titoli di coda di Klaus – I segreti del Natale, si sente che in questo film c’è qualcosa di diverso.

Decidere di voler raccontare le origini di un personaggio così iconico è una scelta coraggiosa e difficile che il regista, Sergio Pablos, ha saputo affrontare brillantemente, complici una serie di intuizioni geniali che, nell’insieme, compongono una pellicola davvero degna di nota.
Pablos porta sullo schermo il volto umano di Babbo Natale, accantonado (almeno in parte) l’aura di magia e meraviglia che dalla notte dei tempi lo avvolge. Protagonista del lungometraggio è il più improbabile degli eroi, non che l’ultimo personaggio che qualcuno si aspetterebbe di vedere in un film natalizio: Jesper, un postino egocentrico che non ha altro scopo se non quello di tornare alla sua oziosa e viziata vita.
Il suo incontro con Klaus, avviene quasi per caso e, lungi dai sentimenti buonisti che solitamente permeano i film sul natale, risulta in linea con lo spirito cinico e approfittatore di Jesper.
I cambiamenti, innescati dalle azioni dei due coprotagonisti, operano un’autentica trasfomazione tanto nei personaggi quanto nell’ambientazione e avvengono lentamente dando così compimento e significato al motto che incarna la filosofia stessa del film “un vero atto di bontà ne ispira sempre un altro”.
Il lungometraggio contrappone la violenza e l’odio, perpetrato dagli abitanti di Smeerensburg (città fittizia dove la storia è ambientata) per mera consuetudine, al miracolo, troppo spesso dato per scontato, della gentilezza e dimostrando come anni di faide e violenze possano essere cancellati da un sorriso e dalla semplice volontà di fare del bene accantonando le brutte abitudini. Il messaggio, valido per adulti e bambini, è una lezione importante capace di riaccendere la speranza: non esiste male che un atto di autentica bontà non possa curare.

Al messaggio, perfettamente in tema con il clima natalizio del periodo, si aggiunge la capacità del regista di incastrare nella trama la maggioranza dei miti che, nella tradizione europea e in quella americana, accompagnano Babbo Natale: la sua capacità di intruffolarsi dai caminetti, la slitta volante, e quel meraviglioso inventario di fantasie e storie, che da sempre accompagna l’omone vestito di rosso, trovano un’originale spiegazione in Klaus – I segreti nel natale dando al film un ulteriore e autentico quid in più.
Ad una storyline colma di tenerezza e originalità si uniscono la simpatia e lo sviluppo accurato dei personaggi, principali quanto secondari, garantendo al lungo metraggio un successo più che meritato.
Per noi, il film merita un 10/10.
La colonna sonora, composta da canzoni splendide che viene voglia di cantare anche non sapendo il testo, e l’uso delle luci sono stati studiati a pennello: mettendo a confronto un fotogramma delle scene iniziali e uno delle ultime, il cambiamento dei colori è lampante e, spogliatasi delle noiose tonalità del grigio, l’ambientazione si arricchisce di tonalità calde sottolineando il graduale cambiamento che interessa personaggi e location.
Sicuramente, questo è uno di quei film che ciascuno di noi vedrà e rivedrà più che volentieri ogni dicembre, stretti tutti insieme sul divano con una bella tazza di cioccolata calda a farci compagnia.

*Volpe e Jo

Robin Hood – L’origine della leggenda ~ Streaming and Pajamas

.: TRAMA:.

Robin di Loxley, un lord inglese, viene chiamato a servire nella Terza Crociata in Terra santa e lo ritroviamo insieme ai suoi commilitoni in una città in rovina, bloccato sotto il fuoco nemico di una potentissima balestra automatica. Robin sarà incaricato di neutralizzarla e in questa operazione si imbatte in un abile arciere e guerriero, che avrebbe la meglio su di lui se non venisse colpito alle spalle da Guy di Gisborne, il capitano di Robin e vice sceriffo di Nottingham. Quando questi minaccia di uccidere il figlio del prigioniero, Robin non riesce a stare a guardare e si mette in mezzo. La sua diserzione è punita con il ritorno a casa in disgrazia dove lo aspetta una Loxley caduta in rovina. Inoltre Robin è stato dato per morto da almeno due anni e la sua amata Marian si è trovata un nuovo compagno, Will Tillman. Il tutto mentre il pugno di ferro dello sceriffo di Nottingham, stretto alleato della Chiesa cattolica, spreme sempre più duramente un popolo ormai esasperato.

.: IL NOSTRO GIUDIZIO :.

Ispirata dalla trama e aiutata dalla tranquillità che solo le feste sanno dare, ho pensato di guardarmi questo film in completa solitudine, sperando di aver trovato una pellicola interessante e piacevole da guardare.
Mai giudizio fu più affrettato!
Questo film si propone di raccontarci le origini di Robin Hood come non le abbiamo mai viste, portando sullo schermo una storia nuova, piena di adrenalina e piuttosto cruda. In effetti, per quanto riguarda la leggenda di Robin Hood è sicuramente un film “nuovo”, peccato che non abbia niente di diverso da un qualsiasi film americano che parli di guerra.

Le sequenze iniziali dove Robin viene mandato al “fronte” sembrano riciclate da un qualsiasi film sulla guerra, solo che qui il regista si è fatto prendere la mano dal trash e anche dove il film poteva risultare drammatico, è scaduto nell’idiozia più completa. Robin entra a far parte dei crociati, che in questo contesto sono abbigliati proprio come dei marines (comprese magliette a mezze maniche e giubbotto antiproiettile vecchio stampo che non serve assolutamente a niente), e parte per la Città Santa. Qui, segue una scena di guerriglia degna del videogame “Call of Duty”, in cui i nostri eroi con archi usati alla stregua di fucili semi automatici combattono contro una balestra che fa le vedi di una mitragliatrice. Se questo non bastasse a rendere l’idea di quanto poco pensata sia stata la scena, i simpatici crociati si chiamano per cognome, alla faccia dei loro infiniti titoli nobiliari, come fossero dei soldati dei giorni nostri.

Tralasciando questa prima parte del film, il resto della pellicola non manca di essere satura di assurdità. La trama è strapiena di buchi, e il più evidente dal mio punto di vista è che nessuno si chieda dove Robin trovi il denaro se tutti sanno che è in rovina e non ha più neanche un centesimo, ed è di una banalità disarmante e, anche quando si giunge al climax della narrazione, lo spettatore è annoiato e quasi infastidito dagli eccessi di spettacolarismo del regista.
Insomma, dal punto di vista della sceneggiatura, manca davvero qualsiasi cosa.

Come se l’attualizzazione della narrazione non fosse già evidente, un ulteriore richiamo ai giorni nostri è l’abbigliamento dei personaggi che stona con l’ambientazione di sfondo prettamente medievale: Robin Hood sembra sempre essere vestito di marca, così come lo sceriffo di Nottingham che sfoggia una giacchina di pelle bianca niente male.
I personaggi non sono minimamente caratterizzati ed è assolutamente impossibile affezionarsi a loro.

Se il film, però, si salva da una completa stroncatura, è esclusivamente per la sua inventiva: portare il “medioevo ai giorni nostri” non deve essere stato affatto facile. L’inventiva non manca al regista e l’originalità è da premiare, anche se in questo contesto è stata un vero flop.
La colonna sonora del film salva un po’ tutto quanto: la musica è stata gestita molto bene così come la luce (a parte quando si trasformava in epiche vampate di fuoco con i protagonisti che ci camminano davanti come nei migliori film di spionaggio).
Insomma, nel complesso io non me la sento di dare la sufficienza a questo film che a stento arriva a un 4 per me.

*Volpe

La festa di San Martino

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Narra la leggenda, che in una fredda notte di novembre Martino cavalcasse avvolto nel suo pesante mantello per difendersi dal vento pungente e dalla pioggia, quand’ecco che gli si avvicinò un mendicante che gli chiese una piccola elemosina. Commosso da quel gesto, il futuro santo, non avendo con sé né denaro né cibo, smontò da cavallo e con la spada tagliò a metà il suo lungo mantello, regalandone una parte al povero infreddolito.
Riprendendo la via, Martino si accorse con suo grande stupore che il freddo si era fatto meno feroce e che anche il vento aveva cessato di soffiare, sostituito da un clima più mite, quasi estivo.
Quella notte, in sogno, Gesù apparve a Martino rivelandosi come il mendicante a cui aveva regalato il mantello e lo ringraziò per quel gesto di compassione.

Se l’11 novembre vi capita di passeggiare per Venezia potreste imbattervi nei Cavalieri di San Martino: bambini armati di pentole e coperchi che fanno un gran baccano per le strade attirando l’attenzione di viandanti e commercianti e la curiosità dei turisti. Questi coraggiosi cavalieri, con tanto di mantello rosso e corona in testa, vanno di porta in porta recitando una filastrocca chiedendo la carità e promettendo, in cambio di una dolce ricompensa, di allontanare il demonio.
Una tradizione italiana che, seppur con qualche difficoltà dovuta alla concorrenza di feste più commerciali, resiste tra le nuove generazioni di veneziani e ha negli anni contagiato anche i comuni veneti sulla terra ferma.
Ci sono molte e diverse versioni della filastrocca che questi drappelli urlanti intonano, per comodità noi ne riportiamo solo una a cui ne seguono altre due che i bambini recitano se hanno o meno ricevuto in dono qualcosa.

Oh che odori de pignata!
Se magnè bon pro ve fazza,
Se ne de del bon vin
cantaremo S.Martin!

S.Martin n’à manda qua
Perché ne fe la carità
Anca lu, co’l ghe n’aveva
Carità ghe ne faceva.

Fe atenzzion che semo tanti
E fame gavemo tuti quanti
Stè atenti a no darne poco
Perché se no stemo qua un toco!

Oh che odore di cucina!/ Se mangiate buon pro vi faccia,/ se ci date del buon vino/ canteremo San Marino!

San Martino ci manda qua/ perché ci facciate la carità,/ anche lui, con quel che aveva,/ la carità faceva.

Fate attenzione che siamo tanti/ e abbiamo fame tutti quanti/ state attenti a non darcene poco,/ perché se no stiamo qua un bel po’!

Una volta ottenuta la loro ricompensa, i bambini ringraziano recitando un’altra filastrocca:

E con questo la ringraziemo
Del bon animo e del bon cuor
Un altro ano ritornaremo
Se ghe piase al bon Signor
E col nostro sachetin
Viva, viva S.Martin!

E con questo la ringraziamo/del buon animo e del buon cuore/ un altro anno ritorneremo,/ se gli piace al buon Signor/ e con il nostro sacchettino/ viva, viva San Martino!

Se invece i bambini vengono liquidati a mani vuoti, allora il saluto che rivolgono è meno cordiale:

Tanti ciodi gh’è in sta porta
Tanti diavoli che ve porta
Tanti ciodi gh’è in sto muro
Tanti bruschi ve vegna sul culo.

Tanti chiodi ha questa porta/ tanti siano i diavoli che vi portano/ tanti chiodi ci sono in questo muro/ tanti siano i foruncoli che vi vengano nel culo./

Ma San Martino non è una festa solo per bambini, infatti, se vi guardate intorno, san-martino1nelle vetrine dei panifici e delle pasticcerie potrete notare un dolce, le cui dimensioni variano da forno a forno così come le decorazioni, a forma di cavaliere ricoperto di dolcetti e altre ghiottonerie.
E’ il dolce di San Martino: una tradizione culinaria veneziana che ogni anno viene rinnovata e invade, letteralmente, le vetrine dei negozi con i suoi colori sgargianti.
Se volete provare a fare il dolce di San Martino, qui trovate la ricetta e le indicazioni per creare il vostro cavaliere di pasta frolla.

Con questo non mi resta che salutarvi e augurare a tutti voi, veneziani e non, buon San Martino!

Viva, viva S.Martin!

*Jo

La gondola

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Venezia ha un cuore di nebbia e misteri, di storie e segreti che di canale in canale e di calle in calle si diffondono tra le fondamenta e i campi.
La risacca sussurra e le nere acque della Laguna raccontano le storie che da un’isola all’altra hanno ascoltato.
Venezia, che degli amanti è alcova e tomba, nelle notti di fine novembre si veste di nebbia e di pianto e alle anime prave che la sera si attardano a passeggiare sulle fondamenta, racconta una leggenda di morte e d’amore.
Camminando sulle fondamenta di Riva degli schiavoni o trovandosi a rimirare la Laguna da Punta della Salute, può capitare di scorgere nelle fredde e pallide notti novembrine, tra i flutti neri e i lembi di nebbia, una gondola bianca ornata con rose e fiori bianchi ormai secchi, che lenta scivola tra i canali assopiti scortata da quattro lumini accesi.
Avvicinarsi a questa gondola così inusuale è proibito e il suo gondoliere invisibile e taciturno non conduce mai la sua imbarcazione verso un approdo.
Lui rema, rema in silenzio e quando il suo dolore si fa troppo forte, allora intona una triste nenia che i più scambiano per il rumore della risacca o per il fischio del vento tra le calli e i canali deserti.
Ascoltando questa melodia, apparentemente sconclusionata e anche un po’ stonata, si possono iniziare a percepire lentamente nomi e anni e lentamente le note si trasformano in parole che raccontano la triste storia di Nereo Tegan e Francesca Venturin.

Nel 1628 un giovane gondoliere al servizio di una famiglia benestante, si innamorò perdutamente della figlia di un nobile, tale Giovanni Venturin, e malgrado gli impedimenti sociali e le continue minacce del signore, iniziò un appassionato corteggiamento a cui anche la ragazza finì per cedere.
Quel sentimento corrisposto con pudore e timidezza, non era sufficiente per coronare il sogno d’amore degli amanti, alla cui felicità Venturini si opponeva fermamente, negando ai due giovani la sua paterna benedizione e il suo consenso alle nozze.
Esasperati dalla testarda resistenza del genitore, Nereo e Francesca decisero di scappare da Venezia e di andare a cercare la propria fortuna lontano dalla Serenissima.
Una serva, che aveva ascoltato di nascosto i loro propositi, corse a riferire il tutto al suo padrone che, nel colo del furore, strappò la figlia dai suoi propositi di fuga e la segregò nel monastero di Santa Croce sull’isola della Giudecca dove, ne era certo, le monache avrebbero saputo insegnare alla ragazza ribelle i sacri valori della morale, della virtù e dell’obbedienza.
Tuttavia, restava da risolvere il problema del gondoliere innamorato che non si sarebbe di certo lasciato fermare dalle sacre mura del monastero.
Venturini ordinò quindi a due sgherri di uccidere il gondoliere e di nascondere il corpo tra i canali della città: sicuro che i topi e le onde si sarebbero disfatti per lui dei resti del cadavere.
Con un trucco i sicari attirarono Nereo in una calle e lì lo affogarono, affidandone poi le spoglie ai flutti neri e omertosi che ingoiavano tutto senza fare domande.
Il lungo silenzio che seguì a quella notte di morte raffreddò il cuore di Francesca che, infine, si rassegnò a quella vita di preghiera e rinuncia decidendo persino di diventare, per la gioia del padre, monaca e prendere i voti.
I mesi passarono e la città fu avvolta per l’ennesima volta dal nero manto della peste. Uomini e donne, vecchi e bambini, ricchi e poveri, santi e peccatori morivano come mosche e come foglie avvizzite venivano raccolti e bruciati per contenere l’epidemia.
La peste, dio della morte e flagello dei vivi, alla fine trascinò con sé anche Venturini e la dolce Francesca, ma mentre il primo fu presto dimenticato, della seconda si continuò a parlare a lungo e con timoroso rispetto.
Dalla sua cella, ormai vuota e fredda, nella notte si sentivano provenire pianti e preghiere e nessuna messa o giaculatoria riusciva a calmare i lamenti di quello spirito in pena.
Poi, la notte del 21 novembre 1630, i pianti tacquero e il silenzio tornò ad avvolgere la Giudecca.
Quell’anima innamorata e triste si era arresa e infine era ascesa a quella gloria eterna che le spettava di diritto.
In quella stessa notte, a due anni dal vigliacco omicidio del gondoliere innamorato, una gondola bianca come la luna e splendente come una perla, iniziava silenziosa a solcare le acque della Laguna, diffondendo nell’aria il delicato odore di rose e fiori d’arancio.
Da allora Nereo naviga solitario e triste tra le isole e i canali di Venezia, scortato da quattro lumini, che segnalano la sua presenza e avvertono gli altri barcaioli, i gondolieri e i vaporetti.
Trai banchi di nebbia pallida e le onde nere e dense, Nereo naviga e di tanto in tanto canta nella speranza di richiamare a sé la sua amata che nemmeno la morte ha riportato tra le sue braccia.

Devyani Berardi

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Notte di San Lorenzo – Storie e Leggende

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La notte tra il 9 e il 10 agosto è sempre stata una notte magica sia per gli adulti sia per i bamini: ritrovarsi a guardare tutti insieme il cielo alla ricerca di stelle cadenti per confidar loro i nostri desideri è il miglior passatempo per far scorrere in fretta questa notte estiva.
Se per noi è un momento di gioia, tuttavia, non è sempre stato così e oggi andremo insieme alla scoperta di alcune favole e leggende legate alle stelle che scivolano nella notte.

Partiamo dal mito che gli antichi greci avevano messo alla base di questo strano fenomeno: il mito di Fetonte, figlio di Apollo.
Si racconta che il giovane e bel figlio di Apollo, per dimostrare al compagno di avventure Epafo che era davvero figlio del dio del sole, implorò il padre di lasciargli guidare il proprio carro. Tuttavia, una volta che ne ebbe il controlo, Fetonte non fu in grado di percorrere il tragitto che il padre prendeva ogni giorno per far sorgere il sole sul mondo: volò troppo in alto dando fuoco a parte del cielo creando la via lattea; fece cadere palle di fuoco sulla Lubia rendendola deserto; riempì gli uomini di cupo terrore tanto che essi chiesero a Zeus di intervenire. Il vecchio re degli dei fu costretto a colpire il ragazzo con un fulmine ed egli precipitò creando una striscia di fuoco nel cielo.
Da quel giorno ogni anno, quando l’estate di fa più calda, per ricordare la morte del giovane, le sue sorelle, ossia le pleiadi, piangono dal cielo e le loro lacrime si tramutano in stelle che scivolano lungo la volta celeste.

Spostandoci un po’ più a Est, per la precisione nell’Antica Cina, si può notare che le stelle cadenti avevano, secondo quanto riportano gli astrologi cinesi, una valenza quasi politica: ogni volta che nel cielo venivano avvistate le stelle cadenti, non c’era alcun dubbio sul fatto che si dovesse temere qualcosa di male. Assedi, guerre o cadute e crisi di governo che fossero, gli astri che noi oggi elogimo erano segno di profondo malaugurio.

Non solo in Cina, però, le stelle cadenti vengono viste come segnali negativi: nell’antica India, le stelle cadenti vengono viste come demoni dall’aspetto di donna con i lunghissimi capelli, ossia la coda della cometa, sciolti che segnano il loro passaggio per moltissimi chilometri.
In una versione più recente, e molto simile a una delle tante credenze popolari medioevali, le stelle cadenti sarebbero le anime dei defunti che ascendono al cielo. La sola differenza con il mito cristiano, in effetti, è che secondo il medioevo cattolico si trattava precisamente delle anime dei defunti che dal purgatorio passavano al paradiso per le quali bisognava anche recitare un padre nostro.

Per ultima, analizziamo la versione più classica, dalla quale deriva anche il nome per questa elebre notte.
Il 10 Agosto dell’anno 258 d.C., San Lorenzo fu arso vivo su una graticola. Le stelle cadenti rappresentano in un certo senso sia le sue lacrime, sia le scintille che partivano dalle fiamme.

Per quanto le storie, i miti e le leggende riportate qui siano chiaramente lontane dalla realtà scientifica grazie alla quale questo fenomeno allieta le nostre sere di agosto, è bello, in un certo senso, pensare che possano essere tutte vere.
E voi? Avete una leggenda che vi sta a cuore riguardo le stelle cadenti o una storia che vi siete inventati o vi hanno raccontato da piccoli?

*Volpe

Great (Wo)men #3: Minosse

Eccoci tornati con il terzo episodio della serie Great (Wo)men in collaborazione con il canale YouTube La Storica.

Sicuramente tutti voi avrete, almeno una volta nella vita, letto o sentito raccontare il mito di Teseo e il Minotauro.
In questo stesso mito avrete avuto il vostro primo incontro con il leggendario re cretese Minosse.

Minosse, il cui nome deriverebbe dal greco minos ossia “Re”, era figlio di Zeus e di Europa 36eec8d6f28a81e6.jpgadottato da Arestione che fu re di Creta prima di lui.
Si narra che per dimostrare che la successione al trono spettasse proprio a lui, Minosse fece costruire un grande tempio a Poseidone sul mare e invocò il dio affinchè facesse uscire dal mare un toro che poi sarebbe stato sacrificato in suo onore. Ebbene, Poseidone acconsetì, ma il toro che fece uscire dal mare fu talmente bello che Minosse non volle sacrificarlo.
Dovete sapere che gli dei dell’Olimpo erano estremamente irascibili e vendicativi, pertanto Poseidone fece innamorare la moglie di Minosse del toro e da quella strana unione nacque il temibile minotauro.
Se questa prima parte di leggenda è meno conosciuta, quella che segue è sicuramente più famosa.
Spaventato dalla ferocia del figliastro, il re incaricò Dedalo, famoso architetto e padre dello sfortunatissimo Icaro, di costruire un labirinto da cui la bestia non sarebbe mai potuta uscire.

Il regno di Minosse fu caratterizzato da diversi scontri e pare che il re fosse tanto abile da ruiscire a porre il suo giogo attorno al capo di molte popolazioni tra le quali annoveriamo anche quella di Atene.
Dall’anno della conquista in poi, pare che gli ateniesi dovessero offrire ogni anno come tributo 7 fanciulli e 7 fanciulle che sarebbero poi stati dati in pasto al minotauro all’interno del labirinto.
Questi sacrifici cessarono solo con Teseo che con l’aiuto della figlia di Minosse, Arianna, riuscì a uccidere il mostruoso figlio del re. Non è difficile immaginare che questa parte di mito abbia ispirato Susanne Collins, autrice della saga Hunger Games, che nei suoi famosissimi romanzi descrive come i distretti di Panem debbano offrire in trubuto 12 fanciulle e 12 fanciulli per partecipare a dei giochi mortali. I numeri sono un po’ diversi e la storia sicuramente dissimile, ma la sostanza resta quella del vecchio mito greco.

Come sappiamo bene, dietro ogni mito c’è un fondo di verità: la storia di Minosse, il Minotauro e Teseo non è altro che la descrizione del periodo in cui Creta aveva supremazia sul mare Egeo e della ribellione dei popoli greci unita allo scardinamento della società minoica che portava con sé l’usanza dei sacrifici umani.

13335392_10209487333484557_1092100852_nMagari meno conosciuta è la presenza di Minosse nell’inferno dantesco.
Nonostante la spinosa questione del labirinto, Minosse fu ritenuto un re giusto e saggio e, proprio per quest motivo, Dante Alighieri lo mette a guardia  dell’entrata del II cerchio infernale in qualità di giudice delle anime dei dannati.
Si sarebbe probabilmente trovato davanti al primo cerchio, se non fosse che si tratta del limbo e che quelle anime non hanno peccati da confessare ma si trovano in quel luogo solo perchè non hanno potuto assistere alla venuta di Cristo.

« Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa. »

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, V,4-12)

Il compito di Minosse, nell’inferno descritto da Dante, è ascltare i peccati delle anime in fila di fronte a lui ed emettere una sentenza. E’ lui a scegliere in quale cerchio i dannati saranno puniti per l’eternità e per dare  voce alla propria volontà arrotola attorno alle proprie gambe la coda di serpente tante volte quanto il numero del cerchio nel quale i peccatori finiranno.l.php.jpg

Che Minosse sia esistito o meno è totalmente ininfluente: l’importanza storica del re cretese deriva dal fatto che il suo mito è stato in grado di influenzare sia autori antichi sia autori contemporanei in egual misura e, soprattutto, il fatto che abbia portato fino a noi la descrizione di un’epoca storica, ossia quella della dominazone cretese su atene, che non avremmo potuto conoscere facilmente in altro modo.

*Volpe

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Fonti:
Divina Commedia, Dante Alighieri, Primo volume a cura di Natalino Sapegno, “La nuova Italia” Editrice Firenze, Torino 1955;
http://www.storiafacile.net/cretesi/minosse_minotauro.htm