Frozen (non) è la Regina delle nevi

Natale si avvicina e, puntuale come un orologio, la Disney arriva nelle sale cinematografiche con un classico d’animazione pensato tanto per i piccoli quanto per i grandi.

La stagione invernale non poteva essere inagurata in maniera migliore e, per meglio preparare gli animi al clima natalizio, le sale cinematografiche si apprestano ad accogliere l’attesissimo sequel di Frozen il regno di Ghiaccio: Frozen il Segreto di Arendelle; che, stando ai rumors e alle notizie estrapolate dalle varie anteprime, dovrebbe risolvere alcuni quesiti lasciati insoluti dal primo capitolo della saga.

Esattamente come nel 2013, quando la voce di Idina Menzel che intonava Let it go aveva eclissato quella di Micheal Buble, mi è capitato di sentire frasi del tipo: “Esce il secondo film sulla favola della regina delle nevi.”

La verità è che Frozen (non) è la Regina delle nevi di Andersen tanto quanto La Sirenetta, Biancaneve , Robin Hood e tutti gli altri classici Disney sono coerenti con le favole e le storie da cui sono stati rispettivamente tratti.
La versione disneyana de La regine delle nevi, si discosta parecchio dalla favola a cui si ispira e, al termine del film, la sensazione è quella di aver visto qualcosa che ricorda solo per ambientazione e nomi il racconto di Andersen.

Schegge di ghiaccio
La storia raccontata da Andersen ruota intorno all’amicizia tra Kai e Gerda: due bambini, dirimpettai che, oltre a condividere il balcone che unisce le loro abitazioni, passano il loro tempo a giocare insieme e a coltivare fiori.
La loro infanzia è felice e spensierata fino a quando, in una notte d’inverno, i due piccoli ascoltano la storia della temibile regina delle nevi e Kai, dopo aver deriso i poteri della sovrana, viene colpito da una scheggia di ghiaccio che lo rende “cieco” e lo fa diventare cattivo.
Solo il coraggio e la fedeltà di Gerda all’amico Kai riusciranno ad annullare il sortilegio della regina delle nevi e a far scogliere il ghiaccio che attenaglia il cuore di Kai.

Nella versione della Disney la vicenda ruota intorno alle due principesse di Arendelle: la città inventata dove è ambientata la storia.
Elsa, la futura regina delle nevi, manifesta fin dai primi minuti del film il suo talento nel creare, per la gioia della sorellina Anna, giochi con la neve e con il ghiaccio.
Anche in questo caso le due bambine crescono felici e spensierate, circondate dall’affetto dei loro cari e da amici immaginari come il pupazzo di neve Olaf, ma la felicità viene spezzata da un incidente che coinvolge le due sorelle e da una scheggia di ghiaccio che, inavvertitamente, colpisce Anna causandole una perdita parziale della memoria.
In seguito all’incidente, e vinta dai sensi di colpa, Elsa si chiude in se stessa e rifiuta ogni contatto con il mondo esterno e con la sorella verso cui dimostra atteggiamenti freddi e distanti anche nei momenti più drammatici.
Questo cambiamento causa, ovviamente, dolore e dispiacere ad Anna che, complice l’amnesia, non riesce a spiegarsi il cambiamento della sorella.

Nonostante coinvolgano due coppie di personaggi completamente diverse, entrambe le versioni sono unite da un leitmotiv e da un elemento che porta ad un cambiamento in uno dei due protagonisti.
Sia Kai che Anna vengono colpiti, anche se per ragioni differenti, da una scheggia di ghiaccio; tuttavia, se nella versione di Andersen è Kai a manifestare un cambiamento in seguito a questo episodio, nel lungometraggio Disney è Elsa a subire una trasformazione e ad allontanarsi dagli affetti per rinchiudersi in una prigione di ghiaccio e solitudine.

Il racconto di Andersen è, dopotutto, una favola e in quanto tale ha degli elementi che la caratterizzano e da cui è impossibile staccarsi senza tradire la natura della narrazione: Kai e Gerda sono i protagonisti impegnati nella lotta contro la cattiva Regina delle Nevi e la negatività di questo antagonista è ben delineata in modo da non confondere il pubblico a cui la favola si rivolge.
Il film della Disney, affrancandosi dalla narrazione classica, propone una versione della Regina delle Nevi differente in cui, la regina Elsa, è protagonista e antagonista di se stessa: una sottigliezza che può sfuggire ai più piccoli, ma non è passata innoservata agli occhi degli spettatori più maturi che hanno apprezzato il conflitto che caratterizza questo personaggio rendendolo, nei limiti del possibile trattandosi di un cartone animato, più umano: Elsa, e in un certo qual modo anche sua sorella Anna, rivoluzionano ulteriormente la visione della principessa Disney portando sul grande schermo donne forti e allo stesso tempo deboli, capaci tuttavia, grazie al sostegno degli affetti, di sfruttare le loro potenzialità al meglio.

La regina delle nevi
Quando Kai viene rapito dalla Regina delle Nevi, Gerda decide di affrontare un lungo e pericoloso viaggio verso il palazzo della Regina nella speranza di riuscire a scogliere il ghiaccio che si è formato intorno al cuore del suo migliore amico.
Ovviamente la piccola riesce nel suo intento e, con le sue lacrime, riesca ad annullare l’incantesimo.

Anche nella versione disneyana una delle protagoniste si imbarca in un pericoloso viaggio alla volta del temutissimo castello della Regina delle Nevi: si tratta di Anna che, decisa a riportare la sorella ad Arendelle, parte alla ricerca di Elsa inaugurando una lunga serie di incontri bizzarri e pericoli scampati in maniera grottesca.
Arrivata al confronto con la sorella, tuttavia, Anna non riesce a raggiungere il proprio scopo e, come se non bastasse la delusione di essere nuovamente abbandonata da Elsa, la ragazza viene colpita al cuore da una seconda scheggia di ghiaccio.

Accusata di aver ucciso la sorella e aver costretto Arendelle all’inverno eterno, Elsa viene arrestata e condannata a morte.
Il ghiaccio, che inizialmente circondava solamente la Regina delle Nevi, ha preso ormai il sopravvento e ogni cosa rischia di essere trasformata in un ghiacciolo.

Frattanto Anna, erronamente data per morta, non ha abbandonato i propri propositi e, sfidando un’ultima volta il potere ormai fuori controllo della sorella, compie un gesto di vero amore nei confronti di Elsa salvandola così non solo dalla morte, ma anche e sopratutto da se stessa.
Trasformata, per via della scheggia che l’ha colpita al cuore, in una statua di ghiaccio, Anna ha dato ad Elsa ciò che le serviva per riprendere il controllo della situazione e così, mentre la regina si lascia andare ad un pianto liberatorio, una lacrima cade sul cuore di Anna sciogliendo il ghiaccio e riportandola in vita.

Anche in questo caso sono evidenti le analogie con il racconto scritto da Andersen: Anna, come Gerda, si imbarca in un pericoloso viaggio, decisa ad affrontare la Regina delle Nevi e ad aiutare sua sorella Elsa che, esattamente come Kai, viene salvata solo da un gesto d’amore gratuito e puro.
Sempre come nella versione che vede protagonisti i piccolo Kai e Gerda, anche in questa versione l’incantesimo del ghiaccio viene sciolto con una lacrima.

Fatte queste considerazioni resta la domanda: Frozen è la storia de La Regina delle Nevi?
Rispetto ai classici Disney a cui eravamo abituati, in cui solo alcuni dettagli venivano modificati o del tutto cancellati per adattare le favole al grande schermo, Frozen ha riscritto la storia de La Regina delle Nevi e, coerente con la filosofia Disney, ha utilizzato l’animazione per mandare al pubblico messaggi ed insegnamenti coerenti con le tematiche e le sfide che la nostra società affronta quotidianamente.
La realizzazione delle donne (tema ripreso ed approfondito in Zootropolis (2016), la crescita personale e il confronto con se stessi e le proprie debolezze e capacità, il valore degli affetti, primo fra tutti la famiglia, sono solo alcuni dei temi su cui Frozen pone l’accento e che, in fondo, rendono meno gravi le vistose differenze con il bellissimo racconto di Andersen.

*Jo

Gioie d’autunno

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L’arrivo dei primi freddi e la fine delle belle giornate estive all’insegna del relax e del divertimento sono per molte persone cause di malcontento e di stress e rendono l’autunno una delle stagioni meno apprezzate.
Non tutti però sono così critici nei confronti di questa stagione che riesce comunque a regalare ai suoi ammiratori spettacoli e piccoli momenti di piacere: il rosseggiare delle foglie, le castagne e le lunghe serate trascorse sul divano sorseggiando una tisana calda e leggiucchiando un bel libro.
In più in autunno, per la gioia dei lettori, si cominciano ad assaporare le prime gioie dell’inverno sempre più prossimo.
Ecco alcuni dei motivi per cui, secondo Bustle, la stagione autunnale è tanto amata dai booklovers.

– DENTRO O FUORI?
In autunno, si sa, le giornate non solo si fanno più fredde, ma le ore di sole si riducono drasticamente invogliando uomini e animali ad entrare in letargo fino alla primavera successiva. Tuttavia, sopratutto in settembre, il clima non è ancora eccessivamente freddo e ci si può ancora permettere le ultime letture all’aperto.
Il clima autunnale è anche l’ideale per i lettori  più “pantofolai”, che possono finalmente tornare a dedicarsi alle loro letture coccolati da una bevanda calda e una morbida coperta sotto cui raggomitolarsi.

– TEMPO PER …
Da sempre l’estate è sinonimo di vacanze, di relax e divertimento, ma tra i bagagli, le ultime scadenze e le partenze il tempo per leggere è davvero poco e sotto l’ombrellone non si riesce mai a leggere con la dovuta tranquillità. In autunno, rientrati dalle vacanze e ancora lontani dalle feste natalizie, si ha finalmente il tempo per dedicarsi alle letture arretrate e alle nuove uscite che, in vista del Natale, regalano ai lettori i titoli e le storie più belle dell’anno. Al calduccio sotto una coperta o sul mezzo che li riporta a casa dopo il lavoro, qualsiasi momento è buono per divorare qualche altro buon libro.

– DOLCETTO O LIBRETTO?
E come dimenticarsi di Halloween? Il carnevale d’ottobre che, nei paesi anglosassoni, prevede che grandi e piccini si mascherino per una notte dai loro personaggi preferiti. Ovviamente un lettore non può lasciarsi sfuggire l’occasione per vestire i panni del proprio beniamino letterario e così, tra un dolcetto e uno scherzetto, un lupo mannaro e una streghetta, possono presentarsi alla porta giovani travestite da Anna Karenina, intraprendenti Tom Sawyer e misteriosi Guardiani della notte.

– E’ PIU’ GRANDE ALL’INTERNO!
Malgrado la buona volontà e le migliori intenzioni, leggere in vacanza può essere una vera missione impossibile per i lettori più accaniti che, pur riuscendo sempre a ritagliare uno spazio in valigia per i loro libri, difficilmente riescono a dedicarsi al loro passatempo preferito per via delle numerose attività che riempiono le loro meritate vacanze.
Con l’arrivo dell’autunno le borse si svuotano e si tirano fuori i cappotti pesanti e, come per magia, compaiono nuovi spazi per portare con sé le proprie letture: dai tascabili, perfetti per essere infilati nelle tasche delle giacche a vento, alle borse finalmente libere da creme solari e cambi di costume.

*Jo

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Gioie d’inverno

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Di tutte le stagioni quella invernale è sicuramente la preferita dai lettori che, con la complicità delle fredde giornate dicembrine, hanno sempre più di una buona ragione per rintanarsi in casa e dedicarsi alla loro lettura.
In occasione del solstizio d’inverno, Bustle ha elencato i motivi per cui la stagione invernale è la preferita dai booklovers.

– LA TANA
La neve e il ghiaccio hanno una loro poesia, questo è innegabile, ma le basse temperature invernali non sono sicuramente uno sprone ad uscire con il rischio di prendersi un brutto raffreddore. Le cupe giornate di dicembre diventano quindi un’ottima occasione per restare rintanati in casa e, nascosti nella propria tana da lettore, coccolarsi con un buon libro e qualcosa di caldo, mentre fuori nevica e si sentono i primi timidi canti natalizi.

– ALL I WANT FOR CHRISTMAS IS … BOOKS!
Siete ancora indecisi su che regalo fare al vostro amico/a topo di biblioteca? Basterà cercare tra i suoi libri per trovare una nutrita lista di titoli che, per mancanza di tempo o fondi, il nostro booklover non è ancora riuscito ad acquistare.
Per tutti Natale significa regali in arrivo, per un lettore accanito significa libri in arrivo.

– TEMPO PER SE’
Con l’arrivo delle vacanze di Natale si inaugura ufficialmente il periodo ideale in cui dedicarsi con tranquillità ai propri passatempi, siano essi la cucina, il fai da te o l’arte.
Per un lettore le feste sono il momento giusto per dedicarsi totalmente alla lettura e smaltire la pila di libri che si è accatastata nel corso dei mesi.

– LET IT SNOW….LET IT SNOW…LET IT SNOW!
Per gli amanti del freddo c’è un ultimo particolare che rende questa stagione particolarmente lieta: la neve. I lettori invernali amano il ghiaccio, la sensazione dei passi su una candida coltre di neve e tutte quelle sensazioni che solo la stagione fredda può regalare. Questi lettori tutt’altro che “freddolosi” possono contare su moltissimi libri “a bassa temperatura”: romanzi ambientati in inverno o che semplicemente narrano storie che si sviluppano tra le nevi e i ghiacci dei paesi nordici. Da Dickens ai gialli di Nesbo: per chi ama le atmosfere glaciali c’è solo l’imbarazzo della scelta, mentre ai più pantofolai raccomandiamo di dedicarsi a simili letture solo se muniti di una calda coperta e di una bevanda bollente.

*Jo

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La regina delle rose

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La prima volta che ho sentito questa storia mi è stata raccontata da una rosa che si ergeva solitaria al centro di un giardino dimenticato ormai da secoli.
Era una signora non meno dignitosa e viva di quelle che pigre vegetano tra i banchi delle chiese o sulle panchine dei giardinetti. Un viso petaloso, screziato da qualche macchiolina di ruggine e increspato dalle prime rughe che l’inverno ormai prossimo già disegnava su quella pianta giunta alla fine della sua ultima fioritura.
«Non è rimasto più nessuno.», sospirò mentre il vento le sosteneva il capo pesante per i molti petali e i pistilli ormai sterili. «Nessuno.», ribadì guardando triste la villa che muta si ergeva alle sue spalle avvolta in uno scialle di edera tra cui ancora si intravedeva qualche tenace rametto di glicine.
«E fra poco nemmeno io, nemmeno io.», sospirò continuando quel triste monologo.
Una raffica di vento scosse l’erba del prato incolto facendo fremere l’ultima rosa e gettando scompiglio tra le foglie già sparse tra le aiuole silenti e il cortile addormentato.
«Ma non è stato sempre così.», disse mentre una brezza più gentile la cullava facendole spostare lo sguardo stanco da un angolo all’altro del suo antico reame ormai caduto in mano alle erbacce e ai parassiti aggressivi.
Un gatto passò indisturbato, aprendosi un passaggio tra due cespugli di calicanto su cui già si intravedevano i primi bozzi pronti a diventare gemme e poi fiori. Frustò i rami più bassi con la lunga coda e si mise a scavare tra le foglie umide che coprivano le radici dei due arbusti dando la caccia ad una lumaca.
«E da buon capitano io resto e attendo che l’inverno venga a prendere anche me.», la sua voce era ora ridotta a una nenia che intonava timida seguendo una melodia che il vento le suggeriva o che semplicemente era tornata alla sua secolare memoria
«Non è stato sempre così, no, non è stato sempre così.», ripeté triste mentre un petalo si staccava e scivolando verso il basso si perdeva tra le erbacce come una lacrima che lenta, lasciata l’umida iride, sparisce tra i capelli che incorniciano un volto.
«Questo era un giardino di rose superbe, iris capricciosi, gerbere allegre e timidi gigli.», mormorò ciondolando pigra il capo. «Ed io, io non ero solo una rosa qualunque. Avevo un nome, avevo una corte e l’alloro, il castagno e persino le pratoline parlavano di me come Diletta: la signora di tutte le rose. »
Aspettammo insieme l’inverno e mentre i nuvoloni premevano contro il cielo per cacciare la lunga estate, lei iniziò a raccontarmi del suo reame, delle rose superbe, degli iris capricciosi, delle gerbere allegre e dei timidi gigli.

«Hai mai immerso le dita nel terreno? Hai mai spinto così a fondo da veder la mano sparire tra quelle fauci di terra e temere di essere a tua volta risucchiato come un naufrago in balia di un gorgo? Se queste sensazioni ti sono sconosciute, difficilmente capirai cosa provai la prima volta che affondai le mie radici contorte in quella piccola aiuola preparata per me e le mie sorelle.
Freddo, come quando provi che la temperatura dell’acqua sia giusta e un brivido ti avverte che devi aspettare ancora un po’. Poi il brivido si tramutò in scarica: un’energia nuova che scosse i miei rami e mi fece vibrare fino alle punte delle gemme. Sperimentai quello che i pollini chiamano con nostalgia “l’abbraccio della madre terra”. Erano davvero dita di madre quelle che mi sfioravano lì dove nessuno mi aveva mai visto? Io non ho mai conosciuto la terra, ma solo il terreno che divenne presto mio amante e mi trascinò in un amore sacro e profano in cui ci alimentavamo a vicenda proprio come ad un banchetto nuziale che si rinnovava ad ogni estate.
Io ero la sposa, io ero la regina, io ero la signora delle rose e ogni primavera intorno a me sbocciava un carnevale di boccioli colorati e profumati.
Ivan il rosso era mio fratello e spesso dovevo rimproverarlo mentre corteggiava Aurora, la screziata gialla e rosa, aprendo per lei i suoi boccioli più belli e baciando con i suoi robusti petali quelli timidi ed arrossati di lei. Ida era rosa, bella e superba quanto me: una figlioccia che poteva benissimo essere polline del mio polline. E poi c’era lei, Anna, gialla come un botton d’oro e vivace più di un girasole.
Ci scambiavamo baci di petali e carezze di foglie, litigavamo scoprendo le spine come cani che snudano le zanne, ci stringevamo come pulcini per difenderci dal freddo e dai parassiti.
La nostra era la corte delle rose: un salotto in cui alcuni ceppi di legno facevano da seggiole e tavolino e in cui la nostra dama di carne veniva a passare del tempo leggendoci storie o scrivendone per nostro diletto.
Che cos’era il mondo? Io non l’ho mai conosciuto e tutto ciò che so, lo so grazie alle rondini e alle farfalle che venivano a raccontarmi dei loro viaggi. La nostra dama di carne era la nostra più fidata consigliera, la mia più tenera amica e la mia intrepida amazzone. Con lei ho sognato, da lei mi sono lasciata tagliare sapendo che ogni ferita mi avrebbe resa più bella e forte. E poi lei morì. Fu di cancro, così mi dissero le zanzare. Noi fiori moriamo visibilmente, ci accartocciamo e periamo sotto gli occhi di tutti, mentre voi uomini morite prima dentro e poi fuori, lentamente come un albero che piano a piano si secca. Lei morì esattamente come un salice o una quercia e noi rimanemmo sole e senza storie a tenerci compagnie. E cos’è una regina senza una corte? Cosa sono delle rose superbe senza qualcuno che si prenda cura di loro e le ami? Nulla, solo rose, solo petali e spine.
Amata avevo avuto un cuore che poteva assomigliare ad un cuore di carne. Sola e abbandonata, costretta a difendermi da sola per sopravvivere agli inverni feroci, lasciai che il mio cuore diventasse di legno.
Non ero più Diletta, non c’erano più Ivan e Aurora, la bella Ida e Anna. Eravamo solo rose.»
La rosa ciondolò triste il capo e una seconda lacrima si staccò dai petali sempre più fragili. Soffriva alla maniera dei fiori: in silenzio e piegati su se stessi come a difendere quel poco di vita che ancora gli scorre dentro.
«La nostra dama di carne era una creatura caparbia e quando si parlava di fiori sapeva essere dannatamente capricciosa e non nego che la cosa mi piacesse.», riprese dopo una breve pausa in cui rincorse un pensiero o un ricordo che non potevo conoscere. «Gli iris entrarono nel mio regno un po’ per capriccio e come figli capricciosi si comportarono per tutti gli anni che la natura gli donò. Non ho mai visto un loro bocciolo, nemmeno un tentativo da parte loro di regalare alla nostra dama un petalo o anche solo un fiore scompaginato. Lei si prendeva cura di loro, li spostava dove avrebbero preso tutto il sole che gli serviva per crescere e diventare belli e robusti e loro restavano nel loro letargo, impassibili e arroganti, buttando fuori qualche spettinata foglia verde troppo esile per trasformarsi in gambo.
Erano la vergogna del mio regno.
Le calle lo sapevano e così le ortensie, persino le violette e le pratoline non osavano disobbedire ad una legge che non impartivo io, ma veniva direttamente dalle labbra del Creato.
Un fiore non può e non deve sbocciare fuori dal proprio tempo, la vanità di chi osa splendere quando il mondo è in mano all’inverno è sempre punita con il freddo e la morte. Ma gli iris non disobbedivano a questa legge: loro dormivano che fosse novembre o giugno e la loro bellezza restava seppellita tra le pieghe dei grassi bulbi. Il sole di dicembre non era poi così diverso da quello che li cullava nelle torride giornate di luglio. Le piogge di ottobre erano dissetanti quanto quelle di agosto. I venti primaverili erano poi così diversi da quelli autunnali?
Una stagione poteva durare un anno. Come bandiere le foglie si issavano ogni primavera e per tutto il corso dell’estate restavano tese come le orecchie di una lepre, ascoltando le storie che altri vivevano intorno a loro e sognando corone di petali e colori che non avrebbero mai avuto.
Sapete perché per ogni fiore c’è una sola corolla e così tante foglie? I petali sono i nostri occhi, il nostro cuore in cui accogliamo la vita che il polline ci soffia dentro. Le foglie sono le nostre orecchie e così come voi umani avete un solo cuore e due orecchie, così è per noi. Le foglie ci raccontano il mondo dell’invisibile, captano lo zampettare dei parassiti, intirizziscono per il freddo o sono le prime a seccarsi per il caldo.
Gli iris capricciosi vivevano a metà e a metà sono morti. Occhi estranei li esaminarono a lungo prima di decidere di tagliare quelle esili foglie e strappare i bulbi ingrassati. Vennero tenuti in mano un po’, esaminati e infine gettati per fare spazio a dei gladioli che ripagarono subito il loro debito di vita regalando al mio regno la più bella fioritura che si fosse mai vista. Calici gialli, rossi e bianchi ornarono a festa il giardino, lunghi steli pesanti per i boccioli venivano periodicamente strappati per fare spazio ad altri fiori ancora più belli.
Ogni fiore lo sa e obbedisce a questa legge che non viene da me, ma che esce dalle labbra stesse del Creato: un fiore non può e non deve sbocciare fuori dal suo tempo.»
Il sole non era ancora tramontato e i suoi raggi non riuscivano a scaldare né a consolare quella regina che, sul suo letto di morte ed erbacce, mi dettava le sue memorie con la stessa disperazione di un moribondo che non vuole andarsene senza aver lasciato un segno del suo passaggio.
Diletta guardava triste i cespugli anneriti dal freddo di dicembre e bruciati dal sole di agosto, tremando per il freddo sempre più rigido.
Mi strinsi nel mio cappotto, feci fare un altro giro di sciarpa intorno al mio collo e calzai meglio i guanti di lana. I miei occhi si posarono sulla pianta che, nella penombra del pomeriggio, sembrava ancora più gracile e provata di quanto non fosse in realtà e solo per un attimo ebbi la tentazione di avvolgere la mia sciarpa intorno alle foglie ingiallite e le spine ormai innocue.
La regina delle rose guardava ora la sua corte di rovi e boccioli raggrinziti e, inudibili e impercettibili, esalava i suoi ultimi respiri che subito venivano rapiti dal freddo vento novembrino.
Attese, attesi, attendemmo.
Secondi, minuti, forse ore a scrutare il buio che calava intorno a noi e copriva la villa e il giardino, a cercare tra quelle ombre quella del mietitore supremo.
Per un attimo mi prese la paura e mi accorsi di tremare all’idea di quell’incontro ravvicinato con la morte, quell’appuntamento a cui non ero stata formalmente invitata ma a cui avrei assistito. Ebbi paura, mi vergognai, ebbi nuovamente paura.
Diletta non parlava più, sospirava e di tanto in tanto un altro petalo si staccava e raggiungeva gli altri tra le radici.
Erano ancora colorati, sembravano coriandoli sparpagliati in giro da un bambino particolarmente dispettoso ed esuberante. Ebbi la forte tentazione di toccarli e di raccoglierne uno, mi fermò il pensiero di scoprirli freddi, incolori ed inodori; di riconoscerli membra amputate di un cadavere senza tomba né fiori, andatosene da questo mondo senza canti né preghiere.
Guardai Diletta che, sempre più accartocciata su se stessa, sembrava chiusa sotto una campana di vetro in cui né il gelo né la morte avrebbero potuto toccarla.
«Coltivo una rosa bianca. », dissi iniziando a recitare una poesia ascoltata anni prima e di cui avevo ricopiato qualche verso qua e là, in un bizzarro tentativo di rimetterne insieme le rime e i pezzi. «Questo cuore con cui vivo
Cardi né ortiche coltivo
Coltivo una rosa bianca.»[1]
Il vento si placò per un istante e, fattosi più gentile, si appoggiò come una mano sotto il capo chino di Diletta, permettendole di alzare lo sguardo sul suo regno e su di me: l’ultima cortigiana e l’ultima dama di carne della regina delle rose.
Non parlò, non ne aveva la forza, sorrise ignorando i petali che copiosi si staccavano svestendola inesorabilmente. Sussultò, scossa per l’ultima volta dalla carezza del terreno e della madre terra, e in quel tremito si spogliò di tutti i suoi canidi petali, lasciando andare quel poco di vita, grande come un granello di polline, che aveva conservato per potermi raccontare la sua storia.
Così rimasi, incredula davanti al cespuglio senza vita della regina delle rose.

Ogni fiore lo sa e obbedisce a questa legge che esce dalle labbra stesse del Creato: c’è un tempo per la vita e un tempo per la morte e nessuno può né deve sbocciare fuori dal suo tempo.

[1] Cfr la poesia ” Cultivo Una Rosa Blanca” del poeta cubano José Martí

Annrose Jones

 

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IL CAVALIERE D’INVERNO

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IL CAVALIERE D’INVERNO

Autore: Paullina Simons
Casa editrice: BUR
Anno: 2005

. : SINOSSI : .

Leningrado, 1941. In una tranquilla sera d’estate Tatiana e Dasha, sorelle ma soprattutto grandi amiche, si stanno confidando i segreti del cuore, quando alla radio il generale Molotov annuncia che la Germania ha invaso la Russia. Uscita per fare scorta di cibo, Tatiana incontra Alexander, un giovane ufficiale dell’Armata Rossa che parla russo con un lieve accento. Tra loro scatta subito un’attrazione reciproca e irresistibile. Ma è un amore impossibile, che potrebbe distruggerli entrambi. Mentre un implacabile inverno e l’assedio nazista stringono la città in una morsa, riducendola allo stremo, Tatiana e Alexander trarranno la forza per affrontare mille avversità e sacrifici proprio dal legame segreto che li unisce.

. : Il nostro giudizio : .

Il titolo originario ‘The Bronze Horseman’ è un lampante riferimento all’omonima opera dello scrittore russo Puskin, che viene più volte menzionato nel corso del romanzo con continui ed apprezzabili citazioni e riferimenti.
La trama ha un ritmo altalenante, ben accordato con la vicenda storica che le fa da sfondo: a momenti frenetici ed appassionati, seguono pagine di calma apparente in cui il lettore si trascina seguendo stentatamente i passi della protagonista femminile e della sua famiglia.
Guerra, fame, morte, paura e dolore vengono descritti nelle loro note più realistiche e le descrizioni, soprattutto quelle dell’assedio di Leninigrado, riescono a trasmettere un’inquietudine paragonabile solamente a quella che trasmettono le testimonianze di chi la guerra l’ha vissuta e subita sulla sua pelle.
L’autrice, Paullina Simons, si è infatti ispirata alla storia della propria famiglia nella stesura di questa trilogia, di cui “Il cavaliere d’inverno” rappresenta il primo capitolo, e questa influenza emerge vividamente e violentemente nelle scene di maggior pathos che sono costruite su stralci di vissuto e non, come spesso purtroppo accade, su copioni cinematografici triti e ritriti.
I personaggi sono ben costruiti, anche se personalmente ho trovato insopportabile la protagonista femminile che a tratti si rivela un’insopportabile eroina, tuttavia, nel contesto, questo piccolo neo non intacca in maniera eccessiva la validità di questo romanzo che, per le tematiche e le tonalità con cui vengono trattate, ricorda i capolavori di Irène Némirovsky (il cui stile rimane tuttavia ineguagliato).
Uno degli ostacoli maggiori è rappresentato dai nomi poco orecchiabili e, per una lettrice “straniera”, terribilmente simili tra di loro; un problema che purtroppo è comune a molti testi russi o slavi ma che, in fin dei conti, non rappresenta un grande problema considerato il massiccio impiego dei diminutivi che rendono più facile il riconoscimento dei personaggi all’interno di una trama tutt’altro che lineare.

Il romanzo è stato a suo tempo acclamato come capolavoro della letteratura contemporanea, e devo dire che, a parte alcuni nei che ne hanno rallentato la lettura, è un libro che sicuramente merita il successo di cui ha goduto.
Come giudizio mi sento di dargli 8/10: come ho già detto il romanzo è davvero valido e merita di essere letto, tuttavia ho trovato che alcuni capitoli siano stati trattati in maniera un po’ grezza, mezzi al centro del libro come per aumentare il numero (già considerevole) delle pagine e questo ha decisamente influito negativamente sul giudizio complessivo e non mi ha affatto invogliato a continuare con la lettura dei due capitoli successivi.

*Jo

LA MECCANICA DEL CUORE

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LA MECCANICA DEL CUORE

Autore: Mathias Malzieu
Casa editrice: Feltrinelli editore
Anno: 2012

. : SINOSSI : .

Nella notte più fredda del mondo possono verificarsi strani fenomeni. È il 1874 e in una vecchia casa in cima alla collina più alta di Edimburgo il piccolo Jack nasce con il cuore completamente ghiacciato. La bizzarra levatrice Madeleine, dai più considerata una strega, salverà il neonato applicando al suo cuore difettoso un orologio a cucù. La protesi è tanto ingegnosa quanto fragile e i sentimenti estremi potrebbero risultare fatali. L’amore, innanzitutto. Ma non si può vivere al riparo dalle emozioni e, il giorno del decimo compleanno di Jack, la voce ammaliante di una piccola cantante andalusa fa vibrare il suo cuore come non mai. L’impavido eroe, ormai innamorato, è disposto a tutto per lei. Non lo spaventa la fuga né la violenza, nemmeno un viaggio attraverso mezza Europa fino a Granada alla ricerca dell’incantevole creatura, in compagnia dell’estroso illusionista Georges Méliès. E finalmente, due figure delicate, fuori degli schemi, si incontrano di nuovo e si amano. L’amore è dolce scoperta, ma anche tormento e dolore, e Jack lo sperimenterà ben presto.

. : Il nostro giudizio : .

Con uno stile a dir poco poetico e a tratti cavalleresco, l’autore riesce a trasportare il lettore in un’avventura ai limiti del fantastico che non fa altro che rivelare le più semplici verità della vita umana.
Il libro presenta personaggi ben delineati con una psiche semplice ma estremamente realistica per l’età dei protagonisti la cui consapevolezza di Sé e del mondo cresce accompagnata a quella del lettore.
Mi sento di attribuirgli un bel 10/10, non ho trovato particolari difetti ed è un libro che rileggerei altre dieci volte con lo stesso coinvolgimento emotivo della prima volta.

.: Booktrailer :.

* Volpe